Cronaca di un viaggio a Torino, ovvero come ho fatto a vivere trentaquattro anni senza vedere il Piemonte?

Lo ammetto, non sono stata del tutto sincera: prima di questa estate, ero stata già tre volte a Torino, per un totale di cinque o sei giorni: ma li avevo passati quasi tutti in un ospedale, per un intervento ai tendini del piede e per le relative visite post-operatorie, e avevo solo un ricordo confuso di portici e cime imbiancate e pioggia e gianduiotti. Per questo, complici anche delle tariffe molto convenienti per il volo da Palermo, ho convinto la mia bella a passare qualche giorno all’ombra della Mole.

Di Torino avevo sentito parlare in maniera discontinua e non-omogenea: la metà di chi ci ha messo piede mi parlava di un posto bello e austero, l’altra metà di una città fredda, indifferente, popolata da genti silenziose e distanti. Ma nei mesi scorsi avevo riletto (e riascoltato in podcast) per l’ennnesima volta Lessico famigliare e deciso che via Pallamaglio, via Pastrengo, corso Re Umberto non potevano restare, per me, solo vaghi toponimi. La vicinanza di amicastorica, ormai migrata nelle lande desolate del nord, aggiungeva mordente all’impresa – avremmo potuto passare un paio di giorni insieme – così come il recente esilio della F. in Val di Susa: percheé io ho sempre avuto la necessità fisica di immaginare le persone che conosco in luoghi reali. E quindi, trolley alla mano, siamo partite. E accidenti se siamo rimaste colpite.

Torino, va detto, probabilmente d’inverno è una città fredda, piovosa, uggiosa: ad agosto, però, è molto molto calda, di un caldo feroce, molesto e disarmante, molto più violento di quello di Palermo. Ma non è bastato per farci disamorare: e infatti ci è piaciuta un sacco. Ci sono piaciuti i portici e le botteghe di libri usati – in cui, tra l’altro, ho trovato Serena Cruz o la vera giustizia di Natalia Ginzburg, ed era l’ultimo che mi mancava tra i suoi libri – e le piazze dal piglio deciso, monumentale, da capitale; ci sono piaciuti gli scoiattoli che mangiavano lungo le rive del Po e il parchetto dedicato alla memoria di Leone Ginzburg, le scritte sui muri e i locali della movida, le panchine e le fontanelle, la pulizia e il contegno risoluto degli autoctoni. Ci è piaciuto il Museo del cinema, e anche il mercato del Balon, anche se forse ce lo immaginavamo un po’ più imponente. Ci sono piaciuti i dintorni: Superga e i suoi sentieri tra gli aceri in cui ci siamo addentrate sorridendo, bottigliette d’acqua in mano e scarpette da ginnastica ai piedi, e Susa, che pensavo fosse solo un paesello in un fondovalle alpino e invece è stato un crocevia di storia di discreta importanza. Mi è piaciuto il senso di sicurezza che si respirava e il fatto che i senzatetto dormissero sereni sotto i portici, ben sistemati e organizzati: mi è piaciuto un po’ meno che tenessero a specificare di essere nati proprio a Torino (e di non essere, via, dei terroni), ma va bene così.

Di solito, quando visito una città, mi chiedo se mi piace e se ci vivrei: e a Torino ho pensato che probabilmente sì, vivrei volentieri, anche se d’inverno con la neve, ecco, magari mi lagnerei un po’. Ma per il freddo mi lagno molto anche a Palermo, quindi pace.

Un grazie speciale, per l’organizzazione della vacanza, va a Dario e Margherita: che ci hanno fornito di guide, mappe e consigli e ci hanno aiutate a non perderci, come è nostra abitudine, nel caos di una città sconosciuta.

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Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Audiolibri mon amour.

Sono una persona pigra e abitudinaria. Non mi piace posteggiare qualche metro più in là del solito, né scendere a prendere il caffè al bar mentre sono in ufficio, e neppure alzarmi a versare un bicchiere di acqua fresca in un pomeriggio afoso o cambiare stazione alla radio. Con la radio, da settembre a giugno me la cavo senza problemi: la programmazione di radio 2 è gradevole, con punte di estrema piacevolezza al mattino e di noia insensata all’ora di cena – ma chi se ne frega di sentire parlare per due ore di vino, accidenti? D’estate il discorso cambia, e io sbuffo e mi lagno molto. Per questo motivo, domenica scorsa, dato che c’erano circa settecento gradi all’ombra e prevedevo di dover guidare per un bel po’, ho forzato la mia indolenza e ho cercato qualcosa da fare in auto senza incorrere in sanzioni amministrative; scartate, nell’ordine, una partita a Candy Crush Soda, una telefonata alla maestra e la preparazione delle polpette per cena, ho ripiegato su un audiolibro. Il concetto sembrava semplice: mi piace leggere, non posso farlo mentre guido, l’unica soluzione è qualcuno che lo faccia per me. Mentre già disperavo, non sapendo come procurarmi un audiolibro e ipotizzando costosi acquisti e scomodi cd da lasciare nel vano portaoggetti, mi sono imbattuta nel sito di Ad alta voce, un programma di radio 3 dal sapore vagamente rétro, che ovviamente sconoscevo. La struttura è lineare: non c’è altro che una persona che, per una ventina di minuti, legge (meglio, recita) un libro. Una straordinaria casualità ha fatto in modo che, vista la coincidenza con il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, il libro che stavano leggendo fosse Le voci della sera. Urlare di gioia, battere i piedi e scaricare i podcast è stato tutt’uno. Ho passato un paio di giorni a raccontare a chiunque mi venisse a tiro – il salumiere non è sembrato molto interessato, ma sono sicura che fingeva – l’enorme fortuna che ho avuto: proprio la mia scrittrice preferita, proprio il mio libro preferito – Le piccole virtù lo stanno leggendo da lunedì scorso -, tutto sul mio smartphone mentre vado al lavoro, trallallà: praticamente un sogno. Mi chiedo come ho fatto, fino ad ora, a vivere senza audiolibri: ma sono sicura che non ne farò più a meno.

Oggi ho scoperto, e mi spiace molto, che in alcune parti d’Italia non è semplice trovare alici o sarde fresche. A Palermo, invece, qualsiasi pescivendolo le espone: a ottimo prezzo, spesso già pulite. A me piacciono molto: sono economiche, gustose e molto versatili. La migliore ricetta che le vede protagoniste, è inutile dirlo, è quella delle sarde allinguate: passate nella semola di grano duro e fritte, da mangiare bollenti e croccanti. Una valida alternativa estiva, però, è il timballo: sarde o alici fresche, disposte in una teglia dopo averle passate nel pangrattato aromatizzato con basilico, timo e menta. Una deliziosa variante prevede foglie di lattuga tra i diversi strati di pesce. Da provare.

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In cerca di.

È da un bel po’ di tempo che sono in cerca del libro ideale. Un bel po’ di tempo, nella mia personale considerazione, equivale a una manciata di giorni, forse un po’ più di una settimana; intere serate a scorrere le costine dei libri che affollano la Billy e a spulciare le cartelle di ebook nel pc, pomeriggi a tirare su volumi in libreria e sbirciare le bandelle e rimetterli via, mattine a balzellare tra siti e gruppi facebook; un’eternità. Intanto ho letto, o meglio, riletto, uno dei miei autori del cuore; ma, dopo un’abbuffata di Primo Levi – il Primo Levi dedicato all’Olocausto, quello sperduto e desolato di Se questo è un uomo, quello vagamente sorridente e in cerca di serenità ed equilibrio di La tregua, quello lucido e offeso e accanitamente fiero di I sommersi e i salvati – ho bisogno di altro. Di qualcosa che mi prenda, che non mi faccia smoccolare vergognosamente per la tristezza e la mortificazione, che mi faccia sorridere, pensare, invidiare con violenza l’autore e sperare di potermi complimentare con lui. Del libro ideale, ecco.

Il libro ideale deve avere una storia che mi prenda; un misto tra la serie dell’amica geniale di Elena Ferrante e un giallo di Rex Stout, per intenderci. Deve avere uno stile che mi piaccia, quello asciutto e sobrio di Natalia Ginzburg, ad esempio. Deve avere personaggi che mi piacerebbe conoscere, come la Agnes Browne di Brendan O’ Carroll, come Watanabe o gli alter ego che popolano i romanzi di Nick Hornby. Deve avere la lunghezza ideale, cinque giorni, non di più né di meno, e le dimensioni ideali per stare nella mia mano mentre leggo a letto, accoccolata sul fianco sinistro. Il libro ideale esiste, devo solo trovarlo.

Lo sto cercando furiosamente, il libro ideale. Ho chiesto a chiunque mi fosse venuto in mente: al fruttivendolo (signorina, chissacciu, tutti uguali sono), al posteggiatore (ma piccioli pi’ mmia ‘unn have? Taliasse ddà, ci sunnu libri in tierra), alle mie colleghe, ad amici parenti conoscenti e un paio di sconosciuti incontrati alla fermata dell’autobus. Ho totalizzato innumerevoli consigli, dal giallo con detective gay – gradevole, forse lo continuerò – ai romanzi vincitori di premi letterari che si caratterizzano per la noia indefessa, dal classicone interminabile alla raccolta di racconti buffi e nonsense che mi fanno sentire sciocca, dalla raccolta di racconti che si finge trasgressiva al saggio sulla psicologia degli anellidi. Ho scaricato innumerevoli libri: tutti quelli che mi sono stati consigliati e molti altri, titoli visti nella vetrina della cartoleria all’angolo, orecchiati in conversazioni da social network, sbirciati tra le mani delle persone in attesa alla posta. Ne ho iniziati moltissimi, non so se ne finirò qualcuno: ma nessuno di loro, lo so già, è il libro ideale.

Io non demordo, e continuo a cercarlo; si accettano consigli: qual è, secondo voi, il libro ideale che mi aspetta?

Mi piace quando gli amici vengono a casa nostra, la sera; mi piace anche avere qualcosa da offrire: una tisana, un dolcino, una manciata di noccioline, una limonata. Sabato sera, in preda all’ispirazione, ho adattato la ricetta dei miei celebri dolcetti al riso soffiato agli ingredienti che avevo in cucina. Cioccolato sciolto su fiamma bassissima, quattro pugni di corn flakes e una cucchiaiata di nocciole tostate; il composto, disposto a cucchiaiate su carta da forno, si è raffreddato lentamente a temperatura ambiente: ne sono venuti dei piccoli croccanti, golosi e semplicissimi.

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“Storia della bambina perduta”, ovvero come chiudere una saga di successo.

Ho appena finito di leggere Storia della bambina perduta, il quarto e ultimo volume della saga di Elena Ferrante, e già mi manca; provo una sensazione strana, metà nostalgia di persone mai esistite, metà appagamento, completezza, da conclusione di un lungo percorso, più un filo di tristezza all’idea di non incontrare più Lila e Lenu’, di non avere più nulla di nuovo da scoprire su di loro, e un pizzico di ammirazione e tiepida invidia nei confronti di chi sa scrivere così bene. Una impressione simile a quella che mi scivola addosso ogni volta che finisco di rileggere Lessico famigliare, e mi sento sola e un po’ giù e malinconica e vorrei poter telefonare a Natalia Ginzburg e chiederle di parlarmi ancora di Leone, dei suoi figli, di suo padre e sua madre, dei pomeriggi in montagna e del confino e della casa editrice e della resistenza e.

Ho conosciuto l’autrice quattro anni fa: una brava collega, una di quelle che chiunque vorrebbe avere nella stanza accanto, arguta e intelligente e disponibile per una pausa-caffè e per prestare e consigliare bei libri, mi aveva suggerito uno dei suoi romanzi; eravamo in una libreria piccola e carina, che adesso ha chiuso, sostituita da un negozio di chincaglierie gestito da ragazze che urlano e si scagliano oggetti addosso, e volevo comprarmi un regalino come premio di una gelida serata di lavoro. Ciondolavo col naso per aria, lamentandomi di non sapere cosa scegliere, fastidiosa come una bambina in gelateria che non riesce a decidere tra il cono al cioccolato e doppia panna e la coppetta fragola-e-limone, e lei mi ha indicato La figlia oscura. L’ho comprato – costava anche straordinariamente poco -, l’ho letto con grande piacere, ho estorto alla collega L’amore molesto. Poi è uscito L’amica geniale, e sono corsa a leggerlo. Da qui è iniziata una vera forma di dipendenza. A turno, tra colleghe, abbiamo acquistato e ci siamo prestate gli altri volumi, fremendo e commentando e pungolandoci a finire in fretta per passarlo alle altre; l’ultimo era un ebook, che ho mandato giù in pochi giorni nonostante la mole.

Come tutti, mi sono chiesta chi sia realmente Elena Ferrante: se sia, come si dice, Domenico Starnone, o Marcello Fois, o entrambi o nessuno dei due; mi piace pensare che sia uno pseudonimo di Francesco Piccolo, ma probabilmente è solo una mia idea. Chiunque sia, comunque, ha composto una saga da manuale: piena di personaggi, ribaditi all’inizio di ogni volume per evitare che il lettore perda qualcuno per strada (ma io comunque di qualcuno non mi ricordo più, di qualcun altro ho un’idea vaga); pregna di eventi, dai più semplici ai più scabrosi, dalle piccole beghe quotidiane alla Storia che fa irruzione nel racconto; con la giusta quantità di amore e violenza, di dolore e sofferenza, di successi e dolcezza e paura e orgoglio. Una saga che è riuscita a tenere avvinti molti (molti!) lettori, iniziata in sordina e continuata con lo scruscio. Quattro bei romanzi, davvero: violento e scabro il primo, più faticoso e compiuto il secondo, più lento e ciccioso il terzo, e infine completo, pieno, definitivo il quarto. Un’operazione commerciale un po’ furbetta, se vogliamo: presentata come una trilogia, poi rivelatasi una quadrilogia quando tutti si aspettavano, da Storia di chi fugge e di chi resta, un finale della serie; tutti i romanzi si concludono, in perfetto stile soap opera, lasciando il lettore a mordersi le unghie e cercare spoiler sul web; qualche passaggio è un po’ stancante, qualche situazione si ripete, qualche personaggio rimane un po’ appiattito sul fondo: ma, tirate le somme, ne vale davvero la pena. Leggetelo, ve ne prego: anche solo per poterne parlare insieme, ché in ufficio ancora non lo ha finito nessuno e io ho bisogno fisico di confrontarmi con qualcuno. Mi sento come quando ti raccontano un pettegolezzo: se non hai qualcuno con cui condividerlo, non c’è prio.

La serie è ambientata, in buona parte, a Napoli: e la cucina napoletana è parte del mio DNA. Quindi, scarola imbottita, pizze fritte, ragù, maiale al latte: ma soprattutto la pizza rustica, con pasta frolla e il ripieno di ricotta di pecora, salame, scamorza affumicata, uovo. Deliziosa.

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Non vorrei. Non voglio.

Pensare che un anno fa il semi-labrador era ancora con me, anche se non avevo capito che ci sarebbe rimasto solo per poco, qualche giorno, qualche ora, qualche minuto e basta. Notare che il non-più-ottuagenario perde ogni giorno qualcosa: il sorriso, il legame con la realtà, la voglia di parlare con me; la lucidità, la memoria degli affetti, la fiducia negli altri, la sicurezza personale. Immaginare di stare dimenticando, un pezzetto alla volta, i gesti di Ife, le sue parole, i nostri discorsi: e di stare conservando di lui solo un vago indistinto sentore, in cui non c’è più spazio per strette di mano e abbracci e musica e tensione che lentamente va via, problema mondo animali non mangiarli stai attenta torna a casa non preoccuparti per me saluta mamma, ma solo per un rimpianto sordo e dolente, vuoto, privo di senso.

Accettare che chi amo deva soffrire. Sapere di non poter fare niente per evitarlo. Sentirmi impotente e inutile, ogni giorno, ogni secondo. Anche ora, anche ora, anche ora. Anche ora. Anche ora.

Non sapere aiutare un’amica in crisi. Trovare dentro di me solo un repertorio di frasi inefficaci, un piccolo pozzo di espressioni già sentite, hai fatto del tuo meglio, purtroppo è andata così, devi avere coraggio, piuttosto che porca miseria infame è una merda che sia andata così, o potresti fare così, o ancora ecco la soluzione, vedrai che si sistema tutto. Sentire che i pezzi di una vecchia amicizia si staccano inesorabilmente, e che non è colpa di nessuno, e che ci stiamo provando con tutte le nostre forze ma ormai parliamo due lingue diverse e non trovo un dizionario da-me-a-te che faccia al caso nostro.

Scoprire di aver sbagliato anche a individuare le mie paure: e che cani feroci cancelli aperti incidenti e assassini seriali non erano nulla in confronto a cuori che non recuperano il ritmo giusto, sale di rianimazione e una nicchia vuota ai piedi di un albergo chiuso.

Sentire il mio cuore che batte forte. Rovinare tutto con la mia ansia. Non sapere quando è il momento giusto per tacere. Lavorare male. Scendere a compromessi. Far finta di non vedere ciò che mi fa soffrire. Sprecare tempo leggendo libribrutti. Non trovare nessuno che abbia voglia di commentare con me Golden boy. Sprecare tempo e fatica e risorse e fantasia in maniera immotivata. Dare ogni mattina una moneta al posteggiatore. Continuare a provare a superare un livello di Candy crush saga senza riuscirci.

Impormi regole insensate. Non riuscire a superare i miei timori. Sentirmi dire tutto il tempo di chi devo prendermi cura, e come e perché.

Avere troppa paura per leggere Cecità di Saramago, pur sapendo che mi piacerebbe molto. Sapere che non potrò mai leggere qualcosa scritta da Natalia Ginzburg e che io non conosca già. Dover leggere libri che mi annoiano già dalla copertina, ma che non posso esimermi dal prendere in mano, sperando di cavarmela in breve. Avere la certezza che non potrò mai leggere tutto quello che desidero, che sogno o che semplicemente mi incuriosisce.

Sentirmi sola.

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Cose che mi fanno stare bene.

La colata al cioccolato del gelato di Mc Donald’s: plasticosa, sintetica, appiccicosa e irrinunciabile; la salsa, impossibile da riprodurre in casa, che cola dal Mc Chicken. La macchia di latte nel decaffeinato che prendo al bar alle undici, con le colleghe. Un buon mouse, ergonomico e rigorosamente col filo, e un buon mouse-pad, per preservare la mia scorta di pazienza quotidiana.

Quel sorriso speciale che mi scalda il cuore; la sua voce che ride nel mio orecchio, la mattina.

I barattolini di spezie allineati in cucina, e l’odore rotondo e maestoso della maggiorana secca. Un buon tè, caldo e forte e appena zuccherato, almeno tre volte al giorno. I cornetti integrali al miele che si trovano solo in alcuni bar. Conoscere qualcuno che cita a memoria Lessico famigliare.

Sentire che stai bene. Fare progetti insieme. Essere chiamata cocorita.

I libri Sellerio: che hanno la forma perfetta per stare nella tasca della vestaglia o per essere stretti in mano mentre leggo a letto, sdraiata su un fianco. Trovare qualcuno, su Facebook, che discute di romanzi senza nominare Stoner. Una lode inaspettata e sincera dal capo, una confidenza da una collega, un’amica che non sorride da un po’ ma che si sforza di farlo, per farmi vedere che sta bene.

Sognare Ife che mi dice Grazie tante, arrotando la erre come ha sempre fatto, e che mi viene incontro dopo essersi lisciato i capelli con le mani, come al solito.

I giorni di gennaio in cui c’è quella luce speciale che sembra quasi marzo, quasi primavera. Nadal che vince tre set a zero. I gialli non-scontati, non-lenti, non-banali, non-truculenti. Rileggere un vecchio libro e trovarci dentro tutto quello che ricordavo, e qualcosa in più. Il mio seme di avocado che ancora non germina, ma forse un giorno lo farà. Il mio splendido bonsai.

Avere finalmente notizie di Mosca e Canepiccolo, e sapere che stanno bene, dopotutto.

Le repliche di E.R. che non ricordo a memoria. Addormentarmi davanti alla tv mentre il dottor Green salva un paziente dopo l’altro. Preparare dei buon calamari imbottiti, ripieni dei loro tentacoli, di pangrattato e olive verdi e capperi ed estratto di pomodoro e dragoncello e timo e peperoncino e maggiorana e succo di limone. Ricevere i complimenti per una torta semplice e banale, ma cucinata per far piacere al padrone di casa.

Camminare tenendoci per mano, sentirmi protetta.

Il senso di completezza che provo la domenica sera, quando penso di essere riuscita a fare tutto quello che avevo in programma per il weekend. Stare finalmente finendo Assassino senza volto di Henning Mankell, giallo niente affatto nelle mie corde che mi ero ripromessa di far fuori prima possibile, più di un mese fa. Tre nuovi libri per le mani: La costola di Adamo di Antonio Manzini, Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, I detective selvaggi di Roberto Bolaño.

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Vuoi esprimere tre desideri?

Se incontrassi il genio della lampada, cosa gli chiederei? Non lo so; così, a naso, le tre cose che mi vengono in mente sono 1) pelle azzurra e altezza due mele o poco più per tutta la popolazione mondiale, 2) un pinguino domestico da coccolare, 3) un canguro come mezzo di trasporto, per andare in ufficio a balzelloni. Non ho chiaro, però, se questi desideri siano validi: si può domandare qualcosa che cambierà in maniera decisa e definitiva la popolazione mondiale, come la carnagione azzurra? E si può pretendere che un canguro bighelloni per l’intera mattina su un marciapiede, magari giocando con Mosca, o che impari ad aspettare in anticamera, se il caso aprendo la porta e facendo accomodare gli ospiti? E come si concilia il pinguino domestico con la normale temperatura delle nostre case? Forse bisognerebbe chiedere un preventivo adattamento del pennuto ai 35° di Palermo; ma questa richiesta non assurgerebbe, forse, al ruolo di desiderio a parte? O forse si possono chiedere desideri articolati per punti successivi? Non mi è chiaro.

Penso che, in linea teorica, tutti abbiamo abbastanza chiaro quali siano le nostre priorità: salute, amore e realizzazione lavorativa, in ordine sparso. Ma, nella pratica, cosa desideriamo davvero? Che nostra madre guarisca, ad esempio? E quanto cambierebbe la nostra vita, un desiderio immenso e complesso come questo? Forse non riconoscerei più mia madre, così; forse non sarebbe più lei, la mia-madre-che-conosco. Forse sono egoista, forse dovrei volere il meglio per lei, per quanto possa essere inspiegabile e spaventoso per me. Ma guarire cosa significherebbe: tornare a quando stava bene, cancellando gli anni in mezzo? O star bene ora, ricordando il dolore del passato senza poterlo cambiare? Quante cose sarebbero state diverse, se il genio fosse apparso vent’anni fa? E se chiedessi la salute per me, a cosa andrei incontro? Magari potrei specificare: battermi per ottenere, ad esempio, di mantenermi in ottima forma fino ai novanta anni. E poi? Se il mio destino fosse di viverne cento, e gli ultimi dieci fossero una crudele, perenne dannazione? Accidenti, genio: sono davvero confusa. Forse il primo desiderio dovrebbe essere quello di saper scegliere bene i restanti due.

Forse la cosa migliore sarebbe poter frazionare i tre desideri in tanti mini-piaceri, innocui e divertenti, di quelli che ti facilitano la vita senza stravolgerla: che so, bucato che si stende e si ritira schioccando le dita, una scorta infinita di bei libri, Nadal che vince ogni match urlando vamos! e salutandomi con la mano dallo schermo. E poi trovare un manoscritto inedito di Natalia Ginzburg, avere un fondo illimitato di monetine per prendere palline di gomma a tutti i distributori, poter mangiare cioccolatini e biscotti alla doppia crema senza aver mai mal di pancia; una temperatura costante di 23°, piante rigogliose sul terrazzo, non aver paura di guidare in autostrada. E ancora il fondo della crostata che non si brucia mai, un forno a legna che appare solo quando ho voglia di pizza, Ife sempre sorridente. Che il nostro amore non finisca mai, il tuo sorriso che mi scalda il cuore ogni giorno, la tua voce entusiasta, senza ombre. Essere una persona migliore, conoscere il modo giusto per fare le cose. E ancora saper correre bene coi pattini, andare in slittino sulla discesa del garage, poter giocare tutto il giorno con la spillatrice…

I libri illimitati ancora non li ho, ma ho ricevuto un regalo che si avvicina molto a questa voluttà: una pennetta (che sta già svolazzando verso casa!) con tanti tanti bei romanzi dentro, e un kindle rivestito di giallo su cui leggerli. Per ora ho, tra le mani, un libro di carta, però: ed è l’ultimo di Marco Malvaldi, Argento vivo, che mi sta lasciando molto fredda.

Tra i miei desideri dovrebbe esserci anche il poter mangiare a crepapelle: nell’attesa, una ricettina semplice sono i rotolini di pollo che ho preparato a pranzo. Petto di pollo ben battuto farcito con un mix di formaggio spalmabile, mandorle e pomodori secchi a pezzetti. In padella con olio e un po’ di vino bianco e sono pronti.

Infine, questo post non è tutta farina del mio sacco: per cui grazie, anche per questo, a chi mi aiuta, ogni giorno, a pensare e capire e vivere.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Per favore, non toglieteci la scuola.

Tra le mille possibilità aperte dall’avvento dei social network – comunicare con amici lontani senza spendere milioni in messaggini, conoscere persone simpatiche con-l’articolo-prima-del-nome, ascoltare canzoni consigliate da un vecchio compagno di catechismo per scoprire che quel gruppo lì è proprio figo – c’è anche quella di orecchiare (spiare biecamente, a volte) conversazioni più o meno interessanti; tra una discussione sul giusto punto di cottura dei paccheri (che devono restare un po’ callosi, altrimenti è meglio cucinare i rigatoni e stop) e una sulla quantità esatta di pioggia caduta sulla provincia di Monza-Brianza negli ultimi mesi, mi sono imbattuta in una interminabile diatriba sulla giustezza educativa dell’educazione parentale: quella pratica, tipica degli Stati Uniti, di non mandare i bambini a scuola per farli istruire, in casa, da uno dei genitori.
Non sono un’insegnante, né ho dei figli per i quali pormi il problema, ma l’idea mi sembra francamente raccapricciante: perché la scuola non è solo l’apprendimento di qualche nozione – che comunque non è da trascurare, eh – ma, ovviamente, è anche uno dei primi posti in cui una persona inizia a vivere da animale sociale. Io, che non ho fratelli né sorelle e sono stata una bambina solitaria e abituata alla compagnia di adulti, senza la scuola non avrei probabilmente mai scambiato una parola con un menochetrentenne fino alla maggiore età. Non avrei affrontato l’autorità di un estraneo alla famiglia, se non mi fossi trovata davanti degli insegnanti; e anche se della maggior parte di loro non ho un buon ricordo, sicuramente ognuno, anche quelli che ho dimenticato o di cui rammento solo qualche tic, mi ha lasciato qualcosa: uno sciocco modo di dire, magari, o una frase goffa, o il gesto buffo di lanciare la borsa contro la finestra in un momento di rabbia. Se fossi stata istruita in casa, con programmi plasmati sulle mie esigenze e sulle mie personali inclinazioni, non mi sarei imbattuta, immagino, nella frustrazione di non capire: ma, insieme alla sorda rabbia di non riuscire a comprendere cosa fosse un integrale, c’era anche la sottile soddisfazione di essere riuscita a risolvere degli esercizi e di aver fatto una figura dignitosa durante l’interrogazione: perché far perdere a un ragazzo tutto questo? Perché fargli perdere ricreazioni e ore di educazione fisica, laboratori pomeridiani e viaggi d’istruzione, puntate strategiche in bagno per evitare un’improvvida chiamata alla lavagna e corse per i corridoi per rimediare a un’entrata in ritardo? È a scuola che la maggior parte di noi ha conosciuto amici e compagni di vita, ha amato e pianto e scherzato, si è fatto male e si è sentito fiero di sé. Non illudiamoci: a otto, dodici, quindici anni è difficile coltivare amicizie che prescindano da una frequentazione – forzata, certo, ma necessaria – di molte ore al giorno. E un genitore, per quanto possa sforzarsi di essere preparato e severo, non sarà mai competente in tutte le materie né neutro nei giudizi, e non affronterà suo figlio dicendo non ho mai messo un voto più alto di otto stimolandolo a tradurre la versione perfetta. Un genitore è un genitore, un insegnante è un insegnante: e i ruoli, a volte, servono.
Senza la scuola non avrei letto, forse, molti dei libri che amo: La casa degli spiriti, che ho divorato dopo che la professoressa di lettere delle medie mi ha comunicato che non le sembrava adatto, e che lo mettessi da parte, per carità. Jack Frusciante è uscito dal gruppo, che la tiranna di greco considerava inutilmente volgare e triviale. Lessico famigliare, di cui ho pescato uno stralcio su un’antologia. Memorie di una ragazza perbene, captato da un libro di lettura delle elementari e che, all’inizio, dedica qualche pagina proprio all’educazione parentale: i casi della vita, a volte.

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