Cose che ho imparato lavorando a un progetto grande-e-complesso.

piazza-belliniChe è bello sentirsi parte di un gruppo: e che è ancora più bello trovare dento il gruppo un alleato con cui condividere fatica e gioia, onori e oneri, timore e tremori ed esilaranti e sboccate telefonate di complimenti reciproci.

Che farsi prendere dal panico non è mai una buona idea: e che trascorrere un’intera serata a lagnarsi e chiedere aiuto a chicchessia e dire non ce la farò mai e dondolare ritmicamente sulla sedia è inutile e sciocco e avrà come unico risultato una notte insonne per la vergogna.

Che un buon team vale molto più di quanto sia intuitivo supporre, e che investire tempo nella formazione dei nanetti che mi staranno accanto è vitale per il mio sistema nervoso (e per il loro futuro).

Che il sonno è una cosa sopravvalutata, e che si può vivere senza rischi per la salute anche lavorando diciotto ore al giorno: ma che, superato il mese trascorso a questi ritmi, il pericolo dell’abbrutimento è dietro l’angolo.

Che senza la mia bella accanto non vado da nessuna parte: e che il suo tono di voce è davvero l’unica cosa che riesca a calmarmi, quando è mezzanotte e ancora devo caricare tonnellate di dati sul sito e la connessione salta e il pc fa vruuuum come se dovesse spiccare il volo.

Che niente è irritante come le notifiche di whatsapp e che, tra le piaghe d’Egitto, andava sicuramente indicata anche la chat di gruppo con novantasette persone che tirano su il pollicione ogni volta che qualcuno scrive qualcosa.

Che un gelato può essere una soluzione pratica ed economica per sostituire il pranzo, e che la delusione di non aver trovato il gusto mango si può rapidamente stemperare assaggiando il miglior cioccolato-e-vaniglia della città.

Che è difficile conciliare superlavoro e tentativo di tenere a bada la ciccia, e che una pizza ogni tanto ci vuole: e che non si può tornare al pc dopo cena avendo nella pancia solo insalata e robiola, per quanto la glassa di aceto fosse gustosa.

Che i complimenti, quando sono meritati, sono una gratificazione sufficiente a farmi pensare che l’anno prossimo, se mi richiamano, torno: e pace per una nuova estate rovinata da smartphone trillanti, riunioni il 16 agosto, pomeriggi di lavoro sotto il condizionatore acceso e neanche un bagno a mare di straforo.

Che sono davvero l’unica persona che ci tiene a portare a casa qualche ricordo del festival: e che la locandina staccata con cura dal muro e il cavaliere sottratto da un tavolo alla fine dell’incontro, che fanno bella mostra di sé nella mia libreria, sarebbero finiti inesorabilmente nel secchio della raccoltà differenziata.

Che tornare a ritmi normali è bello e rassicurante, e che una passeggiata con la mia bella, un giretto al parco con pupetto o una cena con amicastorica sono imprescindibili per la qualità della mia vita.

Che dormire oltre le otto il sabato mattina mi è mancato tanto.

Per ora ho letto molto poco, e in modo discontinuo e poco attento. Conto, in questi giorni, di recuperare: e quindi ci darò sotto con La distrazione di dio di Alessio Cuffaro, che mi è stato regalato un mese fa e di cui ho letto solo poche pagine; ne ho sentito parlare bene, è un consiglio del mio libraio di fiducia, quindi vedremo.

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19 luglio 1992.

La cosa che ricordo davvero bene del 19 luglio 1992 è che quando è successo il fatto ero a mare, ma proprio a mare, in acqua. Era domenica, il 19 luglio 1992, e c’era molto caldo, ed eravamo andati alla spiaggia tutti insieme, io e i miei genitori e gli zii e i cugini e i nostri amici soliti; era domenica, e c’era davvero caldo, e i miei genitori erano tornati a casa a pranzo, perché a mio padre stare a mare a pranzo non piaceva: non gli piacevano i calzoni fritti che prendevamo al bar della spiaggia, andando a piedi nudi sulla passerella di cemento rovente, e le prugne che mia zia portava in un contenitore di plastica e diventavano tiepide e molli, e il gelato al mellone e i ghiccioli al limone; non gli piaceva mangiare sulla sdraio, con le ginocchia in bocca, diceva, e dover aspettare due ore per fare il bagno. Erano andati a casa, i miei genitori, ricordo: ed io ero rimasta con gli zii, e avevamo mangiato e poi noi bambini, eravamo cinque, ci eravamo accoccolati sulla sabbia in riva al mare a fare un castello gigante. Era un buon compromesso: mia zia e la sua amica si sedevano con le sdraio vicino alla battigia, con i piedi in acqua, e noi resistevamo al caldo rotolando nella sabbia umida e bagnandoci spesso, con la scusa di dover prendere l’acqua per il castello, non vedi che sta crollando una torre? Ricordo che l’acqua era calda, quel giorno: tipica acqua del mare di Mondello, che il pomeriggio diventa tiepida e verde e stagnante come acqua di lago. Avevamo fatto qualche capriccio per fare il secondo bagno, ricordo: o forse questo non lo ricordo, ma so che è così, perché ogni domenica facevamo un capriccio per tornare in acqua, soprattutto mio cugino, che sapeva fare delle convincenti lagne rappoddiando le vocali, e da-ai, ma-amma, facci tornare in a-acqua. Alla fine i grandi avevano ceduto, e forse anche loro sentivano molto caldo: ma eravamo tornati tutti in acqua, tutti tranne la madre delle nostre amiche, perché lei il bagno non lo faceva mai; stavamo facendo il bagno tutti insieme, e prendevamo Federica, che era la più piccola, e ce la lanciavamo per farle fare dei tuffi e lei rideva, e abbiamo sentito un’esplosione molto forte, come un boom ma lungo, cupo, e noi eravamo in acqua e l’acqua non era profonda ma ha tremato, e mia zia ha detto svelti, tutti fuori, uscite, e noi non ci siamo lamentati anche se eravamo in acqua da pochissimo, non abbiamo detto niente, siamo solo usciti. Poi la madre di Federica, che non si era fatta il bagno, ha detto vado a telefonare a mia madre, perché sua madre, la nonna di Federica, era anziana e non veniva a mare, restava a casa sola e forse aveva sentito il boom molto forte e si era spaventata anche lei. Lei viveva in una strada dalle parti della Fiera, via D’Amelio: e al telefono non rispondeva, e la madre di Federica continuava a rimettere le duecentolire nel telefono a gettoni vicino alla spiaggia, mentre mia zia le diceva stai tranquilla e noi bambini ci facevamo la doccia e ci asciugavamo velocemente e cambiavamo il costume, e intanto mio padre è arrivato in bicicletta. Era venuto da casa ed era tutto vestito e ha detto sto andando a lavoro, perché lui lavorava al Pronto Soccorso, sto andando al lavoro perché ci hanno chiamati tutti, noi reperibili, perché c’è stato un attentato a Borsellino. Ricordo che io non sapevo chi fosse Borsellino, e pensavo che “attentato a Borsellino” fosse un modo di dire, un modo di fare gli attentati, tipo “attentato con la pistola”, e non capivo ed ero perplessa, ma non ho detto niente. Poi mia zia è tornata di corsa dal telefono e ha detto andiamo via tutti, perché la madre di Federica era riuscita a parlare con una vicina di casa che le aveva detto è scoppiata una bomba qua sotto, tua madre è al balcone e per questo non risponde, ma tornate a casa.

Ricordo che siamo tornati a casa a piedi, come tutte le domeniche, ma per strada non c’era nessuno, e si sentivano i televisori e brandelli di notizie, e poi hanno detto che di una ragazza era stato trovato il braccio sull’albero, e io mi sono spaventata moltissimo, ho pensato che gli “attentati a Borsellino” fossero delle cose orribili.

Ricordo che sono arrivata a casa e mia madre era in giardino, c’era la televisione accesa, e mia zia è entrata e lei ha detto ecco, questo è un altro Falcone, e si vedeva un palazzo distrutto e io ho avuto moltissima paura e pensavo ecco, adesso mettono una bomba pure qua e dai nonni e sotto tutti i palazzi della città e anche il mio braccio finirà su un albero, e mi sono messa a piangere. Poi mio padre è tornato, dopo molte ore, e alla televisione si vedeva sempre il palazzo distrutto, e siamo andati dai nonni e anche lì si vedeva il palazzo distrutto. Ricordo solo questo, e che quella notte non riuscivo a dormire e pensavo alle ragazze con le braccia sugli alberi. Poi non ricordo altro, credo, di quel giorno. Era il 19 luglio 1992.

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Chi ha deciso che non tocca a noi?

La domenica mattina è una delle parti della settimana che preferisco; solitamente la mia bella, dopo aver sbuffato e imprecato sottovoce per la mia lentezza nel prepararmi, mi pungola a fare una passeggiata in centro: camminiamo sottobraccio, sbirciamo qualche vetrina piena di libri, scattiamo foto in cui facciamo le smorfie, ascoltiamo un ragazzo che suona divinamente l’arpa, mangiamo qualcosa. Domenica scorsa, dopo aver zampettato al gelo per più di un’ora, abbiamo scoperto con sgomento che la nostra panineria del cuore era inspiegabilmente chiusa. Armate di ombrello e cappucci ci siamo impegnate ad affrontare un altro quarto d’ora di strada, per rifugiarci in un piccolo locale dove preparano toast gradevoli a prezzi assurdamente alti. Complice la pioggia, sedute sugli sgabelli c’eravamo solo noi. Mentre aspettavamo i nostri toast – gradevoli ma costosi, mi sembra di aver detto – è entrata una signora molto anziana, vestita decentemente, a lutto stretto, e con una borsa in mano. Era agitata, affranta: ci ha chiesto una bottiglietta d’acqua, Nessuno mi aiuta, ho fame, nessuno mi dà niente, mi date qualcosa? Non avremmo mai avuto motivo, né voglia, di negargliela: eravamo in un posto gradevole ma caro, un paio di euro in più non ci costavano molto e lei poteva essere nostra nonna; se chiedeva dei soldi era povera, o mentalmente instabile, o entrambe le cose: avrebbe avuto bisogno anche di un abbraccio, un pranzo completo e qualcuno che si prendesse cura di lei. L’acqua era proprio il minimo sindacale. Ho fatto segno alla ragazza alla cassa, impegnata a ciancicare una gomma, di dare l’acqua alla signora: che le desse anche il resto di due euro, per favore, all’arrivo dei toast avrei pagato io. Gliela ha porta con fastidio e, mentre la vecchietta si allontanava, le ha detto a brutto muso Per oggi non farti vedere più. Alle nostre facce allibite ha risposto Ma questa qua ogni giorno è qui. Abiterà in zona, allora, ho risposto io schiumando, e la mia bella, che oltre che essere bella è molto paziente, come dicevo prima, mi ha stretto con calma un ginocchio per intendere Piantala, non cominciare a litigare, non serve a niente, probabilmente lo ha detto perché gli altri clienti, di solito, si lamentano. Abbiamo mangiato i toast gradevoli ma costosi, siamo andate via: per quel che mi riguarda, non credo ci tornerò più.

Ho raccontato questa storia a un pungo di persone, e molte si sono strette nelle spalle: Che esagerazione, hanno pensato (e a volte detto), mica l’ha cacciata a pedate. Qualcuno mi ha anche risposto Ma non è che si possono dare soldi a tutti, e a me la frase è suonata molto come Non è che possiamo far entrare tutti, motto di quelli che vorrebbero chiudere le frontiere e dire Io sono nato in Italia per miei imprecisati meriti, tu sei nato in un posto sfigato per tuoi specifici demeriti, cavoli tuoi. Quando è che abbiamo iniziato a pensare che non fosse colpa nostra, se una donna che potrebbe essere nostra nonna chiede l’elemosina per strada? Quando abbiamo deciso che sono solo problemi suoi o della sua famiglia? Sarà stato quando abbiamo scelto di delegare la cura dei poveri a un fantomatico “altro”, forse; o quando abbiamo deciso che ancora oggi, nel 2017, il colore della pelle preclude alcuni mestieri: o è una mia impressione, che non ci siano maestri elementari neri, nelle scuole pubbliche? Ogni volta che alziamo le spalle, ogni volta che diciamo Non ho soldi mentre addentiamo un insulso toast da sei euro, ogni volta che cacciamo con malagrazia un venditore di rose, che ci scrolliamo dal finestrino il questuante senza neanche dirgli una parola, penso che una parte della nostra umanità vada in malora. Può anche essere vero che non si possono dare soldi, ogni giorno, a tutti (ma davvero lo è?): ma si possono dare parole, ascolto, un sorriso; si possono segnalare le situazioni a rischio a chi se ne occupa, si può anche solo dare un abbraccio. Cosa ci può succedere di male? Potremmo anche trovare un nuovo Ife sulla nostra strada.

Il toast incriminato era ripieno di prosciutto crudo, ricotta e fichi: gradevole l’idea, non troppo saporita la realizzazione, esoso il conto. In una parola, indigesto.

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Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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Non è una città da freddo.

Da due giorni a Palermo c’è molto freddo. Le temperature non superano i sei o sette gradi, i monti intorno alla città sono imbiancati, qualche intraprendente fiocco di neve ha provato a cadere sulle strade. Ha grandinato in abbondanza e la gelateria sotto casa non ha registrato il tutto esaurito per la prima volta dalla sua apertura.

Palermo non è una città adatta al freddo. Contro il caldo è ben attrezzata: quasi tutte le case hanno condizionatori e ventilatori, le finestre sono strategicamente piazzate in modo da favorire le correnti d’aria, ci sono pensiline che ombreggiano le fermate dell’autobus e il mare a due passi per dare una fugace sensazione di frescura. Il freddo, invece, ci coglie sempre impreparati: dobbiamo riporre in frigo l’insalata di riso e ingegnarci a cucinare qualcosa di caldo – la pasta e lenticchie andrà bene? O è meglio il brodo di pollo? Ma come si prepara? -, mettere in funzione la caldaia che non usavamo da quel giorno dell’inverno scorso in cui ci è venuto a trovare l’anziano nonno e non volevamo che si buscasse il raffreddore e abbiamo sudato tutti come anguille, tirare fuori dall’armadio il piumone pesante. Dobbiamo – dovremmo – ricordarci, tra un post entusiastico sulla magia della neve e uno esterrefatto sulla temperatura indicata sul cruscotto della macchina, che per strada ci sono molte persone: addirittura duecento, ecco, che stanno tentando di fronteggiare la situazione avvolgendosi in strati di coperte, stringendosi ai propri canucci e bestemmiando contro il freddo. Che verranno invitate a trasferirsi, solo per stanotte, per carità!, sotto un tetto, che sia quello del salone di una chiesa o di un dormitorio pubblico sovraffollato: e che, nella maggior parte dei casi, rifiuteranno l’offerta, perché non vogliono lasciare cani giacigli e masserizie senza custodia, a rischio che qualcuno le faccia sparire e prenda il loro posto in quel portone comodo e accogliente. Persone che, con ogni probabilità, graziealcielo, supereranno anche queste giornate, e che torneranno rapidamente ad essere ignorate, relegate a elemento di colore in una discussione sulla città e la sua pretesa capacità di dare accoglienza a chiunque o ritenute colpevoli di macchiare, con la loro presenza, i tappeti persiani che ornano il salotto buono di Palermo. Dovremmo pensarci, quando ci auguriamo che la neve continui a cadere: non avevamo detto che non avremmo lasciato indietro nessuno?

In questi primi giorni del 2017 non riesco a trovare un buon romanzo che mi tenga compagnia dal kindle – sto leggendo invece, alla vecchia maniera, I cani di Babele di Carolyn Parkhurst, suggerito dalla Mate e ricevuto per Natale da parte di amicastorica: un giallo decisamente atipico, pieno di descrizioni di vita quotidiana, delicato e coinvolgente, proprio come piace a me.

Questo post è dedicato a tutte le persone che stanno pattugliando la città per distribuire abiti pesanti, coperte e pasti caldi ai senzatetto. Se qualcuno avesse qualcosa da donare, può dirlo a me che penserò al recapito.

La foto di monte Cuccio imbiancato è opera della mia bella.

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Ossessioni.

Ho sempre provato noia per le persone monotematiche: quelle che sui social ammorbano gli altri con discussioni legate solo ed esclusivamente a un argomento, calcio cucina froceria fissione nucleare, e ignorano anche la caduta di un meteorite sul pianerottolo del vicino se non incoccia, in qualche modo, con l’oggetto del loro ardore speculatorio; ho sempre provato fastidio per loro e adesso, con orrore, mi rendo conto di essere caduta nella stessa sottile trama: continuo a dedicare inutili righe a qualcosa di cui ho già scritto abbondantemente ma che, ecco, mi disturba e confonde: i posteggiatori.

Un po’ di tempo addietro, il sindaco di Palermo – persona che si distingue per alternare iniziative inutili e grottesche ad altre importanti, sensate, quasi d’avanguardia – ha proposto la pena detentiva per i parcheggiatori; la maggior parte di loro, infatti, si dichiara nullatenente, e non può, per questo, essere multata: di fatto, quindi, chiamare i vigili per segnalare che un bellimbusto nerboruto, metà uomo e metà seggiola di legno, ci sta infastidendo, è futile e deleterio: lui domani sarà di nuovo lì, tronfio e gaglioffo, e saremo noi a dover girare al largo. Questa ipotesi, unita a una nuova App dedicata a segnalare alle Forze dell’Ordine la posizione del posteggiatore molesto, ha scatenato reazioni furibonde sui social: una maggioranza bulgara grida all’oltraggio. Si distinguono i post-sessantottini con idee populiste che vedono nel posteggiatore un indigente che deve trovare il modo per nutrirsi, i pigri che reclamano un sacrosanto aiuto per riporre la macchina prima di entrare in ufficio, gli iracondi che, in odio verso il sindaco, dichiarano che tutti i posteggiatori – tutti, non uno di meno! – sono brave persone, altro che sinnacollando che lui sì, ecco, è il male. Io non ho parole.

Mi chiedo – ma me lo chiedo davvero, con curiosità scientifica – perché al plaermitano piaccia così tanto avere un energumeno gesticolante che urla vada vada mentre posteggia. Di quale aiuto abbiano realmente bisogno, tutti coloro che che inneggiano al parcheggiatore come squisito filantropo: e se questo aiuto altro non sia che la possibilità di lasciare le chiavi a uno sconosciuto perché sia lui a provvedere, in nome di una innata e mai altrove dispiegata fiducia verso il genere umano (ma come, non prestate la macchina a vostro cognato, non fate salire vostro figlio per paura che poggi le suole sui sedili, e poi lasciate per ore le chiavi a un tipo che si fa chiamare Santuzzo ‘o malamente?!).

Mi chiedo perché il palermitano medio, che non paga il biglietto sull’autobus se non una volta ogni tre e se sta percorrendo tratti molto lunghi, che si ribella al pass ztl chiamandolo pizzo, che se sosta in zona blu non espone il tagliando, trovi normale e altamente gratificante offrire il caffè ogni mattina a un tipo che non fa altro che consentirgli di parcheggiare la propria auto in una piazza. Lo stesso palermitano che si dimostra rattristato e contegnoso quando si nominano Falcone e Borsellino, che va – o meglio, andava – alla Fiera di Addiopizzo, che pubblico si accalora contro la mafia che impone il suo controllo, poi accetta – anzi, ne è felice e non vuole perdere questo privilegio! – di dover lasciare un obolo per paura che gli venga divelto uno specchietto. La stessa persona che dice di farlo perché devono campare anche loro, ma non si sogna mai di comprare una rosa o regalare una moneta a chi non si impone con la violenza.

Io non capisco, spiegatemelo voi.

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Vivere in strada (non sempre è una scelta).

A Palermo vive una lenzuolata di senzatetto; c’è chi ha la fortuna di ripararsi in un camper o in un’auto, chi si adatta a una tenda, chi ha scelto di trascorrere il suo tempo in un angolo sotto i portici o nel portone di un albergo in disuso. Alcune persone senza casa vivono insieme, in comunità grandi e stranamente strutturate dove i rapporti sono stretti e ingarbugliati e difficilmente spiegabili, fratelli cugini fidanzati compagni di lotte; altre da sole, al riparo da sguardi e parole. Qualcuno ha cani, gatti o coniglietti a fargli compagnia: bestioni ringhianti e pulciosi e ispidi e zamputi, ottimi per difendere un materasso sporco e per scaldare dei piedi intirizziti in una notte di gennaio, per lappare un viso stanco e abbaiare furiosamente a chi osa avvicinarsi al padrone addormentato. Qualcuno ha sacchetti pieni di abiti cenciosi, qualcun altro ha un passeggino o un carrello del supermercato. Qualcuno non ha proprio niente.

Di fronte al mio vecchio ufficio viveva Ife: dopo più di un anno di chiacchiere quotidiane e confidenze seduti vicini sulla coperta arancione, mi manca ancora moltissimo il suo sorriso. Adesso che Ife non c’è più e che la casa editrice si è trasferita da un’altra parte, incontro una mezza dozzina di allegri senzatetto: tutti uomini sulla quarantina abbondante, amanti delle bevute e dei loro grossi e sciocchi cagnoni sbavanti. Hanno riadattato a casa una parte di una inutile piazzetta, chiusa al traffico senza ragioni apparenti; hanno montato mensole a muro e ganci per attaccare i guinzagli, hanno portato reti e materassi, scelto di sfruttare come dispensa il davanzale di una finestra. Ci sono seggiole e cassette in legno che fungono da poltrone, posate e bottiglie e ciotole per i cani. Mi sembra se la cavino abbastanza bene: a Palermo non c’è mai troppo freddo e la gente non è mai troppo diffidente da non regalare qualcosa a chi vive in strada. Ma il punto non è questo.

Qualche giorno fa sono stata contattata da un non meglio identificato amico feisbucchiano: in virtù di una breve discussione sui social, mi chiedeva se avessi voglia di partecipare a una riunione in cui proporre delle idee per il bene dei senzatetto di Palermo. Ho accettato e, trascinandomi dietro la mia bella, incuriosita e sorridente, ho affrontato il traffico cittadino. Alle 18 eravamo già tutti intorno a un tavolo: abbiamo parlato, mangiato cibo etnico, fatto scorpacciata (ok, quello l’ho fatto solo io) di burro d’arachidi. Abbiamo riflettuto sul fatto che l’aiuto ai senzatetto non può essere appaltato esclusivamente alle associazioni di volontariato che, più o meno a pagamento, portano cibo e vestiti e (spesso) preghiere e discorsetti moralistici e benedizioni a chi vive in strada. Abbiamo redatto un documento e stiamo cercando di diffonderlo: chiediamo che i senzatetto di Palermo siano presi in carico dal Comune; che si creino dormitori e si aprano spazi in cui trovare docce, lavanderie, cure mediche e psicologiche. Che si fornisca a tutti la residenza fittizia, che si offrano i presupposti per il reinserimento nel tessuto sociale. Che si diano a tutti delle possibilità: che ognuno possa scegliere se coglierle, e in quale misura, e per quanto tempo. Poi, se qualcuno lo vorrà, potrà restare a dormire in strada, in spiaggia, nelle grotte ai piedi di Monte Pellegrino. Ma che, appunto, sia una scelta.

Sono tornata a casa dopo la riunione, e mi veniva da sorridere: perché, per un attimo, mi sembrava che Ife sorridesse di nuovo.

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Attività estive.

D’estate, si sa, c’è caldo. A Palermo, quando c’è caldo, c’è caldo davvero. A dispetto degli ovvi consigli elargiti da telegiornali e riviste, una delle attività più gettonate dal palermitano in estate è la preparazione di pietanze che richiedano una lunga permanenza dell’intera famiglia accanto ai fornelli, meglio se con grandi padelle colme di olio sfrigolante a fare da contorno. Anche la preparazione di una semplice caponata può richiedere il coinvolgimento di tre o quattro persone per un numero di ore direttamente proporzionale alla mole di conoscenti a cui far avere un barattolo sigillato colmo del più classico dei contorni isolani. Sono un must irrinunciabile dell’estate palermitana le giornate – di solito almeno tre, sul finire di agosto – dedicate al confezionamento di casse di buttigghie, bottiglie che hanno contenuto birra e che sono state raccolte nell’arco dell’intero anno, per poi essere sterilizzate con mezzi casalinghi – forno a bassa temperatura, pentola in ebollizione, sole – e riempite con salsa di pomodoro appena tirata via dalla pentola, da conservare per l’inverno e da donare a parenti e conoscenti che, in cambio, ci omaggeranno delle proprie. Ogni famiglia ha una variante – alcune sfiorano la perversione, prevedendo l’aggiunta di carote e/o sedano e/o aglio – ed è fondamentale l’apposizione su ogni bottiglia di post-it con il nome della casa produttrice del condimento, onde evitare rovinose sorprese.

Non eccessivamente sgradevole è la preparazione di un dolce tra i più apprezzati nel tepore dell’estate siciliana: il gelo di mellone. A Palermo, nessuno avrebbe mai l’ardire di chiamare l’anguria con un nome che non sia, appunto, mellone: il gelo è una deliziosa gelatina, da gustare nel tardo pomeriggio con un’aromatica tazzina di caffè. Bisogna, ovviamente, avere in casa dell’ottima anguria, dolce e succosa, non farinosa. La polpa, estratta con un cucchiaio, va passata al passapomodoro – e non, come leggo su molti blog, al mixer! eresia! – e raccolta in una ciotola. Per un litro di succo sarà necessario usare circa un chilo e mezzo di polpa. In una tazza di succo, a parte, si scioglierà l’amido (80 grammi circa), per poi unire il tutto al resto del succo e allo zucchero (100 grammi circa, ovviamente dipende dalla dolcezza della frutta). Si trasferisce il composto, aromatizzato con una stecca di cannella da tirar via dopo qualche minuto o con qualche fiore di gelsomino, sul fuoco dolce, e si fa cuocere per un minuto circa dopo l’ebollizione, mescolando continuamente finchè il composto velerà il cucchiaio. Si versa in stampini monoporzione e si fa raffreddare per almeno quattro ore. Si decora con gocce di ottimo cioccolato fondente e pistacchi tritati. Non richiede neanche una permanenza troppo lunga ai fornelli: l’unica controindicazione è che un vero palermitano non ne confezionerà mai meno di quaranta stampini alla volta.

Sto finendo di leggere 7-7-2007 di Antonio Manzini, ed è proprio come me l’ero aspettato; Rocco Schiavone, pienamente immerso nel suo ambiente – il romanzo racconta ciò che ha preceduto il trasferimento del vicequestore ad Aosta – è meno scostante e più portato alla dolcezza e alla comprensione. Il giallo è avvincente e stuzzicante, e una vena di tristezza intride il libro. Merita.

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Del perché non mi piace il mare.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano: erano medici, facevano turni di guardia pressanti, erano fuori città tre sere alla settimana. Passavo buona parte del tempo con le mie nonne: soprattutto in estate, complice una criminale organizzazione abitativa che faceva in modo che tutta la famiglia – dodici persone più o meno nervose e suscettibili e ficcanaso – si trasferisse in micro-case di villeggiatura, della metratura di una gabbia per canarini, scelleratamente collocate nello stesso isolato. Le nonne, indubbiamente simpatiche e affettuose e comprensive e accudenti ma indiscutibilmente all’antica, pensavano che non esistesse altra occupazione, per tre bambini (in seguito, ragazzini) in vacanza dalla scuola, che la spiaggia: per cui, dal 15 giugno al 15 settembre, qualunque fosse il tempo atmosferico – pioggia, diluvio, scirocco, invasione di cavallette – si andava a mare. Camminavamo a piedi, sotto il sole, all’andata e al ritorno; in mezzo c’era una mezz’ora di lagne per fare il bagno, una breve abluzione nell’acqua sempre bassa di Mondello, una rapida sosta al bar della spiaggia per un ghiacciolo al limone, una ventina di minuti al sole per scongiurare il rachitismo, un lungo passaggio alla fontana per eliminare ogni molecola di sabbia dai piedi. Mi annoiavo tremendamente.

Quando sono cresciuta, ho iniziato ad autogestire le mie mattinate estive, inciampando nell’amore per la spiaggia di amici e compagni di classe: e quindi, ancora giornate a stendere teli al sole, spalmare crema sulle spalle, zampettare in venti centimetri d’acqua, mangiare tristi panini tiepidi, giocare a carte e scuotere via la sabbia dai piedi. Sudavo copiosamente, anche mentre facevo il bagno, avevo sempre il costume umido e i capelli bagnati sulla nuca che mi garantivano un vago, costante mal di testa. Non mi abbronzavo: oscillavo tra il bianco lentigginoso e il rosso spellato per l’intera stagione estiva, qualunque fosse l’entità della protezione con cui mi aspergevo. Mi annoiavo moltissimo.

Da adulta, complici le poche ferie estive, ho iniziato a diradare le giornate di mare: di pari passo, il danno si è aggravato, perché dalla fastidiosa sabbia sono passata agli scomodissimi scogli. Non c’è un filo d’ombra, non ci sono docce per lavare via il sale dalla pelle, non c’è un posto dove comprare una bottiglietta d’acqua fresca. Non c’è una fontanella né la possibilità di stendersi senza avere un polmone perforato da una pietra aguzza e sporgente. Per immergersi bisogna indossare delle sciocche scarpe di gomma, che dovrebbero impedire buffi scivoloni; per riemergere si deve intercettare il giusto lasso di tempo tra un’onda e l’altra, graffiandosi comunque irrimediabilmente le mani. C’è molto molto caldo, la macchina si arroventa con facilità, il viaggio di ritorno verso casa è una tortura. E in più, anche adesso mi annoio senza remissione.

In questa estate dal clima incerto, sto leggendo Serenata senza nome di Maurizio de Giovanni: ammetto che mi sta annoiando un bel po’.

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Si fa presto a dire mafia.

La mia impari battaglia contro i posteggiatori, mitologiche creature metà mafioso metà sedia che affollano le strade di Palermo, continua. Due anni dopo il mio primo incontro con il cordiale padrone della piazza in cui mi ostin(av)o a parcheggiare, sono stata costretta a capitolare: lascerò l’auto a piazza Spasimo, prenderò altre strade, più lunghe e assolate, per raggiungere l’ufficio, non saluterò più la signora con lo yorkino né guarderò l’edicoletta per San Giuseppe fatta costruire dal signor Faia Giuseppe accanto al suo negozio di noccioline, non vedrò il ragazzo con il pastore tedesco anziano né il salumiere che fa entrare i piccioni in bottega perché anche loro hanno diritto a un po’ di fresco; cambierò le mie abitudini e i miei orari, conoscerò nuovi baristi e padroni di cani, imparerò a schivare pozze e buche di altri vicoli; non chiacchiererò più con le colleghe tornando a casa: a loro non è stato intimato di cambiare zona. Loro pagano, loro possono rimanere.

Qualche giorno fa, all’ennesimo battibecco con l’omuncolo alto due metri che ha tentato di strapparmi dalle mani il telefono e di impedirmi di entrare in macchina, per poi prendere a pugni il vetro gridando e minacciandomi per punirmi della mia inconcepibile insubordinazione nei suoi confronti, ho scelto la via più semplice e adatta a una persona che ha fatto della tecnica del criceto morto la sua strategia di sopravvivenza: ho cambiato strada. Ho perso, ho ceduto, ho vanificato tutti i miei sforzi: lui è ancora lì, ghignante e soddisfatto, ad emettere il suo verso abituale, buongiorno, verso chiunque passi nel raggio di centinaia di metri dal suo punto di osservazione; io non ci sono. Sarei dovuta rimanere lì, forse: come mio padre mi aveva consigliato di fare, perché qualche volta nella vita bisogna lottare per i propri diritti, e quello di passare dalla strada più agevole è un diritto fondamentale, inalienabile e anche abbastanza evidente nella sua banale necessità. Avrei dovuto minacciare di chiamare le forze dell’ordine, o forse le avrei dovute chiamare davvero: ma la mia scarsa fiducia nella loro rapidità e nel mio sangue freddo ha prevalso.

Saputo l’accaduto, qualcuno mi ha chiamata, qualcun altro mi ha scritto. Molti, moltissimi si sono indignati, ma mi hanno suggerito, più o meno larvatamente, di risolvere il problema: che ti costano cinquanta centesimi al giorno, in fondo? Magari puoi offrirgli un caffè, regalargli delle sigarette, accordarti per un fisso mensile. Non ho risposto, ovviamente: mi dispiace soltanto che questa città sia così intrisa di mentalità mafiosa da arrivare a immaginare che sia normale pagare per lasciare un’auto accanto a un marciapiede. No, mi spiace, non ci sto.

Ho iniziato da poco la lettura di “Serenata senza nome” di Maurizio de Giovanni e sto faticando non poco; la mania per lo spiegone non abbandona l’autore, che si sente costretto a raccontare tutte le vicende occorse a tutti i personaggi negli otto romanzi precedenti, con conseguente immaginabile lentezza. A una novantina di pagine dall’inizio non è successo quasi nulla: Ricciardi continua ad aggirarsi per la città con la sua aria malinconica e francamente noiosa, Maione gigioneggia con Bambinella che non risparmia mossette fatue e vocalizzi acuti, Enrica sospira, suo padre scuote il capo. Niente di nuovo.

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