Tristezza, ovvero di una nazione che sconosce la poesia.

Giorgio CaproniQuando ho visto le tracce della prima prova degli esami di Stato di quest’anno, sono stata felice: per l’analisi del testo era stata scelta Versicoli quasi ecologici di Giorgio Caproni, una poesia che amo, tratta da una raccolta, Res amissa, che considero una delle più belle e fresche e significative del Novecento. Immediata, è sopraggiunta la delusione: su giornali e social network, il grido era unanime: chi mai sarà stato questo Caproni? Sono rimasta basita: ma davvero, in Italia, non lo conosceva nessuno?

Ho studiato Caproni all’Università: abbiamo fatto un corso monografico su di lui, abbiamo letto moltissimi versi, li abbiamo commentati e parcelizzati e destrutturati e poi riletti. È stato uno dei momenti più alti del mio (noioso, deludente) percorso universitario, uno di quelli che ricordo con un sorriso. Non sono un’amante della poesia, ma di Caproni mi sono appassionata: ho cercato in rete tutto il possibile su di lui, ho ascoltato la sua voce in video su Youtube, ho ricevuto dalla mia bela una raccolta completa dei suoi versi, ho imparato che è lui a doppiare uno dei protagonisti di Salò, film che non vedrò mai per puro terrore ma che so essere un capolavoro. Ho scoperto di amare e condividere il suo pensiero, ho consigliato alle persone a cui voglio bene di leggerlo, spesso, tanto. Ci sono rimasta molto male, scoprendo che quasi nessuno – anche gli amanti della lettura, anche coloro che blaterano di libri sui gruppi Facebook dedicati – lo aveva sentito nominare; ma va bene, pace, ognuno si fa del male come desidera. Sono rimasta profondamente delusa, però, da chi (molti, moltissimi!) ha gridato allo scandalo: poveri diciottenni, tuonavano illustri commentatori da web, come potevano mai comentarsi sull’analisi del testo di un autore che non hanno studiato? Ma allora, mi sono chiesta, davvero nessuno ha capito qual è il senso di un’analisi del testo? Nessuno ha chiesto ai maturandi di scrivere un trattato su Caproni: dovevano soltanto dimostrare di essere in grado di leggere e comprendere dei versi; dei versi, peraltro, limpidi, cristallini (chiari, usuali, per usare le parole di Caproni stesso): dei versi in cui si citava il lamantino, sì, che neanche io conoscevo. Ma il vocabolario, che tutti coloro che vanno a fare la prima prova brandiscono con orgoglio, non serve a questo? Davvero è chiedere troppo, pensare che un diciottenne – una persona che ha l’età per guidare, votare, sposarsi, essere genitore – possa essere in grado di comprendere un testo senza che qualcuno glielo abbia spiegato? E come farà, nella vita, quel diciottenne, a leggere un giornale, a documentarsi su qualcosa, a scoprire come partecipare a un concorso, se non riesce a capire il senso di una poesia e a rispondere a poche domande in calce? Questo, per me, è il quesito fondamentale: davvero vogliamo crescere degli analfabeti funzionali, persone che sanno parlare e scrivere e capire solo quello che è stato loro imbeccato? Che tristezza, che sgomento.

Quanto al resto, Il seme del piangere, Res amissa e Versicoli del controcaproni sono tra le raccolte di poesie che ho più amato, che mi hanno fatto commuovere e riflettere. È un peccato non conoscerle. Ah, nel mio libro di letteratura italiana del liceo di Caproni si parlava, ecco.

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Due o tre cose che ho imparato all’ultima edizione di Una marina di libri.

18009293_1456604967746976_732751676_nChe ci saranno sempre i detrattori del festival: quelli che annunceranno trionfanti che col biglietto non verrà nessuno, quelli che, un mese prima, giureranno che la manifestazione è destinata al fallimento, quelli che non vorranno investire tre euro (tre euro, sì) per poterne parlare a ragion veduta, quelli che scriveranno post di feroce critica tre giorni prima dell’inizio, onde poi ritrattare e cercare di appropriarsi dei meriti.

Che, come ogni anno, tutto quello che può andar male lo farà: gli aerei saranno in ritardo, gli albergatori smarriranno le prenotazioni, i driver smarriranno gli scrittori, i volontari smarriranno i pass: e comunque andrà bene lo stesso, perché gli aerei comunque arriveranno, altri alberghi avranno stanze migliori, gli autori rideranno della propria sventatezza e i volontari si passeranno i badge dalle sbarre dell’Orto botanico, accaldati e divertiti.

Che a Palermo, a giugno, c’è davvero molto caldo: e che, nonostante la crema solare, non sarà strano trovarsi con spalle arrossate e gote ricoperte di lentiggini già alle dieci del mattino.

Che la suggestione è una cosa pessima: e che chiunque sceglierà di credere che ci sia poca gente continuerà ad esserne convinto anche quattro giorni dopo, con le matrici dei biglietti in mano e le file ai punti ristoro e diecimila libri venduti in tre giorni e mezzo.

Che gli editori sono una strana categoria: pronti a dichiararsi prossimi al fallimento in qualsiasi momento, ma generosi e prodighi di complimenti e suggerimenti e nastro adesivo rinforzato.

Che ci sono persone che mettono il cuore in tutto quello che fanno: che si tratti di recuperare gli ospiti in aeroporto, controllare le sale o passare un’intera domenica in un gazebo incandescente a spiegare agli avventori come fare per avere lo sconto.

Che gli amici sono quelli che sfidano il caldo, il biglietto e la calca per venirti a trovare, anche se dall’altra parte d’Italia o con un bambino nel passeggino. E che la migliore compagna al mondo è quella che mangia un calzone al forno come pranzo della domenica, pur di passare qualche ora con te in pausa pranzo, dopo mesi di stress e giorni di montaggio, con la polvere che impregna i capelli e troppo nervosismo nell’aria.

Che non c’è niente di più bello dell’ultimo giorno, o meglio, delle ultime ore di un festival: quando la tensione ormai è scemata e, benché ci sia ancora moltissimo da fare, si può sorridere e mangiare un muffin salato e bere un succo di arancia e cominciare a provare una punta di nostalgia.

Che una squadra affiatata è quella che, dopo mesi di fatica e insonnia, riesce ancora a coprirsi le spalle e sostenersi: e che, se una delle componenti è prossima al parto, bisogna aver cura di lei ancora di più.

Che è il terzo o quarto anno di seguito che non compro un libro al festival. Ne ho ricevuti in regalo sei, in compenso. Meglio di niente.

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Marcello, come here!

Non sono mai stata particolarmente picciriddara; a parte poche eccezioni – per esempio Stefanuccio, che è un pupetto tenero e simpatico e poi è il figlio della mia amica Fra’ e questo gli dà un indubbio vantaggio iniziale, o Pagnottino, che è nipote di amicastorica e, anche se non lo vedo da una manciata di anni, lo seguo da lontano e rido molto alla sue domande – a me i bambini non interessano in modo specifico; li trovo, in genere, viziati, noiosetti e troppo lontani da me. Ancor meno ho mai concepito la mentialità siciliana del lasciatelo in pace, è picciriddo! per giustificare qualsiasi monelleria, capriccio o nefandezza compiuta da essere umano di età inferiore ai dieci anni. Ma.

Vivo a Palermo da un nugolo di anni, e so bene quanto l’estate siciliana – che notoriamente inizia a maggio e finisce a ottobre – possa essere calda e spossante. Da piccola odiavo il mare, la spiaggia di Mondello, la sabbia che restava incastrata nel costume per tutto il giorno, le spalle spellate, i capelli schiariti dal sole: ma, se non avessi avuto la fortuna di una casetta di villeggiatura minuscola ma vicina al mare e di due nonne disponibili a portarmi a fare un bagno ogni mattina, penso che sarei impazzita di noia ed esasperazione. Mi chiedevo da bambina – me lo chiedo un po’ anche ora – cosa facessero i miei compagnetti di classe, quelli che non villeggiavano a Mondello e non avevano genitori o nonni che li portassero alla spiaggia: stavano a casa tutto il giorno? Andavano ai giardinetti, a passeggiare per il quartiere, al mercato? Guardavano la tv? E cosa fanno oggi, nelle lunghe mattina d’estate, i bambini palermitani che non hanno il mare (o qualcuno che ce li porti)? Prendono un autobus, a rischio di sgradevoli incontri, di perdersi o di rimanere sui seggiolini arancioni di plastica rovente per tutto il giorno? E se hanno solo sette o otto anni?

A Palermo, dal 1591, in mezzo alla Vucciria c’è una fontana; si chiama Fontana del Garraffello, è piccolina, di media bellezza, discreta, silenziosa. Negli ultimi anni in pochi, pochissimi se la sono filata: e infatti, fino a qualche mese fa, era ridotta a un cumulo di spazzatura, sapientemente maltrattata dai giovani della Palermo-bene che la sera vanno nei rioni popolari del centro a bere birra comprata in bancarelle abusive. Poi è stata restaurata, la fontana, e protetta da una cancellata a lance di ferro, bassa, facilmente scavalcabile: e già la cancellata, ecco, a me sembra brutta e inutile e odiosa, non permette di bagnarsi, di bere, di rinfrescarsi, di fruire della fontana pomposa riconsegnata al quartiere. Qualche giorno fa, sui social è apparsa la foto di due bimbi: in costumino e scarpette, facevano il bagno proprio nella fontana del Garraffello. A me sono sembrati teneri: due corpicini troppo grandi per la vasca minuta della fontana, poco più di una vasca da bagno, con le ciabatte per non scivolare sul basolato, i capelli dritti sulla testa. I commenti negativi, sulle pagine di note testate giornalistiche locali, si sono sprecati: la maggior parte inneggiavano alla pubblica gogna per i due bagnanti e per le loro famiglie, colpevoli di aver distrutto la sacralità di un monumento che, non so se l’ho detto, fino a ieri nessuno si filava di pezza. Ma eccoli, i difensori della morale: nella fontana non si fa il bagno, quindi forza, che si puniscano i monelli.

Ora, io detesto i bambini che urlano in pizzeria, che fanno casino al cinema, che corrono e si spintonano al supermercato: ma andare a mare dalla Vucciria è un viaggio, e questi due bambini non avranno avuto, probabilmente, genitori disponibili a portarli al parco – perché impegnati, ad esempio, a portare il pane a casa. Se hai otto anni e abiti a piazza Garraffello, a Palermo, in estate, non hai nulla da fare che non sia stare a casa o ciondolare per strada: non c’è una piscina, un centro ricreativo, un giardino dove giocare. E se c’è una fontana, e l’acqua è fresca, e ci vuoi fare un bagno dentro, senza distruggerla o rovinarla: fallo, accidenti, ché di questa sacralità dei monumenti, da storica dell’arte, faccio volentieri a meno. A me i monumenti piacciono vivi: e cosa c’è di più bello di una fontana con qualcuno dentro?

P.s.: molti hanno giustificato il proprio livore sostenendo che la destinazione d’uso di una fontana non è che qualcuno ci si immerga; se è per questo, la destinazione d’uso delle chiese è pregare: quindi basta foto, visite turistiche, biglietti di ingresso e guide che illustrano i mosaici, plis.

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Non dare sazio manco alla morte (e vantaggio manco agli sciancati).

Leggevo stamattina, nella penombra della camera da letto, mentre cercavo di convincermi che no, quei 74 messaggi da 7 chat potevano aspettare ancora una mezz’ora, leggevo stamattina, dicevo, che un personaggio noto, in un’intervista di alcuni anni fa, ricordava come, alla morte del padre, drammatica e tragica come poche altre, sua sorella, la mattina dopo, fosse andata a sostenere un esame universitario. Dalla sua voce traspariva una sorta di ammirazione, di stima mista a orgoglio frterno: e, d’altronde, i commenti alla lettera, proditoriamente pubblicata sui social, erano tutti in forma esclamativa: che grandezza, che forza d’animo, che nobiltà di pensiero ci vuole ad andare a farsi esaminare da una commissione di accademici subito – subito! neanche ventiquattro ore! – dopo aver subìto un simile lutto. È un atteggiamento comune: ricordo ancora il mio stupore quando i due Schumacher corsero un Gran Premio poche ore dopo la morte della madre, affermando con decisione che Lei avrebbe voluto così, e le parole di elogio e apprezzamento profuse da giornalisti e commentatori che lodavano la professionalità e la saldezza d’animo dei due neo-orfani che, anziché chiudere le valigie e fare un salto a casa, indossavano con sguardo fiero il passamontagna da gara e il casco.

Il mio ardente spirito di contraddizione e l’atteggiamento saldamente tradizionalista mi portano, ogni volta che mi trovo esposta a un simile spiegamento di mezzi di commozione di massa, a una sorta di fastidio; come può mai, mi chiedo, essere più importante un esame universitario, o un’interrogazione a scuola, o una gara sportiva, rispetto a un lutto di quella portata? Perché, per una volta, non fermarsi a piangere, a confortare gli altri familiari, a farsi abbracciare, a guardare per l’ultima volta un volto caro? Perché quest’ansia da prestazione continua? Perché il lato emotivo non è mai una priorità sulle scadenze, le certificazioni, la burocrazia? Sarebbe così drammatico perdere una manciata di punti o ripetere l’orale della specializzazione tre mesi dopo per concedersi il lusso di abbracciare il proprio padre rimasto vedovo o di raccontare al proprio figlio chi era quella nonna che non potrà più conoscere? Perché ormai la morte, come la malattia, è qualcosa da allontanare da noi, quasi un’onta, che non merita neanche di essere nominata o assimilata? Un tempo, al lutto veniva concesso molto tempo: la morte del congiunto doveva sedimentarsi nell’animo della famiglia e le vesti nere e gli atteggiamenti di contrizione aiutavano ad elaborare il dolore; adesso, invece, della morte non si parla: non la si indossa né se ne cita il nome, semplicemente si glissa e si passa avanti. Quando morirò io, tra due giorni o tra cinquant’anni, vorrei che le persone che mi vogliono bene, per poche che siano, si prendessero almeno un giorno da dedicarmi: pensando, piangendo, lamentandosi, raccontando, ricordando.
Sto leggendo con voracità e vivo piacere Crepuscolo, il romanzo che conclude la trilogia di Holt di Kent Haruf; bello, bello, bello: asciutto, deciso, indaga l’animo umano senza stucchevolezze ma con dolce, sereno distacco.

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Quando una persona sta male.

Quando una persona sta male non è sempre uguale: cambiano le persone che stanno male e cambiano i modi di stare male. Si può stare male per poco tempo, o per molto, o per sempre. Si può stare malissimo e poi sempre meglio, oppure malino ma sempre, senza variazioni, oppure male per un mese o due e poi basta. Si può anche stare bene e pensare di stare male, ma questo al momento non ci interessa, e comunque è sempre un modo di stare male.

Quando una persona sta male, dicevo, spesso non si sa come comportarsi. Qualche volta – ed è la maggior parte dei casi – la persona che sta male vuole che le si chieda come sta: magari non tutto il tempo, ma spesso. Qualche volta, la persona che sta male ne vuole parlare: per sfogarsi, perché ha paura, perché ha bisogno di aiuto o cerca consigli, perché si chiede se qualcuno potrà portare suo figlio a trovarla in ospedale o se qualcuno vorrà passare la domenica accanto a lei sul divano. Qualche volta, invece, la persona che sta male non ne vuole affatto parlare: e allora è meglio tacere.

Quando una persona sta male, spesso ha intorno persone che le spiegano perché sta male; queste persone, di solito, non sono medici: ma sono sicure che, se quella persona sta male, è perché mangia male, o perché fa troppo sport, o perché non ne fa, o lo fa male, o perché fuma, o perché ha smesso di farlo. Quando una persona sta male, l’ultima cosa di cui ha bisogno è qualcuno che le dica che è stata colpa sua: anche perché, nella quasi totalità dei casi, l’alimentazione il fumo lo sport o la passione per il canottaggio non c’entrano niente con i veri motivi della malattia.

Quando una persona sta male, a volte si comporta da malata; non esce, non cura il suo aspetto, non studia, non lavora, non guarda la tv. Quando una persona sta male, altre volte, si comporta esattamente come si comportava quando non stava male: esce, cura il suo aspetto, lavora, va al cinema, fa sport. Altre volte ancora, quando una persona sta male fa quasi tutto quello che faceva prima, senza fare le cose che non può più fare: va al cinema ma non fa più sport, per esempio.

Quando una persona che sta male ha accanto una persona che non sta male ma che le vuole bene, a volte la persona che non sta male si comporta come si comportava prima: litiga, si arrabbia, prepara cenette al lume di candela, va a fare la spesa o va a vedere l’Inter allo stadio; a volte, invece, la persona che non sta male si comporta come se la persona che ha accanto non fosse più una persona, ma solo una persona che sta male: e allora non vede più gli amici – o se li vede li tedia parlando solo della persona che sta male – e non va più al cinema, ma soprattutto non litiga più. Alla persona che sta male a volte fa piacere non litigare, ma non fa piacere non essere più una persona. Una persona che sta male, anche se sta male, è sempre una persona.

Quando una persona sta male, spesso la cosa migliore è ascoltare: non giudicare, non consigliare, non sminuire, non accentuare. Non dire Io al posto tuo non so come farei, né Sei una bellissima persona, né Ti ammiro molto, né Andrà tutto bene, soprattutto se la persona che sta male non è una bellissima persona e non siamo sicuri che andrà tutto bene.

Alcune persone a cui voglio bene, in questo momento, stanno male; per loro ho soltanto un sorriso e un abbraccio, sperando che bastino.

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Mi piace.

Il profumo dei gelsomini dolcesuadente estenuato nelle sere calde di maggio, l’odore grigiometallico di pioggia dei primi giorni freddi di ottobre, il sentore terroso di camino che colpisce, pungente, in certi crepuscoli di dicembre.

La consistenza di velluto rigido delle foglie del basilico, la promessa di estate di ognuna di loro; il ricordo dolcestancante dei pomeriggi di agosto a preparare le bottiglie di salsa di pomodoro in giardino, le mani delle nonne che impugnavano con destrezza la tappatrice, la promessa di rnfrescarsi, più tardi, con il tubo da irrigazione dell’orto.

Il sorriso di gioia pura di canenando: quello sguardo di fiducia assoluta che segue il momento in cui gli angoli della sua bocca vanno indietro, scoprendo la lingua rosa guizzante; l’istante in cui, chiamato, accorre: e quel lampo negli occhi di felicità profonda, infantile, di cuore, che precede il momento in cui mi franerà fremendo tra le braccia.

La compiuta bellezza di inserire un pezzo del puzzle al proprio posto: il gesto che si colloca nello spazio con precisione, i confini che combaciano come se non aspettassero altro, la figura bramata che prende forma un tassello dopo l’altro.

Il sapore definito e pungente del pollo allo zenzero e miele: la sensazione che ogni boccone possa essere più gustoso e compatto e succoso e agrodolce del precedente, come in un piccolo spettacolo di fuochi d’artificio in cui ogni colpo sia più scenografico di quello venuto prima.

La tagliente perfezione di ogni verso uscito dalla penna di Caproni: il mondo di idee riflessioni cambi d’opinione che si scorge dietro ogni singola sillaba, la cura assoluta e quasi paterna con cui ogni parola è stata scelta, affilata, limata pulita lucidata per mostrarla al mondo nel suo compiuto universo di senso.

La felicità piccola, giovane, di pancia di un tappeto morbido e colorato sotto i piedi: un tappeto da bambini, decorato da bottoni grandi come trentatrè giri, che fa sorridere per il solo fatto di essere lì.

Svegliarmi abbastanza presto, il sabato mattina, per potermi alzare e controllare le email e i messaggi e aprire le finestre del soggiorno e tornare a letto, nella penombra pigra delle nove, per leggere ancora mezz’ora e poi ancora un quarto d’ora e poi dai ancora un po’, finisco solo il capitolo, e pensare a quanto sarebbe bello poter passare un’intera giornata così e poi pensare ancora che invece no, la mia giornata sarà molto più bella e stimolante di così.

Sorridere agli sconosciuti per strada, soprattutto alle persone anziane: per avere in cambio un sorriso tuttorughe che mi strizza un poco il cuore.

Chiedere come stai e sentirmi rispondere bene, senza sottintesi né ombre né venature di rammarico.

Abbracciare forte qualcuno a cui voglio bene.

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God bless i volontari.

Poche cose sono faticose e gratificanti quanto gestire un gruppo di volontari – nel caso specifico, un manipolo di pocopiùcheventenni che, per qualche misterioso motivo, hanno voglia di offrire tempo ed energie al festival del libro più simpatico e scalcinato del mondo.

Da quando il festival di cui sopra esiste, esistono i volontari; o meglio: senza volontari non esisterebbe il festival, dato che ci sono una decina di eventi in contemporanea, dislocati in posti molto molto distanti tra loro, e dozzine di necessità: relatori da recuperare in giro per la città, bottiglie d’acqua da riempire e riempire perché a Palermo a giugno fa molto caldo, autori logorroici ed egocentrici da tenere a bada, bambini maleducati da zittire, adulti scortesi da invitare a non dare disturbo, per favore. E poi videoproiettori che non collaborano, schermi che rimangono inspiegabilmente bui, microfoni muti e casse che fischiano, editori da blandire e padroni di cani da minacciare. C’è molto da fare, ma anche molto da divertirsi: ci sono cani che sguazzano nella vasca delle ninfee, spettacoli di bolle di sapone a cui assistere fingendo di controllare l’area bambini, scrittori famosi a cui avvicinarsi per una dedica brandendo il badge d’ordinanza per scavalcare la fila; ma soprattutto, c’è la sensazione di essere parte di un gruppo, di avere un obiettivo comune, di poter vantare un poco di responsabilità nella buona riuscita di qualcosa.

Sono preziosi, i volontari: sono inesperti, spesso, ma pieni di buona volontà; allegri, carichi di idee, pronti a ridere e mettersi in gioco – ma anche a saltare sul cassone di una motoape per scaricare centinaia di colli di libri, all’occorrenza. Sono faticosi e ingestibili come cuccioli, a volte: fin troppo intraprendenti e traboccanti energie; in altri casi, invece, sono fiscali e noiosetti: controllano che gli altri non abbiano riposato un quarto d’ora più di loro, si lamentano delle zanzare, della noia, delle persone che chiedono informazioni, del male ai piedi. Ci sono quelli che vengono da altre città, che prenotano il b&b e mi chiedono di sapere in anticipo le date delle riunioni: e poi ci sono quelli che non si presentano al loro turno e non avvertono e non rispondono al telefono e spariscono dalla faccia della Terra per intere giornate, per poi riapprodare, sorridenti e scanzonati, il giorno dopo: ecco, loro sono quelli che incorrono nella mia muta furia: perché va bene, non stiamo salvando il mondo né trovando la cura per una grave malattia, ma se non ti presenti e non mi mandi neanche un sms giuro che ti faccio sbranare da canenando.

Dopo anni di gestione dei volontari, penso di sapere cosa devo aspettarmi: e invece ogni volta sono stupita e commossa dalle buone intenzioni e dalla sollecitudine, dalla capacità di mettersi in gioco e dalla perseveranza di ognuno di loro. Li adoro, tutti.

In questi giorni di (relativa) solitudine pensavo che avrei letto molto: invece ho lavorato moltissimo e cercato di montare mobili Ikea e letto poco e male. Ho appena iniziato Viaggiare in giallo, la nuova raccolta di racconti gialli di Sellerio: sembra, come sempre, briosa, simpatica e vagamente inconsistente. Vedremo.

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Cinquanta sfumature di amici.

Ci sono quelli che ci sono sempre: quelli che, negli ultimi vent’anni, hanno sempre fatto parte, con maggiore o minore assiduità, del tuo panorama personale. Quelli che ci tengono a ricordarti quando saranno liberi, che prenotano con settimane di anticipo il tuo tempo, che ci restano male se rispondi che no, mi dispiace ma sabato non posso.

Ci sono quelli che hanno attraversato un momento difficile: hanno lavorato come matti per mesi, atterriti da orrende prospettive che improvvisamente si sono mostrate per quello che erano, bieco terrorismo psicologico: e che tornano, dopo tutti quei mesi, e riannodano i fili di un discorso che non si era concluso.

Ci sono quelli che hanno interessi simili ai tuoi, e ci tengono a farti sentire un pezzo con la chitarra, a farti leggere un articolo, a mostrarti la foto di uno scrittore che blatera a una fiera del libro, a riascoltare insieme un vecchio disco.

Ci sono quelli che ti stanno accanto, con tenacia e dolcezza, nei momenti difficili: che poi, spesso, sono quelli che ti stanno accanto, con sincera gioia, nei momenti facili e belli.

Ci sono quelli lontani, che brontolano per l’assenza e promettono visite con canucci gialli al seguito: ma che, anche con una nazione in mezzo, riescono ad essere una presenza costante, anche solo con un messaggio di buona notte.

Ci sono quelli vicini, oberati dalle responsabilità e dagli impegni e dalle notti insonni e dai malanni stagionali, che trovano una nicchia di tempo per un messaggio, una pizza, una risata di cuore.

Ci sono quelli che ti ricordano il loro affetto in modi diversi: con un regalino inatteso, con un oggetto fatto con le loro mani, con una vecchia foto che ricorda un momento condiviso, con un nuovo libro da leggere o le date di un concerto a cui non mancare.

Ci sono quelli che vanno per mode: che scelgono di parlare di qualcosa per mesi, di costruire schemi mentali e organizzare tour de force e coinvolgere i conoscenti per portare a termine una missione, schiusa delle uova di tartaruga o presa della Bastiglia che sia, per poi dimenticare tutto nel giro di poche ore.

Ci sono quelli che non confliggono: quelli che sgusciano via, che fiutano segnali di crisi e preferiscono tenere per sé le considerazioni; quelli che non vogliono crescere insieme, ma scelgono di rimanere in una bolla atemporale e non-genuina, non-sana, non-piacevole.

Infine, ci sono quelli che non sono più amici: perché hanno preferito le proprie rigide convinzioni al dialogo, l’intransigenza alla capacità di ascoltare, il fanatismo al dubbio, l’atteggiamento tetragono di un Achille offeso all’elastica curiosità di un Odisseo in cerca di mondi nuovi. Sono quelli che non distinguono la mancanza di rispetto dalle opinioni diverse e la fedeltà ai propri principii dal rigore medievale: sono quelli con cui ogni ulteriore parola è, probabilmente, sprecata.

Sono in una nuova fase di stallo nella lettura: dopo Benedizione ho pensato di continuare la serie di Kent Haruf e dedicarmi a Canto della pianura: che mi sta sembrando lento, troppo affollato di personaggi, poco coeso e con uno stile molto meno personale del precedente.

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Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Tre anni d’amore.

Oggi è il compleanno di canenando: e Facebook mi ricorda che quattro anni fa, in questo periodo, Miró stava molto male, non mangiava e respirava con difficoltà e io speravo ancora che riuscisse a star meglio, che le medicine potessero invertire il corso della malattia e ridarmi il mio cagnone serio e ostinato e signorile. Poi Miró non ce l’ha fatta, e io ho pensato che mai più avrei voluto cani: mai più avrei ritrovato quel misto di rispetto e cameratismo che si instaura con un quadrupede domestico, mai più avrei stabilito quel rapporto di confidenza e fiducia che si prova nei confronti di un essere che ha zanne lughe due centimetri ma che si farebbe uccidere piuttosto che piantartele in un braccio.

Un anno dopo la morte di Miró ho deciso di lasciare la casa dei miei genitori: e loro mi hanno immediatamente sostituita con canenando.

L’ho scelto io, canenando: ho scrutato per mesi le foto di una pagina social dedicata all’adozione di canucci dal passato difficile, ho studiato misure e abitudini ed età e comportamenti; ho cercato bestiole nere e ho finito per scegliere questo buffo canetto giallo che non assomiglia a nessuna razza in particolare, ma che è l’idea platonica di cane. È color cane, misura cane, a forma di cane, ed è stato trovato, smarrito e terrorizzato, in autostrada, improvvidamente abbandonato da qualcuno che andava in vacanza. Mi hanno colpita i suoi occhioni, neri e fondi e intensi, e le sue orecchie fuori misura, che lo rendevano goffetto e tenero. Era, quando è arrivato, un cane diffidente e chiuso, solitario e un po’ musone. Quasi tre anni dopo, è un cucciolone alla continua ricerca di coccole; salta in braccio a chiunque gli fischi per la strada, dorme ai piedi del letto dei miei genitori, predilige i baci sul naso. Per farlo felice basta grattargli un poco il pancino e permettergli di leccare collo e orecchie di chiunque varchi la soglia di casa. Ha un fondo di insicurezza che si intravede quotidianamente, nei suoi ringhi furiosi alla signora della casa di fronte e nel suo tentativo di difendere la padrona quando, durante una sosta in auto, mia madre parla con qualcuno al di là del finestrino e canenando cerca di atterrirlo mostrandogli i denti. In lui convivono la gioiosa spensieratezza del cane di casa e l’atavica paura della bestiola che, a pochi mesi di vita, vagava sperduta per le strade di un paese ostile.

Ha saputo conquistare il cuore di tutti, canenando: anche il mio, benché credessi che non sarebbe mai successo. Lo ha fatto con calma e pazienza, con dolcezza e spirito di adattamento. E io sono felice, lo ammetto, di averlo scelto.

Buon compleanno, canenando!

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