Go vegan!, ovvero di chi giudica per partito preso.

Non sono vegana. Non sono mai stata neanche vegetariana, se è per questo: per moltissimo tempo non ho mangiato carne, ma per una mera questione di gusto – probabilmente ero satura da un’infanzia scandita dalle tristissime fettine di vitello che venivano ammannite quotidianamente a qualsiasi bambino nato negli anni Ottanta. Mangio tutto, più o meno: con scarsa predilezione per qualcuni alimenti e reale avversione per pochissimi altri, con gusto e spesso eccessiva, imbarazzante voracità. Non sono vegana, affatto: ma mia madre lo è, per mille ragioni che sarebbe futile spiegare, e dato che so per certo che mia madre non è stupida, mi sono sinceramente stancata di sentir dire, sui social come anche nella vita reale, che tutti i vegani sono stupidi.

Dal mio punto di vista, i vegani sono persone che, per ragioni che possono o meno essere condivise, hanno fatto una scelta alimentare diversa da quella della gran parte degli altri. Che lo facciano per amore degli animali, per odio verso i vegetali, per motivi di salute o per farsi notare, saranno pure fatti loro: ma, così come è politicamente scorretto dire a una persona sovrappeso che è grassa ma nessuno trova niente di strano nel dire di una donna snella che dovrebbe ingrassare un poco – con corollario di benevole espressioni del tipo ‘è uno scheletro vestito’ o ‘le ossa si danno ai cani’ – adesso va di moda sparare a zero contro i vegani: e quindi sono tutti degli sciocchi, o degli esaltati, o dei nazisti. Ecco, io le generalizzazioni le odio: conosco vagonate di gay poco sensibili, di donne sgraziate e moleste, di persone di sinistra dalla mentalità gretta e settaria e di vegani intelligenti. Basta guardarsi intorno, magari facendo una chiacchierata e non limitandosi a o uno scambio di battute sul web: pensateci, potreste scoprire tante nuove sfumature, in un mondo che vi appare noiosamente monocromatico.

Qualche giorno fa, per Santa Lucia, mi sono vantata – non troppo a ragione, forse – su facebook di aver confezionato un’ottima versione vegana della cuccìa. I commenti non sono stati lusinghieri. In realtà, avevo semplicemente sostituito il latte vaccino della crema di cioccolato con latte vegetale: e questo perché sono intollerante al lattosio dalla nascita, e perché così anche mia madre avrebbe potuto mangiare il dolce. Non è necessario essere vegani – e quindi, nell’accezione collettiva, un po’ cretini – per mangiare vegano: a ben pensarci lo faccio molto spesso, e anche la mia compagna lo fa, quando ceniamo con un’insalata di patate bollite, fagiolini, pomodori e mais, o quando mangiamo la pasta con le lenticchie, o quando la domenica a pranzo optiamo per un panino con panelle e crocchè; e non penso che questo abbia ucciso qualcuno dei miei residui neuroni. Né, soprattutto, penso che questo dovrebbe riguardare chi mi circonda: il vecchio adagio di mia nonna del fatto che sia cattiva educazione guardare nel piatto degli altri dovrebbe tornare a far scuola.

Ho finito da poco “Carne mia” di Roberto Alajmo, e accidenti, che bel libro! La storia c’è ed è molto ben raccontata, e il finale è decisamente da brividi. Leggetelo, davvero.

Per concludere, è abbastanza ridicolo che mi trovi a dover scrivere un post in difesa dei vegani proprio oggi che proporrò alle mie amiche di andare a mangiare un buon hamburger (per me, con gorgonzola, spinaci crudi e confettura di ciliegie). Ma tant’è.

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È difficile.

Piastrare i capelli di una persona senza pinzare un orecchio alla malcapitata che ci ha chiesto aiuto. Vedere un film in streaming con un pc che si spegne, senza motivo apparente, tre o quattro volte in un’ora e mezza. Appendere al muro dei poster, a pochi centimetri dal tetto, usando una caffettiera al posto del martello. Pulire bene una casa in cui sembra che polvere e capelli si materializzino da soli appena si gira lo sguardo.

Fare funzionare una relazione, con poco tempo a disposizione e molte parole e aspettative e rimostranze immotivate. Dire la cosa giusta, quando ci sono mille frasi sbagliate che premono contro gli incisivi. Sorridere e lasciar perdere, piuttosto che discutere e rischiare di ferire. Mettersi nei panni degli altri, vedere i progressi anziché puntare il dito sugli insuccessi, gioire e ridere di cuore. Ascoltare una barzelletta già sentita mille volte, e riuscire a tirare su gli angoli della bocca come se fosse un’assoluta novità.

Cucinare un buon pollo al curry, con un tagliere che schizza via dal piano di lavoro nonostante il foglio di carta da cucina ben piegato sotto, un coltello in fibra di carbonio che taglia anche i pensieri e un forno ventilato che incenerisce le pietanze prima di cuocerle. Preparare un caffè dignitoso con la vecchia moka dell’ufficio, una miscela decaffeinata presa al discount e un fornello di dimensioni tali da non sfigurare sotto la padella di panellaro.

Trovare un dolce vegano dal sapore gradevole e che non costi una fortuna, di sabato pomeriggio, mentre un quarto di città è in fibrillazione per Palermo-Roma, tutte le strade nel raggio di molti chilometri dallo stadio sono chiuse e un numero allarmante di smart sfreccia sui marciapiedi, tra passeggini e anziani di ritorno dalla Messa.

Convincere il meticcetto biondo méchato che la signora del palazzo di fronte ha il diritto di annaffiare le gerbere e potare la bungavillea senza che lui si senta in dovere di redarguirla con vigorose abbaiate e temibili ringhi. Persuaderlo che, per dimostrare la sua stima imperitura, non è necessario che salti in braccio e ficchi la lingua nelle orecchie di chiunque gli sembri simpatico. Fargli mandare giù i suoi croccantini, anche se sono banalmente al gusto pollo e non salmone alta appetibilità come desiderava.

Posteggiare la macchina andando in casa editrice, tra strade chiuse al traffico, sbarramenti temporanei per il tram e piazze pedonalizzate. Indurre il giovane che ciondola intorno all’auto finalmente parcheggiata ad andare via a mani vuote, ché io qua ci lavoro e non ho alcuna intenzione di darti un euro al giorno, chiaro? Correre in punta di piedi sul basolato liscio dietro la chiesa di San Francesco, senza incorrere in uno scivolone memorabile davanti agli occhi perplessi del carrozziere all’angolo.

Dire addio a una serie televisiva che si è amato, e pensare che la frase ci vediamo un episodio di Six feet under non sarà più pronunciata, almeno con la trepidante aspettativa di qualche giorno fa.

Terminare di leggere una serie di romanzi simpatica e divertente, e sentire la mancanza di Agnes Browne, dei suoi figli, di Marion e Dolly e di una Dublino antica, dolce, irriverente e fiera. Trovare qualcos’altro che sia all’altezza, che prenda e trascini, che faccia sorridere e sognare e commuoversi un po’.

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Del cucinare cose nuove, ovvero anche un panettone vegano può riservare delle sorprese.

Non mi piace il panettone; quando ero bambina, mia nonna, che ne era una grande estimatrice, mi costringeva a mangiarne una grossa fetta come dessert, dopo cena, in tutti i periodi dell’anno in cui riusciva a trovarne al supermercato. Era una lunga, lenta agonia: scartavo uvette e canditi con precisione millimetrica, e poi staccavo pezzetti di pasta che andavo appallottolando e pressando tra i polpastrelli di pollice e indice fino a riderli in frammenti grandi abbastanza da essere occultati negli angoli ripiegati del foglio di scottex che usavamo al posto del piattino da dolce. Dopo ore di lavoro, quasi tutta la mia porzione di panettone giaceva nel secchio della spazzatura, e io ero riuscita a ingollarne con difficoltà solo qualche briciola. Anche mia madre ha sempre amato il panettone: fino a quando, per ragioni complesse e tortuose, ha scelto di nutrirsi con una dieta vegana che le ha imposto di non mangiare più nulla che contenesse, tra le altre cose, uova e burro: e quindi, addio alla maggior parte dei dolci, primo tra tutti proprio il panettone. Mio padre, appassionato di cucina e persona molto accollativa, come si dice a Palermo per descrivere chi si industria per far piacere agli altri e non si tira indietro di fronte a una proposta anche se insolita o faticosa, ha deciso di provare a riprodurre un panettone totalmente cruelty-free. Cercando sul web, ha trovato ricette e tutorial vari: ma la prima prova è stata un mezzo fiasco. Il sapore era ottimo, ma la lievitazione, affidata al cremor tartato e al bicarbonato, è fallita; è venuto fuori un dolce in tutto simile a un panettone che qualcuno avesse scambiato per un pouff, accomodandocisi sopra con eleganza. Con il consiglio di una brava foodblogger, che mi ha indicato la ricetta adatta, ci siamo rimessi all’opera: questa volta, al posto del burro c’era il burro di cacao – che, io non lo sapevo, si vende sotto forma di polvere bianca da sciogliere a fuoco dolce – e si usava il lievito di birra per fare “alzare” l’impasto. I panettoncini, 8 piccoli dolcetti monoporzione, non sono venuti male: scuretti a causa dello zucchero integrale di canna, meno soffici di quelli in commercio e molto molto più laboriosi, ma l’esperienza si può ripetere, magari con gocce di cioccolato al posto dei canditi e frutta secca al posto delle uvette. Potrei anche assaggiarli, in quel caso, chissà.

Ad ogni modo, la ricetta che abbiamo seguito è qui: chi se la sente di cimentarsi ci provi, ci vuole solo un bel po’ di tempo e un posto adatto a far lievitare la pasta per un’intera notte. Io avevo provato con il forno spento con la luce accesa, ma il risultato è stato che le pallottine di impasto più vicine alla lampadina sono cresciute più delle altre. Tenterò con una lampada da tavolo puntata sulla ciotola.

Inizio l’anno con Funny girl di Nick Hornby, che mi sta piacendo ma la cui lettura è decisamente più laboriosa di quanto avessi sperato; ambientato in un’epoca e un ambiente inconsueti, è un bel romanzo sul rapporto tra scrittura e lettori, televisione e pubblico, attori e personaggi.

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Chi ha paura dei vegani?

Mia madre è vegana. È una scelta alimentare che non condivido, abbracciata per motivi vari, alcuni più sensati di altri: ma la rispetto, e il fatto che mia madre non ammorbi chi mangia carne al suo tavolo con gutturali urla di dolore o con sermoni moraleggianti la rende decisamente meno molesta. Bastano un minino di buon senso e di inventiva, e anche invitarla a pranzo diventa un’esperienza felice: il risotto con i funghi le è piaciuto, le patate sabbiate non erano male, e per secondo un piatto di asparagi è stato apprezzato. Io potrei benissimo fare a meno, nella mia dieta abituale, della carne e dei salumi, ma non rinuncerei volentieri a uova e formaggi: ma lei ha scelto di farlo, quindi va bene così. È da quando avevo quattro anni che mi viene insegnato che non è educato guardare nel piatto altrui: allora perché il 90% delle persone che consumano un pasto con lei si sente in diritto di criticarla, giudicarla, mettere sotto esame le sue decisioni? Non imporrei a chi non tollera un alimento di mangiarlo: perché, in questo caso, c’è sempre qualcuno che ha un’opinione da esprimere, e si sente quasi in dovere di farlo? Se vedessi un uomo sovrappeso rimpinzarsi di cibi fritti e tentassi di imporgli di gettarli via, verrei apostrofata con scortesia e invitata a farmi i fatti miei: perché, nel caso di mia madre, la regola d’oro ognuno mangi ‘quel che gli pare non vale?

Non sono un’amante dei fanatismi, in un senso come nell’altro: mi infastidisce il vegano che impone il suo modo di mangiare agli altri, esattamente quanto chi non cerca di venire incontro alle esigenze altrui. Come è possibile che, in un ristorante, non si riesca a trovare un piatto cruelty-free che non sia un’insalata scondita o un contorno di patate fritte precotte? E perché, per il pranzo di Natale, ho dovuto preparare e portare alla padrona di casa una porzione di besciamella vegana per condire la pasta di mia madre? Non c’erano altre soluzioni? E quale enorme difficoltà può derivare dal dover ideare una besciamella vegana? Chi la sa preparare nella maniera classica non dovrebbe avere particolari problemi. Più in generale, perché qualsiasi cosa esca dall’ordinario genera indefessa ammirazione o astio? Domenica scorsa mi trovavo a una manifestazione culturale con alcune persone celiache; la cucina non forniva pasti privi di glutine: il riso, le verdure, il pollo, erano contaminati dal glutine, e per questo non commestibili. Sarebbe bastato preparare qualcosa di espresso ad hoc: ma tutto quello che non rientra nel protocollo stabilito genera ansia e confusione. E quindi, se sei celiaco, vegano, intollerante al latte o non mangi cipolla fai prima a portare con te il cestino del pranzo. Uscire dall’ordinario, a volte, può essere una bella esperienza: lo chef di una pizzeria potrebbe vedere una sfida appassionante nella richiesta di una pizza senza mozzarella, e potrebbe tentare di evitare la banalità degli ortaggi grigliati schiaffati sulla pasta alla meno peggio. Pomodori freschi a fette, olive, capperi e origano sarebbero ottimi per un piatto dal sapore mediterraneo. E che dire di funghi e spinaci? O peperoni lavorati fino a formare una crema, da abbinare a melanzane e zucchine? Le possibilità ci sono, eccome.

Il 27 dicembre rientra a pieno titolo in quelle che a Palermo si chiamano giornate che sono: momenti strani e stranianti, dal gusto dolciastro e appiccicoso di infanzia. Sto leggendo Funny girl di Nick Hornby, e si adatta alla perfezione al mood del momento.

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Una torta vegana può essere buona?

Non sono un’appassionata di cucina vegana. In controtendenza con la moda del momento, mi nutro di un po’ di tutto: Mc chicken e Sundae con doppia colata di cioccolato sono la vera base della mia alimentazione, ma tento di inserire anche frutta, verdura, pasta, riso. Non amo alcuni cibi, ma esclusivamente per una questione meramente gustativa, altri non li mangio perché non mi è mai capitato di assaggiarli, perché non rientrano nella mia tradizione alimentare: le mie nonne non hanno mai cucinato l’agnello, mia madre non ha mia cucinato l’agnello, io non ho mai mangiato l’agnello e non sento l’esigenza di iniziare a farlo. Non penso di essere un’estremista, in un senso o nell’altro: non inneggio allo squartamento di bestiole indifese, né lapiderei chi manda giù un toast al prosciutto. Mangio quotidianamente, come facciamo tutti, molti piatti vegani: pasta e lenticchie, minestra di verdure, pane e panelle o, perché no, patatine fritte con palettate di ketchup. Da qualche mese a questa parte, mia madre ha scelto una dieta rigorosamente cruelty-free: per motivi che sarebbe lungo e poco utile spiegare, da un giorno all’altro ha deciso di non toccare più, per nessun motivo, la mozzarella, o i gamberi, o il miele. È stata una scelta, appunto: una decisione di cui non condivido le motivazioni, ma che comprendo e non giudico; una decisione che la costringe a confrontarsi con una serie di paletti e di restrizioni: in pizzeria sceglierà una focaccia vegetariana, in panineria ordinerà una mafaldina con ortaggi grigliati, ma in gelateria probabilmente resterà a bocca asciutta: anche il sorbetto di limone, nella maggioranza dei casi, contiene albume. Se i pasti principali possono essere abbastanza semplici da preparare, e l’unico rischio reale è quello della noia – le minestre, le zuppe, le paste con i legumi o col pomodoro sono ottime, ma sul fronte secondi la situazione diventa molto meno varia -, tutto ciò che è voluttuario – merende, spuntini, spezza-fame – diventa più complicato da adattare a un regime alimentare limitante. Per questo motivo, qualche tempo fa, ho deciso di provare a cucinare una torta vegana: un semplice pan di spagna che, se fosse andato in porto, avrei potuto, in seguito, riadattare a molti usi, abbinandolo a cioccolato fondente fatto sciogliere e spennellato sopra, a marmellata spalmata tra due “dischi” di pasta, a qualche altra crema inventata con i pochi ingredienti a disposizione. La reale incognita era una: sarei riuscita a cucinare qualcosa di commestibile, io che con i dolci ho pessima dimestichezza? Esame brillantemente superato: il pan di spagna vegano che ho preparato era profumato, ben lievitato, soffice e fragrante. Un successo insperato. La ricetta, presa dalla rete e semplificata da me, che non posseggo robot da cucina, planetarie né niente di simile, consiste nell’unire 280 g di farina integrale e 20 g di farina di mais fioretto – io, in mancanza di quest’ultima, ho usato quella 00 -, aggiungere il bicarbonato e il cremor tartaro (che nelle ricette vegane sostituiscono il lievito), mescolare con un cucchiaio di legno, incorporare 200 g di zucchero di canna (andrebbe sminuzzato nel mixer, ma tant’è), e infine versare i liquidi: 270 g di latte di riso, 100 g di olio di semi, 30 g di olio extravergine di oliva. Miscelate con energia, magari utilizzando le fruste elettriche, versate in una teglia, fate cuocere una mezz’ora a 175°. Giuro che è ottima.

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Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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Animale a chi?

Per motivi che sarebbe lungo spiegare, da un mese a questa parte mi trovo a contatto con vigorosi volontari-da-canile, animalisti estremi e fondamentalisti vegani: gente che si fregia di una “V” nel nickname e che si dichiara propensa a salvare, da una casa in fiamme, una nutria piuttosto che la zia Carmelina. Dato che la nostra frequentazione si riduce a sporadici contatti tramite social network, soprattutto a scopo ricerca di notizie di Mosca e Canepiccolo, non sono infastidita da loro più di quanto loro lo siano da me: essenzialmente, loro mi considerano una mangiacadaveri egoista e senza cuore, e io li considero degli esaltati che si sono appioppati, bisogna ammetterlo, un compito ingrato, faticoso e scomodo. Tentiamo, quindi, di mantenerci in buoni rapporti, di non pestarci i piedi e di non punzecchiarci a vicenda; in buona sostanza, io fingo di non vedere le foto di gatti scuoiati che inondano le loro bacheche, e loro ignorano la mia insana passione per il McChicken. Fino a ieri, la tecnica dell’indifferenza attiva aveva funzionato: fino a ieri, appunto, quando, sulla bacheca di un gruppo dedicato alla cura degli animali domestici, meglio se feriti, moribondi o almeno molto tristi, che scruto giornalmente in attesa di qualcuno che si proponga per adottare i due quadrupedi ringhiosetti di Ife, è stata postata la notizia che a Palermo (meglio, nel mio rione) si aggira un cinese che accalappia cani e gatti randagi per cibarsene. A parte la manifesta assurdità dell’annuncio, quello che mi ha fatto realmente paura – paura, sì – è la natura dei commenti espressi da un nugolo di persone giovani, in buona salute e non sottoposte a orribili privazioni o a condizioni di vita disagevoli, che si considerano colte, mediamente intelligenti, cristiane e di sinistra; senza preoccuparsi di controllare la veridicità del messaggio (della cui assoluta affidabilità dovevano farsi garanti le parole lo ha detto un’animalista non meglio identificata), non meno di una cinquantina di persone hanno iniziato a inveire contro i cinesi. Da bruciamoli vivi al sempreverde al rogo!, da andiamo a picchiarli con una spranga a impicchiamoli con una calappia e vediamo che dicono, è stata una grandinata di parole che trasudavano odio, rabbia, cieco furore verso degli sconosciuti. Un livore spaventoso, che mi ha portata a temere per l’incolumità della simpatica famigliola cinese che gestisce un negozio di vestiti a due passi dal luogo incriminato. Tra gli incitamenti all’odio razziale (ammazziamo tutti i cinesi, ci rubano il lavoro, rimandiamoli a casa loro), le minacce esplicite (riuniamoci sotto casa di Luigi, ognuno porti un cric) e quelle più velate (attenti che ci bloccano, scriviamo dettagli su luogo e orario in privato), è venuto fuori uno scenario degno di un film sulla notte dei cristalli. Veramente disgustoso, e reso ancor più inquietante dall’identità delle persone che scrivevano: non un gruppo di militanti di Forza nuova o di nostalgici del Reich, ma un branco di ragazzi che votano partiti di pseudo-sinistra, si nutrono di tv e cercano di darsi le ultime materie per la triennale in Scienze storiche; gente che dichiara, come se fosse una frase sensata, che gli animali sono molto meglio delle persone, come se le persone non fossero animali, come se loro non fossero persone. Agghiacciante.

A me gli animali piacciono – quasi tutti, escluso, forse, i blattoidei e le galline. Spesso li mangio: perché è nella mia cultura, perché sono gustosi, forse anche perché sono ipocrita e non mi pongo troppe domande, chissà. Mi piace molto il pollo, e ricordo ancora, leccandomi le dita, una tasca di petto di pollo mangiata a Praga, ripiena di formaggio di capra e pomodori secchi. Quanto agli animali nei libri, come dimenticare Barrabàs, il cane di Clara Del Valle, o Colomba, la gattina di Toru Watanabe?

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