Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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Complimenti a noi.

Sono una persona tradizionalista, si sa: mi piace fare l’albero di Natale, mi piacciono i bambini ben educati e gli adulti cortesi e rispettosi, che salutano quando arrivano e quando vanno via e non alzano la voce per sovrastare gli altri, non si tolgono le scarpe sotto il tavolo al ristorante e non danno del tu al cameriere o al cassiere del supermercato, specialmente se è, il cameriere o il cassiere, un uomo di mezza età, stempiato e probabilmente nonno; se mi invitano a un pranzo non mi siedo prima della padrona di casa, se busso a una porta aspetto che mi si dica “avanti”, se ho sonno cerco di non sbadigliare sonoramente in faccia a chi mi circonda. Sono tradizionalista, dicevo: e quindi mi piace molto festeggiare il giorno in cui io e la mia bella ci siamo scelte. Mi piace ricordare quel periodo, quando febbraio improvvisamente era diventato primavera, e c’era caldo – oddio, non proprio caldo, diciamo molto tepore – e andavamo a passeggiare in spiaggia nel pomeriggio, e poi io studiavo di sera fino a tardi ed ero molto contenta. In quel periodo stavo dando i primi esami all’università, e mi sembrava di avere davanti un mondo pieno di possibilità e occasioni, e tra queste possibilità e occasioni non c’erano quelle che poi ho realmente avuto, ma ce n’erano altre che mi sembravano parecchio attraenti; ero magretta e portavo i capelli sciolti, avevo preso da poco la patente e mi sembrava che non sarei mai potuta essere più felice di così: e invece poi ho scoperto che potevo essere molto, molto più felice.

La maggior parte dei miei coetanei esibisce un palese fastidio per gli anniversari: non ricordano quando cada il proprio; non ipotizzano nemmeno di scambiarsi regali o fiori col proprio partner; al limite, possono cogliere l’occasione per andare a mangiare qualcosa fuori. Non sanno cosa si perdono: perché un anniversario, a parte l’evidente e non trascurabile retroscena mangereccio, è un momento di enorme gratificazione: quello in cui pensi che, se l’altra persona ti si carica da tutto quel tempo, evidentemente qualcosa di buono in te c’è; che sia l’allegria nell’affrontare i piccoli impirugghi quotidiani o la capacità di preparare buoni dolci, che sia la resistenza alla noia o l’abilità nel reinventarsi, che sia l’arte di sorridere di fronte a un piccolo guaio o la forza nel sostenere l’altro quando il guaio è molto grosso, c’è un lato del tuo carattere che l’altro ama più di quanto provi fastidio per tutti gli altri: quelli che ti fanno essere scorbutico al mattino, silenzioso e insofferente al pomeriggio, aggressivo quando sei stanco, sprezzante quando hai paura. È il momento in cui ti dici che vai bene così come sei: e che sì, è vero, potresti impegnarti di più nel non lasciare calzini sozzi in giro e nel rispondere senza sarcasmo a una domanda che ti è già stata posta mille volte: ma, per oggi, pace: vai bene così e basta.

Quando sentono che io e la mia bella stiamo insieme da tanto, di solito le persone ci dicono che siamo fortunate: ed è vero, accidenti, lo siamo: perché ci siamo trovate, e ci siamo trovate in un momento in cui entrambe eravamo abbastanza mature e consapevoli per iniziare una storia; ma siamo anche state molto brave: perché siamo riuscite a crescere insieme, a tenerci strette quando i problemi erano molti e grossi, a non prevaricarci troppo, a fare ognuna un passo verso l’altra per camminare insieme. A diventare come i nostri due gelsomini: che si abbracciano e si fanno omrba a vicenda quando il sole è troppo forte, ma che restano comunque sé stessi, ognuno col suo speciale, dolcissimo profumo.
Buon anniversario, amore.
Dato che la app di RaiPlay radio funziona di nuovo, sto ascoltando la bravissima Anna Bonaiuto che legge Caro Michele di Natalia Ginzburg; lo avevo letto molti anni fa e lo ricordavo poco, ma ha la bellezza semplice e pulita e struggente della sua scrittura, al servizio di una storia in cui c’è tanto amore, ma è così ridondante e confuso e silenzioso e gridato da diventare un grosso nodo di non-amore.

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Cronaca di un viaggio a Torino, ovvero come ho fatto a vivere trentaquattro anni senza vedere il Piemonte?

Lo ammetto, non sono stata del tutto sincera: prima di questa estate, ero stata già tre volte a Torino, per un totale di cinque o sei giorni: ma li avevo passati quasi tutti in un ospedale, per un intervento ai tendini del piede e per le relative visite post-operatorie, e avevo solo un ricordo confuso di portici e cime imbiancate e pioggia e gianduiotti. Per questo, complici anche delle tariffe molto convenienti per il volo da Palermo, ho convinto la mia bella a passare qualche giorno all’ombra della Mole.

Di Torino avevo sentito parlare in maniera discontinua e non-omogenea: la metà di chi ci ha messo piede mi parlava di un posto bello e austero, l’altra metà di una città fredda, indifferente, popolata da genti silenziose e distanti. Ma nei mesi scorsi avevo riletto (e riascoltato in podcast) per l’ennnesima volta Lessico famigliare e deciso che via Pallamaglio, via Pastrengo, corso Re Umberto non potevano restare, per me, solo vaghi toponimi. La vicinanza di amicastorica, ormai migrata nelle lande desolate del nord, aggiungeva mordente all’impresa – avremmo potuto passare un paio di giorni insieme – così come il recente esilio della F. in Val di Susa: percheé io ho sempre avuto la necessità fisica di immaginare le persone che conosco in luoghi reali. E quindi, trolley alla mano, siamo partite. E accidenti se siamo rimaste colpite.

Torino, va detto, probabilmente d’inverno è una città fredda, piovosa, uggiosa: ad agosto, però, è molto molto calda, di un caldo feroce, molesto e disarmante, molto più violento di quello di Palermo. Ma non è bastato per farci disamorare: e infatti ci è piaciuta un sacco. Ci sono piaciuti i portici e le botteghe di libri usati – in cui, tra l’altro, ho trovato Serena Cruz o la vera giustizia di Natalia Ginzburg, ed era l’ultimo che mi mancava tra i suoi libri – e le piazze dal piglio deciso, monumentale, da capitale; ci sono piaciuti gli scoiattoli che mangiavano lungo le rive del Po e il parchetto dedicato alla memoria di Leone Ginzburg, le scritte sui muri e i locali della movida, le panchine e le fontanelle, la pulizia e il contegno risoluto degli autoctoni. Ci è piaciuto il Museo del cinema, e anche il mercato del Balon, anche se forse ce lo immaginavamo un po’ più imponente. Ci sono piaciuti i dintorni: Superga e i suoi sentieri tra gli aceri in cui ci siamo addentrate sorridendo, bottigliette d’acqua in mano e scarpette da ginnastica ai piedi, e Susa, che pensavo fosse solo un paesello in un fondovalle alpino e invece è stato un crocevia di storia di discreta importanza. Mi è piaciuto il senso di sicurezza che si respirava e il fatto che i senzatetto dormissero sereni sotto i portici, ben sistemati e organizzati: mi è piaciuto un po’ meno che tenessero a specificare di essere nati proprio a Torino (e di non essere, via, dei terroni), ma va bene così.

Di solito, quando visito una città, mi chiedo se mi piace e se ci vivrei: e a Torino ho pensato che probabilmente sì, vivrei volentieri, anche se d’inverno con la neve, ecco, magari mi lagnerei un po’. Ma per il freddo mi lagno molto anche a Palermo, quindi pace.

Un grazie speciale, per l’organizzazione della vacanza, va a Dario e Margherita: che ci hanno fornito di guide, mappe e consigli e ci hanno aiutate a non perderci, come è nostra abitudine, nel caos di una città sconosciuta.

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Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Audiolibri mon amour.

Sono una persona pigra e abitudinaria. Non mi piace posteggiare qualche metro più in là del solito, né scendere a prendere il caffè al bar mentre sono in ufficio, e neppure alzarmi a versare un bicchiere di acqua fresca in un pomeriggio afoso o cambiare stazione alla radio. Con la radio, da settembre a giugno me la cavo senza problemi: la programmazione di radio 2 è gradevole, con punte di estrema piacevolezza al mattino e di noia insensata all’ora di cena – ma chi se ne frega di sentire parlare per due ore di vino, accidenti? D’estate il discorso cambia, e io sbuffo e mi lagno molto. Per questo motivo, domenica scorsa, dato che c’erano circa settecento gradi all’ombra e prevedevo di dover guidare per un bel po’, ho forzato la mia indolenza e ho cercato qualcosa da fare in auto senza incorrere in sanzioni amministrative; scartate, nell’ordine, una partita a Candy Crush Soda, una telefonata alla maestra e la preparazione delle polpette per cena, ho ripiegato su un audiolibro. Il concetto sembrava semplice: mi piace leggere, non posso farlo mentre guido, l’unica soluzione è qualcuno che lo faccia per me. Mentre già disperavo, non sapendo come procurarmi un audiolibro e ipotizzando costosi acquisti e scomodi cd da lasciare nel vano portaoggetti, mi sono imbattuta nel sito di Ad alta voce, un programma di radio 3 dal sapore vagamente rétro, che ovviamente sconoscevo. La struttura è lineare: non c’è altro che una persona che, per una ventina di minuti, legge (meglio, recita) un libro. Una straordinaria casualità ha fatto in modo che, vista la coincidenza con il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, il libro che stavano leggendo fosse Le voci della sera. Urlare di gioia, battere i piedi e scaricare i podcast è stato tutt’uno. Ho passato un paio di giorni a raccontare a chiunque mi venisse a tiro – il salumiere non è sembrato molto interessato, ma sono sicura che fingeva – l’enorme fortuna che ho avuto: proprio la mia scrittrice preferita, proprio il mio libro preferito – Le piccole virtù lo stanno leggendo da lunedì scorso -, tutto sul mio smartphone mentre vado al lavoro, trallallà: praticamente un sogno. Mi chiedo come ho fatto, fino ad ora, a vivere senza audiolibri: ma sono sicura che non ne farò più a meno.

Oggi ho scoperto, e mi spiace molto, che in alcune parti d’Italia non è semplice trovare alici o sarde fresche. A Palermo, invece, qualsiasi pescivendolo le espone: a ottimo prezzo, spesso già pulite. A me piacciono molto: sono economiche, gustose e molto versatili. La migliore ricetta che le vede protagoniste, è inutile dirlo, è quella delle sarde allinguate: passate nella semola di grano duro e fritte, da mangiare bollenti e croccanti. Una valida alternativa estiva, però, è il timballo: sarde o alici fresche, disposte in una teglia dopo averle passate nel pangrattato aromatizzato con basilico, timo e menta. Una deliziosa variante prevede foglie di lattuga tra i diversi strati di pesce. Da provare.

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In cerca di.

È da un bel po’ di tempo che sono in cerca del libro ideale. Un bel po’ di tempo, nella mia personale considerazione, equivale a una manciata di giorni, forse un po’ più di una settimana; intere serate a scorrere le costine dei libri che affollano la Billy e a spulciare le cartelle di ebook nel pc, pomeriggi a tirare su volumi in libreria e sbirciare le bandelle e rimetterli via, mattine a balzellare tra siti e gruppi facebook; un’eternità. Intanto ho letto, o meglio, riletto, uno dei miei autori del cuore; ma, dopo un’abbuffata di Primo Levi – il Primo Levi dedicato all’Olocausto, quello sperduto e desolato di Se questo è un uomo, quello vagamente sorridente e in cerca di serenità ed equilibrio di La tregua, quello lucido e offeso e accanitamente fiero di I sommersi e i salvati – ho bisogno di altro. Di qualcosa che mi prenda, che non mi faccia smoccolare vergognosamente per la tristezza e la mortificazione, che mi faccia sorridere, pensare, invidiare con violenza l’autore e sperare di potermi complimentare con lui. Del libro ideale, ecco.

Il libro ideale deve avere una storia che mi prenda; un misto tra la serie dell’amica geniale di Elena Ferrante e un giallo di Rex Stout, per intenderci. Deve avere uno stile che mi piaccia, quello asciutto e sobrio di Natalia Ginzburg, ad esempio. Deve avere personaggi che mi piacerebbe conoscere, come la Agnes Browne di Brendan O’ Carroll, come Watanabe o gli alter ego che popolano i romanzi di Nick Hornby. Deve avere la lunghezza ideale, cinque giorni, non di più né di meno, e le dimensioni ideali per stare nella mia mano mentre leggo a letto, accoccolata sul fianco sinistro. Il libro ideale esiste, devo solo trovarlo.

Lo sto cercando furiosamente, il libro ideale. Ho chiesto a chiunque mi fosse venuto in mente: al fruttivendolo (signorina, chissacciu, tutti uguali sono), al posteggiatore (ma piccioli pi’ mmia ‘unn have? Taliasse ddà, ci sunnu libri in tierra), alle mie colleghe, ad amici parenti conoscenti e un paio di sconosciuti incontrati alla fermata dell’autobus. Ho totalizzato innumerevoli consigli, dal giallo con detective gay – gradevole, forse lo continuerò – ai romanzi vincitori di premi letterari che si caratterizzano per la noia indefessa, dal classicone interminabile alla raccolta di racconti buffi e nonsense che mi fanno sentire sciocca, dalla raccolta di racconti che si finge trasgressiva al saggio sulla psicologia degli anellidi. Ho scaricato innumerevoli libri: tutti quelli che mi sono stati consigliati e molti altri, titoli visti nella vetrina della cartoleria all’angolo, orecchiati in conversazioni da social network, sbirciati tra le mani delle persone in attesa alla posta. Ne ho iniziati moltissimi, non so se ne finirò qualcuno: ma nessuno di loro, lo so già, è il libro ideale.

Io non demordo, e continuo a cercarlo; si accettano consigli: qual è, secondo voi, il libro ideale che mi aspetta?

Mi piace quando gli amici vengono a casa nostra, la sera; mi piace anche avere qualcosa da offrire: una tisana, un dolcino, una manciata di noccioline, una limonata. Sabato sera, in preda all’ispirazione, ho adattato la ricetta dei miei celebri dolcetti al riso soffiato agli ingredienti che avevo in cucina. Cioccolato sciolto su fiamma bassissima, quattro pugni di corn flakes e una cucchiaiata di nocciole tostate; il composto, disposto a cucchiaiate su carta da forno, si è raffreddato lentamente a temperatura ambiente: ne sono venuti dei piccoli croccanti, golosi e semplicissimi.

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“Storia della bambina perduta”, ovvero come chiudere una saga di successo.

Ho appena finito di leggere Storia della bambina perduta, il quarto e ultimo volume della saga di Elena Ferrante, e già mi manca; provo una sensazione strana, metà nostalgia di persone mai esistite, metà appagamento, completezza, da conclusione di un lungo percorso, più un filo di tristezza all’idea di non incontrare più Lila e Lenu’, di non avere più nulla di nuovo da scoprire su di loro, e un pizzico di ammirazione e tiepida invidia nei confronti di chi sa scrivere così bene. Una impressione simile a quella che mi scivola addosso ogni volta che finisco di rileggere Lessico famigliare, e mi sento sola e un po’ giù e malinconica e vorrei poter telefonare a Natalia Ginzburg e chiederle di parlarmi ancora di Leone, dei suoi figli, di suo padre e sua madre, dei pomeriggi in montagna e del confino e della casa editrice e della resistenza e.

Ho conosciuto l’autrice quattro anni fa: una brava collega, una di quelle che chiunque vorrebbe avere nella stanza accanto, arguta e intelligente e disponibile per una pausa-caffè e per prestare e consigliare bei libri, mi aveva suggerito uno dei suoi romanzi; eravamo in una libreria piccola e carina, che adesso ha chiuso, sostituita da un negozio di chincaglierie gestito da ragazze che urlano e si scagliano oggetti addosso, e volevo comprarmi un regalino come premio di una gelida serata di lavoro. Ciondolavo col naso per aria, lamentandomi di non sapere cosa scegliere, fastidiosa come una bambina in gelateria che non riesce a decidere tra il cono al cioccolato e doppia panna e la coppetta fragola-e-limone, e lei mi ha indicato La figlia oscura. L’ho comprato – costava anche straordinariamente poco -, l’ho letto con grande piacere, ho estorto alla collega L’amore molesto. Poi è uscito L’amica geniale, e sono corsa a leggerlo. Da qui è iniziata una vera forma di dipendenza. A turno, tra colleghe, abbiamo acquistato e ci siamo prestate gli altri volumi, fremendo e commentando e pungolandoci a finire in fretta per passarlo alle altre; l’ultimo era un ebook, che ho mandato giù in pochi giorni nonostante la mole.

Come tutti, mi sono chiesta chi sia realmente Elena Ferrante: se sia, come si dice, Domenico Starnone, o Marcello Fois, o entrambi o nessuno dei due; mi piace pensare che sia uno pseudonimo di Francesco Piccolo, ma probabilmente è solo una mia idea. Chiunque sia, comunque, ha composto una saga da manuale: piena di personaggi, ribaditi all’inizio di ogni volume per evitare che il lettore perda qualcuno per strada (ma io comunque di qualcuno non mi ricordo più, di qualcun altro ho un’idea vaga); pregna di eventi, dai più semplici ai più scabrosi, dalle piccole beghe quotidiane alla Storia che fa irruzione nel racconto; con la giusta quantità di amore e violenza, di dolore e sofferenza, di successi e dolcezza e paura e orgoglio. Una saga che è riuscita a tenere avvinti molti (molti!) lettori, iniziata in sordina e continuata con lo scruscio. Quattro bei romanzi, davvero: violento e scabro il primo, più faticoso e compiuto il secondo, più lento e ciccioso il terzo, e infine completo, pieno, definitivo il quarto. Un’operazione commerciale un po’ furbetta, se vogliamo: presentata come una trilogia, poi rivelatasi una quadrilogia quando tutti si aspettavano, da Storia di chi fugge e di chi resta, un finale della serie; tutti i romanzi si concludono, in perfetto stile soap opera, lasciando il lettore a mordersi le unghie e cercare spoiler sul web; qualche passaggio è un po’ stancante, qualche situazione si ripete, qualche personaggio rimane un po’ appiattito sul fondo: ma, tirate le somme, ne vale davvero la pena. Leggetelo, ve ne prego: anche solo per poterne parlare insieme, ché in ufficio ancora non lo ha finito nessuno e io ho bisogno fisico di confrontarmi con qualcuno. Mi sento come quando ti raccontano un pettegolezzo: se non hai qualcuno con cui condividerlo, non c’è prio.

La serie è ambientata, in buona parte, a Napoli: e la cucina napoletana è parte del mio DNA. Quindi, scarola imbottita, pizze fritte, ragù, maiale al latte: ma soprattutto la pizza rustica, con pasta frolla e il ripieno di ricotta di pecora, salame, scamorza affumicata, uovo. Deliziosa.

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Non vorrei. Non voglio.

Pensare che un anno fa il semi-labrador era ancora con me, anche se non avevo capito che ci sarebbe rimasto solo per poco, qualche giorno, qualche ora, qualche minuto e basta. Notare che il non-più-ottuagenario perde ogni giorno qualcosa: il sorriso, il legame con la realtà, la voglia di parlare con me; la lucidità, la memoria degli affetti, la fiducia negli altri, la sicurezza personale. Immaginare di stare dimenticando, un pezzetto alla volta, i gesti di Ife, le sue parole, i nostri discorsi: e di stare conservando di lui solo un vago indistinto sentore, in cui non c’è più spazio per strette di mano e abbracci e musica e tensione che lentamente va via, problema mondo animali non mangiarli stai attenta torna a casa non preoccuparti per me saluta mamma, ma solo per un rimpianto sordo e dolente, vuoto, privo di senso.

Accettare che chi amo deva soffrire. Sapere di non poter fare niente per evitarlo. Sentirmi impotente e inutile, ogni giorno, ogni secondo. Anche ora, anche ora, anche ora. Anche ora. Anche ora.

Non sapere aiutare un’amica in crisi. Trovare dentro di me solo un repertorio di frasi inefficaci, un piccolo pozzo di espressioni già sentite, hai fatto del tuo meglio, purtroppo è andata così, devi avere coraggio, piuttosto che porca miseria infame è una merda che sia andata così, o potresti fare così, o ancora ecco la soluzione, vedrai che si sistema tutto. Sentire che i pezzi di una vecchia amicizia si staccano inesorabilmente, e che non è colpa di nessuno, e che ci stiamo provando con tutte le nostre forze ma ormai parliamo due lingue diverse e non trovo un dizionario da-me-a-te che faccia al caso nostro.

Scoprire di aver sbagliato anche a individuare le mie paure: e che cani feroci cancelli aperti incidenti e assassini seriali non erano nulla in confronto a cuori che non recuperano il ritmo giusto, sale di rianimazione e una nicchia vuota ai piedi di un albergo chiuso.

Sentire il mio cuore che batte forte. Rovinare tutto con la mia ansia. Non sapere quando è il momento giusto per tacere. Lavorare male. Scendere a compromessi. Far finta di non vedere ciò che mi fa soffrire. Sprecare tempo leggendo libribrutti. Non trovare nessuno che abbia voglia di commentare con me Golden boy. Sprecare tempo e fatica e risorse e fantasia in maniera immotivata. Dare ogni mattina una moneta al posteggiatore. Continuare a provare a superare un livello di Candy crush saga senza riuscirci.

Impormi regole insensate. Non riuscire a superare i miei timori. Sentirmi dire tutto il tempo di chi devo prendermi cura, e come e perché.

Avere troppa paura per leggere Cecità di Saramago, pur sapendo che mi piacerebbe molto. Sapere che non potrò mai leggere qualcosa scritta da Natalia Ginzburg e che io non conosca già. Dover leggere libri che mi annoiano già dalla copertina, ma che non posso esimermi dal prendere in mano, sperando di cavarmela in breve. Avere la certezza che non potrò mai leggere tutto quello che desidero, che sogno o che semplicemente mi incuriosisce.

Sentirmi sola.

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Cose che mi fanno stare bene.

La colata al cioccolato del gelato di Mc Donald’s: plasticosa, sintetica, appiccicosa e irrinunciabile; la salsa, impossibile da riprodurre in casa, che cola dal Mc Chicken. La macchia di latte nel decaffeinato che prendo al bar alle undici, con le colleghe. Un buon mouse, ergonomico e rigorosamente col filo, e un buon mouse-pad, per preservare la mia scorta di pazienza quotidiana.

Quel sorriso speciale che mi scalda il cuore; la sua voce che ride nel mio orecchio, la mattina.

I barattolini di spezie allineati in cucina, e l’odore rotondo e maestoso della maggiorana secca. Un buon tè, caldo e forte e appena zuccherato, almeno tre volte al giorno. I cornetti integrali al miele che si trovano solo in alcuni bar. Conoscere qualcuno che cita a memoria Lessico famigliare.

Sentire che stai bene. Fare progetti insieme. Essere chiamata cocorita.

I libri Sellerio: che hanno la forma perfetta per stare nella tasca della vestaglia o per essere stretti in mano mentre leggo a letto, sdraiata su un fianco. Trovare qualcuno, su Facebook, che discute di romanzi senza nominare Stoner. Una lode inaspettata e sincera dal capo, una confidenza da una collega, un’amica che non sorride da un po’ ma che si sforza di farlo, per farmi vedere che sta bene.

Sognare Ife che mi dice Grazie tante, arrotando la erre come ha sempre fatto, e che mi viene incontro dopo essersi lisciato i capelli con le mani, come al solito.

I giorni di gennaio in cui c’è quella luce speciale che sembra quasi marzo, quasi primavera. Nadal che vince tre set a zero. I gialli non-scontati, non-lenti, non-banali, non-truculenti. Rileggere un vecchio libro e trovarci dentro tutto quello che ricordavo, e qualcosa in più. Il mio seme di avocado che ancora non germina, ma forse un giorno lo farà. Il mio splendido bonsai.

Avere finalmente notizie di Mosca e Canepiccolo, e sapere che stanno bene, dopotutto.

Le repliche di E.R. che non ricordo a memoria. Addormentarmi davanti alla tv mentre il dottor Green salva un paziente dopo l’altro. Preparare dei buon calamari imbottiti, ripieni dei loro tentacoli, di pangrattato e olive verdi e capperi ed estratto di pomodoro e dragoncello e timo e peperoncino e maggiorana e succo di limone. Ricevere i complimenti per una torta semplice e banale, ma cucinata per far piacere al padrone di casa.

Camminare tenendoci per mano, sentirmi protetta.

Il senso di completezza che provo la domenica sera, quando penso di essere riuscita a fare tutto quello che avevo in programma per il weekend. Stare finalmente finendo Assassino senza volto di Henning Mankell, giallo niente affatto nelle mie corde che mi ero ripromessa di far fuori prima possibile, più di un mese fa. Tre nuovi libri per le mani: La costola di Adamo di Antonio Manzini, Curarsi con i libri di Ella Berthoud e Susan Elderkin, I detective selvaggi di Roberto Bolaño.

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