Meravigliosa Madrid.

A Madrid ci ero stata vent’anni fa, più o meno. Ricordavo soltanto strade ampie e bei palazzi, e poi una giornata intera, da sola, al Prado, e tortilla a tutte le ore e patate fritte, e un ascensore di cristallo e Guernica. Per questo, quando si è trattato di decidere dove passare le vacanze, ho proposto a Ste un viaggetto a Madrid. Ci sarà molto caldo, ci hanno detto tutti: C’è molto caldo anche a Palermo, abbiamo risposto, e siamo partite, armate di una Lonely Planet pocket a cui qualcuno aveva sottratto la cartina topografica, molte canottiere rivelatesi poi inutili e due paia di sandali scomodi a testa.

Non c’era affatto troppo caldo, a Madrid: abbiamo trovato, invece, fresco e vento e cielo azzurro. C’erano moltissime persone, invece: strade piene, marciapiedi zeppi, fila di ore al 100 Montaditos, tavolini all’esterno dei pub occupati ininterrottamente. Ma siamo state benissimo lo stesso: anche se abbiamo mangiato sempre al chiuso, o sulle panchine del Parque del Retiro, o su gradini e fazzoletti di prato e scalinate di chiese. Ci siamo cibate di ottime insalate e frittate e pesce fritto e hamburger e panini e riso nero con le seppie. Abbiamo mangiato dolci goduriosi a colazione, e Ste ha bevuto molti boccali di birra Cruzcampo a un euro e mezzo l’uno.

Abbiamo camminato moltissimo, siamo state al Prado e al Museo Reina Sofía e abbiamo percorso chilometri di strade, più o meno centrali, più o meno strette, più o meno punteggiate di negozi. Ci siamo riempite gli occhi e il cuore di migliaia di bandiere arcobaleno che garrivano dai balconi, e siamo rimaste piacevolmente colpite dalla grande quantità di uomini che si tengono per mano in pubblico e si baciano appassionatamente davanti ai portoni.

Madrid mi è sembrata molto più bella e imponente e allegra e fremente e pulita e gioiosa di come la ricordassi: una città in cui deve essere bello vivere, in cui la metropolitana passa ogni sei minuti fino alle due di notte ma non c’è nessuno come a Londra che corre, ti spintona e ti intima di stare a destra. Dove la gente è tranquilla e sorridente e i negozi aprono alle dieci, ma dove alle undici di sera il supermercato è ancora in piena efficienza. Dove l’orario per la colazione in albergo è dalle 9 alle 13, e alle otto e mezza del mattino la Puerta del Sol è praticamente deserta.

Una città in cui le indicazioni spesso sono poco chiare – l’aeroporto è pieno di gente che si aggira sconsolata cercando di capire dove recuperare i bagagli – ma le persone si sforzano di darti spiegazioni su quale treno prendere, a quale stazione scendere, come tenere la borsa per non incorrere in scippi. In cui un’anziana non esita a chiedere aiuto se non riesce ad attraversare una strada: e mi ringrazia per averle dato il braccio, ma mi guarda stranita e mi domanda se davvero la capisco, o se faccio soltanto inconsapevolmente di sì con la testa. In cui tutti i negozianti, anche i venditori ambulanti del Rastro, comprendono e parlano perfettamente inglese, e non esitano a cambiare immediatamente lingua se ti vedono in difficoltà.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid: le facciate dei palazzi e l’accessibilità per i disabili, la birra fresca a tutte le ore e i supermercati zeppi di tramezzini e insalate, Chueca e Malasaña e Lavapies e La Latina ma soprattutto Huertas, le librerie con Mafalda in vetrina, i quadri di Miró e le panchine a ogni angolo di strada, l’attenzione quieta e non isterica nei confronti dei senzatetto, il senso di sicurezza provato nel passeggiare di notte per strade sconosciute tenendo Ste per mano, le terrazze zeppe di piante, le absidi della Cattedrale, la luce fino a tardi.

Ci è piaciuto tutto, di Madrid. Ci tornerei domani.

[In viaggio ho letto La concessione del telefono, uno dei pochissimi romanzi di Camilleri che avevo messo da parte molti anni fa. L’ho trovato delizioso, divertente e insolito, una delle migliori letture degli ultimi mesi].

Read More

Estate.

Il caldo.

Il senso d’oppressione delle giornate di afa, quando l’aria è bollente e immobile fin dal mattino.

Il vago mal di testa delle notti di scirocco.

Il sollievo dei rari momenti in cui il vento gira a maestrale, Apriamo le finestre che finalmente si respira, anzi no, chiudi subito che sbatte tutto.

I sandali.

Le pietrine che entrano ogni pochi passi nei sandali.

Le canottiere scollate, le gonne jeans, i pantaloni di tela leggeri, comodi e freschi ma senza tasche, i pareo con la stampa a fiori di ibiscus.

Il telefono sempre in mano perché non ci sono tasche in cui conservarlo.

Andare a mare.

Non aver voglia di andare a mare, il vento, la sabbia, il costume che mi sta male.

Andare a mare lo stesso, che poi alla fine mi fa sempre piacere.

Sudare molto, anche non facendo nulla.

La doccia prima di andare a dormire.

Dormire male per il caldo.

Alzarsi presto la mattina per il caldo.

Mohamed che si lamenta del sole, dell’afa, della mancanza di acqua fresca, ma poi vuole il solito caffè bollent.

Le strade vuote.

Trovare facilmente parcheggio sotto casa.

I negozi chiusi per ferie.

Non vedere l’ora di andare in ferie.

Le persone in ferie da molte settimane che si stupiscono del fatto che io non sia ancora andata in ferie.

L’ultima stagione di Orange is the new black.

Stefanuccio col casco da bici e il costumino a stampa militare.

Innaffiare le piante ogni mattina e trovarle comunque sciupate e tristanzuole.

Moltissimi libri da leggere, e l’illusione di riuscire a leggerli tutti in tre settimane.

La vaschetta di gelato bigusto in congelatore; riempire un bicchiere di gelato e spezzettargli sopra un biscotto e mangiare il tutto sul divano davanti al ventilatore.

Scottarsi le spalle attraversando piazza Magione a piedi.

Le cicale.

Le zanzare.

Lo zampirone.

L’autan prima di andare a dormire.

Le punture di zanzara nonostante l’autan, lo zampirone, la pianta di citronella, le zanzariere.

I gabbiani che stridono e volano radenti al nostro balcone.

Le pomelie in fiore, e anche gli oleandri e i gelsomini.

Gli occhiali da sole.

I bambini al parchetto, lo scivolo, le altalene, le ninfee nella fontana.

Sentirmi dire da chiunque che sono troppo pallida.

Stare con le finestre spalancate per il caldo e non sentire la televisione.

Mangiare frutta e yogurt per cena.

L’estathè molto freddo.

La granita di limone, la granita di caffè con panna. La granita di fragole che non mangio da moltissimi anni.

La pizza, sempre e comunque.

[Finalmente sono iniziate le ferie].

Read More

Cose che hanno stancato (sui social) | versione estesa.

Per lavoro e per diletto, trascorro moltissime ore ogni giorno sui social network: e, dato che sono logorroica e non so fare foto non-sfocate e sono tendenzialmente abitudinaria e old style, il mio terreno di coltura preferito è Facebook. Frequento gruppi brulicanti di gente simpatica, che condivide episodi divertenti della propria vita o consiglia libri o ride della propria goffaggine in cucina; ammiro e studio pagine ben curate, con contenuti scelti e scritti con attenzione, belle immagini, grafica coordinata con precisione e buon gusto. Mi piace Facebook, mi diverte, mi permette di essere partecipe della vita di amici che vivono lontano, di scoprire nuove canzoni, di scambiare opinioni con persone che non avrei modo di conoscere dal vivo. Mi piace, moltissimo. Ma.

Ma, se c’è una cosa che non sopporto, sono le persone che parlano per slogan, che usano sempre le stesse stereotipate espressioni, che commentano con frasi fatte: e su Facebook ce ne sono a valanga; sono quelle che si fanno i selfie con la duck face, o che commentano con Meriti la 104 per significare Hai fatto una cosa sciocca. Quelle, per intenderci, che in spiaggia si fotografano i piedi. Di seguito, una carrellata di tutti i comportamenti, ormai endemici sui social, che hanno universalmente stancato.

Chi scrive Mi sale il crimine, anche nella versione Mi sale il nazismo.

Chi commenta una foto con un momento qualsiasi della sua giornata scrivendo Qui è quando faccio questa cosa.

Chi sottolinea ironicamente la propria incapacità in cucina con Carlo Cracco levate proprio.

Chi, contento della sua giornata (o mattina, o colazione, o serata), scrive Le giornate (o mattine, o colazioni, o serate), quelle belle.

Le foto di bambini piccoli con la didascalia Cinque mesi di amore puro.

Le foto di bambini piccoli in cui il viso è coperto da uno smile.

Le foto di bambini piccoli di cui si vede solo la nuca, o un calzino, o la maglietta con la scritta I love mum and dad.

Le foto di bambini piccoli con la maglia del Palermo Calcio.

Chi annuncia la nascita di un figlio con la foto della manina del virgulto che stringe il dito del genitore, o della culla dell’ospedale con primo piano del cartoncino con il nome del piccolo o del polso del neonato (o della puerpera) con braccialetto identificativo.

Quelli che scrivono Adoro o Manchi per intendere Lo adoro o Mi manchi.

Le foto di donne gravide con le mani del marito giustapposte sul pancione a fare un cuore, o con il compagno che poggia l’orecchio sulla pancia, o con il figlio grande che dà un bacio alla pancia.

Le persone che annunciano la propria gravidanza con foto di spilla da balia con, all’interno, una spilla da balia più piccola.

Le foto di scarpe: che siano calzate o meno, con particolare menzione per le foto di serie di scarpe a significare l’intera famiglia.

Chi sottolinea la straordinarietà di un evento con l’espressione (Cose xy) straordinarie e dove trovarle.

Chi commenta con le frasi Severo ma giusto e Bene ma non benissimo.

La foto di un qualsiasi momento della giornata con la didascalia (Qualsiasi cosa) time.

Chi mette la H alla fine delle parole, tipo Divah o Mortah.

Gli scatti con marito e figlio piccolo e la scritta I miei uomini, o con moglie e figlia piccola e la scritta Le mie principesse.

Chi chiede di intervenire in un gruppo scrivendo In anonimo per favore e chiosando con Niente critiche plis.

Quelli (soprattutto donne, va detto) che sulle pagine dedicate alla cucina commentano la foto di un piatto chiedendo Posso non mettere il peperoncino? o Posso farlo con la marmellata al posto della crema di nocciole? col tono preoccupato di chi teme una reprimenda.

Quelli che, nei gruppi in cui si recensiscono locali mangerecci, commentano A casa mia si mangia meglio o Nel locale di mio cuGGino con la stessa cifra mangiano tre persone.

Le foto di libri squadernati su cosce nude in spiaggia.

Le foto al mare che riprendono l’ombrellone visto da sotto e un angolo di cielo azzurro.

Le foto di piatti succulenti o di mare caraibico e il commento Questi sì che sono sacrifici.

Chi piange la morte di un personaggio famoso scrivendo Addio, Tizio (e chiamandolo per nome, alla maniera di vecchi commilitoni).

Sui gruppi di lettori, chi chiede un consiglio dicendo Mi consigliate un bel libro.

Sui gruppi di lettori, chi commenta un libro scrivendo Bello.

Sui gruppi di libri, chi vuole regalare un libro a un amico che non legge.

Quelli che usano gli hashtag su Facebook.

Chi conclude una storia con Sipario.

Read More

Si fa presto a dire “disabile”.

Parecchi mesi or sono, una mia conoscente ha pubblicato su facebook un post che recitava pressappoco così: Cosa provate quando vedete arrivare una persona in sedia a rotelle? Sono rimasta un po’ interdetta; mentre fioccavano le risposte – ed erano quasi tutte “Stima per la sua grande forza di volontà”, “Ammirazione”, “Mi sento piccolo e insignificante”, “Penso a quanto è inutile la mia vita” – ho cercato di analizzare come mi senta, io, al cospetto di una persona in sedia a rotelle: e mi sento esattamente come al cospetto di una persona in piedi, o seduta, o sdraiata sulla spiaggia al mare. Provo stima – se si tratta di qualcuno che conosco e di cui ammiro le capacità lavorative, o le doti morali, o la bontà del suo pandispagna – o ripugnanza, affetto o sconforto, nervosismo o indifferenza o amore o rabbia, nella stessa misura in cui le provo per le persone che mi circondano (con una netta prevalenza per nervosismo e rabbia, ma per colpa della mia malmostosità e non della loro disabilità).

Alcuni giorni fa, sempre su facebook, una persona a cui voglio bene e che stimo ha pubblicato un post dedicato a Pierangelo Bertoli, cantautore che mi piace moltissimo. Si faceva riferimento al fatto che fosse in sedia a rotelle e lo si esaltava per questo, affiancandolo a Bebe Vio e Alex Zanardi: dei grandissimi davanti a cui sentirci piccoli, non per le loro indubbie capacità musicali o sportive, ma anche e soprattutto per la loro disabilità. Ne è nata una discussione che ho preferito troncare, perché so bene che la persona-di-cui-sopra aveva le migliori intenzioni del mondo, e io sono notoriamente virulenta e intollerante. Ma.

Ma sono stanca che, di un Pierangelo Bertoli, si noti la sedia a rotelle e non (o comunque, marginalmente) la voce potente, i testi incisivi, la musicalità energica e, perché no?, gli occhi azzurri. Che di una Bebe Vio, che ha elasticità, esplosività e grande capacità di leggere le strategie degli avversari, si evidenzino solo cicatrici e protesi. Così come disprezzo e detesto chi maltratta i disabili, chi li deride o riduce al rango di esseri incapaci di badare a sé stessi o di prendere decisioni per la propria vita, chi, in un locale pubblico, non rivolge la parola al disabile ma al suo accompagnatore, provo fastidio per questa visione “angelicata” dei disabili: tutte splendide persone, dotate di grande forza di volontà, da prendere a modello. Mi sembrano le due facce di una stessa medaglia: quella che riduce, comunque, il disabile a una non-persona, che non ne evidenzia pregi individuali e difetti personali, ma lo considera parte di un mucchio indistinto. Personalmente ho conosciuto disabili intolleranti, razzisti, stupidi o accidiosi, esattamente come ne ho conosciuto di interessanti, cordiali, colti o eleganti. Essenzialmente, ho conosciuto molte persone: alcune stavano su una sedia a rotelle, alcune erano cieche, altre usavano la Lis, altre ancora si servivano di un bastone; devo dire che, parlando con loro o trascorrendo del tempo insieme, non erano questi i particolari che saltavano all’occhio per primi.

A volte, basterebbe solo andare oltre le apparenze ed essere un pochino più curiosi.

Read More

Solitudine.

Qual è il momento in cui ti senti più solo?

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Ah, ok.

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Io sto peggio.

È quando non hai nessuno con cui scendere a prendere il caffè, e allora non scendi, ché un caffè in silenzio non ne vale proprio la pena.

È quando gli amici ti mandano un whatsapp per il compleanno, e quel whatsapp dice solo Auguri, buon compleanno.

È quando la conversazione telefonica più lunga e appagante delle ultime settimane è quella con un senzatetto iraniano ansiogeno e malmostoso.

È quando non hai nessuno con cui condividere una bella notizia, allora la dici al barista e lui risponde Il caffè lo vuole macchiato, giusto?

È quando non hai nessuno con cui condividere una brutta notizia, e allora lasci che cresca in silenzio dentro di te e ti devasti.

È quando a furia di non avere interlocutori smetti di parlare.

È quando ti viene un’idea bellissima su una cosa da fare, e poi pensi che ti secca farla da solo e quindi pace.

È quando dormi sotto gli alberi con un gatto sulla pancia, perché il clamore mediatico è passato e a nessuno importa più nulla di dove trascorri la notte.

È quando sono le cinque del mattino e inizia ad albeggiare e per strada non si vede nessuno.

È quando non scendi dalla macchina anche se hai trovato posto, perché non hai fretta di arrivare.

È quando cammini su una spiaggia e non si vede nessuno per molte centinaia di metri.

È quando sono le tre di pomeriggio di luglio e il condominio è vuoto.

È quando qualcuno visualizza e non risponde per molti giorni di seguito.

È quando qualcuno ti dice che farà una cosa per te e non la fa, e se glielo chiedi accampa scuse creative e comunque non la fa.

È quando ti promettono di regalarti un camper e non te lo regalano.

È quando ti dicono cosa mangiare, come vestirti, quando farti la doccia.

È quando ti dicono di non bere mentre sorseggiano una birra.

È quando alzano le spalle.

È quando hanno troppo da fare.

È quando tutti intorno a te continuano a chiedere qualcosa, e quella cosa non è mai Tu come stai?

È quando una nave affonda e qualcuno commenta Colpa loro che ci sono saliti.

È quando tutti parlano una lingua e tu non la capisci.

È quando stai leggendo un libro che non ti piace.

È quando hai molta fame e sai che avrai riunione in un bar e ti aspetti un dolcino e nessuno ti offre nulla, e torni a casa con la fame.

È quando nessuno ascolta le tue ragioni.

È quando compri un mazzo di tenerumi per cena e li cucini e vengono male e non avevi previsto un piano b.

È quando aspetti una risposta per moltissimo tempo e la persona che doveva dartela neanche se lo ricorda più.

È quando hai l’ansia e nessuno ti abbraccia.

È quando chiedi un regalo a un’amica, che non le costerebbe niente se non un po’ del suo tempo, e ti dice che lo farà e non lo fa.

È quando non sai cosa dire e passi una serata a fare smorfie a una bambina di un anno per non fare sentire agli altri il tuo silenzio.

È quando continui a pensare che magari oggi sarà diverso, e invece.

Read More

A te.

A te che ami il mare, la montagna, i paesini e le grandi città: e delle onde del mare hai la costanza e la tenacia e la resilienza, dei sentieri di montagna l’affidabilità, delle stradine di paese l’ombra rassicurante e buona e i sorrisi a ogni angolo, dei parchi di città la capacità di non arrenderti e far fiorire anche una striscia di cemento.

A te che preferisci tacere piuttosto che dire una parola di troppo: e che in una giornata dici poche parole, ma sono quelle giuste e non ne servono altre.

A te, che quando ho l’ansia mi abbracci molto forte. A te, che quando hai l’ansia non me lo dici per proteggermi.

A te che hai visto più film di quanti ne siano stati girati: e che ogni domenica mi fai impazzire per cercare un film che sia leggero ma non troppo, divertente ma non troppo, profondo ma non troppo, già visto ma non troppe volte, italiano ma anche straniero e antico ma appena uscito, in cui ci sia quell’attore lì che ha fatto quell’altro film con l’attrice che non mi ricordo, ma se fosse di Verdone sarebbe anche meglio.

A te che quando sorridi mi sciogli il cuore: e che quando sorridi non te ne accorgi sempre, ma a volte ti passa sul viso la luce di un pensiero felice e si lascia dietro una traccia di sorriso agli angoli della bocca, come un sapore dolcedelicato alla fine di un pezzo di pane.

A te, che hai idee chiare e belle e giuste, e non cerchi mai di imporle.

A te che ami la musica e quando suoni la chitarra sei più bella che mai: e intrecci le gambe e chini la testa di lato e non trovi il plettro e la chitarra è accordata male ma va bene lo stesso, e la tua voce è calda e avvolgente e calma.

A te che dici è squisito davanti a un piatto di pasta al pomodoro e che sei felice se a cena prendiamo il pollo arrosto; che non ti lamenti se invece del condizionatore abbiamo un ventilatore su un tavolino dell’ikea, e se il sabato sera mangiamo la pizza di Peco’s sui tavolini di plastica scoloriti.

A te che passi il pomeriggio da Mohamed senza battere ciglio, e gli vai a prendere il caffè e torni con il bicchierino bollente tra le mani; a te che lasci sempre a casa l’accendino, che d’inverno dimentichi la sciarpa e d’estate gli occhiali da sole.

A te che hai pazienza e fiducia, che sei puntuale e attenta, che sei curiosa ma non morbosa; a te che ascolti e non dai consigli, che sai sempre ribaltare il punto di vista, che dai una seconda occasione, e poi una terza e una quarta, anche a chi non meritava nemmeno la prima.

A te che hai attraversato tante difficoltà e le hai superate e messe da parte, ne hai tratto esperienza. A te che non pensavi che ce l’avresti fatta, e in vece ce l’hai fatta. A te che hai saputo sorridere nei momenti faticosi, per non spaventarmi, per non spaventarti.

A te che giochi con Nando e con Lorenzo con lo stesso entusiasmo.

A te che avresti accettato di prendere un criceto per farmi contenta, anche se a te i criceti non piacciono.

A te che quando ti annoi non lo fai pesare. A te che quando sei felice lo dici, perché la noia è contagiosa, ma anche la felicità lo è.

A te, che sei meravigliosa e brilli. Buon compleanno, amore mio.

Read More

Perché i matrimoni mi annoiano.

Bisogna svegliarsi presto: perché il matrimonio è di mattina, e bisogna avere il tempo di fare la doccia e indossare abiti scomodi e rinfrescare lo smalto ai piedi e raggiungere chiese abbarbicate su declivi rocciosi o su spiaggette poco conosciute venti chilometri a sud della città. Se il matrimonio è di pomeriggio, bisogna comunque svegliarsi presto: perché l’intera mattinata a disposizione ci ha fatto erroneamente supporre di poter rimandare alla mattina della cerimonia il taglio di capelli o l’acquisto delle scarpe.

Bisogna indossare vestiti eleganti, sandali argentati col tacco alto e cappellini in tinta: e io mi stufo e sono a disagio e sembro cicciotta e molto infelice, e chiunque mi incontri si sente in dovere di dirmi che avrei potuto vestirmi meglio, o truccarmi, o andare dal parruchiere, cose che notoriamente non faccio.

Bisogna sorridere molto e parlare con persone semi-sconosciute o che non si incontrano da anni del tempo, delle vacanze incipienti, nella migliore delle ipotesi di animali domestici: e sebbene il CaneNando sia uno dei miei argomenti favoriti, dopo parecchie ore diventa stancante e ripetitivo.

Bisogna mostrarsi stupiti e piacevolmente colpiti dall’abito della sposa, dalla spilla ferma-cravatta dello sposo, dalla qualità degli antipasti, dalla vasta scelta di dolci: anche se il vestito sembra una meringa grondante fiocchi e nastri, il ferma-cravatta è pacchiano, gli antipasti sono unti e i dolci sanno solo di panna spray.

Bisogna rimanere nello stesso posto per molte ore: e io abitualmente mi annoio subito e resto nello stesso luogo per più di quattro ore solo se sto lavorando o dormendo o leggendo un libro particolarmente interessante.

Bisogna mangiare moltissimo, e io solitamente mangio poco e quasi solo insalata e frutta e yogurt e pizza, e ad un pranzo di matrimonio non vengono mai serviti insalata yogurt e pizza e la frutta compare solo come guarnizione sulla torta di nozze.

Bisogna pranzare o cenare in condizioni di assoluta scomodità; se il matrimonio prevede che ci siano tavoli assegnati, si rimane per molte ore seduti con anziani parenti aspettando che camerieri azzimati servano la ventiseiesima portata a base di crostacei. Se invece gli sposi hanno scelto di fare un rinfresco a buffet, si sta con un piatto in una mano e un bicchiere nell’altra cercando di trovare un gradino o un angolo di prato in cui sedersi a mangiare il taboulè.

Bisogna rispondere con cortesia alla ventitreesima persona che chiede come va, o che commenta con tono entusiastico la splendida cerimonia e il raffinato ricevimento.

Bisogna complimentarsi con tono serio e credibile con gli sposi, con i genitori degli sposi, con i testimoni degli sposi, anche se si desidera solo andare via.

Bisogna attendere il momento in cui accommiatarsi: e ogni volta che sembra di potersi allontanare alla chetichella viene proposta una nuova imprescindibile attività: taglio della torta, distribuzione dei confetti, lancio di colombe bianche o di fuochi d’artificio.

[Quando finalmente si va via, con i piedi doloranti e l’acconciatura miseramente crollata, si scopre di aver dimenticato nella sala ricevimenti la borsa, gli occhiali da sole o la bomboniera. Ma perché gli sposi non conoscono il limite di tempo che separa una bella festa da un tentativo di sequestro di persona?].

Read More

Quarantasette domande (più una) sull’amicizia.

Cosa significa, per voi, essere amici? E cosa significa avere amici?

Pensate di essere dei buoni amici, per i vostri amici? E di avere dei buoni amici? Sentite di poter contare su di loro, di avere uno spazio definito nelle loro vite, di avere diritto al loro sostegno e affetto incondizionato?

Quanti amici avete? Fate parte di una comitiva numerosa, tipo quelle dei paninari anni Ottanta che passavano le serate seduti sui sellini dei motorini in attesa di decidere dove passare la serata, o avete tre-quattro amici, intimi e fidati, con cui trascorrete i pomeriggi da quando andavate all’asilo?

I vostri amici sono vostri, o sono amici del vostro partner? O sono amici di entrambi, in egual maniera? Prendono mai posizione, se voi o il partner siete in disaccordo? Li coinvolgete nelle vostre faccende di coppia?

Vedete mai i vostri amici da soli, o li frequentate sempre in gruppo? Preferite serate uno-a-uno a base di pizza e confessioni scottanti, o non uscite mai se non siete almeno in quattro o cinque?

Quanta importanza date al tempo trascorso insieme? Siete fautori del tempo-di-qualità, o pensate che ci sia un monte-ore mensile sotto cui l’amicizia si degrada automaticamente a banale conoscenza?

Quanto pesa la lontananza? Se un amico si trasferisce a più di un’ora di auto da voi sentite che il vostro rapporto sta cambiando? Riuscite ad essere vicini, col cuore e i pensieri, a un amico lontano? Vi è mai capitato di sentirvi più vicini all’amico che vedete due volte all’anno piuttosto che a quello che abita all’angolo della vostra strada?

Siete in grado di godere della felicità dei vostri amici? O provate, nel profondo, una sensazione di fastidio e una punta di invidia per le loro gioie? Vi siete mai commossi sapendo che un vostro amico si sposerà, o aspetta un bambino, o ha terminato un faticoso periodo di terapie e adesso è ufficialmente in remissione?

Riuscite a empatizzare con la tristezza e lo sconforto dei vostri amici? O vi sentite ingiustamente appesantiti dal malumore altrui e tendete a svicolare e a riappalesarvi quando l’amico avrà recuperato il suo buon umore?

Se un amico sta male, cosa fate? Gli parlate, lo ascoltate, lo lasciate stare? Sapete essere insistenti senza essere asfissianti? O preferite lasciare all’amico la scelta sul parlare o meno? E, in questo caso, non temete di passare per disinteressati?

Riuscite a non giudicare un amico? O a giudicarlo senza farlo sentire giudicato? Siete sicuri che i vostri amici vi vadano bene così come sono, o pensate di essere in dovere di cambiarli? Accettate che un amico sia troppo grasso, o troppo magro, o fumi troppo, o lavori poco? Date consigli non richiesti? E se ve li chiedono, li date? E se ve ne danno, li accettate? E li seguite?

Se un amico sbaglia, che fate? Glielo dite, o preferite nicchiare? Scegliete il quieto vivere o andate allo scontro? Pensate che sia meglio dare agli altri il tempo di comprendere i propri errori, o guidarli a riconoscere le proprie mancanze?

Vi arrabbiate mai, con i vostri amici? E se succede, che fate? Masticate la vostra rabbia in silenzio, o parlate chiaro? Pensate che sia meglio affrontare i problemi o aspettare che le cose si risolvano da sole col tempo?

Siete felici con i vostri amici? Siete felici dei vostri amici? Al di là dei vostri amici, siete felici?

Read More

Quando c’è caldo (a Palermo).

È stato un interminabile inverno, ventoso e umido e bigio, che spingeva alla lagna e all’indolenza – non possiamo uscire a fare la spesa, piove!, ordiniamo pizza e pollo arrosto e mangiamoli davanti alla tv! – e che ha gettato Mohamed nello sconforto e nella recriminazione costante – avevi detto che sarebbe arrivato il caldo! Moha, ma mica è colpa mia! – e fagocitato la primavera: invece di uccellini cinguettanti e foglie nuove sugli alberi e tremebonde margherite nei prati e tutto quel che il nostro immaginario da scuola elementare collega ai mesi di marzo, aprile e maggio, abbiamo avuto pioggia, giubbetti impermeabili, Mohamed disgustato dalla necessità di indossare scarpe chiuse e mugugni assortiti del caneNando che, se già normalmente odia uscire, col maltempo lo considera una sevizia perpetrata ai suoi danni. È stato un interminabile inverno, dicevo: e ora improvvisamente c’è caldo, e quando c’è caldo a Palermo è una faccenda seria, e io già non ne posso più.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti ne parlano: ma se del freddo si parla con stupore e con un atteggiamento di vaga preoccupazione – talè, c’è freddo!, – di caldo di parla con rassegnazione e fastidio e sconforto, perché il caldo inizia adesso e finirà chissà quando, forse a settembre, o a ottobre, o sapiddu quannu, signora mia.

Quando c’è caldo a Palermo, è difficile trovare scampo: perché assurdamente sembriamo dimenticare, durante il resto dell’anno, quanto possa essere afosa e soffocante la permanenza in città con più di trenta gradi, e quindi non siamo mai ben attrezzati; il condizionatore deve essere ricaricato, il ventilatore si è rotto alla fine della scorsa estate e non abbiamo pensato di sostituirlo, la cinghietta dei sandali non chiude più bene, i pantaloni di stoffa leggera sono seppelliti su una gruccia sotto decine di paia di jeans e non vogliono proprio saltar fuori.

Quando c’è caldo a Palermo, tutti annunciano a gran voce di voler andare a mare: ma andare a mare col caldo può essere una lunga e tormentosa esperienza. Si trascorrono ore in macchina cercando parcheggio, con la temperatura dell’abitacolo in costante aumento in misura direttamente proporzionale al giramento di scatole del guidatore; trovato un posto dove lasciare l’auto, si percorrono a piedi distanze degne di una carovana con cammelli, portando teli e borse frigo ricolme di masserizie e molte confezioni di crema protettiva. Alla spiaggia non c’è un posto dove sedersi, la sabbia scotta, il mare è verdognolo, e poi che fastidio il costume bagnato, e quindi niente, stiamoci a casa e facciamo prima.

Quando c’è caldo a Palermo, si dovrebbero cucinare cibi adatti alle alte temperature: e invece i palermitani si dimostrano ascoltatori poco attenti dei consigli elargiti dal tg2 e ne approfittano per friggere melanzane, far pippiare pentoloni ricolmi di pomodori per farne salsa da imbottigliare per l’inverno, soffriggere zucchine e tenerumi per farne minestre gustosissime ma da gustare a una temperatura incompatibile con la vita.

Quando c’è caldo a Palermo succedono avvenimenti apocalittici: prendono fuoco le aiuole spartitraffico della circonvallazione, in centro si trova facilmente parcheggio, i poster appesi al muro con il nastro adesivo piombano a terra sconsolati, svegliandomi nel cuore della notte.

Quando c’è caldo a Palermo, per chi vive in strada è una rogna terribile: il dormitorio è soffocante, tende e camper diventano impraticabili, l’acqua accumulata nei bidoncini è tiepida e sgradevole, il desiderio di una doccia diventa un’ossessione. I cani sono agitati, i gatti fiacchi e infastiditi, gli animi si esacerbano, è più facile che scoppino risse; quando c’è caldo a Palermo, io penso a Mohamed per strada e mi avvilisco.

Quando c’è caldo a Palermo, l’unica cosa che si può fare è sperare che passi in fretta.

Read More

I gay da libro.

Da tempi immemori, cerco un libro in cui ci sia un personaggio – possibilmente non di contorno – gay; è abbastanza facile trovarne, lo so, ma io aspiro a qualcosa di più complicato: vorrei un libro in cui ci fosse un personaggio gay che NON FA IL GAY. Mi spiego meglio: vorrei un investigatore, o un ladro, o un cuoco o una guida alpina o un poeta maledetto, che fosse incidentalmente gay; mi va bene tutto: un assassino o una vittima, un cattivo o un buono, purché sia ANCHE gay e non SOLO gay. Qualcuno che cerchi di svelare una trama gialla, o subisca gli alterni scherzi del destino, o vada a fare un viaggio in moto attraverso l’America latina, e in più sia gay; come succede ai personaggi etero, per intenderci: che fanno tutto quel che devono, mangiano dormono investigano uccidono ridono o figliano, senza che si sottolinei ogni due righe il loro orientamento sessuale.
Nei libri, invece, di solito i gay non ci sono: o, se ci sono, fanno i gay.

Gli stereotipi sui gay sono duri a morire: nei libri ancor di più. Per questo, se in un romanzo c’è un uomo gay, sarà costantemente roso dal dolore di non poterne parlare con nessuno, pena il pubblico dileggio e lo stigma sociale: e piagnucolerà per millemila pagine perché non se la sente di far conoscere a suo padre il compagno, onde poi scoprire che il padre lo sapeva già da mo’, di avere un figlio gay, e non gliene importava molto. Se, invece, si tratta di una donna lesbica, dovrà ribadire ogni poche parole il suo essere austera e tutta d’un pezzo; indosserà solo salopette o giubbini di pelle, avrà una compagna ossessivamente gelosa e guiderà una moto di grossa cilindrata.

Se in un libro c’è un personaggio gay, questo avrà una situazione sentimentale tormentata; sarà, ovviamente, single o accoppiato. se sarà single, non sarà un uomo (o una donna) allegro e gaudente, no di certo: sarà un single lacrimoso e aulico che attribuirà la propria singletudine all’inconsueto orientamento sessuale e non al suo essere noioso e autoreferenziale e sempiternamente piangente. Se farà parte di una coppia, invece, si ritroverà immediatamente coinvolto in una crisi che lo porterà a mettere subito in dubbio il suo orientamento sessuale: per capirci, come se il commissario Montalbano, ogni volta che litiga con Livia, si chiedesse se per caso non è attratto dal brigadiere Fazio. Questo accadrà con maggior frequenza e intensità se il protagonista del libro è una donna: e lì potremo star certi che la nostra eroina finirà subito tra le braccia del maschietto più vicino, e con ogni probabilità concepirà a tappo un bambino.

Qualsiasi gay da libro si scontra sempre con un muro invalicabile di omofobia: e da qui pagine e pagine di lagne, dissertazioni e dialoghi poco credibili. Qualsiasi gay da libro ha colleghi, parenti e vicini di casa che lo maltrattano. Qualsiasi gay da libro ha amici che gli vogliono bene nonostante sia gay, e glielo dicono ogni sei parole. Qualsiasi gay da libro ha un servizio di tazzine comprato in Giappone, mentre qualsiasi lesbica da libro ha un casco integrale nero e un paio di anfibi, e non ha mai giocato con le bambole. Qualsiasi gay da libro ha una madre comprensiva ma silenziosa e un padre brusco e aggressivo, oppure assente. Qualsiasi gay da libro fa un mestiere in cui deve ribadire costantemente la sua virilità, sentendola costantemente messa in crisi, mentre qualsiasi lesbica da libro deve fare un lavoro “da uomo”. Qualsiasi gay da libro è colto e preparato, legge molto e parla con proprietà. Qualsiasi gay da libro si fa la doccia ogni poche pagine.
Sono stanca dei gay da libro. Vorrei un libro con dei gay veri.

Read More