Halloween a chi?

Ci sono tradizioni e festività che, per raggiunti limiti di età, mi interessano poco; tra queste c’è Halloween. Sono troppo vecchia per cantilenare “dolcetto o scherzetto”, ovviamente: ma anche per girare per locali, di sera, con un cappello da strega e un trucco dark; la serata dello scorso 31 ottobre, per dirla tutta, giacevo sul divano di casa nostra, con un forte dolore alla schiena e una vestiglia rosa di pile, mentre la mia bella mi offriva una tazza di tisana ai semi di finocchio.
Non ho bambini a cui regalare dolciumi, non addobbo la casa nei toni dell’arancio e del nero e non preparo torte decorate con ragni e mostri; potrei dire che, in generale, non preparo torte, ma sarebbe superfluo. Halloween mi è del tutto indifferente: come i tortelli di zucca, le riviste dedicate al ricamo a mezzo punto, l’ultimo modello di iPhone, l’opinione di Adinolfi su qualsiasi argomento, i programmi televisivi pomeridiani delle reti generaliste, e naturalmente Hugh Jackman. Mi è indifferente, dicevo: quindi, non mi interessa che qualcuno lo festeggi o meno, e sono del tutto impermeabile alla paccottiglia a tema e ai post dedicati sui social (a meno che, naturalmente, non si tratti di qualche buffa foto di cuccioli di quadrupede con costumi da mago o da vampiro). Mi importa molto poco di Halloween: e non capisco come mai anche quest’anno frotte di persone a cui potrebbe e dovrebbe importare anche meno che a me si siano sentite in dovere di annunciare su Facebook che no, ecco, Halloween non è una tradizione italiana (o siciliana, o palermitana, a seconda del livello di indignazione espresso) e quindi non si deve festeggiare, pena il pubblico additamento e la noiosa lagnanza mediatica. Si è andati dai deliranti post che chiamano in causa la religione e che vedono in Halloween una sicura manifestazione satanica (e lì penso che invocare un tso non sia esagerato), con tanto di annunci di raccolte di firme per impedire alla scuola del pargolo di organizzare una sfilata di bimbi in maschera (per carnevale immagino sarà proposto un esorcismo di gruppo) ai più blandi ma non meno stucchevoli post in cui si contrappongono la tradizione “sana” della Festa dei morti siciliana a quella “malata” di Halloween, con corollario di frasi inneggianti al patrimonio etnoantropologico autoctono e di pigolio lamentoso sulle nostre radici ormai perdute. Che noia, mamma mia. Ma se ognuno potesse scegliere di festeggiare (o non festeggiare) quello che gli pare? Nella nostra cucina torreggiano un vassoio di dolcetti di martorana e una bambola di zucchero già abbondantemente smozzicata: ma sarei stata felice che qualche ragazzino del palazzo fosse venuto a bussare alla nostra porta per richiedere la sua quota di zuccheri. Gli avrei propinato, temo, dei biscotti secchi iposodici ai cereali, o un quarto di mela, o le nostre merendine della colazione, ma avrei riso e finto di spaventarmi per il suo aspetto: come mi è successo ormai una decina di anni fa, quando un drappello di bambini ha davvero suonato alla mia porta, e io ho davvero dato loro gli abbracci-del-mulino-bianco, ché non sapevo che sarebbero passati e non avevo di meglio, ed erano vestiti da zombie con tenerissimi costumi fatti in casa, ed erano davvero carini.

Sono passati quattro giorni, ormai, e la polemica su Halloween è stata ricacciata in un cassetto per essere di nuovo brandita tra un anno: ma, al di là del momentaneo fastidio per una pletora di post indignati sul nulla, mi è rimasto addosso un vago disagio: quello di notare come moltissimi tendano a dividere il mondo in “noi” e “loro”, in tradizioni nostre e tradizioni altrui, in feste da accettare e feste da rigettare, quando invece io continuo a sognare un mondo in cui ognuno, nel rispetto assoluto e tassativo del prossimo, si senta parte non di uno Stato, di una regione, di un gruppo etnico, ma del mondo.

Se penso ad Halloween, il libro che mi viene in mente immediatamente è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Dopo averlo letto diverse volte, quest’estate l’ho ascoltato in versione audiolibro (si può scaricare gratuitamente il podcast dal sito di Ad alta voce) e penso che sia un libro necessario, imprescindibile, che non si può non leggere.

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Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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Il pranzo in tasca.

Da un po’ di tempo e per i prossimi mesi, mi capiterà abbastanza di frequente di rimanere a pranzo al lavoro: con l’atteggiamento multitasking tipico della maggior parte delle donne, le mie colleghe ed io, con noncurante rapidità, ci spogliamo dei panni di lavoratrici di casa editrice e indossiamo quelli di organizzatrici di fiere del libro; in questo lasso di tempo, prima di afferrare borse, porta-pc e telefonini, cerchiamo di nutrirci in maniera (abbastanza) sana.
Nella sede della casa editrice piccola-ma-carina non c’è una mensa, ovviamente, ma c’è una graziosa cucina dotata di frigo – e anche di fornello, ma non ci sono pentole o utensili per la cottura di cibi – e una sala riunioni con un tavolo perfetto per essere riciclato, previa copertura con fogli di carta da cucina, come tavolo da pranzo. Ci sono acqua, posate, bicchieri e tovaglioli, e una caffettiera e del caffè decaffeinato. Manca solo qualcosa da mettere sotto i denti.

Qualsiasi piatto sia commestibile a temperatura ambiente è adatto allo scopo: i tentativi di riciclare zuppe di legumi del giorno prima si sono rivelati fallimentari. Anche l’idea dietetico-salutista di portare solo un’insalata, per me, è da scartare: se non mangio qualcosa di più corposo mi alzo da tavola – dal tavolo-riunioni, va’ – con la fame, e se ho fame divento meno simpatica del solito. Via libera, quindi, per quanto mi riguarda, a riso o pasta o orzo, che vanno bene anche freddi, con tonno o mozzarella e pomodorini e mais e olive e. Peccato che ci voglia un po’ di tempo a preparare il tutto, la sera prima, e che ormai mi stia stancando di quella che non è altro che un’insalata di riso abbastanza scialba. Ma su cosa potrei ripiegare? Di sandwich non se ne parla, a meno che qualcuno non se la senta di fissare una convenzione con un’hamburgeria che mi porti a domicilio un panino con la polpetta grondante salse e cetriolini ogni giorno alle 14. La frittata di pasta è ottima ma poco digeribile, mi predispone all’abbiocco senza rimozione e all’olezzo molesto di fritto per il resto del pomeriggio. Tutto ciò che richiede cotture più complesse e insozzamenti di cucina mi lascia perplessa: anche una semplice omelette con le patate avrebbe il suo strascico di padelle unte ad attendermi al ritorno a casa, stremata dal peso del mio vecchio pc e della borsetta del pranzo zeppa di bricchetti di succo di albicocca e brioscine alle gocce di cioccolato. Non ho voglia di scendere a comprare focaccine al bar, i toast freddi mi intristiscono, le polpette del giorno prima potrebbero essere una buona soluzione ma dovrei comunque comprare il pane fresco. Sono in ambasce e martedì dovrò di nuovo avere con me un gavettino pieno di cibo appetibile, non-nocivo e di semplice digestione. Qualcuno ha idee da suggerirmi?

Ieri è morta Harper Lee, una scrittrice che ho adorato: non solo per il suo delizioso Il buio oltre la siepe, ma anche per le descrizioni che ne fa Truman Capote, suo indefesso compagno di giochi. Ho iniziato ieri sera Va’, metti una sentinella, suo secondo e ultimo romanzo, seguito – un bel po’ di anni dopo – del primo. Ho ritrovato una scout adulta, critica e pungente, e un Atticus settantenne, logorato dall’artrite reumatoide. Mi erano mancati.

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Tutta colpa di Nigella Lawson

Nutro un’insana passione per i cuochi televisivi. Passo serate a scrutare la perizia con cui affettano millimetriche rondelle di cipollotto senza asportarsi le falangi, a vagliare l’appetibilità delle ricette che propongono – ché si sa, la cucina inglese o degli Stati Uniti non è identica alla nostra e le cappesante con uova di quaglia fritte non le assaggerei mai, anche se magari sono squisite –, a fare il conto del numero esatto di volte in cui Simone Rugliati urla Signora Maria! Mi piacciono la didascalica calma di Laura Ravaioli, la sicurezza a un passo dalla superbia di Maurizio Santin, la sbrigativa eccentricità di Jamie Oliver; soprattutto, mi piace molto Nigella Lawson. Illustra spesso ricette di dolci, semplici ma appetitosi, di solito a base di cioccolato: ricette che non copierei senza qualche modifica, perché lei è di Londra e può permetterselo ma, ad esempio, io non metterei mai cucchiaiate di essenza di vaniglia nelle mie torte. Sono molto pigra, e parlo un inglese degno delle peggiori caricature di italiani in vacanza: per questo ho accolto con gioia la decisione di una nota rete satellitare specializzata in cucina e che si chiama come un crostaceo comunista di doppiare i programmi condotti da Nigella, abbandonando i sottotitoli. E per questo ieri, dopo aver posizionato la pentola per la pasta sul fornello acceso, mi sono precipitata davanti alla tv, a tentare di scoprire come, in assenza di una planetaria, potessi riprodurre i suoi brownies al cioccolato. Mentre, ignara di tutto, appuntavo le dosi di farina e zucchero, in cucina si consumava la tragedia: rotolo di scottex e relativo portarotolo, bilancia non-molto-precisa e oggetti di contorno ardevano in silenzio. Allertata dall’odore  – non certo dal semi-labrador che continuava a dormire beatamente – ho spento il principio d’incendio con una provvidenziale bottiglia d’acqua, e fatto il conto dei danni: i miei nervi, il semi-labrador offeso di essere rimasto chiuso fuori dalla cucina e di aver perso lo spettacolo, poche decine di euro. Chiederò i danni all’agente della cuoca tv.
Per un po’ di tempo, penso sia saggio che io mi astenga dalla cucina, o almeno da sciocche attività come accendere il fornello ed andar via. Per oggi, quindi, un’insalata gustosa e invernale, tipicamente siciliana: arance e finocchi, a tocchetti o a sottili rondelle, accompagnate da una punta di cipollotto tritato. Ci andrebbe anche l’aringa, che a me non piace: al suo posto, una citronette con olio extravergine, poco limone e delle acciughe diliscate sarà perfetta.
Il fuoco è sempre stato il mio terrore assoluto: dal primo incontro con le fiamme che avvolgevano la lavatrice dei miei zii (‘zia, il fuoco!’ – avevo un paio d’anni) non ho mai accettato di buon grado di accostarmi a barbecue o camini accesi o a nient’altro di scoppiettante. E non leggo mai libri in cui ci siano scene d’incendi: motivo per cui dovrò perdermi Cecità di Saramago. Un incendio c’è, però, in Il buio oltre la siepe, libro che ho amato. E che non fa neanche molta paura.

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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Thanksgiving Day

Giorno del Ringraziamento. Thanksgiving Day. Il quarto giovedì di novembre, tra pranzi luculliani e torte di zucca, le famiglie degli Stati Uniti si riuniscono per festeggiare. Nelle scuole elementari, tra sagome di tacchini da appendere alle finestre e costumi da padri pellegrini da far cucire da sollecite mammine, le maestre si ingegnano a far imparare a scolari renitenti le battute della recita annuale. Virili cow-boy con cappelli a larghe tese caricano carcasse di pennuti sul retro dei loro pick-up. È il giorno in cui gli U.S.A. si sentono forti e sicuri, tetragoni ai colpi del destino, sia esso incarnato da terroristi barbuti e deliranti o da minacce di influenze fatali e crolli imbarazzanti e definitivi della Borsa nazionale. È il giorno della sfilata di Macy’s a New York, della musica classica alla radio, del pane fatto in casa, della focaccia di farina di mais, delle scatole di mirtilli surgelati da aprire con circospezione, come disinnescatori alle prese con uno zaino sospetto.

Si mangia il tacchino, in ogni casa americana; una bestiaccia enorme, pulita e riempita di riso e castagne o, nella variante più dispendiosa, di ostriche, umettata con cura e lasciata cuocere in teglie dalle dimensioni allarmanti, mezz’ora per ogni chilo di peso; servita con purè di patate e salsa di mirtilli, e funghi ripieni e insalata, e seguita da torta di zucca, per un pasto all’insegna di gusto, tradizione&calorie di troppo. Un giorno estenuante per chi deve preparare manicaretti per troppe persone, per chi deve attraversare congestionate highways per incontrare parenti che risiedono da decenni in altri Stati, per chi deve confezionare costumi per bambini e per chi deve dirigere recite deliranti a base di tacchini danzanti e padri pellegrini che li rincorrono con forchette e coltelli. America’s way of life.

Serie TV, film e romanzi hanno descritto ad ignari europei il festoso caos del thanksgiving day. Ma il racconto più tenero e struggente, più dolce e commovente, è quello che ne fa Truman Capote in Il Giorno del Ringraziamento, un racconto intenso e coinvolgente, con lo stile ormai maturo del post-A sangue freddo. La sua amicizia con miss Sook, l’amore per la cagnolina Queenie, la dedica a Lee, sua amica d’infanzia e autrice di Il buio oltre la siepe, ne fa un documento incomparabile dell’infanzia dello scrittore.

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Chef da notte

Non sempre è facile, prender sonno. Ci sono notti in cui anche addormentarsi richiede un certo impegno. Staccare la spina, mandar via i pensieri, cercare di concentrarsi nel visualizzare immagini positive, una spiaggia dorata, mare turchino, il garzone del fruttivendolo in shorts sfrangiati di jeans e maglietta nera sbiadita con le maniche tagliate che si spalma i bicipiti di lozione al cocco; tutto inutile, tempo sprecato, ansia a mille, sensazioni emozioni sentimenti fuori giri.

Ci sono notti in cui tutto diventa fastidioso, opprimente, troppo caldo, poche coperte, rumori improvvisi, silenzio pesante; le cifre digitali rosse della sveglia che cambiano a ritmo rallentato, il cuore che martella, le orecchie che ronzano, le gambe che fremono, le idee che scappano: sono piene di questo, quelle notti.

Ci sono notti in cui avere in casa il televisore è una benedizione. Allora, in mezzo a lezioni di analisi matematica e vendite all’asta di tappeti, incastrati tra maghi e dibattiti sulla riforma finanziaria, in TV ci sono i cuochi. Ad orari antelucani, su tutti i canali, c’è sempre qualcuno con una pentola in mano. Miriadi di ricette, dolci risotti timballi fritture, da mezzanotte in poi, salsa barbecue pastiere sushi tacos a ciclo continuo, chef giovani vecchi italiani stranieri che continuano a sminuzzare amalgamare montare soffriggere trifolare schiumare omogeneizzare mondare giorno e notte e giorno e notte. Notte.

Piatti da conforto, dicevamo qualche settimana fa. Cuochi-anti-insonnia, aggiungiamo oggi. Voci calde e attente, serie e misurate, coinvolte ma mai sopra le righe, rassicuranti, una ricetta per tutto, mal d’amore, lavoro che non soddisfa, figli esigenti, marito distratto, genitori pressanti. Seguite le istruzioni, amici telespettatori. Appuntate la ricetta. Segnate le dosi.

Ci sono notti in cui un libro sul comodino non è abbastanza. Notti in cui anche un capolavoro come Il buio oltre la siepe, l’unico romanzo scritto da Harper Lee, amica e compagna di giochi di Truman Capote, non riesce a farci scivolare lentamente e con cautela tra le braccia di Morfeo. Notti in cui neanche le parole di Atticus, i giochi di Scout, la signorilità di Jem riescono a trasmettere serenità. Sono quelle, le notti da cuochi e ricette, da padelle e taglieri, da quantità e disposizioni, da tazze dosatrici e bilance.

Le notti in cui non chiudi occhio sono quelle in cui ringrazi i cuochi telegenici, quelli che ti dettano la ricetta della ganache di cioccolato nero insieme a quella della serenità. Grazie mille, allora, a tutti gli chef che vanno in onda in qualsiasi momento della nottata per spiegare come preparare una marinata calda al lime e zenzero per il filetto di branzino, per brandire una wok, per sfilettare un sarago, per ricordarti che anche se tutto nella tua vita sta andando fuori binario, su qualcosa puoi mantenere il controllo. Respira con cautela, segui la ricetta, sbatti trita impasta, non perdere di vista il risultato. Funziona in cucina, e a volte anche nella vita.

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