Italian Book Challenge, ovvero come stressare parenti e amici per farsi aiutare a trovare i libri giusti.

Da molto tempo esiste una simpatica sfida letteraria, nota come Italian Book Challenge: una sorta di competizione in cui chi partecipa è tenuto a leggere, in un anno, cinquanta libri, scelti attenendosi alle indicazioni di una lista. Dal 2016, la gara è diventata appannaggio di alcune librerie indipendenti, che stanno tentanto di intestarsela pretendendo che i partecipanti acquistino da loro i libri in questione, in cambio di sconti o simbolici premi. Anche io, per la prima volta, ho deciso di partecipare: non comprando i libri nel negozio prescritto, però, ma sfruttando ebook e romanzi presi in prestito da parenti e amici: un Italian Book Challenge più alla buona, probabilmente non abbastanza radical chic, ma spero ugualmente divertente.

Iniziando solo adesso, con tre mesi buoni di tempo già consumati, per prima cosa ho confrontato la lista dei libri prescritti con quella delle mie letture dell’anno in corso: per fortuna, sono riuscita a piazzare molti romanzi che avevo già letto. L’uovo fuori dal cavagno di Margherita Giacobino è perfetto come romanzo di formazione (zaaac, tratto di penna sulla voce corrispondente), mentre Buchi nella sabbia di Marco Malvaldi soddisfa in pieno le richieste della categoria libri con copertina blu. Come dire di Stefano Bartezzaghi è un saggio, quindi spunto la sesta voce della lista, mentre Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli di Antonio Menna è un giallo, quindi via anche il punto ventuno. Me ne rimangono ancora moltissimi da leggere: ma soprattutto, riuscirò a trovare libri che rispondano alle indicazioni e che non mi annoino troppo?

Alcune richieste, lo ammetto, mi gettano nel panico: troverò un libro in cui il protagonista svolge il mio stesso lavoro? Ovvero, esistono libri in cui il protagonista fa il social media coso? Qual è un classico che avrei dovuto leggere alle superiori? Quelli che mi erano stati assegnati li ho letti all’epoca, lo giuro. E un libro che ho sempre voluto leggere ma non ho mai letto quale può essere? Di solito, i libri che voglio leggere li leggo davvero, non aspetto che una lista me li prescriva. Su qualcosa sono in dubbio (un romanzo che sia stato scritto almeno cento anni prima della mia nascita nuocerà gravemente alla mia salute mentale?), su qualcos’altro sono rassegnata (per la voce un libro più lungo di seicento pagine leggerò Villa Metaphora di Andrea De Carlo, anche se avevo giurato che avrei smesso), su altro ancora sono confusa (un libro che parli di un fallimento quale diamine può essere?). Sono determinata ad andare avanti, cercando di non barare e di divertirmi: spero che sia un modo per conoscere libri nuovi, nuovi autori, nuovi stili. Soprattutto, spero davvero di non ridurmi, il pomeriggio del 30 dicembre, a scorrere a tutta velocità Cime tempestose perché mi mancano gli ultimi capitoli per completare la sfida.

Per ora sto leggendo L’amante senza fissa dimora di Fruttero & Lucentini, consigliato/imposto dallaMate; mi sta piacendo, ma anche se non fosse così non potrei mai ammetterlo pubblicamente, o verrebbe fin qui per picchiarmi.

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Mutazioni, o dello scrittore che improvvisamente cambia stile.

Tutti noi, crescendo, cambiamo: cambiano le nostre abitudini, i gusti, le aspirazioni, le espressioni; da piccoli odiavamo i peperoni e ora sono alla base della nostra alimentazione, da adolescenti sognavamo di fare gli astronauti e ora siamo felici di affumicare prosciutti, da ragazzi ascoltavamo senza sosta i Police e ora saremmo imbarazzati ad ammettere di possedere un loro disco. Il nostro modo di parlare, negli anni, cambia: anche lo stile di uno scrittore, col tempo, si evolve. Ci sono autori che mantengono la propria cifra stilistica quasi immutata, ce ne sono altri che diventano involuti, altri ancora che si rarefanno, staccando sillabe dal foglio con rigore ascetico. Ma di solito, di uno scrittore che amiamo, siamo in grado di riconoscere la scrittura, il sapore, quel certo non so che, anche sfogliando il primo libro e l’ultimo.

L’ho detto molte volte: quando trovo un autore che mi piace, tendo a ricercare compulsivamente tutti i suoi libri, a scartabellare idealmente tra i suoi fogli, a sperare di imbattermi in una sua lista della spesa dimenticata sul fondo di una borsa. Di Andrea De Carlo ho letto tutto, fino a non poterne più: infatti le ultime uscite le ho messe da parte, per non rovinare il ricordo dei libri che ho amato a sedici anni come a venti; il suo stile non è cambiato, è solo stato vittima di una miriade di superfetazioni. Ma, sotto le frasi idiomatiche alla-De-Carlo, sotto la retorica del rapporto uomo-natura sbilanciato a favore di quest’ultima, sotto pagine e pagine e pagine di assurdi tira e molla sentimentali tra i protagonisti del libro, il nucleo è sempre quello: piacevole, godibile, leggibile.

Poi, ci sono autori che inspiegabilmente passano dallo scrivere bei libri allo scrivere assurdità: e per me l’esempio principe è Francesco Recami. Qualche anno fa – tre, quattro? non ricordo – ho pescato a caso in libreria L’errore di Platini. Ho trovato un romanzo davvero ottimo: cinico, sferzante, acuto, cattivo. Mi è piaciuto moltissimo, e mi sono subito messa alla ricerca degli altri. Il superstizioso non mi ha delusa, Il correttore di bozze mi ha confusa, Prenditi cura di me mi è sembrato il suo miglior romanzo: più completo dei precedenti, più strutturato, più lungo e articolato, ma cinico ai limiti della brutalità come gli altri; scomodo, verisimile, straniante, sbalestrante. Avevo letto, di Recami, anche un giallo: opaco, senza infamia né lode, niente-di-che: Il ragazzo che leggeva Maigret, si chiama. Attendevo con ansia una nuova uscita: e in quel momento, senza alcun motivo, uno scrittore bravo, dallo stile impeccabile, con idee e voglia di raccontarle, ha deciso di tramutarsi in uno sforna-storielle: è iniziata la saga della casa di ringhiera. Gialli-non-gialli, sciocchi e insulsi, con personaggi strampalati, privi di trama. I classici libri che sembra abbiano divertito più lo scrittore – che, compiaciuto e sornione, si frega le mani dopo averli terminati – che il lettore medio. A me, ma è solo una mia opinione, sembra un delitto; forse gli alieni hanno rapito il vero Recami, e costringono una controfigura a mandare in stampa storie senza capo né coda? Rivoglio il vecchio Recami, quello che mi spaventava e mi faceva pensare. Lo rivoglio. Per favore.

La mia battaglia contro i piatti-da-preparare-prima continua. Un’ottima soluzione è l’insalata di pollo: la mezza bestia rimasta dalla sera prima (presa in rosticceria, gustosa e consolante), spolpata e tagliata a bocconi, a cui aggiungere patate e carote bollite, mais, salsa rosa, olive verdi, insalata iceberg. Una vera goduria.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Di sonno, di sogni, di realtà.

Ricordate i vostri sogni, ogni mattina, al risveglio? Vi lasciano in bocca un sapore dolce e appiccicoso e rotondo e appagante come di caramella mou, o vi fanno aprire gli occhi tra i singhiozzi e i che succede di chi vi vive accanto? Siete in grado, se vi svegliate nel cuore della notte per la sete o il desiderio di far pipì, di tornare a dormire e riprendere il sogno da dove lo avevate lasciato, come se aveste infilato un indice tra le pagine per tenere il segno? Quanto è frustrante, ritrovarsi con la testa sul cuscino e gli occhi spalancati e la sensazione di non riuscire ad afferrare la coda di quel sogno che, solo una manciata di secondi fa, era vivo e scintillante, proiettato in techincolor dentro la vostra testa?
Qual è il primo sogno di cui avete memoria? È rimasta dentro di voi la bava iridescente di un sogno infantile, o un nodo duro di paura e sgomento che ha la forma di quell’incubo che vi faceva gridare ogni notte, quando andavate all’asilo? Avete sogni ricorrenti? Immaginate di cadere, volare, non poter gridare? Quante volte vi siete chiesti, al risveglio, il significato di un sogno, e quante volte siete scesi a patti con voi stessi, per ammettere che il senso era proprio quello?
I vostri animali sognano? Vi chiedete mai a cosa stiano pensando, quando agitano le zampe nel sonno, e scodinzolano e mugugnano e uggiolano? Cosa ci sarà, in quel momento, davanti a loro? Una ciotola di pappa gusto agnello e pollo con erbette, la cockerina del terzo piano, un prato puntellato di coniglietti a cui correre dietro? Quanto è deluso, il semi-labrador, quando lo sento gemere sulla brandina e lo scuoto delicatamente e lui, aperti gli occhi, non trova cagnoline smorfiose, roditori timorosi o cibi succulenti ma solo il mio viso preoccupato?

Quali sogni inseguite, ogni giorno? Sogni concreti e tangibili, robusti e sensati, come l’auto nuova, quella maglietta con scollo a barca che avete visto nella vetrina del nuovo negozio all’angolo, il posto fisso alle Poste, o sogni spumeggianti e un po’ sciocchi, una cena con un divo della tv, una passeggiata sul red carpet, un viaggio tra le stelle? Sognate di ascoltare Billie Holiday che canta o di calcare il palco del concerto del primo maggio? Vorreste la serenità per la vostra famiglia, o lasciare tutto e scappar via? Quanto pensate che siano giusti, i vostri sogni?
Quante volte i vostri sogni si sono avverati, e quante avete pensato che avreste dovuto formularli meglio? Quante volte avevate chiesto una mucca e vi siete trovati davanti un motorino? Quante volte, e quanta rabbia, vi siete chiesti perché i vostri sogni non venivano esauditi? E quante volte, quando avevate smesso di sperare, sono diventati realtà? Qual è il legame, tra i sogni e la realtà? Sono uno stimolo a crederci e lottare, o una scusante per attendere dall’alto la soluzione? In definitiva, quanto fa bene sognare?
Di sogni, in maniera più o meno metaforica, parlano molti autori a cui sono affezionata: ne parla Isabel Allende nel suo La casa degli spiriti, come anche Banana Yoshimoto, che al mondo onirico dedica grandissimo spazio. Ne parla Haruki Murakami, ne parla Andrea De Carlo in Uto; sogna spesso il commissario Montalbano, galleggiano in un’aria di sogno i personaggi terribilmente corporei e presenti di Trilogia della città di K. Infine, di incubi parla molto un fumetto che ho letto, inspiegabilmente, in adolescenza: Dylan Dog, un classico dell’horror che mi ha sottratto intere settimane di sogno, ma che ricordo con tenerezza.

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Con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso soave profumo?

Andrebbe perseguito penalmente chi dà nomi brutti ai figli. Chi ne impone di ridicoli, o assolutamente fuori moda, o fuori contesto, o con errori ortografici, o semplicemente non-portabili. C’è una forma di estremo egoismo, nel marchiare un bambino con un nome che lo metterà prevedibilmente in difficoltà, o in imbarazzo, o anche solo lo costringerà a ripeterlo tre o quattro volte di fila a ogni presentazione, mentre l’interlocutore lo guarda stringendo gli occhi e tentando di decrittare la formula misteriosa. Rimango sempre allibita quando incontro persone che, alla scontata domanda “come si chiama?” dopo quarti d’ora a decantare le virtù del proprio pargolo, se ne escono con Shanti, o Nigel, o Maiccol – scritto esattamente così -, o Cono, Crocifissa, Concetto, Artemisia, Melchiorra, Gerlanda. Giuro, li ho sentiti davvero.
Recentemente, una giovane donna che conosco di vista mi ha comunicato che doveva disdire un impegno a causa di un problema che affliggeva sua figlia Nirvana. Sono rimasta tanto sconvolta dal nome che non mi sono neanche preoccupata di chiedere se si trattasse di qualcosa di grave, o solo di fastidioso. Come fa una persona di buona cultura, di normale educazione, che lavora fuori casa e vive a contatto con un contesto sociale normale, a chiamare una bambina Nirvana? Perché qualcuno che si trova in Italia nel 2012, in un ambiente cattolico, sente il bisogno di attribuire alla figlia il nome di un complesso concetto filosofico orientale? Come si può fare una tale scommessa col destino da imporre a una bambina un nome così difficile? Perché i genitori, in quanto solitamente adulti, non pensano mai che i figli devano ancora affrontare tutto quel percorso faticoso e sgradevole che loro hanno già compiuto? Forse, se qualcuno ricordasse bene come si sentiva in seconda media, eviterebbe di chiamare Venus sua figlia; se non si fossero dimenticati cosa voleva dire essere presi in giro appigliandosi a una motivazione qualsiasi, i genitori di Lorelai avrebbero optato per un semplice Luisa. A trentacinque anni è facile essere abbastanza scafati da pensare di poter indossare qualsiasi nome con sicurezza e tranquillità. A tredici è molto diverso. Se una sedicenne bella, conscia del proprio fascino, con uno stile ben definito e un taglio di capelli alla moda si chiama Nirvana, probabilmente avrà la scuola ai piedi. Ma se Nirvana sarà bruttina, silenziosa o grassottella, se vestirà in maniera anonima o leggerà troppi libri, se non ascolterà i Radiohead ma gli Inti Illimani, con ogni probabilità sarà lo zimbello della classe, e il suo nome sarà solo un puntello in più per chi la prende in giro. Non sto certo proponendo l’anonimato come difesa dal bullismo imperante: solo, magari sarebbe meglio evitare di mettere il carico.
Sono stata afflitta anche io, da sempre, da un nomebrutto: non strano né esotico né poco comprensibile, solo vecchio. Provate a pronunciare anche voi il nome Maria: sulla parete interna della vostra fronte si proietteranno immagini standard di anziane portinaie o di bidelle grassocce, sorridenti e odorose di detersivo al limone e gessetti. Anche Simone Rugiati, nei suoi programmi di cucina, si rivolge a una generica esponente del pubblico (casalinga, cinquantenne, spesso sciocca) apostrofandola a gran voce come Signora Maria. Fateci caso, non è il nome ideale per sembrare alternativi, trasgressivi o alla moda. Ma tant’è.

In molti libri i protagonisti hanno nomi strani, sciocchi o buffi o poco credibili. I primi che mi vengono in mente sono i figli di Livio in Di noi tre di Andrea De Carlo: Elettrica e Vero. Chiamati così per una ripicca coniugale (mi fa male la bocca anche solo a pronunciare il loro nome, riconoscerà il personaggio, al telefono con Misia), sono bambini infelici e confusi. É uno dei migliori romanzi di De Carlo, Di noi tre: forse un po’ lento, ma compatto e piacevole. Sbocconcellando tutta la bibliografia dell’autore vengono fuori un bel po’ di altre perle: da Uto a Malaidina, da Misia ad Astra, da Raimondo Arrigo Vaiastri agli insulsi personaggi di Giro di vento, i nomi assurdi si sprecano. E anche le trame, dopo un po’, non è che siano poi un granché.

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Se non altro, fino alla fine non ho camminato

Cosa è stato, per voi, il 2011? È stato un anno sereno o frenetico, rilassante o mesto, cupo o radioso? Da ricordare, da dimenticare, da confondere con altri? È stato l’anno della morte di Liz Taylor e Peter Falk o della falsa partenza di Bolt ai mondiali? Quello di ‘se non ora, quando?’ o dei quattro sì ai referendum? L’anno della caduta di B. o dell’ascesa conclamata di Djokovic? L’anno della crisi economica o quello dell’arresti di Mladic? Dei 150 anni dell’unità d’Italia o della squalifica di Dayron Robles a Daegu?
A me è piaciuto, il 2011. È stato un anno complesso e stancante e faticoso e frizzante, iniziato con una notizia bella e inaspettata, una di quelle che ti fanno pensare che forse qualcuno dei tuoi progetti un giorno si realizzerà, e che chi dice che in Italia si fa tutto solo grazie a raccomandazioni e favori, be’, rosica. È stato l’anno che mi ha permesso di mettermi alla prova, di imparare che, se ho uno scopo, alzarmi presto può anche non pesarmi; quello che mi ha fatto scoprire che cambiare ritmi e abitudini è un’impresa alla mia portata, e anche a quella del semi-labrador. È stato l’anno del mal di schiena che toglie il fiato, della paura e della stanchezza, ma anche delle soddisfazioni, dei riconoscimenti piccoli ma insperati e gustosi, l’anno di Praga e di Magda Szabò, di Saramago e Odifreddi, di Masterchef e di un portachiavi a forma di gufo che sta saldamente fissato alla mia borsa, per evitare che scappi via. L’anno degli incendi di spazzatura e della mia prima estate senza neanche un bagno a mare, dei 90 anni del simpatico ottuagenario e dei regali che, silenziosi e assordanti, hanno attraversato l’Italia per raggiungermi, carichi di sorrisi che non ho mai visto e abbracci che non ho mai toccato, o forse sì. L’anno del mio ultimo libro di De Carlo e anche di Safran Foer, uff. L’anno in cui ho scoperto con triste meraviglia che di Natalia Ginzburg ho già letto tutto, e che quel sentimento cinquanta per cento stupore cinquanta per cento ammirazione che i suoi libri mi regalavano a poco a poco finirà con lo scemare. È stato l’anno in cui ho deciso di fare a meno di tutte le persone che mi appesantivano le scarpe, e di tenere solo pochi amiciamoci (adesso ne conto tre, ecco) e tanti amici virtuali, che forse un giorno incontrerò, o forse no. L’anno in cui mi sono scocciata di parlare e spiegare e capire e accettare, di far finta di non comprendere, di avere pazienza, e ho deciso che non ho più tempo da perdere per chi usa parole forbite per celare pensieri violenti: basta, fanculo. È stato anche l’anno del concerto di Max Gazzè, della volta in cui sono scappata dal cinema perché avevo paura, del mio primo matrimonio di famiglia. È stato l’anno in cui ho temuto di non riuscire a cambiare, e mentre lo pensavo stavo già, lentamente, cambiando.
La ricetta di oggi è quella di un piatto a base di prosciutto che ho mangiato il giorno di Natale: coscia di maiale disossata e precotta (la vendono in macelleria) fatta bollire due ore, cosparsa di spezie e fatta arrostire in forno. A tre quarti di cottura, cospargetela di marmellata di lamponi. Va scaloppata e servita, calda e fragrante, con patate al forno e un sorriso speranzoso e titubante: o almeno, così me l’ha proposta mio cugino, e sono stata felice di mangiarla, perché era buona e perché lui lo meritava.
Un anno fa, annunciavo che il primo della lista dei miei buoni propositi sarebbe stato coltivare il dubbio: in fede, non l’ho dimenticato.
Con questo post, rivolgo a tutti i migliori auguri per un ottimo 2012: che realizzi i vostri desideri, tutti meno uno, che vi faccia continuare a sognare e sperare nel meglio.

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De Carlo, perché mi fai questo?

Lo so, non è corretto lamentarsi di un libro prima di averlo finito; ma è un periodo sgrunt, e ho voglia di lagnarmi, e poi sto leggendo Leielui da qualche giorno, e lo trovo estremamente fastidioso. Ecco, il termine più adatto è irritante: un romanzo capace di farmi fumare le orecchie alla vista della costina, distogliere lo sguardo, espirare forte dalle narici quando lo appoggio tra il mio letto e la brandina del semi-labrador, contenendomi dallo scagliarlo al muro solo per non svegliare l’amena bestiola. L’ho comprato – il romanzo, non il cane – perché era in sconto al supermercato, e anche perché, dopo l’indisponente Durante, provavo un acuto e gratuito senso di colpa verso De Carlo, un disagio non localizzato, come un intenso pizzicore; volevo dargli una nuova possibilità, darla anche a me, forzando il disagio verso le moleste copertine disegnate dall’autore-artista-musicista troppo pieno di sé per appaltarle a un grafico, verso le auto-celebrative foto di tre quarti che appesantiscono le bandelle, verso le frasi entusiastiche estrapolate da qualche recensione e fatte aggiungere dall’addetto marketing per potenziare il piano-vendita. Gliela dovevo, una nuova occasione, io che ho letto con avidità tutti i suoi (troppi) libri, e molti li ho trovati anche piuttosto belli, intriganti, con uno stile iper-curato ma non leccato. Un po’ ripetitivi, da Di noi tre in poi, ma piacevoli, equilibrati, pieni di colori e sapori e umori, sensazioni contrastanti, descrizioni ultra-particolareggiate di situazioni e ambienti e persone, strade milanesi bianco-bigie, città degli Stati Uniti gelide e poco comunicative, poco accoglienti.
Ho approcciato il romanzo con un misto di sensazioni, cinquanta per cento fiduciosa curiosità, trenta per cento scetticismo, venti per cento irritazione preventiva; arrivata circa a metà, ho deciso di finirlo per gli stessi motivi per cui ho divorato Venuto al mondo della Mazzantini, uno dei romanzi francamente più ruffiani e fastidiosi del decennio: voglio capire dove diavolo andrà a parare. L’evoluzione della storia, tanto, è evidente dal primo capitolo: un personaggio femminile dotato di preclare virtù (bella allegra indipendente motivata curiosa, ricalcando la tipica kalokagatìa decarlesca), inspiegabilmente accoppiata con un uomo noioso, quadrato, prevedibile, che la tarpa e svaluta, e che va a sbattere (meno metaforicamente di quanto sarebbe stato giusto) contro il solito protagonista dei libri di De Carlo: un incrocio affascinante (nelle intenzione dell’autore) tra la simpatica canaglia alla Clark Gable e un bulletto di periferia, che dovrebbe adombrare una sorta di alter ego di De Carlo stesso. In due parole, Clare non è altri che Manuela Duini di Arcodamore, nonché Martina di Due di due, mentre Daniel è un mix tra Uto, Raimondo Vaiastri di I veri nomi, Durante, Guido Laremi di Due di due; il rapporto con i figli è preso di peso da Pura vita, la suocera è la copia della madre di Damiano Diamantini e cosiì via. La trama, prevedibile all’inverosimile, ricalca una media aritmetica tra Arcodamore, Giro di vento e Durante. Lo stile non è quello secco e ancora ruvido di Treno di panna, né ha i virtuosismi di Uto o la levità di I veri nomi, ma è involuto, ricercato, barocco, al limite col cattivo gusto. Un cocktail di frasi già lette, espressioni che ritornano (‘il gioco di attriti’ mi sta rendendo idrofoba), immagini schizzate centinaia di volte, oltre ai consueti interrogativi da libro di De Carlo (Perché ragazze carine e intelligenti dividono le giornate con amebe ricche e presuntuose? Perché gli scrittori hanno repulsione per il proprio pubblico? Perché, se tutti i personaggi detestano Milano, si ostinano a vivere lì?).
Prometto, è l’ultimo romanzo di De Carlo che leggo. Spero.

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Qual è la playlist della vostra vita?

Il semi-labrador ed io apparteniamo a pieno titolo alla categoria degli amanti della radio. Ascoltiamo i programmi e ridacchiamo alle battute dei presentatori e ciondoliamo la testa alle canzoni che non conosciamo, ci stupiamo di quanti personaggi che in televisione appaiono ottusi e insulsi e grondanti retorica in radio risultino piacevoli, simpatici, quasi-intelligenti. In questi giorni la nostra rete preferita dà molto spazio a una trasmissione il cui elemento centrale è mandare in onda una playlist (cinque canzoni, trenta minuti al massimo) composta da un ascoltatore, scelta tra decine di altre per la sua originalità e premiata con una maglietta e tre-quattro minuti di celebrità da autoradio. Mentre prestavo orecchio con aria scettico-invidiosa da pessima conoscitrice di musica (e chi sarebbero questi pink floyd, di grazia?!), mi chiedevo quale potesse essere la playlist della mia vita; una playlist di libri, intendo, cinque romanzi a comporre e delineare e descrivere la mia figura, quella che vorrei gli altri vedessero, quella che forse vedo solo io. Cinque libri, cinque motivazioni, cinque fasi, cinque sfaccettature. Cinque.
Il primo titolo non può che essere La casa degli spiriti, il mio primo libro da grande. Facevo la seconda media, avevo undici anni e una professoressa di lettere che, tentando di impedirmi di leggerlo, me lo fece amare ancor di più. Credo sia il libro che ho riletto più spesso. Il secondo nome, è ovvio, è quel Lessico famigliare di cui non smetto mai di parlare, il libro-tutto, l’idea platonica di libro, il libro per antonomasia. A seguire, Treno di panna di Andrea De Carlo, quello che, nel bene o nel male, credo sia il libro che ha influenzato di più il mio modo di scrivere, di parlare, di studiare un testo nuovo. In chiusura, due titoli che mi hanno piacevolmente colpita, stordita, sconvolta: Trilogia della città di K. e Il vangelo secondo Gesù Cristo, perché mi ricordano che niente è semplice e lineare e palese e privo di conseguenze. Niente è sicuro e ovvio e facile. Niente.

Alla radio, uno dei programmi in cui si inciampa più spesso è l’Ondaverde. Agostino Roi, il protagonista di Tornerai ogni mattina di Samuele Galassi, considera l’Ondaverde la sua personale ricetta per la serenità, la pace, una visione equilibrata del mondo. Stupito dalla scoperta che sua moglie, che lui uccide ogni giorno, la mattina dopo è di nuovo viva e in buona salute, tenta di sfruttare tutti i privilegi della situazione. Un romanzo cinico e ironico, gustoso e ben raccontato, surreale ma calato in uno stile iper-realtista ed estremamente attento ai dettagli che ricorda il De Carlo di Pura Vita e I veri nomi. Davvero da leggere.

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La formula matematica della serenità

Mi piace leggere. Mi rilassa e rasserena, mi culla e carezza e consola, addolcisce la piega amara delle mie labbra, il cipiglio corrucciato da giornata-no. In un oceano di contingenze ansiogene e nemici immaginari, di semi-labrador infangati e con il muso da senso di colpa e di volte a crociera che insistono su spazi quadrangolari di forma irregolare, di quasi-amici e non-più-amici, di delusione e tristezza e incomprensioni, di calzini a righe multicolor disperatamente bagnati e di capelli arricciati arruffati elettrizzati dall’umidità, la formula scientifica nota come libro&piumone continua a dare insperati risultati.

Mi piace leggere; ancor di più, mi piace scoprire libri leggendone altri. Mi piace che uno scrittore mi descriva un suo collega, o che citi il titolo di un romanzo che ha letto, che lo ha appassionato, che magari appassionerà anche me. Amo gli autori generosi, che mi presentano gli amici, mi consigliano il titolo di un saggio, mi raccomandano di ascoltare una canzone che dà loro i brividi, di provare un piatto che a loro fa venire l’acquolina.

Natalia Ginzburg, per esempio; mi ha fatto conoscere Pavese: me lo ha mostrato dolce e sfuggente, silenzioso e ombroso e triste, ormai stanco, privo di fiducia, di stimoli, di energia. Pieno di pena, ma attento, premuroso, schivo. Me lo ha indicato già di spalle, mentre andava via confuso e solo, turbato.

Mi ha presentato anche Leone, suo marito, ma di sfuggita e come a cenni; il tempo di affezionarmi e già non c’era più, sparito tra le sbarre di Regina Coeli e tra le righe di Lessico famigliare, sicuro e appassionato, coraggioso, impavido, solo e disperato, giovane e sofferente e già scomparso.

Enrico Brizzi mi ha confidato come per caso che Andrea De Carlo, per lui, era un grande scrittore; e che, dei suoi romanzi, il migliore era Treno di Panna, scabro e ruvido, acerbo, vivo. Starnone, invece, mi ha detto che stimava una ragazza che leggeva Pube angelicale di Puig. Mi ha fatto passare interi pomeriggi a cercarlo, e altri a leggerlo; ha finito per farmi comprare e amare tutti i libri di Puig, dal superbo Il bacio della donna ragno al coinvolgente Una frase, un rigo appena. Gliene sono grata. Murakami ha lasciato che Watanabe mi consigliasse di leggere La montagna incantata, Tabucchi, invece, ha permesso a Pereira di descrivermi L’ultima lezione di Daudet con un tono commosso e appassionato, partecipe e attento, da amico che ti sussurra all’orecchio di un racconto che ha amato. Infine, Harper Lee mi ha fatto sorridere di complicità quando ha descritto Truman Capote come solo una compagna di giochi poteva fare.

Ogni romanzo ha un sapore, un profumo, una ricetta tra le pagine. Scopritela, cucinatela, assaporatela.

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