Et quo coniuges fiunt una caro.

Ieri i miei genitori hanno festeggiato 35 anni di matrimonio; avrebbero dovuto essere a Lisbona, per l’anniversario: ma motivi di salute lo hanno impedito, e si sono accontentati di una passeggiata in riva al mare con cane al seguito, di una cena al ristorante e di una pianta gentilmente omaggiata dalla nostra parente più formalista. Non si sono lagnati troppo, del cambio di programma: ché ad abbozzare ci sono abituati, e hanno entrambi una natura lieta e accollativa, poco portata al piagnisteo e all’autocompatimento.

Quando ero bambina, i miei genitori litigavano moltissimo: scoppiavano zuffe furibonde senza alcun preavviso, con urla e minacce di andar via, fare i bagagli e saltare in auto e sparire dalla circolazione; due o tre volte la settimana promettevano, a turno, di cambiare indirizzo, trasferirsi nel box insieme alla Panda, tornare dai nonni: e io mi spaventavo a dismisura, telefonavo alle nonne in cerca di conforto, mi vedevo già nella versione figlia-di-divorziati: con uno zainetto al seguito, rimpallata tra due case che non conoscevo, mesta e lacrimante come una madonnina di periferia. Adesso, litigano ancora: con strilli immotivati e musi e lancio di tovaglioli in aria; ma io ho imparato a non farci caso: perché dopo un quarto d’ora sono di nuovo sul divano a guardare la tv e ciacolare e ridacchiare, e della baruffa di poco prima non conservano memoria: anzi, se mando loro un messaggio per chiedere se stanno ancora litigando, rispondono stupiti e un po’ perplessi dicendo che no, ma che dico, non hanno proprio litigato mai, almeno oggi.

I miei genitori, insieme, fanno un effetto bizzarro: mio padre è barbuto come un babbonatale fuori stagione, panciuto e con l’aria burbera; mia madre è filiforme, col viso ricoperto di lentiggini e l’espressione di una pippicalzelunghe coi capelli neri. Mia madre riesce a pronunciare settantatrè parole al minuto, mio padre settantatrè in tutta la giornata: ma, dato che nella vita c’è compenso, riescono lo stesso a condurre mirabolanti ed equilibrate conversazioni.

Condividono lo stile di vita: e la morale, e l’appartenenza politica, e i (discutibili) gusti musicali; trovano noiosi gli stessi film – che sono, poi, quasi tutti quelli che vedono. Non sopportano, nell’ordine, i fascisti, gli arroganti, chi evade le tasse, Cicchitto, la gente che non si vaccina, chi non sa prendersi cura del proprio cane e lo lascia ad abbaiare in balcone tutto il giorno. Amano, invece, i cani, i gatti (ma un po’ meno), la musica sinfonica, le tagliatelle ai funghi, i libri sudamericani – anche se la querelle sulla superiorità di Amado o di Márquez rimane aperta – e quelli giapponesi, la gente che non fa pettegolezzi, le perifrasi italiane che celano inaudite volgarità, prendere in giro i bambini piccoli.

Sono ancora in grado, dopo tutti questi anni, di preoccuparsi l’uno per l’altra, di accudirsi e coccolarsi, di emozionarsi e soffrire e gioire insieme; di passare interi pomeriggi per comprare un regalo di compleanno, di andare a farsi gli autoscatti al tramonto col cane che fa capolino dietro le loro teste: in una parola, di essere felici insieme. Che poi, per me, è l’unica vera ragione che giustifichi un rapporto: la capacità di essere felici guardando nella stessa direzione. Auguri a loro (e un po’ anche a me, vittima dei loro strali e del loro sadico senso dell’umorismo).

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