Un posto nel cuore.

Mohamed ama la compagnia: la compagnia di persone che mi capiscono, dice. E quando lo dice mi sorride e io sono contenta di far parte di quel gruppo. Mohamed ama anche, nell’ordine, il vino rosso, bagnarsi i piedi in mare ogni mattina, le risate, la musica degli anni Settanta, i cani. Non ama, invece, la gente ipocrita, chi dà troppi consigli, la birra, i cibi grassi, i libri. Gli piacciono le battute di spirito, ascoltare la radio, dormire sotto le stelle; non gli piacciono i camion, la città, chi crede di non aver altro da imparare nella vita.

Mohamed mangia poco; gli piacciono la frutta e l’insalata, ma quando gli ho portato le pesche non le ha apprezzate. Mohamed odia ricevere regali: non accetta soldi né sacchetti di spesa; anche per il caffè storce il naso: io non lo voglio, risponde, ne ho già bevuti troppi. Perché non lo bevi tu? Quando porto il caffè a Mohamed, finisce che poi me lo bevo io, e magari la notte non dormo. O forse quando vado da Mohamed non dormo per altri motivi, e il caffè non c’entra.

Se gli serve qualcosa, Mohamed non la chiede: perché non voglio pesare, dice, e allora faccio da me. Ha le braccia ingessate da due mesi, ma ha imparato comunque a farsi le sigarette da solo, e va a prendere l’acqua per i cani alla fontana senza farsi aiutare a portare i bidoni, e non ha lasciato che gli tagliassi le unghie: ma in questo caso, forse, aveva solo paura che potessi fargli male.

Mohamed ha scritto un libro, ha fondato un’associazione, ha girato per mezza Europa; ha vissuto nell’est, quando il muro di Berlino era ancora al suo posto: ma in Polonia no, ci tiene a dirlo. Parlava otto lingue, un tempo, Mohamed: ma poi ha scoperto che si confondeva e ha deciso di dimenticarle, e ora parla solo italiano e siciliano e persiano: ma, da quando è morto Ife, il persiano lo parla solo per telefono con i suoi fratelli.

La madre di Mohamed è morta lo scorso inverno, e lui quando ne parla piange un po’; piange anche quando si ricorda di quel sogno che aveva e che non ha potuto realizzare: e io allora mi intristisco moltissimo, e cerco di farlo sorridere senza riuscirci, ma poi lui sorride da solo pensando a quell’altro sogno che sa che porterà a compimento, perché lui è cocciuto e quando decide di fare una cosa la fa.

Mohamed ha tre cani, ma Piccolo è il suo preferito; Piccolo è grosso e giallo, ha sedici anni e pochi denti e cammina con le zampe posteriori larghe e rigide. Piccolo non sente e vede solo da un occhio e a volte mi ringhia, anche se gli porto le barrette e le altre cose buone. Piccolo è il capobranco e mangia sempre prima degli altri, e Stella, che è giovane e grossa e nera, gli sta seduta accanto e gli lecca il muso. Sabato scorso una macchina lo ha investito e io mi sono terrorizzata ma per fortuna non si è fatto niente, ma Mohamed si è seduto sulla sua sdraio con una mano sul petto e gli occhi chiusi e per mezz’ora non si è mosso più. Ti sei spaventato molto?, gli ho chiesto. Sì, mi ha detto lui: perché Piccolo è un grande amico, siamo cresciuti insieme e senza di lui non saprei come fare, e io so che Piccolo non ha molta strada davanti e che purtroppo non starà con Mohamed ancora a lungo e mi dispiace moltissimo per lui.

Mohamed è un vero gentiluomo d’altri tempi: se vede mia madre le offre la sua sedia e anche se non la capisce non le dice niente. A me offre sempre qualcosa da mangiare: e ieri che aveva degli yogurt buonissimi e io cercavo di convincerli a mangiarli voleva per forza che me li portassi a casa.

A Mohamed piace parlare dell’Iran, dei suoi viaggi e delle persone che ha conosciuto e delle esperienze che ha fatto, e di quella volta che l’Italia aveva vinto la partita contro la Nigeria ai mondiali e lui si è addormentato al sole e si è scottato le gambe; a me piace ascoltare e fare domande, e quindi con Mohamed mi diverto molto e imparo sempre qualcosa. Spesso gli chiedo se sa una cosa (cosa è quell’edificio lì, quanto dura il servizio militare in Iran, come si chiamava il suo cane di quando era bambino) e lui sa sempre la risposta. A me piacciono le persone che si fanno domande e sanno trovare le risposte.

Mohamed abita molto lontano da me, dal lato opposto della città; io cerco di andarlo a trovare più spesso possibile, ma non è facile; quando vado lì, anche se sono stata con lui per due ore, Mohamed non vuole mai che vada via, insiste e cerca di confondermi con cose da fare improrogabilmente per non farmi andare. Poi ci abbracciamo molto forte e lui spesso mi dice che mi vuole bene, e quando me ne vado sono triste e vedo la sua figura in piedi che fa ciao con il braccio ingessato e mi viene da piangere.

Io vorrei che Mohamed fosse felice e al sicuro, e che tutti i suoi sogni si avverassero.

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Un’estate al mare.

La macchina posteggiata lontano, un po’ sghimbescia sotto un pino, così al ritorno non la troviamo troppo calda. Il mio vecchio zainetto da spiaggia, quello nero monospalla che l’Einaudi regalava vent’anni fa, e che da vent’anni contiene telo, pettine, crema solare 50+ e un ricco assortimento di elastici per capelli. L’odore dolciastro estenuato degli oleandri. La gonna jeans che aspetto di indossare da quattro anni, e adesso mi sta anche un po’ larga in vita. Depilarsi di corsa col rasoio usa-e-getta sotto la doccia, anche se i giornali femminili dicono di non farlo mai.

Le scarpe di ricambio da lasciare in auto, ché non riesco a guidare con le infradito. Arrancare per la strada con difficoltà, ché anche camminare con le infradito non mi riesce molto bene. Gli occhiali da sole che mi lasciano un segno bianco sul viso. Entrare dal varco non controllato e attraversare la battigia con le ciabatte in mano, scalciando sabbia sulle signore stese a prendere il sole fronte mare, girandosi a dire Scusi scusi ogni pochi passi.

L’odore polveroso salino vetroso della sabbia arroventata.

Il caldo, il sudore a rivoli, il sole accecante, bruciarsi i piedi mentre si corre a fare il bagno. Il freddo, il mare di cristallo cangiante, saltellare sulle punte per non bagnarsi la pancia la schiena le spalle. Tanto tempo per convincersi a tuffarsi, tra gridolini e risate e No no, è gelata!, e le persone accanto che schizzano e incitano e consigliano e sbuffano e poi perdono la pazienza e dicono Vabbe’, io sono più avanti, quando vuoi vieni.

La sensazione di refrigerio immediato nel momento in cui ci si bagna la testa.

Pupetto che sa nuotare quasi da solo, e batte i piedi e non usa braccioli e se deve sorpassare un banco di alghe non si scompone ma si limita ad allungare la mano per farsi trascinare. Pupetto che corre per la spiaggia con il costumino militare e gioca a far filare la macchina sul muretto. Pupetto con i sandali di plastica verde, Pupetto che gioca a palla con una bambina sconosciuta, Pupetto che beve il succo di frutta da un cartoccetto triangolare che non avevo mai visto.

La doccia gelata. Scegliere la seconda doccia della fila, perché la Fra’ dice che è meno violenta. I capelli bagnati nonostante li pettini e tamponi col telo per ore. Convincere la mia bella a farsi pettinare da me con la scusa che così le si asciugano meglio i capelli, ma in realtà è solo perché mi piace farlo.

Asciugarmi in piedi come facevano le mie nonne.

Spostarsi sul cemento per godere dell’omba degli alberi, schivando le pallonate dei ragazzini che giocano a calciare forte contro la cancellata.

Cercare senza successo di togliere la sabbia dai piedi prima di andar via.

Quest’estate ho fatto due bagni a mare, non succedeva dal 1997.

Quando ero giovane e volenterosa, al mare portavo Tupperware con pasta all’insalata, mozzarella, frutta tagliata, oppure pane e frittata, o sandwich al prosciutto. Adesso io e la mia bella ci accodiamo per mangiare un boccone al bar; sabato era un pezzo di rosticceria con spinaci e mozzarella, sorprendentemente buono.

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Buoni propositi.

Quando Ife è morto, ho giurato a me stessa che non mi sarei più affezionata a un senzatetto; ero stanca di preoccuparmi per la sua incolumità, di pregare che i ragazzotti violenti e ipodotati girassero al largo, di leggere il giornale la mattina temendo di incrociare un trafiletto che lo riguardava; di scrutare il cielo ogni quarto d’ora sperando che non piovesse, di leggere le previsioni e incrociare le dita contro il gran caldo, di ascoltare il vento aggressivo di febbraio, di notte, chiedendomi se si stesse spaventando; di percorrere le corsie del supermercato alla ricerca della minestra in scatola, ma si manterrà buona con questo caldo? Non sarà meglio portare della frutta? Ma se poi si deteriora? E quel giubbotto lì serve davvero a mio padre? Per Ife non sarà più utile?

Avevo giurato a me stessa che, e invece.

E invece, una settimana fa, ho incrociato il post di un mio contatto su Facebook: una ragazza che conosceva Ife, che ha portato Mosca e Canepiccolo in un luogo sicuro, che si occupa quotidianamente di canucci e persone randagie. Diceva che Mohamed è stato aggredito, gli hanno rotto le braccia a bastonate, e ora è ingessato e ha bisogno di qualcuno che gli faccia le iniezioni di Seleparina; chi può diversi i turni con me?, si leggeva nel post. Io, ho risposto: e pensavo che in tanti avremmo risposto Conta su di me, e invece dopo molte ore avevo scritto solo io, e quindi abbiamo deciso di spartire i turni tra noi. E ho conosciuto Mohamed.

Mohamed, in realtà, lo conoscevo un poco quando Ife era vivo, ma lui non si ricorda di me; si ricorda, invece, della mia bella: o almeno, dice di ricordarsene, di avere passato molte serate con lei, in taverna alla Vucciria o a Ballarò o in locali che ora non esistono più e in cui lui organizzava misteriose serate danzanti; e la mia bella non si ricorda di lui, ma gli dice di sì, per non farlo rimanere male. E io, ché di me non si ricorda nessuno, un po’ ci resto male ma non importa.

Parla moltissimo, Mohamed, e si capisce quasi tutto quello che dice: e sono tutte cose abbastanza centrate, soprattutto quando parla della Jugoslavia di Tito, o della Germania degli anni Ottanta, quando lui era un ventenne che non parlava tedesco e nessuno lo aiutava a trovare gli indirizzi sulla cartina. Parla dei suoi cani e dei suoi gatti, e anche di piccioni e gabbiani e topi. Ride e finge di scappare, quando brandisco la siringa: e quando gli chiedo se gli ho fatto male, che io a fare iniezioni non sono molto brava, sgrana gli occhi e dice che no, non gli ho fatto male io, gli ha fatto male la vita.

Dice che lui e Ife si conoscevano bene, che erano due dervisci: e io non so se sia vero, ma un po’ mi piace crederlo; dice che le braccia gli fanno male, ma che lui preferisce non pensarci: perché a pensare sempre alle cose negative si diventa tristi, e invece lui si sforza di essere sempre allegro e positivo e per questo tutti gli stanno accanto; effettivamente, ho pensato, ha ragione: se le cose negative comunque esistono, a che serve pensarci? Gli ho chiesto se è la prima volta che si rompe qualcosa, e lui ha riso guardandomi, e mi ha risposto che no, si è rotto una spalla e la testa e tanto altro: se si dorme per strada, mi ha detto, queste cose succedono.

Gli ho portato delle pesche gialle e del cibo per cani, ma mi ha detto che aveva già tutto quello che gli serviva, ed è vero; l’unica cosa che gli serve è qualcuno che gli faccia le sigarette, perché con le mani bloccate non può: e io non le so fare, ma la mia bella sì, e gli ha portato cartine e filtri e gliene ha preparate un bel po’, e lui le passava il tabacco e diceva devi metterti al lavoro!, e rideva profondo di gola.

C’era l’eclissi di luna, ieri: e Mohamed mi ha detto che lui ha studiato astronomia e di queste cose ne capisce, e ne capisce davvero, almeno per me: e mi ha spiegato il meccanismo dell’eclissi, e quando siamo andate via abbiamo guardato la luna che diventava bruna, sul mare di Sant’Erasmo, ma Mohamed no, non l’ha guardata, era stanco. Ha studiato ingegneria, dice: dice che era venuto a Palermo proprio per iscriversi all’università, ma io penso che forse in Iran in quel periodo c’era la guerra, e in realtà è andato via per quello. La guerra è orribile, mi ha detto: e parlava della Bosnia bombardata dai serbi, ma forse non solo.

Adesso Mohamed dovrà essere operato, o forse no: beve e non ci sono medici che si prendano la responsabilità dell’anestesia. Forse rimarrà così, con le braccia ingessate e dolenti, a farsi fare iniezioni nella pancia, a ridere e asciugarsi il sudore dalla fronte col polso steccato. E io, io so solo che ci sono ricaduta: che sono preoccupata per lui, che penso al momento in cui si è svegliato con due persone che lo colpivano; penso al suo dolore, alla paura e alla disperazione, e ringrazio il cielo che al mio Ife tutto questo sia stato risparmiato; penso a quando lunedì sarò lì e lui fingerà di nascondersi per non farsi punzecchiare, e a cosa gli porterò, perché davvero ha tutto ma un regalino vorrei farglielo, ma devo ancora scoprire cosa gli piace. Dice che organizzerà una festa, la prossima settimana o forse anche a settembre: e anche io e la mia bella siamo invitate, e io ci tengo moltissimo a venirci, perché Mohamed dice che la cosa che sa fare meglio è fare divertire gli altri, e la cosa che lo rende felice è vedere gli altri che si divertono.

Penso a Mohamed, adesso, e sono triste e in ansia, e accidenti a me: non so mai rispettare i miei propositi.

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Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Mondello.

MondelloIl parcheggio che non si trova se non a qualche chilometro dalla spiaggia, in un vicolo senza uscita assolato e invaso da fiori secchi di oleandro e gatti sbilenchi e spelacchiati ed erbacce che rompono i marciapiedi, Ninuzzo non ti allontanare e dammi la mano per attraversare.

La folla ciabattante e assonnata che percorre le strade, con la borsa-frigo in mano e una mezza anguria tra le braccia e un ombrellone con la pubblicità della Algida in spalla, Totò portala tu la borsa con i costumi che è troppo pesante.

Il lungomare costellato di panellari ambulanti scontrosi e accaldati, che friggono patatine sotto il sole a picco e sputano nell’olio per provare se è a temperatura, Signor lei, la salsa rosa per le crocchè non ce l’ho, ci posso dare il limone.

I bagnini annoiati e sovrappeso che presidiano gli ingressi alla spiaggia, sprofondati in sdraio antidiluviane di tela a righe, con un quotidiano sportivo spiegazzato in mano, gli occhiali da sole calcati e il naso spellato, Signo’, suo figlio deve pagare il biglietto, altro che otto anni, un altro po’ e parte militare.

I varchi d’accesso invasi da un’umanità assortita e schiamazzante, intere famiglie pressate su un telo tra vettovaglie e flaconi di protezione solare, Jessica vieni qui che ti metto la crema prima che ti bruci le spalle.

La cronica mancanza di spazio sul tratto di spiaggia libera, per cui finirai per stenderti con la testa sulla borsa della vicina e i piedi sul castello di sabbia appena costruito da Ciruzzo, Scusasse ma si può fare più in là che qua si deve mettere mio marito?

I ragazzi che giocano a racchettoni, si inseguono alzando nuvole di sabbia, si buttano in acqua tra spruzzi e schiamazzi, noleggiano pedalò su cui salgono in quindici, fingono di voler gettare tra le onde la biondina del gruppo, No no vi prego, oggi ho le mie cose.

Il bagno a turno per non lasciare borse e zaini incustoditi sulla battigia, Signo’ scusasse ci può dare un occhio a questa sacca?

L’acqua sporca vicino alla riva, verde e ferma e calda come quella di un lago, che diventa fresca e trasparente al largo, ma che comunque resta bassa anche alla boa, Signora Lia, che dice, alla secca ci arriviamo?

L’impossibilità di fare due bracciate senza impattare contro gambe, pance e braccioli altrui, Ma che fa, non lo vede che c’è ‘u picciriddu?

La sabbia che brucia i piedi all’uscita dall’acqua, rovente, e si insinua dolorosamente tra le dita, Ahi, la prossima volta mi va’ a fazzu ‘u bagno con le tappine.

La doccia da cui escono dolorosi aculei di acqua gelata, sistemata rigorosamente sotto i pini marittimi in modo da far pungere con gli aghi chi aspetta il proprio turno per lavare via la salsedine dai capelli, Scusasse, ha finito, che ha un’ora che aspetto?

Il venditore ambulante di pannocchie che da anni declama con assoluto autocompiacimento la sua litania, Signora Lucia, la megghiu pollanca è chidda mia.

Il ragazzo con la borsa termica che vende ghiaccioli e bibite fresche e abbannia il suo sconforto per la mancanza di acquirenti, Malura.

Gli anziani che giocano a briscola nei cortili, seduti intorno ai tavoli con scomode sedie pieghevoli di legno, con berretti sulla testa per evitare il colpo di calore e pantaloncini per non mostrarsi in costume, Ti rissi ‘u carrico!

L’attesa di almeno tre ore per il nuovo bagno, tra bambini piagnucolanti e madri esasperate, Santino vedi che se ti butti ora ti si blocca la digestione e muori.

La sabbia nel costume, la sabbia sul telo, la sabbia nei capelli, la sabbia nelle scarpe che continuerai a trovare anche a casa, nonostante docce e accurate ispezioni, Tanuzzo, tutto il letto pieno di rena c’è.

La folla accaldata e arrossata che torna mestamente alle macchine, con i costumi bagnati che disegnano grandi chiazze d’acqua sui vestiti, i capelli ancora grondanti sulle magliette, i palloni ormai sgonfi sotto il braccio, Ma runni la lassammo ‘a machina stamatina, ‘ste strade sunnu tutte uguali.

L’odore di crema solare e lozione doposole che resta appiccicata nel naso per giorni, dolciastra e olezzante di cocco, Rosuccia, ma dove l’accattasti ‘sta roba?

La voglia di rimanere a casa, domenica prossima.

Sto leggendo un libro ambientato a Palermo, di cui mi avevano detto mirabilie; è L’estate del ’78 di Roberto Alajmo, e tenevo molto a comprarlo. Sono circa a un quarto e per ora non sto riuscendo a entrare nella storia: la trama si sfilaccia e mi semba di spiare dal buco della serratura delle vicende troppo intime, troppo personali; andrò avanti, perché comunque la scrittura di Alajmo merita: spero che il libro si riprenda un po’.

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Cose che ho imparato lavorando a un progetto grande-e-complesso.

piazza-belliniChe è bello sentirsi parte di un gruppo: e che è ancora più bello trovare dento il gruppo un alleato con cui condividere fatica e gioia, onori e oneri, timore e tremori ed esilaranti e sboccate telefonate di complimenti reciproci.

Che farsi prendere dal panico non è mai una buona idea: e che trascorrere un’intera serata a lagnarsi e chiedere aiuto a chicchessia e dire non ce la farò mai e dondolare ritmicamente sulla sedia è inutile e sciocco e avrà come unico risultato una notte insonne per la vergogna.

Che un buon team vale molto più di quanto sia intuitivo supporre, e che investire tempo nella formazione dei nanetti che mi staranno accanto è vitale per il mio sistema nervoso (e per il loro futuro).

Che il sonno è una cosa sopravvalutata, e che si può vivere senza rischi per la salute anche lavorando diciotto ore al giorno: ma che, superato il mese trascorso a questi ritmi, il pericolo dell’abbrutimento è dietro l’angolo.

Che senza la mia bella accanto non vado da nessuna parte: e che il suo tono di voce è davvero l’unica cosa che riesca a calmarmi, quando è mezzanotte e ancora devo caricare tonnellate di dati sul sito e la connessione salta e il pc fa vruuuum come se dovesse spiccare il volo.

Che niente è irritante come le notifiche di whatsapp e che, tra le piaghe d’Egitto, andava sicuramente indicata anche la chat di gruppo con novantasette persone che tirano su il pollicione ogni volta che qualcuno scrive qualcosa.

Che un gelato può essere una soluzione pratica ed economica per sostituire il pranzo, e che la delusione di non aver trovato il gusto mango si può rapidamente stemperare assaggiando il miglior cioccolato-e-vaniglia della città.

Che è difficile conciliare superlavoro e tentativo di tenere a bada la ciccia, e che una pizza ogni tanto ci vuole: e che non si può tornare al pc dopo cena avendo nella pancia solo insalata e robiola, per quanto la glassa di aceto fosse gustosa.

Che i complimenti, quando sono meritati, sono una gratificazione sufficiente a farmi pensare che l’anno prossimo, se mi richiamano, torno: e pace per una nuova estate rovinata da smartphone trillanti, riunioni il 16 agosto, pomeriggi di lavoro sotto il condizionatore acceso e neanche un bagno a mare di straforo.

Che sono davvero l’unica persona che ci tiene a portare a casa qualche ricordo del festival: e che la locandina staccata con cura dal muro e il cavaliere sottratto da un tavolo alla fine dell’incontro, che fanno bella mostra di sé nella mia libreria, sarebbero finiti inesorabilmente nel secchio della raccoltà differenziata.

Che tornare a ritmi normali è bello e rassicurante, e che una passeggiata con la mia bella, un giretto al parco con pupetto o una cena con amicastorica sono imprescindibili per la qualità della mia vita.

Che dormire oltre le otto il sabato mattina mi è mancato tanto.

Per ora ho letto molto poco, e in modo discontinuo e poco attento. Conto, in questi giorni, di recuperare: e quindi ci darò sotto con La distrazione di dio di Alessio Cuffaro, che mi è stato regalato un mese fa e di cui ho letto solo poche pagine; ne ho sentito parlare bene, è un consiglio del mio libraio di fiducia, quindi vedremo.

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19 luglio 1992.

La cosa che ricordo davvero bene del 19 luglio 1992 è che quando è successo il fatto ero a mare, ma proprio a mare, in acqua. Era domenica, il 19 luglio 1992, e c’era molto caldo, ed eravamo andati alla spiaggia tutti insieme, io e i miei genitori e gli zii e i cugini e i nostri amici soliti; era domenica, e c’era davvero caldo, e i miei genitori erano tornati a casa a pranzo, perché a mio padre stare a mare a pranzo non piaceva: non gli piacevano i calzoni fritti che prendevamo al bar della spiaggia, andando a piedi nudi sulla passerella di cemento rovente, e le prugne che mia zia portava in un contenitore di plastica e diventavano tiepide e molli, e il gelato al mellone e i ghiccioli al limone; non gli piaceva mangiare sulla sdraio, con le ginocchia in bocca, diceva, e dover aspettare due ore per fare il bagno. Erano andati a casa, i miei genitori, ricordo: ed io ero rimasta con gli zii, e avevamo mangiato e poi noi bambini, eravamo cinque, ci eravamo accoccolati sulla sabbia in riva al mare a fare un castello gigante. Era un buon compromesso: mia zia e la sua amica si sedevano con le sdraio vicino alla battigia, con i piedi in acqua, e noi resistevamo al caldo rotolando nella sabbia umida e bagnandoci spesso, con la scusa di dover prendere l’acqua per il castello, non vedi che sta crollando una torre? Ricordo che l’acqua era calda, quel giorno: tipica acqua del mare di Mondello, che il pomeriggio diventa tiepida e verde e stagnante come acqua di lago. Avevamo fatto qualche capriccio per fare il secondo bagno, ricordo: o forse questo non lo ricordo, ma so che è così, perché ogni domenica facevamo un capriccio per tornare in acqua, soprattutto mio cugino, che sapeva fare delle convincenti lagne rappoddiando le vocali, e da-ai, ma-amma, facci tornare in a-acqua. Alla fine i grandi avevano ceduto, e forse anche loro sentivano molto caldo: ma eravamo tornati tutti in acqua, tutti tranne la madre delle nostre amiche, perché lei il bagno non lo faceva mai; stavamo facendo il bagno tutti insieme, e prendevamo Federica, che era la più piccola, e ce la lanciavamo per farle fare dei tuffi e lei rideva, e abbiamo sentito un’esplosione molto forte, come un boom ma lungo, cupo, e noi eravamo in acqua e l’acqua non era profonda ma ha tremato, e mia zia ha detto svelti, tutti fuori, uscite, e noi non ci siamo lamentati anche se eravamo in acqua da pochissimo, non abbiamo detto niente, siamo solo usciti. Poi la madre di Federica, che non si era fatta il bagno, ha detto vado a telefonare a mia madre, perché sua madre, la nonna di Federica, era anziana e non veniva a mare, restava a casa sola e forse aveva sentito il boom molto forte e si era spaventata anche lei. Lei viveva in una strada dalle parti della Fiera, via D’Amelio: e al telefono non rispondeva, e la madre di Federica continuava a rimettere le duecentolire nel telefono a gettoni vicino alla spiaggia, mentre mia zia le diceva stai tranquilla e noi bambini ci facevamo la doccia e ci asciugavamo velocemente e cambiavamo il costume, e intanto mio padre è arrivato in bicicletta. Era venuto da casa ed era tutto vestito e ha detto sto andando a lavoro, perché lui lavorava al Pronto Soccorso, sto andando al lavoro perché ci hanno chiamati tutti, noi reperibili, perché c’è stato un attentato a Borsellino. Ricordo che io non sapevo chi fosse Borsellino, e pensavo che “attentato a Borsellino” fosse un modo di dire, un modo di fare gli attentati, tipo “attentato con la pistola”, e non capivo ed ero perplessa, ma non ho detto niente. Poi mia zia è tornata di corsa dal telefono e ha detto andiamo via tutti, perché la madre di Federica era riuscita a parlare con una vicina di casa che le aveva detto è scoppiata una bomba qua sotto, tua madre è al balcone e per questo non risponde, ma tornate a casa.

Ricordo che siamo tornati a casa a piedi, come tutte le domeniche, ma per strada non c’era nessuno, e si sentivano i televisori e brandelli di notizie, e poi hanno detto che di una ragazza era stato trovato il braccio sull’albero, e io mi sono spaventata moltissimo, ho pensato che gli “attentati a Borsellino” fossero delle cose orribili.

Ricordo che sono arrivata a casa e mia madre era in giardino, c’era la televisione accesa, e mia zia è entrata e lei ha detto ecco, questo è un altro Falcone, e si vedeva un palazzo distrutto e io ho avuto moltissima paura e pensavo ecco, adesso mettono una bomba pure qua e dai nonni e sotto tutti i palazzi della città e anche il mio braccio finirà su un albero, e mi sono messa a piangere. Poi mio padre è tornato, dopo molte ore, e alla televisione si vedeva sempre il palazzo distrutto, e siamo andati dai nonni e anche lì si vedeva il palazzo distrutto. Ricordo solo questo, e che quella notte non riuscivo a dormire e pensavo alle ragazze con le braccia sugli alberi. Poi non ricordo altro, credo, di quel giorno. Era il 19 luglio 1992.

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Chi ha deciso che non tocca a noi?

La domenica mattina è una delle parti della settimana che preferisco; solitamente la mia bella, dopo aver sbuffato e imprecato sottovoce per la mia lentezza nel prepararmi, mi pungola a fare una passeggiata in centro: camminiamo sottobraccio, sbirciamo qualche vetrina piena di libri, scattiamo foto in cui facciamo le smorfie, ascoltiamo un ragazzo che suona divinamente l’arpa, mangiamo qualcosa. Domenica scorsa, dopo aver zampettato al gelo per più di un’ora, abbiamo scoperto con sgomento che la nostra panineria del cuore era inspiegabilmente chiusa. Armate di ombrello e cappucci ci siamo impegnate ad affrontare un altro quarto d’ora di strada, per rifugiarci in un piccolo locale dove preparano toast gradevoli a prezzi assurdamente alti. Complice la pioggia, sedute sugli sgabelli c’eravamo solo noi. Mentre aspettavamo i nostri toast – gradevoli ma costosi, mi sembra di aver detto – è entrata una signora molto anziana, vestita decentemente, a lutto stretto, e con una borsa in mano. Era agitata, affranta: ci ha chiesto una bottiglietta d’acqua, Nessuno mi aiuta, ho fame, nessuno mi dà niente, mi date qualcosa? Non avremmo mai avuto motivo, né voglia, di negargliela: eravamo in un posto gradevole ma caro, un paio di euro in più non ci costavano molto e lei poteva essere nostra nonna; se chiedeva dei soldi era povera, o mentalmente instabile, o entrambe le cose: avrebbe avuto bisogno anche di un abbraccio, un pranzo completo e qualcuno che si prendesse cura di lei. L’acqua era proprio il minimo sindacale. Ho fatto segno alla ragazza alla cassa, impegnata a ciancicare una gomma, di dare l’acqua alla signora: che le desse anche il resto di due euro, per favore, all’arrivo dei toast avrei pagato io. Gliela ha porta con fastidio e, mentre la vecchietta si allontanava, le ha detto a brutto muso Per oggi non farti vedere più. Alle nostre facce allibite ha risposto Ma questa qua ogni giorno è qui. Abiterà in zona, allora, ho risposto io schiumando, e la mia bella, che oltre che essere bella è molto paziente, come dicevo prima, mi ha stretto con calma un ginocchio per intendere Piantala, non cominciare a litigare, non serve a niente, probabilmente lo ha detto perché gli altri clienti, di solito, si lamentano. Abbiamo mangiato i toast gradevoli ma costosi, siamo andate via: per quel che mi riguarda, non credo ci tornerò più.

Ho raccontato questa storia a un pungo di persone, e molte si sono strette nelle spalle: Che esagerazione, hanno pensato (e a volte detto), mica l’ha cacciata a pedate. Qualcuno mi ha anche risposto Ma non è che si possono dare soldi a tutti, e a me la frase è suonata molto come Non è che possiamo far entrare tutti, motto di quelli che vorrebbero chiudere le frontiere e dire Io sono nato in Italia per miei imprecisati meriti, tu sei nato in un posto sfigato per tuoi specifici demeriti, cavoli tuoi. Quando è che abbiamo iniziato a pensare che non fosse colpa nostra, se una donna che potrebbe essere nostra nonna chiede l’elemosina per strada? Quando abbiamo deciso che sono solo problemi suoi o della sua famiglia? Sarà stato quando abbiamo scelto di delegare la cura dei poveri a un fantomatico “altro”, forse; o quando abbiamo deciso che ancora oggi, nel 2017, il colore della pelle preclude alcuni mestieri: o è una mia impressione, che non ci siano maestri elementari neri, nelle scuole pubbliche? Ogni volta che alziamo le spalle, ogni volta che diciamo Non ho soldi mentre addentiamo un insulso toast da sei euro, ogni volta che cacciamo con malagrazia un venditore di rose, che ci scrolliamo dal finestrino il questuante senza neanche dirgli una parola, penso che una parte della nostra umanità vada in malora. Può anche essere vero che non si possono dare soldi, ogni giorno, a tutti (ma davvero lo è?): ma si possono dare parole, ascolto, un sorriso; si possono segnalare le situazioni a rischio a chi se ne occupa, si può anche solo dare un abbraccio. Cosa ci può succedere di male? Potremmo anche trovare un nuovo Ife sulla nostra strada.

Il toast incriminato era ripieno di prosciutto crudo, ricotta e fichi: gradevole l’idea, non troppo saporita la realizzazione, esoso il conto. In una parola, indigesto.

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Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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Non è una città da freddo.

Da due giorni a Palermo c’è molto freddo. Le temperature non superano i sei o sette gradi, i monti intorno alla città sono imbiancati, qualche intraprendente fiocco di neve ha provato a cadere sulle strade. Ha grandinato in abbondanza e la gelateria sotto casa non ha registrato il tutto esaurito per la prima volta dalla sua apertura.

Palermo non è una città adatta al freddo. Contro il caldo è ben attrezzata: quasi tutte le case hanno condizionatori e ventilatori, le finestre sono strategicamente piazzate in modo da favorire le correnti d’aria, ci sono pensiline che ombreggiano le fermate dell’autobus e il mare a due passi per dare una fugace sensazione di frescura. Il freddo, invece, ci coglie sempre impreparati: dobbiamo riporre in frigo l’insalata di riso e ingegnarci a cucinare qualcosa di caldo – la pasta e lenticchie andrà bene? O è meglio il brodo di pollo? Ma come si prepara? -, mettere in funzione la caldaia che non usavamo da quel giorno dell’inverno scorso in cui ci è venuto a trovare l’anziano nonno e non volevamo che si buscasse il raffreddore e abbiamo sudato tutti come anguille, tirare fuori dall’armadio il piumone pesante. Dobbiamo – dovremmo – ricordarci, tra un post entusiastico sulla magia della neve e uno esterrefatto sulla temperatura indicata sul cruscotto della macchina, che per strada ci sono molte persone: addirittura duecento, ecco, che stanno tentando di fronteggiare la situazione avvolgendosi in strati di coperte, stringendosi ai propri canucci e bestemmiando contro il freddo. Che verranno invitate a trasferirsi, solo per stanotte, per carità!, sotto un tetto, che sia quello del salone di una chiesa o di un dormitorio pubblico sovraffollato: e che, nella maggior parte dei casi, rifiuteranno l’offerta, perché non vogliono lasciare cani giacigli e masserizie senza custodia, a rischio che qualcuno le faccia sparire e prenda il loro posto in quel portone comodo e accogliente. Persone che, con ogni probabilità, graziealcielo, supereranno anche queste giornate, e che torneranno rapidamente ad essere ignorate, relegate a elemento di colore in una discussione sulla città e la sua pretesa capacità di dare accoglienza a chiunque o ritenute colpevoli di macchiare, con la loro presenza, i tappeti persiani che ornano il salotto buono di Palermo. Dovremmo pensarci, quando ci auguriamo che la neve continui a cadere: non avevamo detto che non avremmo lasciato indietro nessuno?

In questi primi giorni del 2017 non riesco a trovare un buon romanzo che mi tenga compagnia dal kindle – sto leggendo invece, alla vecchia maniera, I cani di Babele di Carolyn Parkhurst, suggerito dalla Mate e ricevuto per Natale da parte di amicastorica: un giallo decisamente atipico, pieno di descrizioni di vita quotidiana, delicato e coinvolgente, proprio come piace a me.

Questo post è dedicato a tutte le persone che stanno pattugliando la città per distribuire abiti pesanti, coperte e pasti caldi ai senzatetto. Se qualcuno avesse qualcosa da donare, può dirlo a me che penserò al recapito.

La foto di monte Cuccio imbiancato è opera della mia bella.

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