Giù le mani dalle mie patatine.

Sono stata una bambina magretta; mangiavo molto e con gusto, andavo regolarmente in palestra e cullavo in imbarazzato silenzio la sicurezza di diventare una campionessa di ginnastica artistica. Sono stata, poi, un’adolescente cicciotta: molte cadute, un intervento al piede e anni senza indossare una tuta da ginnastica erano andati di pari passo con un’immutata voglia di cibo, meglio se succulento, condito, ridondante, eccessivo. Una nonna il cui verbo era i bambini ai miei tempi si portavano grassi gestiva i miei pasti, che comprendevano molte portate variamente articolate e si concludevano necessariamente con caffè e dolcetto. L’ironia familiare mi ha rapidamente ribattezzata la tonda: ancora adesso che sono una giovane donna relativamente in forma, il soprannome è ancora parte di me.

Al netto degli scherzi, mi infastidisce ancora oggi chi mi conta i bocconi, chi si lamenta del mio stile alimentare, chi critica ciò che mangio: penso di essere in salute e non accetto reprimende sull’argomento, come non ne accetto sul mio abbigliamento, sul mio non-taglio di capelli, sulla mia auto impolverata e in generale sul mio modo di condurre la vita.

Pochi giorni fa, a una fiera culturale, ho orecchiato un dialogo che ho trovato agghiacciante; due trentenni, fidanzati da qualche anno, discutevano su cosa mangiare a pranzo. Lei, alta e magra – una taglia 38, per intenderci -, desiderava un cartoccio di patatine; la bottega era alle loro spalle, il profumo di fritto era stuzzicante, non c’era fila. Lui, con aria sprezzante, scuoteva la testa: no, non era il caso che le mangiasse, sarebbe ingrassata. Lei si opponeva flebilmente: da un lato l’idea di uno snack godurioso la tentava visibilmente, dall’altro tentennava, convinta di rischiare seriamente di rovinarsi la linea per uno strappo alla dieta. Sono andata via inorridita. Al di là dell’avvilente considerazione sull’assurdità della situazione, ho dovuto constatare che non è la prima volta che assisto a una scena simile: una donna che desidera mangiare qualcosa, un uomo che le conta i bocconi per motivi puramente estetici. Il maschilismo condensato in un’unica, semplice considerazione: non puoi avere quello che desideri, non perché possa farti male, ma perché ti renderebbe meno bella, quindi meno appetibile ai miei occhi e meno spendibile come merce di scambio nella lotta tra maschietti a chi vale di più. Da qui alla considerazione della donna come intrinseca proprietà maschile, con tutto il seguito di gelosie patologiche, volontà di controllo e incapacità di accettare la fine di una relazione, temo che il passo non sia troppo lungo. Mi sono chiesta – mi chiedo sempre, in realtà – perché una donna dovrebbe mai sopportare un simile atteggiamento. Continuo a non trovare una risposta.

Sto leggendo, rapidamente e con piacere, La battaglia navale di Marco Malvaldi. È fresco, dinamico, frizzante e raccontato con la lingua felice di chi sorride mentre scrive. Godibilissimo.

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Italian Book Challenge, ovvero come stressare parenti e amici per farsi aiutare a trovare i libri giusti.

Da molto tempo esiste una simpatica sfida letteraria, nota come Italian Book Challenge: una sorta di competizione in cui chi partecipa è tenuto a leggere, in un anno, cinquanta libri, scelti attenendosi alle indicazioni di una lista. Dal 2016, la gara è diventata appannaggio di alcune librerie indipendenti, che stanno tentanto di intestarsela pretendendo che i partecipanti acquistino da loro i libri in questione, in cambio di sconti o simbolici premi. Anche io, per la prima volta, ho deciso di partecipare: non comprando i libri nel negozio prescritto, però, ma sfruttando ebook e romanzi presi in prestito da parenti e amici: un Italian Book Challenge più alla buona, probabilmente non abbastanza radical chic, ma spero ugualmente divertente.

Iniziando solo adesso, con tre mesi buoni di tempo già consumati, per prima cosa ho confrontato la lista dei libri prescritti con quella delle mie letture dell’anno in corso: per fortuna, sono riuscita a piazzare molti romanzi che avevo già letto. L’uovo fuori dal cavagno di Margherita Giacobino è perfetto come romanzo di formazione (zaaac, tratto di penna sulla voce corrispondente), mentre Buchi nella sabbia di Marco Malvaldi soddisfa in pieno le richieste della categoria libri con copertina blu. Come dire di Stefano Bartezzaghi è un saggio, quindi spunto la sesta voce della lista, mentre Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli di Antonio Menna è un giallo, quindi via anche il punto ventuno. Me ne rimangono ancora moltissimi da leggere: ma soprattutto, riuscirò a trovare libri che rispondano alle indicazioni e che non mi annoino troppo?

Alcune richieste, lo ammetto, mi gettano nel panico: troverò un libro in cui il protagonista svolge il mio stesso lavoro? Ovvero, esistono libri in cui il protagonista fa il social media coso? Qual è un classico che avrei dovuto leggere alle superiori? Quelli che mi erano stati assegnati li ho letti all’epoca, lo giuro. E un libro che ho sempre voluto leggere ma non ho mai letto quale può essere? Di solito, i libri che voglio leggere li leggo davvero, non aspetto che una lista me li prescriva. Su qualcosa sono in dubbio (un romanzo che sia stato scritto almeno cento anni prima della mia nascita nuocerà gravemente alla mia salute mentale?), su qualcos’altro sono rassegnata (per la voce un libro più lungo di seicento pagine leggerò Villa Metaphora di Andrea De Carlo, anche se avevo giurato che avrei smesso), su altro ancora sono confusa (un libro che parli di un fallimento quale diamine può essere?). Sono determinata ad andare avanti, cercando di non barare e di divertirmi: spero che sia un modo per conoscere libri nuovi, nuovi autori, nuovi stili. Soprattutto, spero davvero di non ridurmi, il pomeriggio del 30 dicembre, a scorrere a tutta velocità Cime tempestose perché mi mancano gli ultimi capitoli per completare la sfida.

Per ora sto leggendo L’amante senza fissa dimora di Fruttero & Lucentini, consigliato/imposto dallaMate; mi sta piacendo, ma anche se non fosse così non potrei mai ammetterlo pubblicamente, o verrebbe fin qui per picchiarmi.

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Un biondo per casa.

Tra quattro giorni, Nando compirà sei mesi. Il meticcetto biondo mèchato, come lo definisce sua madre, sta crescendo. Pesa 11 chili, salta due pasti su tre come nella migliore tradizione dei cani che allevo, ha sviluppato una spiccata predilezione per il secchio della spazzatura e le posate in lavastoviglie. Ha ancora il sottopelo soffice da cucciolo, Nando: e le orecchie che stanno su, ma solo fino a un certo punto, e si abbassano di lato quando ascolta qualcosa con aria perplessa.

Nando è buffo, gioioso, divertente e grato; dorme atteggiando le labbra a sorriso, a distanza di sicurezza dalla sua cuccia, luogo che odia e da cui si tiene rigorosamente alla larga, tranne nei dieci secondi in cui ci si accoccola con aria condiscendente in attesa del bocconcino della buona notte. Nando è intelligente, sveglio e compunto: campione mondiale di “cerca”, aspirante al titolo europeo di “terra”, ottimo esecutore di “seduto”, quando non sono presenti gatti, passanti o autobus nel raggio di qualche metro dal suo guinzaglio. Nando ha capito alla svelta le regole-base della vita in famiglia: niente pipì per terra, niente giornali incustoditi fatti a brandelli, niente fili della luce rosicchiati né cuscini sbavazzati; sul divano, sì: ma solo se nessuno lo sta guardando, ovviamente.

Nando odia la sua pettorina: si getta zampe all’aria quando si cerca di fargliela indossare, la rosicchia compulsivamente fino a renderla inservibile quando l’ha addosso, le tende agguati quando la vede poggiata sulla terza mensola dal basso del soggiorno. Nando odia anche, nell’ordine, non poter salire sulla poltrona quando c’è seduto qualcun altro, i suoi croccantini al pollo e la palla-labirinto di gomma rossa che gli ho comprato sfidando un pomeriggio di diluvio.

Nando ha paura: del buio, della solitudine, dei rumori improvvisi. Può giocare per interi quarti d’ora con branchi di molossi grandi il doppio di lui, e poi appiattirsi a terra con aria disperata per aver sentito scuotere un tappeto da un balcone. Teme le porte che sbattono, l’ascensore che viene usato da un vicino di casa, il frullatore in funzione, i gatti in calore che si rincorrono a tre isolati di distanza. È in grado di rotolare da una stanza all’altra rimbalzando contro le pareti e abbaiando furiosamente per aver sentito chiudere lo sportello di una macchina due strade più in là di casa sua. Nando, la notte, dorme poco e male: circospetto e insicuro, con un occhio sempre aperto, teso e preoccupato, salta su al primo scricchiolio, ringhia alla porta del bagno mentre faccio pipì, abbaia al vetro della portafinestra mentre il camion della nettezza urbana si ferma davanti ai cassonetti.

Nando è un cane speciale: traumatizzato ma allegro, terrorizzato ma fiducioso, pieno di paure ma colmo di gratitudine; obbediente e volenteroso, pigro e indolente, molto invadente ma altrettanto delicato. Il degno fratellino del semi-labrador: sarebbe stato uno spettacolo vederli giocare insieme.

In un periodo di letture distratte, l’ideale era l’uscita di un nuovo romanzo di Malvaldi: ed ecco qui Il telefono senza fili. È vivace, leggero, frizzante, blandamente divertente. Ci voleva proprio.

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Come leggere molti libri (ed essere felici).

Qualche giorno fa, un articolo su Internazionale forniva istruzioni per riuscire nell’intento di leggere una cinquantina di libri l’anno: uno a settimana, in sostanza. In periodi meno frenetici di questo – quelli, per intenderci, in cui non cerco di scorrere rapidamente due manoscritti in mezz’ora tenendoli in bilico sulle ginocchia, mentre con una mano mescolo il sugo di pomodori olive capperi scorza di limone e maggiorana e con l’altra reggo l’asciugacapelli – era per me una media assolutamente abbordabile; leggevo quattro-cinque libri al mese, cercando di alternare gialli e non-gialli per non trovarmi con Miss Marple, Nero Wolfe e il commissario Montalbano a sgomitare per dare la caccia allo stesso ladro. Avevo anche io trucchi salva-tempo ed escamotage da sfruttare nei momenti di crisi; eccone un po’.

  1. Mai leggere libri troppo lunghi
    Il ritmo giusto per un libro è quello che mi permette di leggere non meno di cinquanta pagine al giorno; dato che non amo dedicarmi troppo a lungo a qualcosa, di solito non prendo neanche in considerazione i libri che superano le 250-300 pagine. Cinque/sei giorni sono più che sufficienti per entrare e uscire da una storia.
  1. La tua saga del cuore ti aiuterà a risparmiare tempo

    Per me sono i libri di Camilleri, quelli di Antonio Manzini o Marco Malvaldi: i romanzi taglia-giorni, quelli che faccio fuori in quarantotto-settantadue ore e mi regalano tempo in più da dedicare al romanzo successivo (che è lunghetto, o ostico, o complesso, ma inspiegabilmente ho deciso di leggerlo lo stesso).

  1. Leggi sempre, ovunque, comunque

    Se leggi solo a letto, o solo sul divano dopo pranzo, a meno che tu non sia molto rapido non riuscirai a macinare più di poche pagine al giorno; l’unica soluzione è sfruttare i ritagli di tempo: l’acqua per la doccia si sta scaldando? Puoi leggere un paragrafo. Sei in fila alla Posta? Puoi fare un saluto a Poirot. Leggi dal mattino: non c’è niente di più bello di fare colazione con i personaggi che ti hanno dato la buona notte qualche ora fa.

  2. Il libro giusto ha la forma e le dimensioni giuste
    Per trovare posto nella tasca della vestaglia, ad esempio, e rimanere a portata di mano per l’intera mattina. O per farsi riporre in borsa, o nel vano portaoggetti del cruscotto, o nel carrello della spesa. Il libro giusto non sta mai a più di un metro da te.

  3. Abbandona senza pietà
    Non ho pazienza, e meno che mai accetto di annoiarmi: per cui, qualsiasi romanzo impieghi più di cinquanta pagine per decollare, per me è fuori; posso provare a dargli una seconda, o terza, possibilità, nei giorni successivi: se continua a non prendermi, abbiamo chiuso. Lo scambierò su Anobii, lo presterò a qualcuno a cui possa piacere, lo riporrò in attesa di tempi migliori, ma non permetterò che mi faccia perd
    ere tempo né che mi tedi un minuto di più.

  4. Non trascurare i racconti
    Sono brevi, concisi, di solito hanno un ritmo brillante: non cassare senza ritegno le raccolte di racconti. Sono la lettura perfetta da sbocconcellare quando hai poco tempo e non puoi riprendere in mano la storia senza perderti qualcosa ad ogni pausa.

  5. Due libri sono meglio di uno
    Ogni libro ha un orario giusto per sé: di solito, quello che mi accompagna a letto e mi augura la buona giornata il mattino dopo è carezzevole, delicato, poco spaventoso; quello che mi tiene compagnia dopo pranzo e mi aiuta a preparare la cena è robusto, intenso, di carattere. Meglio leggere due libri in dieci giorni, che forzare uno solo ad adattarsi ad ogni ora.

  6. Pianifica la lettura

    Quando mi accingevo a prendere in mano Le correzioni di Franzen, una collega ha rischiato di vanificare le mie buone intenzioni con la frase ho impiegato due mesi a finirlo. Ora, io non ho voglia di fare nulla per due mesi di fila. Ho pianificato, dunque, la lettura: ho deciso in anticipo quante pagine trangugiare al giorno, e mi sono sforzata di non farmi sconti. Leggere molto è come fare ginnastica, richiede allenamento: Le correzioni mi è piaciuto tantissimo, e cinque giorni erano più che sufficienti.

  7. Goditela
    Leggere è un piacere, è la via di fuga da giornate stressanti e discussioni spiacevoli, è l’antidoto perfetto alla noia. Immergiti in una storia, a capofitto: prendi la rincorsa, turati il naso e vai. Sarà stupendo, e se dovesse andar male, basta cambiare libro.

 

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Si fa presto a dire giallo.

 

Scrivere buoni romanzi gialli è indubbiamente difficile: si deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra intreccio e contesto, tra personaggi e intrigo, tra stile brillante e delitti efferati. La tendenza del giallo moderno – protagonisti non-del-mestiere che continuano a inciampare in crimini e misfatti, largo spazio alla vicenda privata di ognuno dei personaggi, poco sangue, poco ritmo, più risate che brividi, più ricette che alibi – ha contribuito a rendere molto complicato trovare buoni gialli, equilibrati, sensati, credibili. In questi giorni di post-vacanze, ho preso in mano due libri: uno è un romanzo, Panza e prisenza di Giuseppina Torregrossa, l’altro è la raccolta a dodici mani pubblicata da Sellerio in occasione del periodo natalizio, Regalo di Natale.
Del primo, sono interamente colpevole io: l’ho fatto trovare a mio padr
e sotto l’albero, convinta di stare portando a casa una specie di Camilleri in gonnella. Invece, grande delusione: il libro non è scritto male, ma ha uno stile molto classico, e soprattutto di giallo ha ben poco. Sì, è vero, si parla di un delitto: ma lo si fa tra un sospiro d’amore e l’altro, tra una riflessione sul profumo dei gelsomini e una sulla giusta consistenza del gelo di cannella, tra un rammarico della protagonista che non riesce a scegliere tra due uomini – espediente quantomai realistico e attuale, non c’è che dire – e un altro dei due bellimbusti, innamorati respinti dalla donna di cui sopra. Del morto e dell’assassino, siamo seri, importa ben poco a tutti: meno che mai a chi deve indagare, che accetta che la verità non venga fuori – anche perché, siamo chiari, l’autrice non sarebbe mai riuscita a trovare il modo di fornire indizi credibili -, vista l’atrocità di tutti i loschi figuri coinvolti. Bah.
La raccolta di racconti, invece, merita una riflessione a parte: se è difficile scrivere buoni romanzi gialli, scrivere testi gialli brevi e concentrati è quasi impo
ssibile. Applausi a scena aperta, quindi, per Alicia Giménez-Bartlett, che riesce a confezionare una storia che calza a pennello a Petra e Garzon, e soprattutto per Antonio Manzini, di cui non vedo l’ora di leggere il secondo romanzo, e per Marco Malvaldi, che è riuscito a tirarsi fuori dalle pastoie in cui si era imbrigliato, regalandoci un racconto delizioso, vivace, divertente, interessante e intelligente. Peccato per Maurizio de Giovanni: personaggio nuovo, ambientazione diversa, stile piacevole, ma una storia deboluccia e davvero poco poco gialla: al limite noir, ma proprio grigio perla, va’. Sciocco, sconclusionato e auto-celebrativo, come sempre, il pezzo scritto da Recami, che mi ha rubato il cuore con i romanzi non-gialli, e a cui consiglio spassionatamente di andare, abbandonando la trita ambientazione della casa di ringhiera, e assolutamente inutile quello di Bill James; in conclusione, più bei racconti che brutti, e quindi suvvia, compratelo.
È da molto tempo che non concludo un post con una ricetta: allora, ecco le polpette di melanzane. Sbucciate e tagliate a tocchi una bella melanzana tunisina, fatela lessare e poi schiacciatela con lo schiacciapatate; aggiungete menta, mandorle e pinoli a pezzetti, grana grattuggiato e pangrattato, fate delle polpettine, infarinatele e friggetele; servitele con una salsa preparata con yogurt greco, mela grattuggiata e un po’ di curry, farete un figurone.

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Vuoi esprimere tre desideri?

Se incontrassi il genio della lampada, cosa gli chiederei? Non lo so; così, a naso, le tre cose che mi vengono in mente sono 1) pelle azzurra e altezza due mele o poco più per tutta la popolazione mondiale, 2) un pinguino domestico da coccolare, 3) un canguro come mezzo di trasporto, per andare in ufficio a balzelloni. Non ho chiaro, però, se questi desideri siano validi: si può domandare qualcosa che cambierà in maniera decisa e definitiva la popolazione mondiale, come la carnagione azzurra? E si può pretendere che un canguro bighelloni per l’intera mattina su un marciapiede, magari giocando con Mosca, o che impari ad aspettare in anticamera, se il caso aprendo la porta e facendo accomodare gli ospiti? E come si concilia il pinguino domestico con la normale temperatura delle nostre case? Forse bisognerebbe chiedere un preventivo adattamento del pennuto ai 35° di Palermo; ma questa richiesta non assurgerebbe, forse, al ruolo di desiderio a parte? O forse si possono chiedere desideri articolati per punti successivi? Non mi è chiaro.

Penso che, in linea teorica, tutti abbiamo abbastanza chiaro quali siano le nostre priorità: salute, amore e realizzazione lavorativa, in ordine sparso. Ma, nella pratica, cosa desideriamo davvero? Che nostra madre guarisca, ad esempio? E quanto cambierebbe la nostra vita, un desiderio immenso e complesso come questo? Forse non riconoscerei più mia madre, così; forse non sarebbe più lei, la mia-madre-che-conosco. Forse sono egoista, forse dovrei volere il meglio per lei, per quanto possa essere inspiegabile e spaventoso per me. Ma guarire cosa significherebbe: tornare a quando stava bene, cancellando gli anni in mezzo? O star bene ora, ricordando il dolore del passato senza poterlo cambiare? Quante cose sarebbero state diverse, se il genio fosse apparso vent’anni fa? E se chiedessi la salute per me, a cosa andrei incontro? Magari potrei specificare: battermi per ottenere, ad esempio, di mantenermi in ottima forma fino ai novanta anni. E poi? Se il mio destino fosse di viverne cento, e gli ultimi dieci fossero una crudele, perenne dannazione? Accidenti, genio: sono davvero confusa. Forse il primo desiderio dovrebbe essere quello di saper scegliere bene i restanti due.

Forse la cosa migliore sarebbe poter frazionare i tre desideri in tanti mini-piaceri, innocui e divertenti, di quelli che ti facilitano la vita senza stravolgerla: che so, bucato che si stende e si ritira schioccando le dita, una scorta infinita di bei libri, Nadal che vince ogni match urlando vamos! e salutandomi con la mano dallo schermo. E poi trovare un manoscritto inedito di Natalia Ginzburg, avere un fondo illimitato di monetine per prendere palline di gomma a tutti i distributori, poter mangiare cioccolatini e biscotti alla doppia crema senza aver mai mal di pancia; una temperatura costante di 23°, piante rigogliose sul terrazzo, non aver paura di guidare in autostrada. E ancora il fondo della crostata che non si brucia mai, un forno a legna che appare solo quando ho voglia di pizza, Ife sempre sorridente. Che il nostro amore non finisca mai, il tuo sorriso che mi scalda il cuore ogni giorno, la tua voce entusiasta, senza ombre. Essere una persona migliore, conoscere il modo giusto per fare le cose. E ancora saper correre bene coi pattini, andare in slittino sulla discesa del garage, poter giocare tutto il giorno con la spillatrice…

I libri illimitati ancora non li ho, ma ho ricevuto un regalo che si avvicina molto a questa voluttà: una pennetta (che sta già svolazzando verso casa!) con tanti tanti bei romanzi dentro, e un kindle rivestito di giallo su cui leggerli. Per ora ho, tra le mani, un libro di carta, però: ed è l’ultimo di Marco Malvaldi, Argento vivo, che mi sta lasciando molto fredda.

Tra i miei desideri dovrebbe esserci anche il poter mangiare a crepapelle: nell’attesa, una ricettina semplice sono i rotolini di pollo che ho preparato a pranzo. Petto di pollo ben battuto farcito con un mix di formaggio spalmabile, mandorle e pomodori secchi a pezzetti. In padella con olio e un po’ di vino bianco e sono pronti.

Infine, questo post non è tutta farina del mio sacco: per cui grazie, anche per questo, a chi mi aiuta, ogni giorno, a pensare e capire e vivere.

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Cattivi pensieri di Natale

Di solito mi piacciono molto, i libri Sellerio, si sa. Amo il loro formato tascabile, dalle dimensioni perfette per la lettura a letto, su un fianco, con il pollice tra le pagine e il semi-labrador sui piedi, e molto sonno e gli occhi quasi-chiusi ma ancora una pagina; amo la carta Roma, le copertine riconoscibili e semplici, pulite, essenziali, amo quella macchia di blu scuro che producono le loro costine allineate sui miei scaffali, bassette e uniformi, discrete. Amo le scelte che compiono, da quella dei titoli e degli autori, a quella di ri-pubblicare libri a cui sono affezionata, come Il nodo e il chiodo o L’affaire Moro, con copertine diverse e misure da tasca della vestaglia e le stesse parole forti intense dentro.

Proprio per questo, quando ho preso in libreria – gesto rapido e risoluto nel timore di un ripensamento dettato da sciocchi puerili sensi di colpa e immagini auto-prodotte di pile traballanti di libri che franano dal comodino alla cuccia dell’amato quadrupede – Un Natale in giallo, ero colma di buoni auspici: sono uscita dal negozio con un sapore dolce-confortante in bocca e un sorrisetto compiaciuto sulle labbra che ha fatto in modo che il bulletto in divisa da forse del (dis)ordine private a guardia del centro commerciale mi guardasse sospettoso e pronto ad evocare metaforici tintinnii di manette; inoltre, i sette autori, Gian Mauro Costa, Carlo Flamigni, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Ben Pastor, Santo Piazzese, Francesco Recami, mi piacciono – con sfumature che vanno dall’applauso entusiasta al mezzo sorriso volenteroso, certo. Purtroppo, le mie aspettative sono state deluse: il libro, che certo non è da buttar via, non è neanche un granché. Eccheccavolo.

Gli autori, tranne Costa e Piazzese, sembrano genericamente a disagio: come costretti a tirar fuori un raccontino giallo (che poi, nella maggior parte dei casi, giallo un paio di palle, eh) al solo scopo di inserirlo in questa raccolta. Sembra in panico, subito, Recami: e sì che è uno scrittore che amo, ma il giallo non è esattamente il suo genere, sebbene si ostini a scriverne; il suo racconto, proditoriamente inserito per primo, gira intorno al cortile della casa di ringhiera senza approdare a nulla. Alicia Giménez-Bartlett, dal canto suo, sembra troppo impegnata a spiegare chi siano Petra e Fermín e quanto odino il Natale per ipotizzare di imbastire una trama; banale, prevedibile, scontato. Piazzese, invece, tira fuori un qualcosa di gradevole, e vabbe’ che ci ha messo dieci anni per tornare a scrivere: un raccontino equilibrato e strutturato e un protagonista che, dall’ultima ‘comparsa’, sembra maturato: ha smesso di andare dietro alle gonnelle di biondine americane di nome Darline, ed è già qualcosa. Anche Costa se la cava egregiamente: il suo Enzo Baiamonte, malinconico e complesso, giganteggia per ironia e spessore sugli altri personaggi. Malvaldi sembra rifugiarsi nel dialetto e nelle solite ciance dei vecchietti del BarLume per pura mancanza di idee, e tira fuori uno svarione clamoroso proprio sulle sue amate carte da gioco; una di quelle cose che mi fanno digrignare i denti per la rabbia: è mai possibile che nessuno, un amico, un parente, non dico addirittura un editor, se ne sia accorto? Ma dai, un po’ di rispetto. Flamigni propone una storiella priva di consistenza, inutile, imbarazzante; quella di Pastor è monocorde e grigia, insapore, di una noia bianco-lattiginoso che lascia stremati.

Il mio amore per Sellerio ha subito un drastico ridimensionamento: va bene, il libro niente-di-che può capitare, ma l’impressione generale è di un escamotage commerciale un po’ troppo smaccato: la prossima volta dateci l’iban e vi mandiamo i soldi, ma evitate di ammannirci schifezze, plis.

Per correttezza, specifico che questo post nasce come re-impasto della recensione al libro che ho scritto per il sito www.temperamente.it

 

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Aurea mediocritas?

Sono una persona assolutamente comune. Ho un viso niente-di-che, indosso vestiti dai colori sobri, pullover grigi blu verde bottiglia punteggiati da rari maglioncini gialli che mi piacciono molto ma mi stanno particolarmente male; non ho occhiali da nerd, tatuaggi con segni zodiacali o disegni tribali dall’ignoto significato, creste verderosa da punkabbestia. Ho idee abbastanza condivisibili – tranne quella che La maschera di ferro sia un film spaventoso, forse; mangio un po’ di tutto, leggo un po’ di tutto, vedo in tv un po’ di tutto: penso di essere nella norma, ecco. Allora perché, ogni volta che una conversazione da bar cade sulle serie tv, arriva qualcuno ad istruirmi sul fatto che spreco il mio tempo? Perché c’è sempre una persona che si sente in diritto di guardarmi con compassione e comunicarmi che la mia vita è monotona e priva di stimoli, e che dovrei leggere Anna Karenina piuttosto che gustarmi una puntata di E.R.? Ma davvero nessuno di voi ha mai visto Scrubs, o Friends, o anche il tanto criticato Una mamma per amica, che ha dialoghi scoppiettanti e una trama abbastanza non-prevedibile? Mi dispiace per voi: sono deliziosi, leggeri e simpatici e divertenti. Sarebbe meglio ammetterlo, e non tentare di ammantare le nostre scelte con chissà quale giustificazione filosofica: non ci crede nessuno, che guardate Lost per i sottotesti colti che cela; lo guardate per sapere come va a finire, cavolo!

Troppe persone leggono romanzi o ascoltano musica (o millantano di farlo, nei casi peggiori) per poterne andare fieri; ecco, in una competizione di questo tipo non posso che perdere: non ho letto i classici, Dostoevskij mi ha trascinata in un turbine di senso di colpa per non aver superato il primo quarto dei Karamàzov, non mi piace la Mazzantini (che nelle gare a chi-ha-letto-il-libro-più-spaccapalle spopola), non faccio la fila in libreria per il nuovo titolo di Eco. Sono stata una divoratrice di romanzi del Club delle baby-sitter, e ho smesso solo perché la casaeditricedell’expremier non li pubblica più; apprezzo i gialli leggeri e spiritosi di Malvaldi, i romanzi gradevoli e frizzanti di Gaby Hauptmann, i libri rarefatti e semplici di Banana Yoshimoto. Se con l’autoradio becco una canzone che non mi fa ballonzolare goffamente sul sedile della macchina, premo play e ascolto i Prozac+. E mi spancio di serie tv, di cui sono perfettamente consapevole dello scarso impegno e dei discutibili valori veicolati: ma mi fanno ridere, o rilassare, o svagare, e quindi vanno bene. In conclusione, le possibilità sono due: o sono particolarmente stupida (e penso che me ne farò una ragione), o gli altri non la contano giusta. O forse, poveretti, preferiscono annoiarsi piuttosto che ritenersi al di sotto degli standard che si sono auto-imposti. In tutti i casi, pace.

Nel mio essere una persona straordinariamente comune, scelgo il mio menu non in base a supposti valori etici, che so di non poter onorare se non cambiando radicalmente la mia vita, ma al mio gusto. Proprio per questo ieri sera mi sono regalata una croccante frittata di maccheroni, piatto dell’infanzia che adoro: spaghetti avanzati conditi con uno schizzo di sugo di pomodoro, un uovo, una padella con poco olio bollente: aspettate che la parte di sotto si rapprenda, giratela con una rapida torsione del polso, fate cuocere fino a renderla dorata e scricchiolante sotto i denti. Paradiso.

http://youtu.be/z422SLlrsEk

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