Cinquanta sfumature di amici.

Ci sono quelli che ci sono sempre: quelli che, negli ultimi vent’anni, hanno sempre fatto parte, con maggiore o minore assiduità, del tuo panorama personale. Quelli che ci tengono a ricordarti quando saranno liberi, che prenotano con settimane di anticipo il tuo tempo, che ci restano male se rispondi che no, mi dispiace ma sabato non posso.

Ci sono quelli che hanno attraversato un momento difficile: hanno lavorato come matti per mesi, atterriti da orrende prospettive che improvvisamente si sono mostrate per quello che erano, bieco terrorismo psicologico: e che tornano, dopo tutti quei mesi, e riannodano i fili di un discorso che non si era concluso.

Ci sono quelli che hanno interessi simili ai tuoi, e ci tengono a farti sentire un pezzo con la chitarra, a farti leggere un articolo, a mostrarti la foto di uno scrittore che blatera a una fiera del libro, a riascoltare insieme un vecchio disco.

Ci sono quelli che ti stanno accanto, con tenacia e dolcezza, nei momenti difficili: che poi, spesso, sono quelli che ti stanno accanto, con sincera gioia, nei momenti facili e belli.

Ci sono quelli lontani, che brontolano per l’assenza e promettono visite con canucci gialli al seguito: ma che, anche con una nazione in mezzo, riescono ad essere una presenza costante, anche solo con un messaggio di buona notte.

Ci sono quelli vicini, oberati dalle responsabilità e dagli impegni e dalle notti insonni e dai malanni stagionali, che trovano una nicchia di tempo per un messaggio, una pizza, una risata di cuore.

Ci sono quelli che ti ricordano il loro affetto in modi diversi: con un regalino inatteso, con un oggetto fatto con le loro mani, con una vecchia foto che ricorda un momento condiviso, con un nuovo libro da leggere o le date di un concerto a cui non mancare.

Ci sono quelli che vanno per mode: che scelgono di parlare di qualcosa per mesi, di costruire schemi mentali e organizzare tour de force e coinvolgere i conoscenti per portare a termine una missione, schiusa delle uova di tartaruga o presa della Bastiglia che sia, per poi dimenticare tutto nel giro di poche ore.

Ci sono quelli che non confliggono: quelli che sgusciano via, che fiutano segnali di crisi e preferiscono tenere per sé le considerazioni; quelli che non vogliono crescere insieme, ma scelgono di rimanere in una bolla atemporale e non-genuina, non-sana, non-piacevole.

Infine, ci sono quelli che non sono più amici: perché hanno preferito le proprie rigide convinzioni al dialogo, l’intransigenza alla capacità di ascoltare, il fanatismo al dubbio, l’atteggiamento tetragono di un Achille offeso all’elastica curiosità di un Odisseo in cerca di mondi nuovi. Sono quelli che non distinguono la mancanza di rispetto dalle opinioni diverse e la fedeltà ai propri principii dal rigore medievale: sono quelli con cui ogni ulteriore parola è, probabilmente, sprecata.

Sono in una nuova fase di stallo nella lettura: dopo Benedizione ho pensato di continuare la serie di Kent Haruf e dedicarmi a Canto della pianura: che mi sta sembrando lento, troppo affollato di personaggi, poco coeso e con uno stile molto meno personale del precedente.

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Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Tre anni d’amore.

Oggi è il compleanno di canenando: e Facebook mi ricorda che quattro anni fa, in questo periodo, Miró stava molto male, non mangiava e respirava con difficoltà e io speravo ancora che riuscisse a star meglio, che le medicine potessero invertire il corso della malattia e ridarmi il mio cagnone serio e ostinato e signorile. Poi Miró non ce l’ha fatta, e io ho pensato che mai più avrei voluto cani: mai più avrei ritrovato quel misto di rispetto e cameratismo che si instaura con un quadrupede domestico, mai più avrei stabilito quel rapporto di confidenza e fiducia che si prova nei confronti di un essere che ha zanne lughe due centimetri ma che si farebbe uccidere piuttosto che piantartele in un braccio.

Un anno dopo la morte di Miró ho deciso di lasciare la casa dei miei genitori: e loro mi hanno immediatamente sostituita con canenando.

L’ho scelto io, canenando: ho scrutato per mesi le foto di una pagina social dedicata all’adozione di canucci dal passato difficile, ho studiato misure e abitudini ed età e comportamenti; ho cercato bestiole nere e ho finito per scegliere questo buffo canetto giallo che non assomiglia a nessuna razza in particolare, ma che è l’idea platonica di cane. È color cane, misura cane, a forma di cane, ed è stato trovato, smarrito e terrorizzato, in autostrada, improvvidamente abbandonato da qualcuno che andava in vacanza. Mi hanno colpita i suoi occhioni, neri e fondi e intensi, e le sue orecchie fuori misura, che lo rendevano goffetto e tenero. Era, quando è arrivato, un cane diffidente e chiuso, solitario e un po’ musone. Quasi tre anni dopo, è un cucciolone alla continua ricerca di coccole; salta in braccio a chiunque gli fischi per la strada, dorme ai piedi del letto dei miei genitori, predilige i baci sul naso. Per farlo felice basta grattargli un poco il pancino e permettergli di leccare collo e orecchie di chiunque varchi la soglia di casa. Ha un fondo di insicurezza che si intravede quotidianamente, nei suoi ringhi furiosi alla signora della casa di fronte e nel suo tentativo di difendere la padrona quando, durante una sosta in auto, mia madre parla con qualcuno al di là del finestrino e canenando cerca di atterrirlo mostrandogli i denti. In lui convivono la gioiosa spensieratezza del cane di casa e l’atavica paura della bestiola che, a pochi mesi di vita, vagava sperduta per le strade di un paese ostile.

Ha saputo conquistare il cuore di tutti, canenando: anche il mio, benché credessi che non sarebbe mai successo. Lo ha fatto con calma e pazienza, con dolcezza e spirito di adattamento. E io sono felice, lo ammetto, di averlo scelto.

Buon compleanno, canenando!

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Consuetudini.

Sono una persona tendenzialmente pigra: lo sono fisicamente, e il mio aspetto lo rivela già alla prima occhiata, con la stessa dovizia di dettagli di una portinaia che ha saputo della tresca del ragioniere del terzo piano, e lo sono ancor di più mentalmente. Sono solita fare economia di sforzi: non salgo le scale a piedi, ascolto gli audiolibri e tendo a non deviare molto dalle consuetudini. Sono, anzi, innamorata delle consuetudini: non solo per il mio temperamento ansioso ma soprattutto, appunto, perché mi permettono di inserire con frequenza il pilota automatico.

Per anni abbiamo passato la sera nello stesso locale: ed era un posto che mi piaceva, avevo un tavolo preferito e bevevo sempre la stessa bottiglietta di limonata. Mi rassicurava pensare che, ogni venerdì e sabato, che ci fosse vento o grandinasse, non avrei dovuto prendere una decisione in più. Da sei anni vado al lavoro percorrendo sempre la stessa strada: che è, probabilmente, la più rapida e meno trafficata, ma la prendo ogni mattina soprattutto perché ormai la seguo a occhi chiusi. Quando abbiamo cambiato ufficio, all’inizio, posteggiavo in una grande piazza alberata; dopo una manciata di mesi, quel tratto della piazza in cui lasciavo la macchina è stato insensatamente chiuso al traffico. Cambiando parcheggio, ho smesso di fare a piedi la stretta e ripida stradina dei primi mesi: e adesso non ci passo più, mai, e se qualche volta mi capita di trovarmi lì sono stranita e stupita, mi sembra di non riconoscerla più. Sono così, ecco, anche con le amicizie: e infatti, quando una persona a cui voglio bene si trasferisce, soffro terribilmente; mi sembra ogni momento che avremmo potuto vederci, che magari avremmo preso un panino insieme, o visto un film o fatto una partita a Scarabeo, e anche se magari è successo poche volte di vederci di martedì, ecco che io di martedì sento addosso tutti i chilometri che ci dividono e mi sento triste. Riesco però, di solito, a crearmi delle consuetudini anche così. Fino a qualche anno fa, avevo un’amica che viveva lontano; non troppo lontano, in reatà: abbastanza vicino da potersi vedere un fine settimana ogni due. Era, per me, una consuetudine sufficiente: e sapevo che un fine settimana ogni due avrei detto alle colleghe che non potevo dare la mia disponibilità per il sabato sera alla fiera di Natale, per esempio, perché ecco, Arriva la mia amica da Catania. Adesso quall’amica viene qui molto meno, e io cerco modi per stabilire nuove consuetudini: e forse l’unica soluzione sarebbe creare un calendario condiviso, in cui inserire le date in cui tutte le amiche che stanno fuori vengono in città, in modo che io possa pensare che tra qualche settimana ci vedremo ed essere meno triste.

La mia consuetudine del mattino è, ora, quella di spegnere la radio ed ascoltare il podcast di un audiolibro; dopo aver finito per l’ennesima volta di ascoltare Lessico famigliare, e dopo essermi commossa scioccamente sempre negli stessi punti, adesso mi tiene compagnia in auto Elio De Capitani che legge Il sistema periodico di Primo Levi: che è uno dei libri che ho più amato nella mia vita.

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Un pupetto per amico.

Pupetto, lo dice il nome stesso, è un bimbopiccolo: un soldo di cacio di un anno e poco più, figlio della Fra’ e di Fra’, che non sono la stessa persona ma due persone diverse col nome uguale. Pupetto, io non lo vedevo da un bel po’: da quando, alcuni mesi fa, lui e i due Fra’ erano tornati per qualche giorno a Palermo dal loro tedioso esilio nelle fredde terre del nord. Era, quella volta, scosso e confuso: un cucciolo di meno di un anno che aveva cambiato scenario di riferimento troppe volte nei suoi pochi mesi di vita. Era lacrimoso e poco incline al gioco: e la mia scarsa dimestichezza con i cuccioli bipedi non lo aveva aiutato a sentirsi più a suo agio. Lo avevo visto, ancor prima, a settembre, quando a Palermo c’era ancora molto caldo e lui indossava tutine sbracciate: si era svegliato di soprassalto in una casa che non conosceva – casa nostra – e non aveva affatto amato il pinguino fermaporte che gli avevo mostrato per indurlo a un sorriso.

Adesso, Pupetto è di nuovo un fanciullo del sud: e, forte dei suoi quattordici mesi di vita, è un ragazzino simpatico e brillante. Ha una serie di indubbi pregi: primo tra tutti, è un bambino incline alla gioia. Non urla, non lancia giocattoli a scopo offensivo, non piange per interi quarti d’ora, non è rinchiuso in un ostinato egocentrismo come la maggior parte dei mocciosi di quell’età; gli sono bastati pochi minuti per riprendere confidenza: è passato da lanciami-quella-pallina a lasciare che gli porgessi un biscotto – che si è guardato ben dal mangiare, contribuendo anche lui alla permanenza del mio strato di adipe. Abile suonatore di tastierine elettroniche, ballerino degno di un posto alla Scala, mi ha rincorsa correndo gattoni, ha dimostrato interesse per il mio orologio, ha cercato di guardare le foto di canenando sul telefonino. Quando gli ho chiesto il permesso per mordergli una guanciotta, ha scosso subito la testa con una punta di terrore negli occhietti luminosi. E poi ha fatto una cosa che non credevo che un nanetto come lui fosse in grado di concepire: mi ha fatto una carezza su una guancia; è stato un gesto, sicuramente mutuato dalla tenerezza della Fra’ per lui, che ho trovato struggente e buffo allo stesso tempo. È, pupetto, un bambino straordinariamente interattivo: e io, che mi intendo più di astrofisica che di bambini, non sapevo che a quest’età lo fossero: e sono rimasta molto stupita nel constatare che frasi come “Pupetto, vieni!” hanno un reale riscontro nello spazio – Pupetto, davvero, viene verso di te quando lo chiami. È anche, Pupetto, estremamente carino: e, bisogna dirlo, estremamente somigliante alla Fra’: quasi un piccolo Fra’, morbidoso e spupazzabile.

I Fra’ sono tornati da poco in Sicilia, e io ne sono stata molto contenta: e non solo per loro, che sono simpatici e divertenti e, ma soprattutto per Pupetto, che potrò sbirciare mentre cresce e diventa sempre più sereno, fiducioso e sicuro di sé.

In questi giorni di intenso lavoro, mangio spesso in ufficio: e riuscire a imbastire un pasto decente e non troppo calorico che possa essere portato da casa senza rischio di rovesciamento di condimenti non è semplicissimo; accantonata l’idea di orzo e cavoletti di bruxelles, la prossima volta tenterò l’accoppiata tra frittata di zucchine al forno e fettine di provola affumicata; aggiungendo un bocconcino di pane di rimacinato senza sesamo dovrebbe andar bene.

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Mi stupisce.

Quanto rapidamente arrivi, ogni anno, la primavera: solo un quarto d’ora fa era gennaio e tra una ventina di minuti sarà giugno, poi ci vorranno due o tre anni per liquidare luglio e agosto e improvvisamente verranno accese le lucine di Natale, e sembrerà strano solo a me.

Il colore rossoazzurrovioletto di certi tramonti sul mare che piano piano impallidisce e diventa grigio e poi bianco e poi a un tratto nero, così, come se nulla fosse.

L’odore dolce e rotondo dell’aria di marzo, giallo e asciutto come grano già falciato.

La coincidenza, a volte, tra i miei desideri e la realtà: l’attimo in cui penso Vorrei che andasse così e oplà, va davvero in quel modo.

Quando qualcuno si ricorda di qualcosa che ho detto o fatto o che devo dire o fare e mi manda un messaggio per chiedermi come è andata o come andrà, e tra le righe lascia che io legga Mi importa di te, quello che dici per me vale qualcosa, e io non me lo aspetto e poi sono molto contenta.

Come le parole di un libro che amo possano continuare a risuonarmi nelle orecchie e dietro le tempie e tra i ventricoli anche all’ennesimo ascolto: e come la voglia di andare avanti possa trattenermi per molti minuti in macchina, davanti al portone dell’ufficio, senza che mi importi di stare facendo tardi.

Ogni volta che una certa persona sorride – e lo fa molto spesso, molte volte al minuto – e il mio cuore ha un tu-tùm perché riconosco, tra gli angoli della bocca e le pieghette degli occhi, il motivo per cui mi sono lasciata scegliere.

Lo sguardo di assoluta adorazione che un cane può rivolgere al padrone, due o tre volte nella vita: quell’espressione seria e sicura di amore puro, di puro accoglimento della sua volontà, che nelle persone non ho mai visto.

Il piacere fisico che si prova scrivendo a mano con una penna che scorre bene: e il fatto, a trentaepiù anni, di aver iniziato a utilizzare la penna blu, dopo averla boicottata fino a ieri.

Il profumo intenso di cacao del biscotto che mangio a metà mattina: e il risolino di giocoso sfottimento con cui la collega che li custodisce nel cassetto mi chiede se ne voglio uno o se continuo a fingermi a dieta.

Ricordare con chiarezza il rumore scricchiolante dei miei passi sulla ghiaia, anche se non ci cammino su da molti mesi.

La capacità di cambiare umore di canenando, la rapidità nel trasformare un muso disperato da cane derelitto in un’espressione di pura gioia nel giro di un batter di coda.

La quantità di volte in cui persone che non conoscevo o che conoscevo poco mi hanno parlato di cose che non volevo sapere – malattie imbarazzanti, caratteristiche organolettiche di genitali terzi, abluzioni mattutine – confidando nella mia dubbia capacità di mantenere il segreto.

Chi si impegna per un progetto, per quanto strano o complicato o di nicchia sia, soltanto perché gli piace.

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Di papà ce n’è uno solo.

Sono una persona banale, mainstream, terra terra: sono rimasta con gioia nella mia città natale, con buona pace di tutti quelli che pensano che sia una scelta rinunciataria e da perdenti, non disdegno panini con hamburger e patatine del fast food per una cena veloce, ho letto tutte le sfumature di grigio presenti in commercio e visto tutti i film con vampiri algidi e lupi mannari nerboruti che si trovino in streaming; mi piace ricevere mimose l’otto marzo, andare a cena fuori per l’anniversario, festeggiare con malcelato entusiasmo San Valentino, la festa della mamma e tutte le altre ricorrenze che fanno storcere il naso alle persone colte e radical chic che mi circondano. Ad esempio, domani sarà la festa del papà, e io, nella mia ovvietà, ho comprato un regalino per mio padre: perché, appunto, sono una persona assolutamente ordinaria, e perché mio padre, che ordinario non è, semplicemente se lo merita.

Per parafrasare il titolo del romanzo di un’autrice a me cara, dove potreste mai trovare un altro padre come il mio? Vi auguro di averne accanto uno anche voi. Vi auguro che sia, appunto, come il mio: comprensivo, facile alla risata, timido con gli sconosciuti e aperto e sincero con le persone vicine. Forte e rassicurante, sicuro di sé, sereno: un perfetto cane alpha della paternità. È, mio padre, la persona più impermeabile all’ansia che io conosca: ha dormito pacificamente il giorno prima di impegni insormontabili, di viaggi rocamboleschi, di interventi rischiosi, per poi cedere alla preoccupazione per motivi sciocchi: sarà il caso di comprare quella macchina fotografica che mi piace, anche se è piuttosto costosa? [comunque sì, era proprio il caso].

Ha un’enorme barba bianca, mio padre: più lunga della sua la aveva solo Ife che, forse per l’omologia di aspetto, riponeva in mio padre una cieca fiducia; ha chiesto di incontrarlo più volte, per parlargli di problemi di salute propri e del mondo, per chiedergli aiuto per Mosca, per mostrargli la vastità della piazza dalla coperta arancione e come stava bene, Ife, con il suo giaccone blu. Era presente, mio padre, il giorno terribile in cui Ife è morto: e anche in molti altri giorni terribili, ma soprattutto in giorni stupendi, e ancor di più in giorni straordinariamente normali: quando ho imparato ad andare in bicicletta senza rotelle, quando ho preso 10 nella versione di latino, quando sono stata tamponata e l’investitore è scappato, quando ho preparato la crostata con crema e marmellata e per la prima volta non si è attaccata allo stampo. È presente, in maniera costante e poco appariscente, ogni giorno, accanto a chi soffre: lo ha fatto per decenni con i suoi pazienti, continua a farlo con parenti, amici e mariti di colleghe e conoscenti e vicini di casa, quando stanno male o hanno bisogno di un consiglio.

Ama il buon cibo, mio padre: ma ha sempre trangugiato con gioia qualsiasi cosa gli abbia preparato, per ardita e scotta che fosse. Ama il cinema, i gialli, la fotografia, i cani, la montagna, le passeggiate, portare il cane Nando al parco; ama anche i bambini, ma riesce a non farmi pesare la mancata prospettiva di un nipote. Odia, nell’ordine, i fascisti, i prepotenti, i violenti, le verdure, le cene che finiscono senza un dolcetto, i libri che sembrano gialli e poi non lo sono. È sempre stato, per me, un impareggiabile esempio di tolleranza, apertura mentale, capacità di ascolto. È anche un appassionato di turpiloquio e coltiva la suggestiva abitudine di prendere in giro i bambini molto piccoli inventando storie sconclusionate da spacciare per vere. Ha ancora un eskimo, nell’armadio, retaggio degli anni della contestazione giovanile, e idee non meno estreme e rivoluzionarie di quelle.

Probabilmente non leggerà mai questo post: ma se lo facesse arrossirebbe e non direbbe nulla. E io aggiungerei soltanto una parola: auguri.

(Anche) di rapporti tra genitori e figli parla il bellissimo Le nostre anime di notte di Kent Haruf, che ho finito da poco: e che, davvero merita.

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Et quo coniuges fiunt una caro.

Ieri i miei genitori hanno festeggiato 35 anni di matrimonio; avrebbero dovuto essere a Lisbona, per l’anniversario: ma motivi di salute lo hanno impedito, e si sono accontentati di una passeggiata in riva al mare con cane al seguito, di una cena al ristorante e di una pianta gentilmente omaggiata dalla nostra parente più formalista. Non si sono lagnati troppo, del cambio di programma: ché ad abbozzare ci sono abituati, e hanno entrambi una natura lieta e accollativa, poco portata al piagnisteo e all’autocompatimento.

Quando ero bambina, i miei genitori litigavano moltissimo: scoppiavano zuffe furibonde senza alcun preavviso, con urla e minacce di andar via, fare i bagagli e saltare in auto e sparire dalla circolazione; due o tre volte la settimana promettevano, a turno, di cambiare indirizzo, trasferirsi nel box insieme alla Panda, tornare dai nonni: e io mi spaventavo a dismisura, telefonavo alle nonne in cerca di conforto, mi vedevo già nella versione figlia-di-divorziati: con uno zainetto al seguito, rimpallata tra due case che non conoscevo, mesta e lacrimante come una madonnina di periferia. Adesso, litigano ancora: con strilli immotivati e musi e lancio di tovaglioli in aria; ma io ho imparato a non farci caso: perché dopo un quarto d’ora sono di nuovo sul divano a guardare la tv e ciacolare e ridacchiare, e della baruffa di poco prima non conservano memoria: anzi, se mando loro un messaggio per chiedere se stanno ancora litigando, rispondono stupiti e un po’ perplessi dicendo che no, ma che dico, non hanno proprio litigato mai, almeno oggi.

I miei genitori, insieme, fanno un effetto bizzarro: mio padre è barbuto come un babbonatale fuori stagione, panciuto e con l’aria burbera; mia madre è filiforme, col viso ricoperto di lentiggini e l’espressione di una pippicalzelunghe coi capelli neri. Mia madre riesce a pronunciare settantatrè parole al minuto, mio padre settantatrè in tutta la giornata: ma, dato che nella vita c’è compenso, riescono lo stesso a condurre mirabolanti ed equilibrate conversazioni.

Condividono lo stile di vita: e la morale, e l’appartenenza politica, e i (discutibili) gusti musicali; trovano noiosi gli stessi film – che sono, poi, quasi tutti quelli che vedono. Non sopportano, nell’ordine, i fascisti, gli arroganti, chi evade le tasse, Cicchitto, la gente che non si vaccina, chi non sa prendersi cura del proprio cane e lo lascia ad abbaiare in balcone tutto il giorno. Amano, invece, i cani, i gatti (ma un po’ meno), la musica sinfonica, le tagliatelle ai funghi, i libri sudamericani – anche se la querelle sulla superiorità di Amado o di Márquez rimane aperta – e quelli giapponesi, la gente che non fa pettegolezzi, le perifrasi italiane che celano inaudite volgarità, prendere in giro i bambini piccoli.

Sono ancora in grado, dopo tutti questi anni, di preoccuparsi l’uno per l’altra, di accudirsi e coccolarsi, di emozionarsi e soffrire e gioire insieme; di passare interi pomeriggi per comprare un regalo di compleanno, di andare a farsi gli autoscatti al tramonto col cane che fa capolino dietro le loro teste: in una parola, di essere felici insieme. Che poi, per me, è l’unica vera ragione che giustifichi un rapporto: la capacità di essere felici guardando nella stessa direzione. Auguri a loro (e un po’ anche a me, vittima dei loro strali e del loro sadico senso dell’umorismo).

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Tradizioni.

Sono una persona pigra e golosa: lo scellerato mix di indolenza e ingordigia è responsabile del mio fisico da omino michelin, del poco entusiasmo con cui accetto inviti in spiaggia o a bordo piscina e della scarsa propensione a tacchi alti, vestitini corti, abbigliamento femminile; l’infausta combinazione fa anche in modo che, nel mio personale empireo, sieda chi cucina per me: la mia bella che mi fa trovare i goduriosi fagottini di sfoglia per cena, amicastorica che mi manda, con una settimana di anticipo, le foto di panini e formaggio cheddar per una deliziosa cenetta a base di hamburger, i miei genitori che preparano la lasagna di carnevale, avendo cura di cucinarne due porzioni in più che te le surgeli e un giorno che sei stanca le trovi già pronte.

La lasagna di carnevale è un piatto napoletano, uno di quelli che appartengono da sempre alla storia della mia famiglia: uno di quelli che non so cucinare perché le nonne, ormai avanti negli anni, avevano smesso di prepararli quando ero ancora preadolescente, ripiegando su piatti-da-domenica meno elaborati e appariscenti ma comunque gustosi – pastealsugo, pizzediscarola, spiedini e lacerti e crostate alla marmellata. Nella lasagna di carnevale – nella versione che si fa a casa mia, dato che, come tutti i piatti della tradizione, è soggetta a numerose e bislacche varianti – si mettono ricotta di pecora, scamorza affumicata, ragù di salsiccia e polpettine fritte. E la pasta, ovviamente: che i miei genitori hanno tirato a mattarello, ché con quella secca non viene nello stesso modo. Si cuoce il ragù, quindi: e si sgrana la salsiccia, in modo che si senta ma non sia preponderante, con il suo aroma di finocchio ingranato; intanto, si confezionano con la carne tritata delle polpettine piccole come olive, si friggono e si tengono da parte. Si tira la pasta, si fa scottare in acqua bollente e si inizia a conzare il ruoto: ragù, pasta, ricotta, polpettine, scamorza, ragù e via dicendo; si finisce con ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Infine, per il senso di colpa, si eseguono svariate serie di addominali e si pedala sulla cyclette per molte ore: ma ne è valsa la pena, ammettiamolo.

Mentre mi lagnavo per le letture fiacche di questo periodo, mi sono imbattuta in due libri molto belli: L’arminuta, che stavo leggendo già sabato scorso, di una superba Donatella Di Pietrantonio, padrona del suo stile e perfettamente a suo agio nel triplo carpio tra dialetto e italiano, e Le nostre anime di notte di Kent Haruf, autore molto pompato (a ragione) in queste ultime settimane; un romanzo pulito, schietto, nitido, che racconta una storia di affetto che ha dell’universale. Bello, bello, bello.

Ah, dimenticavo: chi mette le uova sode nelle lasagne, nella mia particolare scala di valori, è solo un gradino più in alto di chi mette il parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

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Ho visto anche degli zingari felici.

In questi giorni, un disgustoso video sta rimbalzando in rete; due donne rom, sorprese a rubare rifiuti fuori da un supermercato, sono braccate e rinchiuse in una gabbia metallica da alcuni solerti lavoranti del negozio. Mentre gridano terrorizzate, sono derise e sbeffeggiate dai giovinastri che, fieri delle loro gesta, si filmano compiaciuti. Nell’ordinario squallore della vicenda, molti si sono detti sconvolti, oltre che dal comportamento osceno e chiaramente illegale degli sceriffi-fai-da-te, dai commenti inneggianti alla violenza di una pletora di leoni da tastiera che, indignati dell’affronto subito – come si permettono queste donne straniere di rubare in un supermercato italiano? – invocano per le due malcapitate, nell’ordine, lo stupro, il rogo, la morte violenta, il lavaggio con liquidi fisiologici fino alla restituzione di un colorito ariano, il respingimento rapido e indiscusso “a casa loro”, quale che sia. Ecco, a me questi comportamenti non fanno impressione, non li noto neanche più: sono la propaggine malsana di un branco di individui che vedo così distanti da me, così lontani e alieni, da non poter essere annoverati neanche nel genere umano. Sono quegli stessi che disprezzano e vituperano Bebe Vio, che scrivono oscenità ai danni della Boldrini, che utilizzano la propria rozza fantasia augurando a Selvaggia Lucarelli di essere violentata da un bonobo. Neanche il fatto che, in questo purulento ammasso di voci, si distingua quella del segretario di un partito politico, per me, fa notizia: è poco più del latrato di un cane alla catena. Mi danno più da pensare, invece, i commenti di persone come me, persone che potrei incontrare sulla mia strada: persone che, con toni civili, affermano che no, non è stato giusto rinchiudere delle donne in una gabbia per sentirne le urla di terrore, però: però stavano delinquendo, però gli zingari rubano, però, quindi, ecco, un po’ se la sono cercata. Però. È quel “però” che mi spaventa: quello di decine di persone che credono che la persona rom sia costituzionalmente portata a rubare, così come credono che la donna transessuale sia costituzionalmente portata a prostituirsi. Quelli che non vedono le circostanze, che non notano che una persona rom non ha accesso al mondo del lavoro come un italiano, che non notano il pregiudizio che ammanta, da sempre, i gruppi nomadi che hanno percorso, negli anni, l’Europa. Quelli che non si sentono di giustificare il turpe gesto di terrorizzare due donne dell’età delle loro madri, ma che pensano che avrebbero potuto, comunque, restarsene “a casa propria”, nei propri campi-ghetto, magari circondati da un muro, fuori dallo sguardo della gente perbene. Quelli che pensano che i rom siano ricchissimi e blaterano di auto di lusso e antenne paraboliche: quelli che stringono più forte la tracolla della borsa, quando un accattono rom passo loro accanto, perché sono già convinti che verranno scippati. Mi fanno paura loro: perché non vorrei, un giorno, diventare così.

Sto attraversando il periodo della mia vita più povero di letture: nessun libro mi intriga, nessuno mi soddisfa; per fortuna ho incontrato sulla mia strada L’arminuta di Donatella di Pietrantonio, ed è stata una boccata di aria fresca: molto bella la trama, molto interessante la riflessione sul sentirsi altro rispetto a chi ci circonda, molto intenso il misto di dialetto abruzzese e italiano. Un bel romanzo, come non ne leggevo da (troppo) tempo.

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