Abitudini.

Penso di essere la persona più abitudinaria e metodica sulla faccia della Terra.

Faccio la spesa ogni lunedì, costringendo Ste a scegliere il menu dell’intera settimana per comprare solo l’esatta quantità di cibo che consumeremo: e mi confondo e agito quando qualcuno ci invita a cena senza preavviso, o devo restare a pranzo in ufficio, o mia madre ci dà un gateau di patate con prosciutto e scamorza affumicata e devo posticipare il risotto o il petto di pollo che avevo previsto per quella sera.

Ogni mattina, prima di uscire bevo il caffè e inzuppo due biscotti e mezzo: non due, non tre o quattro, ma due e mezzo. Ogni mattina, appena arrivata in ufficio, mangio il mio pacchetto di insipidi crackers integrali, e a mezzogiorno, quando le campane della chiesa di San Francesco d’Assisi suonano, scendo con collegasimpatica e collegacanealpha a prendere un macchiato al vetro: e, dato che non ho mai preso altro in tutti questi anni, il barista lo sa e mette il piattino e il bicchiere d’acqua sul bancone prima che apra bocca.

Ogni mercoledì e sabato annaffio le piante, ma solo d’inverno: in primavera e in estate e in autunno le annaffio ogni giorno, prima di uscire per andare al lavoro; le annaffio sempre, anche se sono in ritardo, o se devo uscire molto presto, o se c’è una sciroccata violenta e il vento bollente asciugherà la terra prima ancora che io abbia posato l’annaffiatoio arancione sotto il lavello della cucina.

Ogni mattina, in macchina, ascolto musica: e la ascolto quasi solo in quel momento, la mattina mentre guido, e poi la sera mentre pulisco la cucina. Nel resto della giornata non la ascolto quasi mai.

Ogni giorno, prima di alzarmi dal letto, controllo lo smartphone: scorro le email, le chat di whatsapp, le notifiche su Facebook. Un tempo, mandavo un messaggio di buongiorno alla Mate: e da due mesi non lo mando più, e questo mi dà un senso di incompiuto, di strappo, di mancanza. Adesso, invece, scrivo alla responsabile del dormitorio dove passa la notte Mohamed, per chiedere se ha dormito bene, se si è svegliato di buon umore, se è già andato via, con la borsa della spesa che contiene tutte le sue cose su una spalla, il telefonino in tasca, una cicca spenta tra le labbra e il suo broncio perenne.

Ogni sera, prima di andare a letto, verifico di aver chiuso la porta di casa: e, anche se controllo ogni sera, spesso Ste mi chiede se l’ho chiusa, e allora mi viene il dubbio di non averlo fatto, e quindi mi alzo e vado a controllare di nuovo.

Ogni sabato mangio la pizza: ed è sempre una margherita, e la prendo sempre da Peco’s, e Ste prende sempre una romana, e un po’ ci rimango male quando vado a pagare e mi chiedono cosa desidero, perché chiedo una margherita e una romana e una bottiglietta di cocacola da parecchi mesi, ogni sabato.

Ogni domenica ci alziamo tardi, e io metto la sveglia presto per poter leggere a letto: e poi andiamo a fare una passeggiata in centro e mangiamo un panino fuori, e io prendo sempre un panino con la bresaola. Solo una volta, molti anni fa, amicastorica mi ha detto di non prendere il solito panino con la bresaola, e ne ho preso uno con gorgonzola e prosciutto crudo, e ancora adesso me ne pento.

Ogni volta che andiamo al cinema, posteggio la macchina nella stradina adiacente, e poi all’intervallo prendo un Magnum bianco: ed è l’unica volta in cui mangio il gelato, ché di solito non lo prendo mai.

Ogni volta che andiamo a prendere qualcosa dopo cena, prendo un tè verde al gelsomino: e, anche se so che poi dormirò male, bevo tutto il tè che c’è nella teiera, e ne vorrei ancora.

Ogni notte, prima di addormentarmi, leggo un po’: anche se è capodanno e sono le tre passate e sto cascando dal sonno, leggo almeno due righe, altrimenti so che non mi addormenterò.

Ogni mattina, quando mi sveglio, mi sento molto stanca, e insieme molto felice: perché Ste è lì, e il suo respiro regolare è dolce e tiepido, e io ancora non mi capacito che sia tutto vero.

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Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

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Dieci (e più) buoni motivi per far sorridere laMate.

LaMate è la prima (e più assidua) lettrice di questo blog; non fosse stato per lei – nel senso, perché ho paura di lei – questo spazio non esisterebbe più da tempo. Solitamente, in vista del sabato, laMate mi pungola a partire dal martedì, con ritmo in lento continuo crescendo, una marea di messaggi e post e alert che sale costantemente: e io, che temo più di ogni altra cosa di deludere chi mi circonda, il giovedì inizio a pensare a cosa scrivere, e mi arrovello e lagno e chiedo aiuto a Ste’ e non ho idee e vaglio cinque o sei proposte diverse e le inizio e le boccio e le cancello e poi mi dispiace di averle cancellate ma ormai è fatta, e il sabato mattina mi alzo presto perché non voglio che laMate dica che sono in ritardo.

Oltre che la lettrice principale di questo blog, laMate è soprattutto una mia amica, un’ottima amica; è divertente e affettuosa e incoraggiante e presente, ha tante cose da raccontare, mi ha dato la ricetta del risotto con le zucchine e mi ha consigliato molti libri. Il primo regalo che abbiamo ricevuto per la casa nuova è stato il suo; quando mi sono bruciata le dita con un coperchio bollente, mi ha inviato una coppia di raffinate presine fatte a mano. Quando Mirò è morto, ha preso un aereo per abbracciarmi e lenire il dolore lancinante per la perdita del mio amato semi-labrador. Mi ha tenuto virtualmente la mano, la notte che ho trascorso in ospedale su una sedia accanto a mia madre che era morta e poi non era più morta. Mi ha mandato, per anni, un incipit al giorno, e per mesi un messaggio di buona notte. Vuole bene a me e Ste’ e canenando, con slancio e intensità, come pochi altri.

Adesso non sta bene e non è molto contenta; per questo, chiamo a raccolta tutti gli amici lettori di questo post: suggeriamo insieme alla Mate qualche buon motivo per sorridere.

Il Gp: che non è il Gran Premio automobilistico, ma è il marito della Mate; è alto e bello, e poi ha portato in Italia Mordillo e Holly Hobbie e per questo si è conquistato un posto di riguardo nel mio cuore.

La Olga che fa la Fracci: la Olga è la canuccia della Mate. È color pavimento in cotto, ama le mele, frigna per i formaggini e danza adorabilmente sulle punte.

Vecio: che è il fratello della Mate, è un vecchio brontolone ma, sotto strati di bestemmie e rimostranze, nasconde un cuore d’oro.

I libri di Stephen King: che a me spaventano a morte, ma alla Mate, vai a sapere perché, piacciono molto. E anche quelli di Tullio Avoledo.

Il kindle, e il guantino da kindle; quest’ultimo è un simpatico accessorio che laMate ha creato per non ghiacciarsi la mano reggi-kindle, quando legge a letto, e che io le invidio da morire.

Le canzoni di Guccini: che io trovo disperatamente tristi già dal terzo accordo, ma.

Facebook, e soprattutto gli amici di Facebook: che siamo un bel gruppo nutrito, e aspettiamo con ansia che laMate torni online.

Le panelle: e la promessa, immancabile, che appena laMate tornerà a Palermo la porteremo a mangiarne a volontà.

Verona, anche se a me non ha fatto una grande impressione.

E poi, in ordine sparso: il colore blu, la frittata (che nei miei post non può mai mancare), i nipoti, soprattutto il grande e la piccola; e poi la Olga che abbaia ai gatti, la nazionale di pallavolo, il risotto, il passato di verdure, il cioccolato. E ancora la città di New York, la cagnina azzurra di Facebook, Gino Strada, i gamberi (pochi), la primavera, le giornate di sole, leggere sul divano, il piumone, i segnalibri, gli abbracci.

Ecco, Mate, io la mia parte l’ho fatta: ora tocca a te, sorridi.

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Lei e io.

27971888_10213530982581685_5674496827687215036_nLei vede tanti film, io no; è in grado di passare un pomeriggio vedendo due o tre film di fila, mentre io, dopo la prima mezz’ora, mi annoio e inizio a cincischiare con lo smartphone e prendere qualcosa da mangiare e poi mi addormento sul finale. Lei al cinema non dorme mai, io invece sì: e quella volta che abbiamo visto This must be the place mi sono persa quasi tutto il secondo tempo e non ne ho capito granché e lei si è arrabbiata. Io mi arrabbio sempre, e lei mai: mi arrabbio quando le macchine non scattano al verde, quando nella pattumiera non c’è il sacchetto, quando il cassiere parla con il banconista e tarda a darmi il resto, quando non sento bene al telefono. Lei non si arrabbia per queste cose, ma di solito le ignora.
Io parlo sempre, lei no: e quando andiamo da Mohamed lui glielo fa notare e io dico che lei è così, non parla; lei in compenso ascolta molto, e non dà consigli se non glieli chiedi e non giudica: e io invece blatero e do consigli e mi infilo in ogni discorso. A me la gente racconta sempre i fatti propri, a lei no: quindi io so sempre cose che non vorrei sapere, e invece lei non le sa ma non le vorrebbe neanche sapere e quindi non le importa.
Lei fa le parole crociate, e anche io: e quando compra la Settimana enigmistica cerco i giochi che non le piacciono e li faccio io, perché a lei piacciono i cruciverba a schema libero e gli interdefiniti e a me gli incroci obbligati e la ricerca di parole crociate.
A me piacciono le serie televisive, e anche a lei piacciono: e di solito scegliamo una serie e la vediamo da cima a fondo, e se è una serie che io non ho visto e lei sì faccio un sacco di commenti, se invece è una serie che ho visto io e lei no e le chiedo che ne pensi risponde che le piace e basta.
A lei piacciono la bistecca, il purè, il sushi e la frittura di pesce, a me le zuppe e le insalate e la pasta e lenticchie; lei prende il gelato pistacchio e nocciola e io quello alla frutta: ma tutte e due prendiamo la coppetta invece della brioche, e a tutte e due piacciono la pizza di Peco’s e il pollo arrosto e il riso alla Cantonese e la frittata con le patate. A me piace molto come cucina lei, ma le scoccia e lo fa raramente: e a lei piace come cucino io, e mi dice sempre che buono!, anche se il risotto è venuto senza sale.
A lei piacciono il mare, la montagna, la natura, i paesini, i mercati, le passeggiate; a me piacciono le città molto grandi, le metropolitane, le librerie. A lei piacciono di più i gatti, a me di più i cani: ma prenderemo un gatto, perché a portar fuori il cane mi spavento. A lei a mare piace fare il morto a galla e poi aprire gli occhi e vedere tutto che luccica, e io invece non faccio il bagno quasi mai perché sento freddo. Lei non sente mai freddo, e in pieno ottobre gira con la magliettina e io le chiedo di mettersi una sciarpetta e lei non vuole; io invece porto morbidi golfini di lana e sciarpe e giubbetti imbottiti e mi lagno perché non posso ancora indossare il mio cappello-sei-pecore. Io, prima di conoscerla, non mettevo mai il cappello, perché mi sembrava che non mi stesse bene e non sapevo che fosse così confortevole; adesso lo metto sempre e lei non lo mette più perché ha caldo. Prima di conoscerla, io non sapevo molte cose: tipo, appunto, che d’inverno bisogna mettere il cappello, e che i barattoli di maionese, quando sono ancora sigillati, si tengono nell’armadietto. Non sapevo neanche che se spalmi il burro sulla fetta biscottata prima di mettere la marmellata viene più buono: e io invece mettevo solo la marmellata, e infatti non mi piaceva molto.
Quando qualcosa non va, io mi avvilisco subito, e divento nervosa e agitata: lei invece non perde la calma nei momenti di pericolo, e una volta che un cane mi stava per mordere mi ha tenuta ferma e il cane non mi ha morsa. Lei è accomodante e bendisposta e perdona subito: e io, invece, se mi sento ferita porto rancore per molto tempo.
Io sono pigra, e anche lei lo è: e siamo tutte e due molto abitudinarie e pantofolaie, e ci piace stare a casa a vedere qualcosa, sul divano, la sera; e a nessuna delle due pesa passare il sabato così: anzi, ci piace moltissimo, soprattutto se prima ordiniamo la pizza.
Lei è disponibile e premurosa, e se di pomeriggio devo lavorare mi fa compagnia: e quando devo fare eventi e presentazioni viene sempre con me e mi aiuta a portare i libri, e non si lamenta anche se si parla di argomenti che non le interessano per niente e magari è stanca o affamata. Viene così spesso con me che i miei colleghi la conoscono e la preferiscono a me, e i capi la salutano con affetto, e gli autori pensano che anche lei lavori in casa editrice, e io spiego che no, viene con me perché è la mia compagna, e tutti allora mi dicono che devo tenermela stretta, anche se lo so già.
Io sono impaziente e ossessiva e superstiziosa, e lei quando sono agitata mi calma subito: e tutti se ne accorgono e le dicono che ha una pazienza infinita, ed è vero.
Lei mi vuole bene parecchio, e anche io gliene voglio: lei in modo quieto e sereno, maturo, costante, senza scossoni, e io in un modo mio, tutto slanci e scazzi e urla e scuse, e arrivata a fine giornata conto le volte in cui le ho risposto male e mi dispiaccio.
Lei è generosa e allegra, creativa e divertente; sa disegnare, e quando stavamo insieme da poco mi ha fatto un ritratto su un foglio di quaderno e me lo ha dato e io l’ho conservato e ce l’ho ancora. Io sono ordinata e minuziosa e conservo tutto, e lei è disordinata e io mi lamento perché in giro ci sono sempre le sue scarpe e inciampo. Io voglio tutto a mio modo, i bicchieri allineati per colore sullo scaffale, le posate e i pezzi a servire in due scolaposate differenti, i detersivi sistemati secondo un criterio inventato da me nel vano sotto il lavandino: e lei mi asseconda, anche se so che non le importa.
A me piacciono i baci e gli abbracci molto forti e camminare per mano, e anche a lei. E le domeniche mattina, e i panini con bresaola e brie, e Palermo, e stare a balcone nelle sere d’estate, e quando i gelsomini fioriscono e in casa si sente il profumo, e anche a lei piacciono. E mi piace moltissimo lei, ogni giorno un pochino di più.

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Che forma ha l’amore?

39221257_10214917642727322_5961484288397410304_nSe mi chiedessero di disegnare l’amore, saprei subito che forma dargli.

L’amore ha la forma di una persona che fa le parole crociate per ore appollaiata scomodamente su una sedia in cucina: perché qui c’è l’unico tavolo della casa e io devo lavorare e lei non vuole lasciarmi sola. È bianco, l’amore.

L’amore ha la forma di una lampada accesa di notte: perché io sono in cucina a lavorare, e lei è a letto, ma dorme con un occhio solo per aspettarmi. È viola e sa di bucato, l’amore.

L’amore ha la forma di una persona che cena alle 23 senza lamentarsi, perché le ho detto alle 20 che tra un quarto d’ora finisco e lei non vuole farmi fretta. È grigio, l’amore.

L’amore ha la forma di una scatola di pillole lasciata sul tavolo perché non me le dimentichi, e di un mazzo di fiori per l’onomastico; ha la forma di un albero di limoni che presto farà di nuovo i frutti. È verde e agrumato, l’amore.

L’amore ha la forma di un paio di piedi che riscaldano i miei ogni sera, e di una mano che stringe la mia ogni volta che varchiamo la porta di casa. Ha la forma di un sorriso che illumina gli occhi. È di luce e d’argento, l’amore.

L’amore ha la forma del bucato piegato ogni mercoledì sera, di un messaggino con un cuore in una giornata stancante, di una tisana tiepida il pomeriggio. Ha la forma della domenica mattina, per le strade del centro. È caldo e profumato, l’amore.

L’amore ha la forma della spesa ogni lunedì pomeriggio; ha la forma del Che buono! anche se ho preparato solo una pasta col sugo. Ha la forma di una frittata di patate con tante patate dentro. È giallo e dorato e rotondo, l’amore.

L’amore ha la forma di una serie tv, la sera: anche se io pedalo sulla cyclette e lei sta seduta sul divano davanti a me, e sopporta il rumore senza lamentarsi. È rapido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la forma di due bagni a mare, quest’estate: due giornate organizzate per farmi divertire e rilassare, per rendermi felice. È azzurro e fresco, l’amore.

L’amore ha la forma della pizza del sabato sera, al nostro solito tavolo della nostra solita pizzeria: perché non abbiamo molti soldi, e lì la pizza è buona e anche se siamo sedute a una tavolino di plastica sbiadito in una strada tristanzuola di periferia per lei va bene lo stesso. È bollente e sano e riempie la pancia, l’amore.

L’amore ha la forma dello smalto alle unghie, delle mani curate, di una carezza sul viso. È rosso scuro, l’amore.

L’amore ha la forma di una settimana di stress e assenza e molti mesi di nervosismo e stanchezza, di cattive risposte e fretta: e di molti sorrisi a stemperare l’ansia, perché il suo sorriso è l’unica medicina che funzioni, per me. È dolce e paziente, l’amore.

L’amore ha la forma di un bacio al risveglio, delle sue pantofole accanto al letto; del pettine di legno sul bordo della vasca, della tazza rossa sul tavolo al mattino. È abitudinario, l’amore.

L’amore ha la forma della sua voce allegra, di quando mi chiama Bimba o grida evviva!, ha la forma dell’albero di Natale e dei regali e dei biglietti sui regali; della decorazione sulla porta a cui tengo tanto. È morbido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la sua forma, e io dopo tutti questi anni ancora non ci credo.

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Cos’è, per voi, la felicità?

Una settimana fa mi sono imbattuta in un post su Facebook in cui si chiedeva agli astanti se fossero felici. Io ero fuori con la mia bella: eravamo state al centro commerciale e avevamo trovato delle scarpe belle e comode a buon prezzo senza dover girare per ore tra la folla; avevamo comprato un nuovo puzzle per la nostra collezione e anche un cappotto semplice ed elegante, scovato per caso in un negozio dove non avevamo mai messo piede. Di lì a breve saremmo andate a recuperare amicacatanese, avremmo mangiato una buona pizza e ciacolato amabilmente per l’intera serata. In quel momento, mentre camminavo mano nella mano con la mia compagna, e non c’era troppo freddo e non avevo fame e mi era passato il mal di schiena, mi sentivo pienamente felice: e ho commentato quel post scrivendo, appunto, che ero felice. Sono stata praticamente l’unica.

Assodato che so di essere una persona molto fortunata – non ho particolari guai di salute, almeno che io sappia, ho una stupenda donna al mio fianco, ho pochi (molto pochi) amici a cui voglio molto bene, ho un lavoro relativamente precario ma interessante, – mi chiedo: come mai gli altri non sono felici? Scartando, ovviamente, chi ha reali preoccupazioni per la salute propria o dei propri affini, chi ha appena perso il lavoro, chi si è accidentalmente lasciato cadere una palla da bowling sul piede, mi chiedo: cosa vi manca per essere felici? O forse sto equivocando io, e quella che mi sembra felicità è solo una sorta di olimpica atarassia?

È possibile che la mia idea di felicità sia sbagliata? La felicità, alla fine, cosa è? La mancanza di sofferenza, o la pienezza di gioia? La prospettiva di una serata serena e di una buona pizza è felicità? Sono io ad avere standard troppo bassi, o è chi mi circonda ad aver alzato troppo l’asticella? È più sano essere felici ogni volta in cui non abbiamo più quel forte dolore all’alluce, o esserlo soltanto nel momento in cui vinciamo un importante premio internazionale? La felicità è una condizione che si protrae nel tempo, come il ron ron da fuoribordo di un gatto che fa le fusa sul termosifone, o un lampo che squarcia la notte come un fuoco d’artificio? Ma soprattutto, quando siamo felici, ce ne accorgiamo? O attribuiamo una felicità retrospettiva a momenti lontani nel tempo, che ricordiamo con rimpianto (e con quel pizzico di miopia che appanna i ricordi e li rende confortanti)? E sappiamo ammetterlo, quando siamo felici? O preferiamo un’aria dolente e strutta da giovane Werther post-moderno? Ci sembra banale dichiararci felici? Un tempo, era tipico degli adolescenti ostentare un atteggiamento mogio e affranto; adesso anche gli adulti si beano di sedere figuratamente su uno scoglio schiaffeggiato dalle onde, col ciuffo al vento e un’aria di dissimulato dolore, come afflitti da una costante ulcera peptica. Ma perché? O saremo diventati tutti un po’ Michele Apicella in Ecce bombo, intenti a scoprire se ci si nota di più se non andiamo alla festa, o se ci andiamo e ci mettiamo lì in un angolo? Ecco, sarà che sono vecchia, sarà che non ho aspettative abbastanza alte su me stessa, sarà che dopo periodi difficili adesso mi sembra tutto straordinariamente bello e luminoso e pieno di colori: ma io, in questo preciso istante, sono molto felice.

Avevo chiuso il 2017 lagnandomi di aver letto poco; ho iniziato il 2018, invece, leggendo un bel po’. Adesso sto finendo Souvenir, ultimo volume della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di de Giovanni. All’uscita dei primi libri dell’autore ero rimasta molto (molto!) piacevolmente colpita; poi, un po’ di ripetitività e la tendenza al “riassunto delle puntate precedenti” mi avevano raffreddata. Questo giallo non è male: lo stile è sempre interessante, la storia un pelino forzata ma ci sta. Peccato, come sempre, per tutte le pagine in cui, con grande sfoggio di patetismo, lo scrittore divaga, prendendo a pretesto il tempo atmosferico o il periodo dell’anno: ammettiamolo, sono abbastanza noiose, spezzano il ritmo della narrazione, sono identiche in tutti i libri dell’autore, non sono funzionali al testo, sembrano solo un momento di autocompiacimento, come gli interminabili assoli di chitarra ai concerti di Carmen Consoli. Vi prego, fatelo per me, basta.

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Cose che mi fanno stare bene.

Un semi-collega, che conosco da poco e che ho cazziato più volte, che mi sveglia di sabato mattina con un messaggio: Buongiorno, ciuridda.

Un capo che mi stringe una spalla e mi dice Grazie, e così ripaga due mesi di lavoro matto e disperatissimo, vacanze semi-rovinate e nessun bagno a mare in un’intera estate.

Un altro capo che mi chiede Cos’hai, a me puoi dirlo, stai parlando con un amico, e che quando glielo spiego annuisce e mi dice Hai ragione, ti capisco, e so che pensa che davvero ho ragione e davvero mi capisce.

Un collega che mi chiama per sfogarsi e mi dice Lo sai, mi sfogo solo con te, per me sei una sorella, e anche se non ho mai capito questo considerare fratelli e sorelle gli amici sono contenta, perché io fratelli non ne ho e nessuno mi aveva mai detto che mi considerava una sorella.

Il bambino-da-ufficio con cui passiamo i giovedì mattina che non mi odia anche se non gli ho comprato il gelato: e mi continua a dare i bacini e si siede in braccio e mi chiede di fare cavalluccio.

La mia bella che riceve lodi per il suo lavoro: e io, che aspetto questo momento di giusto riconoscimento delle sue capacità da quando la conosco, che non riesco a smettere di gongolare.

I baci del buffo cane giallo, invadenti e appiccicosi e travolgenti.

Una pizza con una cognata venuta da lontano, e tutta la distanza di un’Europa in mezzo che si restringe: e una fazzolettata di consigli, sul lavoro ma non solo, che so che dovrei provare a seguire.

Una serata con amicastorica, ormai saldamente parte del profondonord, e la consapevolezza che a volte la lontananza è solo un fatto di chilometri.

La mia bella che sorride: e quando lo fa, sorride con occhi bocca naso e guance, e io ogni volta mi innamoro un poco di più.

La mia bella e amicacatanese che suonano il banjo – che forse non era un banjo – mentre lavoro: e le loro note e quelle dei Modenza city ramblers che si intrecciano provocandomi un sordo mal di testa e una sensazione vicina alla felicità.

Un messaggino sorridente da Riccione.

Un pomeriggio al parco con Pupetto: che ormai parla, corre, gioca e mi porge la manina per scendere le scale.

L’abbraccio morbido e caldococcoloso della trapunta.

Una collega a cui chiedo di consigliarmi un libro imperdibile e che mi presta Lourdes di Rosa Matteucci, fugando con un’alzata di spalle i miei dubbi (Mi annoierò? Sarà troppo pesante?): e ha ragione, perché è davvero un bel romanzo, barocco e dallo stile ampolloso e ridondante fino al grottesco, comico e insieme disturbante, intimo e drammaticamente vero.

Preparare per cena, come ripiego, una vellutata di carote e zucchine: e restare stupefatta dalla sua insperata commestibilità.

Il profilo della mia bella che dorme, e io che mi sento felice e fortunata più di quanto fosse ragionevole sognare.

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Cose che mi sto perdendo lavorando a un progetto grandeebello.

Scrivere questo blog (o almeno, scriverlo con calma e non con la fretta che mi punzecchia le punte delle dita e mi fa agitare ritmicamente un piede, finendo per vibrare all’unisono con tavolo, computer, tazza di tè e blocco degli appunti).

Mandare un messaggio a un’amica che sta male e chiederle se sta un po’ meno male, oggi.

Passare del tempo con la mia bella: non intere ore o pomeriggi, ma magari dieci minuti, ecco, per mangiare un kinderdelice e raccontarci la giornata.

Vedere un film, la sera, sul divano: o fare qualcosa, la sera, che non sia stare al pc fino a mezzanotte passata, borbottando tra me Ancora un minuto e ho finito, mentre i quarti d’ora colano via inesorabili.

Mangiare qualcosa di più strutturato di insalata e mozzarella, o insalata e robiola, o insalata e crescenza, senza costringere la mia bella a cucinare e senza ordinare cibo take-away ogni sera.

Stendere il bucato a un orario più consono dell’una di notte.

Stare vicina a una famiglia che porto nel cuore, che ha perso una persona cara straordinariamente dolce, che mi ha sempre trattata con affetto e considerata una nipote: avere il tempo di comprare un fiore, di fare una visita di più di dieci minuti, di aspettare la fine della cerimonia invece di scappare dalla chiesa, come un canuccio randagio, camminando veloce di tre quarti.

Vedere una mostra con due amene fanciulle venute dall’est, e non stare con loro soltanto a cena, svicolando tra le macchine perché è tardi e tenendo il cellulare in tasca nella speranza di non sentirlo vibrare.

Dire qualcosa che non sia solo ed esclusivamente Sono molto stanca o Mi sento confusa o Scusa ma devo scappare.

Non guardare con disgusto e timore il mio smartphone, nel terrore che suoni.

Poter chiedere ad amicastorica com’è la nuova casa, se ha bisogno di lavori, se le sembra più bella della vecchia (lo so, lo so, non ti sei ancora trasferita!), se è vicina al lavoro, se pensa che si troverà bene.

Accompagnare la Fra’ e il suo bambino alle giostre, come da mesi cerchiamo di fare, prima che il piccolo abbia la patente.

Fare colazione seduta e non in piedi, col kindercolazionepiù in una mano e la spazzola nell’altra, perché accidenti, si è fatto tardi di nuovo.

Sorridere per essere andata a comprarmi un paio di jeans con mia madre, cosa che non succedeva da almeno sedici anni.

Dire alla mia bella quanto è speciale, e quanto le sono grata per non avermi ancora tirato una pentola in testa, dato che per ora sono ansiosa e iper-agitata e stressata e più insopportabile che mai.

Fare la spesa. Bere un succo di frutta. Innaffiare le piante.

Dormire.

La prossima settimana sarò impegnata nel progetto grandeebello, quindi niente blog. Tra due settimane, invece, il progetto sarà finito, e io mi lagnerò per questo. Lo so, non è molto logico, ma.

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Stupore.

Il gelsomino africano che, ogni mattina, ha i tralci un po’ più lunghi, e verdeteneri e avvinghiati e sensuali; il profumo dei fiori che arriva, distinto, anche al divano del soggiorno.

Un adolescente simpatico e capriccioso che decide di rivelarmi un segreto, ma non dirlo a papà, va bene?

L’aria fresca che mi lambisce le gambe, la sera, al termine di una giornata afosa.

Scoprire che i ventenni di oggi non conoscono Tranqui funky, no, guarda, mai sentita nominare.

Un quasi-amico quarantenne che convive da anni col suo compagno e che mi rivela che no, lui non è dichiarato con la famiglia.

Il geranio-in-affido che decide di fiorire di nuovo, all’improvviso, per farmi sapere che la mia battaglia con i bruchi è finita.

Il sapore fresco e dolceacidulo del gelato di mango; la consapevolezza che ci sia qualcuno a cui non piace.

Mia madre che ci invita a prendere una pizza da loro, dopo una giornata di lavoro noiosetta e stremante: e la pizza a domicilio che è molto più buona di quanto avessi sperato.

Nando che, dopo avermi proditoriamente ringhiato, continua a fare l’offeso come se fossi stata io a mostrare i denti a lui.

Una scritta sul muro, poetica e vergata in un corsivo d’altri tempi, mentre vado in ufficio.

Sapere che molte persone, a Palermo, non sanno nuotare.

Montare le tende e scoprire che sono tanto più lunghe del previsto, e provare ad accorciarle con l’apposita fettuccia Ikea: e rendersi conto che è molto molto più complicato di quanto sembrasse, ma che comunque è fattibile.

La quantità di acqua richiesta dalle piantine di pomodoro.

Il numero di persone che “non crede” ai vaccini: meglio, il numero di persone che crede di saperne molto più dei medici e che, dall’alto della sua laurea in giornalismo, si sente in dovere di proporre soluzioni alternative.

La fatica di attraversare una piazza assolata a luglio.

Ascoltare trentenni emancipate e di sinistra dire che il marito le aiuta con le faccende di casa: e notare lo sgomento nei loro occhi quando provi a far notare che “mi aiuta” presuppone che sia necessariamente un’attività femminile a cui il marito partecipa per pura liberalità.

L’azzurro intenso e polveroso del cielo estivo.

Il fattto che si dia per scontato che tutti desiderino avere un figlio, un giorno.

Il profumo della menta che rimane sui polpastrelli.

Il suo sorriso.

Sono piacevolmente stupita dalla lettura di L’amore che mi resta di Michela Marzano; l’ho trovato per caso, saltellando tra gruppi Facebook mentre avrei dovuto scrivere una nota stampa e correggere un manoscritto e colorare una locandina e, e l’ho iniziato senza alcuna particolare aspettativa. È dolente e vero, pieno di rimpianto e fatica e sofferenza, ma bello, intenso. Una scoperta inattesa.

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