Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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Non vorrei. Non voglio.

Pensare che un anno fa il semi-labrador era ancora con me, anche se non avevo capito che ci sarebbe rimasto solo per poco, qualche giorno, qualche ora, qualche minuto e basta. Notare che il non-più-ottuagenario perde ogni giorno qualcosa: il sorriso, il legame con la realtà, la voglia di parlare con me; la lucidità, la memoria degli affetti, la fiducia negli altri, la sicurezza personale. Immaginare di stare dimenticando, un pezzetto alla volta, i gesti di Ife, le sue parole, i nostri discorsi: e di stare conservando di lui solo un vago indistinto sentore, in cui non c’è più spazio per strette di mano e abbracci e musica e tensione che lentamente va via, problema mondo animali non mangiarli stai attenta torna a casa non preoccuparti per me saluta mamma, ma solo per un rimpianto sordo e dolente, vuoto, privo di senso.

Accettare che chi amo deva soffrire. Sapere di non poter fare niente per evitarlo. Sentirmi impotente e inutile, ogni giorno, ogni secondo. Anche ora, anche ora, anche ora. Anche ora. Anche ora.

Non sapere aiutare un’amica in crisi. Trovare dentro di me solo un repertorio di frasi inefficaci, un piccolo pozzo di espressioni già sentite, hai fatto del tuo meglio, purtroppo è andata così, devi avere coraggio, piuttosto che porca miseria infame è una merda che sia andata così, o potresti fare così, o ancora ecco la soluzione, vedrai che si sistema tutto. Sentire che i pezzi di una vecchia amicizia si staccano inesorabilmente, e che non è colpa di nessuno, e che ci stiamo provando con tutte le nostre forze ma ormai parliamo due lingue diverse e non trovo un dizionario da-me-a-te che faccia al caso nostro.

Scoprire di aver sbagliato anche a individuare le mie paure: e che cani feroci cancelli aperti incidenti e assassini seriali non erano nulla in confronto a cuori che non recuperano il ritmo giusto, sale di rianimazione e una nicchia vuota ai piedi di un albergo chiuso.

Sentire il mio cuore che batte forte. Rovinare tutto con la mia ansia. Non sapere quando è il momento giusto per tacere. Lavorare male. Scendere a compromessi. Far finta di non vedere ciò che mi fa soffrire. Sprecare tempo leggendo libribrutti. Non trovare nessuno che abbia voglia di commentare con me Golden boy. Sprecare tempo e fatica e risorse e fantasia in maniera immotivata. Dare ogni mattina una moneta al posteggiatore. Continuare a provare a superare un livello di Candy crush saga senza riuscirci.

Impormi regole insensate. Non riuscire a superare i miei timori. Sentirmi dire tutto il tempo di chi devo prendermi cura, e come e perché.

Avere troppa paura per leggere Cecità di Saramago, pur sapendo che mi piacerebbe molto. Sapere che non potrò mai leggere qualcosa scritta da Natalia Ginzburg e che io non conosca già. Dover leggere libri che mi annoiano già dalla copertina, ma che non posso esimermi dal prendere in mano, sperando di cavarmela in breve. Avere la certezza che non potrò mai leggere tutto quello che desidero, che sogno o che semplicemente mi incuriosisce.

Sentirmi sola.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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I like social network

Faccio parte della categoria di persone con una spiccata predilezione per i social network. Ho account molteplici su Facebook, Anobii, Zazie e via bellamente ticchettando. Chiaramente, ‘ci sono’ anche su Twitter; purtroppo, temo di non capire bene lo scopo e/o il senso del suo uso: mi annoia, non mi piace, mi sembra nevroticamente rapido e abbastanza dispersivo, mi basta distrarmi per pochi minuti, il tempo di una pipì, due coccole al semi-labrador, una sgranocchiata alla barretta risoecacaosenzagrassiaggiunti e sono già indietro di settanta post. Ci sono poche foto, non c’è grosso appiglio per pettegolezzi e malignità, le affermazioni, per la loro necessaria brevità, assumono la sgradevole forma di assiomi e di verità enunciate da un pulpito. Le persone che seguo/che mi seguono sembrano un gruppo di liceali che parlano in codice per non farsi capire dai non eletti, e si rimpallano complimenti e sghignazzate e #FF. Non mi piace, uff. Mi esalta ancor meno la presenza delle tendenze, quasi un promemoria per persone a corto di argomenti: guarda, oggi è l’anniversario della nascita di Marie Curie, potresti parlare di lei; anzi, a che ci sei clicca qui e ti do anche un po’ di informazioni su di lei, così non fai brutta figura. No, non ci siamo: se non so cosa comunicare al mondo preferisco stare zitta, non ho bisogno di suggerimenti per rompere il silenzio, eccheccavolo. 

Comunque, tra gli argomenti proditoriamente segnalati come cool, ho trovato un paio di giorni fa #puntoevirgola: un gruppo di intellettuali molto soddisfatti del proprio lavoro, taglio di capelli e punto di vista sul mondo che si comunicavano ovvietà come fossero arcani svelati. Bah. Ad ogni modo, visto che anche io sono abbastanza contenta del mio non-taglio di capelli, mi unisco alla conversazione aggiungendo solo un dettaglio: che la punteggiatura, quando chi scrive non è un nobel, dovrebbe essere almeno corretta. Se poi sei Saramago, beh, allora possiamo divertirci. Personalmente mi piacciono molto gli scrittori che usano la punteggiatura in maniera forzata, espressiva, piena di significato; il primo esempio che mi viene in mente, è ovvio, è proprio Saramago, che riesce a condurre dialoghi lunghi e complessi senza sfruttare le virgolette, perché, come ha dichiarato in un’intervista, se sai usare bene le virgole non c’è bisogno di altro. Come dargli torto?
Una cultrice dei punto e virgola, invece, è stata Natalia Ginzburg, che non ha esitato ad allinearli in serie: con effetti piacevolissimi, devo dire. Ha anche avuto l’abitudine di nascondere i nomi dietro le virgole, di inserirne a spezzare il ritmo delle frasi, come piccoli sospiri o prese di fiato tra una parola e l’altra. Mi dà una stretta al cuore, leggera e quasi impercettibile, ogni sua virgola: è uno dei motivi per cui rileggo periodicamente i suoi libri.

Trovare ricette che parlino di punteggiatura non è semplice. Ne aggiungo, quindi, una, ma solo perché mi piace e mi va di condividerla: era una minestra che mi faceva mia nonna, e anche se ancora adesso, a volte, la mangio, non è la stessa cosa. Fate friggere – sì, friggere! – una patata tagliata a cubetti di un centimetro di lato; lavate tagliate fate cuocere con poca acqua degli spinaci freschi, aggiungete le patate, del buon brodo vegetale e buttate lì la pasta: gli gnocchetti sardi sono l’ideale. È una squisitezza.

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Tutta colpa di Nigella Lawson

Nutro un’insana passione per i cuochi televisivi. Passo serate a scrutare la perizia con cui affettano millimetriche rondelle di cipollotto senza asportarsi le falangi, a vagliare l’appetibilità delle ricette che propongono – ché si sa, la cucina inglese o degli Stati Uniti non è identica alla nostra e le cappesante con uova di quaglia fritte non le assaggerei mai, anche se magari sono squisite –, a fare il conto del numero esatto di volte in cui Simone Rugliati urla Signora Maria! Mi piacciono la didascalica calma di Laura Ravaioli, la sicurezza a un passo dalla superbia di Maurizio Santin, la sbrigativa eccentricità di Jamie Oliver; soprattutto, mi piace molto Nigella Lawson. Illustra spesso ricette di dolci, semplici ma appetitosi, di solito a base di cioccolato: ricette che non copierei senza qualche modifica, perché lei è di Londra e può permetterselo ma, ad esempio, io non metterei mai cucchiaiate di essenza di vaniglia nelle mie torte. Sono molto pigra, e parlo un inglese degno delle peggiori caricature di italiani in vacanza: per questo ho accolto con gioia la decisione di una nota rete satellitare specializzata in cucina e che si chiama come un crostaceo comunista di doppiare i programmi condotti da Nigella, abbandonando i sottotitoli. E per questo ieri, dopo aver posizionato la pentola per la pasta sul fornello acceso, mi sono precipitata davanti alla tv, a tentare di scoprire come, in assenza di una planetaria, potessi riprodurre i suoi brownies al cioccolato. Mentre, ignara di tutto, appuntavo le dosi di farina e zucchero, in cucina si consumava la tragedia: rotolo di scottex e relativo portarotolo, bilancia non-molto-precisa e oggetti di contorno ardevano in silenzio. Allertata dall’odore  – non certo dal semi-labrador che continuava a dormire beatamente – ho spento il principio d’incendio con una provvidenziale bottiglia d’acqua, e fatto il conto dei danni: i miei nervi, il semi-labrador offeso di essere rimasto chiuso fuori dalla cucina e di aver perso lo spettacolo, poche decine di euro. Chiederò i danni all’agente della cuoca tv.
Per un po’ di tempo, penso sia saggio che io mi astenga dalla cucina, o almeno da sciocche attività come accendere il fornello ed andar via. Per oggi, quindi, un’insalata gustosa e invernale, tipicamente siciliana: arance e finocchi, a tocchetti o a sottili rondelle, accompagnate da una punta di cipollotto tritato. Ci andrebbe anche l’aringa, che a me non piace: al suo posto, una citronette con olio extravergine, poco limone e delle acciughe diliscate sarà perfetta.
Il fuoco è sempre stato il mio terrore assoluto: dal primo incontro con le fiamme che avvolgevano la lavatrice dei miei zii (‘zia, il fuoco!’ – avevo un paio d’anni) non ho mai accettato di buon grado di accostarmi a barbecue o camini accesi o a nient’altro di scoppiettante. E non leggo mai libri in cui ci siano scene d’incendi: motivo per cui dovrò perdermi Cecità di Saramago. Un incendio c’è, però, in Il buio oltre la siepe, libro che ho amato. E che non fa neanche molta paura.

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Se non altro, fino alla fine non ho camminato

Cosa è stato, per voi, il 2011? È stato un anno sereno o frenetico, rilassante o mesto, cupo o radioso? Da ricordare, da dimenticare, da confondere con altri? È stato l’anno della morte di Liz Taylor e Peter Falk o della falsa partenza di Bolt ai mondiali? Quello di ‘se non ora, quando?’ o dei quattro sì ai referendum? L’anno della caduta di B. o dell’ascesa conclamata di Djokovic? L’anno della crisi economica o quello dell’arresti di Mladic? Dei 150 anni dell’unità d’Italia o della squalifica di Dayron Robles a Daegu?
A me è piaciuto, il 2011. È stato un anno complesso e stancante e faticoso e frizzante, iniziato con una notizia bella e inaspettata, una di quelle che ti fanno pensare che forse qualcuno dei tuoi progetti un giorno si realizzerà, e che chi dice che in Italia si fa tutto solo grazie a raccomandazioni e favori, be’, rosica. È stato l’anno che mi ha permesso di mettermi alla prova, di imparare che, se ho uno scopo, alzarmi presto può anche non pesarmi; quello che mi ha fatto scoprire che cambiare ritmi e abitudini è un’impresa alla mia portata, e anche a quella del semi-labrador. È stato l’anno del mal di schiena che toglie il fiato, della paura e della stanchezza, ma anche delle soddisfazioni, dei riconoscimenti piccoli ma insperati e gustosi, l’anno di Praga e di Magda Szabò, di Saramago e Odifreddi, di Masterchef e di un portachiavi a forma di gufo che sta saldamente fissato alla mia borsa, per evitare che scappi via. L’anno degli incendi di spazzatura e della mia prima estate senza neanche un bagno a mare, dei 90 anni del simpatico ottuagenario e dei regali che, silenziosi e assordanti, hanno attraversato l’Italia per raggiungermi, carichi di sorrisi che non ho mai visto e abbracci che non ho mai toccato, o forse sì. L’anno del mio ultimo libro di De Carlo e anche di Safran Foer, uff. L’anno in cui ho scoperto con triste meraviglia che di Natalia Ginzburg ho già letto tutto, e che quel sentimento cinquanta per cento stupore cinquanta per cento ammirazione che i suoi libri mi regalavano a poco a poco finirà con lo scemare. È stato l’anno in cui ho deciso di fare a meno di tutte le persone che mi appesantivano le scarpe, e di tenere solo pochi amiciamoci (adesso ne conto tre, ecco) e tanti amici virtuali, che forse un giorno incontrerò, o forse no. L’anno in cui mi sono scocciata di parlare e spiegare e capire e accettare, di far finta di non comprendere, di avere pazienza, e ho deciso che non ho più tempo da perdere per chi usa parole forbite per celare pensieri violenti: basta, fanculo. È stato anche l’anno del concerto di Max Gazzè, della volta in cui sono scappata dal cinema perché avevo paura, del mio primo matrimonio di famiglia. È stato l’anno in cui ho temuto di non riuscire a cambiare, e mentre lo pensavo stavo già, lentamente, cambiando.
La ricetta di oggi è quella di un piatto a base di prosciutto che ho mangiato il giorno di Natale: coscia di maiale disossata e precotta (la vendono in macelleria) fatta bollire due ore, cosparsa di spezie e fatta arrostire in forno. A tre quarti di cottura, cospargetela di marmellata di lamponi. Va scaloppata e servita, calda e fragrante, con patate al forno e un sorriso speranzoso e titubante: o almeno, così me l’ha proposta mio cugino, e sono stata felice di mangiarla, perché era buona e perché lui lo meritava.
Un anno fa, annunciavo che il primo della lista dei miei buoni propositi sarebbe stato coltivare il dubbio: in fede, non l’ho dimenticato.
Con questo post, rivolgo a tutti i migliori auguri per un ottimo 2012: che realizzi i vostri desideri, tutti meno uno, che vi faccia continuare a sognare e sperare nel meglio.

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Attenzione: questo post contiene spoiler!

Come ho già detto una volta, non penso sia corretto parlare di un libro prima di averlo finito di leggere. D’altra parte, però, non penso neppure che sia onesto, da parte di chi scrive un romanzo, non avvertire i suoi lettori dei pericoli che corrono nell’approcciarlo; per questo motivo, sebbene mi manchi una sessantina abbondante di pagine per completare la lettura di Molto forte, incredibilmente vicino, ho deciso di arrogarmi il diritto di lagnarmi, scalciare, battere i piedi sul pavimento.

Una premessa, a questo punto, è doverosa: sono, per natura, estremamente portata alla paura. Mi sconvolgono molte cose che, ad altri, possono sembrare inoffensive: trailer di sciocchi telefilm per adolescenti, film dal contenuto grottesco, racconti di falò in spiaggia o di interventi chirurgici. Mi gettano nella prostrazione, nell’ordine, tutti i riferimenti a persone ferite da incendi, i resoconti di nefandezze o violenze, qualsiasi gesto aggressivo o prevaricante su cani, anziani, detenuti, persone non in condizione di potersi difendere. Per passare ad esempi pratici, potrei citare film pulp ed angoscianti come Le comiche, La maschera di ferro, Mamma, ho perso l’aereo, o il più recente La pelle che abito, che mi hanno strappato gridolini di ribrezzo e ore di sonno. Quanto ai libri, da un’edizione illustrata di Biancaneve e i sette nani in cui le perfide creaturine avevano espressioni diaboliche in poi i titoli che mi hanno spaventata ammontano a svariate decine.
Vista la situazione, ormai conscia dei miei limiti, non mi lancio mai a cuor leggero nella lettura di un romanzo; chiedo in giro, mi informo, pongo domande dettagliate (‘sei sicuro che non succeda niente, a quel cane? Non andrà mica a fuoco la cucina? Raccontami la fine, così so se lo posso comprare’). Mi fido anche del buon senso di recensori e editor, sperando che segnalino in bandella se c’è qualcosa di non adatto a bambini sotto i 36 mesi. Purtroppo, confidare in perfetti sconosciuti non è sempre una buona idea: sono troppi i libri che, spacciandosi per normali, sereni, rassicuranti romanzi, aspettano che io sia a metà, ormai immersa nella storia, gaudente e fiduciosa, per gettarmi addosso qualche dettaglio truculento, qualche descrizione raccapricciante, qualche sotto-trama inquietante: non è leale, ecco. Accetto e leggo, sebbene con molte riserve (tutte le luci accese, semi-labrador posteggiato sui piedi, torcia bottiglietta d’acqua barrette di cioccolato a portata di mano, ché per me la paura è una sorta di enorme onda di angoscia che diventa pervasiva e dominante e mi impedisce anche di alzarmi dal letto per recuperare cibarie), i libri che dimostrano dall’inizio le proprie nefande intenzioni: A sangue freddo, che ho amato in maniera viscerale, dichiara dall’inizio di non raccontare una storia d’amore; ho preso le mie contromisure, l’ho divorato, mi è piaciuto da morire. Quelli che odio, sono i libri che tendono agguati, che si spacciano per piacevoli compagni d’avventura: non ho degnato di uno sguardo per molti anni il mio amato Murakami quando, all’interno di L’uccello che girava le viti del mondo, ha inserito un’evitabilissima scena di torture. Così, sto detestando Jonathan Safran Foer: ma come diavolo gli viene in mente, in un libro sull’America post-undici settembre, di far saltare fuori una truculenta descrizione del bombardamento di Dresda? Eccheccavoloperò.

Questo post è dedicato a chi mi ha salvata da brutte esperienze libresche: da Cecità di Saramago (incendio) a Kafka sulla spiaggia di Murakami (violenza sui gatti) la lista dei libri che non leggerò si allunga.

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Del litigare, del tacere, del litigare e tacere su Facebook

Da ieri sera sono imbarcata in una sciocca discussione da social network, una di quelle in cui ti impunti e prendi a cornate con qualcuno che neanche conosci, di cui ignori età cultura idiosincrasie e passioni, qualcuno che fungerà da catalizzatore delle tue ansie, a cui scaricherai addosso rabbia e frustrazioni, che probabilmente ferirai in maniera mezzo inconsapevole mezzo intenzionale in una sorta di sadico fight club sul web in cui colpisci alla cieca sperando di convincere l’interlocutore a cederti l’onore delle armi feisbucchiane, l’ignominioso abbandono della bacheca-campo di battaglia che ti dà accesso al quadro successivo, quello in cui schiaccerai trionfalmente il tasto ‘segnala/blocca utente’. Idea inutile e quanto mai dannosa, quella del litigio tramite internet; lungi dall’arrivare a comprendersi, o anche solo a rispettare i reciproci punti di vista, è un’attività il cui unico risultato sembra sia quello di incattivire e far schiumare di rabbia entrambi i contendenti. Riportata alla ragione dall’intervento di un amico sensibile e delicato (Fra’, parlo proprio di te!), ho preferito tacere. Ma, mi sono chiesta, parlare, tentare di spiegarsi, provare ad ascoltare, fa sempre bene? Non si risparmierebbero tempo e fatica, decidendo in anticipo in quali discussioni impelagarsi? È sempre un momento di crescita cercare il confronto, e soprattutto, si può avere un dialogo costruttivo con chi non prova a mettersi in gioco? È sempre necessario entrare in attrito con gli altri, o sarebbe meglio lasciar correre? Spesso mi hanno accusata di voler discutere solo con chi è d’accordo con me. È davvero così, sono incapace di ascoltare una critica? O semplicemente esistono posizioni così lontane tra loro da non permettere una possibile mediazione? Abbandonato il campo dei social network, in cui è francamente facile imbattersi in interlocutori che hanno voglia solo di mettere in atto una provocazione priva di contenuto critico, siamo in grado di ragionare con gli altri? E soprattutto, ne vale sempre la pena? È più maturo cercare sempre di spiegarsi, motivare punti di vista e valutare distanze, o scegliere con chi affrontare argomenti spinosi, tematiche complesse, riflessioni di spessore, portando avanti con gli altri solo chiacchiere su tempo atmosferico, matrimoni vip e tv? Potrò mai entrare in relazione con chi ha valori totalmente diversi dai miei, con chi non ha rispetto, con chi disprezzo? Con chi chiama in causa a sproposito la morale, con chi ha pensieri violenti, parole offensive, atteggiamenti censori? Forse davvero non so discutere. Forse non mi dispiace per nulla.

Facebook, grazie al cielo, non è solo un’arena virtuale in cui discutere e urlare dietro lo schermo di un pc. È anche la versione moderna della piazza del paese, è un veicolo comodo ed efficace per conoscere persone che abbiano qualcosa in comune con noi. Mi sono state consigliate ricette, risotti e orzotti e zuppe di lenticchie, mi sono stati suggeriti libri, tra cui i romanzi di Diego De Silva che ho letto con piacere, ridacchiando sommessamente, e poi Saramago e Odifreddi, e altri, come Canetti e Böll, che chissà se leggerò. Facebook mi ha permesso anche di conoscere un pugno di persone affettuose e ironiche e intelligenti, che mi piacciono un bel po’. In cambio di qualche litigio, mi sembra che ne continui a valere la pena.

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Qual è la playlist della vostra vita?

Il semi-labrador ed io apparteniamo a pieno titolo alla categoria degli amanti della radio. Ascoltiamo i programmi e ridacchiamo alle battute dei presentatori e ciondoliamo la testa alle canzoni che non conosciamo, ci stupiamo di quanti personaggi che in televisione appaiono ottusi e insulsi e grondanti retorica in radio risultino piacevoli, simpatici, quasi-intelligenti. In questi giorni la nostra rete preferita dà molto spazio a una trasmissione il cui elemento centrale è mandare in onda una playlist (cinque canzoni, trenta minuti al massimo) composta da un ascoltatore, scelta tra decine di altre per la sua originalità e premiata con una maglietta e tre-quattro minuti di celebrità da autoradio. Mentre prestavo orecchio con aria scettico-invidiosa da pessima conoscitrice di musica (e chi sarebbero questi pink floyd, di grazia?!), mi chiedevo quale potesse essere la playlist della mia vita; una playlist di libri, intendo, cinque romanzi a comporre e delineare e descrivere la mia figura, quella che vorrei gli altri vedessero, quella che forse vedo solo io. Cinque libri, cinque motivazioni, cinque fasi, cinque sfaccettature. Cinque.
Il primo titolo non può che essere La casa degli spiriti, il mio primo libro da grande. Facevo la seconda media, avevo undici anni e una professoressa di lettere che, tentando di impedirmi di leggerlo, me lo fece amare ancor di più. Credo sia il libro che ho riletto più spesso. Il secondo nome, è ovvio, è quel Lessico famigliare di cui non smetto mai di parlare, il libro-tutto, l’idea platonica di libro, il libro per antonomasia. A seguire, Treno di panna di Andrea De Carlo, quello che, nel bene o nel male, credo sia il libro che ha influenzato di più il mio modo di scrivere, di parlare, di studiare un testo nuovo. In chiusura, due titoli che mi hanno piacevolmente colpita, stordita, sconvolta: Trilogia della città di K. e Il vangelo secondo Gesù Cristo, perché mi ricordano che niente è semplice e lineare e palese e privo di conseguenze. Niente è sicuro e ovvio e facile. Niente.

Alla radio, uno dei programmi in cui si inciampa più spesso è l’Ondaverde. Agostino Roi, il protagonista di Tornerai ogni mattina di Samuele Galassi, considera l’Ondaverde la sua personale ricetta per la serenità, la pace, una visione equilibrata del mondo. Stupito dalla scoperta che sua moglie, che lui uccide ogni giorno, la mattina dopo è di nuovo viva e in buona salute, tenta di sfruttare tutti i privilegi della situazione. Un romanzo cinico e ironico, gustoso e ben raccontato, surreale ma calato in uno stile iper-realtista ed estremamente attento ai dettagli che ricorda il De Carlo di Pura Vita e I veri nomi. Davvero da leggere.

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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