Mutazioni, o dello scrittore che improvvisamente cambia stile.

Tutti noi, crescendo, cambiamo: cambiano le nostre abitudini, i gusti, le aspirazioni, le espressioni; da piccoli odiavamo i peperoni e ora sono alla base della nostra alimentazione, da adolescenti sognavamo di fare gli astronauti e ora siamo felici di affumicare prosciutti, da ragazzi ascoltavamo senza sosta i Police e ora saremmo imbarazzati ad ammettere di possedere un loro disco. Il nostro modo di parlare, negli anni, cambia: anche lo stile di uno scrittore, col tempo, si evolve. Ci sono autori che mantengono la propria cifra stilistica quasi immutata, ce ne sono altri che diventano involuti, altri ancora che si rarefanno, staccando sillabe dal foglio con rigore ascetico. Ma di solito, di uno scrittore che amiamo, siamo in grado di riconoscere la scrittura, il sapore, quel certo non so che, anche sfogliando il primo libro e l’ultimo.

L’ho detto molte volte: quando trovo un autore che mi piace, tendo a ricercare compulsivamente tutti i suoi libri, a scartabellare idealmente tra i suoi fogli, a sperare di imbattermi in una sua lista della spesa dimenticata sul fondo di una borsa. Di Andrea De Carlo ho letto tutto, fino a non poterne più: infatti le ultime uscite le ho messe da parte, per non rovinare il ricordo dei libri che ho amato a sedici anni come a venti; il suo stile non è cambiato, è solo stato vittima di una miriade di superfetazioni. Ma, sotto le frasi idiomatiche alla-De-Carlo, sotto la retorica del rapporto uomo-natura sbilanciato a favore di quest’ultima, sotto pagine e pagine e pagine di assurdi tira e molla sentimentali tra i protagonisti del libro, il nucleo è sempre quello: piacevole, godibile, leggibile.

Poi, ci sono autori che inspiegabilmente passano dallo scrivere bei libri allo scrivere assurdità: e per me l’esempio principe è Francesco Recami. Qualche anno fa – tre, quattro? non ricordo – ho pescato a caso in libreria L’errore di Platini. Ho trovato un romanzo davvero ottimo: cinico, sferzante, acuto, cattivo. Mi è piaciuto moltissimo, e mi sono subito messa alla ricerca degli altri. Il superstizioso non mi ha delusa, Il correttore di bozze mi ha confusa, Prenditi cura di me mi è sembrato il suo miglior romanzo: più completo dei precedenti, più strutturato, più lungo e articolato, ma cinico ai limiti della brutalità come gli altri; scomodo, verisimile, straniante, sbalestrante. Avevo letto, di Recami, anche un giallo: opaco, senza infamia né lode, niente-di-che: Il ragazzo che leggeva Maigret, si chiama. Attendevo con ansia una nuova uscita: e in quel momento, senza alcun motivo, uno scrittore bravo, dallo stile impeccabile, con idee e voglia di raccontarle, ha deciso di tramutarsi in uno sforna-storielle: è iniziata la saga della casa di ringhiera. Gialli-non-gialli, sciocchi e insulsi, con personaggi strampalati, privi di trama. I classici libri che sembra abbiano divertito più lo scrittore – che, compiaciuto e sornione, si frega le mani dopo averli terminati – che il lettore medio. A me, ma è solo una mia opinione, sembra un delitto; forse gli alieni hanno rapito il vero Recami, e costringono una controfigura a mandare in stampa storie senza capo né coda? Rivoglio il vecchio Recami, quello che mi spaventava e mi faceva pensare. Lo rivoglio. Per favore.

La mia battaglia contro i piatti-da-preparare-prima continua. Un’ottima soluzione è l’insalata di pollo: la mezza bestia rimasta dalla sera prima (presa in rosticceria, gustosa e consolante), spolpata e tagliata a bocconi, a cui aggiungere patate e carote bollite, mais, salsa rosa, olive verdi, insalata iceberg. Una vera goduria.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Il successo di un errore

Non sempre è facile o immediato, fare la cosa giusta. Non sempre una scelta, una decisione, una convinzione, si rivelano l’esatta soluzione ad un problema, la risposta corretta ad una domanda ben posta, la piega che cade a piombo sulla gamba dei pantaloni pronti per una serata di gala.

Ci sono momenti in cui una distrazione può far schizzare fuori una rotella dall’ingranaggio, attimi in cui si preme il tasto sbagliato, si pronuncia la parola meno adatta, si indossa il vestito che sta peggio, il sentimento che meno ci appartiene; rancore frustrazione invidia rabbia che tracimano nella maniera meno opportuna, meno equa, meno giusta.

Ci sono ricette che richiedono precisione, in cucina e nella vita; ci sono proporzioni da rispettare, teoremi da seguire con la cieca fiducia degli anatroccoli sulle orme giallepalmate della madre, ci sono gesti da compiere, argomentazioni da tenere per sé. Ci sono momenti in cui uno sbaglio è sinonimo di un grosso problema, deflagrazione del cuore-cena bruciata-computer impallato che sia; per fortuna, non sempre è così. A volte uno sbaglio può portare con sé una piacevole scoperta: è il caso della tarte tatin, la tradizionale torta di mele francese. Si racconta sia nata proprio da uno sbaglio, stress da superlavoro che portò una cuoca a dimenticare di foderare lo stampo con la pasta brisée prima di riempirlo di mele. Accortasi della magagna, madame Tatin si limitò a tirar fuori dal forno la teglia con le mele già a media cottura, coprirle con la pasta, farle finire di cuocere e ribaltare lo stampo: una fragrante, gustosa delizia, una torta in cui la frutta non è ridotta a mera guarnizione, fragolina in bilico su coltri di panna-troppo-dolce, ma è protagonista indiscussa del piatto.

Riassumendo, preso uno stampo, coperto il fondo con fiocchetti di burro e zucchero, riempito di mele, fatto caramellare il tutto a fuoco vivace, lasciato intiepidire, coperto di pasta brisée rincalzata ben bene e punzecchiata, infornato, scaravoltato su un piatto: ecco a voi la tarte tatin.

L’errore di Platini di Francesco Recami è un romanzo duro, a volte gelido, ma di una algida, tagliente bellezza. La vita normale, banalmente, crudelmente ovvia di una coppia di trentenni con una figlia disabile è sconvolta da una vincita al totocalcio; una vincita media, una di quelle che non cambiano la vita, ma possono dare l’impressione di farlo. Uno di quegli eventi che sfuggono al controllo e che improvvisamente, senza chiedere permesso, portano alla luce sentimenti, desideri, rancori e dolori di cui non si conosceva l’esistenza. Un piano inclinato di sofferenza e banalità, di tristezza ed apatia che avranno conseguenze tragiche. Un romanzo che esplora, senza morbosità e senza paura, l’abisso emotivo che si cela in ognuno.

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