Addio, Mate.

Nel 2010, su Facebook, c’era un gruppo che si chiamava Chi mi consiglia un libro? Era, quello, un periodo in cui i social network erano usati poco, e nei gruppi non c’erano ancora decine di migliaia di persone, ma si era in pochi, e si scrivevano commenti lunghi e ragionati, si discuteva molto e si imparava a conoscersi; non c’erano gli smartphone, o se c’erano erano usati molto poco, e ci si collegava da casa, dai computer fissi, quando ce n’era la possibilità. Io non lavoravo, allora, e stavo interi pomeriggi al pc, e la maggior parte del tempo la passavo su quel gruppo: è lì che ho conosciuto i quattro quinti dei miei amici virtuali. E a partire da quelle conversazioni lì, un giorno di aprile, mi è arrivata la proposta di amicizia della Mate. Buongiorno, le ho scritto in bacheca quando ho accettato la sua richiesta. Buona notte, ha risposto lei, che si era collegata molte ore dopo il mio post. Buongiorno, ho commentato io il giorno successivo. E di nuovo Buona notte, ha scritto lei quella sera. La nostra amicizia è iniziata così, con uno scambio di saluti a orari sfalsati, come se non dovessimo riuscire a incontrarci mai.

La prima volta che la Mate mi ha scritto un messaggio privato, è stato l’ottobre successivo; voleva sapere il mio vero nome, dato che all’epoca usavo un nickname che poi mi è stato strappato brutalmente via. Abbiamo parlato di nomi, e della fatica di portarli – nomi insoliti, nomi troppo classici, nomi comunque sgraditi. In quel primo messaggio, abbiamo parlato anche di questo blog: e da allora la Mate mi ha ricordato, quasi ogni settimana, che il sabato si avvicinava, e che lei aspettava il blog, e che ci teneva, e che quindi mi sbrigassi a scriverlo. Ci siamo sentite via messaggio, da quel pomeriggio di ottobre di otto anni fa, quasi ogni giorno. Ci siamo raccontate tantissime cose, storie tristi e allegre e a volte bizzarre, storie del passato, del primo amore, dei primi lavori. Abbiamo parlato di cani, di cibo, di compagni bizzosi, di parenti che ci facevano stare male, di vacanze, di libri, di ricette, di paura, di speranza. Il 19 giugno del 2011, la Mate mi ha mandato un regalo di compleanno: da allora, quasi tutti gli anni, a metà giugno mi è arrivato un pacchetto, con l’indirizzo scritto in azzurro cielo e dentro qualcosa fatto con le sue mani, le famose manine d’oro della Mate.

A marzo del 2013, la Mate mi ha telefonato in ufficio, perché voleva sentire la mia voce dopo averla tanto immaginata, ha detto: e le ha risposto Capo, e io non ho potuto parlare a lungo, ma le ho chiesto il numero di cellulare e da allora ci siamo scritte sms e anche chiamate, a volte: come la notte che è morto Pier, e la Mate mi ha chiamato molto tardi e non ha detto nulla per alcuni minuti, e io ho capito che voleva solo compagnia e non ho detto nulla neanche io. Mi ha sognata molte volte: l’ultima è stata alcuni mesi fa, le bussavo alla porta e lei mi apriva ed era contenta; magari un giorno lo farò davvero, le avevo detto quando me lo aveva raccontato.

La Mate, io l’ho vista di persona solo per un weekend: era giugno del 2013, e Mirò era appena morto, e lei mi ha scritto e mi ha chiesto se la sua presenza avrebbe potuto lenire un po’ la mia tristezza; ed è venuta a Palermo, per Una marina di libri, nei tre giorni più caldi e soffocanti dell’anno, lei che il caldo lo soffriva molto: e ha conosciuto la Ste’, che le faceva, all’inizio, un po’ paura; e la Fra’. E poi Capo, mentre amicastorica, credo, l’ha lisciata. Ha visto la Vucciria, e insieme abbiamo mangiato e comprato le mandorle fresche al mercato. Siamo state ai Quattro canti e a piazza Pretoria, e lì la Mate ha fatto una foto, con le spalle alla scalinata della chiesa di Santa Caterina. Poi siamo state a piazza Marina, a mangiare panelle davanti al ficus secolare: e quella è la cosa che le è piaciuta di più di Palermo. Volevo presentarle Ife, ma non c’era: le ho mostrato solo qualche spezzone di città, periferia con palazzoni e centro storico bollente e scorci di mare calmo, la colonna dell’Immacolata, piazza San Domenico. È lì che ci siamo abbracciate per la prima volta, davanti al portone di Storia patria: e la piazza era accecante di luce, era il primo pomeriggio di un venerdì di quasi estate, e la Mate era seduta su una panchina e sorrideva. Ci siamo salutate la domenica sera, dopo cena, e la Vucciria era buia e vuota, ed eravamo un poco tristi, ma ci rivedremo, abbiamo detto: e invece non ci siamo riviste mai più, e sì che io e Ste’, fino a pochissimo tempo fa, ogni volta che vedevamo un posto bello o mangiavamo una cosa buona dicevamo Qua ci portiamo la Mate, e io pensavo che sarebbe venuta a vedere la Marina di libri all’Orto botanico e mi compiacevo, perché c’è sempre fresco e non avrebbe sofferto l’afa, e pensavo a come farle la caponata senza agrodolce, ché alla Mate l’aceto non piace.

La Mate è stata la prima persona a cui ho detto che ho rischiato di perdere il lavoro, alcuni mesi fa: e per molte settimane è stata solo lei, oltre alla Ste’, a saperlo. È stata la prima a cui ho scritto, nell’orribile agosto del 2015, dicendo che pensavo che non ce l’avrei fatta ad andare avanti. Per anni, quando andava in vacanza a Riccione, non poteva collegarsi a Facebook per un paio di settimane: e mi scriveva un resoconto, giorno per giorno, che poi mi mandava al rientro a casa, in modo che non mi perdessi niente delle sue giornate. Abbiamo litigato, che io ricordi, solo una volta: ma tante volte, chissà perché, ha temuto che la cancellassi dalle mie amicizie, e mi ha scritto pregando di non farlo, anche se io non ho mai avuto la tentazione di farlo, e mai lo avrei fatto. Quasi ogni giorno mi diceva Ti voglio, lo sai, vero?, e io le dicevo che sì, lo sapevo bene. Ha tenuto le dita incrociate per me per moltissimi motivi, per lavoro, salute, amore; ha voluto le foto della nostra casa, quando ancora non era la nostra casa, per aiutarmi a scegliere i mobili: e l’ha cercata su Google Maps, per capire se il palazzo le piaceva, e com’era l’esposizione, se c’era tanta luce. Mi ha mandato regali, tantissimi regali: quadretti e segnalibri e cartoline, lettere, un disegno di sua nipote, orecchini, un taccuino rosso per invitarmi a scrivere con più coraggio, “con più colori”. E poi presine e calzini, e un braccialetto col mio nome, e un gufetto di stoffa fatto a mano perché mi portasse fortuna. E tanto altro che adesso non ricordo: un cuore di legnetti, i portafoto con gli alberelli, la sua chiavetta usb piena zeppa di ebook, un libro. Ha partecipato alla mia vita, e mi ha reso partecipe della sua: dei momenti belli e buffi e divertenti, e di quelli brutti. Da sette mesi a questa parte, quasi tutti i nostri messaggi parlavano di medici, ed esami, e medicine, e paura, e pianti. Mi sono sentita impotente, e triste, e preoccupata. Ma ero convinta, con un ottimismo che non mi appartiene, che sarebbe andato tutto a posto. E invece.

E invece, la Mate non c’è più, e io sono molto, molto triste, e mi tornano in mente flash assurdi, tipo la domenica sera, alla Marina di libri, quando è stato estratto il biglietto vincitore del sorteggio, e la Mate era seduta lì, sulla sua seggiola tra il pubblico, con un biglietto in mano, e io speravo che avesse vinto proprio lei, e invece, anche quella volta, mi sbagliavo. E penso a tutte le cose che mi viene in mente di dirle, anche le più stupide, e non c’è più tempo per farlo; non c’è più tempo per mangiare insieme le panelle, per farle conoscere Nando, per farle vedere la nostra casa, e per portarla a Monreale e al santuario di Santa Rosalia come le avevo promesso. Non c’è tempo per sentire cosa pensa dell’ultimo libro di Avoledo, e se il passato di zucchine le è piaciuto. Il suo ultimo post è stato su un gruppo: chiedeva se continuare o meno a leggere un libro che non le stava piacendo. Chissà se lo ha mai finito, non ho avuto il tempo di chiederglielo. Non ci sono più gelati Delirium, passeggiate a Riccione, non c’è più nessuno che chiami demente la Olga, nessuno che mi chiami Mariù, o Piccoletta, o Bonjour, che mi invii ogni sera la buona notte in una lingua diversa, che mi dica di non scordarmi che oggi è sabato.

Non c’è più la mia amica Mate, e il mondo senza di lei è un po’ più triste.

[Per Giancarlo e Fabio, a cui invio tutto l’affetto possibile].

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Quando nevica a Palermo.

Foto di Stefania CiminoQuando nevica a Palermo è stranissimo e nessuno se lo aspetta, perché a Palermo non nevica mai. Quando nevica a Palermo, di solito non nevica, ma grandina per qualche minuto, e la strada si imbianca, e tutti gridano “la neve!” e sono molto eccitati e contenti, anche se non sta nevicando davvero.

Quando nevica a Palermo, tutti corrono a comunicarlo su Facebook; scrivono “che freddo!” o “guardate, nevica”, e se sono particolarmente bravi e attenti all’algoritmo e desiderosi di like mettono anche una foto del loro balcone imbiancato, o della strada di casa loro vista dalla finestra.

Quando nevica a Palermo, gli automobilisti si confondono e vanno pianissimo e se devono affrontare la salita del supermercato schiacciano con foga l’acceleratore e già si vedono bloccati giù, nel parcheggio gelido e livido, con il minestrone surgelato che si scioglie e il pollo arrosto che si raffredda nel bagagliaio; così chiamano la moglie e la avvertono che forse ritarderanno perché vedi, nevica, e la moglie li immagina nel pieno di una bufera siberiana e si allarma.

Quando nevica a Palermo, di solito si scivola: perché le basole sono lisce e le scarpe non sono adatte, e qui nessuno indossa stivaletti con la suola a carrarmato o anfibi imbottiti, ma solo scarpe da ginnastica o mocassini o scarpette di cuoio leggero, perché a Palermo non fa mai molto freddo e quindi non è economico comprare delle scarpe pesanti per usarle due giorni l’anno e poi basta.

Quando nevica a Palermo, tutti si rintanano in casa e ordinano la pizza a domicilio; quando nevica a Palermo, i ragazzi che consegnano la pizza a domicilio sono i meno contenti.

Quando nevica a Palermo, le strade sono vuote; non c’è Giovanni ‘o minorenne, il tipo con il camion di arance di Ribera che stazione vicino casa nostra. Non c’è il ragazzo che riempie i sacchetti del Penny e li carica in macchina, e neanche il lavavetri di piazza Croci o il caldarrostaio della Cala, o gli uomini sgraziati e urlanti che abbanniano incongrui mazzi di rose al semaforo di via Roma Nuova. Quando nevica a Palermo c’è un silenzio surreale.

Quando nevica a Palermo, Monte Cuccio subito si imbianca; a volte si imbianca anche Monte Pellegrino, ma meno.

Quando nevica a Palermo, in tanti ci si preoccupa delle persone e degli animali senzatetto; si organizzano raccolte di indumenti e di coperte, si portano bicchieri di thè bollente e croccantini ipercalorici, si fanno telefonate angosciate a Mohamed per sapere come sta. Quando nevica a Palermo, Mohamed sta asserragliato sul camper, con il giubbotto di pelle e il berretto e i calzettoni e le ciabatte, ché di mettersi le scarpe non ha proprio voglia, anche se nevica.

Quando nevica a Palermo, Mohamed dice che ha più dolori del solito, alle braccia e alle spalle e alle costole che negli anni si è rotto, ma poi sa che mi preoccupo molto e quindi dice che no, qui non c’è mica vero freddo, non sai quello che c’è in Iran, che ne puoi capire tu.

Quando nevica a Palermo, se c’è un buon motivo per fare un sit-in, ci si copre bene e si fa lo stesso: e infatti ieri c’erano cinquemila persone davanti a Palazzo delle Aquile, per manifestare solidarietà al sinnaco Ollando che dice che dobbiamo accogliere tutti, migranti economici e rifugiati politici e minori non accompagnati, e io penso che abbia assolutamente ragione, solo che al sit-in non sono andata perché ero in ufficio.

Quando nevica a Palermo, tutti approfittiamo per mangiare molto, bere cioccolata calda e finire il pandoro avanzato da Natale, perché col freddo bisogna nutrirsi adeguatamente, a quei due chili di troppo penseremo dopo.

Quando nevica a Palermo, i turisti sono straniti e scattano molte foto: e c’è sempre qualcuno che fotografa la spiaggia di Mondello, perché la neve sulla sabbia è scenografica e insolita.

Quando nevica a Palermo, io sono piuttosto infelice, perché odio il freddo e sono in pena per Mohamed e i cani e penso alle mie piantine di menta che soffrono; quando nevica a Palermo, io spero solo che finisca presto.

Per fortuna a Palermo non nevica ma.

[La foto è di Stefania Cimino].

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Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

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Dieci (e più) buoni motivi per far sorridere laMate.

LaMate è la prima (e più assidua) lettrice di questo blog; non fosse stato per lei – nel senso, perché ho paura di lei – questo spazio non esisterebbe più da tempo. Solitamente, in vista del sabato, laMate mi pungola a partire dal martedì, con ritmo in lento continuo crescendo, una marea di messaggi e post e alert che sale costantemente: e io, che temo più di ogni altra cosa di deludere chi mi circonda, il giovedì inizio a pensare a cosa scrivere, e mi arrovello e lagno e chiedo aiuto a Ste’ e non ho idee e vaglio cinque o sei proposte diverse e le inizio e le boccio e le cancello e poi mi dispiace di averle cancellate ma ormai è fatta, e il sabato mattina mi alzo presto perché non voglio che laMate dica che sono in ritardo.

Oltre che la lettrice principale di questo blog, laMate è soprattutto una mia amica, un’ottima amica; è divertente e affettuosa e incoraggiante e presente, ha tante cose da raccontare, mi ha dato la ricetta del risotto con le zucchine e mi ha consigliato molti libri. Il primo regalo che abbiamo ricevuto per la casa nuova è stato il suo; quando mi sono bruciata le dita con un coperchio bollente, mi ha inviato una coppia di raffinate presine fatte a mano. Quando Mirò è morto, ha preso un aereo per abbracciarmi e lenire il dolore lancinante per la perdita del mio amato semi-labrador. Mi ha tenuto virtualmente la mano, la notte che ho trascorso in ospedale su una sedia accanto a mia madre che era morta e poi non era più morta. Mi ha mandato, per anni, un incipit al giorno, e per mesi un messaggio di buona notte. Vuole bene a me e Ste’ e canenando, con slancio e intensità, come pochi altri.

Adesso non sta bene e non è molto contenta; per questo, chiamo a raccolta tutti gli amici lettori di questo post: suggeriamo insieme alla Mate qualche buon motivo per sorridere.

Il Gp: che non è il Gran Premio automobilistico, ma è il marito della Mate; è alto e bello, e poi ha portato in Italia Mordillo e Holly Hobbie e per questo si è conquistato un posto di riguardo nel mio cuore.

La Olga che fa la Fracci: la Olga è la canuccia della Mate. È color pavimento in cotto, ama le mele, frigna per i formaggini e danza adorabilmente sulle punte.

Vecio: che è il fratello della Mate, è un vecchio brontolone ma, sotto strati di bestemmie e rimostranze, nasconde un cuore d’oro.

I libri di Stephen King: che a me spaventano a morte, ma alla Mate, vai a sapere perché, piacciono molto. E anche quelli di Tullio Avoledo.

Il kindle, e il guantino da kindle; quest’ultimo è un simpatico accessorio che laMate ha creato per non ghiacciarsi la mano reggi-kindle, quando legge a letto, e che io le invidio da morire.

Le canzoni di Guccini: che io trovo disperatamente tristi già dal terzo accordo, ma.

Facebook, e soprattutto gli amici di Facebook: che siamo un bel gruppo nutrito, e aspettiamo con ansia che laMate torni online.

Le panelle: e la promessa, immancabile, che appena laMate tornerà a Palermo la porteremo a mangiarne a volontà.

Verona, anche se a me non ha fatto una grande impressione.

E poi, in ordine sparso: il colore blu, la frittata (che nei miei post non può mai mancare), i nipoti, soprattutto il grande e la piccola; e poi la Olga che abbaia ai gatti, la nazionale di pallavolo, il risotto, il passato di verdure, il cioccolato. E ancora la città di New York, la cagnina azzurra di Facebook, Gino Strada, i gamberi (pochi), la primavera, le giornate di sole, leggere sul divano, il piumone, i segnalibri, gli abbracci.

Ecco, Mate, io la mia parte l’ho fatta: ora tocca a te, sorridi.

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Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Regali di Natale.

Quando ero bambina, i regali di Natale per noi nipoti li comprava la nonna; di solito erano regali utili, pratici: comodi maglioncini di lana per la scuola, o solide scarpe da pioggia per l’inverno, o pigiami morbidi e caldi, di flanella, o giubbottini imbottiti, col cappuccio, per ripararci dalla pioggia mentre salivamo e scendavamo dallo scuolabus. Noi eravamo in tre, e la nonna comprava solitamente tre copie dello stesso oggetto, come aveva fatto, un tempo, per mia madre e mia zia; cambiava solo il colore: rosso per mio cugino, blu per mia cugina, verde per me, “come i tuoi occhi”, commentavano sempre in famiglia. Il nonno solitamente compariva solo al momento dello scambio dei doni, compunto nel suo ruolo di decano della famiglia, seduto sulla poltrona di ciniglia color ocra, in salotto: ci guardava scartare i pacchetti confezionati dalle commesse e distini solo dalle nostre iniziali scritte a matita in un angolo, annuiva con aria vagamente soddisfatta, accoglieva con un sorriso distaccato i nostri ringraziamenti – la nonna ci teneva sempre a dire “ringraziate anche il nonno”, a sottolineare il suo ruolo del tutto marginale nell’affaire regali-per-i-bambini.

Ricordo con precisione le volte in cui mio nonno mi ha regalato qualcosa di diverso, scelto personalmente da lui: erano una scimmietta di peluche verde acqua che suonava i piatti, quando avevo forse tre o quattro anni, e poi un set di utensili da cucina che ancora adesso è sistemato sul piano di lavoro accanto al fornello, nella casa in cui vivo con Ste e che lui non ha mai conosciuto; e poi, c’era una cassetta: una musicassetta, di quelle che si usavano quando ero ragazzina, con il nastro che si annodava e che bisognava cacciare dentro a viva forza, girando le rondelle con l’aiuto di una matita, e che io ascoltavo con il walkman tornando da scuola. Avevo forse undici o dodici anni, quel mese di dicembre, e il nonno mi aveva chiesto di esprimere un desiderio: quell’anno, per Natale, mi avrebbe fatto un regalo speciale, solo per me. I miei cugini non avrebbero avuto niente, al di fuori del pacchetto istituzionale scelto dalla nonna, maglione o cappotto o vestaglia che fosse: io, invece, potevo scegliere quello che preferivo. Mi trovai in enorme difficoltà: ero onorata e commossa e trionfante e avrei voluto moltissime cose, ma non volevo che spendesse troppo, il nonno era sempre convinto di non aver soldi, apparteneva a quella generazione che si era trovata in ristrettezze economiche e che temeva sempre un tracollo improvviso e subitaneo; la nonna, dea ex machina dei primi vent’anni della mia vita, col suo consueto senso pratico risolse anche quel problema: “perché non ti fai regalare – mi chiese – una cassetta di quel giovanotto che ti piace?”. Il giovanotto era Freddie Mercury, e quell’anno trovai sotto l’albero Queen II, incartato a mano con un foglio di carta da macchina da scrivere su cui era stata scritta una dedica in inchiostro nero, A Maruzza dal nonno Alfredo che te vole bene assaje. Io ero, sono stata e sono tutt’ora un’appassionata dei Queen, e Queen II è uno dei miei dischi preferiti, e quello è ancora adesso uno dei regali che ho amato di più in vita mia.

Oggi andremo a vedere Bohemian Rhapsody, il film dedicato alla vita di Freddie Mercury: e io, che al cinema vado solo un paio di volte l’anno, stavolta ci tengo moltissimo a vedere il film in una sala con buona acustica, e sono mesi che incrocio dati – prezzo dei biglietti, orario della proiezione, possibilità di comodo parcheggio nei pressi della sala – per capire dove andare, e a che ora, e in quale maniera (mangiando prima? dopo? sia prima che dopo? durante? l’incertezza concima la mia ansia); ci tengo a vederlo al cinema, dicevo: perché che senso avrebbe sentire alcune tra le canzoni più belle e raffinate e spettacolari della storia della musica con le casse scadenti del mio pc? Non so bene cosa aspettarmi: una parte di me ha paura che si scada nell’agiografia, o che i personaggi siano semplificati al punto da farne delle decalcomanie, o che sia un polpettone americano con colori fluo anni Ottanta ed effetti speciali a lenzuolate; un’altra parte pensa che comunque saranno due ore di buona musica e probabilmente mi commuoverò, e quindi pace, sarò contenta lo stesso.

[Sabato scorso sono passati quattro anni che il mio nonno preferito è morto, e io mi sento ancora parecchio triste, e mi manca la sua voce tonante e il suo impeto rabbioso e i ricordi della guerra e quell’accento napoletano che al mio orecchio era la cadenza dell’infanzia, del calore, della famiglia].

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Una (video)chiamata allunga la vita?

Il padre di Mohamed non sta bene: è anziano e poco in forma, e il fratello, al telefono, gli ha detto di tenersi pronto al peggio e di non spegnere il cellulare neanche di notte, in questo periodo. E Mohamed, che non chiede mai niente, che non accetta favori o regali e che voleva che mi riportassi indietro il maglione di lana che mio padre aveva messo in serbo per lui, per la prima volta mi ha domandato aiuto; mi fai fare una videochiamata dal tuo smartphone?, mi ha detto. Non paghi nulla, la facciamo con internet, ci ha tenuto a specificare: e mi ha spiegato con tono di mortificata urgenza che vorrebbe vedere suo padre per l’ultima volta, e io mi sono stupita che conoscesse le videochiamate e la possibilità di farle tramite web, dato che lui non ha un pc o uno smartphone o una connessione internet e ha sempre precisato che sono cose che non gli interessano, che non gli piacciono e che vede lontanissime da sé. Mi sono stupita, dunque, ma gli ho detto di sì, ovviamente: e poi, altrettanto ovviamente, sono andata subito in panico, perché non so come fare una videochiamata a un anziano iraniano, non ho il suo numero e non ho idea di cosa si usi lì, nel cuore della Persia, come app di messaggistica; avranno Whatsapp? O Skype? Possiamo anche registrarla, questa telefonata?, mi ha chiesto Mohamed: e io, ancora più perplessa e confusa, gli ho detto che credevo di no, ma potevamo provarci. Poi sono tornata a casa, e ho fatto una delle cose che mi vengono meglio: ho chiesto aiuto a chi ne capisce più di me. Ho lanciato l’allarme su Facebook, e tra messaggi privati e commenti e consultazioni e uno sguardo all’app store siamo riusciti a capire come muoverci. Sono bastate un paio d’ore per scaricare una nuova app di messaggistica che sembra sia abbastanza diffusa in Iran: abbiamo fatto una lunga videochiamata di prova, io e Ste’ e Massi&Ale, che vivono lontano da qui ma sono vicini come se abitassero due traverse più in là, e sembra che funzioni. Abbiamo anche trovato, a quanto pare, un modo per registrare audio e video: ma su questo devo ancora smanettare un po’. Poi Mohamed chiamerà suo fratello e prenderemo un appuntamento per la videochiamata: probabilmente se ne parlerà lunedì pomeriggio, e a Palermo sembra che diluvierà, e non posso entrare nel camper di Mohamed e stare lassù per qualche quarto d’ora, quindi penso che ci metteremo nella mia macchina, o forse lui starà in macchina e io da qualche altra parte, perché è un momento intimo e privato e, anche se non capisco il farsi, non voglio origliare la sua telefonata.

Sai, non vedo mio padre dal 1993, mi ha detto Mohamed la scorsa settimana. Io vivevo a Bagheria, allora, e i miei genitori sono stati da me per tre mesi; avevo il lavoro, la casa e la macchina, mi ha raccontato, sottintendendo: non ero come ora, non sono sempre stato così, a dormire per strada con tre cani e tre gatti, su una sdraio scomoda e traballante, con i polsi ancora steccati e il dolore a una spalla e la testa che a volte va per i fatti suoi; e io mi sono chiesta (e per giorni, poi, ho continuato a chiedermelo) come abbia fatto la sua vita a deragliare così, e come mai nessuno, delle tante persone che gli stavano accanto, amici e conoscenti e compagni di viaggio, abbia provato ad aiutarlo a riprendere il controllo. Mi ha parlato a lungo, Mohamed, di quelle settimane in Sicilia, di sua madre che non riusciva ad abituarsi alla lontananza dagli altri figli e nipoti, a suo padre intimidito e a disagio; mi ha raccontato di passeggiate al Foro Italico, di caffè al bar, di sua madre che gli preparava la colazione, di una cucina con le piastrelle pulite, di piatti da lavare, di quanto a lui piacesse cucinare. Si è messo a piangere. Spero davvero che la videochiamata funzioni.

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Libri che parlano di libri.

da6ef3d4d876819003b336c73104beddQuando ero bambina e poi ragazzina, da giugno a settembre andavo a mare ogni giorno: non perché mi piacesse, ma perché le mie nonne ci tenevano ed erano troppo insistenti e cocciute per poterle convincere a lasciarmi fare altro, e comunque non immaginavo altra prospettiva per la giornata che la consueta sequenza di bagno-doccia gelata-breve permanenza al sole-ghiacciolo al limone; le mie estati erano fatte solo di spiaggia, giri in bicicletta con il walkman alle orecchie, partite a carte o a Cluedo nei pomeriggi particolarmente afosi, passeggiate sul lungomare e parecchi libri. Leggevo moltissimo, per abitudine e per noia e per assenza di stimoli: rovistavo tra quelli dei miei genitori o li compravo all’edicola, selezionando accuratamente tra le poche copertine esposte qualcosa di non-tedioso, non-spaventoso, non-banale, non-classico, non-Harmony. Non era semplice, e ho acquistato molti libri che poi ho scagliato via disgustata (e un paio che mi hanno terrorizzata a morte): ma mi sono anche imbattuta in romanzi che sono diventati una parte fondamentale del mio bagaglio culturale, del mio lessico, del mio metro di paragone per i libri a venire; uno di questi era Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. L’ho acquistato nell’estate del 1996, quando avevo da poco finito la terza media: era appena uscito per la collana Oscar Mondadori, costava 5.900 lire e mi aveva attirata perché c’era una bici in copertina, e io in quel periodo ero una creatura metà ragazzina lentigginosa e scarmigliata e metà mountain bike blu. L’ho letto con piacere e meraviglia e stupore e invidia: piacere per la scrittura rapida e nervosa e brillante e spigolosa, meraviglia e stupore nei confronti dell’adolescenza e delle sue mille possibilità, invidia per lo scrittore che sapeva raccontare la storia così bene, e per Aidi e il vecchio Alex che avevano una vita piena di avvenimenti prodigiosi; ne ho capito probabilmente un quarto: sicuramente ho perso, a quella prima lettura, tutti i riferimenti a film, gruppi musicali e modelli di comportamento tardo-adolescenziali di cui il libro è disseminato, ma mi sono rimasti impressi da subito la lingua fresca, giovane e vivace e ancora non-violenta e non-eccessiva di Brizzi, uno schizzo di Bologna (che non ho mai visto, e dove non credo mi capiterà di andare ancora per un bel po’) e l’ammirazione per De Carlo: perché a un certo punto il protagonista dice di stare leggendo Treno di panna e che Andrea De Carlo è forse il suo scrittore preferito; e io ho iniziato a leggerlo, De Carlo, ed è stato il mio scrittore preferito per molti anni, finché non ha iniziato a rendere i suoi personaggi sempre più esasperati ed esasperanti. Da quel momento ho sempre cercato, nei libri, consigli e riferimenti letterari, suggerimenti di autori da conoscere, poesie da rileggere, brani da sottolineare.

Oggi, che leggo poco e male, con poco tempo e poca attenzione e troppi stimoli esterni e pensieri faticosi, ho sviluppato una mania per i libri che parlano di montagne, scalate, spedizioni himalayane, bufere di neve e carovane e allevatori di yak e fiumi e ghiacciai e saraccate; così, quando ho sentito che Paolo Cognetti, scrittore che mi piace moderatamente, aveva appena pubblicato un libro che raccontava di un viaggio in Tibet, mi sono precipitata a cercarlo; e il mio stupore è stato enorme quando ho scoperto che, fin dalle prime pagine, si fa riferimento a Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen: perché lo sto leggendo da un po’ di tempo, me lo regalato amicastorica e lo sto centellinando per accordarmi al ritmo lento della scrittura, che ricalca quello della spedizione alla ricerca del felino più schivo del mondo. Mi ritrovo in uno strano crossover, in cui sto leggendo un libro che parla di un altro libro che sto leggendo. È bizzarro, vagamente da capogiro, e le storie si rincorrono e si somigliano e spesso coincindono e mi confondo, ma è anche piuttosto divertente.

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Mi dimentico.

Dove ho posteggiato la macchina: e ogni mattina sbircio dal balcone e poi dalla finestra delle scale, mentre accendo la caldaia e poi bagno le piante e poi avvio la lavatrice e poi aspetto l’ascensore, e quando esco dal portone inizio a trotterellare senza criterio e cercare sempre più freneticamente, pensando che l’abbiano rubata: e invece poi è lì, che mi aspetta con espressione ignara accanto alla campana del vetro.

La maggior parte dei miei impegni: e quindi ho ideato un sistema di promemoria e allarmi a crescente livello di imperiosità, bigliettini di cui inzeppo l’agenda, messaggi auto-recapitati e quaderni con gli impegni lavorativi della settimana evidenziati in tre colori diversi a seconda della priorità: ma comunque l’autolettura del gas, la telefonata alla libreria di Terni che voleva le copie del libro sui dadi da brodo e i vestiti da portare al cuciexpress me li scordo lo stesso.

Di trascrivere numeri di telefono e informazioni importanti che mi arrivano sui social network e tramite messaggio: e dato che i quattro quinti del mio lavoro avvengono su messenger e whatsapp, ché ormai nessuno manda più una sacrosanta mail, buona parte del mio tempo si spreca nel cercare di ricordare chi mi avesse mandato il numero dell’idraulico o la locandina della presentazione di Busto Arsizio, e quando, e su quale canale, e soprattutto perché.

Il colore degli occhi delle persone che conosco, o il fatto che abbiano o meno i buchi alle orecchie, o che usino borse o zaini o marsupi, o quale libro abbiano detto di voler leggere: e mi ritrovo, al momento di comprare un regalo, piena di dubbi, e mi chiedo se il foulard azzurro starà bene ad amicastorica o se la Fra’ gradirà quegli orecchini o sarà costretta ad appenderli all’albero di Natale, e finisco per sparigliare completamente e comprare una gabbia da canarini che sicuramente non hanno già, peccato che non abbiano neanche i canarini, ma hai visto mai che.

La voce delle persone che ho amato e che non ci sono più: mi rimangono un po’ delle loro parole, quelle che ho scritto o che negli anni ho ripetuto più spesso, ma la cadenza e il tono e il timbro non li trovo più e non so come recuperarli.

La trama del libro che sto leggendo, se è un periodo in cui ho poco tempo o poca attenzione o posso leggere solo la sera: e così, ogni volta, mi lambicco per interi quarti d’ora chiedendomi chi cappero sia Gabriele, per poi ricordarmi, con metaforico colpo di palmo sulla fronte, che è il vicino di casa di Rocco Schiavone.

I nomi di figli o fidanzati degli stagisti che si sono succeduti negli anni in casa editrice: e quando li incontro (e sono molto contenta di incontrarli, gli stagisti, perché ho voluto bene a ognuno di loro e perché sono una gran nostalgica e amo dire “ti ricordi quella volta che”) vorrei chiedere notizie ma mi trovo in imbarazzo e devo ricorrere a frasi vergognose del tipo “come sta il cucciolo” (cucciolo?! Dio mio, abbattetemi senza remore) o “come sta tuo marito” (anche se so bene che non sono sposati e neanche convivono), per cercare di nascondere l’oblio nella mia mente: e perché, da quella volta che ho detto “come sta Stefano” a una ragazza che aveva una bimba di nome Deborah, ho deciso di non avventurarmi più con nomi a caso.

Di comprare le arance, o la carta forno, o le uova: e ogni volta che vado al supermercato torno a casa frustrata perché so di aver scordato qualcosa, e l’unica cosa che non manca mai è un pacchetto di biscotti Digestive che sono la mia ultima mania e che temo sempre che finiscano, anche se ne abbiamo diverse scatole allineate in dispensa.

Quanto sono fortunata ad avere Ste’ nella mia vita: e mi viene in mente ogni tanto (ogni mezz’ora, ogni ora, ogni pochi minuti) e allora sono contenta, un po’ trepidante e incredula e tremebonda ma parecchio contenta.

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