Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Consuetudini.

Sono una persona tendenzialmente pigra: lo sono fisicamente, e il mio aspetto lo rivela già alla prima occhiata, con la stessa dovizia di dettagli di una portinaia che ha saputo della tresca del ragioniere del terzo piano, e lo sono ancor di più mentalmente. Sono solita fare economia di sforzi: non salgo le scale a piedi, ascolto gli audiolibri e tendo a non deviare molto dalle consuetudini. Sono, anzi, innamorata delle consuetudini: non solo per il mio temperamento ansioso ma soprattutto, appunto, perché mi permettono di inserire con frequenza il pilota automatico.

Per anni abbiamo passato la sera nello stesso locale: ed era un posto che mi piaceva, avevo un tavolo preferito e bevevo sempre la stessa bottiglietta di limonata. Mi rassicurava pensare che, ogni venerdì e sabato, che ci fosse vento o grandinasse, non avrei dovuto prendere una decisione in più. Da sei anni vado al lavoro percorrendo sempre la stessa strada: che è, probabilmente, la più rapida e meno trafficata, ma la prendo ogni mattina soprattutto perché ormai la seguo a occhi chiusi. Quando abbiamo cambiato ufficio, all’inizio, posteggiavo in una grande piazza alberata; dopo una manciata di mesi, quel tratto della piazza in cui lasciavo la macchina è stato insensatamente chiuso al traffico. Cambiando parcheggio, ho smesso di fare a piedi la stretta e ripida stradina dei primi mesi: e adesso non ci passo più, mai, e se qualche volta mi capita di trovarmi lì sono stranita e stupita, mi sembra di non riconoscerla più. Sono così, ecco, anche con le amicizie: e infatti, quando una persona a cui voglio bene si trasferisce, soffro terribilmente; mi sembra ogni momento che avremmo potuto vederci, che magari avremmo preso un panino insieme, o visto un film o fatto una partita a Scarabeo, e anche se magari è successo poche volte di vederci di martedì, ecco che io di martedì sento addosso tutti i chilometri che ci dividono e mi sento triste. Riesco però, di solito, a crearmi delle consuetudini anche così. Fino a qualche anno fa, avevo un’amica che viveva lontano; non troppo lontano, in reatà: abbastanza vicino da potersi vedere un fine settimana ogni due. Era, per me, una consuetudine sufficiente: e sapevo che un fine settimana ogni due avrei detto alle colleghe che non potevo dare la mia disponibilità per il sabato sera alla fiera di Natale, per esempio, perché ecco, Arriva la mia amica da Catania. Adesso quall’amica viene qui molto meno, e io cerco modi per stabilire nuove consuetudini: e forse l’unica soluzione sarebbe creare un calendario condiviso, in cui inserire le date in cui tutte le amiche che stanno fuori vengono in città, in modo che io possa pensare che tra qualche settimana ci vedremo ed essere meno triste.

La mia consuetudine del mattino è, ora, quella di spegnere la radio ed ascoltare il podcast di un audiolibro; dopo aver finito per l’ennesima volta di ascoltare Lessico famigliare, e dopo essermi commossa scioccamente sempre negli stessi punti, adesso mi tiene compagnia in auto Elio De Capitani che legge Il sistema periodico di Primo Levi: che è uno dei libri che ho più amato nella mia vita.

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Memoria.

La prossima settimana si celebrerà il Giorno della Memoria, quello in cui si ricordano le vittime della Shoah. Prima di lavorare in una casa editrice non avevo mai fatto molto caso a questa data: semplicemente, un giorno di gennaio mi accorgevo che davano in tv La vita è bella e che, a tarda notte, durante una trasmissione di approfondimento, veniva intervistato qualche sopravvissuto ai campi di concentramento. Adesso, il Giorno della Memoria è una di quelle ricorrenze che tendo a non dimenticare: date come il 9 maggio, il 19 luglio, il 23 maggio scandiscono perentoriamente l’anno. Sono ricorrenze da attendere, preparare e celebrare adeguatamente: giornate dedicate al ricordo di ciò che è stato, perché non si verifichi mai più.

Non è peregrino chiedersi, oggi, se abbia ancora un senso parlare di Shoah: in troppi siamo convinti di sapere tutto ciò che c’è da sapere. Pensiamo di aver ascoltato tutte le testimonianze mai pronunciate, di aver letto tutti i libri mai scritti, di aver visto tutte le foto e i filmati e i cinegiornali. Di aver discusso motivazioni e comportamenti, di aver scoperto efferatezze e drammi, orrori e particolari raccapriccianti. Pensiamo che non ci sia nulla di nuovo da imparare: siamo saturi di nefandezze e pronti ad archiviare tutto alla voce “passato”. Pensiamo di esserci corazzati per il futuro: non ripeteremo quello che è stato. Non giudicheremo l’altro per le sue origini o la sua religione, per il suo credo politico o le sue abitudini sessuali, per la sua morale o la sua militanza. Non imprigioneremo, tortureremo, abuseremo, spingeremo alla morte nessuno: e mentre lo pensiamo, accantoniamo l’immagine dei migranti che muoiono su un gommone in mezzo al Mediterraneo, perché mica possiamo accogliere tutti, dei detenuti pestati nelle carceri, perché sono delinquenti e lo meritano, dei ragazzini gay che si suicidano perché derisi, perché quelli sono fatti privati delle loro famiglie, dei giovani africani e asiatici pigiati nei centri di identificazione ed espulsione, perché facevano meglio a restare a casa loro. Sappiamo tutto della Shoah: ogni gesto, parola e imprecazione ci addolorano e avviliscono. Della storia attuale, invece, sappiamo ben poco: e non ci importa saperne di più.

Ho letto molti libri sulla Shoah, nella convinzione che coltivare la memoria non sia una scelta, ma una necessità imprescindibile. Molti dei testimoni dei campi di concentramento sono ormai morti o troppo anziani per continuare a parlare; senza la potenza dei loro racconti, sarà più difficile far comprendere alle nuove generazioni l’enormità del dramma; solo l’empatia potrà fare in modo che la Shoah, nel ricordo, non diventi soltanto un numero enorme di persone morte a causa della follia criminale del nazifascismo. Tra i libri che preferisco c’è I sommersi e i salvati di Primo Levi; non è solo una cronaca, più o meno accorata, del dramma della Shoah: è soprattutto una riflessione, lucida e precisa, su motivazioni e conseguenze di quella tragedia. Da leggere, in qualsiasi periodo dell’anno, da parte di chiunque.

«I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.»

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Pro e contro del Natale.

È il momento più bello dell’anno.
È il momento dell’anno in cui chi è solo si sente ancora più solo.

Càpita solo una volta all’anno.
Càpita solo una volta all’anno.

Si può mangiare moltissimo senza sentirsi in colpa.
Si rimpiange per i mesi a venire di aver mangiato moltissimo senza pensare al futuro.

Si ricevono molti regali.
Si devono scegliere, comprare, impacchettare e recapitare moltissimi regali.

Si incontrano molte persone che non si vedevano da mesi.
Non sempre è piacevole incontrare queste persone: se non si vedevano da mesi, c’era un buon motivo per non farlo.

Si passa più tempo in famiglia.
A volte non è piacevole passare un pomeriggio insieme allo zio Osvaldo.

Si può dormire fino a tardi.
Chi ha tempo di dormire, con il pranzo da preparare e i regali per lo zio Osvaldo ancora da incartare?

Le ferie.
Avere lavorato moltissimo dato che dopo ci sarebbero state le ferie.

Ricevere quell’oggetto che si desiderava tanto.
Ricevere ventitrè oggetti di dubbio gusto di cui non si sentiva affatto la necessità.

Le strade piene di suggestive lucine.
Le strade piene di imbecilli in auto che girano disperatamente in cerca di posteggio per comprare il regalo allo zio Osvaldo.

Tanto tempo libero per leggere, riposare e giocare a Trivial.
Dover fare queste attività nei ritagli di tempo tra la visita di cortesia allo zio Osvaldo, le pulizie di casa rimandate da mesi e i molti minuti sprecati in cerca di un posteggio.

Panettone, pandoro, torroni sempre a disposizione.
Nessuno di questi dolci mi piace.

Lo spirito natalizio.
La retorica di ‘non roviniamoci la giornata, è Natale!’ dispiegata davanti alle intemperanze di parenti e amici, lo zio Osvaldo in primis.

Feste e serate di divertimento sfrenato.
Non abbiamo più sedici anni: una mano di briscola con lo zio Osvaldo è il meglio che la casa offre.

Poter passare un intero pomeriggio a completare il puzzle.
È un puzzle di Mirò e ci vorranno molti mesi per completarlo.

Vestirsi carine per andare a cena con lo zio Osvaldo.
Sembrare irrimediabilmente un pinguino vestito di viola.

Ho già scartato i primi regali di Natale e, in mezzo a tante altre bellissime cose, è saltato fuori un libro che desideravo da un po’: ‘Io che vi parlo’, una lunga e toccante intervista a Primo Levi. Mentre mi accingo a gustare le parole di uno dei miei scrittori preferiti, auguro a tutti buone feste.

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Metti una sera in pizzeria.

Qualche sera fa sono stata in pizzeria. Al tavolo accanto mangiava una famiglia: due coppie di genitori sulla quarantina con caschi da moto appesi agli schienali delle sedie degli uomini e brutti tatuaggi a forma di farfalline cuori e stelline che sbirciavano dalle scollature delle donne; una ragazzina preadolescente taciturna e annoiata; una bambina sugli otto anni che ha giocato incessantemente col tablet, mandando gridolini di divertimento a intervalli regolari; una nonna con l’abito da lutto e spessi occhiali da vista. Mentre mangiavano la pizza, la nonna ha fatto un’osservazione alla bambina, che immediatamente è scoppiata a piangere. I quattro adulti si sono subito prodigati in difesa dell’inerme frignona: mentre le donne sibilavano parole di stizza (mamma, come ti permetti di parlare così alla piccola?!), gli uomini trasportavano fuori a braccia la nanetta, cercando di calmarla con carezze sui capelli e promesse di farla baloccare con il pane in pasta. L’anziana, confusa e mortificata, è rimasta in silenzio per il resto della cena; non ha ordinato il dolce, ha fissato i bicchieri con aria desolata mentre gli altri, nipote in primis, ridevano, ciarlavano, scherzavano, trangugiavano la panna cotta. Alla fine della serata la nonna ha pagato il conto, confondendosi e chiedendo aiuto a uno dei generi che, esasperato, le ha strappato di mano il borsellino. Mi sono sentita malissimo per lei: per la vecchietta che aveva invitato la famiglia fuori a cena per festeggiare qualcosa, o forse solo per passare un po’ di tempo insieme, e si è ritrovata a tacere e guardare il vuoto per aver osato rimbrottare, non so se a ragione a o torto, una bambina che, con ogni probabilità, se fosse stata solo consolata con calma e se la vicenda fosse stata minimizzata e riportata alle giuste proporzioni, avrebbe dimenticato tutto nel giro di pochi minuti.
Non so se la bambina dimenticherà questa spiacevole serata, o se la ricorderà, da adulta, con umiliazione e fastidio, come faccio io quando penso a tutte le volte che ho maltrattato i miei nonni e che alla frase Non puoi rivolgerti così, sono più grandi di te ho risposto Non per merito loro. So solo che sarebbe stato compito dei genitori spiegare che a volte gli anziani hanno punti di vista diversi dai nostri, ma che li dobbiamo rispettare e comprendere; e poi, sorridendo e facendo finta di niente, coinvolgere la nonna nella conversazione, sollecitarla ad assaggiare il parfait di mandorla, punzecchiarla dolcemente fino a farla sorridere. Sarebbe stata una perfetta integrazione del ruolo di genitore con quello di figlio: ma è più semplice scegliere un capro espiatorio, rimproverarlo, ostracizzarlo. È molto meno stancante.

Nel giro di pochi anni ho perso tre dei miei quattro nonni. L’ultimo vive ormai in un mondo tutto suo, in cui io ho un’edicola – o forse lavoro in un ufficio, a seconda dei giorni – e il suo amico Peppino è vivo, solo che si è trasferito a Milano e lui non trova il numero. Mi mancano un bel po’, i miei nonni: con loro sono cresciuta, ho imparato a parlare imitando le loro cadenze e ricalcando i loro detti, ho costruito il mio palato sui loro piatti, ho corso nei loro corridoi, giocato a campana sui loro tappeti, conosciuto le loro case meglio della mia. Il 2 novembre, a Palermo, i morti portano i regali: a me hanno portato Ranocchi sulla luna di Primo Levi, che corteggiavo da quasi un anno e che ancora non avevo avuto il coraggio di comprare. Grazie, nonni, anche per questo.

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In cerca di.

È da un bel po’ di tempo che sono in cerca del libro ideale. Un bel po’ di tempo, nella mia personale considerazione, equivale a una manciata di giorni, forse un po’ più di una settimana; intere serate a scorrere le costine dei libri che affollano la Billy e a spulciare le cartelle di ebook nel pc, pomeriggi a tirare su volumi in libreria e sbirciare le bandelle e rimetterli via, mattine a balzellare tra siti e gruppi facebook; un’eternità. Intanto ho letto, o meglio, riletto, uno dei miei autori del cuore; ma, dopo un’abbuffata di Primo Levi – il Primo Levi dedicato all’Olocausto, quello sperduto e desolato di Se questo è un uomo, quello vagamente sorridente e in cerca di serenità ed equilibrio di La tregua, quello lucido e offeso e accanitamente fiero di I sommersi e i salvati – ho bisogno di altro. Di qualcosa che mi prenda, che non mi faccia smoccolare vergognosamente per la tristezza e la mortificazione, che mi faccia sorridere, pensare, invidiare con violenza l’autore e sperare di potermi complimentare con lui. Del libro ideale, ecco.

Il libro ideale deve avere una storia che mi prenda; un misto tra la serie dell’amica geniale di Elena Ferrante e un giallo di Rex Stout, per intenderci. Deve avere uno stile che mi piaccia, quello asciutto e sobrio di Natalia Ginzburg, ad esempio. Deve avere personaggi che mi piacerebbe conoscere, come la Agnes Browne di Brendan O’ Carroll, come Watanabe o gli alter ego che popolano i romanzi di Nick Hornby. Deve avere la lunghezza ideale, cinque giorni, non di più né di meno, e le dimensioni ideali per stare nella mia mano mentre leggo a letto, accoccolata sul fianco sinistro. Il libro ideale esiste, devo solo trovarlo.

Lo sto cercando furiosamente, il libro ideale. Ho chiesto a chiunque mi fosse venuto in mente: al fruttivendolo (signorina, chissacciu, tutti uguali sono), al posteggiatore (ma piccioli pi’ mmia ‘unn have? Taliasse ddà, ci sunnu libri in tierra), alle mie colleghe, ad amici parenti conoscenti e un paio di sconosciuti incontrati alla fermata dell’autobus. Ho totalizzato innumerevoli consigli, dal giallo con detective gay – gradevole, forse lo continuerò – ai romanzi vincitori di premi letterari che si caratterizzano per la noia indefessa, dal classicone interminabile alla raccolta di racconti buffi e nonsense che mi fanno sentire sciocca, dalla raccolta di racconti che si finge trasgressiva al saggio sulla psicologia degli anellidi. Ho scaricato innumerevoli libri: tutti quelli che mi sono stati consigliati e molti altri, titoli visti nella vetrina della cartoleria all’angolo, orecchiati in conversazioni da social network, sbirciati tra le mani delle persone in attesa alla posta. Ne ho iniziati moltissimi, non so se ne finirò qualcuno: ma nessuno di loro, lo so già, è il libro ideale.

Io non demordo, e continuo a cercarlo; si accettano consigli: qual è, secondo voi, il libro ideale che mi aspetta?

Mi piace quando gli amici vengono a casa nostra, la sera; mi piace anche avere qualcosa da offrire: una tisana, un dolcino, una manciata di noccioline, una limonata. Sabato sera, in preda all’ispirazione, ho adattato la ricetta dei miei celebri dolcetti al riso soffiato agli ingredienti che avevo in cucina. Cioccolato sciolto su fiamma bassissima, quattro pugni di corn flakes e una cucchiaiata di nocciole tostate; il composto, disposto a cucchiaiate su carta da forno, si è raffreddato lentamente a temperatura ambiente: ne sono venuti dei piccoli croccanti, golosi e semplicissimi.

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Ricordate che questo è un uomo.

Ho riletto per l’ennesima volta Se questo è un uomo. L’ho ripreso dopo aver terminato, di nuovo, I sommersi e i salvati; l’ho cercato nella libreria dei miei genitori, con un senso di allarme crescente mentre mi capitavano fra le mani smilzi volumetti sulla cucina vegana e manuali sull’applicazione del metodo Montessori nell’educazione dei meticcetti biondi méchati. L’avevo davanti agli occhi, nell’edizione in cui al testo è abbinata La tregua: un libro dalla copertina chiara che avevo comprato, ragazzina, dopo aver letto qualche stralcioprimo levi nell’antologia di scuola. Quando ormai disperavo di trovarlo, tra una copia di Cent’anni di solitudine e il dvd di una commedia di De Filippo, è saltato fuori. L’ho iniziato di nuovo, Se questo è un uomo, e ricordavo quasi tutto, l’ho letto moltissime volte. Ma, per la prima volta, mi sono commossa.

Ho pianto come una cretina, col libro in mano e le spalle scosse dai singhiozzi, la schiena poggiata al termosifone della cucina; ho pianto, ed ero stupita, perché di solito non mi succede, e perché il punto che mi ha scossa non era particolarmente drammatico, visto il tenore della storia. Era il momento in cui Primo Levi racconta che, appena arrivato nel lager, diretto alle docce con un gruppo di italiani sconvolti, tremanti, terrorizzati e assetati come lui, mentre era costretto a denudarsi, aveva sentito un uomo chiedere se dovesse togliere, insieme ai vestiti, anche il cinto per l’ernia. Un particolare insulso, a ben pensarci; quest’uomo è morto, è andato in gas, probabilmente, pochi minuti dopo aver pronunciato quelle parole. Ma a me, più che la sua morte inumana e assurda, più che la violenza sistematica e cieca, più che l’orrenda ottusa prevaricazione, l’idea del cinto per l’ernia ha dato i brividi, e tirato fuori una tristezza senza remissione, fonda, atavica: forse perché anche mio padre lo ha indossato per un po’ di tempo, forse perché quell’uomo, in una folla senza volto, è diventato una persona ai miei occhi: una persona che, prima di scontrarsi con l’atroce idiozia dell’altro, aveva una vita e degli affetti, e un lavoro e abiti e una casa, libri padelle forchette cuscini, e soffriva di mal di schiena. Una persona.

Quando si parla di Olocausto, quando se ne discute in vista della Giornata della Memoria o in occasione di qualche brutto gesto antisemita, si parla di numeri: di cumuli di corpi, di milioni di morti (milioni!), di ghetti in fiamme, di paesi scomparsi. Ma raramente si pensa alle persone che c’erano dietro: che indossavano un cinto per l’ernia, che facevano il bagnetto alla propria bambina su un carro bestiame in viaggio verso l’abisso, che avevano studiato chimica o sapevano aggiustare scarpe; erano cuochi o medici o casalinghe, erano fratelli genitori figli amici di qualcuno, erano persone. Se ci penso ho i brividi. Sono diventata una vecchia sentimentale lacrimosa.

In questi giorni, Palermo assiste a una escalation di violenza nei confronti dei senzatetto. Aggressioni bieche, che mi lasciano una rabbia cieca e un unico, inutile sollievo: pensare che a Ife tutto questo sia stato risparmiato. Cosa c’è, dietro questo orrore? Pura idiozia, fanatismo, emulazione? Crisi, economica e morale, mancanza di educazione, di maturità, di valori? Non lo so, non lo capisco, forse non voglio neanche saperlo. Ma forse, se in uno sconosciuto che dorme in mezzo a coperte e sacchetti e cartoni, si riuscisse a vedere una persona, che non mangia carne, o che beve troppo, che sorride sempre come faceva Ife o che non sorride mai come fa Bogdan, le cose sarebbero molto diverse.

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Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Non capisco.

Come avvenga la mitosi. Come si possa avere paura del semi-labrador. Il senso di guardare programmi tv detestabili per poi lamentarsene. Chi beve bibite dolci sulla pasta al pomodoro. Perché esista il male. Perché esista il bene, quello gratuito e immotivato e puro. Il senso di lavorare un numero di ore spropositato per guadagnare soldi che non si avrà il tempo di spendere. Come faccia la gente a cambiare repentinamente idea. Come faccia la gente a non cambiare mia idea. Come faccia la gente a non averne idea.

Tutti quelli che: No, non ci avevo mai pensato. Tutti i politici sono uguali. Non so proprio chi sia Che Guevara. A votare non ci vado, e me ne vanto. Sono contro la pena di morte, ma quelli che commettono reati odiosi andrebbero mandati al rogo. A dipingere un quadro di Miró sarei capace anche io. Odio Nanni Moretti.

Come si faccia a non leggere e a non morire di noia. Chi tifa milan. Quanto duri la vita di un atomo. Chi non se lo è mai chiesto. Come faccia a propagarsi la luce nel vuoto. Perché in pochi abbiano voglia di parlarne. I moralisti. Chi ha progettato i carrelli del super in modo che si incastrino passando tra una cassa e l’altra. Molti titoli di articoli di giornale. Le polemiche gratuite di un manipolo di vegetariani contro i programmi di cucina. Le canzoni per bamini durante i programmi di cucina. L’odio nei confronti dei piccoli roditori con pelliccia.

Tutti quelli che: Vestito in quel modo non senti freddo? Lo sai che ti chiami come la madonna? Posso farti una domanda indiscreta? Ti dà fastidio se ti dico qualcosa di scortese, sgradevole o potenzialmente ansiogeno? Perché hai le mani sudate? 

Le lamentele meteorologiche per il caldo, il freddo, la pioggia, il vento. Chi non mangia la pizza. Chi non ama cucinare. Gli stakanovisti. Quelli che se ne fregano. Come abbia fatto un’intera nazione a farsi abbindolare da un ciarlatano. Come il mondo abbia fatto a girare la testa dall’altra parte davanti all’olocausto, al massacro di Srebrenica, ai morti di Hiroshima. Dove sia finita la capacità di indignarsi. Come si faccia a sopravvivere a un trauma. Come si possa provare odio verso qualcuno che non si conosce. Come si possa smettere di provare odio verso chi ci ha fatto del male.

Quale sia il trucco per far venire ben lievitato il pan di spagna. Perché sia così diffusa la moda dei leggins. Perché nessuno ammetta che le ballerine fanno male. Perché, se qualcuno ha irragionevolmente terrore del mio cane, sia io a dover andare via, e non questa persona. Perché la morale comune dia ragione allo spaventato e non allo spaventatore, quale che sia la situazione. Perché, di fronte a eventi tragici, sia così difficile ammettere il ruolo del caso. Perché alcune persone riescano ad emergere e altre no. Chi non ama sfogliare i vecchi album di foto. Chi non indossa mai i jeans. Chi finge di non capire. Chi non si accorge di non capire.

Un libro e una ricetta per iniziare bene il 2013 non possono mancare: e allora, orecchiette alle cime di rapa – le cime di rapa vanno mondate, tagliate, bollite, scolate, saltate con uno spicchio d’aglio, qualche strisciolina di pomodoro secco e abbondante peperoncino e poi aggiunte alle orecchiette cotte nell’acqua di cottura della verdura, un piatto della mia infanzia – e il sublime Il sistema periodico di Primo Levi; ventuno racconti che compongono la biografia dell’autore prendendo a pretesto un elemento della tavola periodica per ogni brano. Dall’argon al carbonio, passando per titanio, vanadio e idrogeno, un libro delicato, estremamente interessante, di grandissimo spessore, dolce e mesto e intenso. Scoprire che Primo Levi è stato amico di uno dei fratelli di Natalia Ginzburg mi ha fatto sorridere. Leggetelo, ne vale davvero la pena.

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