No kritike, solo complimenti.

go-veganQualche giorno fa mi sono lasciata coinvolgere, me tapina, nell’ennesima inutile conversazione da social network; una persona, alla quale mi lega una ventennale e fondamentale amicizia, di quelle il cui senso ultimo risiede solo in qualche oziosa ciacola via web, inveiva in maniera scomposta contro l’alimentazione vegana, accusata di essere poco sana e sicuramente foriera di mortali patologie. Il fustigatore dei costumi alimentari altrui, dimentico di aver sostenuto con ardore e spreco di post su Facebook, per diversi mesi, la necessità di abolire qualsiasi elemento animale dalla propria dieta, pena la morte prematura tra atroci sofferenze, si sentiva chiamato, forte della sua laurea in giornalismo, ad annunciare la ferale notizia – la dieta vegana causa morte orrenda e subitanea – al mondo, per conquistarsi il sudato posto in paradiso salvando gli stolti dallo spettro di un’alimentazione scorretta. Punta nel vivo (non in quanto vegana, tendo a precisare, ma in quanto persona dotata di discernimento), mi sono lanciata, me tapina!, in una futile crociata al grido di Ciascuno mangi ciò che più gli aggrada e non tormenti il prossimo. Ne è seguita, ovviamente, un’inutile e interminabile discussione condita da pareri medici non richiesti e proposte, assolutamente rimandate al mittente, di consulti con sedicenti esperti della materia. Al netto dell’ovvia inanità della diatriba, a distanza di giorni continuo a domandarmi il perché di questa deriva normativa.

Da anni mi chiedo come mai, non solo sui social network ma anche, in maniera ancor più fastidiosa, nella vita reale, le persone si sentano in diritto di indicare, consigliare, suggerire, proporre, bachettare comportamenti e abitudini altrui. Sono stata cresciuta in una famiglia dai solidi valori: uno di questi è sempre stato quello di rompere le palle agli altri solo se strettamente necessario; per questo, non capisco davvero tutti quelli che sui social si sgolano pro o contro una dieta, o uno scrittore, o un taglio di capelli o un modello di jeans. Davvero sono convinti che a qualcuno, al di là di tutto, interessi il loro, parziale e quantomeno personale se non scarsamente condivisibile, parere su qualcosa? Di preciso, perché dovrebbe riguardarmi l’idea che un’altra persona, che non sia tutt’al più il mio medico di fiducia, pensi che il mio comportamento alimentare (o il mio peso, o il mio stato di forma fisica generale) sia inadeguato al mio stile di vita? Chi ha deciso che è moralmente ineccepibile criticare una persona per ciò che mangia, ascolta, legge, pensa? Quanto tempo sprecato e quale ipertrofia dell’ego stanno alla base di una tale volontà di censura? Con quale ardire si arriva a sentirsi in dovere di illustrare agli altri quali atteggiamenti sono migliori per loro? Quanta poca stima si dimostra di nutrire nel prossimo, quando ci si sente chiamati, senza alcun ruolo istituzionale acclarato, a indicar loro la retta via? E quale portato cattolico si nasconde alle spalle di questa sindrome-del-buon-pastore? Quando si dice a una persona, intenta a godersi una sigaretta, Stai attento che il fumo fa male, alla base c’è davvero la convinzione che quella persona non lo sappia (Davvero?! Fa male?!) o soltanto la convinzione di avere maggior continenza e autocontrollo dell’altro? O semplicemente il sadico piacere di far sentire il prossimo in difetto?

Sto leggendo un libro che illustra chiarissimamente molti di questi processi comportamentali: si chiama Fame, lo ha scritto Roxanne Gay, ed è un bel saggio che, partendo dalla premessa dell’autrice di doversi confrontare con un corpo fuori misura, taglia XXL, affronta molto bene tutti i cortocircuiti sociali che ne conseguono, dalle persone benintenzionate che la fermano per strada per consigliarle di dimagrire a chi, al supermercato, spinge il suo zelo fino a criticare quello che porta nel carrello, dagli sguardi di compatimento che le vengono costantemente rivolti a quelli grondanti disprezzo, odio, rancore.

Ps: una frase che sento dire molto spesso è che i vegani sono criticati per la loro tendenza a fare proselitismo (categoria che li accomunerebbe, nel sentire popolare, ai membri della comunità lgbt); ad oggi, a quasi trentacinque anni, nessun post-adolescente vegano mi ha mai detto cosa mangiare. Dall’altro lato, in situazioni sociali in cui ci sono vegani presenti, almeno uno dei convitati si è sentito in diritto di dirgli di cambiare dieta. Così, per chiarezza.

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Del cinema, del Natale, dei film natalizi.

Natale non sarà Natale senza regali” è il famosissimo incipit di Piccole donne. Per me e la mia bella, Natale è una cosa seria; abbiamo scelto e acquistato per tempo regalini per parenti e amici; li abbiamo incartati e infiocchettati (ok, ok, li ha incartati e infiocchettati lei, ché io sono negata) e disposti sotto l’albero. Abbiamo recuperato campanelle e sfere con la neve e la nostra collezione di presepi, affisso una pacchiana decorazione con un babbonatale su un ramo di abete alla porta di casa, spolverato un albero di ceramica con fiocchi e nastri che mia madre ci ha omaggiato al grido di “è troppo kitch per casa mia!” che ha trovato posto, l’albero e non mia madre, davanti allo stereo. Abbiamo anche stilato, con largo anticipo, un dettagliato elenco di film natalizi: perché per noi Natale non è Natale senza La vita è meravigliosa.

Per celebrare degnamente un periodo che amiamo, abbiamo messo a punto un calendario di film da vedere, declinati in natalizi e capodanneschi: e, dal primo dicembre al 6 gennaio, la sera non sono concessi programmi televisivi non-a-tema o film d’avventura o gialli, neanche se ce lo chiedesse Hitchcock in persona.

Dopo giorni di consultazioni, dal vivo e sui social, siamo pervenute e un elenco che sembra soddisfarci; non mancano i grandi classici: Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, Piccole donne nella versione con Liz Taylor, Natale in casa Cupiello che mi mette sempre una tristezza fonda e senza remissione. Abbiamo aggiunto qualcosa di nuovo (Un amore sotto l’albero, Love actually, La neve nel cuore, Il diario di Bridger Jones), qualche concessione al cinema d’animazione (Il canto di Natale di Topolino), un paio di digressioni (Via col vento e Angeli con la pistola, che non sono natalizi ma sono dei cult). Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di togliere dall’elenco i film che non ci piacevano (e così sono saltati Il piccolo Lord, La storia infinita e poco altro), abbiamo ricordato il cinema italiano (Baci e abbracci, che ha tutta la carica vitale dei primi film di Paolo Virzì), inserito titoli più recenti (Non buttiamoci giù, che è tratto da un libro che abbiamo amato); sono stata costretta, pena la pubblica gogna feisbucchiana, a segnare in elenco un musical (Sette spose per sette fratelli, che immagino solo come una sfilza di boscaioli in camicia grunge che zampettano e strepitano e che già so che non mi piacerà), sono riuscita a tirar via in extremis i film che mi spaventavano (Il grinch, Nightmare before Christmas). Ovviamente, uno dei primi lavori a rientrare nell’elenco è stato Parenti serpenti, che abbiamo guardato citando a memoria la maggior parte delle battute, e che credo sia uno dei film che ho visto più volte in vita mia, con una superba Marina Confalone che davvero avrebbe meritato di più dal cinema italiano.

Mentre le feste sono ormai nel vivo e la voce di Clarence mi risuona nelle orecchie (“ogni volta che una campanella suona, un angelo mette le ali”), mi chiedo se non abbiamo dimenticato qualcosa. Qualcuno ha titoli imprescindibili da consigliarci? Siamo sempre pronte a inserirli.

In un periodo in cui ho poco tempo per leggere, ho deciso di affrontare Il regno di Carrére; probabilmente non è una scelta felice: è un libro molto bello, una interessante disamina sulla religione cattolica, ma ogni pagina andrebbe meditata e affrontata da diverse angolazioni, e non trangugiata in fretta e furia. Ma tant’è: lo sto leggendo e ne vale veramente la pena.

Santa Lucia è passata da poco, con il suo strascico di arancine&acidità; ho preparato la cuccìa: alla ricotta per gli onnivori, vegana per mia madre, assemblando un budino al cacao amaro fatto con latte di riso, grano cotto e cedro candito. Ieri sera, mentre mandavo giù l’ultima cucchiata, mi chiedevo come mai la cuccìa sia impossibile da trovare in qualsiasi altro giorno dell’anno: io la mangerei volentieri anche a Pasqua.

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Go vegan!, ovvero di chi giudica per partito preso.

Non sono vegana. Non sono mai stata neanche vegetariana, se è per questo: per moltissimo tempo non ho mangiato carne, ma per una mera questione di gusto – probabilmente ero satura da un’infanzia scandita dalle tristissime fettine di vitello che venivano ammannite quotidianamente a qualsiasi bambino nato negli anni Ottanta. Mangio tutto, più o meno: con scarsa predilezione per qualcuni alimenti e reale avversione per pochissimi altri, con gusto e spesso eccessiva, imbarazzante voracità. Non sono vegana, affatto: ma mia madre lo è, per mille ragioni che sarebbe futile spiegare, e dato che so per certo che mia madre non è stupida, mi sono sinceramente stancata di sentir dire, sui social come anche nella vita reale, che tutti i vegani sono stupidi.

Dal mio punto di vista, i vegani sono persone che, per ragioni che possono o meno essere condivise, hanno fatto una scelta alimentare diversa da quella della gran parte degli altri. Che lo facciano per amore degli animali, per odio verso i vegetali, per motivi di salute o per farsi notare, saranno pure fatti loro: ma, così come è politicamente scorretto dire a una persona sovrappeso che è grassa ma nessuno trova niente di strano nel dire di una donna snella che dovrebbe ingrassare un poco – con corollario di benevole espressioni del tipo ‘è uno scheletro vestito’ o ‘le ossa si danno ai cani’ – adesso va di moda sparare a zero contro i vegani: e quindi sono tutti degli sciocchi, o degli esaltati, o dei nazisti. Ecco, io le generalizzazioni le odio: conosco vagonate di gay poco sensibili, di donne sgraziate e moleste, di persone di sinistra dalla mentalità gretta e settaria e di vegani intelligenti. Basta guardarsi intorno, magari facendo una chiacchierata e non limitandosi a o uno scambio di battute sul web: pensateci, potreste scoprire tante nuove sfumature, in un mondo che vi appare noiosamente monocromatico.

Qualche giorno fa, per Santa Lucia, mi sono vantata – non troppo a ragione, forse – su facebook di aver confezionato un’ottima versione vegana della cuccìa. I commenti non sono stati lusinghieri. In realtà, avevo semplicemente sostituito il latte vaccino della crema di cioccolato con latte vegetale: e questo perché sono intollerante al lattosio dalla nascita, e perché così anche mia madre avrebbe potuto mangiare il dolce. Non è necessario essere vegani – e quindi, nell’accezione collettiva, un po’ cretini – per mangiare vegano: a ben pensarci lo faccio molto spesso, e anche la mia compagna lo fa, quando ceniamo con un’insalata di patate bollite, fagiolini, pomodori e mais, o quando mangiamo la pasta con le lenticchie, o quando la domenica a pranzo optiamo per un panino con panelle e crocchè; e non penso che questo abbia ucciso qualcuno dei miei residui neuroni. Né, soprattutto, penso che questo dovrebbe riguardare chi mi circonda: il vecchio adagio di mia nonna del fatto che sia cattiva educazione guardare nel piatto degli altri dovrebbe tornare a far scuola.

Ho finito da poco “Carne mia” di Roberto Alajmo, e accidenti, che bel libro! La storia c’è ed è molto ben raccontata, e il finale è decisamente da brividi. Leggetelo, davvero.

Per concludere, è abbastanza ridicolo che mi trovi a dover scrivere un post in difesa dei vegani proprio oggi che proporrò alle mie amiche di andare a mangiare un buon hamburger (per me, con gorgonzola, spinaci crudi e confettura di ciliegie). Ma tant’è.

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Chi ha paura dei vegani?

Mia madre è vegana. È una scelta alimentare che non condivido, abbracciata per motivi vari, alcuni più sensati di altri: ma la rispetto, e il fatto che mia madre non ammorbi chi mangia carne al suo tavolo con gutturali urla di dolore o con sermoni moraleggianti la rende decisamente meno molesta. Bastano un minino di buon senso e di inventiva, e anche invitarla a pranzo diventa un’esperienza felice: il risotto con i funghi le è piaciuto, le patate sabbiate non erano male, e per secondo un piatto di asparagi è stato apprezzato. Io potrei benissimo fare a meno, nella mia dieta abituale, della carne e dei salumi, ma non rinuncerei volentieri a uova e formaggi: ma lei ha scelto di farlo, quindi va bene così. È da quando avevo quattro anni che mi viene insegnato che non è educato guardare nel piatto altrui: allora perché il 90% delle persone che consumano un pasto con lei si sente in diritto di criticarla, giudicarla, mettere sotto esame le sue decisioni? Non imporrei a chi non tollera un alimento di mangiarlo: perché, in questo caso, c’è sempre qualcuno che ha un’opinione da esprimere, e si sente quasi in dovere di farlo? Se vedessi un uomo sovrappeso rimpinzarsi di cibi fritti e tentassi di imporgli di gettarli via, verrei apostrofata con scortesia e invitata a farmi i fatti miei: perché, nel caso di mia madre, la regola d’oro ognuno mangi ‘quel che gli pare non vale?

Non sono un’amante dei fanatismi, in un senso come nell’altro: mi infastidisce il vegano che impone il suo modo di mangiare agli altri, esattamente quanto chi non cerca di venire incontro alle esigenze altrui. Come è possibile che, in un ristorante, non si riesca a trovare un piatto cruelty-free che non sia un’insalata scondita o un contorno di patate fritte precotte? E perché, per il pranzo di Natale, ho dovuto preparare e portare alla padrona di casa una porzione di besciamella vegana per condire la pasta di mia madre? Non c’erano altre soluzioni? E quale enorme difficoltà può derivare dal dover ideare una besciamella vegana? Chi la sa preparare nella maniera classica non dovrebbe avere particolari problemi. Più in generale, perché qualsiasi cosa esca dall’ordinario genera indefessa ammirazione o astio? Domenica scorsa mi trovavo a una manifestazione culturale con alcune persone celiache; la cucina non forniva pasti privi di glutine: il riso, le verdure, il pollo, erano contaminati dal glutine, e per questo non commestibili. Sarebbe bastato preparare qualcosa di espresso ad hoc: ma tutto quello che non rientra nel protocollo stabilito genera ansia e confusione. E quindi, se sei celiaco, vegano, intollerante al latte o non mangi cipolla fai prima a portare con te il cestino del pranzo. Uscire dall’ordinario, a volte, può essere una bella esperienza: lo chef di una pizzeria potrebbe vedere una sfida appassionante nella richiesta di una pizza senza mozzarella, e potrebbe tentare di evitare la banalità degli ortaggi grigliati schiaffati sulla pasta alla meno peggio. Pomodori freschi a fette, olive, capperi e origano sarebbero ottimi per un piatto dal sapore mediterraneo. E che dire di funghi e spinaci? O peperoni lavorati fino a formare una crema, da abbinare a melanzane e zucchine? Le possibilità ci sono, eccome.

Il 27 dicembre rientra a pieno titolo in quelle che a Palermo si chiamano giornate che sono: momenti strani e stranianti, dal gusto dolciastro e appiccicoso di infanzia. Sto leggendo Funny girl di Nick Hornby, e si adatta alla perfezione al mood del momento.

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