It’s ok to be gay?

Due giorni fa, il 17 maggio, cadeva la giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia: e io, ovviamente, non me lo ricordavo; la sveglia è suonata e io, come sempre furibonda e avvilita dal fatto che fosse già mattina, ho afferrato lo smartphone, ho ridotto al minimo l’illuminazione dello schermo per non svegliare la deliziosa creatura che russacchiava al mio fianco, ho attivato la connessione dati e ho iniziato a smistare email, a rispondere a richieste d’aiuto – non so come fare, sono sulla cima dell’Himalaya e ho dimenticato che il presidio social che inizia tra sette minuti toccava a me, chi mi sostituisce? – su molteplici chat diverse, a ipotizzare modifiche nel fitto calendario di impegni della giornata (qualcosa dovrà saltare, evito di pranzare o di fare il bucato? Posso fare a meno più agevolmente della doccia o della colazione? E se non bevessi acqua per tutta la giornata quanti minuti risparmierei, tra riempire il bicchiere e mandar giù? Un numero sufficiente per inserire, al posto della futile idratazione, la stesura di due comunicati stampa e sei email?). Ero ancora a letto, dicevo, e per rimandare ancora di una manciata di minuti il momento in cui avrei infilato i piedi nelle pantofole di pile – sì, di pile, a Palermo a maggio le temperature sono molto rigide – ho dato uno sguardo a Facebook: e lì, sulla bacheca di un gruppo dedicato ad amanti dei libri, ho intercettato il post che ha fatto definitivamente passare la giornata da mediocre a dimmerda. Un’amministratrice, armata di ottime intenzioni e scarse capacità comunicative, annunciava l’importante ricorrenza: e QUINDI augurava il buongiorno a TUTTI (il maiuscolo non è mio), gay compresi; lo faceva, con enorme spreco di melassa, parlando di “lei che ama lei, lui che ama lui” e via bellamente melenseggiando, ma il senso recondito del post era lì, evidente ai miei occhi come se fosse stato scritto al neon: oggi è il giorno blabla, quindi (nessuno di causalità) buongiorno a tutti; domani non è il giorno blabla, quindi buongiorno solo a qualcuno. Ho provato a fare presente il mio punto di vista, con pazienza man mano decrescente mentre venivo presa, nell’ordine, per paranoica, pignola, fissata e traumatizzata da chissà quale evento che ignoro. Di fatto, dopo mezz’ora avevo mentalmente mandato a farsi benedire l’intera pletora dei commentatori, con buona pace del mio sistema nervoso. Due giorni dopo, mentre sul gruppo in questione si è tornati ai soliti post stimolanti – voglio regalare un libro a un amico che odia leggere, che mi consigliate? Mi indicate un libro che parli di coleotteri estinti nell’antico Egitto e che sia scritto in seconda persona plurale? Quanti libri avete sul comodino? Guardate come sono bravo, ora recensisco il settantottesimo libro dell’anno -, io continuo a schiumare rabbia: perché non sopporto di non riuscire a farmi capire, e ancora meno di essere tacciata di paranoia.

In Italia, che lo si ammetta o meno, esiste un grave problema legato all’omofobia, e negarlo non aiuta nessuno; da anni vivo serena la mia vita, non ho mai fatto misteri, a scuola, all’università o al lavoro, sul mio orientamento sessuale; non penso di essere eccessivamente all’erta sull’argomento, ma sono anzi abituata ad ascoltare con un orecchio solo commenti vagamente sgradevoli o velatamente a disagio. Non temo per la mia vita e la mia incolumità, Palermo è una città solitamente accogliente (e, dove non lo è, è una città omertosa, in cui si preferisce fingere di non vedere quello che ci dispiace); l’omofobia che vivo sulla mia pelle non è quella, orrenda e omicida, di chi rischia di essere ucciso o malmenato, incarcerato o vilipeso perché gay; è però, la frase strisciante con cui un amico, su Facebook, si premura di dire, a commento di un post, che è etero MA che rispetta tutti, come se ci fosse da applaudire per questa enorme concessione. È quella della vicina di casa che dà per scontato che la mia bella e io siamo due studentesse universitarie attempate, piuttosto che due donne che hanno scelto di vivere insieme; è quella del conoscente a lavoro che mi dice, con tono di lode, che in me vede una persona e non una lesbica, forse perché ho i capelli lunghi, niente tatuaggi e non uso ruttare in pubblico. È quella di chi dice che è giusto che ognuno ami chi vuole, purché lo faccia con moderazione: e che, messo alle strette sul concetto di moderazione, si ritrova a blaterare di educazione e di non gridare, la notte, sotto le finestre altrui. È quella di chi ammicca e mi dice “ma tu le capisci le donne?”, come se io non lo fossi, o di chi dà per scontato che, in un gruppo di lavoro, sia ovvio assegnare a me i clienti visibilmente gay, perché io so trattare con loro. È quella delle battute su cetrioli e saponette che si incontrano costantemente sui social, quella dell’”a che vi serve il pride, ormai avete tutto”, quella di chi pensa che le unioni civili possano essere abolite, o che comunque non meritino spazio nella discussione politica, perché i diritti di noi gay non sono una priorità.

È quella che non mette in pericolo la mia vita o la mia incolumità, ma che comunque mi fa vivere male.

Causa ritmi di lavoro forsennati, in questi giorni sto leggendo poco e male; ho iniziato e non ancora terminato Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina, preso per caso solo perché l’ho trovato in forte sconto; è la storia di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di scuole medie, del loro amore per il calcio, delle piccole beghe tra loro, dell’amicizia che li lega. Simpatico, scorrevole ma abbastanza “vuoto”: una discreta prova stilista ma una lettura che non lascia molto.

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Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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(P)ossessione.

Cos’è un’ossessione? Facendo una rapida ricerca, sfogliando un po’ di dizionari cartacei e dando un’occhiata sul web, appare evidente che l’ossessione sia una fissazione, nei confronti di qualcosa o di qualcuno, che varca la soglia della patologia quando porta con sé ansia e incapacità di sfuggire al pensiero persistente e invasivo, costante e assoluto, per l’oggetto della nostra attenzione. Si fa riferimento al disturbo ossessivo-compulsivo, a uno stato di disagio e prostrazione, al deterioramento dei rapporti sociali: il pensiero che si attorciglia, che di solito distingue l’uomo dal cane (ma non lo rende migliore), in questo caso diventa un viluppo di nodi impossibile da sciogliere, se non con un adeguato sostegno. Di fatto, essere vittima di un’ossessione patologica è un bel problema. Essere, invece, semplicemente monomaniacali può essere molto meno disagevole, sebbene rimanga parecchio noioso per chi ci circonda; se una persona, a cui non sono legata da particolare affetto o da anni di condivisione di tempo, esperienze e sentimenti, gorgheggia quotidianamente di sturalavandini, quanti minuti aspetterò prima di decidere di declinare il suo invito per un caffè? Ecco, tutto questo – come molti altri fenomeni, dal bullismo alla molestia verbale – è stato acuito dall’imperare dei social network, che ci portano a trascorrere intere ore della nostra giornata gomito a gomito con una pletora di semi-sconosciuti, che dovrebbero avere interessi e comportamenti simili ai nostri e la cui vicinanza dovrebbe essere uno stimolo alla nostra crescita, o semplicemente un piacevole passatempo. Recentemente, però, ho fatto caso che i tre quarti delle persone che scrivono sui social – e molto più quelle che scrivono compulsivamente, viaggiando al ritmo di un post al quarto d’ora, e questo meriterebbe un’analisi a parte – tendono a fissarsi su qualcosa e ripeterla ossessivamente, costantemente, senza avere la percezione della propria monotonia. Ma cosa si nasconde dietro questo mostrarsi costantemente di sbieco? Forse la paura di apparire persone a tutto tondo? Quando un poco-più-che-trentenne, appassionato lettore, sottolinea diverse volte al giorno il suo fastidio per uno scrittore mainstream e pubblicamente acclamato, non avendone neanche la percezione, perché lo fa? Ha forse timore di sembrare come gli altri? Vuole ribadire la sua assoluta unicità con questa affermazione? Pensa che i suoi gusti in fatto di letture lo rendano una persona migliore? Si sente così poco speciale da cercare un’unicità vicaria che lo renda diverso dal gregge? E quando una persona risponde a settantrè post diversi, in cui si parla di cultura religione cibo per cani coltivazione della canna da zucchero, seguendo esclusivamente la propria chiave di lettura, è una spia di un possibile problema o soltanto un enorme egocentrismo? Le persone che parlano solo di una cosa sono davvero appassionate solo di quella cosa, o pensano che solo quella meriti di essere condivisa con gli altri? Hanno forse vergogna dei proprio interessi, dei passatempi, di tutte le piccole manie e idiosincrasie e particolarità che fanno di ognuno di noi un essere umano unico? Molti anni fa, quando andavo all’università, notavo come i miei colleghi parlassero esclusivamente della nostra materia di studio: mai un riferimento a una canzone ascoltata in radio, a un film visto al cinema, al colore degli occhi del proprio fidanzato; una di loro arrivò a dirmi che la mia passione per la lettura era da scoraggiare, da trattare come una perdita di tempo: lei, ad esempio, anche prima di andare a dormire, leggeva solo libri che potessero esserle utili in vista degli esami. Il senso di noia che mi ha pervasa al sentire quelle parole è ancora vivo dentro di me.

Sto leggendo un libro bellissimo, uno di quelli che fanno battere il cuore a ogni parola: è La corsara di Sandra Petrignani, uno stupendo ritratto di Natalia Ginzburg, composto partendo dalla loro conoscenza personale e integrando l’analisi con la lettura di testi e con interviste ai figli e nipoti di Natalia. Non posso dire altro che questo: è davvero un delicato, dirompente capolavoro.

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No kritike, solo complimenti.

go-veganQualche giorno fa mi sono lasciata coinvolgere, me tapina, nell’ennesima inutile conversazione da social network; una persona, alla quale mi lega una ventennale e fondamentale amicizia, di quelle il cui senso ultimo risiede solo in qualche oziosa ciacola via web, inveiva in maniera scomposta contro l’alimentazione vegana, accusata di essere poco sana e sicuramente foriera di mortali patologie. Il fustigatore dei costumi alimentari altrui, dimentico di aver sostenuto con ardore e spreco di post su Facebook, per diversi mesi, la necessità di abolire qualsiasi elemento animale dalla propria dieta, pena la morte prematura tra atroci sofferenze, si sentiva chiamato, forte della sua laurea in giornalismo, ad annunciare la ferale notizia – la dieta vegana causa morte orrenda e subitanea – al mondo, per conquistarsi il sudato posto in paradiso salvando gli stolti dallo spettro di un’alimentazione scorretta. Punta nel vivo (non in quanto vegana, tendo a precisare, ma in quanto persona dotata di discernimento), mi sono lanciata, me tapina!, in una futile crociata al grido di Ciascuno mangi ciò che più gli aggrada e non tormenti il prossimo. Ne è seguita, ovviamente, un’inutile e interminabile discussione condita da pareri medici non richiesti e proposte, assolutamente rimandate al mittente, di consulti con sedicenti esperti della materia. Al netto dell’ovvia inanità della diatriba, a distanza di giorni continuo a domandarmi il perché di questa deriva normativa.

Da anni mi chiedo come mai, non solo sui social network ma anche, in maniera ancor più fastidiosa, nella vita reale, le persone si sentano in diritto di indicare, consigliare, suggerire, proporre, bachettare comportamenti e abitudini altrui. Sono stata cresciuta in una famiglia dai solidi valori: uno di questi è sempre stato quello di rompere le palle agli altri solo se strettamente necessario; per questo, non capisco davvero tutti quelli che sui social si sgolano pro o contro una dieta, o uno scrittore, o un taglio di capelli o un modello di jeans. Davvero sono convinti che a qualcuno, al di là di tutto, interessi il loro, parziale e quantomeno personale se non scarsamente condivisibile, parere su qualcosa? Di preciso, perché dovrebbe riguardarmi l’idea che un’altra persona, che non sia tutt’al più il mio medico di fiducia, pensi che il mio comportamento alimentare (o il mio peso, o il mio stato di forma fisica generale) sia inadeguato al mio stile di vita? Chi ha deciso che è moralmente ineccepibile criticare una persona per ciò che mangia, ascolta, legge, pensa? Quanto tempo sprecato e quale ipertrofia dell’ego stanno alla base di una tale volontà di censura? Con quale ardire si arriva a sentirsi in dovere di illustrare agli altri quali atteggiamenti sono migliori per loro? Quanta poca stima si dimostra di nutrire nel prossimo, quando ci si sente chiamati, senza alcun ruolo istituzionale acclarato, a indicar loro la retta via? E quale portato cattolico si nasconde alle spalle di questa sindrome-del-buon-pastore? Quando si dice a una persona, intenta a godersi una sigaretta, Stai attento che il fumo fa male, alla base c’è davvero la convinzione che quella persona non lo sappia (Davvero?! Fa male?!) o soltanto la convinzione di avere maggior continenza e autocontrollo dell’altro? O semplicemente il sadico piacere di far sentire il prossimo in difetto?

Sto leggendo un libro che illustra chiarissimamente molti di questi processi comportamentali: si chiama Fame, lo ha scritto Roxanne Gay, ed è un bel saggio che, partendo dalla premessa dell’autrice di doversi confrontare con un corpo fuori misura, taglia XXL, affronta molto bene tutti i cortocircuiti sociali che ne conseguono, dalle persone benintenzionate che la fermano per strada per consigliarle di dimagrire a chi, al supermercato, spinge il suo zelo fino a criticare quello che porta nel carrello, dagli sguardi di compatimento che le vengono costantemente rivolti a quelli grondanti disprezzo, odio, rancore.

Ps: una frase che sento dire molto spesso è che i vegani sono criticati per la loro tendenza a fare proselitismo (categoria che li accomunerebbe, nel sentire popolare, ai membri della comunità lgbt); ad oggi, a quasi trentacinque anni, nessun post-adolescente vegano mi ha mai detto cosa mangiare. Dall’altro lato, in situazioni sociali in cui ci sono vegani presenti, almeno uno dei convitati si è sentito in diritto di dirgli di cambiare dieta. Così, per chiarezza.

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Autorità o autorevolezza?

Mio padre è un ex sessantottino da manuale; ha la barba, un eskimo conservato nell’armadio, molti aneddoti da raccontare e un’indole indomita e fiera. Sa sfuggire a una carica della polizia senza inciampare nel loden, sa correre all’indietro con una bandiera in spalla cantando El pueblo unido jamás será vencido senza perdere il ritmo, riesce a fiutare da lontano una manifestazione che si rivelerà un pestaggio, ha coltivato una sana e duratura avversione per i fascisti, i picchiatori, i violenti. Mi ha cresciuta con valori corretti e concreti: mai andare a una manifestazione con una sciarpa lunga, mai mancare alla parola data, mai mescolare marmellata e acciughe, mai negare attenzione e ascolto a chi te li chiede, mai mancare di rispetto a qualcuno: a chicchessia, ecco, non a qualcuno che, per convenzione sociale, rappresenti per me una forma di autorità; per questo ho sviluppato una innocua passione per le sciarpe corte in pile, gusti alimentari non riprovevoli, se si esclude un’insana e insensata tendenza a ricorpire tutto con glassa di aceto balsamico, e una noiosa attitudine a trangugiare in silenzio dolori e paranoie altrui, insieme alla convinzione che tutti, da mio nipote treenne Generico a Mattarella, meritino la stessa considerazione.

In questi giorni, sembra che gli onori delle cronache vengano riservati con insolita frequenza alla notizia di insegnanti o personale medico e infermieristico in servizio fatti oggetto di violenze, ingiurie, percosse; al di là della capacità dei giornalisti di pompare o meno una notizia, creando un caso o una moda, sicuramente il problema esiste. Ne ho parlato con molte persone: mio padre, interrogato da me anche in qualità di ex medico di Pronto Soccorso, in servizio per trent’anni in un noto ospedale di Palermo, mi ha risposto inaspettatamente Forse è colpa nostra: abbiamo tanto lottato contro le autorità costituite che ormai nessuno riconosce più in un medico o un professore una figura di riferimento. Mi chiedo se sia vero, ma non ne sono molto convinta. Più che un attacco all’autorità, l’escalation di violenza a cui assistiamo mi sembra sintomo di una tendenza al solipsismo che sta raggiungendo livelli estremi; non è l’idea di autorità a mancare, ma la fiducia nelle capacità altrui, nella preparazione e buona fede e impegno e istruzione di chi ha studiato e si è formato per un ruolo, sostituita da una tendenza a ritenersi invincibili, infallibili, unici depositari della verità assoluta, sorte di super-eroi incastrati nel proprio personale fumetto, bravissimi e preparati in tutto; persone che ritengono di poter avere un’opinione corretta e non rivedibile su nulla, che si parli di vaccini o della pagella del proprio primogenito, che si presentano in ospedale o al ricevimento-genitori con la certezza che gli altri non siano adeguatamente preparati e che loro dovranno sbattere i pugni e litigare per ottenere di vedere rispettati i propri diritti. Persone che pensano di poter fare curare i propri cari o istruire i propri figli secondo il proprio personale modo di vedere, che pensano di dover correggere e bacchettare e ri-allineare pensieri e abilità altrui, non in virtù delle proprie competenze, ma del proprio insindacabile punto di vista: e che, se non riescono a farlo con le parole, lo faranno con le mani. Forse non è il rispetto per l’autorità, a mancare, ma il rispetto per la persona umana, e soprattutto il rispetto per lo studio, la preparazione, l’applicazione, l’esperienza; non è stata svuotata di autorità la figura del medico: è stata riempita di arroganza la figura dell’uomo-comune-che-si-è-fatto-da-sè, che ha studiato all’arcinota “università della vita”, che pensa che tutti gli altri, dall’autista di autobus al magistrato, dal salumiere all’ingegnere, non valgano nulla. Non sono sicura che la mia analisi sia corretta: anzi, spero di sbagliarmi, perché sarebbe davvero molto triste e allarmante.

Da tempo non consiglio un libro: sono afflitta da mancanza di tempo e il sonno mi schianta ogni sera, con il kindle in mano, dopo poche pagine. Ma ho letto con vero piacere una raccolta di racconti di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno; sono racconti intensi, a tratti realistici, a tratti percorsi sotto traccia da una vena quasi fiabesca. Li lega l’ambientazione – all’inizio c’è una cartina del paese con la collocazione delle case dei protagonisti delle diverse storie – e una spiccata tendenza al particolare crudo e disturbante; nonostante questo, il libro mi è piaciuto molto: ha la freddezza e il rigore di una cronaca, non c’è pietà o coinvolgimento emotivo da parte del narratore, ma i singoli racconti sono pregni di un’umanità toccante.

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“Esempio” a chi?

Una manciata di settimane fa, mia madre è stata parecchio male; è stata una cosa improvvisa, inattesa, destabilizzante e orrenda, anche se per fortuna si è conclusa rapidamente e in maniera sorprendentemente positiva. In quei giorni, molte persone del suo coro le hanno inviato messaggi, pecorelle pasquali, preghiere e libri; ovviamente, per far fronte alla mole di comunicazioni su smartphone, mezzo col quale mia madre ha meno dimestichezza che con l’islandese, sono stata convocata io: e lì, sciorinando le mie doti di copy e la mia molto invidiata capacità di scrivere coi pollici, ho dispensato decine di Grazie, anche a te, di Non dovevi disturbarti, di Speriamo di vederci presto, di No, domenica a messa non verrò. Sono stata, credo, sufficientemente gentile e cordiale: ho indossato un tono pacato e neutro, degno di una persona ricoverata ma che sta tornando a casa: preoccupata ma non troppo, dolente ma non troppo, interessata ai messaggi ma non troppo; mi sono lasciata andare a qualche citazione biblica, che col pubblico che mi era stato assegnato fa sempre grande effetto, sono stata parca di faccine che mia madre odia e che non utilizzerebbe neanche se costretta, ho evitato congiuntivi, puntievirgola e punti esclamativi.

Sono stata, dicevo, gentile con tutti: tranne che con la persona che ha avuto l’ardire di scrivere Sei un esempio per tutti noi; a quel messaggio, trasformandomi da rotondetta trentenne a mostro verde della Marvel, ho reagito con astio, virulenza ed evidente fastidio: perché non c’è niente che odi di più della gente che dice a un malato di considerarlo un esempio. Ma un esempio di cosa, buon dio?

In questi giorni, mi capita sovente di trovarmi in compagnia di una persona con un passato pesante alle spalle, una brutta storia di violenza domestica; la persona di-cui-sopra ha innumerevoli pregi ma, ai miei occhi, un grande difetto: quello di porsi sempre, in qualsiasi situazione e contesto, come una vittima. Anche con astanti che non conoscono (e non hanno motivo di conoscere) il suo passato, l’atteggiamento è sempre quello di chi ha subìto un oltraggio – ed è indubbio – e lo continua a subire ogni giorno, ogni minuto, in ogni frangente: anche quando le si rivolge la parola in maniera serena, le si chiede di fare qualcosa di assolutamente adeguato, le si offre un cioccolatino o un bicchiere d’acqua; ha scelto di ridurre la sua vita a quell’aspetto, come se fosse l’unico degno di nota, l’unico caratterizzante la sua persona. Non prova a far emergere altri lati di sé: ha scelto di ammantarsi di quel ruolo e basta. È lo stesso ragionamento di chi vede un malato come un esempio: non una persona, con una gamma multiforme di luci e ombre, passioni e idiosincrasie, amori e antipatie, hobby e passatempi e musica da ascoltare e libri preferiti e malocarattere e puzza di piedi, ma una figurina bidimensionale, esclusivamente compreso nel ruolo di malato. Lo so, ne ho parlato spesso, ma mi urta in maniera indescrivibile: mi sembra il peggior affronto che si possa fare a chi cerca di trovare, al di là della propria salute traballante, stimoli e obiettivi per vivere bene.

E comunque, la goffa e irrispettosa mittente del messaggio incriminato è stata severamente redarguita e ha ritenuto di non parlarmi più: immagino che me ne farò una ragione.

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Il privato è pubblico?

gay-flagAlcuni mesi fa un brillante giovane che conosco – da-poco-quarantenne di bell’aspetto e piuttosto simpatico e attraente – mi ha confessato con una punta di imbarazzo che il suo compagno, molto-più-che-quarantenne con un buon lavoro autonomo, solide finanze, auto aziendale e un bel po’ di chili di troppo, con cui convive da cinque anni, non è dichiarato con la propria famiglia. I suoi genitori sono anziani, mi ha spiegato: lui è il figlio minore, ha sorelle e fratelli molto più grandi, ha preferito non dire nulla. E come fate, quando vi vedete?, ho chiesto io; Non ci vediamo, ha chiosato lui, e io ho intravisto, tra le sue parole sorridenti e finto-noncuranti, la sofferenza di essersi trasferito dall’altra parte d’Italia a Palermo, lasciando un impiego avviato e due genitori affettuosi, per poi passare il pranzo di Natale a mangiare da solo frittelle di ceci e pollo tandoori e riso in bianco presi al take-away indiano, mentre il suo compagno trangugia lasagne e polpettone e cassata fingendo di vivere da solo. Ho pensato agli assurdi contorsionismi, mentali e verbali, con cui il suo compagno è riuscito a tenere i suoi (tanti) familiari lontani dal suo appartamento: Oggi c’è molto disordine, e poi la casa è fredda, e poi preferisco invitarvi a cena fuori, si mangia meglio. Mi sono chiesta quanto possa essere disagevole e scomodo mentire per un’intera vita, e quanto possa essere umiliante essere l’oggetto della menzogna; ho provato, per loro, un mix di sentimenti che ho dovuto analizzare con calma: e dentro c’erano pena per la situazione, imbarazzo per come mi è stata raccontata, dolore per la loro sofferenza, indignazione verso questa famiglia che finge di non capire e molta rabbia: sì, anche rabbia, perché un ragazzino di sedici anni che si nasconde lo comprendo, un ventenne che dipende dai genitori e non si palesa lo comprendo, un venticinquenne che non ha ancora trovato una stabilità economica e affettiva e rimane in silenzio lo comprendo, ma un quarantenne che tiene il suo compagno nascosto per anni per paura di mettere in discussione il rapporto con i suoi genitori no, non lo comprendo affatto.

Senza entrare nel merito di esigenze particolari e situazioni personali, di coming out semplici e gioiosi e di altri dolorosi, strazianti, tragici, non posso non pensare che venire allo scoperto e vivere la propria omosessualità con semplicità e chiarezza sia un atto politico di straordinaria importanza, l’unico reale modo per sconfiggere l’ombra del tabù di cui ancora è ammantata, e che vorrei un’Italia piena di persone che non temono di tenere per mano il proprio partner, di chiamare Amore la propria fidanzata, di comunicare al proprio capo che No, domani non vengo, c’è la laurea della mia compagna. Che vorrei maggiore coraggio, soprattutto da chi corre rischi limitati: come, appunto, un cinquantenne che lavora, ha una casa propria e non teme di finire sbattuto fuori nella notte, con uno zainetto pieno di vestiti e nessuna idea su dove andarsi a rifugiare; o come tutti i personaggi pubblici che preferiscono ammiccare e lasciar intendere anziché parlare chiaramente, temendo di perdere qualche fan e non pensando di starne deludendo moltissimi altri. E che non si invochi, per favore, il diritto alla privacy, che sia sul luogo di lavoro, in famiglia o sul palcoscenico: perché non si tratta di raccontare al mondo cosa si fa in camera da letto, ma con chi si sceglie di condividere la vita: e non mi pare di aver mai visto un uomo eterosessuale che non dica al proprio datore di lavoro di essere sposato, o un cantante che neghi pubblicamente di avere dei figli, o un politico che si definisca single e poi svicoli quando gli si domanda della sua vita personale. Il privato è pubblico: o meglio, deve esserlo, almeno un po’: quanto basta a non scadere nel ridicolo, a non impelagarsi in assurde impalcature verbali per celare situazioni che non hanno nulla di scabroso, a vivere con serenità la propria vita.

Ah, e vi prego, si dice “coming out”, non “outing”; almeno questo.

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Mestruazioni for dummies.

Non so come si faccia ora ma più di dieci anni fa, quando le università avevano ancora le facoltà, gli statini si richiedevano in portineria e si compilavano a mano e gli esami prevedevano lunghe attese dietro le porte dei dipartimenti e liste scritte a penna attaccate al muro con un pezzetto di scotch, più di dieci anni fa, dicevo, per laurearsi bisognava portare, entro una certa data, il frontespizio della tesi firmato dal relatore. Bisognava ingegnarsi, con word, a scrivere titolo e autore e relatore e correlatore dando un’aria professionale ma originale, elegante ma non retró, personale ma non puerile, senza cadute di stile e improvvidi ricorsi a ombreggiature spinte e comic sans; poi bisognava reperire il professore, e questa, almeno nella mia facoltà, era la parte più difficile, dato che i docenti usavano boicottare i giorni di ricevimento e risultare irreperibili per molte settimane di seguito, in un’epoca in cui il ricorso alla mail era solo un’estrema ratio e la maggior parte degli ultracinquantenni non sapevano neanche di avere un indirizzo personale; trovato il professore, si passava a ricordargli che guardi, so che ha tanti allievi ma io mi laureo con lei con una tesi sugli ostensori in corallo marsalese in Sex and the City e quindi sa, dovrebbe proprio firmarmi questo frontespizio entro giovedì. In conclusione, con l’insulso foglietto in mano, si doveva correre dall’incaricato e consegnarlo entro la data stabilita. Quando l’insensata trafila è toccata a me il mio relatore faceva lezione, d’abitudine, a Bagheria; dopo decine di tentativi di contatto, ero riuscita a ottenere un mezzo appuntamento: un lunedì mattina alle 11, alla fine di una lezione, al primo piano di una villa monumentale in cui il dipartimento era stato alloggiato da una manciata di mesi; la scadenza era il giorno stesso, alle 12:30, e in mezzo c’era un tratto di autostrada percorribile in un tempo che andava dai venti minuti alle due ore. Trafelata, sudata, senza fiato, alle 12:25 ero in piedi davanti alla porta del signor Capillo, il nume tutelare della facoltà di lettere e filosofia, burbero, scortese e risolutore di problemi al pari di Mr. Wolf; frugando disperatamente in borsa, gli ho porto la prima cosa che ho trovato tra le dita: non il famoso frontespizio, ma un assorbente. Silenzio, incredulità, raccapriccio, disgusto, voci di oooh! accanto a me, quasi che nessuno, nella frotta di ultraventenni laureandi che mi circondavano, ne avessero mai visto uno; Capillo mi liquidò con uno scostante Ma che è ‘sta cosa?, pronunciato con tono ringhiante da virtù offesa e sguardo di compatimento. Riposto il corpo del reato e consegnato il fondamentale pezzo di carta che attestava che sì, anche io di lì a poco avrei conseguito la laurea triennale, sono tornata a casa, schiumante rabbia per la mattina di sbattimento; una parte di me, però, ha continuato a chiedersi per tutti questi anni il motivo di tale sconcerto: se invece che un assorbente gli avessi porto un pacco di fazzolettini di carta, una penna o lo scontrino del Carrefour, la reazione sarebbe stata la stessa? Molto probabilmente nessuno avrebbe riso, non ci sarebbero state gomitate e voci scandalizzate, Capillo si sarebbe limitato a dirmi di sbrigarmi a dargli il foglio giusto e io non sarei arrossita (ok, no, questo non è vero, sarei arrossita lo stesso, ché io arrossisco sempre quando parlo o faccio qualcosa davanti a più di due persone). Da qualche giorno sto leggendo Questo è il mio sangue di Elise Thiébaut, e dentro c’è la risposta a questa domanda e a tante altre; è un saggio sulle mestruazioni: e ogni volta che dico a qualcuno che sto leggendo un saggio sulle mestruazioni la risposta è un’alzata di sopracciglia e qualche commento del tipo Ma ce n’era bisogno? o Non c’erano argomenti migliori? o anche Ma di preciso di che parla? La risposta, almeno per me, è che sì, ce n’era bisogno: perché è un libro che analizza, col sorriso sulle labbra e una buona dose di senso dell’umorismo, ma anche con assoluto rigore, una parte fondamentale della vita di ogni donna; la affronta dal punto di vista storico, medico, sociologico, antropologico, spiega le origini del tabù, risale alla preistoria per raccontare le radici del maschiocentrismo e del paternalismo che stanno esplodendo in maniera eclatante nell’enorme tasso di femminicidi attuale. Porta a farsi domande: per esempio, quante volte avete sentito chiedere, in una classe o in un gruppo di amici, Hai un fazzoletto di carta?, e quante avete sentito dire Hai un tampone? Quante volte avete detto – o sentito dire – a una donna Come mai sei così nervosa, hai le tue cose? Quante buffe perifrasi conoscete (e pronunciate) per non dire in pubblico mestruazioni? Perché dovrebbe essere vergognoso parlare di una funzione normale del corpo umano? E no, non dite che non parlate mai neanche delle altre, perché a me chiunque viene sempre a raccontare particolari fin troppo arditi di pipì, fistole anali e rapporti sessuali. Forse dovremmo porci tutte queste domande, e trovare delle sincere risposte. E, ripeto, leggere questo libro: perché è molto interessante, è ben scritto, è chiaro e comprensibile e sfata un cumulo di dicerie; soprattutto per i maschietti è una lettura davvero istruttiva.

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Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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La notte, in ospedale.

Poche cose sono angoscianti come le notti in ospedale, quando non sei il malato ma solo la persona che lo accompagna: e non è per la scomodità di dormire su una sedia di plastica, con un giubbotto sulle gambe e una felpa troppo grande sui vestiti del lavoro e la testa appoggiata a una spondina di ferro, ma perché le ore gocciolano via lente, silenziose, immutabili; sono le due, e dopo due ore sono le due e sette, e dopo altre due ore sono le due e un quarto, e dopo un migliaio di minuti, di respiri e rantoli e lamenti e imprecazioni delle altre cinque persone della camera non sono ancora le due e mezza, e la notte si srotola davanti a te ancora intera, spessa e soffocante e abnorme, e non passa mai. Non c’è molto da fare, durante una notte in ospedale; puoi portare con te un libro, ma allora incapperai di sicuro nella squadra di infermieri che crede nel sonno come unica cura per ogni male: e quindi alle dieci è già buio pesto, e il cellulare si sta scaricando e la app “torcia” ingolla carica come pac-man con le sue pillole e il kindle è a casa sul comodino, e la luce del testaletto è troppo forte e ti addita subito come la pericolosa sovversiva che vuol tenere sveglia tutta la camerata, e allora signora scusi, per favore spenga o la rimandiamo a casa. Puoi portare il kindle, il giorno dopo, e lasciare il libro a casa: e allora, di certo, le luci saranno accese tutta la notte per poter controllare la paziente del primo letto che non si sente bene, e quindi nessuno nella stanza dormirà e ti chiederanno ogni pochi minuti un poco d’acqua, una mano per riuscire a girarsi sul fianco, il braccio per andare in bagno, e poi un cucchiaio pulito per mangiare il budino, e poi l’infermiera per chiederle se potevano davvero mangiare il budino dato che domani hanno la puntura lombare e forse dovevano stare a digiuno ma non se lo ricordano. Puoi mangiare qualcosa, di notte in ospedale: frugando nell’antina del comodino, nel buio di piombo della stanza, per trovare il pacco di brioscine portato da Fidanzatafiga: ma le brioscine sono dentro una busta che è dentro un sacchetto del supermercato che è dentro un borsone che è dentro il comodino, e tutti questi passaggi prevedono clangori di cerniere e colpi di sportello del comodino sulle gambe della sedia e crolli inconsulti di borsoni al suolo, con conseguenti rumori e persone sveglie nella stanza e signora per favore mi sistema il cuscino, e allora decidi che anche la brioscina può aspettare. In ospedale la notte segue orari diversi da quelli del resto del mondo: inizia alle nove e mezza e finisce prima delle sei del mattino, e in mezzo ci sono mille ore di angosce e pensieri, di cosa sarebbe accaduto se non fosse andata così?, di congetture e sensi di colpa e scomodità estrema e disagio, di medici che scompaiono e che riappaiono alle due per controllare letto per letto i pazienti, e svegliarli uno per uno per chiedere se stanno dormendo bene, se vogliono il sonnifero, se per caso non starebbero più comodi col piede un po’ più in là. Di lamenti flebili ma continui, di voci che gridano stentoree il nome di un figlio che non è lì, di messaggini che chiedono se va tutto bene: e no, non va affatto tutto bene, ma un messaggino di conforto è sempre gradito e ben accetto, come anche una cugina con cui non parli da mesi che ti porta una tuta – è la mia, non l’ho lavata, spero che vada bene lo stesso – e due libri totalmente fuori luogo, ma basta il pensiero, come una telefonata a cui non puoi rispondere, come un penserio silenzioso che ti raggiunge lo stesso.

In queste due notti in ospedale ho sentito la vicinanza calda e dolce di molte persone, che mi ha confortata e stretta in un abbraccio solidale. E ho pensato a tutti coloro che, per lavoro, passano notti e notti su una sedia: i badanti, mai abbastanza lodati (e pagati), che nessuno ricorda mai di ringraziare.

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