Il mio nuovo guru.

Non ho un enorme appeal con i bambini, in generale: ho poca dimestichezza con loro e mi sento spesso giudicata dai genitori in quanto non-madre, quindi per natura incapace di rapportarmi con gli infanti, oltre che impossibilitata a stancarmi (Sei stanca?, ma come è possibile, non hai figli!), egoista e cronicamente mancante di femminilità e spirito di sacrificio. È difficile che vezzeggi i bambini in coda alla cassa del supermercato, a meno che non siano molto simpatici o non ridano subito alle mie smorfie o non tentino di lanciarsi giù dal carrello – in quest’ultimo caso mi prodigo anche a prenderli al volo, se necessario. Non ho grande afflato con l’idea platonica di bambinità, dicevo: ma ci sono dei bambini in particolare a cui sono molto affezionata e che sono una parte fondamentale della mia vita. C’è Piroetta, che ancora non è qui ma che aspettiamo con gioia e trepidazione e curiosità e una punta di incredula commozione e a cui voglio bene da quasi nove mesi, e Lentezza, che anche se non sarà qui resterà nel mio cuore sempre. Ci sono i miei nipoti, i Tre L, che vedo poco ma con cui mi piace molto giocare: soprattutto col più grande, che è un bambino tenero e desideroso di coccole che mi percepisce come poco più grande di lui e quando mi vede mi sorride con complicità e mi dice Andiamo di là, non stiamo con i grandi che sono noiosi, e poi mi fa passare un intero pomeriggio a fare le gare con le automobiline sul pavimento del corridoio. E c’è PF, il figlio della mia amica Fra’ e di suo marito, che si chiama Fra’ anche lui.

Dopo il lockdown, quando l’Italia è passata di corsa alle fasi 2, 3 e via rapidamente enumerando, Ste ed io siamo rimaste volutamente indietro; usciamo poco, siamo andate a mangiare fuori solo una volta, non ci accalchiamo in negozi e centri commerciali e cerchiamo di mantenere uno stile di vita austero e serioso da novizie. Tolti i nostri genitori e alcuni contatti di lavoro, non abbiamo incontrato nessuno per molti mesi; poi, forzando la mia ossessività e le mie paure, abbiamo deciso di provarci: e ci siamo accordate per incontrare Fra’ e PF, in un parco, per fare una passeggiata all’aperto e trascorrere un paio d’ore insieme. Il bambino sarà cresciuto un sacco, non lo riconoscerai!, aveva pronosticato mia madre: e invece l’ho riconosciuto immediatamente, ma soprattutto lui ha riconosciuto noi. Lo abbiamo individuato da lontano, con i capelli corti e gli occhioni e i braghini gialli, e ho pensato che l’ultima volta che lo avevamo visto era pieno inverno e lui aveva maglioncino di lana e pantaloni lunghi e i calzini antiscivolo; lo abbiamo chiamato da qualche metro di distanza, e lui si è girato e ci ha scrutate per un attimo e poi ho visto distintamente accendersi una luce nel suo sguardo, e ha gridato per l’emozione, e io non ho gridato, ma solo perché mi vergognavo, ma lo avrei fatto volentieri, e allora ho sorriso molto, e mi ero tolta la mascherina e lui ha visto che sorridevo. Poi noi, io e Ste e la Fra’, ci siamo sedute su una panchina e ci siamo raccontate per ampie linee quello che abbiamo fatto in questi ultimi mesi – ché va bene sentirsi su whatsapp, ma di persona è diverso, e un sacco di cose non ce le eravamo dette perché erano troppo belle o troppo lunghe o troppo complicate o non avevamo tempo o semplicemente ce le eravamo scordate. PF, intanto, giocava nell’area bimbi del parco: si arrampicava sulla scala di corda, si sedeva su una aeroplanino a molla, si aggrappava agli anelli e scalava lo scivolo. Ogni tanto ci guardava, e noi non lo perdevamo di vista: e a un certo punto un gruppo di ragazzini è salito sulla casetta di legno che sovrasta lo scivolo e si è asserragliata lì. Non avevano un’aria minacciosa, ma neanche particolarmente cordiale: e così, quando PF ha deciso di voler giocare proprio con lo scivolo, ci siamo avvicinate anche noi. Lui è salito agilmente, e quando è stato in cima è stato apostrofato da uno dei ragazzetti, Ma chi è questo bambino piccolo?. Sono seguite delle risatine, non sprezzanti ma neanche gradevoli. Non mi fate paura, ha risposto PF con enorme semplicità, guardandoli tranquillamente: e quindi si è seduto sullo scivolo ed è venuto giù e noi gli abbiamo detto che era stato bravissimo. E io mi sono segnata questa frase e ho pensato a me, che mi spavento di tutto e di tutti e che mi sarei allontanata, imbarazzata e a disagio, alla frase antipatica del ragazzino, rinunciando a giocare dove volevo: e mi sono appuntata mentalmente di pensare a PF e al suo sorriso fiero mentre scivolava giù, ogni volta che qualcuno farà la voce grossa, reale o metaforica, con me.

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Sensi di colpa.

Anche se il lockdown è finito ormai da tempo e a Palermo la fase 3 ha coinciso con un generico e indistinto liberi tutti in cui le mascherine sono ormai un lontano ricordo e le persone hanno ricominciato a chiamarsi Cumpa’, darsi amichevoli pacche sulle spalle e finte strizzate ai testicoli e salutarsi schioccando sonori baci sulle guance, Ste ed io continuiamo a mantenere il nostro consueto basso profilo: di fatto, spacciandola per comportamento difensivo anti-Covid, facciamo la stessa vita di sempre, alternando qualche passeggiata in luoghi aperti con sacchetto del pranzo al seguito a frenetiche serate sul divano guardando serie tv con Anastasia e commentando i post del Signor Distruggere sulla chat cazzeggio&supporto morale.

Tra le attività che per noi sono ancora sospese – mangiare un gelato fuori, prendere il caffè al bar, usare l’ascensore – ci sono le visite agli amici: per questo, non vediamo Mohamed da febbraio. Nell’ultimo periodo, complice anche un guasto al suo telefono, ci siamo sentiti poco: lo chiamavo parecchie volte al giorno e scattava sempre la segreteria, e io provavo un misto di ansia, frustrazione e vago, colpevole sollievo, perché temevo il momento in cui avremmo parlato. Mohamed, infatti, è un esperto instillatore di sensi di colpa, e con me ha gioco facilissimo: io sono portata all’intenerimento immotivato, alla tristezza senza fondo e al sentirmi sempre responsabile dei problemi altrui. Paventavo una lunghissima telefonata – Mohamed non concepisce chiacchierate che durino meno di mezz’ora – all’insegna della lamentela per la nostra prolungata e ingiustificata assenza dal compound. Poi, finalmente, qualche giorno fa mi ha risposto: e come sempre ha gridato Pronto, pronto, ma chi parla?!, e visto che sente poco, anche se non vuole ammetterlo, e urla molto, sovrastava la mia voce con la sua e non riusciva a capire chi fossi. Poi, finalmente, l’illuminazione: Disgraziata!, mi ha strepitato nelle orecchie, Ma dove eri finita? Come stai, che fai?, ma rideva molto e ho capito che non era arrabbiato. Come sta la mamma?, mi ha chiesto immediatamente: e io gli ho spiegato che sta bene, ma che come sempre sono molto preoccupata per lei, perché è immunodepressa, e c’è ancora il virus in giro, e la gente non si comporta con scrupolo, e sono terribilmente in ansia: e Aiutami, Moha, sono in crisi, che devo fare? E lui, che è solitamente malmostoso e pessimista ma che ha un’enorme capacità di empatia, Non preoccuparti, mi ha detto, Vedrai che si sistema tutto. Poi mi ha raccontato dei due gattini nuovi, di Biagio Conte che fa lo sciopero della fame, di una manciata di comuni amici, con dovizia di pettegolezzi. Aspetta!, ha strillato a metà di una frase, C’è il furgone del cibo: forza, mettetevi tutti in fila, e ho capito che stava parlando con gli altri ragazzi che dormono sulle panchine intorno a lui, e Tu richiamami tra mezz’ora, devo dirti una cosa importante, ha sibilato, e questa volta parlava con me. L’ho richiamato, e abbiamo parlato ancora a lungo: di Iran, della sua famiglia, di mascherine e guanti e Covid, di vino e di panini con le melanzane fritte, di tabacco e di mal di denti, ma della cosa importante che doveva dirmi non c’è stata traccia.

Quando ormai stavamo chiacchierando da moltissimo tempo ed era ora, per me, di preparare la cena, e per lui di accendere la torcia a manovella ed entrare nella tenda, Devo andare, Moha, gli ho detto; E noi quando ci vediamo?, mi ha subito interrotta: ma poi Quando te la sentirai, non preoccuparti, tanto io ti aspetto, ha concluso. E io non ho saputo più cosa rispondere.

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Benzina.

Ho la patente da moltissimo tempo: l’ho presa a diciotto anni compiuti da poco, esasperata dal dover dipendere da autobus poco assidui e passaggi altrui, ché il motorino i miei genitori non me lo hanno mai voluto comprare, È pericoloso, cadi e ti fai male, non è che non ci fidiamo di te, non ci fidiamo degli altri. A conti fatti, sono più gli anni della mia vita in cui mi sono spostata con la mia auto – piccola, ammaccata, con uno specchietto costantemente rotto -, di quelli in cui ancora non guidavo: ma, nonostante questo, non ho mai imparato a fare benzina al self-service. Non che non conosca il corretto meccanismo per un rifornimento rapido ed efficace: sarei perfettamente in grado di riempire da sola il serbatoio della mia macchina, se la cosa non mi terrorizzasse. Per motivi che sarebbe lungo spiegare e che risalgono all’infanzia, a un principio d’incendio in casa di mia zia e a me che venivo trascinata via da mio cugino mentre le fiamme lambivano il soffitto, vivo col terrore che, mentre si fa il pieno di benzina, la macchina esploda o vada a fuoco o.

La mia natura abitudinaria e ossessiva ha fatto sì che, negli ultimi dieci anni, io abbia fatto benzina sempre nello stesso posto: un distributore solitario e rassicurante che si trova a metà strada tra casa nostra e casa dei miei genitori. È piccolo e in parte obliato dalle piante di un vicino vivaio, c’è un grosso cartello scritto a mano che recita Aperto anche quando è chiuso, e ci sono quattro stalli per il rifornimento, due per il servito e due per il self-service. Con serena protervia, mi dirigo sempre verso uno degli stalli del self-service, presidiato da un simpatico ragazzotto tamil che si sbraccia a salutarmi ogni volta che gli passo davanti senza fermarmi e che diventa timido e silenzioso non appena mi avvicino. Consapevole della mia incapacità a fare da me, pensa lui a riempire il serbatoio: io esco dall’auto, gli porgo le chiavi e scappo in un luogo lontano e protetto, di solito dietro la colonnina per il controllo della pressione delle gomme. Quando ha finito, mi chiama con un cenno della mano: io gli porgo un euro per ringraziarlo dell’aiuto, sorrido e vado via. Va sempre così, metodo collaudato, nessuno stress, nessun intoppo. Ma.

Ma oggi lui non c’era, e io dovevo proprio fare benzina, ed ero anche un poco in ritardo, e quindi ecco, dai, ce la posso fare, è semplice. Iperventilando nella mascherina, sudando copiosamente e ripetendomi tra i denti che sarebbe andato tutto bene, mi sono avvicinata con aria circospetta a uno degli stalli del self-service – il servito era chiuso – e ho iniziato a fare la vaga, sperando nell’arrivo di qualcuno di buon cuore. Ho aperto il portabagagli, sistemato le buste della spesa che tengo conservate lì in ordine di grandezza, richiuso con cautela. Poi ho cercato con scarsi risultati di rimettere a posto il paraurti a cui sono saltati due sostegni, mi sono sporcata le mani, le ho igienizzate; mi sono accorta con sgomento di aver usato un disinfettante a base di alcol nei pressi di una pompa di benzina, rischiando di innescare un’esplosione devastante, quindi ho preso la bottiglietta d’acqua che tengo nel vano dello sportello, mi sono versata sulle mani tutto il contenuto, le ho asciugate con un fazzoletto di carta e poi pulite nuovamente con una salvietta imbevuta. Ho posato il contenitore delle salviette nella borsa e a che c’ero ho riordinato il contenuto delle tasche interne, eliminato alcuni scontrini appallottolati e raccolto le monetine e, mentre temevo l’arrivo dei condor, ho pensato di svitare il tappo della tanica di benzina. Compiuta la complicata impresa, mi sono guardata intorno con aria speranzosa e ho visto un giovane vestito da benzinaio che caracollava fuori dal gabbiotto con gli adesivi Cambio olio e Qui bevande fredde. Perfetto, ho pensato, I miei problemi sono risolti: mi soccorrerà lui, baldo giovine in tuta rossa. Ma il baldo giovine voleva solo dirmi che guardi, signora, è troppo lontana dalla pompa, così non potrà mai fare benzina. Perplessità, insicurezza, panico, rapida perdita di tutto il vantaggio acquisito: per spostare la macchina devo richiudere il serbatoio, saprò farlo? Mentre il benzinaio mi comunicava che avrei potuto avvicinare la macchina anche senza mettere il tappo, ho eseguito la complessa manovra: ritappa, manovra, stappa di nuovo. Quando ormai temevo che avrei trascorso la giornata lì, Amore mi spiace, non posso venirti a prendere, la pompa di benzina mi ha sequestrata, il giovine mi ha chiesto Preferisce che faccia io?, e io ho farfugliato qualcosa sul rispetto dei lavoratori e sul dare l’opportunità a ognuno di svolgere le sue funzioni in accordo col ruolo rivestito in società: E quindi faccia lei, grazie, come desidera. In accordo con le normative sul Covid, ho lasciato che toccasse lui la pistola per l’erogazione della benzina, ma ho preferito non dargli le chiavi della mia macchina, nessuno di noi indossava i guanti: ormai molto sicura di me, sotto lo sguardo attento del benzinaio ho richiuso ancora una volta la tanica. Complimenti, lei sembra davvero esperta, ha commentato il giovane benzinaio guardandomi mentre facevo scattare la sicura del tappo: Poche persone, sa, ricordano di chiudere la tanica con la chiave. Eh, grazie, ho risposto: Sa, faccio sempre benzina al self-service, ho fatto pratica.

Sono andata via sgommando con aria tronfia.

All’angolo della strada mi sono fermata a riprendere fiato. Molte ore dopo, mi sento ancora molto fiera di me.

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Del gruppo di lettura, ovvero del leggere in compagnia.

Poche cose sono stimolanti come fare parte di un gruppo di lettura; è l’hobby perfetto per me: prevede di leggere, parlare e mangiare, che sono tre delle attività che preferisco in assoluto; per questo, quando poco più di due anni fa, piroettando leggiadramente su Facebook come faccio per il 90% del tempo in cui non dormo, ho intercettato un post che parlava della possibilità che si creasse un gruppo di lettura a Palermo, ho subito drizzato le antenne. Una ragazza gentile e con una cascata di capelli ricci proponeva agli interessati di vedersi, in un locale che mi faceva una cordiale antipatia, per parlare di un libro che Ste ed io avevamo già letto, e che ci era piaciuto parecchio: e così avevo commentato dicendo che ok, noi c’eravamo, quando ci saremmo incontrati?

Di lì a pochi giorni Ste ed io ci siamo trovate, un po’ intimidite, sedute a un lungo tavolo, in un locale che non era quello di cui si era parlato all’inizio, per fortuna. C’era una quindicina di persone, e quasi tutti sorridevano molto, e sul tavolo c’erano delle buone tisane e fette di torta e biscotti al burro da sgranocchiare. Io avevo le mani sudate e quando mi è stato chiesto di presentarmi sono diventata rossa, ma nessuno ha fatto commenti né mi ha detto Guarda, sei diventata rossa!, e così mi sono sentita più a mio agio e quando si è trattato di dire cosa pensavamo del romanzo ho detto che mi era piaciuto parecchio anche se mi aveva spaventata moltissimo – un commento che può essere applicato ai tre quarti dei libri che ho letto nella mia vita, dalle favole di Esopo a Niccolò Ammaniti – e questa volta non sono diventata rossa.

Ero seduta su una panchetta imbottita, quel primo giorno: e accanto a me c’era un ragazzo simpatico che parlava di libri giapponesi, e di fronte una ragazza magra, coi capelli lisci e scuri, e mi sono sembrati simpatici e non-spaventosi, mi sono appuntata mentalmente di sedermi di nuovo accanto a loro, se ci fossero stati altri incontri; e altri incontri ce ne sono stati tanti, ma il ragazzo simpatico e la ragazza magra non sono venuti più.

Le riunioni del gruppo di lettura si svolgono il sabato pomeriggio, una volta al mese. Ci vediamo e parliamo del libro che abbiamo letto, e di solito Filippa fa riflessioni molto interessanti, e Stefania vuole ascoltare il parere di ognuno di noi, e Mati ed Emma e Laura parlano delle loro impressioni, e poi Marco dice che il libro non gli è piaciuto, e Ste fa un’analisi psicologica dei personaggi, e io dico che avevo già letto il libro ma che comunque rileggerlo mi ha fatto piacere, io amo rileggere. Poi parliamo di quale romanzo proporre per il mese successivo, e il lunedì Stefania lancia un sondaggio sul nostro gruppo Facebook, e io voto e spero che esca il libro che ho proposto, o comunque che esca un libro non troppo classico, lento, lungo o spaventoso.

Prima del covid, della quarantena, del distanziamento sociale, di questo tempo senza abbracci e baci e strette di mano e sorrisi, ci vedevamo nel locale dove siamo stati per il primo incontro: e io sorbivo ogni volta la stessa tisana e mangiucchiavo ogni volta gli stessi biscotti ed ero molto contenta. Adesso ci incontriamo virtualmente, ed è divertente e piacevole e molto stimolante, ma non è la stessa cosa, e non vedo l’ora di tornare a sedere al tavolo insieme, e scegliere la tisana alla rosa, e prendere in giro Ste perché vuole una grossa fetta di torta, e ciacolare allegramente e poi uscire dal locale e dire Ci vediamo tra un mese.

Non vedo l’ora.

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Quella volta.

L’altra sera, nella nostra chat salvavita di cazzeggio & supporto morale, il mio amico Massimo ha nominato un notissimo doppiatore. Lo conosco, gli ho comunicato – e intendevo So chi è, non che lo conosco di persona, ovviamente: Lo conosco, ho ripetuto, ha declamato un mio racconto a Milano, una volta. Un racconto?, ha risposto Massimo: che racconto, che Milano?, ha detto, e io ho detto Ma sì, non te lo ricordi, quella volta dell’aereo, e lui ha detto Quale volta?, e anche Ale ha detto Quale volta?, e Mirella ha risposto Me la ricordo, quella volta, ed è venuto fuori che invece loro non lo sapevano, cosa è successo quella volta, e quindi ecco, questa è la storia di quella volta, di Milano e dell’aereo.

Alcuni anni fa, prima di iniziare a lavorare alla casa editrice Piccolamacarina, ho scribacchiato qualche racconto; mi ero laureata da poco, avevo lavorato per un breve periodo per un’azienda municipalizzata, non ero sicura di sapere cosa avrei voluto fare nella vita. Avevo molto tempo a disposizione, e l’ho impiegato per scrivere qualcosa di breve e poco impegnativo, che poi ho inviato a qualche premio letterario: e, per la legge dei grandi numeri, un paio di premi li ho vinti davvero. Uno si chiamava, credo, Premio letterario città di Milano; avevo spedito un racconto, per posta, e me n’ero scordata, e alcuni mesi dopo avevo trovato nella cassetta delle lettere una busta, ed era un invito a ritirare il premio, un tardo pomeriggio di ottobre, a Milano. Avevo comprato un vestito – che poi ho riciclato per i successivi due o tre matrimoni – e preparato il trolley: sarei rimasta due giorni a Milano, ospite di un cugino, così avrei avuto anche il tempo di dare uno sguardo alla città. E invece.

E invece, in aereo mi sono sentita male, mi è salita violentemente la febbre, e prima che me ne accorgessi ero stesa in mezzo al corridoio e una hostess mi teneva le gambe in alto e un’altra chiamava all’interfono per sapere se ci fosse un medico a bordo; c’era, il medico: era una dermatologa siciliana che ha trascorso il resto del volo seduta accanto a me, dicendomi che non sapeva come aiutarmi e che l’unico suggerimento che poteva darmi era di stare al caldo. La solerte hostess che mi aveva sollevato le gambe ha ritenuto, quindi, di avvolgermi in una grossa coperta di lana; io sentivo caldo, sudavo, la coperta era scomoda e ingombrante, cercavo di togliermela: ma la hostess e la dermatologa, con puntiglio, la rimboccavano e tiravano su e mi coprivano le spalle e sprimacciavano il cuscino. Poi è stato il momento dell’atterraggio, e quando l’aereo ha toccato la pista mi hanno detto di restare seduta al mio posto, e hanno chiamato un’ambulanza.

Sono stata portata giù in barella e accompagnata al punto di primo soccorso dell’aeroporto. Lì, senza che ce ne fosse una buona ragione, hanno deciso di maltrattarmi. Io stavo parecchio male e volevo solo andar via: mio cugino doveva essere pochi metri più in là, agli arrivi, ad aspettarmi. Ma medici e infermieri non volevano darmi la borsa, dove c’era il mio telefono: così non potevo dire a mio cugino dov’ero, né potevo avvertire i miei genitori e Ste di essere arrivata ammaccata ma viva a Milano. A me servivano, nell’ordine, togliere quell’orrenda coperta, un termometro, dell’acqua fresca e un po’ di serenità. Loro pensavano che fossi una non meglio identificata “drogata”, e che stessi simulando il mio malessere perché in cerca di qualche strana sostanza dopante. È stato sgradevole e frustrante.

Dopo un lungo stallo alla messicana, mentre loro continuavano a guardarmi come se fossi stata una formica sul tavolo della colazione, ho deciso di sparigliare dicendo Mio cugino è avvocato, se non mi vede arrivare subito si preoccuperà e chiamerà la polizia. Et voilà, il telefono mi è stato restituito, il cugino è apparso accanto a me con espressione preoccupata, mi è stato dato un termometro e si è scoperto che avevo 39,7°. Una flebo, del paracetamolo e qualche altro sguardo di disapprovazione e finalmente mi hanno lasciata andar via, Vai vai, tanto siete tutti così, noi lo sappiamo bene cosa volevi.

Dei successivi due giorni ho un ricordo sfocato: ci sono i miei cugini costernati perché mi avevano preparato una splendida cena che non ho toccato, e poi sempre loro che mi costringono a dormire nel loro letto mentre si accomodano sui divani, e non vogliono sentire ragioni, e io che sto troppo male anche per oppormi. Ci sono la premiazione e le persone che applaudono e il mazzolino di fiori che ricevo, e il famoso doppiatore che legge il mio racconto, e poi nuovi applausi e io che torno al mio posto. Ci siamo noi che in macchina verso casa passiamo davanti al Duomo, Così puoi dire di aver visto almeno qualcosa di Milano, e poi un’altra notte a Milano, stavolta sul divano, e di nuovo in aereo e a Palermo. La febbre mi è durata ancora due giorni.

A distanza di più di dieci anni, continuo a chiedermi per quale motivo, invece che ascoltarmi e aiutarmi, abbiano scelto di trattarmi con sufficienza e disprezzo. Perché ti avevano scambiata per una drogata, hanno risposto la maggior parte delle persone a cui ho posto la domanda. E quindi? Chi fa uso di droga non ha diritto a una corretta assistenza? È giusto che venga trattato con freddezza, superiorità e un tono di sprezzante disgusto? Che accidenti di mondo abitiamo, per reputare normale tutto questo?

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Happy birthday.

Qualche giorno fa è stato il compleanno di mia madre; le ho gridato auguri auguri al telefono a mezzanotte del giorno prima, e poi la mattina intorno alle 9, e verso mezzogiorno ho risposto alla milionesima mail e ho programmato il milionesimo video su Facebook e ho spento il pc e ho deciso di recuperare nel pomeriggio le due ore di lavoro residue; sono andata a casa dei miei genitori, e ho preparato il riso pilaf con la salsa al limone e gli anacardi tostati e canenando ha mendicato bocconi per tutto il pasto, con aria compunta e dolente da fraticello di campagna impegnato nella questua. Dopo pranzo abbiamo fatto qualche scatto insieme con la Polaroid mentre canenando faceva photobombing apparendo con la lingua di fuori e le zanne in evidenza davanti alle nostre facce e agitando la coda accanto ai bicchieri dello spumante, e poi mia madre ha spento le candeline e canenando si è spaventato a morte e si è rifugiato con la coda tra le zampe sotto il tavolo, e poi ancora abbiamo mangiato una torta molto buona, ed ero parecchio felice. Ero felice perché non era affatto scontato, per me, poter festeggiare un altro compleanno insieme. Da quando, due anni fa, in una tarda mattinata grigia e gelida di marzo, mia madre è inaspettatamente morta e poi, sempre inaspettatamente, si è ripresa senza alcun danno, lasciando i neurologi piuttosto perplessi, la mia solita ansia è aumentata esponenzialmente, e mi ha portata a saltare in aria ogni volta che ricevo una chiamata in un orario inconsueto e a rimanere con gli occhi sbarrati, di notte, nel timore di (non) sentire squillare il telefono poggiato sul comodino.

La pandemia non poteva che peggiorare ulteriormente le cose: non per quel che riguarda la salute di mia madre, che graziealcielo è rimasta inalterata, ma per il mio esasperato ed esasperante bisogno di controllo, che fa in modo che la stressi continuamente dicendole di non uscire, non permettere a nessuno di avvicinarsi – ma chi diamine le si può avvicinare, in casa sua?, indossare sempre con attenzione la mascherina, arrivando a controllarla attentamente mentre si lava le mani: senza pensare che ha lavorato per molti anni in una sala operatoria, e quindi accidenti, sa bene come lavarsi le mani. Ma lei, che è una persona paziente e che cerca di non ferire mai i sentimenti degli altri, sopporta con sorridente e comprensiva rassegnazione le mie mattane, arrivando a misurare la temperatura giornalmente senza avere alcun sintomo solo per rassicurarmi sul fatto che no, non ha affatto la febbre; durante il lockdown mi faceva lunghe videochiamate per dimostrare di non fare neanche un colpo di tosse per intere giornate, e poi cucinava qualcosa di buono e la surgelava, e quando finalmente ci siamo potute rivedere mi ha dato barattoli di marmellata e crostate e lasagne e tagliatelle fatte in casa, e i suoi famosi crocchè di latte. Più le sto con il fiato sul collo e spio ogni suo gesto e mi lamento perché secondo me non è abbastanza attenta e precisa, più lei ride e mi prende in giro e minaccia di andare a leccare le maniglie delle macchine posteggiate sul viale, se non la pianto: ma lo fa con tale premurosa dolcezza da riuscire a sedare, almeno per qualche minuto, la mia ansia.

(Per colpa sua e dei suoi manicaretti diventerò spaventosamente grassa, ma va bene così: finché avrò cibo cucinato con amore da mia madre, niente potrà davvero spaventarmi).

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Cose che ho fatto durante la quarantena (che per ora è ufficialmente finita).

Ho lavorato moltissimo: perché quando è iniziato il lockdown tutti si sono chiusi in casa e hanno iniziato subito ad annoiarsi e hanno cercato succedanei sul web, e tutte le aziende hanno provato a riciclare le loro attività sul web, e quindi noi che lavoriamo sul web siamo improssivamente saliti di qualche anello nella catena alimentare, passando in un unico fluido balzo da Quelli che scrivono scempiaggini su Facebook a Ti prego fammi una profilazione del cliente medio/sistemami il Seo/organizzami una diretta al volo/trova una soluzione pratica e a costo zero per fare un laboratorio online sulla cartapesta per bambini di cinque anni, e siamo stati subissati di email e chiamate, Perché tanto sei a casa, che hai da fare?

Ho sentito persone con cui non avevo rapporti da anni: perché abitano al nord o fanno mestieri a rischio ed ero in ansia e volevo sapere come stavano e far sentire loro un poco di vicinanza, o semplicemente perché avevo voglia di parlare con loro e non ne avevo avuto occasione da molto tempo.

Ho mangiato quasi solo minestre a base di zucchine, e risotti con le zucchine, e passati di zucchine, e frittate con le zucchine, e una volta anche pasta con le zucchine fritte: perché le zucchine sono economiche e si trovano ovunque e noi ordinavamo la spesa al telefono o tramite whatsapp in botteghe poco fornite e le zucchine eravamo sicure di trovarle sempre; e anche perché una volta avevo scritto su whatsapp di portarci due zucchine, e ce ne hanno portato due chili, e quindi pace, bisognava pur consumarle.

Ho parlato al telefono per l’80% del tempo in cui sono stata sveglia: ho parlato con i miei genitori, che hanno sofferto molto per la mia assenza e che ho cercato di compensare con ore di ciacole a distanza e videochiamate e foto; ho parlato con colleghi e datori di lavoro e amici e fornitori, e anche con la segreteria telefonica della farmacia per un intero sabato mattina.

Ho superato i momenti di tristezza e stanchezza e nervosismo ingravescente grazie alla nostra chat di cazzeggio & supporto morale e all’idea di un piccolo felino della savana che presto sentiremo ruggire.

Ho vinto trentasei centesimi a un quiz online, e non li ho ancora spesi.

Ho letto poco e male, cercando di applicarmi alla lettura e ottenendo in cambio solo frustrazione e un vago mal di testa.

Ho ordinato online – o meglio, ho chiesto a Massi e Ale di aiutarmi a ordinare online – dozzine di mascherine di diverse fogge e misure, e guanti di lattice, e un regalo per un bimbopiccolo che non vedo l’ora di conoscere, e quattro uova di Pasqua e una camicia da notte blu e un piccolo stereo per mia madre.

Ho partecipato due volte agli incontri del gruppo di lettura: e una volta era il pomeriggio del 25 aprile e c’era molto caldo e io e Ste eravamo sul letto e scrivevamo i commenti su un post Facebook piuttosto che chiacchierare con gli altri del gruppo e sgranocchiare biscotti, e mi sono sentita un po’ triste.

Ho guardato moltissime serie tv, e alcune mi sono piaciute molto, Atypical e Vis a vis su tutte, altre mi sono piaciute pochino, e altre ancora mi hanno ammazzata di noia – ma sono serie considerate molto fighe, quindi tacerò sul nome.

Ho cucinato diverse volte la pasta al forno con la besciamella e ho impastato e steso la pizza ogni sabato sera e ho preparato insieme a Ste la torta con la marmellata di fragole, e la pizza era sempre parecchio buona come è nella sua natura di comfort food, mentre la torta non.

Sono stata preoccupata o in ansia per la quasi totalità del tempo.

Ho fatto moltissima ginnastica e ho perso cinque chili, e ne vado molto fiera, anche se Capo mi ha vista in videochiamata e mi ha detto che sono sicca caliata e Mohamed ha commentato che sicuramente somiglio a una mummia.

Ho litigato con la vicinainvadente, ma questo non c’entra con la quarantena.

Ho ascoltato Ste che suonava la chitarra, e un paio di volte le ho chiesto di suonarmi delle canzoni che mi piacevano e lei lo ha fatto, ma poi per tigna ha voluto suonare anche i Baustelle e mi sono lamentata molto.

Ho portato fuori la spazzatura quasi ogni giorno, e all’inizio del lockdown avevo un giubbotto molto pesante e il berretto di lana e la sciarpa di pile, mentre alla fine indossavo solo una t-shirt e i jeans.

Ho assistito a due scene che non dimenticherò facilmente: la benedizione del Papa in una piazza San Pietro spettrale e deserta, con le sirene delle ambulanze in sottofondo, e il Presidente della Repubblica che, in un fuori-onda, si dispiaceva di non essere potuto andare dal barbiere.

Ho aspettato ogni giorno le 18 per conoscere il numero dei contagiati e dei guariti – questo lo faccio anche ora.

Ho provato a giocare con Anastasia, ma lei ha reagito chiudendosi nella cuccia e mordendomi e allontanandosi da me con aria sdegnata. Poi le abbiamo pulito la gabbia, e ha deciso di odiarci per sempre.

Ho trascorso tutto il mio tempo con Ste, e ne sono stata davvero felice.

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A distanza.

Sono quasi tre mesi che non vedo Mohamed. Le restrizioni per il Covid ci hanno allontanati, e il mio atteggiamento ansioso rende complicato il passaggio a una possibile futura fase 3 che comprenda la mia presenza al compound: temo che ci vorranno ancora parecchie settimane prima di riuscire a sentirmi nuovamente a mio agio in un posto in cui le più semplici regole igieniche sono interpretate creativamente, e in cui l’ultima volta in cui qualcuno si è lavato le mani col sapone era ancora presidente Pertini. Con tutta la buona volontà di cui è dotato, Mohamed si sforza di mantenere la sua tenda in ordine, di dividere accuratamente i sacchetti del cibo per i gatti da quelli del pane per i piccioni, di lavare i vestiti alla fontana e stenderli sulla recinzione di metallo che delimita l’aiuola, di mettere le coperte al sole: purtroppo, però, la sua routine di quotidiana non prevede la doccia, o un accurato lavaggio dei capelli, e quindi.

Per sopperire alla distanza, Mohamed ed io parliamo al telefono: o meglio, io grido, lui non sente, io urlo, lui biascica, io mi sgolo, lui posa il suo vecchio nokia per terra per dare la pappa ai gatti, abbandonandomi a strepitare Moha Moha, ma dove sei finito?, rispondi! con tono sempre più agitato. La conversazione è sempre faticosa, interminabile e tortuosa: ogni telefonata dura almeno mezz’ora, e si alternano lagnanze, Non ti fai vedere mai, ormai se ti incontro per strada non ti riconosco!, grandi risate, considerazioni generali sulla vita, sul rapporto con i genitori, Devi prenderti cura di loro!, con la religione, con le istituzioni, e poi succosi pettegolezzi su tutti i senzatetto della città e su tutti gli operatori di gruppi di assistenza ai senzatetto della provincia: peccato che io non conosca quasi nessuno di loro. Mohamed mi istruisce sulla corretta alimentazione, Devi mangiare la frutta, altrimenti i dolori non ti passano!, mi spiega come il Covid sia in realtà tutta una bieca manovra del capitalismo ai danni dei proletari, Anche se, hai visto, non colpisce le persone di colore, chissà come mai?, mi comunica che lui comunque sta benissimo, perché ha gli speciali anticorpi tipici dei persiani. Ma quindi in Iran non è arrivato, il Covid?, gli chiedo: e lì si rabbuia e mi spiega che sì, è arrivato, e un sacco di gente sta male, e infatti vorrebbe proprio sentire suo padre. A quel punto raggiungiamo il solito impasse: io gli spiego che i suoi familiari sono preoccupati per lui, lo chiamano ogni giorno ma non riescono a parlargli, il suo telefono non funziona; lui mi risponde che non può chiamarli, non ha soldi, dovrebbe fare la ricarica, è troppo lontano, si stanca, non se la sente di arrivare a piedi fino alla stazione, ormai c’è troppo caldo, non può camminare al sole: E quindi, vedi?, devi venirmi a trovare prima possibile, così facciamo una videochiamata dal tuo smartphone prima che sia troppo tardi. E in quel momento, sempre, inevitabilmente, mi sento uno schifo.

Con la mia proverbiale ansia, cerco sempre di sincerarmi che Mohamed abbia tutto quello che può servirgli: e quindi cibo, gel disinfettante per le mani, batterie per la torcia, tabacco, cartine, accendino e mascherine. Me ne hanno portate alcune, mi ha detto l’altra volta: tranquilla, le mascherine ce le ho. Ma le usi, Moha?, gli ho chiesto. No, no, poi si sporcano, mi ha risposto: però le ho conservate bene. E dove, di grazia?, gli ho chiesto trepidante. In un sacchetto di plastica nella cuccia dei gattini, mi ha comunicato trionfante.

E tant’è.

Per fortuna che ci sono i gatti a vigilare sulle mascherine.

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Esasperazione (Covid-19 edition).

Non è niente di grave, è solo un’influenza.
Ma lo sai ogni anno quanti morti fa l’influenza?
Basta lavarsi le mani.
Basta usare la mascherina.
Basta non essere vecchi.
Basta che nessuno ti tossisca in faccia.

State esagerando, così non si vive più.
La vera malattia è l’ignoranza.
La vera malattia è l’indifferenza.
Non moriremo di Covid ma di povertà.

Lo fanno solo per tenerci chiusi in casa.
Vogliono tenere tutto chiuso per farci fallire.
Vogliono aprire tutto per farci morire.

Se la quarantena non finisce in fretta impazzisco.
Ah, no, io ho paura, resto a casa anche nella fase 2.
Ma tanto vedrai, la fase 2 durerà un paio di settimane e basta.
Io non mi fido degli altri.
Io sono prudente e scrupoloso, sono gli altri che non sanno comportarsi.
Le strade sono piene!, vedrai che nel giro di poco saremo di nuovo chiusi dentro.
Non accetto di dover stare chiuso dentro per colpa degli altri.
Io sono uscito, ché avevo cose importanti da fare; ma che ci facevano tutti gli altri in giro?

Qua non c’è nessun controllo.
Basta con questi controlli, non se ne può più!
Ho visto dei posti di blocco.
Qua non ci sono mai stati posti di blocco.

Mi rifiuto di scrivere un’autocertificazione per uscire di casa.

Non torneremo mai alla normalità.
Io non voglio tornare alla normalità, perché la normalità era il problema.
Ma cosa vuol dire, tornare alla normalità?
Io voglio andare al cinema e a cena fuori, questa per me è la normalità.

Se riaprono le chiese, riaprano anche i cinema.
Io ho un cinema e non voglio riaprire, con i posti scaglionati guadagnerò un quarto rispetto al solito, non mi conviene.
Io ho un locale e lo voglio riaprire.
Io ho un locale e non lo voglio riaprire, voglio i soldi dallo Stato.

Io sto bene a casa, per me potete richiudere quando volete.

Io voglio vedere gli amici.
Io devo uscire per lavoro e ho paura.
Io lavoro da casa e non ho problemi, chi se ne frega delle paure degli altri.
Io ho paura per me, ma non mi interessa se gli altri corrono un pericolo.
Io sto a casa e pretendo che gli altri escano per me.
Io voglio stare a casa e pretendo che gli altri stiano a casa come me.

Questa cosa degli affetti stabili è assurda, non si capisce cosa significa.
Questa cosa degli affetti stabili è eteronormata e moralista.
Questa cosa degli affetti stabili è anacronistica.
Chi sono gli affetti stabili?
Il cognato del salumiere è un affetto stabile? E il fidanzato? Il marito? L’amante? Il mio vecchio compagno di banco delle medie? Posso vedere il tipo che ho incontrato due volte al panificio prima della quarantena? Posso vedere il panettiere? E come compro il pane, allora?
Sono stanco di questo bigottismo, la famiglia non è solo quella del Mulino Bianco.
Gli amici sono i miei affetti stabili, non me ne frega niente di vedere i familiari.
Io non ho familiari vicini e mi sento discriminato.
Io non ho un compagno e mi sento discriminato.
Io sto sulle palle ai miei parenti e mi sento discriminato.
Io sono gay e mi sento discriminato, anche se non è specificato da nessuna parte che gli affetti stabili devono essere di sesso diverso, ma se non faccio battaria poi magari nessuno si ricorda della mia esistenza.

Io non voglio vedere solo le persone con cui ho uno stabile legame affettivo, rivendico il mio diritto al sesso mercenario e occasionale.
Io voglio uscire la sera e fare sesso con sconosciuti, li si può considerare affetti stabili dopo due cocktail? Ah, non posso ancora andare a bere due cocktail?

Io in questo periodo non riesco a leggere: capita solo a me?
Io in questo periodo leggo un sacco: capita solo a me?

Mi manca la quarantena, mi sono goduto la mia famiglia e ho imparato a impastare il pane.
Non ne potevo più della quarantena, mi è mancata la mia famiglia e non ho nessuna voglia di impastare il pane.

Per me non cambia niente, tanto la sera guardo Netflix sul divano.

Fanno pochi tamponi, così non ne usciremo mai.
Conosco una persona che aspetta da marzo 2012 il risultato del tampone.
Conosco una persona che fa cofcof da marzo 2012 e non le fanno il tampone.

Sicuramente abbiamo avuto tutti il Covid quest’inverno, altro che influenza.

L’unica soluzione è l’immunità di gregge.
L’unica soluzione è il tracciamento dei casi.
L’unica soluzione è la terapia col plasma.
L’unica soluzione è fare millemila tamponi.
Altro che quarantena, servono i tamponi, ma tanto li danno solo ai calciatori.

Conosco mille persone che sono scese da Milano in Sicilia, che vergogna.
Conosco mille persone che sono bloccate a Milano e non possono scendere in Sicilia, che vergogna.

E i bambini? Nessuno pensa ai bambini?!
I bambini sono le vere vittime.
Pretendo che riaprano le scuole, non ce la faccio più a tenere i bambini in casa.
Non voglio che riaprano le scuole, insegno e mi spavento.
Con la didattica a distanza i bambini devono essere seguiti.

Se torno al lavoro, chi si occuperà dei miei figli?
Io ho una baby-sitter che pago tre euro l’ora, ma voglio il bonus baby-sitter da 1200 euro al mese.

Hanno riaperto i parchi, ma lo spazio per cani è chiuso, quindi monto una bega infinita per questo.
I cani hanno più diritti dei bambini.

I padroni dei cani sono dei privilegiati.
I genitori sono dei privilegiati.
I single sono dei privilegiati.
Gli insegnanti sono dei privilegiati.
Quelli che lavorano da casa sono dei privilegiati.
Quelli che non hanno perso il lavoro sono dei privilegiati.

(Tutti noi che siamo qui, che parliamo, che stiamo bene, che non abbiamo perso nessuno dei nostri cari: noi, sì, siamo dei privilegiati).

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I piatti della festa

Quando ero bambina e poi ragazzina, a casa mia gli onomastici si festeggiavano con più cura e attenzione dei compleanni. È sempre stato così, nella mia famiglia, e non mi sembrava strano, lo consideravo normale: ma quando, già grandetta, ho scoperto che invece tutti gli altri, compagni di scuola e figli di amici e vicini di casa, prestavano più attenzione al compleanno che all’onomastico e ho chiesto come mai da noi si facesse al contrario, Gli onomastici si ricordano più facilmente, fu la spiegazione della nonna, anche se io sul momento non ne fui molto persuasa, e ancora adesso non sono sicura che avesse davvero senso; ma tant’era.

Eravamo una famiglia poco numerosa, ma in compenso eravamo parecchio rumorosi e litigavamo spesso, con scoppi fragorosi di urla e qualche volta una porta sbattuta; eravamo anche molto uniti e abbastanza felici, insieme, e quando qualcuno di noi faceva l’onomastico andavamo tutti a mangiare dai nonni. Non importava che fosse mercoledì o venerdì, che mio padre smontasse da parecchie ore di guardia o che mio cugino il giorno dopo avesse la versione di greco, o anche che io avessi ginnastica artistica alle tre del pomeriggio: non era presa in considerazione l’idea di spostare l’appuntamento al sabato o alla domenica successiva, o di vederci a cena. Uno di noi faceva l’onomastico, tutti andavamo a pranzo dai nonni. Faccenda chiusa.

Il giorno dell’onomastico-di-uno-di-noi io di solito arrivavo dai nonni dopo la scuola con i miei cugini; saltavamo giù con gli zainetti in spalla dallo scalcinato scuolabus del signor Mandalà e affrontavamo i sei pieni di scale a piedi, e arrivati su scoprivamo che i nostri genitori non erano ancora arrivati. In compenso, trovavamo la nonna freneticamente impegnata con gli ultimi preparativi: il nonno, invece, di solito stava leggendo il giornale nello studio. Venivamo subito coinvolti: mio cugino, in qualità di maschio impavido e temerario, era invitato a compiere la pericolosissima operazione di allungamento del tavolo della stanza da pranzo. Intanto io impilavo i bicchieri sul carrello, mia nonna controllava il forno e si scottava il polso chiudendolo e metteva il ghiaccio e cercava la pomata e riapriva il forno e si scottava di nuovo. Mia cugina di solito si defilava, giocava con le barbie, ci accusava di non dedicarle abbastanza attenzione e si metteva a piangere. Poi pian piano iniziavano ad arrivare tutti, mia madre con la sua Panda amaranto che si riconosceva da diversi isolati di distanza, mio padre con i regali, mia zia con dei fiori gialli per la nonna; per ultimo di solito arrivava mio zio, quando noi avevamo già mangiato la pasta da un bel po’.

La nonna cucinava ogni volta una cosa speciale, il piatto preferito del festeggiato: il mio era la pasta al ragù, e poi la crostata al cioccolato; mia madre preferiva la pasta col sugo del latte e la crostata con crema e amarena, mio nonno la pasta con le cozze, mia zia la pasta al forno. Per tutti quelli che non volevano mangiare quello che era previsto, la nonna proponeva il menu alternativo: pasta con la salsa e cotolette. Io di solito mangiavo i piatti della festa, con una sola alternativa: quando c’era la pasta al forno, che insensatamente non mi piaceva.

Poi sono cresciuta, e i miei gusti sono cambiati, e la pasta al forno alla napoletana della nonna è diventato uno dei miei piatti preferiti: uno di quelli che so fare a occhi chiusi. Si cuoce la pasta, penne rigate: e se sono mezze penne o sedanini è ancora meglio. Intanto si prepara una besciamella morbida e non troppo densa, arricchita con noce moscata e grana grattuggiato, e si tagliano a cubetti prosciutto cotto e scamorza affumicata. Si assembla tutto, si inforna, si mangia.

In questi due mesi di isolamento dal mondo, di preoccupazioni e scoppi di rabbia e incertezza e mancanza, Ste mi ha chiesto la pasta al forno per ogni giorno di festa, Pasqua, 25 aprile, 1° maggio. E io gliel’ho fatta ogni volta, e ogni volta lei mi ha detto che era buonissima, più buona dell’altra volta; e ogni volta io mi sono chiesta come mai da bambina non mi piacesse, chissà.

E ogni volta, mentre mescolavo la besciamella masticando un pezzo di scamorza e dicendo a Ste di lasciare stare il prosciutto, che poi la pasta viene scondita, ogni volta ho pensato alla nonna, alla sua figura rasserenante in cucina, intenta ad allineare i piatti pieni, alla sicurezza assoluta che mi trasmetteva la sua voce, alla dolce fermezza con cui mi ha cresciuta. Mi manca ancora moltissimo.

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