In cerca di.

È da un bel po’ di tempo che sono in cerca del libro ideale. Un bel po’ di tempo, nella mia personale considerazione, equivale a una manciata di giorni, forse un po’ più di una settimana; intere serate a scorrere le costine dei libri che affollano la Billy e a spulciare le cartelle di ebook nel pc, pomeriggi a tirare su volumi in libreria e sbirciare le bandelle e rimetterli via, mattine a balzellare tra siti e gruppi facebook; un’eternità. Intanto ho letto, o meglio, riletto, uno dei miei autori del cuore; ma, dopo un’abbuffata di Primo Levi – il Primo Levi dedicato all’Olocausto, quello sperduto e desolato di Se questo è un uomo, quello vagamente sorridente e in cerca di serenità ed equilibrio di La tregua, quello lucido e offeso e accanitamente fiero di I sommersi e i salvati – ho bisogno di altro. Di qualcosa che mi prenda, che non mi faccia smoccolare vergognosamente per la tristezza e la mortificazione, che mi faccia sorridere, pensare, invidiare con violenza l’autore e sperare di potermi complimentare con lui. Del libro ideale, ecco.

Il libro ideale deve avere una storia che mi prenda; un misto tra la serie dell’amica geniale di Elena Ferrante e un giallo di Rex Stout, per intenderci. Deve avere uno stile che mi piaccia, quello asciutto e sobrio di Natalia Ginzburg, ad esempio. Deve avere personaggi che mi piacerebbe conoscere, come la Agnes Browne di Brendan O’ Carroll, come Watanabe o gli alter ego che popolano i romanzi di Nick Hornby. Deve avere la lunghezza ideale, cinque giorni, non di più né di meno, e le dimensioni ideali per stare nella mia mano mentre leggo a letto, accoccolata sul fianco sinistro. Il libro ideale esiste, devo solo trovarlo.

Lo sto cercando furiosamente, il libro ideale. Ho chiesto a chiunque mi fosse venuto in mente: al fruttivendolo (signorina, chissacciu, tutti uguali sono), al posteggiatore (ma piccioli pi’ mmia ‘unn have? Taliasse ddà, ci sunnu libri in tierra), alle mie colleghe, ad amici parenti conoscenti e un paio di sconosciuti incontrati alla fermata dell’autobus. Ho totalizzato innumerevoli consigli, dal giallo con detective gay – gradevole, forse lo continuerò – ai romanzi vincitori di premi letterari che si caratterizzano per la noia indefessa, dal classicone interminabile alla raccolta di racconti buffi e nonsense che mi fanno sentire sciocca, dalla raccolta di racconti che si finge trasgressiva al saggio sulla psicologia degli anellidi. Ho scaricato innumerevoli libri: tutti quelli che mi sono stati consigliati e molti altri, titoli visti nella vetrina della cartoleria all’angolo, orecchiati in conversazioni da social network, sbirciati tra le mani delle persone in attesa alla posta. Ne ho iniziati moltissimi, non so se ne finirò qualcuno: ma nessuno di loro, lo so già, è il libro ideale.

Io non demordo, e continuo a cercarlo; si accettano consigli: qual è, secondo voi, il libro ideale che mi aspetta?

Mi piace quando gli amici vengono a casa nostra, la sera; mi piace anche avere qualcosa da offrire: una tisana, un dolcino, una manciata di noccioline, una limonata. Sabato sera, in preda all’ispirazione, ho adattato la ricetta dei miei celebri dolcetti al riso soffiato agli ingredienti che avevo in cucina. Cioccolato sciolto su fiamma bassissima, quattro pugni di corn flakes e una cucchiaiata di nocciole tostate; il composto, disposto a cucchiaiate su carta da forno, si è raffreddato lentamente a temperatura ambiente: ne sono venuti dei piccoli croccanti, golosi e semplicissimi.

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Del cucinare cose nuove, ovvero anche un panettone vegano può riservare delle sorprese.

Non mi piace il panettone; quando ero bambina, mia nonna, che ne era una grande estimatrice, mi costringeva a mangiarne una grossa fetta come dessert, dopo cena, in tutti i periodi dell’anno in cui riusciva a trovarne al supermercato. Era una lunga, lenta agonia: scartavo uvette e canditi con precisione millimetrica, e poi staccavo pezzetti di pasta che andavo appallottolando e pressando tra i polpastrelli di pollice e indice fino a riderli in frammenti grandi abbastanza da essere occultati negli angoli ripiegati del foglio di scottex che usavamo al posto del piattino da dolce. Dopo ore di lavoro, quasi tutta la mia porzione di panettone giaceva nel secchio della spazzatura, e io ero riuscita a ingollarne con difficoltà solo qualche briciola. Anche mia madre ha sempre amato il panettone: fino a quando, per ragioni complesse e tortuose, ha scelto di nutrirsi con una dieta vegana che le ha imposto di non mangiare più nulla che contenesse, tra le altre cose, uova e burro: e quindi, addio alla maggior parte dei dolci, primo tra tutti proprio il panettone. Mio padre, appassionato di cucina e persona molto accollativa, come si dice a Palermo per descrivere chi si industria per far piacere agli altri e non si tira indietro di fronte a una proposta anche se insolita o faticosa, ha deciso di provare a riprodurre un panettone totalmente cruelty-free. Cercando sul web, ha trovato ricette e tutorial vari: ma la prima prova è stata un mezzo fiasco. Il sapore era ottimo, ma la lievitazione, affidata al cremor tartato e al bicarbonato, è fallita; è venuto fuori un dolce in tutto simile a un panettone che qualcuno avesse scambiato per un pouff, accomodandocisi sopra con eleganza. Con il consiglio di una brava foodblogger, che mi ha indicato la ricetta adatta, ci siamo rimessi all’opera: questa volta, al posto del burro c’era il burro di cacao – che, io non lo sapevo, si vende sotto forma di polvere bianca da sciogliere a fuoco dolce – e si usava il lievito di birra per fare “alzare” l’impasto. I panettoncini, 8 piccoli dolcetti monoporzione, non sono venuti male: scuretti a causa dello zucchero integrale di canna, meno soffici di quelli in commercio e molto molto più laboriosi, ma l’esperienza si può ripetere, magari con gocce di cioccolato al posto dei canditi e frutta secca al posto delle uvette. Potrei anche assaggiarli, in quel caso, chissà.

Ad ogni modo, la ricetta che abbiamo seguito è qui: chi se la sente di cimentarsi ci provi, ci vuole solo un bel po’ di tempo e un posto adatto a far lievitare la pasta per un’intera notte. Io avevo provato con il forno spento con la luce accesa, ma il risultato è stato che le pallottine di impasto più vicine alla lampadina sono cresciute più delle altre. Tenterò con una lampada da tavolo puntata sulla ciotola.

Inizio l’anno con Funny girl di Nick Hornby, che mi sta piacendo ma la cui lettura è decisamente più laboriosa di quanto avessi sperato; ambientato in un’epoca e un ambiente inconsueti, è un bel romanzo sul rapporto tra scrittura e lettori, televisione e pubblico, attori e personaggi.

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Chi ha paura dei vegani?

Mia madre è vegana. È una scelta alimentare che non condivido, abbracciata per motivi vari, alcuni più sensati di altri: ma la rispetto, e il fatto che mia madre non ammorbi chi mangia carne al suo tavolo con gutturali urla di dolore o con sermoni moraleggianti la rende decisamente meno molesta. Bastano un minino di buon senso e di inventiva, e anche invitarla a pranzo diventa un’esperienza felice: il risotto con i funghi le è piaciuto, le patate sabbiate non erano male, e per secondo un piatto di asparagi è stato apprezzato. Io potrei benissimo fare a meno, nella mia dieta abituale, della carne e dei salumi, ma non rinuncerei volentieri a uova e formaggi: ma lei ha scelto di farlo, quindi va bene così. È da quando avevo quattro anni che mi viene insegnato che non è educato guardare nel piatto altrui: allora perché il 90% delle persone che consumano un pasto con lei si sente in diritto di criticarla, giudicarla, mettere sotto esame le sue decisioni? Non imporrei a chi non tollera un alimento di mangiarlo: perché, in questo caso, c’è sempre qualcuno che ha un’opinione da esprimere, e si sente quasi in dovere di farlo? Se vedessi un uomo sovrappeso rimpinzarsi di cibi fritti e tentassi di imporgli di gettarli via, verrei apostrofata con scortesia e invitata a farmi i fatti miei: perché, nel caso di mia madre, la regola d’oro ognuno mangi ‘quel che gli pare non vale?

Non sono un’amante dei fanatismi, in un senso come nell’altro: mi infastidisce il vegano che impone il suo modo di mangiare agli altri, esattamente quanto chi non cerca di venire incontro alle esigenze altrui. Come è possibile che, in un ristorante, non si riesca a trovare un piatto cruelty-free che non sia un’insalata scondita o un contorno di patate fritte precotte? E perché, per il pranzo di Natale, ho dovuto preparare e portare alla padrona di casa una porzione di besciamella vegana per condire la pasta di mia madre? Non c’erano altre soluzioni? E quale enorme difficoltà può derivare dal dover ideare una besciamella vegana? Chi la sa preparare nella maniera classica non dovrebbe avere particolari problemi. Più in generale, perché qualsiasi cosa esca dall’ordinario genera indefessa ammirazione o astio? Domenica scorsa mi trovavo a una manifestazione culturale con alcune persone celiache; la cucina non forniva pasti privi di glutine: il riso, le verdure, il pollo, erano contaminati dal glutine, e per questo non commestibili. Sarebbe bastato preparare qualcosa di espresso ad hoc: ma tutto quello che non rientra nel protocollo stabilito genera ansia e confusione. E quindi, se sei celiaco, vegano, intollerante al latte o non mangi cipolla fai prima a portare con te il cestino del pranzo. Uscire dall’ordinario, a volte, può essere una bella esperienza: lo chef di una pizzeria potrebbe vedere una sfida appassionante nella richiesta di una pizza senza mozzarella, e potrebbe tentare di evitare la banalità degli ortaggi grigliati schiaffati sulla pasta alla meno peggio. Pomodori freschi a fette, olive, capperi e origano sarebbero ottimi per un piatto dal sapore mediterraneo. E che dire di funghi e spinaci? O peperoni lavorati fino a formare una crema, da abbinare a melanzane e zucchine? Le possibilità ci sono, eccome.

Il 27 dicembre rientra a pieno titolo in quelle che a Palermo si chiamano giornate che sono: momenti strani e stranianti, dal gusto dolciastro e appiccicoso di infanzia. Sto leggendo Funny girl di Nick Hornby, e si adatta alla perfezione al mood del momento.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Cose che mi fanno star bene.

Un bicchiere di the freddo, preparato con cura certosina, facendo aromatizzare l’acqua con scorza di limone e una stecca di cannella e fettine di pesca ben matura e poi mettendo in infusione a freddo le bustine, e addolcendo, alla fine, con sciroppo di zucchero di canna. Un piatto di farfalle al salmone, saporito e pepato e piccantino e fragrante, condito da sorrisi e chiacchiere e calore e risate e improvvide richieste di far pipì, lì, subito. Una fetta di pizza croccante, una semplice focaccia con prosciutto e formaggio, un succo di frutta alla fragola. Un caffè macchiato, bevuto in piedi al bar sotto l’ufficio solo per ritagliarmi due minuti di pausa lontano dal pc.

Una telefonata, un messaggio, un invito. Un richiesta di vedersi, anche solo per mezz’ora o giù di lì.

Una buona notte di sonno, un risveglio sereno, percepire l’ansia che lentamente scivola via, come acqua tiepida nello scarico del lavandino mentre mi sciacquo i capelli. Un po’ di fiducia negli altri, la sensazione di potercela fare, dopotutto, e di poter delegare, ogni tanto. La sorpresa di una mano che all’improvviso si stringe, e lo splendido regalo di una carezza sulla guancia. La soddisfazione di aver strappato una risata di cuore, chissà come e perché, a una persona speciale.

Il fresco sui piedi, il sole che inonda la stanza; l’esplosione di uno scaldabagno nel momento più opportuno.

Trovare Ife ben sveglio e di buon umore, abbracciarlo di slancio, ricevere un complimento da lui, sei bellissima stasera, sei un dono del cielo. Mosca che si lascia carezzare senza ringhiare, Canepiccolo che mi morde con delicatezza, e il sorriso dolce e intenso di Ife che esplode nel momento in cui agito la mano, dall’estremità del marciapiede, e mi affretto a raggiungerlo.

Il mal di testa che si attenua. Un pezzo di pane caldo. Una passeggiata al parco, la domenica mattina.

Sentire suonare il campanello e correre alla porta e scoprire che una persona ha deciso di prestarmi due gialli, che probabilmente non mi piaceranno molto, ma magari invece sì, e comunque l’idea è stata dolce e inaspettata, e poi io adoro ricevere libri in prestito, e non avevo letto mai nulla di Ronan Bennett Zugzwang e Anne Perry, e Mossa obbligata e Il fiume mortale potrebbero anche essere due scoperte sorprendenti.

Qualcuno che mi chiede un consiglio, senza impegno. Poter chiedere un consiglio a qualcuno, senza impegno.

Trovare in tv una puntata di Una mamma per amica che non ricordo a memoria. Rileggere un vecchio libro, scoprendo tanti particolari che avevo dimenticato. Un qualsiasi episodio di Scrubs. Le cornici concentriche della Settimana Enigmistica. Sapere che presto uscirà un nuovo romanzo breve di Nick Hornby.

Continuare a coltivare, in maniera immotivata e astratta e svincolata dal reale, la speranza nel futuro.

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Il libro che vorrei

Se c’è una cosa che mi instilla una vaga tristezza – sguardo da basset hound con l’otite, cadenza piagnucolosa da bambino che non ha trovato sotto l’albero di Natale l’orsetto verdeacqua che desiderava, espressione da leader del Pd all’indomani delle elezioni politiche – è il fatto di non avere per le mani un romanzo che mi prenda. Purtroppo, è da un bel po’ di giorni che non riesco a trovare un libro che mi piaccia – che mi piaccia molto, intendo, che mi faccia tornare a casa dall’ufficio con trepidazione, che mi costringa a leggere in piedi mentre rimesto il sugo o seduta sul bordo del letto, in pigiama e con un calzino in mano, mentre dovrei essere già in auto. Le ultime settimane, invece, sono state un florilegio di gialli interminabili, romanzi spocchiosi e raccolte di racconti prolissi e inconcludenti. Sto annaspando barcamenandomi tra tre (3) libri che mi stanno convincendo molto poco: Amabili resti di Alice Sebold, di cui avevo sentito parlare bene ma che, dopo 150 pagine, ancora non decolla, Inganno di Philip Roth, che avevo comprato a metà prezzo con la ragionevole sicurezza che fosse un capolavoro ma che, con la sua struttura sperimentale basata esclusivamente sul dialogo e il suo clima claustrofobico, mi sta annoiando in maniera inspiegabile, e la raccolta di racconti erotici Working hard, regalatami affettuosamente dalla sua brava curatrice ma che mi sta lasciando più che per perplessa (qual è la differenza tra erotismo e pornografia, se la maggior parte dei racconti segue la formula-base situazione lavorativa qualsiasi+rapporto sessuale spesso tra sconosciuti coronato da orgasmo simultaneo+saluti?).
Ma come dev’essere, il libro dei miei sogni? Prima di tutto, il romanzo perfetto deve durare cinque giorni: non di meno, altrimenti mi rimane ben poco, e non di più, per non scadere nella noia e nell’abitudine. Dato che, in media, leggo 50-60 pagine al giorno, il mio libro ideale ne conta tra le 250 e le 300: e non capisco perché, oggi, un qualsiasi giallo sia lungo non meno di 400 pagine, quasi che fosse impossibile far saltare fuori l’assassino senza tediare il lettore. Il libro dei miei sogni, se dice di essere un giallo, deve esserlo davvero: ci deve essere un mistero, qualcuno lo deve svelare, io devo teoricamente poterlo svelare prima dello scrittore, ma nella pratica non devo riuscirci; in tutti gli altri casi, deve evitare di fingersi giallo: ché non c’è niente di male, ad essere solo un romanzo ben scritto e intrigante e con bei personaggi e una trama interessante, e non c’è necessità di aggiungere un investigatore solo perché va di moda. Il libro dei miei sogni deve avere una copertina e una bandella oneste, anche: che non mi illudano di stare per leggere un romanzo d’amore quando invece si tratta di un saggio storico, o viceversa. Il libro dei miei sogni deve avere personaggi che mi facciano venir voglia di conoscerli, deve avere una trama che non mi faccia pensare maccheccavolodici ogni pochi minuti, non deve essere inzeppato di pubblicità, deve essere sensato, credibile, emozionante; soprattutto, non deve per nessun motivo farmi paura. Ho letto moltissimi bei libri, nella mia vita, ma forse il libro dei miei sogni resta quell’assoluto capolavoro che è Lessico famigliare di Natalia Ginzburg: è molto difficile che riesca a trovare, un giorno, un libro che mi piaccia di più.
Di romanzi belli e di canoni per sceglierli parla Nick Hornby in Sono tutte storie: simpatico, sfrontato, decisamente da leggere.

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L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte (per citare a sproposito un libro del Che)

A 57 ore dalla fine del 2012, è il momento dei bilanci – oltre che degli oroscopi, delle ricette per il cenone e dei cartoni animati disney in prima serata. È il momento dei consuntivi e dei buoni propositi, delle riviste piene di articoli sugli eventi fondamentali dell’anno appena trascorso – che so, l’annuncio della gravidanza di William-e-Kate – e degli inviti dell’ultimo momento per la notte di san Silvestro. È anche il momento, come da tradizione, della fatidica domanda: che anno è stato, per voi, il 2012? Per me, è stato essenzialmente un anno stancante. Spesso frustrante, a volte soffocante, quasi sempre complicato. Un anno che, a conti fatti, è trascorso rapidamente, a strappi e scatti e balzi: fino a ieri era marzo, e tutt’a un tratto era estate, e poi era ottobre, e adesso è dicembre. 365 giorni in cui mi è sembrato di non riuscire mai a tirare il fiato: un anno trascorso di guardia su una torretta o accoccolata in una trincea, senza mai sedermi, senza mai riposarmi, senza mai mollare. È stato l’anno della morte di Lucio Dalla, dell’inter che non riesce più a vincere, del viaggio a Parigi e dell’estate torrida che non finiva mai, l’anno delle olimpiadi che ho seguito meno da Seul 1988 e degli infortuni di Nadal. L’anno di È stato il figlio al cinema, della prima volta che ho visto Via col vento, un anno di grandi e belle soddisfazioni vicarie e di poche soddisfazioni personali. Un anno in cui ho votato, tra sindaci e primarie e presidenti di regione, molte troppe volte, un anno di pochi bei libri e di troppa stanchezza e rumore mentale e confusione e tensione per riuscire a leggere bene. L’anno di Elena Ferrante e Giampaolo Simi, del riso indiano con i gamberi, di tutti i libri di Nick Hornby, delle responsabilità e della paura di non farcela, della perenne sensazione di fallimento. L’anno in cui ho capito che pensare di cambiare non basta per farlo davvero, e che ci sono troppe cose che ancora mi inchiodano a terra, e che ci vorrà molto tempo per riuscire a scalciarle via. Un anno di incomprensioni e sensi di colpa, di brutte parole e brutte frasi e brutti sguardi, di silenzi pesanti, di rapporti rotti che difficilmente si ripareranno. È stato l’anno dei Maya e della signora che ma come, non avete paura della fine del mondo, dei banchetti di libri al caldo e al freddo, della seconda edizione del festival e della chitarra di Cisco. L’anno delle conferme, dopo quello esplosivo e pirotecnico che lo ha preceduto. Un anno di maturità e di impegno, di calcoli e progetti, di poche uscite e pochi amici. Un anno non brutto, in definitiva: propedeutico ma istruttivo, faticoso ma utile, avvilente ma non tragico. L’anno in cui ho avuto più bisogno di qualcuno che mi dicesse non è stata colpa tua, sei stata brava, anche se.
Del 2012 salvo i record sorridenti di Bolt e Rudisha, Saviano in tv e il primo splendido balletto della mia vita, butto giù il ritorno di b. in politica, la crisi interminabile, la juve che ha ripreso a comprare le partite. Salvo la cucina in televisione, butto giù la troppa cucina in televisione. Salvo le primarie dell’impegno e la libertà che è partecipazione, butto giù Grillo e i grillini, i vegani da social network e gli sputasentenze feisbucchiani. Salvo una laurea annunciata e sperata e che sembrava irraggiungibile e invece era lì, bella e possibile, e poi la nascita di Pagnottino e i nonni non-più-ottuagenari, butto giù le frasi inutili, gli appuntamenti non rispettati, il maschilismo, la mancanza di rispetto.

Anche quest’anno, ne approfitto per gli auguri: che il 2013 sia leggero ma non vacuo, impegnativo ma non frustrante, bello ma non troppo: ché il troppo, si sa, non fa mai bene.

 

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Idee da mancanza di idee

Non ho mai sofferto della sindrome da foglio bianco. A scuola ho sempre svolto con serenità il tema in classe; anche perché, quando sono arrivata alle superiori, epoca in cui i compiti in classe potevano iniziare a infliggere ansia, il tema aveva smesso di essere quello che era sempre stato – un componimento da redigere partendo da una traccia proposta – per diventare qualcosa di diverso: analisi del testo o saggio breve o articolo di giornale, in ogni caso una sorta di collage di testi e immagini e spunti offerti dal professore, un esercizio di ri-composizione di pezzi variamente disposti, una specie di versione per bambini della tesi di laurea. Rilassante e, a volte, interessante; conservo ancora, in mezzo al dizionario dei sinonimi e dei contrari, una mazzetta di fotocopie con il materiale che ci era stato dato per alcuni compiti in classe: brani su “Moloch, il cui nome è mente”, una riproduzione b/n di Guernica, versi di una poesia di Ungaretti, un estratto dal sito www.unipa.it, considerazioni di Sapegno sul VI canto dell’Inferno, l’incipit dell’Odissea: shakerare con delicatezza, esporre in un italiano decente, condire con un minimo di gusto personale e il tema è fatto. Finita la scuola, ho smesso di scrivere per dovere: ho scribacchiato soltanto, un paio di racconti, questo blog, qualche recensione e adesso un paio di note-stampa – riaggiornate cambiando la data una decina di volte – qualche articoletto per il sito, occasionalmente qualche sciocco testo da far girare sui social network. Il problema della pagina bianca, anche qui, non si pone, o si presenta solo un poco, qualche volta: come oggi, che non so proprio di cosa parlare in questo post, ma cerco di farlo lo stesso, anche solo per quell’unica persona (sei tu, laMate!) che lo legge e ci tiene. Scartate le opzioni più banali – il semi-labrador che oppone le sue rimostranze all’arrivo dell’autunno, che per lui si traduce in asciugatura di zampe ad ogni passeggiata e scarpinate più brevi e frettolose, i due non-più-ottuagenari che scatenano una faida familiare equivocando, causa sordità incombente, una discussione sul tempo atmosferico e convincendosi di aver sentito sanguinose accuse nei confronti di un ignaro parente, la lettura del mio nono libro di Nick Hornby e del primo di Stephen King (accoppiata, sia detto con cautela, abbastanza ben riuscita), l’acquisto avventato e goloso di un numero imprecisato di nuovi romanzi, a cui si sono aggiunti i tre (3) libri inaspettatamente regalatimi da mia zia – sono rimasta a corto di argomenti. Non volendo ripiegare su temi da Miss Italia, come fame nel mondo, spread o vegetarianesimo, mi limito a una generica considerazione: Il miglio verde non è niente male, finora non fa paura – ma temo che ne farà, non poca, più avanti. Non chiedetemi come faccio a saperlo: ho letto la trama dettagliatamente riportata su wiki, prima di comprarlo in sconto al super, proprio per accertarmi che non facesse troppa paura – e penso che alla fine mi commuoverò. Anche se avevo giurato, dopo la piacevole faticata della scalata a Le correzioni, di non leggere più un libro così lungo, almeno per un po’. Anche Tutta un’altra musica non è niente male: solo che stiamo parlando di Nick Hornby, e io di solito mi riferisco a lui con toni entusiastici, mentre questo romanzo, appunto, non è male, il che lo fa scendere alle ultime posizioni della mia personale classifica di libri-di-Hornby. Infine, è ricominciato Il ruggito del coniglio: e questa è una buona notizia, perché Presta e Dose mi divertono e mi fanno arrivare in ufficio un minimo più rilassata. Solo un minimo, però, ché la mattina io non.
È tanto che non aggiungo una ricetta a un post; quella di oggi è sbrigativa e gustosa e semplice: fettuccine condite con un sugo preparato con carote e zucchine genovesi, grattuggiate e fatte tostare in padella con olio caldo, a cui vengono aggiunti una manciata di gamberi, fatti cuocere a fuoco vivace per pochi minuti. Una spruzzata di prezzemolo tritato, una generosa dose di peperoncino in polvere e il sugo è pronto: bastano dieci minuti.

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“Hai letto il libro? Allora non guardare il film!”

Un luogo comune recita che i film tratti dai libri siano sempre una delusione, per chi ha già letto i romanzi in questione. Grazie al cielo, non sempre è vero, o almeno credo. Infatti, sebbene sia laureata in Scienze dello Spettacolo (già, è un corso di laurea, lo giuro), non ho visto molti film; vado raramente al cinema, e la mia soglia di attenzione, davanti alla tv, arriva a stento a una puntata di Scrubs: ventiquattro minuti spazi inclusi, più o meno. Mi sono persa un sacco di cult e penso di essere l’unica italiana nata negli anni Ottanta a non aver visto Top gun. Conosco Ufficiale e gentiluomo e Pretty woman solo perché, un paio d’anni fa, mi sono imposta di guardarli  – all’ennesimo passaggio estivo su raiuno, chiaramente. E Via col vento, che mi è piaciuto molto – anche se alla fine quel Rhett mi ha molto delusa – è stato una faticosa conquista della scorsa primavera. Viste le premesse, quindi, ho avuto poche volte l’occasione di farmi contrariare dai film tratti dai libri che ho letto: semplicemente, non li ho visti. Certo, ho odiato di cuore Bille August che, nella sua versione di La casa degli spiriti, scorcia la storia limitandosi a saltare una generazione, creando un casino incomparabile. Ma, per il resto, il detto “occhio che non vede, cuore che non duole” si attaglia particolarmente alla mia esperienza. Fanno eccezione, però, due film deliziosi tratti da due libri di Nick Hornby: About a boy, versione cinematografica di Un ragazzo, e Febbre a 90°. Sono una groupie di Nick Hornby: saltello, batto le mani e mando urletti di giubilo ogni volta che mi imbatto in uno dei suoi libri. Ne ho letti molti, mi sono piaciuti un sacco. Sono leggeri, delicati, profondi, piacevolissimi. Febbre a 90° contiene la più esauriente e complessa spiegazione del fenomeno della violenza negli stadi che abbia mai letto. Mi piacciono i suoi personaggi, e l’idea di ritrovare una parte di lui nei giovani protagonisti con madre single di Un ragazzo e Tutto per una ragazza mi intenerisce molto. Mi piace la sensazione che provo, leggendo quello che scrive: quella di avere pensato molte volte qualcosa di simile, senza essere stata in grado di esprimerlo, o anche solo di vederlo con quella chiarezza. Ho apprezzato moltissimo Come diventare buoni: la sua problematicità, la mancanza di risposte precise e univoche, l’umiltà di non dare istruzioni pre-confezionate ma di porre domande ovvie, scomode, normali. Mi ha intrigato la capacità di cambiare voce che dimostra in Non buttiamoci giù, l’amara ironia di Alta fedeltà. Soprattutto, mi ha fatto impazzire leggere le raccolte di testi di Una vita da lettore, la rubrica sui libri che cura per il Believer. Chi ha il coraggio di ammettere che alcuni libri sono terribilmente noiosi, e che spesso ci ostiniamo a leggere romanzi che sappiamo che odieremo, soltanto per poterli demolire un po’, perdendo tempo e riempiendoci di astio e frustrazione? Lo adoro.
Tornando ai film, li ho guardati entrambi con una punta di perplessità: sopracciglio sollevato e aria preoccupata, attendevo il momento in cui avrei esclamato sacrilegio! Invece no, mi sono piaciuti entrambi. Penso che uno dei motivi sia che, piuttosto che cercare di traslitterare dalla pagina allo schermo, i fratelli Weitz e David Evans hanno manipolato il materiale di partenza, impastandolo e stendendolo e stirandolo e appallottolandolo fino a renderlo altro dal libro. Febbre a 90°, da saggio autobiografico, diventa una commedia piacevole e un po’ malinconica con un bravissimo Colin Firth. About a boy, invece, è stato intelligentemente traslato in avanti, dagli anni Novanta del grunge, assoluto protagonista del libro, ai Duemila. Hugh Grant è sorprendentemente credibile, e la scena tenerissima di Marcus che, per far sorridere la madre, canta Killing me softly davanti ai compagni di scuola, inventata per l’occasione, è inserita in maniera calzante. Leggete i libri, davvero, e guardate i film: non vi deluderanno.

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Vi ricordate ancora di Sara Errani?

Mi piace moltissimo lo sport. Non ne pratico da troppo tempo, e quando lo facevo ero troppo goffa e spaventata e bassetta e non-coordinata per ottenere buoni risultati, ma lo seguo in tv con un interesse che, in alcuni casi, rasenta la maniacalità: durante i mondiali di atletica sono capace di declinare inviti per un’intera settimana per non perdermi un concorso; e sono perfettamente in grado di commuovermi alla vista delle batterie delle staffette, al pensiero che tra un paio di giorni gli ultimi passaggi di testimoni saranno il segnale che ok, basta, è finita. Posso seguire le quattro o cinque ore di una finale del Roland Garros senza battere ciglio, posso stringere i denti a ogni slancio o strappo di una competizione di sollevamento pesi, posso essere in piedi ad orari decisamente antelucani per vedere un kovacs ben eseguito. Mi piace anche il calcio – non quanto il getto del peso o il tennis o i tuffi sincronizzati o il cavallo con maniglie, certo. Ma mi piace, e seguo un bel po’ di partite in tv, e strillo e mi accaloro ed esulto spaventando il semi-labrador. Tifo per l’inter, irragionevolmente e senza un plausibile motivo, da sempre: da quando c’erano Klinsmann e Matthäus e poi Zenga e Pagliuca, e Vieri e Ronaldo e Recoba e Rambert e molti altri, più o meno indimenticabili. Tengo per l’inter ogni giorno dell’anno, con passione mista e frustrazione: perché, per quanto io possa essere attenta e allenata e concentrata, la domenica saranno loro a decidere se farmi sorridere o brontolare o dispiacere, o magari piangere o mordere le labbra in preda allo sconforto. Con l’irragionevolezza tipica del tifoso, odio con vigore tutti i calciatori che militino in altre squadre – o che abbiano giocato nell’inter e abbiano, poi, cambiato maglia. Li detesto al punto da augurare loro enormi vincite al lotto: afferrate il malloppo e andate fuori dai piedi, preferibilmente nell’altro emisfero, plis. Ho scelto di tifare per l’inter: l’ho deciso quando ero molto piccola e forse non avevo molti elementi a mia disposizione, se non il fatto che mi piacesse la maglia e che tutta la mia famiglia urlasse a squarciagola “Forza inter” durante le partite. Ma l’ho stabilito io, in scienza e coscienza, per motivi puerili o risibili ma per me validi. Per questo non capisco per quale motivo, ogni due anni, in occasioni di mondiali ed europei di calcio, dovrei tifare per l’Italia. Perché dovrei osannare giocatori come Cassano e Buffon che detesto per il resto dell’anno? E perché dovrei essere contenta se vincono gli omini con la maglietta azzurra? Solo perché sono nati anche loro in Italia? Anche Berlusconi è nato in Italia, ma non tengo per lui. I giocatori dell’inter hanno scelto – per motivi economici, o per comodità, o per attaccamento alla maglia – di giocare nella squadra della famiglia Moratti. Io ho scelto di esultare per loro. La nazionale no, non è una scelta, ma un’imposizione sociale dettata da molti motivi (spirito di appartenenza, campanilismo, desiderio di far parte di una maggioranza, voglia di stare in branco, patriottismo) che non mi piacciono: per questo mi è assolutamente indifferente. Che vinca o perda non mi tange: se non per il fatto che lunedì dovrò lavorare, e se l’Italia vincerà ci sarà confusione fino a notte inoltrata, domenica, e io avrò sonno e non potrò dormire e. Quando guardo un match di tennis, tifo per Nadal, se gioca, o per la persona che mi sembra più brava, in migliore forma fisica, più simpatica, magari. Quindi tengo, o ho tenuto, per Hewitt e Safin e Sampras e Agassi e Mano-de-piedra Gonzales e Verdasco e Nadal, e non per Starace o Volandri; ma neanche per Federer o Djokovic, eh. Mi piace la versatilità di Romina Oprandi e l’energia di Francesca Schiavone, ma la tennista più, forte, per me, era Amélie Mauresmo. Ho tifato per Juri Chechi ma non per Igor Cassina, e se alle Olimpiadi di Londra Antonietta Di Martino sarà in finale nell’alto, mi dispiace, ma spererò che vinca Ariane Friedrich. Sarò contestata per questo. Ma m’importerà ben poco.
Un libro davvero interessante che parla di calcio e delle strane alchimie per cui si finisce nella curva di uno stadio a mangiarsi le unghie per una squadra invece che per un’altra è Febbre a 90° di Nick Hornby. Di questo autore, per il quale ho preso una inopportuna e violenta sbandata, ho appena finito Come diventare buoni: splendido regalo di compleanno, una divertente riflessione su cosa significhi fare la cosa giusta.
Infine, la ricetta di oggi è qui per una promessa: laMate, che ha una canuccia che tossisce, voleva sapere come si preparano gli anelletti al forno. È una ricetta che non ho mai assaggiato: a casa mia, per pasta al forno si intendevano le penne alla bechamelle di mia nonna napoletana o le lasagne di mia nonna palermitana. Comunque, ecco qui: gli anelletti, cotti, vanno uniti a un sugo piuttosto ricco: ragù alla siciliana (soffritto classico + carne tritata di vitello e maiale, passata di pomodoro e un po’ di estratto) a cui aggiungere piselli lessi, tocchetti di melanzane fritte e pezzetti di caciocavallo. A scelta, anche prosciutto cotto e uova sode. Si compone a timballo e si fa cuocere in forno, con molto pangrattato sopra. Ideale tiepida, da mangiare in spiaggia.

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