Ritrovare i vecchi amici.

Da ragazzina, avevo l’abitudine di leggere e rileggere sempre gli stessi libri. Ne prendevo in mano uno e, se mi piaceva, continuavo a ripassarlo e scorrerlo e sbocconcellarlo per mesi, per poi metterlo da parte e riprenderlo un po’ di tempo dopo e ricominciare da capo. Dopo averlo letto da cima a fondo una volta o due, sceglievo i miei capitoli preferiti e cominciavo a rileggerli metodicamente, ossessivamente, fino a conoscerli a memoria. Ho riservato questo trattamento a molti romanzi: il primo è stato La casa degli spiriti, e poi è stata la volta di Jack Frusciante è uscito dal gruppo, Lessico famigliare, D’amore e ombra, Tokyo blues.

In questo nugolo di libri belli e meno belli, uno dei miei preferiti, inspiegabilmente, era L’uomo che sussurrava ai cavalli di Nicholas Evans: un romanzotto-niente-di-che, che avevo estorto a mio padre in un pomeriggio piovoso di ottobre, prendendolo dallo scaffale di una libreria specializzata in testi scolastici che da molti anni è chiusa. Era un’edizione rilegata, scomoda e pesante, con una copertina che ritraeva un cavallo al galoppo, in una foto sfocata e nebulosa. Non so perché lo avessi scelto: la bandella faceva riferimento a cavalli, ranch nel Montana e storie d’amore lacrimevoli, tutti argomenti di cui non mi era mai importato nulla; ma, sebbene non ce ne fosse un reale motivo, il romanzo è stato uno dei must della mia adolescenza: lo conoscevo letteralmente a memoria, avevo scovato i due refusi nel testo e mi infastidivano ogni volta che lo riprendevo in mano, lo consigliavo a chiunque incontrassi e rimanevo malissimo ogni volta che qualcuno mi rispondeva che sì, lo aveva letto, ma non gli era sembrato proprio nulla di che. Dal 1995 al 2003 l’ho finito e ricominciato innumerevoli volte: finché un meraviglioso semi-labrador nero ha deciso che fosse il caso di cambiare libro-da-notte, e lo ha fatto a pezzi. Ci sono rimasta malissimo, e ho deciso che non lo avrei ricomprato.

Da un anno a questa parte, leggo molti ebook: il fatto di poter acquistare il libro senza bisogno di andare in libreria – dove, per altro, non so neanche se troverei un romanzo così anzianotto e bruttino – mi ha convinta a caricare sul pc il mio vecchio amico: l’ho riletto in un paio di giorni, finendolo pochi minuti fa. Ci ho ritrovato molto di quello che ricordavo: le descrizioni di paesaggi e sentimenti, la terribile scena iniziale dell’incidente, interi sintagmi che sono diventati parte del mio lessico abituale. L’ho trovato sciocchino e abbastanza inutile: una storia d’amore senza pretese, un finale piuttosto gratuito, il protagonista stereotipato fino ad essere una specie di figura mitica. Ma, nonostante tutto, sono stata rassicurata di trovare, tra quelle righe, la me quindicenne che le ha amate: la forte identificazione con uno dei personaggi, l’invidia per la famiglia Booker al riparo nel suo ranch a Double Divide, il fastidio per la mia condizione di figlia unica così simile a quella di Grace. È stato piacevole come ritrovare un vecchio compagno di scuola: qualcuno a cui hai voluto bene, che hai perso di vista per molti anni, e che ritrovi con la sensazione che, anche se non vi vedrete mai più o passeranno molti anni fino al prossimo incontro, è stato comunque un piacere trascorrere qualche ora insieme.

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L’amore (per i libri) non ha età.

Nei giorni scorsi, una sterile e offensiva polemica ha investito il mondo della scuola; fulcro della discussione, la proposta ai ragazzi – adolescenti di un Liceo Classico di Roma – di leggere e commentare in classe il romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei, storia di una famiglia omogenitoriale. Senza entrare nel merito del discorso, su cui sono già state spese tutte le parole possibili e anche molte, molte di più, mi sono chiesta: che libri è giusto consigliare a giovani donne e uomini? È un luogo comune che i ragazzi leggano poco e male: e allora cosa dovrebbe fare un insegnante o un genitore? Indicare, esortare, elencare titoli e trame? Imporre, stuzzicare la curiosità, vietare? Limitarsi a dare il buon esempio, mostrandosi sempre con un romanzo che esce dalla tasca del paltò e disseminando la casa di volumetti di ogni genere? Ignorare il problema e regalare al proprio figlio recalcitrante un completo da rugby?

Da adolescente, ero sempre alla ricerca di bei libri da scoprire; mi annoiavo molto, guardavo poco la tv e leggevo compulsivamente. Chiedere consiglio a insegnanti o bibliotecari si è presto rivelata una pessima idea: la professoressa di italiano mi sconsigliò vivamente La casa degli spiriti, con l’ovvio risultato di farmi leggere l’intera produzione di Isabel Allende; la responsabile della biblioteca scolastica ci tenne molto a prestarmi quello che definì un romanzo piacevole e divertente: era un testo di Colette, che mi lasciò quantomeno perplessa. I miei genitori, invece, erano prodighi di suggerimenti: mio padre mi spinse a prendere, dagli scaffali di una piccola libreria, un tascabile dalla copertina rossa a ideogrammi verdi: era Tokyo blues di Haruki Murakami, all’epoca sconosciuto in Italia. Di mia madre, invece, fu l’intuizione di comprare Tsugumi di Banana Yoshimoto: entrambi nutrirono per anni la mia mania per i libri orientali, facendomi passare da Kawabata a Su Tong a Acheng a Tanizaki, con alterni risultati. Il fatto di avere molti libri in casa ha contribuito a rendermi una lettrice forte e curiosa, onnivora; andare alla Feltrinelli e poter prendere tutto quello che volevo era un premio ambitissimo.

Oggi, sui social network, moltissime persone chiedono consigli librari per i propri figli bambini e adolescenti: si lagnano della loro scarsa propensione alla lettura e della loro predilezione per Geronimo Stilton o Harry Potter; pletore di brava gente suggeriscono, allora, la lettura dei classici: come se un quindicenne tutto computer e smartphone potesse apprezzare Pattini d’argento o Rosso Malpelo. Non è impossibile, certo, ma è molto improbabile: un adolescente, in media, ha voglia di un 50% di trasgressione, un 30% di ritmo avvincente, un 20% di linguaggio adatto alla sua età, il tutto spolverato da una storia vicina al suo sentire. Piuttosto che far annoiare mortalmente un ragazzo ammannendogli qualcosa di vetusto, stantio, sideralmente lontano da lui, stupiamolo, colpiamolo, spaventiamolo, al limite: ci sarà sempre tempo per discutere con lui, spiegare, comprendere. Non che i classici siano da buttare, chiaramente: ma è più probabile che un ragazzo abituato a leggere, con un palato già affinato da libri diversi, possa apprezzare Machiavelli: ma, per cominciare, forse Ammaniti è meglio.

Tra i libri del cuore della mia adolescenza ci sono, oltre a quelli di Isabel Allende e Murakami, i romanzi di Starnone, di  di Isabella Santacroce: autori che oggi non leggo più, ma che hanno nutrito e divertito i miei quindici-sedici anni.

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Animale a chi?

Per motivi che sarebbe lungo spiegare, da un mese a questa parte mi trovo a contatto con vigorosi volontari-da-canile, animalisti estremi e fondamentalisti vegani: gente che si fregia di una “V” nel nickname e che si dichiara propensa a salvare, da una casa in fiamme, una nutria piuttosto che la zia Carmelina. Dato che la nostra frequentazione si riduce a sporadici contatti tramite social network, soprattutto a scopo ricerca di notizie di Mosca e Canepiccolo, non sono infastidita da loro più di quanto loro lo siano da me: essenzialmente, loro mi considerano una mangiacadaveri egoista e senza cuore, e io li considero degli esaltati che si sono appioppati, bisogna ammetterlo, un compito ingrato, faticoso e scomodo. Tentiamo, quindi, di mantenerci in buoni rapporti, di non pestarci i piedi e di non punzecchiarci a vicenda; in buona sostanza, io fingo di non vedere le foto di gatti scuoiati che inondano le loro bacheche, e loro ignorano la mia insana passione per il McChicken. Fino a ieri, la tecnica dell’indifferenza attiva aveva funzionato: fino a ieri, appunto, quando, sulla bacheca di un gruppo dedicato alla cura degli animali domestici, meglio se feriti, moribondi o almeno molto tristi, che scruto giornalmente in attesa di qualcuno che si proponga per adottare i due quadrupedi ringhiosetti di Ife, è stata postata la notizia che a Palermo (meglio, nel mio rione) si aggira un cinese che accalappia cani e gatti randagi per cibarsene. A parte la manifesta assurdità dell’annuncio, quello che mi ha fatto realmente paura – paura, sì – è la natura dei commenti espressi da un nugolo di persone giovani, in buona salute e non sottoposte a orribili privazioni o a condizioni di vita disagevoli, che si considerano colte, mediamente intelligenti, cristiane e di sinistra; senza preoccuparsi di controllare la veridicità del messaggio (della cui assoluta affidabilità dovevano farsi garanti le parole lo ha detto un’animalista non meglio identificata), non meno di una cinquantina di persone hanno iniziato a inveire contro i cinesi. Da bruciamoli vivi al sempreverde al rogo!, da andiamo a picchiarli con una spranga a impicchiamoli con una calappia e vediamo che dicono, è stata una grandinata di parole che trasudavano odio, rabbia, cieco furore verso degli sconosciuti. Un livore spaventoso, che mi ha portata a temere per l’incolumità della simpatica famigliola cinese che gestisce un negozio di vestiti a due passi dal luogo incriminato. Tra gli incitamenti all’odio razziale (ammazziamo tutti i cinesi, ci rubano il lavoro, rimandiamoli a casa loro), le minacce esplicite (riuniamoci sotto casa di Luigi, ognuno porti un cric) e quelle più velate (attenti che ci bloccano, scriviamo dettagli su luogo e orario in privato), è venuto fuori uno scenario degno di un film sulla notte dei cristalli. Veramente disgustoso, e reso ancor più inquietante dall’identità delle persone che scrivevano: non un gruppo di militanti di Forza nuova o di nostalgici del Reich, ma un branco di ragazzi che votano partiti di pseudo-sinistra, si nutrono di tv e cercano di darsi le ultime materie per la triennale in Scienze storiche; gente che dichiara, come se fosse una frase sensata, che gli animali sono molto meglio delle persone, come se le persone non fossero animali, come se loro non fossero persone. Agghiacciante.

A me gli animali piacciono – quasi tutti, escluso, forse, i blattoidei e le galline. Spesso li mangio: perché è nella mia cultura, perché sono gustosi, forse anche perché sono ipocrita e non mi pongo troppe domande, chissà. Mi piace molto il pollo, e ricordo ancora, leccandomi le dita, una tasca di petto di pollo mangiata a Praga, ripiena di formaggio di capra e pomodori secchi. Quanto agli animali nei libri, come dimenticare Barrabàs, il cane di Clara Del Valle, o Colomba, la gattina di Toru Watanabe?

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Per favore, non toglieteci la scuola.

Tra le mille possibilità aperte dall’avvento dei social network – comunicare con amici lontani senza spendere milioni in messaggini, conoscere persone simpatiche con-l’articolo-prima-del-nome, ascoltare canzoni consigliate da un vecchio compagno di catechismo per scoprire che quel gruppo lì è proprio figo – c’è anche quella di orecchiare (spiare biecamente, a volte) conversazioni più o meno interessanti; tra una discussione sul giusto punto di cottura dei paccheri (che devono restare un po’ callosi, altrimenti è meglio cucinare i rigatoni e stop) e una sulla quantità esatta di pioggia caduta sulla provincia di Monza-Brianza negli ultimi mesi, mi sono imbattuta in una interminabile diatriba sulla giustezza educativa dell’educazione parentale: quella pratica, tipica degli Stati Uniti, di non mandare i bambini a scuola per farli istruire, in casa, da uno dei genitori.
Non sono un’insegnante, né ho dei figli per i quali pormi il problema, ma l’idea mi sembra francamente raccapricciante: perché la scuola non è solo l’apprendimento di qualche nozione – che comunque non è da trascurare, eh – ma, ovviamente, è anche uno dei primi posti in cui una persona inizia a vivere da animale sociale. Io, che non ho fratelli né sorelle e sono stata una bambina solitaria e abituata alla compagnia di adulti, senza la scuola non avrei probabilmente mai scambiato una parola con un menochetrentenne fino alla maggiore età. Non avrei affrontato l’autorità di un estraneo alla famiglia, se non mi fossi trovata davanti degli insegnanti; e anche se della maggior parte di loro non ho un buon ricordo, sicuramente ognuno, anche quelli che ho dimenticato o di cui rammento solo qualche tic, mi ha lasciato qualcosa: uno sciocco modo di dire, magari, o una frase goffa, o il gesto buffo di lanciare la borsa contro la finestra in un momento di rabbia. Se fossi stata istruita in casa, con programmi plasmati sulle mie esigenze e sulle mie personali inclinazioni, non mi sarei imbattuta, immagino, nella frustrazione di non capire: ma, insieme alla sorda rabbia di non riuscire a comprendere cosa fosse un integrale, c’era anche la sottile soddisfazione di essere riuscita a risolvere degli esercizi e di aver fatto una figura dignitosa durante l’interrogazione: perché far perdere a un ragazzo tutto questo? Perché fargli perdere ricreazioni e ore di educazione fisica, laboratori pomeridiani e viaggi d’istruzione, puntate strategiche in bagno per evitare un’improvvida chiamata alla lavagna e corse per i corridoi per rimediare a un’entrata in ritardo? È a scuola che la maggior parte di noi ha conosciuto amici e compagni di vita, ha amato e pianto e scherzato, si è fatto male e si è sentito fiero di sé. Non illudiamoci: a otto, dodici, quindici anni è difficile coltivare amicizie che prescindano da una frequentazione – forzata, certo, ma necessaria – di molte ore al giorno. E un genitore, per quanto possa sforzarsi di essere preparato e severo, non sarà mai competente in tutte le materie né neutro nei giudizi, e non affronterà suo figlio dicendo non ho mai messo un voto più alto di otto stimolandolo a tradurre la versione perfetta. Un genitore è un genitore, un insegnante è un insegnante: e i ruoli, a volte, servono.
Senza la scuola non avrei letto, forse, molti dei libri che amo: La casa degli spiriti, che ho divorato dopo che la professoressa di lettere delle medie mi ha comunicato che non le sembrava adatto, e che lo mettessi da parte, per carità. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che la tiranna di greco considerava inutilmente volgare e triviale. Lessico famigliare, di cui ho pescato uno stralcio su un’antologia. Memorie di una ragazza perbene, captato da un libro di lettura delle elementari e che, all’inizio, dedica qualche pagina proprio all’educazione parentale: i casi della vita, a volte.

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L’importante è iniziare (bene)

Una delle cose che mi piace di più della lettura è quel pizzicore, quasi un piacevole solletico, che prende quando si sta per iniziare un nuovo libro. Quel senso di attesa sorridente e non-pesante, quel friccicore diffuso che ti avvolge quando, dopo attenta valutazione dell’abbinamento libro da giorno/libro da notte, esauriti i calcoli su momenti della giornata e angoli della casa propizi all’ingollamento di quel romanzo, stabilita con puntiglio la tabella di marcia giusta – che ci sono libri che devono essere sorbiti lentamente ed altri che possono essere apprezzati solo a lunghi sorsi – finalmente decidi che ok, perfetto, si comincia. C’è un mix di perplessità e fiducia, di sicurezza e timore, di ottimismo e scetticismo nel decidere di dedicare tempo ed energie mentali e sogni a un nuovo romanzo: un’espressione simile a quella di un professore delle medie che chiama un alunno medio-bravo alla cattedra, e si aspetta e si augura che risponda bene ma sa che potrebbe anche uscirsene con un ‘Manzoni? Boh, e chi era?’, così, senza battere ciglio.
Pochi elementi di un romanzo contano, per me, quanto l’inizio: mi annoio facilmente, ho bisogno di qualcosa che attiri presto la mia attenzione, che mi sbatta sotto il naso che vale la pena di leggerlo, quel libro, accidenti. Ci sono incipit che ricordo ancora a memoria, per quanto mi hanno compito: il primo è sicuramente il famosissimo Barrabás arrivò in famiglia per via mare, che di quella storia è l’inizio e la fine, e molto di più. Un altro esordio che amo è quel A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere. Io sono Demon e la luna è mia madre, che ti lascia capire tutto senza svelare niente, o quasi. Ci sono incipit famosi universalmente, quello di Lolita o di Anna Karenina o di Cent’anni di solitudine, ad esempio; ce ne sono altri che sono meno noti, ma non troppo: Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!. Ce ne sono alcuni che non smetterò mai di ammirare, come un gioco di prestigio ben riuscito, un coniglio che salta via dal cilindro con un hop preciso:
«Allora, cara» dice Brandy. «Cosa è successo al tuo viso?»
Gli uccelli.
Scrivo:
uccelli. Gli uccelli hanno mangiato il mio viso.
Ci sono autori che hanno giocato molto sugli incipit ad effetto: Palahniuk, ad esempio; altri, che non lo hanno fatto: il primo che mi viene in mente è De Carlo. Ci sono scrittori che lo hanno fatto con naturalezza, ed altri che hanno lasciato trasparire artificiosità, voglia di stupire, insicurezza. Infine, ci sono quelli come questo: Gli ho detto: – Dimmi la verità,  – e ha detto: – Quale verità, – e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e mha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.  
Il primo post dell’anno non poteva non parlare di inizi; oggi, però, è il centenario della nascita di Giorgio Caproni: vi lascio un pezzetto di lui, da assaporare con calma:
Di conseguenza, o proverbio dell’egoista
Morto io,
Morto Dio.

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Qual è la playlist della vostra vita?

Il semi-labrador ed io apparteniamo a pieno titolo alla categoria degli amanti della radio. Ascoltiamo i programmi e ridacchiamo alle battute dei presentatori e ciondoliamo la testa alle canzoni che non conosciamo, ci stupiamo di quanti personaggi che in televisione appaiono ottusi e insulsi e grondanti retorica in radio risultino piacevoli, simpatici, quasi-intelligenti. In questi giorni la nostra rete preferita dà molto spazio a una trasmissione il cui elemento centrale è mandare in onda una playlist (cinque canzoni, trenta minuti al massimo) composta da un ascoltatore, scelta tra decine di altre per la sua originalità e premiata con una maglietta e tre-quattro minuti di celebrità da autoradio. Mentre prestavo orecchio con aria scettico-invidiosa da pessima conoscitrice di musica (e chi sarebbero questi pink floyd, di grazia?!), mi chiedevo quale potesse essere la playlist della mia vita; una playlist di libri, intendo, cinque romanzi a comporre e delineare e descrivere la mia figura, quella che vorrei gli altri vedessero, quella che forse vedo solo io. Cinque libri, cinque motivazioni, cinque fasi, cinque sfaccettature. Cinque.
Il primo titolo non può che essere La casa degli spiriti, il mio primo libro da grande. Facevo la seconda media, avevo undici anni e una professoressa di lettere che, tentando di impedirmi di leggerlo, me lo fece amare ancor di più. Credo sia il libro che ho riletto più spesso. Il secondo nome, è ovvio, è quel Lessico famigliare di cui non smetto mai di parlare, il libro-tutto, l’idea platonica di libro, il libro per antonomasia. A seguire, Treno di panna di Andrea De Carlo, quello che, nel bene o nel male, credo sia il libro che ha influenzato di più il mio modo di scrivere, di parlare, di studiare un testo nuovo. In chiusura, due titoli che mi hanno piacevolmente colpita, stordita, sconvolta: Trilogia della città di K. e Il vangelo secondo Gesù Cristo, perché mi ricordano che niente è semplice e lineare e palese e privo di conseguenze. Niente è sicuro e ovvio e facile. Niente.

Alla radio, uno dei programmi in cui si inciampa più spesso è l’Ondaverde. Agostino Roi, il protagonista di Tornerai ogni mattina di Samuele Galassi, considera l’Ondaverde la sua personale ricetta per la serenità, la pace, una visione equilibrata del mondo. Stupito dalla scoperta che sua moglie, che lui uccide ogni giorno, la mattina dopo è di nuovo viva e in buona salute, tenta di sfruttare tutti i privilegi della situazione. Un romanzo cinico e ironico, gustoso e ben raccontato, surreale ma calato in uno stile iper-realtista ed estremamente attento ai dettagli che ricorda il De Carlo di Pura Vita e I veri nomi. Davvero da leggere.

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Non lavorare stanca

Non lavori. Non lavori neanche, oggi. Non lavori, neanche oggi. Questione di prospettiva, segni di interpunzione e punti di vista, obbiettivi, scorci. Non lavori neanche oggi. Forse da un po’, da ieri o da qualche giorno o da mesi, troppi mesi, lunghi appiccicosi insiemi di ore, viscosi, avvolgenti, stremanti carichi di minuti, lente, bollenti, sature vagonate di secondi. Troppo tempo. Lancette asfittiche sui quadranti come vecchiette tremolanti che attraversano una strada, saettando sguardi colmi di preoccupazioni e cataratta a trecentosessanta gradi. Non so quale sia il motivo, ma non importa. Non lavori. Punto.

Non hai molto da fare, lo so; ti annoi. Portare a spasso il cane va bene, anche ascoltare musica può essere una buona idea. Anche leggere fare foto sfogliare cataloghi d’arte, andare alle mostre, seguire corsi, cesello, incisione a puntasecca, stampa serigrafica metodo Andy Warhol, tomboloburracorestaurodellesetedisanleucio, possono essere buone idee. Purché siano corsi gratuiti, magari patrocinati da qualche regione a statuto speciale con fondi da spendere per attività fondamentali come l’esatta tecnica da utilizzare per produrre in casa un ottimo barolo, peccato che tu non abbia filari di vigne ma solo un terrazzino dove ti ostini a tenere due cassettine dove boccheggiano in promiscuità le piantine di basilico prezzemolo menta prese al supermercato in saldo perché già perdevano foglie, ed ormai ridotte a tristi comparse per un film di Tim Burton.

Ti annoi, e provi rabbia, e senso di impotenza, e di inutilità. Non sai che fare, come riempire di qualcosa giornate ridotte a scatole vuote, con gli allegri nastrini dei tuoi migliori sorrisi scaccia-domande alla fruttivendola, i no signora, sto un po’ in aspettativa, cerchi di capire, ho lavorato tanto e il riposo ci vuole, e intanto stringi i pugni nelle tasche e compri le scatole di pelati più a buon mercato, e buongiorno sa, mi saluti suo marito, accidenti.

Ti annoi. Provi rabbia. Impasta. Davvero, provaci. Impasta. Solo per una volta, ma fallo. Impasta. È semplice: cento grammi di farina, un uovo, un pizzico di sale. Metti il tutto in una ciotola, procedi con movimenti circolari dai bordi verso il centro, e poi schiaffa su un tagliere e dacci dentro. Impasta, e non pensare. Fai una palla, lasciala riposare sotto un canovaccio, stendila con un mattarello (ma anche una bottiglia piena va bene), scegli cosa farne. Ravioli da riempire con ricotta e noce moscata, tagliolini per il brodo, tagliatelle con zucchine saltate e zafferano, o semplici e gustosi maltagliati, accompagnati da salsa di pomodoro e da una fogliolina rediviva del basilico di cui sopra. Che soddisfazione, che piacere. La pasta porosa, rugosa, ruvida alla lingua, consistente al palato, che acchiappa il sugo in un abbraccio da octopode, ti conquisterà.

Impastare serve a tirar fuori un po’ di rabbia repressa; per coccolarsi, poi, libro+plaid saranno l’accoppiata perfetta. C’è bisogno di un titolo ad hoc, però; un romanzo con peso e gusto adatti, che non ti lasci solo dopo due giorni, che non ti intristisca né ti irriti più del dovuto, che ti coinvolga al punto di farti leggere alla fermata del 53, spalle al palo, libro in una mano, biglietto nell’altra; un libro da compagnia, un barboncino con le pagine, ecco. La casa degli spiriti di Isabel Allende può essere il titolo adatto. Una storia complessa e scorrevole, una lingua caleidoscopica, uno squarcio di secolo visto dalla prospettiva di una famiglia. Una serie di personaggi forti e coraggiosi, il racconto di nascite, amori e delusioni sullo sfondo di una feroce dittatura.

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