Un posto nel cuore.

Mohamed ama la compagnia: la compagnia di persone che mi capiscono, dice. E quando lo dice mi sorride e io sono contenta di far parte di quel gruppo. Mohamed ama anche, nell’ordine, il vino rosso, bagnarsi i piedi in mare ogni mattina, le risate, la musica degli anni Settanta, i cani. Non ama, invece, la gente ipocrita, chi dà troppi consigli, la birra, i cibi grassi, i libri. Gli piacciono le battute di spirito, ascoltare la radio, dormire sotto le stelle; non gli piacciono i camion, la città, chi crede di non aver altro da imparare nella vita.

Mohamed mangia poco; gli piacciono la frutta e l’insalata, ma quando gli ho portato le pesche non le ha apprezzate. Mohamed odia ricevere regali: non accetta soldi né sacchetti di spesa; anche per il caffè storce il naso: io non lo voglio, risponde, ne ho già bevuti troppi. Perché non lo bevi tu? Quando porto il caffè a Mohamed, finisce che poi me lo bevo io, e magari la notte non dormo. O forse quando vado da Mohamed non dormo per altri motivi, e il caffè non c’entra.

Se gli serve qualcosa, Mohamed non la chiede: perché non voglio pesare, dice, e allora faccio da me. Ha le braccia ingessate da due mesi, ma ha imparato comunque a farsi le sigarette da solo, e va a prendere l’acqua per i cani alla fontana senza farsi aiutare a portare i bidoni, e non ha lasciato che gli tagliassi le unghie: ma in questo caso, forse, aveva solo paura che potessi fargli male.

Mohamed ha scritto un libro, ha fondato un’associazione, ha girato per mezza Europa; ha vissuto nell’est, quando il muro di Berlino era ancora al suo posto: ma in Polonia no, ci tiene a dirlo. Parlava otto lingue, un tempo, Mohamed: ma poi ha scoperto che si confondeva e ha deciso di dimenticarle, e ora parla solo italiano e siciliano e persiano: ma, da quando è morto Ife, il persiano lo parla solo per telefono con i suoi fratelli.

La madre di Mohamed è morta lo scorso inverno, e lui quando ne parla piange un po’; piange anche quando si ricorda di quel sogno che aveva e che non ha potuto realizzare: e io allora mi intristisco moltissimo, e cerco di farlo sorridere senza riuscirci, ma poi lui sorride da solo pensando a quell’altro sogno che sa che porterà a compimento, perché lui è cocciuto e quando decide di fare una cosa la fa.

Mohamed ha tre cani, ma Piccolo è il suo preferito; Piccolo è grosso e giallo, ha sedici anni e pochi denti e cammina con le zampe posteriori larghe e rigide. Piccolo non sente e vede solo da un occhio e a volte mi ringhia, anche se gli porto le barrette e le altre cose buone. Piccolo è il capobranco e mangia sempre prima degli altri, e Stella, che è giovane e grossa e nera, gli sta seduta accanto e gli lecca il muso. Sabato scorso una macchina lo ha investito e io mi sono terrorizzata ma per fortuna non si è fatto niente, ma Mohamed si è seduto sulla sua sdraio con una mano sul petto e gli occhi chiusi e per mezz’ora non si è mosso più. Ti sei spaventato molto?, gli ho chiesto. Sì, mi ha detto lui: perché Piccolo è un grande amico, siamo cresciuti insieme e senza di lui non saprei come fare, e io so che Piccolo non ha molta strada davanti e che purtroppo non starà con Mohamed ancora a lungo e mi dispiace moltissimo per lui.

Mohamed è un vero gentiluomo d’altri tempi: se vede mia madre le offre la sua sedia e anche se non la capisce non le dice niente. A me offre sempre qualcosa da mangiare: e ieri che aveva degli yogurt buonissimi e io cercavo di convincerli a mangiarli voleva per forza che me li portassi a casa.

A Mohamed piace parlare dell’Iran, dei suoi viaggi e delle persone che ha conosciuto e delle esperienze che ha fatto, e di quella volta che l’Italia aveva vinto la partita contro la Nigeria ai mondiali e lui si è addormentato al sole e si è scottato le gambe; a me piace ascoltare e fare domande, e quindi con Mohamed mi diverto molto e imparo sempre qualcosa. Spesso gli chiedo se sa una cosa (cosa è quell’edificio lì, quanto dura il servizio militare in Iran, come si chiamava il suo cane di quando era bambino) e lui sa sempre la risposta. A me piacciono le persone che si fanno domande e sanno trovare le risposte.

Mohamed abita molto lontano da me, dal lato opposto della città; io cerco di andarlo a trovare più spesso possibile, ma non è facile; quando vado lì, anche se sono stata con lui per due ore, Mohamed non vuole mai che vada via, insiste e cerca di confondermi con cose da fare improrogabilmente per non farmi andare. Poi ci abbracciamo molto forte e lui spesso mi dice che mi vuole bene, e quando me ne vado sono triste e vedo la sua figura in piedi che fa ciao con il braccio ingessato e mi viene da piangere.

Io vorrei che Mohamed fosse felice e al sicuro, e che tutti i suoi sogni si avverassero.

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Buoni propositi.

Quando Ife è morto, ho giurato a me stessa che non mi sarei più affezionata a un senzatetto; ero stanca di preoccuparmi per la sua incolumità, di pregare che i ragazzotti violenti e ipodotati girassero al largo, di leggere il giornale la mattina temendo di incrociare un trafiletto che lo riguardava; di scrutare il cielo ogni quarto d’ora sperando che non piovesse, di leggere le previsioni e incrociare le dita contro il gran caldo, di ascoltare il vento aggressivo di febbraio, di notte, chiedendomi se si stesse spaventando; di percorrere le corsie del supermercato alla ricerca della minestra in scatola, ma si manterrà buona con questo caldo? Non sarà meglio portare della frutta? Ma se poi si deteriora? E quel giubbotto lì serve davvero a mio padre? Per Ife non sarà più utile?

Avevo giurato a me stessa che, e invece.

E invece, una settimana fa, ho incrociato il post di un mio contatto su Facebook: una ragazza che conosceva Ife, che ha portato Mosca e Canepiccolo in un luogo sicuro, che si occupa quotidianamente di canucci e persone randagie. Diceva che Mohamed è stato aggredito, gli hanno rotto le braccia a bastonate, e ora è ingessato e ha bisogno di qualcuno che gli faccia le iniezioni di Seleparina; chi può diversi i turni con me?, si leggeva nel post. Io, ho risposto: e pensavo che in tanti avremmo risposto Conta su di me, e invece dopo molte ore avevo scritto solo io, e quindi abbiamo deciso di spartire i turni tra noi. E ho conosciuto Mohamed.

Mohamed, in realtà, lo conoscevo un poco quando Ife era vivo, ma lui non si ricorda di me; si ricorda, invece, della mia bella: o almeno, dice di ricordarsene, di avere passato molte serate con lei, in taverna alla Vucciria o a Ballarò o in locali che ora non esistono più e in cui lui organizzava misteriose serate danzanti; e la mia bella non si ricorda di lui, ma gli dice di sì, per non farlo rimanere male. E io, ché di me non si ricorda nessuno, un po’ ci resto male ma non importa.

Parla moltissimo, Mohamed, e si capisce quasi tutto quello che dice: e sono tutte cose abbastanza centrate, soprattutto quando parla della Jugoslavia di Tito, o della Germania degli anni Ottanta, quando lui era un ventenne che non parlava tedesco e nessuno lo aiutava a trovare gli indirizzi sulla cartina. Parla dei suoi cani e dei suoi gatti, e anche di piccioni e gabbiani e topi. Ride e finge di scappare, quando brandisco la siringa: e quando gli chiedo se gli ho fatto male, che io a fare iniezioni non sono molto brava, sgrana gli occhi e dice che no, non gli ho fatto male io, gli ha fatto male la vita.

Dice che lui e Ife si conoscevano bene, che erano due dervisci: e io non so se sia vero, ma un po’ mi piace crederlo; dice che le braccia gli fanno male, ma che lui preferisce non pensarci: perché a pensare sempre alle cose negative si diventa tristi, e invece lui si sforza di essere sempre allegro e positivo e per questo tutti gli stanno accanto; effettivamente, ho pensato, ha ragione: se le cose negative comunque esistono, a che serve pensarci? Gli ho chiesto se è la prima volta che si rompe qualcosa, e lui ha riso guardandomi, e mi ha risposto che no, si è rotto una spalla e la testa e tanto altro: se si dorme per strada, mi ha detto, queste cose succedono.

Gli ho portato delle pesche gialle e del cibo per cani, ma mi ha detto che aveva già tutto quello che gli serviva, ed è vero; l’unica cosa che gli serve è qualcuno che gli faccia le sigarette, perché con le mani bloccate non può: e io non le so fare, ma la mia bella sì, e gli ha portato cartine e filtri e gliene ha preparate un bel po’, e lui le passava il tabacco e diceva devi metterti al lavoro!, e rideva profondo di gola.

C’era l’eclissi di luna, ieri: e Mohamed mi ha detto che lui ha studiato astronomia e di queste cose ne capisce, e ne capisce davvero, almeno per me: e mi ha spiegato il meccanismo dell’eclissi, e quando siamo andate via abbiamo guardato la luna che diventava bruna, sul mare di Sant’Erasmo, ma Mohamed no, non l’ha guardata, era stanco. Ha studiato ingegneria, dice: dice che era venuto a Palermo proprio per iscriversi all’università, ma io penso che forse in Iran in quel periodo c’era la guerra, e in realtà è andato via per quello. La guerra è orribile, mi ha detto: e parlava della Bosnia bombardata dai serbi, ma forse non solo.

Adesso Mohamed dovrà essere operato, o forse no: beve e non ci sono medici che si prendano la responsabilità dell’anestesia. Forse rimarrà così, con le braccia ingessate e dolenti, a farsi fare iniezioni nella pancia, a ridere e asciugarsi il sudore dalla fronte col polso steccato. E io, io so solo che ci sono ricaduta: che sono preoccupata per lui, che penso al momento in cui si è svegliato con due persone che lo colpivano; penso al suo dolore, alla paura e alla disperazione, e ringrazio il cielo che al mio Ife tutto questo sia stato risparmiato; penso a quando lunedì sarò lì e lui fingerà di nascondersi per non farsi punzecchiare, e a cosa gli porterò, perché davvero ha tutto ma un regalino vorrei farglielo, ma devo ancora scoprire cosa gli piace. Dice che organizzerà una festa, la prossima settimana o forse anche a settembre: e anche io e la mia bella siamo invitate, e io ci tengo moltissimo a venirci, perché Mohamed dice che la cosa che sa fare meglio è fare divertire gli altri, e la cosa che lo rende felice è vedere gli altri che si divertono.

Penso a Mohamed, adesso, e sono triste e in ansia, e accidenti a me: non so mai rispettare i miei propositi.

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Chi ha deciso che non tocca a noi?

La domenica mattina è una delle parti della settimana che preferisco; solitamente la mia bella, dopo aver sbuffato e imprecato sottovoce per la mia lentezza nel prepararmi, mi pungola a fare una passeggiata in centro: camminiamo sottobraccio, sbirciamo qualche vetrina piena di libri, scattiamo foto in cui facciamo le smorfie, ascoltiamo un ragazzo che suona divinamente l’arpa, mangiamo qualcosa. Domenica scorsa, dopo aver zampettato al gelo per più di un’ora, abbiamo scoperto con sgomento che la nostra panineria del cuore era inspiegabilmente chiusa. Armate di ombrello e cappucci ci siamo impegnate ad affrontare un altro quarto d’ora di strada, per rifugiarci in un piccolo locale dove preparano toast gradevoli a prezzi assurdamente alti. Complice la pioggia, sedute sugli sgabelli c’eravamo solo noi. Mentre aspettavamo i nostri toast – gradevoli ma costosi, mi sembra di aver detto – è entrata una signora molto anziana, vestita decentemente, a lutto stretto, e con una borsa in mano. Era agitata, affranta: ci ha chiesto una bottiglietta d’acqua, Nessuno mi aiuta, ho fame, nessuno mi dà niente, mi date qualcosa? Non avremmo mai avuto motivo, né voglia, di negargliela: eravamo in un posto gradevole ma caro, un paio di euro in più non ci costavano molto e lei poteva essere nostra nonna; se chiedeva dei soldi era povera, o mentalmente instabile, o entrambe le cose: avrebbe avuto bisogno anche di un abbraccio, un pranzo completo e qualcuno che si prendesse cura di lei. L’acqua era proprio il minimo sindacale. Ho fatto segno alla ragazza alla cassa, impegnata a ciancicare una gomma, di dare l’acqua alla signora: che le desse anche il resto di due euro, per favore, all’arrivo dei toast avrei pagato io. Gliela ha porta con fastidio e, mentre la vecchietta si allontanava, le ha detto a brutto muso Per oggi non farti vedere più. Alle nostre facce allibite ha risposto Ma questa qua ogni giorno è qui. Abiterà in zona, allora, ho risposto io schiumando, e la mia bella, che oltre che essere bella è molto paziente, come dicevo prima, mi ha stretto con calma un ginocchio per intendere Piantala, non cominciare a litigare, non serve a niente, probabilmente lo ha detto perché gli altri clienti, di solito, si lamentano. Abbiamo mangiato i toast gradevoli ma costosi, siamo andate via: per quel che mi riguarda, non credo ci tornerò più.

Ho raccontato questa storia a un pungo di persone, e molte si sono strette nelle spalle: Che esagerazione, hanno pensato (e a volte detto), mica l’ha cacciata a pedate. Qualcuno mi ha anche risposto Ma non è che si possono dare soldi a tutti, e a me la frase è suonata molto come Non è che possiamo far entrare tutti, motto di quelli che vorrebbero chiudere le frontiere e dire Io sono nato in Italia per miei imprecisati meriti, tu sei nato in un posto sfigato per tuoi specifici demeriti, cavoli tuoi. Quando è che abbiamo iniziato a pensare che non fosse colpa nostra, se una donna che potrebbe essere nostra nonna chiede l’elemosina per strada? Quando abbiamo deciso che sono solo problemi suoi o della sua famiglia? Sarà stato quando abbiamo scelto di delegare la cura dei poveri a un fantomatico “altro”, forse; o quando abbiamo deciso che ancora oggi, nel 2017, il colore della pelle preclude alcuni mestieri: o è una mia impressione, che non ci siano maestri elementari neri, nelle scuole pubbliche? Ogni volta che alziamo le spalle, ogni volta che diciamo Non ho soldi mentre addentiamo un insulso toast da sei euro, ogni volta che cacciamo con malagrazia un venditore di rose, che ci scrolliamo dal finestrino il questuante senza neanche dirgli una parola, penso che una parte della nostra umanità vada in malora. Può anche essere vero che non si possono dare soldi, ogni giorno, a tutti (ma davvero lo è?): ma si possono dare parole, ascolto, un sorriso; si possono segnalare le situazioni a rischio a chi se ne occupa, si può anche solo dare un abbraccio. Cosa ci può succedere di male? Potremmo anche trovare un nuovo Ife sulla nostra strada.

Il toast incriminato era ripieno di prosciutto crudo, ricotta e fichi: gradevole l’idea, non troppo saporita la realizzazione, esoso il conto. In una parola, indigesto.

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Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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Vivere in strada (non sempre è una scelta).

A Palermo vive una lenzuolata di senzatetto; c’è chi ha la fortuna di ripararsi in un camper o in un’auto, chi si adatta a una tenda, chi ha scelto di trascorrere il suo tempo in un angolo sotto i portici o nel portone di un albergo in disuso. Alcune persone senza casa vivono insieme, in comunità grandi e stranamente strutturate dove i rapporti sono stretti e ingarbugliati e difficilmente spiegabili, fratelli cugini fidanzati compagni di lotte; altre da sole, al riparo da sguardi e parole. Qualcuno ha cani, gatti o coniglietti a fargli compagnia: bestioni ringhianti e pulciosi e ispidi e zamputi, ottimi per difendere un materasso sporco e per scaldare dei piedi intirizziti in una notte di gennaio, per lappare un viso stanco e abbaiare furiosamente a chi osa avvicinarsi al padrone addormentato. Qualcuno ha sacchetti pieni di abiti cenciosi, qualcun altro ha un passeggino o un carrello del supermercato. Qualcuno non ha proprio niente.

Di fronte al mio vecchio ufficio viveva Ife: dopo più di un anno di chiacchiere quotidiane e confidenze seduti vicini sulla coperta arancione, mi manca ancora moltissimo il suo sorriso. Adesso che Ife non c’è più e che la casa editrice si è trasferita da un’altra parte, incontro una mezza dozzina di allegri senzatetto: tutti uomini sulla quarantina abbondante, amanti delle bevute e dei loro grossi e sciocchi cagnoni sbavanti. Hanno riadattato a casa una parte di una inutile piazzetta, chiusa al traffico senza ragioni apparenti; hanno montato mensole a muro e ganci per attaccare i guinzagli, hanno portato reti e materassi, scelto di sfruttare come dispensa il davanzale di una finestra. Ci sono seggiole e cassette in legno che fungono da poltrone, posate e bottiglie e ciotole per i cani. Mi sembra se la cavino abbastanza bene: a Palermo non c’è mai troppo freddo e la gente non è mai troppo diffidente da non regalare qualcosa a chi vive in strada. Ma il punto non è questo.

Qualche giorno fa sono stata contattata da un non meglio identificato amico feisbucchiano: in virtù di una breve discussione sui social, mi chiedeva se avessi voglia di partecipare a una riunione in cui proporre delle idee per il bene dei senzatetto di Palermo. Ho accettato e, trascinandomi dietro la mia bella, incuriosita e sorridente, ho affrontato il traffico cittadino. Alle 18 eravamo già tutti intorno a un tavolo: abbiamo parlato, mangiato cibo etnico, fatto scorpacciata (ok, quello l’ho fatto solo io) di burro d’arachidi. Abbiamo riflettuto sul fatto che l’aiuto ai senzatetto non può essere appaltato esclusivamente alle associazioni di volontariato che, più o meno a pagamento, portano cibo e vestiti e (spesso) preghiere e discorsetti moralistici e benedizioni a chi vive in strada. Abbiamo redatto un documento e stiamo cercando di diffonderlo: chiediamo che i senzatetto di Palermo siano presi in carico dal Comune; che si creino dormitori e si aprano spazi in cui trovare docce, lavanderie, cure mediche e psicologiche. Che si fornisca a tutti la residenza fittizia, che si offrano i presupposti per il reinserimento nel tessuto sociale. Che si diano a tutti delle possibilità: che ognuno possa scegliere se coglierle, e in quale misura, e per quanto tempo. Poi, se qualcuno lo vorrà, potrà restare a dormire in strada, in spiaggia, nelle grotte ai piedi di Monte Pellegrino. Ma che, appunto, sia una scelta.

Sono tornata a casa dopo la riunione, e mi veniva da sorridere: perché, per un attimo, mi sembrava che Ife sorridesse di nuovo.

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Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.

Una manciata di anni fa, nei fine settimana mi piaceva andare a bere qualcosa – una limonata, un frappè, nei giorni di sballo assoluto anche un’acqua tonica con ghiaccio e limone – in un locale di periferia, a due passi da casa. Era un simil-pub-irlandese, con interni rivestiti in legno, tavoli comodi e spaziosi e panchette ben imbottite. D’estate si poteva Hotze Convalisstare fuori, non c’era molta confusione e i camerieri non assillavano per farci ordinare una consumazione al quarto d’ora, pena la tacita espulsione dopo estenuanti pressioni a base di sguardi minacciosi e desiderate altro? Molto spesso, soprattutto il venerdì, c’era un tipetto che cantava: un ragazzo nordeuropeo, palliduccio e pelato, silenzioso e poco appariscente; suonava la chitarra, a volte era in coppia con un altro giovane, e intonava pezzi che ci piacevano: canzoni dei Doors, dei R.E.M., di Simon & Garfunkel. Per un lungo periodo, il locale è rimasto aperto, ma del ragazzo non si ebbero più notizie: poi riapparve, smagrito e solitario, nelle strade del centro. Un trafiletto su un giornale locale comunicò che si trattava di un giovane senza fissa dimora, che dormiva in auto, veniva dall’Olanda, aveva avuto guai con la giustizia.

Intanto il locale aveva chiuso, e io avevo conosciuto Ife; la domenica pomeriggio Ife, Mosca e canepiccolo la trascorrevano in centro, accoccolati su un marciapiede ad ascoltare la musica. A Ife piaceva: he’s good!, mi aveva comunicato una volta, indicandomi col pollice proprio lui, il tipetto pallido che sussurrava al microfono che People are strange when you’re a stranger; mi aveva chiesto di restare con lui, almeno per un’altra canzone, ma io gli avevo detto che dovevo andare, e ancora adesso quelle parole mi strappano un pezzetto di cuore.

Oggi, sul solito giornale locale, ho letto che il ragazzo che ogni domenica, con qualche amico e un altoparlante, fa compagnia a chi si trascina indolente per negozi, è stato multato; gli hanno sequestrato gli strumenti, quelli che tiene nell’auto in cui vive insieme al suo cane. Aveva un’autorizzazione, rilasciata dal Comune, ma le nuove ordinanze prevedono che non si possano utilizzare gli amplificatori per suonare all’aperto: neanche di pomeriggio, neanche in un viale che rimbomba di voci, di Cicciuzzo torna qui altrimenti ti fazzu viriri io!, di motorini che attraversano sprezzanti le strade chiuse al traffico. In una città in cui impera il posteggio selvaggio nelle zone pedonali, in cui impiego un quarto d’ora ogni mattina a disincagliare la mia auto da tutte quelle posteggiate in doppia fila, in cui torme di parcheggiatori abusivi hanno colonizzato piazza Borsa – teoricamente zona rimozione per la sicurezza di un magistrato antimafia che abita lì -, in cui interi quartieri sono ostaggio della malavita e mai si è visto un poliziotto multare le decine di locali non autorizzati che sparano musica ad alto volume a Ballarò o alla Vucciria, l’ordine pubblico e il decoro delle strade vanno garantite a tutti i costi: ad esempio, sottraendo a un musicista la possibilità di vivere decentemente.

Sono molto arrabbiata: perché mi piaceva ascoltare il giovane olandese e la sua voce bassa e struggente, perché mi disturba molto di più chi cerca di impormi il pizzo per lasciare la macchina in mezzo a una strada, perché mi sembra che si tratti solo di ipocrisia, perché vorrei che qualcuno proponesse una colletta sui social per ricomprare chitarra e amplificatore che ora prendono la muffa in una magazzino. Perché, ogni volta che vedevo un drappello di persone riunite intorno a quel microfono, avevo l’illusione che anche Ife fosse lì.

https://www.youtube.com/watch?v=ZRAr354usf8

 

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Ricordate che questo è un uomo.

Ho riletto per l’ennesima volta Se questo è un uomo. L’ho ripreso dopo aver terminato, di nuovo, I sommersi e i salvati; l’ho cercato nella libreria dei miei genitori, con un senso di allarme crescente mentre mi capitavano fra le mani smilzi volumetti sulla cucina vegana e manuali sull’applicazione del metodo Montessori nell’educazione dei meticcetti biondi méchati. L’avevo davanti agli occhi, nell’edizione in cui al testo è abbinata La tregua: un libro dalla copertina chiara che avevo comprato, ragazzina, dopo aver letto qualche stralcioprimo levi nell’antologia di scuola. Quando ormai disperavo di trovarlo, tra una copia di Cent’anni di solitudine e il dvd di una commedia di De Filippo, è saltato fuori. L’ho iniziato di nuovo, Se questo è un uomo, e ricordavo quasi tutto, l’ho letto moltissime volte. Ma, per la prima volta, mi sono commossa.

Ho pianto come una cretina, col libro in mano e le spalle scosse dai singhiozzi, la schiena poggiata al termosifone della cucina; ho pianto, ed ero stupita, perché di solito non mi succede, e perché il punto che mi ha scossa non era particolarmente drammatico, visto il tenore della storia. Era il momento in cui Primo Levi racconta che, appena arrivato nel lager, diretto alle docce con un gruppo di italiani sconvolti, tremanti, terrorizzati e assetati come lui, mentre era costretto a denudarsi, aveva sentito un uomo chiedere se dovesse togliere, insieme ai vestiti, anche il cinto per l’ernia. Un particolare insulso, a ben pensarci; quest’uomo è morto, è andato in gas, probabilmente, pochi minuti dopo aver pronunciato quelle parole. Ma a me, più che la sua morte inumana e assurda, più che la violenza sistematica e cieca, più che l’orrenda ottusa prevaricazione, l’idea del cinto per l’ernia ha dato i brividi, e tirato fuori una tristezza senza remissione, fonda, atavica: forse perché anche mio padre lo ha indossato per un po’ di tempo, forse perché quell’uomo, in una folla senza volto, è diventato una persona ai miei occhi: una persona che, prima di scontrarsi con l’atroce idiozia dell’altro, aveva una vita e degli affetti, e un lavoro e abiti e una casa, libri padelle forchette cuscini, e soffriva di mal di schiena. Una persona.

Quando si parla di Olocausto, quando se ne discute in vista della Giornata della Memoria o in occasione di qualche brutto gesto antisemita, si parla di numeri: di cumuli di corpi, di milioni di morti (milioni!), di ghetti in fiamme, di paesi scomparsi. Ma raramente si pensa alle persone che c’erano dietro: che indossavano un cinto per l’ernia, che facevano il bagnetto alla propria bambina su un carro bestiame in viaggio verso l’abisso, che avevano studiato chimica o sapevano aggiustare scarpe; erano cuochi o medici o casalinghe, erano fratelli genitori figli amici di qualcuno, erano persone. Se ci penso ho i brividi. Sono diventata una vecchia sentimentale lacrimosa.

In questi giorni, Palermo assiste a una escalation di violenza nei confronti dei senzatetto. Aggressioni bieche, che mi lasciano una rabbia cieca e un unico, inutile sollievo: pensare che a Ife tutto questo sia stato risparmiato. Cosa c’è, dietro questo orrore? Pura idiozia, fanatismo, emulazione? Crisi, economica e morale, mancanza di educazione, di maturità, di valori? Non lo so, non lo capisco, forse non voglio neanche saperlo. Ma forse, se in uno sconosciuto che dorme in mezzo a coperte e sacchetti e cartoni, si riuscisse a vedere una persona, che non mangia carne, o che beve troppo, che sorride sempre come faceva Ife o che non sorride mai come fa Bogdan, le cose sarebbero molto diverse.

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Indignazione.

Alcuni avvenimenti fanno “più notizia” di altri, si sa; i motivi sono numerosi e, per me che non sono esperta di mezzi di comunicazione, imperscrutabili: ma mi sono sempre chiesta perché accadimenti sovrapponibili – due rapimenti, due furti, due omicidi – abbiano coperture mediatiche totalmente diverse. Un fatto si ritrova a rimbalzare tra telegiornali e quotidiani e periodici con pressante assiduità, un altro viene bisbigliato solo a pochi intimi, a pagina 42 di un giornale locale. Alcune notizie, poi, suscitano nei lettori più indignazione e scalpore di altre: la recente strage alla redazione di Charlie Hebdo è una di queste. Il fatto è gravissimo, inaudito, è chiaro: ma, dal mio parzialissimo osservatorio feisbucchiano, noto che anche persone che non si sono mai occupate di altro che dei propri pasti (che buone le mie uova al bacon!) o dei propri calzini (pronta per uscire!) si sono precipitate ad indignarsi. Come mai?

Da quando ho conosciuto Ife, sono in contatto con diverse reti di volontari che si occupano di senzatetto. Alcune mi piacciono più di altre, di quasi tutte contesto la vocazione eminentemente religiosa: ma è indubbio che ognuna delle persone che ne fanno parte, per le motivazioni più varie (e delle quali non mi importa nulla), faccia qualcosa di bello, utile e importante. Per questo motivo, spesso leggo i bollettini delle ronde notturne: per sapere se Jana ha ricevuto le salviette imbevute che chiede sempre, se Bogdan ha di nuovo problemi col cane, se Mohamed si trova bene nel furgone nuovo. Qualche giorno fa, una delle comunicazioni mi ha fatto inorridire: un senzatetto era stato aggredito, qualcuno gli aveva rubato i soldi e poi gli aveva dato fuoco. Viveva, vive ancora, sotto i portici di piazzale Ungheria: e lì, il pomeriggio, sedeva Ife, su un quadrato di cartone, con una lattina di birra ai piedi e Mosca raggomitolato accanto, Canepiccolo intento a saltare addosso ai passanti. Lì, di fronte a quei portici, Ife sorrideva e giungeva le mani nel suo speciale saluto, e si toccava il petto e mi raccomandava di non mangiare mai polpo né frutti di mare, per favore. Il mio primo pensiero è andato a lui: morto prima di conoscere la cattiveria gratuita e viscida del palermitano medio, quello che non vuole barboni nel suo salotto buono; morto pensando con terrore alle bombe irachene, senza sapere di dover temere, piuttosto, i ragazzini viziati e prepotenti delle nostre strade. Graziealcielo non c’eri, Ife. Grazie al cielo.

Poi ho pensato a Vito: che ora è di nuovo lì, con le ferite infette, inerme e terrorizzato. E ho pensato a tutti i cartelli con Io sono Charlie inalberati su Facebook, e all’indignazione facile e comprensibile e gratuita e gratificante per qualcosa che quasi nessuno, fino a ieri, conosceva. È comodo, pratico, non costa nulla: nessuno chiederà a chi li esibisce di alzarsi e andare a manifestare per i giornalisti uccisi, né di cambiare di una virgola la propria vita. Indignarsi per ciò che è lontano, altro da noi, è semplicissimo: è indignarsi per Vito che è più difficile, perché mette in moto un perverso meccanismo, quello che culmina con cosa ho fatto io per evitarlo? Dov’ero? Dov’eravamo, noi, quando i residenti della zona tuonavano contro gli immigrati che ci pisciano sotto casa? Dov’eravamo, a cosa pensavamo? E cosa possiamo fare, da domani, per non farci più cogliere impreparati? Indigniamoci per chi pretende la libertà di parola: ma anche per chi chiede solo di vivere in pace.

Sto sviluppando una dipendenza per i libri di Brendan ‘Ocarroll; in pchi giorni ho letto Agnes Browne mamma, I marmocchi di Agnes e sto finendo Agnes Browne nonna. Sono deliziosi: leggeri e quasi infantili negli eventi narrati, ma rassicuranti, pieni di spirito e allegria, semplici come fiabe e veri come romanzi di costume. Una scoperta davvero gradita.

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Indignazione.

 

Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha annunciato con sottile piacere che comminerà multe salate a chi offre cibo e bevande ai senzatetto della città; ha tenuto a sottolineare, sempre con la vaga soddisfazione di cui sopra, che il provvedimento colpirà in maniera più severa le associazioni che si dedicano all’assistenza ai bisognosi. La notizia, di per sé, è ributtante come poche: ma da Tosi, sinceramente, non penso ci si aspettasse qualcosa di diverso. Quello che mi disturba in maniera particolare è la reazione della “gente comune” al provvedimento.

Sui social network, molte persone hanno postato l’articolo che riportava la ferale notizia, con commenti più o meno indignati. Ma, appena il discorso è stato approfondito, in molti ho notato una traballante apertura alle posizioni di Tosi. Molti amici di amici si dicevano preoccupati di una invasione di senzatetto nel salotto buono della città: dio mio, vi immaginate piazza Politeama piena di clochard, tra spazzatura e materassi per terra? La sporcizia, in questa visione catastrofica del mondo, regnerebbe sovrana. Che dramma, eh.

Ora, neanche io sarei lieta che piazza Politeama, o qualsiasi altra piazza o strada di qualsiasi città, fosse disseminata di persone che dormono all’addiaccio: ma non per una ipotetica questione estetica, ma perché non mi piace pensare che ci siano tante persone che non hanno un tetto sopra la testa, un bagno in cui lavarsi o una porta da chiudere per lasciare fuori il mondo almeno per qualche ora. Dormire all’aperto è faticoso, stressante, scomodo e umiliante. C’è sempre troppo caldo, o troppo freddo, o troppo buio, o troppo rumore. Può passare qualcuno, può non passare mai nessuno: si può morire per strada, il 30 dicembre, da soli, perché è domenica e alle 13:00 tutti sono a tavola ad affrontare il piatto di pastasciutta regolamentare. Questo, non vorrei mai che accadesse: che continuassero ad esserci persone che devono stendere il braccio e sorridere per mangiare, che devono insegnare ai propri cani a mordere per sentirsi meno insicuri, che devono sperare nella ronda notturna di un’associazione caritatevole per andare a dormire con la pancia piena. Questo mi disturba, questo mi fa indignare, questo non riesco a sopportare. Altro che salotto buono, altro che strade da mantenere nel decoro: ho conosciuto poche persone decorose come Ife, e sarei fiera di stare ancora una volta seduta sulla coperta arancione accanto a lui. Quanto alla sporcizia, la prima cosa che chiede un senzatetto, oltre al cibo, è di solito il sapone. Tra le cose di Ife abbiamo ritrovato bacinella, saponetta, un pezzetto di specchio e un pettine, e un asciugamani che gli avevo regalato io, d’estate. Jana chiede sempre le salviette imbevute, Gianna si lamentava di non poter fare una doccia e cercava fazzoletti e assorbenti. Ife teneva quei due metri quadri che erano la sua casa in ordine perfetto: adesso i vasetti con i fiori sono spesso ribaltati, una candela votiva ha macchiato di fuliggine le pareti, la tavola di compensato che fungeva da muro è stata divelta, la foto che avevo appeso è stata rubata.

Ife non apprezzava i libri, e considerava la lettura un passatempo sciocco e pericoloso: ma era curioso e attento, e ogni volta che mi ha vista passare con un volumetto in mano ci ha tenuto a sfogliarlo. Adesso sto leggendo un’insulsa raccolta di gialli, Giochi criminali: ho finito solo i racconti di Maurizio de Giovanni e Giancarlo De Cataldo e sono a metà di quello di Diego De Silva, e sono abbastanza stufa.

Infine, Ife mangiava solo piatti vegani: quindi, avrebbe amato le frittelle di cipolle che adesso fanno impazzire mia madre. Una grossa cipolla bianca, pulita e tagliata a pezzi grossolani, va amalgamata con farina di ceci, curry, seni di finocchio. Si aggiunge acqua fredda fino a trovare una consistenza collosa e abbastanza solida e si frigge in olio bollente. Salate e servite ben calde.

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Addio, Ife.

Non è facile scrivere qualcosa che non sia banale o retorico o già sentito, oggi. Non è facile, a sei giorni dalla morte di Ife, commentare in un modo che non sia lacrimevole, o stucchevole, o semplicemente alieno, non-suo. Domenica scorsa, all’ora di pranzo, Ife è morto: Ife, il cui vero nome era Fia, e io lo sapevo ma, dopo averlo chiamato così per mesi, perché quando mi ha detto per la prima volta il suo nome stava dormendo e io avevo una banana in mano e Mosca abbaiava e io avevo equivocato, ho deciso di non cambiare; e lui rideva e lasciava fare: se è per questo, neanche lui ha mai creduto che mi chiamassi davvero Maria.

Per dirla tutta, non credeva neanche alla mia età: e quando mi chiedeva quanti anni hai? e io rispondevo trenta, lui scuoteva la testa e diceva nooo, e rideva. A molte delle cose che gli dicevo, non credeva: che potessi avere un nonno di novantadue anni, per esempio. Davvero?! ha risposto quando glielo ho confermato, e si guardava intorno con gli occhioni sgranati: era convinto che lo stessi prendendo in giro. Non ci credeva, quando mi chiedeva se avevo problemi e rispondevo di no: tutto, tutto problema, diceva, e mi faceva capire che non potevo non averne: solo, non capivo di averne, ecco. Di altre cose, però, era convinto: ad esempio, che avrei dovuto dormire di più, soprattutto la domenica, e che non fosse una buona idea farmi camminare da sola per le strade di Ballarò; o anche, che sarebbe riuscito a curare il mio piede dolente: dammi un anno, aveva detto, e vedrai che studiando ti risolvo il problema. Adesso mi fa un bel po’ male, Ife, dove sei?

In questo anno in cui ci siamo visti quasi ogni giorno, mi ha detto molte cose, e molte me ne ha chieste: cosa fai, dove vai, sei sposata? Che lavoro fai, ti piacciono i fagioli, vai mai a Monte Pellegrino a fare una passeggiata? È scattato in piedi per abbracciarmi, quando gli ho detto che il semi-labrador era morto: di domenica anche lui, porcamiseria. Ha tentato di spiegarmi molte cose: come tenere i problemi fuori dalla porta, come mangiare bene, come trattare i cani; cosa leggere, a chi dare confidenza, cosa temere. A una settimana dalla sua morte, mi ricordo ancora molte delle sue parole, e molti dei suoi gesti: il modo in cui si lisciava i capelli con i palmi prima di venirmi incontro, il suo sguardo mentre si pettinava la barba, la mattina; gli occhi gonfi di sonno e lacrimosi in inverno, le gambe sottili nei calzoncini corti, d’estate. Il suo modo di porgermi la mano, col palmo in su, il gesto di toccarsi la spalla per dire fa freddo e il dolore è più forte. Il portamento elegante quando, con camicia bianca, jeans e scarpe rosse, camminava coi due cani al guinzaglio per via Crispi, sereno, di buon umore; il suo amore per il giaccone blu che gli avevo dato: e dire che aveva reagito malissimo, quando lo aveva visto, non portarmi cose, non ho spazio. Mi ricordo il suo modo di dirmi tutto problema, e il gesto che indicava un mondo che si allarga fino a scoppiare. Il suo fastidio per le macchine, l’amore per la birra in lattina, la delicatezza con cui, uno degli ultimi giorni che ci siamo visti, si è infervorato a parlare e poi mi ha preso il sacchetto dalle mani e mi ha detto it’s for me? Sì, Ife, era per te, come i fiori che ti ho lasciato, come le carezze per Mosca e Canepiccolo, come i pensieri che ti rivolgo. La sua passione per i pomodori secchi (ooh, that’s good!), il cardigan di grossa lana beige degli ultimi giorni, la polo verde dell’estate. Il giorno in cui Mosca è stato male e voleva accompagnarmi a piedi al canile, e la sua aria spaesata, poi, seduto in macchina accanto a me. Il suo sorriso pieno e fiducioso, aperto, di cuore, il bacio che mi ha dato il giorno che Mosca si è perso e gliel’ho riportato; la volta che mi ha detto sei bella così, sei un dono del cielo, e quella in cui ha riso esclamando hai le lentiggini! Il suo sguardo inquieto quando Gunther mi ha aggredita, il volto rilassato quando la domenica andava ad ascoltare la musica, loro sono bravi, sai? L’apriscatole sempre accanto al letto, i mocassini marroni col tallone piegato da usare come pantofole, la lattina di mais svuotata e utilizzata come portaposate. I suoi consigli: non devi fumare, tu sei piccola, io sono grande e posso, devi fare un po’ di sport, cerca di non stare sempre al computer, e non mangiare mai il polpo; trova qualcuno che ti rispetti, e ricordati, saluta mamma e papà. Sì, Ife, te li saluto, non temere: ma un’altra volta dimmelo, se pensi di andare via. Ti ho salutata con quella ciotola di zuppa calda, spero solo che ti sia piaciuta.

Ciao, Ife, e grazie: il tuo sorriso mi faceva stare bene, lo sai.

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