Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

Read More

“Hai letto il libro? Allora non guardare il film!”

Un luogo comune recita che i film tratti dai libri siano sempre una delusione, per chi ha già letto i romanzi in questione. Grazie al cielo, non sempre è vero, o almeno credo. Infatti, sebbene sia laureata in Scienze dello Spettacolo (già, è un corso di laurea, lo giuro), non ho visto molti film; vado raramente al cinema, e la mia soglia di attenzione, davanti alla tv, arriva a stento a una puntata di Scrubs: ventiquattro minuti spazi inclusi, più o meno. Mi sono persa un sacco di cult e penso di essere l’unica italiana nata negli anni Ottanta a non aver visto Top gun. Conosco Ufficiale e gentiluomo e Pretty woman solo perché, un paio d’anni fa, mi sono imposta di guardarli  – all’ennesimo passaggio estivo su raiuno, chiaramente. E Via col vento, che mi è piaciuto molto – anche se alla fine quel Rhett mi ha molto delusa – è stato una faticosa conquista della scorsa primavera. Viste le premesse, quindi, ho avuto poche volte l’occasione di farmi contrariare dai film tratti dai libri che ho letto: semplicemente, non li ho visti. Certo, ho odiato di cuore Bille August che, nella sua versione di La casa degli spiriti, scorcia la storia limitandosi a saltare una generazione, creando un casino incomparabile. Ma, per il resto, il detto “occhio che non vede, cuore che non duole” si attaglia particolarmente alla mia esperienza. Fanno eccezione, però, due film deliziosi tratti da due libri di Nick Hornby: About a boy, versione cinematografica di Un ragazzo, e Febbre a 90°. Sono una groupie di Nick Hornby: saltello, batto le mani e mando urletti di giubilo ogni volta che mi imbatto in uno dei suoi libri. Ne ho letti molti, mi sono piaciuti un sacco. Sono leggeri, delicati, profondi, piacevolissimi. Febbre a 90° contiene la più esauriente e complessa spiegazione del fenomeno della violenza negli stadi che abbia mai letto. Mi piacciono i suoi personaggi, e l’idea di ritrovare una parte di lui nei giovani protagonisti con madre single di Un ragazzo e Tutto per una ragazza mi intenerisce molto. Mi piace la sensazione che provo, leggendo quello che scrive: quella di avere pensato molte volte qualcosa di simile, senza essere stata in grado di esprimerlo, o anche solo di vederlo con quella chiarezza. Ho apprezzato moltissimo Come diventare buoni: la sua problematicità, la mancanza di risposte precise e univoche, l’umiltà di non dare istruzioni pre-confezionate ma di porre domande ovvie, scomode, normali. Mi ha intrigato la capacità di cambiare voce che dimostra in Non buttiamoci giù, l’amara ironia di Alta fedeltà. Soprattutto, mi ha fatto impazzire leggere le raccolte di testi di Una vita da lettore, la rubrica sui libri che cura per il Believer. Chi ha il coraggio di ammettere che alcuni libri sono terribilmente noiosi, e che spesso ci ostiniamo a leggere romanzi che sappiamo che odieremo, soltanto per poterli demolire un po’, perdendo tempo e riempiendoci di astio e frustrazione? Lo adoro.
Tornando ai film, li ho guardati entrambi con una punta di perplessità: sopracciglio sollevato e aria preoccupata, attendevo il momento in cui avrei esclamato sacrilegio! Invece no, mi sono piaciuti entrambi. Penso che uno dei motivi sia che, piuttosto che cercare di traslitterare dalla pagina allo schermo, i fratelli Weitz e David Evans hanno manipolato il materiale di partenza, impastandolo e stendendolo e stirandolo e appallottolandolo fino a renderlo altro dal libro. Febbre a 90°, da saggio autobiografico, diventa una commedia piacevole e un po’ malinconica con un bravissimo Colin Firth. About a boy, invece, è stato intelligentemente traslato in avanti, dagli anni Novanta del grunge, assoluto protagonista del libro, ai Duemila. Hugh Grant è sorprendentemente credibile, e la scena tenerissima di Marcus che, per far sorridere la madre, canta Killing me softly davanti ai compagni di scuola, inventata per l’occasione, è inserita in maniera calzante. Leggete i libri, davvero, e guardate i film: non vi deluderanno.

Read More

Vi ricordate ancora di Sara Errani?

Mi piace moltissimo lo sport. Non ne pratico da troppo tempo, e quando lo facevo ero troppo goffa e spaventata e bassetta e non-coordinata per ottenere buoni risultati, ma lo seguo in tv con un interesse che, in alcuni casi, rasenta la maniacalità: durante i mondiali di atletica sono capace di declinare inviti per un’intera settimana per non perdermi un concorso; e sono perfettamente in grado di commuovermi alla vista delle batterie delle staffette, al pensiero che tra un paio di giorni gli ultimi passaggi di testimoni saranno il segnale che ok, basta, è finita. Posso seguire le quattro o cinque ore di una finale del Roland Garros senza battere ciglio, posso stringere i denti a ogni slancio o strappo di una competizione di sollevamento pesi, posso essere in piedi ad orari decisamente antelucani per vedere un kovacs ben eseguito. Mi piace anche il calcio – non quanto il getto del peso o il tennis o i tuffi sincronizzati o il cavallo con maniglie, certo. Ma mi piace, e seguo un bel po’ di partite in tv, e strillo e mi accaloro ed esulto spaventando il semi-labrador. Tifo per l’inter, irragionevolmente e senza un plausibile motivo, da sempre: da quando c’erano Klinsmann e Matthäus e poi Zenga e Pagliuca, e Vieri e Ronaldo e Recoba e Rambert e molti altri, più o meno indimenticabili. Tengo per l’inter ogni giorno dell’anno, con passione mista e frustrazione: perché, per quanto io possa essere attenta e allenata e concentrata, la domenica saranno loro a decidere se farmi sorridere o brontolare o dispiacere, o magari piangere o mordere le labbra in preda allo sconforto. Con l’irragionevolezza tipica del tifoso, odio con vigore tutti i calciatori che militino in altre squadre – o che abbiano giocato nell’inter e abbiano, poi, cambiato maglia. Li detesto al punto da augurare loro enormi vincite al lotto: afferrate il malloppo e andate fuori dai piedi, preferibilmente nell’altro emisfero, plis. Ho scelto di tifare per l’inter: l’ho deciso quando ero molto piccola e forse non avevo molti elementi a mia disposizione, se non il fatto che mi piacesse la maglia e che tutta la mia famiglia urlasse a squarciagola “Forza inter” durante le partite. Ma l’ho stabilito io, in scienza e coscienza, per motivi puerili o risibili ma per me validi. Per questo non capisco per quale motivo, ogni due anni, in occasioni di mondiali ed europei di calcio, dovrei tifare per l’Italia. Perché dovrei osannare giocatori come Cassano e Buffon che detesto per il resto dell’anno? E perché dovrei essere contenta se vincono gli omini con la maglietta azzurra? Solo perché sono nati anche loro in Italia? Anche Berlusconi è nato in Italia, ma non tengo per lui. I giocatori dell’inter hanno scelto – per motivi economici, o per comodità, o per attaccamento alla maglia – di giocare nella squadra della famiglia Moratti. Io ho scelto di esultare per loro. La nazionale no, non è una scelta, ma un’imposizione sociale dettata da molti motivi (spirito di appartenenza, campanilismo, desiderio di far parte di una maggioranza, voglia di stare in branco, patriottismo) che non mi piacciono: per questo mi è assolutamente indifferente. Che vinca o perda non mi tange: se non per il fatto che lunedì dovrò lavorare, e se l’Italia vincerà ci sarà confusione fino a notte inoltrata, domenica, e io avrò sonno e non potrò dormire e. Quando guardo un match di tennis, tifo per Nadal, se gioca, o per la persona che mi sembra più brava, in migliore forma fisica, più simpatica, magari. Quindi tengo, o ho tenuto, per Hewitt e Safin e Sampras e Agassi e Mano-de-piedra Gonzales e Verdasco e Nadal, e non per Starace o Volandri; ma neanche per Federer o Djokovic, eh. Mi piace la versatilità di Romina Oprandi e l’energia di Francesca Schiavone, ma la tennista più, forte, per me, era Amélie Mauresmo. Ho tifato per Juri Chechi ma non per Igor Cassina, e se alle Olimpiadi di Londra Antonietta Di Martino sarà in finale nell’alto, mi dispiace, ma spererò che vinca Ariane Friedrich. Sarò contestata per questo. Ma m’importerà ben poco.
Un libro davvero interessante che parla di calcio e delle strane alchimie per cui si finisce nella curva di uno stadio a mangiarsi le unghie per una squadra invece che per un’altra è Febbre a 90° di Nick Hornby. Di questo autore, per il quale ho preso una inopportuna e violenta sbandata, ho appena finito Come diventare buoni: splendido regalo di compleanno, una divertente riflessione su cosa significhi fare la cosa giusta.
Infine, la ricetta di oggi è qui per una promessa: laMate, che ha una canuccia che tossisce, voleva sapere come si preparano gli anelletti al forno. È una ricetta che non ho mai assaggiato: a casa mia, per pasta al forno si intendevano le penne alla bechamelle di mia nonna napoletana o le lasagne di mia nonna palermitana. Comunque, ecco qui: gli anelletti, cotti, vanno uniti a un sugo piuttosto ricco: ragù alla siciliana (soffritto classico + carne tritata di vitello e maiale, passata di pomodoro e un po’ di estratto) a cui aggiungere piselli lessi, tocchetti di melanzane fritte e pezzetti di caciocavallo. A scelta, anche prosciutto cotto e uova sode. Si compone a timballo e si fa cuocere in forno, con molto pangrattato sopra. Ideale tiepida, da mangiare in spiaggia.

Read More