La gente non legge abbastanza?

Una delle critiche-lamentele che ho sentito ripetere più volte, da parte di librai, editori, scrittori, simpatizzanti e semplici snob, è che le persone non leggano abbastanza, o non leggano abbastanza bene: sfogliano pochi classici, sono poco attenti alle novità editoriali, non hanno ancora acquistato l’ultimo noir di quell’autore malese che si chiama nonricordocome. Sui social network o nelle conversazioni da bar si sprecano invettive e alzate di sopracciglio verso i fan di Fabio Volo, come se un gruppo di appassionati di calcio si sentisse in diritto di criticare chi non ha una squadra del cuore, o chi si ostina a fare il tifo per l’Igea Virtus. Io non la penso così.

Per il quarto anno consecutivo ho potuto osservare da una postazione privilegiata – dietro il banchetto espositivo di una casa editrice piccolamacarina – un festival dell’editoria indipendente. Sono stati, come per ogni edizione, tre giorni stancanti, di caldo sfiancante, di mal di piedi e di succhi di frutta trangugiati in fretta in caffetteria per scongiurare il temuto stinnicchio. Ma sono stati anche tre giorni in cui ho potuto constatare che non è affatto vero che la gente vuole solo reality show (e se anche così fosse, non mi permetterei certo di criticare). Ho visto migliaia di persone affollare un prato per assistere a un incontro con Andrea Camilleri: le sedie già occupate due ore prima dell’inizio della presentazione, le persone commosse e plaudenti, i flash che scattavano, le orecchie tese alle battute del vecchio Maestro. Ho visto genitori sfidare la canicola delle 15 per portare i figli ai laboratori sulle fiabe o sui libri tattili o sui draghi viola o sulle filastrocche, ho visto insegnanti contendersi, per la propria classe, il posto in un’aula caldissima dove si svolgeva un gioco didattico sulla mummificazione in Egitto. Ho visto ragazzi fare a spallate per poter gestire lo stand di piccole case editrici semi-sconosciute, ho visto persone pregare gli standisti di nascondere l’ultima copia di un libro per poterla acquistare con calma il giorno dopo. Ho visto una fila compatta e ordinata di lettori attendere con pazienza per più di un’ora per ricevere la dedica di Alicia Giménez Bartlett : e ho visto Alicia Giménez Bartlett stare più di un’ora a firmare dediche, se è per questo. Ho visto visi sorridenti, mani che sfogliavano testi poco noti, borsette di stoffa appese alle spalle e traboccanti di libri nuovi. Mi sono divertita, e sono stata contenta di vedere intorno a me persone soddisfatte, allegre, di ottimo umore. Non ci sono solo tv-spazzatura e mondiali di calcio: in Italia ci sono anche belle occasioni di confronto e di cultura, e soprattutto c’è un mare di gente che non aspetta altro che momenti come questi.

Il mio bottino della manifestazione è stato più che soddisfacente: tre libri comprati (Svanire di Deborah Willis, consigliatomi da un bravissimo editore che mi ha fatto anche uno sconto a sentimento del 50%, We are family di Fabio Bartolomei che la cordialissima ragazza allo stand mi ha tenuto in serbo per tre giorni e Fare scene di Domenico Starnone, che cercavo da tempo), tre ricevuti in regalo (Breve storia femminile dello sguardo di Valeria Cammarata, omaggiato da un simpatico vicino di stand, Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana estorto ai librai di Sellerio e Troppo, troppo tardi ricevuto dall’ottimo scrittore Alessandro Locatelli, di cui ho letto una raccolta di racconti davvero valida).

Infine, grazie grazie grazie a Coky: per la compagnia, per la vicinanza, per le piadine, per la sua amicizia.

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Parlare di gialli (non è affatto facile).

Non sono brava a parlare in pubblico: appena l’uditorio supera le tre-quattro persone (cinque se si tratta di intimi amici o familiari al pranzo di Natale) divento rossa (coro degli astanti: sei tutta rossa!), sudo e mi impappino senza tregua; per questo, di solito cerco di evitare le situazioni lavorative in cui è necessario comunicare con più persone alla volta: svicolo, mando avanti colleghe meno inibite e più spigliate, mi focalizzo sulla discussione a due, cerco di sviare l’attenzione allacciando stringhe già ben annodate o mimetizzandomi dietro banchetti stipati di libri. Ma, quando una collega brava-e-simpatica mi ha chiesto di intervenire a un corso dedicato alla lettura e al lavoro editoriale, non ho potuto dire di no. Prima di tutto, a ingolosirmi e farmi dimenticare il nervosismo è stato il tema della discussione: oltre che di social media marketing, infatti, dovrò parlare di gialli; anche la location, poi, ha contribuito: la mia ex scuola superiore. Mi sono lasciata convincere, quindi, opponendo una debolissima resistenza: ed eccomi qui, con moltissimi libri sparsi sul tappeto e le idee molto poco chiare. Parlerò per un’ora circa, a un gruppo variegato di persone: una quindicina abbondante di iscritti ed ex-iscritti al liceo, quindi ragazzi di età compresa tra i sedici e i trentacinque anni; molti di loro hanno letto poco o nulla, sono appassionati di editoria quasi senza sapere cosa voglia dire, e desiderano lavorare in casa editrice per un ideale romantico-stereotipato: e soprattutto sono tanti, e io non li conosco, e penso che un discorso del tipo a-me-piacciono-molto-i-gialli non sia quello che si aspettano. Ecco, allora: partirò con gli elementi-base (cos’è un giallo, perché si chiama così, quali sono i primi gialli della storia, quanti tipi di gialli ci sono) per poi scendere nel dettaglio; porterò un bel po’ di libri, e proveremo a parlare di collane di gialli in Italia (e qui mi gioco il jolly: le copertine dei gialli Mondadori dagli anni Sessanta a oggi) e di case editrici che pubblicano gialli senza distinguerli dall’altra narrativa. Per finire, consegnerò a ognuno di loro una lista di romanzi gialli da leggere, o almeno da scegliere di non leggere: una serie di titoli tra classici, italiani e stranieri. Ma, se per i classici sono andata abbastanza sul sicuro (Agatha Christie, Rex Stout, Conan Doyle e Simenon si possono leggere ad ogni età), e per gli italiani ho dovuto scremare ma sono riuscita ad elencare un po’ di titoli non troppo truculenti e di tipologie abbastanza diverse (La donna della domenica, I milanesi ammazzano al sabato, La forma dell’acqua, Testimone inconsapevole, L’allieva, La briscola in cinque), per gli stranieri sono un po’ più in difficoltà: i romanzi svedesi saranno forse troppo impressionanti? Non so, ma non consiglierei a una sedicenne Assassino senza volto di Henning Mankell; via anche Stieg Larsson e, spostandoci negli Stati Uniti, la mia cara Lisa Gardner, dato che parlare di violenza sessuale sui bambini non mi sembra una buona idea. Via Anne Holt, Sandra Scoppettone e Jospeh Hansen, ché di sentir critiche sull’omosessualità dei protagonisti da parte di genitori infuriati non ne ho voglia, e au revoir anche a Jo Nesbø che, se fa paura a me, potrebbe farne anche a un nugolo di ragazzine. E Qiu Xiaolong? Mi piacerebbe introdurre un po’ di oriente, ma sapranno cosa si intende per Rivoluzione Culturale, o brancoleranno nel buio per 392 pagine? E che dire di Riti di morte di Alicia Giménez-Bartlett? Si parla di stupri, ma non posso certo consigliar loro di iniziare da un altro romanzo, né prescindere da un’autrice fondamentale per il giallo contemporaneo. Sono confusa, il tempo stringe e devo decidere in fretta. Qualcuno, per caso, conosce buoni gialli scritti da autori del Paraguay o della Nuova Zelanda?
Quando andavo a scuola, ho frequentato per un paio d’anni un corso di teatro; il corso iniziava subito dopo le lezioni, e a pranzo mangiavamo gli orribili panini del ba della scuola (o, nel mio caso, tre pacchetti di wafer al cioccolato, con buona pace della prova costume). Adesso mangerei volentieri un buon panino: condito con una maionese di avocado (polpa di avocado, poco olio e poco limone) e farcito con pomodoro verde, uova sode e formaggio olandese grattugiato. Scaldato appena appena è delizioso.

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Si fa presto a dire giallo.

 

Scrivere buoni romanzi gialli è indubbiamente difficile: si deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra intreccio e contesto, tra personaggi e intrigo, tra stile brillante e delitti efferati. La tendenza del giallo moderno – protagonisti non-del-mestiere che continuano a inciampare in crimini e misfatti, largo spazio alla vicenda privata di ognuno dei personaggi, poco sangue, poco ritmo, più risate che brividi, più ricette che alibi – ha contribuito a rendere molto complicato trovare buoni gialli, equilibrati, sensati, credibili. In questi giorni di post-vacanze, ho preso in mano due libri: uno è un romanzo, Panza e prisenza di Giuseppina Torregrossa, l’altro è la raccolta a dodici mani pubblicata da Sellerio in occasione del periodo natalizio, Regalo di Natale.
Del primo, sono interamente colpevole io: l’ho fatto trovare a mio padr
e sotto l’albero, convinta di stare portando a casa una specie di Camilleri in gonnella. Invece, grande delusione: il libro non è scritto male, ma ha uno stile molto classico, e soprattutto di giallo ha ben poco. Sì, è vero, si parla di un delitto: ma lo si fa tra un sospiro d’amore e l’altro, tra una riflessione sul profumo dei gelsomini e una sulla giusta consistenza del gelo di cannella, tra un rammarico della protagonista che non riesce a scegliere tra due uomini – espediente quantomai realistico e attuale, non c’è che dire – e un altro dei due bellimbusti, innamorati respinti dalla donna di cui sopra. Del morto e dell’assassino, siamo seri, importa ben poco a tutti: meno che mai a chi deve indagare, che accetta che la verità non venga fuori – anche perché, siamo chiari, l’autrice non sarebbe mai riuscita a trovare il modo di fornire indizi credibili -, vista l’atrocità di tutti i loschi figuri coinvolti. Bah.
La raccolta di racconti, invece, merita una riflessione a parte: se è difficile scrivere buoni romanzi gialli, scrivere testi gialli brevi e concentrati è quasi impo
ssibile. Applausi a scena aperta, quindi, per Alicia Giménez-Bartlett, che riesce a confezionare una storia che calza a pennello a Petra e Garzon, e soprattutto per Antonio Manzini, di cui non vedo l’ora di leggere il secondo romanzo, e per Marco Malvaldi, che è riuscito a tirarsi fuori dalle pastoie in cui si era imbrigliato, regalandoci un racconto delizioso, vivace, divertente, interessante e intelligente. Peccato per Maurizio de Giovanni: personaggio nuovo, ambientazione diversa, stile piacevole, ma una storia deboluccia e davvero poco poco gialla: al limite noir, ma proprio grigio perla, va’. Sciocco, sconclusionato e auto-celebrativo, come sempre, il pezzo scritto da Recami, che mi ha rubato il cuore con i romanzi non-gialli, e a cui consiglio spassionatamente di andare, abbandonando la trita ambientazione della casa di ringhiera, e assolutamente inutile quello di Bill James; in conclusione, più bei racconti che brutti, e quindi suvvia, compratelo.
È da molto tempo che non concludo un post con una ricetta: allora, ecco le polpette di melanzane. Sbucciate e tagliate a tocchi una bella melanzana tunisina, fatela lessare e poi schiacciatela con lo schiacciapatate; aggiungete menta, mandorle e pinoli a pezzetti, grana grattuggiato e pangrattato, fate delle polpettine, infarinatele e friggetele; servitele con una salsa preparata con yogurt greco, mela grattuggiata e un po’ di curry, farete un figurone.

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Vorrei chiederti.

A cosa pensi, tutto il giorno? Quando arriva il buio, ti dispiace non avere un libro da leggere, o una lampada e un mazzo di carte per fare un solitario, o magari una radio? Quanto dura la notte? Qual è l’ora peggiore? Le sei di sera sono proprio un’oraccia, si sa, ma neanche le quattro del mattino sono più divertenti, immagino. Nell’assurda arbitrarietà dello scorrere del tempo, quanto dura la tua estate, e quanto il tuo inverno? E cosa è più scomodo e spaventoso e implacabile, il freddo muto e interminabile delle notti di gennaio o il caldo che sfianca e annichilisce dei pomeriggi di agosto? Le strade vuote delle notti d’inverno o quelle delle domeniche pomeriggio d’estate? Cosa daresti, per avere solo una lunga e rassicurante primavera?

Dove dormivi, prima di trasferirti qui? Come hai fatto a portare tutto? Cosa ti serve? Mi hai detto che non vuoi troppi oggetti, perché la gente non sempre è buona, e tu dormi in strada e hai paura che te li portino via; ma se mi chiedessi qualcosa, cosa sarebbe? Una saponetta, una tinozza d’acqua calda, o gli spaghetti di cui mi hai parlato la prima volta che ci siamo visti? Preferiresti degli stivali o un paio di guanti? Perché non vuoi il mio piumone? Chi pensi che possa volertelo portare via? Quanta rabbia ti dà vivere in un portone e pensare che, dietro la sottile barriera di metallo, c’è un intero ex-albergo vuoto, con camere e letti e coperte, e gabinetti e divani morbidi, materassi asciutti e cuscini caldi? Ti piacerebbe avere le chiavi, o preferiresti tenere chiusa quella porta, evitare che qualcuno possa volere entrare insieme a te? Hai paura? E di cosa? Del tempo atmosferico o di quello che passa, di non mangiare o di non parlare? Di essere solo, di perdere il cane, di perdere la salute, di perdere la fiducia? Dell’indifferenza o dell’indiscrezione? Della burocrazia o della gente cattiva? Dei mostri nella tua testa o di quelli in motorino?

Cosa c’era, nella tua vita, prima? C’è stato qualcuno, un giorno, accanto a te? Quanto ti rassicura, dormire con un animaletto giovane e vivo stretto sotto la coperta? Oltre a pomodori, cipolle e insalata, cos’altro ti fa sorridere? Perché mi ripeti sempre che sei vegetariano? Perché è questo il brandello della tua identità che ci tieni di più a farmi conoscere? Perché, prima di dirmi il tuo nome e la tua città di origine, mi hai detto che non mangi la carne? Anche tu, quando allinei le scarpe accanto al letto con attenzione meticolosa, pensi che questa piccola cura possa portarti fortuna?

Cosa c’è, nella tua mente? Mi capisci sempre, quando parliamo? E lo sai, che io spesso non capisco te, anche se ci provo? Preferisci vedermi passare in silenzio, sorridere e scuotere la mano o fermarmi a regalarti una banana? E, a proposito, preferisci la banana o l’arancia, o vorresti una mela o un ananas o un mazzo di carote? Ti piace quando gioco col tuo cane e lui mi salta addosso? Come facevi, senza l’apriscatole? Dove vai, la mattina, quando passo e non ti trovo? Ti piacerebbe raccontarmi qualcosa di te? Vorresti che te lo chiedessi, o che mi facessi i fatti miei? Sai che, ogni volta che sento un tuono o il vento soffia con particolare cattiveria, mi chiedo dove sei?

Mi faresti sedere accanto a te sulla coperta arancione, per non fare niente se non  guardare la piazza in silenzio?

A Ife e Mosca, che mi regalano ogni mattina un sorriso, perché anche per loro, da qualche parte, c’è un bastimento carico di riso.

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Perché “ho fatto del mio meglio” non significa mai “ho fatto abbastanza”?

 

Vi ricordate ancora che cosa vi piace? Che cosa vi interessa, che cosa vi fa provare una breve vertigine o semplicemente distendere gli angoli della bocca in un sorriso involontario e appagato? Quali libri trovate avvincenti e quali mortalmente noiosi, quali canzoni vi fanno schioccare le dita a tempo e battere un piede, ritmicamente, sul tappetino dell’auto, quali film vi fanno ridere o piangere o soffrire o pensare – ve lo ricordate? È rimasta una parte di voi che sa benissimo che, anche se su fb e nella pausa-caffè in ufficio e il sabato sera con gli amici e alle cene aziendali di vostra moglie fingete di emettere urletti di gioia per Sussurri e grida, in realtà avete maledetto ognuno dei 91 stronzi minuti di questa sofisticata e spocchiosa tortura in pellicola? Siete disposti ad ammettere che l’ultimo romanzo di Baricco vi ha annoiato, che non avete mai letto la Storia della rivoluzione russa di Trotsky e non ne sentite nemmeno la necessità, e che di una mostra di pittura concettuale fate volentieri a meno? E, al contrario, siete in grado di accettare l’idea che quello che a voi sembra inutile o poco interessante o privo di senso a qualcun altro piaccia? Perché sprecate tempo con qualcosa che, per qualsiasi motivo, detestate, invece di impiegarlo per altro, mangiare, dormire, sognare, chiacchierare, vivere? Siete abbastanza onesti da sapere perché, qualcuno o qualcosa, proprio non vi va giù?
Avete mai provato a mettervi nei panni di un malato? A farlo davv
ero, intendo? A chiedervi cosa fareste, voi, al suo posto? Avete considerato mai l’idea che una persona in sedia a rotelle non sia un’entità astratta uomo-non-deambulante, ma qualcuno come me e voi e quel passante laggiù, a cui un giorno è capitata una sfiga madornale? Come reagireste, a una simile sfiga? Non sareste incazzati con l’universo, non bestemmiereste e gridereste e lancereste oggetti pesanti in giro per la casa al solo scopo di sfogare un po’ di rabbia? Vi siete mai chiesti quanto possa essere frustrante doversi appoggiare ai muri per camminare, chiedere aiuto per affrontare uno scalino, non sentirsi sicuri di sé, non poter correre se si deve fare pipì né portare a spasso il cane? Non poter decidere di sé e della propria vita? Pensate davvero che a qualcuno che non può alzarsi e uscire dalla stanza e sbattere la porta per mettere fine a un litigio importi qualcosa se lo si definisce disabile o diversamente abile?
Perché molte persone non sono minimamente coinvolte da ciò che hanno accanto, ma preferiscono spalleggiare battaglie che non appartengono loro? Perché, quando i monti della Sicilia hanno bruciato per giorni e giorni, quasi nessuno ha sprecato una parola, ma se qualcosa di simile fosse successo in Amazzonia o in Tibet si sarebbe levato un coro di protesta scandalizzato e vibrante? Cosa spinge a preoccuparsi di cause che non ci riguardano? La paura, l’empatia, la lontananza? La noia, il bisogno di apparire diversi o migliori degli altri, il desiderio di evasione? Perché la situazione della Palestina vi fa indignare di più dell’oblio su S. Anna di Stazzema? Perché l’arresto di una blogger a Cuba fa più rumore delle proteste di piazza degli studenti superiori italiani, caricati impunemente dalla polizia?
Perché Sellerio ci ha tenuto a pubblicare – e pubblicizzare – Exit di Alicia Giménez-Bartlett, senza sottolineare, se non di sfuggita, che si trattava del suo primo libro? E quanti saranno pronti ad ammettere che si tratta di un romanzo abbastanza sconclusionato, con una trama a tratti risibile e personaggi privi di spessore? E che la scrittrice, che è brava e intelligente e colta e sagace, qui non ha ancora raggiunto una buona maturità espressiva? E infine, accidenti, chi avrebbe mai il coraggio di definire “scintillante” una frittata?

Questo post, come molto molto altro, è debitore nei confronti di una persona: che lo sa, e spero che ne sorrida 🙂

 

 

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Cattivi pensieri di Natale

Di solito mi piacciono molto, i libri Sellerio, si sa. Amo il loro formato tascabile, dalle dimensioni perfette per la lettura a letto, su un fianco, con il pollice tra le pagine e il semi-labrador sui piedi, e molto sonno e gli occhi quasi-chiusi ma ancora una pagina; amo la carta Roma, le copertine riconoscibili e semplici, pulite, essenziali, amo quella macchia di blu scuro che producono le loro costine allineate sui miei scaffali, bassette e uniformi, discrete. Amo le scelte che compiono, da quella dei titoli e degli autori, a quella di ri-pubblicare libri a cui sono affezionata, come Il nodo e il chiodo o L’affaire Moro, con copertine diverse e misure da tasca della vestaglia e le stesse parole forti intense dentro.

Proprio per questo, quando ho preso in libreria – gesto rapido e risoluto nel timore di un ripensamento dettato da sciocchi puerili sensi di colpa e immagini auto-prodotte di pile traballanti di libri che franano dal comodino alla cuccia dell’amato quadrupede – Un Natale in giallo, ero colma di buoni auspici: sono uscita dal negozio con un sapore dolce-confortante in bocca e un sorrisetto compiaciuto sulle labbra che ha fatto in modo che il bulletto in divisa da forse del (dis)ordine private a guardia del centro commerciale mi guardasse sospettoso e pronto ad evocare metaforici tintinnii di manette; inoltre, i sette autori, Gian Mauro Costa, Carlo Flamigni, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Ben Pastor, Santo Piazzese, Francesco Recami, mi piacciono – con sfumature che vanno dall’applauso entusiasta al mezzo sorriso volenteroso, certo. Purtroppo, le mie aspettative sono state deluse: il libro, che certo non è da buttar via, non è neanche un granché. Eccheccavolo.

Gli autori, tranne Costa e Piazzese, sembrano genericamente a disagio: come costretti a tirar fuori un raccontino giallo (che poi, nella maggior parte dei casi, giallo un paio di palle, eh) al solo scopo di inserirlo in questa raccolta. Sembra in panico, subito, Recami: e sì che è uno scrittore che amo, ma il giallo non è esattamente il suo genere, sebbene si ostini a scriverne; il suo racconto, proditoriamente inserito per primo, gira intorno al cortile della casa di ringhiera senza approdare a nulla. Alicia Giménez-Bartlett, dal canto suo, sembra troppo impegnata a spiegare chi siano Petra e Fermín e quanto odino il Natale per ipotizzare di imbastire una trama; banale, prevedibile, scontato. Piazzese, invece, tira fuori un qualcosa di gradevole, e vabbe’ che ci ha messo dieci anni per tornare a scrivere: un raccontino equilibrato e strutturato e un protagonista che, dall’ultima ‘comparsa’, sembra maturato: ha smesso di andare dietro alle gonnelle di biondine americane di nome Darline, ed è già qualcosa. Anche Costa se la cava egregiamente: il suo Enzo Baiamonte, malinconico e complesso, giganteggia per ironia e spessore sugli altri personaggi. Malvaldi sembra rifugiarsi nel dialetto e nelle solite ciance dei vecchietti del BarLume per pura mancanza di idee, e tira fuori uno svarione clamoroso proprio sulle sue amate carte da gioco; una di quelle cose che mi fanno digrignare i denti per la rabbia: è mai possibile che nessuno, un amico, un parente, non dico addirittura un editor, se ne sia accorto? Ma dai, un po’ di rispetto. Flamigni propone una storiella priva di consistenza, inutile, imbarazzante; quella di Pastor è monocorde e grigia, insapore, di una noia bianco-lattiginoso che lascia stremati.

Il mio amore per Sellerio ha subito un drastico ridimensionamento: va bene, il libro niente-di-che può capitare, ma l’impressione generale è di un escamotage commerciale un po’ troppo smaccato: la prossima volta dateci l’iban e vi mandiamo i soldi, ma evitate di ammannirci schifezze, plis.

Per correttezza, specifico che questo post nasce come re-impasto della recensione al libro che ho scritto per il sito www.temperamente.it

 

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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