Cose che mi fanno stare bene.

Un semi-collega, che conosco da poco e che ho cazziato più volte, che mi sveglia di sabato mattina con un messaggio: Buongiorno, ciuridda.

Un capo che mi stringe una spalla e mi dice Grazie, e così ripaga due mesi di lavoro matto e disperatissimo, vacanze semi-rovinate e nessun bagno a mare in un’intera estate.

Un altro capo che mi chiede Cos’hai, a me puoi dirlo, stai parlando con un amico, e che quando glielo spiego annuisce e mi dice Hai ragione, ti capisco, e so che pensa che davvero ho ragione e davvero mi capisce.

Un collega che mi chiama per sfogarsi e mi dice Lo sai, mi sfogo solo con te, per me sei una sorella, e anche se non ho mai capito questo considerare fratelli e sorelle gli amici sono contenta, perché io fratelli non ne ho e nessuno mi aveva mai detto che mi considerava una sorella.

Il bambino-da-ufficio con cui passiamo i giovedì mattina che non mi odia anche se non gli ho comprato il gelato: e mi continua a dare i bacini e si siede in braccio e mi chiede di fare cavalluccio.

La mia bella che riceve lodi per il suo lavoro: e io, che aspetto questo momento di giusto riconoscimento delle sue capacità da quando la conosco, che non riesco a smettere di gongolare.

I baci del buffo cane giallo, invadenti e appiccicosi e travolgenti.

Una pizza con una cognata venuta da lontano, e tutta la distanza di un’Europa in mezzo che si restringe: e una fazzolettata di consigli, sul lavoro ma non solo, che so che dovrei provare a seguire.

Una serata con amicastorica, ormai saldamente parte del profondonord, e la consapevolezza che a volte la lontananza è solo un fatto di chilometri.

La mia bella che sorride: e quando lo fa, sorride con occhi bocca naso e guance, e io ogni volta mi innamoro un poco di più.

La mia bella e amicacatanese che suonano il banjo – che forse non era un banjo – mentre lavoro: e le loro note e quelle dei Modenza city ramblers che si intrecciano provocandomi un sordo mal di testa e una sensazione vicina alla felicità.

Un messaggino sorridente da Riccione.

Un pomeriggio al parco con Pupetto: che ormai parla, corre, gioca e mi porge la manina per scendere le scale.

L’abbraccio morbido e caldococcoloso della trapunta.

Una collega a cui chiedo di consigliarmi un libro imperdibile e che mi presta Lourdes di Rosa Matteucci, fugando con un’alzata di spalle i miei dubbi (Mi annoierò? Sarà troppo pesante?): e ha ragione, perché è davvero un bel romanzo, barocco e dallo stile ampolloso e ridondante fino al grottesco, comico e insieme disturbante, intimo e drammaticamente vero.

Preparare per cena, come ripiego, una vellutata di carote e zucchine: e restare stupefatta dalla sua insperata commestibilità.

Il profilo della mia bella che dorme, e io che mi sento felice e fortunata più di quanto fosse ragionevole sognare.

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Cose che mi sto perdendo lavorando a un progetto grandeebello.

Scrivere questo blog (o almeno, scriverlo con calma e non con la fretta che mi punzecchia le punte delle dita e mi fa agitare ritmicamente un piede, finendo per vibrare all’unisono con tavolo, computer, tazza di tè e blocco degli appunti).

Mandare un messaggio a un’amica che sta male e chiederle se sta un po’ meno male, oggi.

Passare del tempo con la mia bella: non intere ore o pomeriggi, ma magari dieci minuti, ecco, per mangiare un kinderdelice e raccontarci la giornata.

Vedere un film, la sera, sul divano: o fare qualcosa, la sera, che non sia stare al pc fino a mezzanotte passata, borbottando tra me Ancora un minuto e ho finito, mentre i quarti d’ora colano via inesorabili.

Mangiare qualcosa di più strutturato di insalata e mozzarella, o insalata e robiola, o insalata e crescenza, senza costringere la mia bella a cucinare e senza ordinare cibo take-away ogni sera.

Stendere il bucato a un orario più consono dell’una di notte.

Stare vicina a una famiglia che porto nel cuore, che ha perso una persona cara straordinariamente dolce, che mi ha sempre trattata con affetto e considerata una nipote: avere il tempo di comprare un fiore, di fare una visita di più di dieci minuti, di aspettare la fine della cerimonia invece di scappare dalla chiesa, come un canuccio randagio, camminando veloce di tre quarti.

Vedere una mostra con due amene fanciulle venute dall’est, e non stare con loro soltanto a cena, svicolando tra le macchine perché è tardi e tenendo il cellulare in tasca nella speranza di non sentirlo vibrare.

Dire qualcosa che non sia solo ed esclusivamente Sono molto stanca o Mi sento confusa o Scusa ma devo scappare.

Non guardare con disgusto e timore il mio smartphone, nel terrore che suoni.

Poter chiedere ad amicastorica com’è la nuova casa, se ha bisogno di lavori, se le sembra più bella della vecchia (lo so, lo so, non ti sei ancora trasferita!), se è vicina al lavoro, se pensa che si troverà bene.

Accompagnare la Fra’ e il suo bambino alle giostre, come da mesi cerchiamo di fare, prima che il piccolo abbia la patente.

Fare colazione seduta e non in piedi, col kindercolazionepiù in una mano e la spazzola nell’altra, perché accidenti, si è fatto tardi di nuovo.

Sorridere per essere andata a comprarmi un paio di jeans con mia madre, cosa che non succedeva da almeno sedici anni.

Dire alla mia bella quanto è speciale, e quanto le sono grata per non avermi ancora tirato una pentola in testa, dato che per ora sono ansiosa e iper-agitata e stressata e più insopportabile che mai.

Fare la spesa. Bere un succo di frutta. Innaffiare le piante.

Dormire.

La prossima settimana sarò impegnata nel progetto grandeebello, quindi niente blog. Tra due settimane, invece, il progetto sarà finito, e io mi lagnerò per questo. Lo so, non è molto logico, ma.

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Stupore.

Il gelsomino africano che, ogni mattina, ha i tralci un po’ più lunghi, e verdeteneri e avvinghiati e sensuali; il profumo dei fiori che arriva, distinto, anche al divano del soggiorno.

Un adolescente simpatico e capriccioso che decide di rivelarmi un segreto, ma non dirlo a papà, va bene?

L’aria fresca che mi lambisce le gambe, la sera, al termine di una giornata afosa.

Scoprire che i ventenni di oggi non conoscono Tranqui funky, no, guarda, mai sentita nominare.

Un quasi-amico quarantenne che convive da anni col suo compagno e che mi rivela che no, lui non è dichiarato con la famiglia.

Il geranio-in-affido che decide di fiorire di nuovo, all’improvviso, per farmi sapere che la mia battaglia con i bruchi è finita.

Il sapore fresco e dolceacidulo del gelato di mango; la consapevolezza che ci sia qualcuno a cui non piace.

Mia madre che ci invita a prendere una pizza da loro, dopo una giornata di lavoro noiosetta e stremante: e la pizza a domicilio che è molto più buona di quanto avessi sperato.

Nando che, dopo avermi proditoriamente ringhiato, continua a fare l’offeso come se fossi stata io a mostrare i denti a lui.

Una scritta sul muro, poetica e vergata in un corsivo d’altri tempi, mentre vado in ufficio.

Sapere che molte persone, a Palermo, non sanno nuotare.

Montare le tende e scoprire che sono tanto più lunghe del previsto, e provare ad accorciarle con l’apposita fettuccia Ikea: e rendersi conto che è molto molto più complicato di quanto sembrasse, ma che comunque è fattibile.

La quantità di acqua richiesta dalle piantine di pomodoro.

Il numero di persone che “non crede” ai vaccini: meglio, il numero di persone che crede di saperne molto più dei medici e che, dall’alto della sua laurea in giornalismo, si sente in dovere di proporre soluzioni alternative.

La fatica di attraversare una piazza assolata a luglio.

Ascoltare trentenni emancipate e di sinistra dire che il marito le aiuta con le faccende di casa: e notare lo sgomento nei loro occhi quando provi a far notare che “mi aiuta” presuppone che sia necessariamente un’attività femminile a cui il marito partecipa per pura liberalità.

L’azzurro intenso e polveroso del cielo estivo.

Il fattto che si dia per scontato che tutti desiderino avere un figlio, un giorno.

Il profumo della menta che rimane sui polpastrelli.

Il suo sorriso.

Sono piacevolmente stupita dalla lettura di L’amore che mi resta di Michela Marzano; l’ho trovato per caso, saltellando tra gruppi Facebook mentre avrei dovuto scrivere una nota stampa e correggere un manoscritto e colorare una locandina e, e l’ho iniziato senza alcuna particolare aspettativa. È dolente e vero, pieno di rimpianto e fatica e sofferenza, ma bello, intenso. Una scoperta inattesa.

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L’amore è.

I miei genitori che, trentacinque anni dopo, guardano la luna piena e dicono C’è la nostra luna!, perché nelle foto del matrimonio si vede che c’era la luna piena anche allora.

Chi sta fuori a bagnare le piante nel mezzo di una sciroccata di fuoco, per evitare che il basilico perda le foglie.

La mia compagna che mi piega il pigiama ogni mattina, perché le fa piacere e perché dice che si sente il mio odore.

Camminare per mano anche se è estate e ho le mani più sudate del solito.

Quel padre che porta il bambino sulle spalle fino alla macchina, anche se la macchina è molto lontana e il bambino gli sta tirando i capelli, ma ha capito che fa così perché è stanco e non si lamenta.

La nonna che ha conservato per quindici anni un mio vecchio bigliettino in cassaforte.

La collega che piange il suo amato cane e che dice Ho perso la mia ombra per sempre, e non riesce a capacitarsene.

Chi sceglie di accettare una nuova sfida in politica non per nutrire il proprio ego, ma per provare a fare qualcosa di buono.

Mio padre che dice a mia madre Stasera non usciamo, sono stanco, quando in realtà sappiamo tutti che quella che è stanca è lei.

Mia madre che, anche se è molto stanca, dice Mi piacerebbe davvero uscire, perché sa che a mio padre piacerebbe farlo.

Nando che ringhia verso chiunque si avvicini alla macchina con mia madre dentro, perché pensa di doverla proteggere ma ha paura.

La mia compagna che è disposta a rinunciare a qualcosa che vorrebbe davvero fare ma che sa che non mi fa piacere. Io che non permetterò che rinunci a qualcosa che vuole davvero fare, sebbene non mi faccia piacere.

Il ragazzino che, alle medie, mi regalò un rametto di mimosa.

Gli occhioni buoni di Miruccio.

Un genitore che riesce davvero a mettere le esigenze dei figli davanti alle proprie, anche se ha il cuore spezzato.

Una persona che non può camminare e si batte a fatica contro la burocrazia per avere una sedia a rotelle per accompagnare il proprio figlio a scuola.

Mi madre che ha sempre fatto il possibile per accompagnarmi alle riunioni con i professori.

La mia compagna che aspetta che abbia finito di prepararmi minuziosamente le cose per il giorno dopo, la sera, e anche se casca dal sonno rimane sveglia per addormentarci insieme.

Preparare un regalino per una persona lontana, sperando che la faccia sorridere.

Mio padre che monterà le nostre tende, anche se è stanco e affaticato, ma ci tiene.

Mia zia che mi dice Ti ricordi di quando eri piccola e tornavo presto dal lavoro per stare con te?

Le nonne che mi hanno cresciuta, i nonni che mi hanno protetta. La certezza di non dimenticarli mai e di rimpiangerli ogni giorno.

Mia madre che mi prepara il gateau di patate per cena. Mio padre che mi compra il succo d’arancia. La mia compagna che sceglie con cura un film che mi piaccia.

Io che oggi andrò alla parata del Palermo Pride, perché il primo amore, quello che non dobbiamo mai mancare di alimentare e curare, è quello per noi stessi.

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Mi piace.

Il profumo dei gelsomini dolcesuadente estenuato nelle sere calde di maggio, l’odore grigiometallico di pioggia dei primi giorni freddi di ottobre, il sentore terroso di camino che colpisce, pungente, in certi crepuscoli di dicembre.

La consistenza di velluto rigido delle foglie del basilico, la promessa di estate di ognuna di loro; il ricordo dolcestancante dei pomeriggi di agosto a preparare le bottiglie di salsa di pomodoro in giardino, le mani delle nonne che impugnavano con destrezza la tappatrice, la promessa di rnfrescarsi, più tardi, con il tubo da irrigazione dell’orto.

Il sorriso di gioia pura di canenando: quello sguardo di fiducia assoluta che segue il momento in cui gli angoli della sua bocca vanno indietro, scoprendo la lingua rosa guizzante; l’istante in cui, chiamato, accorre: e quel lampo negli occhi di felicità profonda, infantile, di cuore, che precede il momento in cui mi franerà fremendo tra le braccia.

La compiuta bellezza di inserire un pezzo del puzzle al proprio posto: il gesto che si colloca nello spazio con precisione, i confini che combaciano come se non aspettassero altro, la figura bramata che prende forma un tassello dopo l’altro.

Il sapore definito e pungente del pollo allo zenzero e miele: la sensazione che ogni boccone possa essere più gustoso e compatto e succoso e agrodolce del precedente, come in un piccolo spettacolo di fuochi d’artificio in cui ogni colpo sia più scenografico di quello venuto prima.

La tagliente perfezione di ogni verso uscito dalla penna di Caproni: il mondo di idee riflessioni cambi d’opinione che si scorge dietro ogni singola sillaba, la cura assoluta e quasi paterna con cui ogni parola è stata scelta, affilata, limata pulita lucidata per mostrarla al mondo nel suo compiuto universo di senso.

La felicità piccola, giovane, di pancia di un tappeto morbido e colorato sotto i piedi: un tappeto da bambini, decorato da bottoni grandi come trentatrè giri, che fa sorridere per il solo fatto di essere lì.

Svegliarmi abbastanza presto, il sabato mattina, per potermi alzare e controllare le email e i messaggi e aprire le finestre del soggiorno e tornare a letto, nella penombra pigra delle nove, per leggere ancora mezz’ora e poi ancora un quarto d’ora e poi dai ancora un po’, finisco solo il capitolo, e pensare a quanto sarebbe bello poter passare un’intera giornata così e poi pensare ancora che invece no, la mia giornata sarà molto più bella e stimolante di così.

Sorridere agli sconosciuti per strada, soprattutto alle persone anziane: per avere in cambio un sorriso tuttorughe che mi strizza un poco il cuore.

Chiedere come stai e sentirmi rispondere bene, senza sottintesi né ombre né venature di rammarico.

Abbracciare forte qualcuno a cui voglio bene.

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Un pupetto per amico.

Pupetto, lo dice il nome stesso, è un bimbopiccolo: un soldo di cacio di un anno e poco più, figlio della Fra’ e di Fra’, che non sono la stessa persona ma due persone diverse col nome uguale. Pupetto, io non lo vedevo da un bel po’: da quando, alcuni mesi fa, lui e i due Fra’ erano tornati per qualche giorno a Palermo dal loro tedioso esilio nelle fredde terre del nord. Era, quella volta, scosso e confuso: un cucciolo di meno di un anno che aveva cambiato scenario di riferimento troppe volte nei suoi pochi mesi di vita. Era lacrimoso e poco incline al gioco: e la mia scarsa dimestichezza con i cuccioli bipedi non lo aveva aiutato a sentirsi più a suo agio. Lo avevo visto, ancor prima, a settembre, quando a Palermo c’era ancora molto caldo e lui indossava tutine sbracciate: si era svegliato di soprassalto in una casa che non conosceva – casa nostra – e non aveva affatto amato il pinguino fermaporte che gli avevo mostrato per indurlo a un sorriso.

Adesso, Pupetto è di nuovo un fanciullo del sud: e, forte dei suoi quattordici mesi di vita, è un ragazzino simpatico e brillante. Ha una serie di indubbi pregi: primo tra tutti, è un bambino incline alla gioia. Non urla, non lancia giocattoli a scopo offensivo, non piange per interi quarti d’ora, non è rinchiuso in un ostinato egocentrismo come la maggior parte dei mocciosi di quell’età; gli sono bastati pochi minuti per riprendere confidenza: è passato da lanciami-quella-pallina a lasciare che gli porgessi un biscotto – che si è guardato ben dal mangiare, contribuendo anche lui alla permanenza del mio strato di adipe. Abile suonatore di tastierine elettroniche, ballerino degno di un posto alla Scala, mi ha rincorsa correndo gattoni, ha dimostrato interesse per il mio orologio, ha cercato di guardare le foto di canenando sul telefonino. Quando gli ho chiesto il permesso per mordergli una guanciotta, ha scosso subito la testa con una punta di terrore negli occhietti luminosi. E poi ha fatto una cosa che non credevo che un nanetto come lui fosse in grado di concepire: mi ha fatto una carezza su una guancia; è stato un gesto, sicuramente mutuato dalla tenerezza della Fra’ per lui, che ho trovato struggente e buffo allo stesso tempo. È, pupetto, un bambino straordinariamente interattivo: e io, che mi intendo più di astrofisica che di bambini, non sapevo che a quest’età lo fossero: e sono rimasta molto stupita nel constatare che frasi come “Pupetto, vieni!” hanno un reale riscontro nello spazio – Pupetto, davvero, viene verso di te quando lo chiami. È anche, Pupetto, estremamente carino: e, bisogna dirlo, estremamente somigliante alla Fra’: quasi un piccolo Fra’, morbidoso e spupazzabile.

I Fra’ sono tornati da poco in Sicilia, e io ne sono stata molto contenta: e non solo per loro, che sono simpatici e divertenti e, ma soprattutto per Pupetto, che potrò sbirciare mentre cresce e diventa sempre più sereno, fiducioso e sicuro di sé.

In questi giorni di intenso lavoro, mangio spesso in ufficio: e riuscire a imbastire un pasto decente e non troppo calorico che possa essere portato da casa senza rischio di rovesciamento di condimenti non è semplicissimo; accantonata l’idea di orzo e cavoletti di bruxelles, la prossima volta tenterò l’accoppiata tra frittata di zucchine al forno e fettine di provola affumicata; aggiungendo un bocconcino di pane di rimacinato senza sesamo dovrebbe andar bene.

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Mi stupisce.

Quanto rapidamente arrivi, ogni anno, la primavera: solo un quarto d’ora fa era gennaio e tra una ventina di minuti sarà giugno, poi ci vorranno due o tre anni per liquidare luglio e agosto e improvvisamente verranno accese le lucine di Natale, e sembrerà strano solo a me.

Il colore rossoazzurrovioletto di certi tramonti sul mare che piano piano impallidisce e diventa grigio e poi bianco e poi a un tratto nero, così, come se nulla fosse.

L’odore dolce e rotondo dell’aria di marzo, giallo e asciutto come grano già falciato.

La coincidenza, a volte, tra i miei desideri e la realtà: l’attimo in cui penso Vorrei che andasse così e oplà, va davvero in quel modo.

Quando qualcuno si ricorda di qualcosa che ho detto o fatto o che devo dire o fare e mi manda un messaggio per chiedermi come è andata o come andrà, e tra le righe lascia che io legga Mi importa di te, quello che dici per me vale qualcosa, e io non me lo aspetto e poi sono molto contenta.

Come le parole di un libro che amo possano continuare a risuonarmi nelle orecchie e dietro le tempie e tra i ventricoli anche all’ennesimo ascolto: e come la voglia di andare avanti possa trattenermi per molti minuti in macchina, davanti al portone dell’ufficio, senza che mi importi di stare facendo tardi.

Ogni volta che una certa persona sorride – e lo fa molto spesso, molte volte al minuto – e il mio cuore ha un tu-tùm perché riconosco, tra gli angoli della bocca e le pieghette degli occhi, il motivo per cui mi sono lasciata scegliere.

Lo sguardo di assoluta adorazione che un cane può rivolgere al padrone, due o tre volte nella vita: quell’espressione seria e sicura di amore puro, di puro accoglimento della sua volontà, che nelle persone non ho mai visto.

Il piacere fisico che si prova scrivendo a mano con una penna che scorre bene: e il fatto, a trentaepiù anni, di aver iniziato a utilizzare la penna blu, dopo averla boicottata fino a ieri.

Il profumo intenso di cacao del biscotto che mangio a metà mattina: e il risolino di giocoso sfottimento con cui la collega che li custodisce nel cassetto mi chiede se ne voglio uno o se continuo a fingermi a dieta.

Ricordare con chiarezza il rumore scricchiolante dei miei passi sulla ghiaia, anche se non ci cammino su da molti mesi.

La capacità di cambiare umore di canenando, la rapidità nel trasformare un muso disperato da cane derelitto in un’espressione di pura gioia nel giro di un batter di coda.

La quantità di volte in cui persone che non conoscevo o che conoscevo poco mi hanno parlato di cose che non volevo sapere – malattie imbarazzanti, caratteristiche organolettiche di genitali terzi, abluzioni mattutine – confidando nella mia dubbia capacità di mantenere il segreto.

Chi si impegna per un progetto, per quanto strano o complicato o di nicchia sia, soltanto perché gli piace.

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Amiche.

Non ho molti amici; ho un solo amico, che stimo talmente da proporlo come prototipo dell’eccezione-che-conferma-la-regola quando si tratta di maschi stronzi, e una fazzolettata di amiche: un gruppo sparuto che comprende conoscenze adolescenziali, reminiscenze universitarie, furti con destrezza dal novero di amicizie altrui, regali inaspettati offerti dalla rete. Sono, queste amiche, spesso alle prese con i propri fatti: perché stanno cambiando casa, iniziando un nuovo lavoro, trascorrendo i fine settimana in ufficio per gli straordinari, accudendo neonati o cani o gatti. Qualcuna è molto impegnata, qualcun’altra ha voglia di chiacchierare un po’, di fare una passeggiata, di mandarmi un paio di foto su WhatsApp a cui risponderò con cuoricini e faccine stupite e bacini con lo schiocco. Qualcuna ha attraversato un brutto momento, qualcun’altra lo sta attraversando ora.

Quando un’amica soffre, mi sento straordinariamente impotente. Non credo nei consigli: dire se fossi in te farei così non mi appartiene. Posso provare ad ascoltare: ma non sempre l’amica che soffre ha voglia di parlare. A volte ha voglia di stare sola: e là mi confondo, io che invece quando ho problemi non faccio che parlare e parlare con le mie amiche, mi confondo e mi sento in difetto – forse non vuole parlare perché io non ascolto bene, forse non vuole parlare perché qualcuno ascolta meglio di me -, provo fastidio e disagio, mi sforzo di tacere e lo faccio scrivendo sedici messaggi in cui dico non preoccuparti, quando vorrai parleremo, e così forzo il suo silenzio e mi chiedo perché si esasperi, mi ha chiesto di non parlare e non sto parlando, i messaggi mica valgono. A volte, l’amica che soffre non mi spiega neanche cosa è successo: non risponde al telefono, visualizza i miei messaggi sui social e non scrive una sillaba, lascia in bacheca frasi misteriose che si prestano a varie e multiformi spiegazioni: starà male? Avrà deciso di trasferirsi in Indonesia? Non vorrà parlarmi mai più? A volte, l’amica che soffre sembra arrabbiata: con me, con se stessa, con altri. È brusca, è scostante, tende a cercare motivi per litigare; rilegge i testi dei messaggi cercando elementi da usare contro di me, si offende per presunte colpe che non penso di avere, non mi spiega perché si è offesa con me, confondendomi ed esasperandomi. A volte, invece, l’amica che soffre mi dice che non ho capito: lei non soffre affatto, sta benissimo, sono io che esagero; sembra che sia pentita di avermi fatto intendere che qualcosa non va: e io, allora, sorrido e dico va bene, sono contenta, ma in realtà sono un po’ preoccupata. Infine, a volte l’amica che soffre ha voglia di passare solo del tempo insieme, parlando del più e del meno, scherzando, rilassandoci: ed ecco, sono contenta, anche se poi mi chiederò se ho parlato troppo, se sono stata fastidiosa, se era meglio che tacessi un po’, se avrei dovuto offrire tè e biscotti invece che birra e noccioline oppure torta di mele invece che pizza a domicilio: ma intanto, pace, è andata così.

Questo post è dedicato alle mie (poche ma buone) amiche: perché sorridano molto, ogni giorno.

Sono nel bel mezzo di “Prendimi” di Lisa Gardner: è un bel giallo complesso, ha un sacco di ritmo, non fa neanche paura. Leggetelo.

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It’s a(nother) boy.

Il giovane Generico, il mio quasi-nipotino non ancora duenne, è ufficialmente un fratello maggiore: sabato scorso è nato Classico, il nuovo piccolo di casa. Classico – abbreviazione di com’è il bambino? bellino, dai, il classico picciriddo – ha un nome lungo e complesso, i capelli neri come il papà, due guanciotte morbide e occhi grigi e seri, attenti. Non piange, non ride, non fa rumore: prende il latte, sonnecchia, dorme, si lascia fare il bagnetto, ri-dorme senza soluzione di continuità. La sua nascita è stata accolta con gioia da (quasi) tutti: nella sala d’attesa dell’ospedale amici, parenti e affini battevano le mani, si davano pacche sulle spalle e si congratulavano a vicenda del buon risultato mentre Generico, sconcertato dalla notizia del reale arrivo dell’usurpatore – ché quando si limitava a stare nella pancia della madre non era troppo molesto, ai suoi occhi -, in braccio alla nonna, non si lasciava scappare neanche un sorrisino a mezza bocca. Mentre i convenuti entravano a turno nella stanza e si sperticavano in lodi per il nuovo nato e in commenti splatter sul parto (ma quanti punti hai avuto? quanto è durato il travaglio? quindi, quando è entrato tuo marito, già si vedeva la testa?) Generico, circondato dai settantacinque parenti tenuti fuori a forza dalla Caposala, si sforzava di non accettare inviti al gioco o tranci di pizza presi dal distributore automatico. Quando suo padre, con aria festosa e una incongrua felpa fuxia con cappuccio, è uscito dalla doppie porte che chiudevano il corridoio della zona degenza reggendo in mano due palloncini azzurri e consegnandoglieli da parte del nuovo fratellino, Generico ha abbandonato il suo contegno sussiegoso ed è scoppiato in un pianto dirotto. Due ore dopo, non aveva ancora smesso, e né solletico sul pancino, né coccole e bacini, né promesse di giocattoli e dolci sembravano in grado di calmarlo. A soli diciannove mesi aveva perso il suo trono di principino di casa per spartire cure, attenzioni e amore materno con un marmocchietto più piccolo di lui. Era diventato un termine di paragone, un bimbo grande, vincolato a dare il buon esempio e non picchiare il fratellino, meritevole soltanto di essere nato dopo. Non avrei voluto essere nei suoi panni.

Adesso, qualche giorno dopo, Generico è venuto a patti con la realtà. Non piange più e sembra stare accettando serenamente la situazione. Si gode la montagna di giochi che sta ricevendo da tutti quelli che vanno in visita alla famiglia per conoscere Classico, dorme nel suo lettino senza fare storie, si sta accorgendo che l’amore dei genitori per lui non è cambiato. È cambiato, e cambierà ancora, l’equilibrio della famiglia, e per forza di cose il suo ruolo sarà ridimensionato. Non sarà più il centro indiscusso dell’attenzione, i nonni non avranno più sguardi e braccia solo per lui. Ma avrà – spero, glielo auguro – un compagno di avventure, un altro da sé con cui dividere le responsabilità familiari, qualcuno su cui contare. Potranno inventare un mondo magico in cui ci sia posto solo per loro, guardarsi le spalle l’un l’altro da compagnetti di scuola prepotenti, mostriciattoli e fantasmi. Avranno qualcuno a cui dire lascia perdere, sai che la mamma è così: qualcuno che risponda sì, lo so con la faccia di chi lo sa davvero. Avranno qualcuno che si è formato con le stesse fiabe, che è stato svezzato con gli stessi sapori, che ha imparato a camminare sulle stesse mattonelle: un quasi sé fuori da sé. Ecco, adesso sì, lo invidio un po’.

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Un micino per amico.

Non sono un’amante dei gatti; da bambina avevo un micio: lo infastidivo e stressavo con i miei goffi modi di treenne e lui reagiva graffiandomi, o meglio, come dicevo io, pungendomi. Gigetto era bianco e tigrato, con gli occhi verdi e un animo indomito. Negli anni, in villeggiatura, molti altri gatti hanno vissuto nel nostro giardino, ma con nessuno di loro ho sviluppato un rapporto empatico e totalizzante come con il mio amato e compianto semi-labrador o con l’attuale luce degli occhi dei miei genitori, il buffo cane giallo che risponde al nome di Nando. Non sono un’appassionata di felini: sono più un tipo da canucci, con i loro musi seri e affabili, la loro andatura dinoccolata, il lampo di comprensione che li attraversa nel momento in cui riescono a rispondere a una richiesta del padrone, l’amore assoluto e privo di sfumature, compatto, incondizionato che riversano sul loro umano. Non mi piacciono molto, i quadrupedi baffuti. Ma invece.

Ma invece domenica mattina sono dovuta andare in farmacia; mi serviva un termometro, in quella sotto casa non l’avevano. Ho preso la macchina, ho fatto i miei giri. Piovigginava. Sono tornata indietro, mi sono data una pacca virtuale sulla spalla quando ho scoperto che c’era posto sotto casa, evento di assoluta rarità. Sono scesa, mi sono avviata al portone, ho sentito ‘mio’. Mi sono girata e loro erano lì: cinque micetti in uno scatolo. Microscopici, con gli occhi chiusi, il cordone ombelicale ancora attaccato. Pigolavano e si agitavano, infreddoliti, terrorizzati. Sembravano, per forma e dimensioni, dei topini: con i musetti affilati e le codine sottili, umidi e sconvolti. Li ho portati a casa, ho provato ad accudirli: con difficoltà e profondo senso di inadeguatezza e una dose eccessiva di ansia, lo ammetto. Loro erano minuscoli, nati nella notte o la mattina stessa: a rischio di ipoglicemia e ipotermia, da nutrire giorno e notte ogni due ore, cercando un giusto equilibrio tra sfamarli e svegliarli, tenerli al caldo e massaggiarli. Abbiamo passato cinquanta ore a somministrare biberon di latte e scaldare bottiglie, con (poco) aiuto e molti tentativi andati a vuoto. Alla fine abbiamo trovato una ragazza che ha adottato due mici e una balia che ha accettato di occuparsi degli altri. A meno di una settimana dalla loro nascita, i gattini sono rimasti in due. Uno si chiama George e ha una famiglia che lo sta accudendo; per il nome del secondo siamo ancora in trattative. Se sopravviverà, sarà nostro: un piccolo tigrotto da viziare. Non so cosa succederà, i rischi sono tantissimi: posso solo sperare, incrociare le dita, mandare pensieri positivi, aspettare.

In bocca al lupo, gattini: le vostre mamme vi amano.

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