Stanchezza (ma non solo).

Dire che sono stanca è riduttivo. Forse rende di più l’idea dire che non ho il tempo per dormire, per pranzare, per fare colazione; che costringo la mia bella a cenare alle 22 e che le propino solo pizza o pollo arrosto da giorni, che la lascio sola a vedere la televisione affermando con insensata fiducia “inizia tu a vedere il film, appena posso ti raggiungo”; che non riesco mai a raggiungerla: e quando lei ha finito di vedere il film, io sono ancora al tavolo della cucina che ripeto in loop “solo un altro articolo e mi fermo, solo un altro articolo e mi fermo”. Che sono scappata come una ladra dal funerale di una persona a cui ho voluto bene: e che, mentre il prete impartiva la comunione, io sentivo lo smartphone che vibrava senza sosta in borsa. Che ieri ho ricevuto l’ultima mail a mezzanotte e venti e l’ultimo messaggio all’una e trentotto; che stamattina alle nove ero al pc, che adesso sono al pc, che stasera alle nove sarò al pc, e in mezzo avrò il tempo soltanto per mangiare e lavarmi in capelli, ché faccio concorrenza a Medusa per l’acconciatura. Che mando messaggi vocali perché mi piace farlo, ma soprattutto perché non ho tempo di scriverli: e li registro mentre sono ferma al semaforo, o mentre aspetto che il sito si aggiorni, o mentre mi lavo i denti; e che li ascolto mentre scrivo noiose pappardelle-sempre-uguali, così le cose che ascolto diventano un po’ una miscellanea con quelle che leggo rielaboro riscrivo, e viene fuori che amicastorica sostiene l’indotto di Palermo con la sua azienda specializzata in ceramica d’arte, che la Fra’ farà uno spettacolo teatrale in cui porterà il suo bambino all’asilo insieme al curatore di una mostra, che due balde giovini oggi saranno a Palermo per portare avanti il dialogo tra i popoli insieme al responsabile di un’azienda casearia madonita e a un pianista iraniano. Se non avessi un gruppo di brave e simpatiche volontarie che mi aiutano a non disperdermi (“devi programmare i post su twitter, adesso”) penso che finirei per perdere per strada buona parte del programma; ma loro, graziealcielo, ci sono, e sono entusiaste e brillanti e mi hanno promesso una gita alla spa, quando tutto questo sarà finito. Ma quando sarà finito? Alla fine del festival mancano quindici giorni, alla fine del mio lavoro chissà: perché ci saranno sempre foto da postare, e ringraziamenti da inviare, e home da aggiornare, e a Natale voi mangerete il panettone e i tortellini in brodo e io starò ancora citando la ventinovesima municipalizzata. Ma comunque, pace: il lavoro è lavoro, e quel brivido di soddisfazione che provo quando penso che migliaia di persone leggono le baggianate che metto in fila per rispettare i corretti parametri seo, ripaga (in parte) lo stress e la fatica e gli occhi pesti. Il senso di colpa verso la mia bella, quello no: ma lei, che è dolce e comprensiva e attenta, mi massaggia le spalle, mi prepara una tisana e mi aspetta sul divano, semi-addormentata e intirizzita, per passare almeno un quarto d’ora insieme prima di andare a dormire. E questo è uno dei milioni di motivi per cui penso che sia meravigliosa.

La sera vado a dormire carica di adrenalina: l’unico modo per sedarla è leggere; ho finito Pulvis et umbra di Antonio Manzini, e l’ho trovato bello e malinconico, un po’ cervellotico nella trama gialla ma comunque credibile, ma soprattutto molto, molto triste.

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Questione di fiducia.

health2Da giorni, ormai, gira su facebook un video. Si vede una ragazza di una ventina d’anni, stesa su un divano, col corpo scosso da spasmi muscolari. Il testo del post spiega che la giovane, affetta da sclerosi multipla, soffre, appunto, di forti mioclonie; fin qui, purtroppo, nulla di strano: chiunque conosca un malato di sclerosi multipla sa che i cloni esistono, che sono tipici di una determinata fase della malattia, che possono essere più o meno fastidiosi e invalidanti. Il resto del messaggio, però, ha dell’incredibile: la ragazza – o chi per lei – chiede di fare girare il video: si augura che possa finire sotto lo sguardo di un neurologo che sappia aiutarla. Leggere questo post mi ha causato una sorta di cortocircuito intellettivo: giuro, non ne capivo il senso. Nella mia mente fin troppo consequenziale e schematica, per tentare di arginare un disturbo clinico ci si rivolge al medico competente in materia, o magari al medico di famiglia per un consulto, non alla rete e alla strabiliante casualità che un medico possa vedere un video e decidere di intervenire.

Il senso di assurdità che provavo si è accentuato quando ho notato che la ragazza, oltre tutto, vive a Latina: in che cosa le è utile che io abbia visto il post e come potrebbe giovarle se io lo condividessi con i miei contatti, in maggioranza palermitani? Ho comunque provato a commentare, chiedendo come mai non ci si rivolgesse a un medico reale, piuttosto che a una ipotetica entità neurologo-che-legge-i-post-su-facebook. Qualcuno, non meglio informato di me sulle reali condizioni della ragazza e sul senso ultimo dell’intera vicenda, mi ha risposto facendo riferimento a ipotizzate condizioni economiche sfavorevoli (“non avrà i soldi per il medico”). Sono allibita due volte: come mai a nessuno – né alla ragazza, né a chi la circonda, posto che la storia sia vera, né a tutti i commentatori che hanno profferito “amen” o “condivido” – è venuto in mente di indicare, banalmente, di rivolgersi al reparto di neurologia di un qualsiasi ospedale italiano? Immagino, ma forse mi sbaglio, che una persona afflitta da una patologia così grave e progressiva abbia un neurologo di fiducia: ecco, basta rivolgersi a lui, piuttosto che cercare l’Eldorado sul web. Nella mia esperienza, piccola ma credo abbastanza rappresentativa, un qualsiasi neurologo di struttura pubblica sa come attenuare le mioclonie: perché non rivolgersi a lui?

Comprendo senza difficoltà che una persona gravemente malata e la sua famiglia possano sentirsi motivate a cercare fantasiose soluzioni sul web per scongiurare la fine o danni fisici irreparabili: ma perché farlo anche per un disturbo come questo, che nella maggior parte dei casi si attenua con una semplice terapia per bocca che qualunque neurologo è in grado di prescrivere? Cosa ci ha portato a perdere fiducia nella scienza e a sostituirla con la cieca protervia nel ricercare soluzioni alternative, quando ce ne sarebbero di semplici e di sicuro effetto? Allargando il discorso, mi chiedo come mai molti genitori preferiscano credere a mai dimostrati “danni causati dai vaccini” di cui la rete pullula, piuttosto che ad accertati benefici apportati dai vaccini, di cui esiste letteratura scientifica a iosa. Ma si sa, io sono troppo poco fantasiosa per capire.

A Palermo il tempo sta vagamente rinfrescando, e io e la mia bella abbiamo ricominciato a nutrirci “da inverno”; in questi giorni, a casa nostra va per la maggior il risotto con funghi, speck e brie. Lo speck lo inseriamo in parte all’inizio e poi in mantecatura, insieme al brie. Sarebbe più adatto al mese di gennaio in Valtellina, piuttosto che a un tiepido settembre palermitano, ma non sottilizziamo.

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Iniziano a cadere le foglie (o forse no), ma io mi preparo.

Finalmente, dopo un agosto inverosimilmente caldo e durato non meno di quarantasette giorni, l’estate sembra agli sgoccioli. Ho riposto nel nostro enorme armadio a muro i costumi mai indossati e i ventilatori che ci hanno permesso di mantenere una temperatura domestica compatibile con la vita e ieri per cena ho preparato un risotto funghi, speck e brie degno di un rifugio alpino. È il momento di tirare le somme, recuperare calzini e sciarpette dal cassetto in alto del comò e redigere una lista di pro e contro dell’autunno ormai prossimo.

Non c’è afa: sudo meno e non ho l’aria stropicciata già alle 8:30 del mattino.
Sudo comunque moltissimo e il vento mi spettina, così sembro appena tirata fuori dall’asciugatrice.

Ogni tanto piove e posso annaffiare le piante con meno assiduità.
Le mie piante sono viziate e, se non le annaffio quotidianamente, mi guardano dalla finestra facendo la faccia della piccola fiammiferaia.

CaneNando soffre meno il caldo ed è più attivo e abbaiante.
CaneNando, proditoriamente lavato e profumato e cotonato e acconciato, riuscirà a rotolarsi e tingersi di una calda sfumatura di marrone alla prima pozzanghera che incontrerà.

A letto non soffro più il caldo.
A letto soffro già il freddo, ho i piedi ghiacciati e il lenzuolo mi sembra una misera protezione, aiuto, possiamo mettere il piumone?

(Quasi) tutti sono tornati a lavoro: non trovo più negozi o paninerie chiuse, alla pompa di benzina è tornato l’omino salvavita, al supermercato hanno aperto una seconda cassa.
(Quasi) tutti sono tornati dalla villeggiatura e non trovo più posto per la macchina, se non a prezzo di giri interminabili, strisciante nervosismo, parcheggi con le ruote sul marciapiede.

La citronella sta sostituendo le foglie bruciacchiate dal sole con altre verdi e profumate.
Il basilico ha già l’aria sconsolata e il colorito triste di un bambino milanese in inverno.

Posso rimettere i jeans e le sneakers.
Mi mancano i pantaloni leggeri e fluttuanti, i sandali, la comodità di vestirmi in tre gesti.

A tutti stanno sparendo i segni dell’abbronzatura, così quasi nessuno mi chiede più “come mai sei così bianca?”.
Si vedono ancora i segni biancastri delle maniche sulle mie spalle palliducce e l’aria da camionista anemica non è mai andata via.

Posso riprendere a ingozzarmi di cioccolato senza sensi di colpa, fingendo di credere alla scusa che “lo faccio per resistere ai rigori del gelato”.
Ci sono ancora in freezer degli avanzi di gelato che dovremo comunque far fuori.

Natale si avvicina e forse otterrò di addobbare l’albero entro il fine settimana.
Mancano ancora molte settimane alle prossime ferie.

Ho appena iniziato Pulvis et umbra, il nuovo giallo di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista. È, come sempre, scritto con mestiere e godibile: il mio timore, però, è che i personaggi rischino un po’ di fossilizzarsi e diventare ripetitivi e bidimensionali. Mi auguro di sbagliarmi.

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Depre.

Qualche giorno fa ho rivisto Il mio miglior nemico, uno dei film di Verdone a cui sono meno affezionata; in mezzo a decine di battute sciocche e gag prevedibili (e sì che di solito i film di Verdone mi piacciono) si inseriscono un paio di dialoghi tra Silvio Muccino e Sara Bertelà, che interpretano rispettivamente un figlio molto protettivo e condiscendente e una madre depressa e particolarmente scassaballe; il giovane, affranto non tanto per la malattia della madre ma per i suoi sani tentativi di curarsi, attacca interminabili pipponi contro “le pillole”: dichiara di sentirsi un pusher perché le procura le medicine – che, immagino, saranno state prescritte da un neurologo o uno psichiatra – e inveisce contro di lei cercando di convincerla ad abbandonarle.
Solo il fatto di avere un unico pc funzionante in casa mi ha trattenuto dal gettarlo dal settimo piano, per interrompere prima possibile la malefica visione.

Conosco un buon numero di persone che fanno uso di psicofarmaci: e lo fanno per reale necessità e sotto controllo medico; da quando hanno iniziato la cura, molte di loro stanno molto meglio, qualcuna sta proprio bene (ed è una cosa che mi rende pazza di gioia ogni secondo della mia giornata), qualcuna sta ancora cercando di prendere le misure con la situazione ma ce la faràa breve: ma tutte sono state molto, molto male, e la scelta di curarsi con i farmaci è stata da me fortemente caldeggiata: esattamente come spronerei un diabetico a prendere l’insulina o un cardiopatico a non trascurare la cura suggerita dal cardiologo. Mi sembra abbastanza ovvio, scontato, pacifico: se ho un disturbo, parlo con un medico e seguo i suoi consigli per guarire.

Mi sfugge come mai, ancora oggi, ci siano persone ritenute intelligenti che sembrano non capire: che considerano gli psicofarmaci una scorciatoia, che guardano con pietà e sospetto chi li usa e ne trae indubbio beneficio, che cercano di instillare vani sensi di colpa (“io sto male come te ma non prendo nulla, tu sei debole e hai bisogno delle pillole”): ecco, io provo profonda pena e un sordo rancore per queste persone. Pena perché vedo, nelle loro parole, la loro piccolezza: mi fanno pensare a bambini in età prescolare che simulano il mal di pancia per avere le attenzioni della mamma che si sta occupando del fratellino in fasce; rancore perché non hanno chiaro il danno che provocano: con le loro parole fomentano la medievale teoria che la malattia psichica non sia, appunto, una malattia, quindi un accidente casuale e stronzo che può colpire chiunque di noi, ma una colpa, generata da una personalità poco forte, poco resiliente, poco reattiva; fanno sentire a disagio qualcuno che sta soffrendo, che pensa (a torto!) di non aver speranza di guarigione, che si sente in un vicolo cieco: e così come picchierei con molta violenza un uomo, se lo vedessi intento a fare lo sgambetto a uno zoppo, così vorrei poter mandare a quel paese tutti quelli che aggravano le sofferenze di chi sta male con i propri insulsi giudizi.

Anzi, penso che da domani lo farò: risponderò per le rime e con veemenza a chi dice “non posso lavorare con uno che si stordisce di pillole”, a chi fa il verso a una donna che piange, a chi si sente superiore perché sa affrontare la vita “senza aiuti chimici”. Meglio ancora, lo faccio da subito: iniziate ad andare a fanculo già adesso e risparmiatemi il fiato, please.

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Consigli per i (piccoli) lettori.

A cinque anni ero una bambina bassetta e magra, in jeans e felpa con le toppe, perennemente in lotta col cerchietto e innamorata delle mie scarpe da ginnastica col velcro. Frequentavo la prima elementare, avevo una brava maestra e un forte desiderio di imparare a leggere. I miei genitori seminavano sempre libri e riviste e opuscoli e blocchi di appunti per la casa, sul panchetto del bagno o in pile accanto al letto o sul tavolino del salotto, i nonni leggevano il giornale dalla prima parola all’ultima con puntiglio da correttori di bozze, le nonne facevano le parole crociate: anche io non vedevo l’ora di girare, seria e impettita, buffa come può esserlo solo una bambina con i codini stretti da elastici a forma di coniglietto, con un libro in mano. Non ricordo grandi difficoltà, ma neanche processi lenti e laboriosi o fantastici disvelamenti: so solo che, come per magia, tutt’a un tratto bum!, sapevo leggere. Con la premura e le buone intenzioni tipiche di genitori giovani e di sinistra, sono stata immediatamente fornita di un libro e del permesso di leggere quando volevo, a tavola e a letto e dai nonni e al mare, se mi andava. Ma.

Ancora adesso rinfaccio ai miei genitori l’insensata scelta del mio primo libro: il famoso tomo che mi venne offerto, tra lacrime di commozione e foto ricordo, era una terrificante edizione delle favole di Esopo; c’erano Il cane e la carne, La volpe e la cicogna, La rana e il bue e altre amene storielle. Le illustrazioni erano lugubri, le storie strampalate e mortifere, la trama si esauriva in un giro di parole. Il mio mondo è crollato: a che serviva leggere, se dovevo riempirmi la testa di volpi meschine, rane megalomani, cani sciocchi e cicogne parlanti? Seguirono mesi di tristezza e incomprensione: mi chiedevo a chi importasse di quegli odiosi animali e come mai i miei genitori, e i nonni e gli zii, fossero felici di passare il tempo in maniera così tediosa. Mi ha salvato la vita, ora lo so, il Corriere dei piccoli: e anche la Pimpa, e poi 365 storie, un librone che era appartenuto a mia madre e che conteneva storielle divertenti, poesiole e filastrocche, una per ogni giorno dell’anno. Qualcuna la ricordo ancora ora.

Sono stata portata in libreria, poi, e lì finalmente sono stata felice: ho scoperto le edizioni illustrate di alcuni classici e anche autori che i miei genitori non conoscevano, come Bianca Pitzorno e Christine Nöstlinger; ho iniziato, qualche anno, dopo a leggere una collana di gialli per bambini che mi terrorizzava e galvanizzava e la serie del Club delle baby-sitter che adesso cerco in ebook, in inglese, dato che qui non viene più pubblicata. Finalmente capivo come mai gli adulti fossero felici con un libro in mano: bastava trovare la storia giusta.

Adesso che passo la maggior parte del mio tempo su Facebook e che bazzico i gruppi dedicati alla lettura, per passione e per lavoro, provo un brivido quando leggo post di genitori che lamentano lo scarso amore per i libri dei propri figli; il panico mi investe, poi, quando qualcuno consiglia di stimolarli con Pattini d’argento o David Copperfield o Il gabbiano Jonathan Livingstone. Infine, quando qualcuno si lamenta della passione dei propri ragazzi per i fumetti, scappo terrorizzata scagliando al suolo lo smartphone e coprendomi le orecchie. Ma davvero c’è chi pensa di poter fare avvicinare alla lettura dei marmocchi sette-ottenni proponendo libri belli, ma dalle tematiche ormai lontane dal mondo attuale, o troppo astratte e simboliche? Chi, a sei anni, si sciroppava senza un lamento David Copperfield? Non sarebbe meglio partire con Topolino, o Geronimo Stilton, o le Favole al telefono di Rodari, o qualcosa di Roald Dahl?

Bisogna fare attenzione, l’amore per la lettura è delicato e mutevole: se viene pigiato tra le pagine di un librone troppo pesante per l’età o per il lettore, si schiaccia.

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Quando un’amica sta male (far edition).

Quando un’amica sta male, puoi – devi – provare a fare qualcosa per lei. Puoi andarla a trovare, in ospedale o a casa o nella villetta al mare; puoi portarle una torta o dei fiori o i biscotti che le piacciono, o una fetta di pizza se preferisce il salato, o le ultime foto del caneNando da guardare insieme ridacchiando, perché il caneNando, quando vuole, sa essere molto divertente; puoi anche portarle in visita il caneNando in persona – in cane, cioè – se sai che ne ha voglia: perché il caneNando è simpatico e di compagnia e sa riportare la pallina come nessun altro, e niente solleva il morale come un cane giallo che ti poggia sui piedi una pallina gialla tutta insalivata.
Quando un’amica sta male puoi abbracciarla molto forte, o tenerle la mano, o anche solo guardarla in faccia mentre ti parla, o camminare accanto a lei. Quando l’amica che sta male abita lontano, invece, è tutta un’altra storia.

Quando l’amica che sta male e abita lontano ha un malessere limitato nel tempo, come una gamba rotta o una caviglia slogata o una forte influenza o la rosolia, puoi telefonarle per tenerle compagnia; puoi mandarle un libro o consigliargliene uno, puoi suggerirle serie tv da vedere per ammazzare qualche mezz’ora; se sei molto brava puoi anche confezionare una torta da spedirle, insieme a un video con le prodezze del caneNando. Puoi provare ad essere presente e vicina e assidua anche da lontano, sfruttando la tecnologia e la fantasia e le opzioni di Poste Italiane e la conoscenza personale del caneNando.

Poi, ci sono i casi in cui l’amica che sta male e abita lontano ha una malattia stronza: una di quelle da cui si guarisce, ma che nell’attesa ti fa pensare che no, non guarirò mai. Una di quelle che ti tolgono il sorriso e l’energia, che ti fanno piangere e dormire e ciondolare, che ti fanno sentire come se non fossi più tu. Una di quelle che ti spossessano di te, ti fanno fare e dire cose che poi gli altri dimenticheranno ma tu no; una di quelle che, senza sintomi evidenti e fasciature rigide e flebo e stampelle ti prostrano e stremano.
Ecco, in quei casi io non so cosa fare: perché delle serie tv, dei libri e delle torte l’amica lontana non se ne fa nulla, e neanche dei video di caneNando, per quanto possano essere (e lo siano) assolutamente adorabili. In quel caso, l’unica strategia che conosco – e che non so se serva, ma davvero
non me ne vengono in mente altre – è l’abbraccio, la presenza silezionsa e costante, il tempo speso insieme. Ma l’amica lontana è per definizione lontana, e allora abbracci e silenzi e tempo vanno a farsi benedire.

In casi come questo, in cui so – perché LO SO, ne sono sicura senza alcun margine di dubbio – che le cose si sistemeranno, l’unica cosa che so fare è mandare qualche messaggio, ché il telefono temo possa essere solo un fastidio per chi non ha voglia di parlare, e poi aspettare e dare il tempo a medici e medicine di agire. In questi momenti, in cui qualcuno tra amici e familiari non capisce la vera e profonda sofferenza che l’amica sta provando e pensa che sia solo un po’ triste, ma che ci vuoi fare, è fatta così, in questi momenti qui io so solo consigliare un libro, La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi, per esempio, che è molto bello e le potrebbe piacere e in ebook si trova, e scrivere un post. Questo. Tanto lo so che presto tutto andrà a posto.

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Cronaca di un viaggio a Torino, ovvero come ho fatto a vivere trentaquattro anni senza vedere il Piemonte?

Lo ammetto, non sono stata del tutto sincera: prima di questa estate, ero stata già tre volte a Torino, per un totale di cinque o sei giorni: ma li avevo passati quasi tutti in un ospedale, per un intervento ai tendini del piede e per le relative visite post-operatorie, e avevo solo un ricordo confuso di portici e cime imbiancate e pioggia e gianduiotti. Per questo, complici anche delle tariffe molto convenienti per il volo da Palermo, ho convinto la mia bella a passare qualche giorno all’ombra della Mole.

Di Torino avevo sentito parlare in maniera discontinua e non-omogenea: la metà di chi ci ha messo piede mi parlava di un posto bello e austero, l’altra metà di una città fredda, indifferente, popolata da genti silenziose e distanti. Ma nei mesi scorsi avevo riletto (e riascoltato in podcast) per l’ennnesima volta Lessico famigliare e deciso che via Pallamaglio, via Pastrengo, corso Re Umberto non potevano restare, per me, solo vaghi toponimi. La vicinanza di amicastorica, ormai migrata nelle lande desolate del nord, aggiungeva mordente all’impresa – avremmo potuto passare un paio di giorni insieme – così come il recente esilio della F. in Val di Susa: percheé io ho sempre avuto la necessità fisica di immaginare le persone che conosco in luoghi reali. E quindi, trolley alla mano, siamo partite. E accidenti se siamo rimaste colpite.

Torino, va detto, probabilmente d’inverno è una città fredda, piovosa, uggiosa: ad agosto, però, è molto molto calda, di un caldo feroce, molesto e disarmante, molto più violento di quello di Palermo. Ma non è bastato per farci disamorare: e infatti ci è piaciuta un sacco. Ci sono piaciuti i portici e le botteghe di libri usati – in cui, tra l’altro, ho trovato Serena Cruz o la vera giustizia di Natalia Ginzburg, ed era l’ultimo che mi mancava tra i suoi libri – e le piazze dal piglio deciso, monumentale, da capitale; ci sono piaciuti gli scoiattoli che mangiavano lungo le rive del Po e il parchetto dedicato alla memoria di Leone Ginzburg, le scritte sui muri e i locali della movida, le panchine e le fontanelle, la pulizia e il contegno risoluto degli autoctoni. Ci è piaciuto il Museo del cinema, e anche il mercato del Balon, anche se forse ce lo immaginavamo un po’ più imponente. Ci sono piaciuti i dintorni: Superga e i suoi sentieri tra gli aceri in cui ci siamo addentrate sorridendo, bottigliette d’acqua in mano e scarpette da ginnastica ai piedi, e Susa, che pensavo fosse solo un paesello in un fondovalle alpino e invece è stato un crocevia di storia di discreta importanza. Mi è piaciuto il senso di sicurezza che si respirava e il fatto che i senzatetto dormissero sereni sotto i portici, ben sistemati e organizzati: mi è piaciuto un po’ meno che tenessero a specificare di essere nati proprio a Torino (e di non essere, via, dei terroni), ma va bene così.

Di solito, quando visito una città, mi chiedo se mi piace e se ci vivrei: e a Torino ho pensato che probabilmente sì, vivrei volentieri, anche se d’inverno con la neve, ecco, magari mi lagnerei un po’. Ma per il freddo mi lagno molto anche a Palermo, quindi pace.

Un grazie speciale, per l’organizzazione della vacanza, va a Dario e Margherita: che ci hanno fornito di guide, mappe e consigli e ci hanno aiutate a non perderci, come è nostra abitudine, nel caos di una città sconosciuta.

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Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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19 luglio 1992.

La cosa che ricordo davvero bene del 19 luglio 1992 è che quando è successo il fatto ero a mare, ma proprio a mare, in acqua. Era domenica, il 19 luglio 1992, e c’era molto caldo, ed eravamo andati alla spiaggia tutti insieme, io e i miei genitori e gli zii e i cugini e i nostri amici soliti; era domenica, e c’era davvero caldo, e i miei genitori erano tornati a casa a pranzo, perché a mio padre stare a mare a pranzo non piaceva: non gli piacevano i calzoni fritti che prendevamo al bar della spiaggia, andando a piedi nudi sulla passerella di cemento rovente, e le prugne che mia zia portava in un contenitore di plastica e diventavano tiepide e molli, e il gelato al mellone e i ghiccioli al limone; non gli piaceva mangiare sulla sdraio, con le ginocchia in bocca, diceva, e dover aspettare due ore per fare il bagno. Erano andati a casa, i miei genitori, ricordo: ed io ero rimasta con gli zii, e avevamo mangiato e poi noi bambini, eravamo cinque, ci eravamo accoccolati sulla sabbia in riva al mare a fare un castello gigante. Era un buon compromesso: mia zia e la sua amica si sedevano con le sdraio vicino alla battigia, con i piedi in acqua, e noi resistevamo al caldo rotolando nella sabbia umida e bagnandoci spesso, con la scusa di dover prendere l’acqua per il castello, non vedi che sta crollando una torre? Ricordo che l’acqua era calda, quel giorno: tipica acqua del mare di Mondello, che il pomeriggio diventa tiepida e verde e stagnante come acqua di lago. Avevamo fatto qualche capriccio per fare il secondo bagno, ricordo: o forse questo non lo ricordo, ma so che è così, perché ogni domenica facevamo un capriccio per tornare in acqua, soprattutto mio cugino, che sapeva fare delle convincenti lagne rappoddiando le vocali, e da-ai, ma-amma, facci tornare in a-acqua. Alla fine i grandi avevano ceduto, e forse anche loro sentivano molto caldo: ma eravamo tornati tutti in acqua, tutti tranne la madre delle nostre amiche, perché lei il bagno non lo faceva mai; stavamo facendo il bagno tutti insieme, e prendevamo Federica, che era la più piccola, e ce la lanciavamo per farle fare dei tuffi e lei rideva, e abbiamo sentito un’esplosione molto forte, come un boom ma lungo, cupo, e noi eravamo in acqua e l’acqua non era profonda ma ha tremato, e mia zia ha detto svelti, tutti fuori, uscite, e noi non ci siamo lamentati anche se eravamo in acqua da pochissimo, non abbiamo detto niente, siamo solo usciti. Poi la madre di Federica, che non si era fatta il bagno, ha detto vado a telefonare a mia madre, perché sua madre, la nonna di Federica, era anziana e non veniva a mare, restava a casa sola e forse aveva sentito il boom molto forte e si era spaventata anche lei. Lei viveva in una strada dalle parti della Fiera, via D’Amelio: e al telefono non rispondeva, e la madre di Federica continuava a rimettere le duecentolire nel telefono a gettoni vicino alla spiaggia, mentre mia zia le diceva stai tranquilla e noi bambini ci facevamo la doccia e ci asciugavamo velocemente e cambiavamo il costume, e intanto mio padre è arrivato in bicicletta. Era venuto da casa ed era tutto vestito e ha detto sto andando a lavoro, perché lui lavorava al Pronto Soccorso, sto andando al lavoro perché ci hanno chiamati tutti, noi reperibili, perché c’è stato un attentato a Borsellino. Ricordo che io non sapevo chi fosse Borsellino, e pensavo che “attentato a Borsellino” fosse un modo di dire, un modo di fare gli attentati, tipo “attentato con la pistola”, e non capivo ed ero perplessa, ma non ho detto niente. Poi mia zia è tornata di corsa dal telefono e ha detto andiamo via tutti, perché la madre di Federica era riuscita a parlare con una vicina di casa che le aveva detto è scoppiata una bomba qua sotto, tua madre è al balcone e per questo non risponde, ma tornate a casa.

Ricordo che siamo tornati a casa a piedi, come tutte le domeniche, ma per strada non c’era nessuno, e si sentivano i televisori e brandelli di notizie, e poi hanno detto che di una ragazza era stato trovato il braccio sull’albero, e io mi sono spaventata moltissimo, ho pensato che gli “attentati a Borsellino” fossero delle cose orribili.

Ricordo che sono arrivata a casa e mia madre era in giardino, c’era la televisione accesa, e mia zia è entrata e lei ha detto ecco, questo è un altro Falcone, e si vedeva un palazzo distrutto e io ho avuto moltissima paura e pensavo ecco, adesso mettono una bomba pure qua e dai nonni e sotto tutti i palazzi della città e anche il mio braccio finirà su un albero, e mi sono messa a piangere. Poi mio padre è tornato, dopo molte ore, e alla televisione si vedeva sempre il palazzo distrutto, e siamo andati dai nonni e anche lì si vedeva il palazzo distrutto. Ricordo solo questo, e che quella notte non riuscivo a dormire e pensavo alle ragazze con le braccia sugli alberi. Poi non ricordo altro, credo, di quel giorno. Era il 19 luglio 1992.

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Tra le due scelgo la terza.

Ogni inverno penso che non ci sia niente di più brutto dell’inverno: il freddo mi intristisce, il buio mi instilla torpore, odio la pioggia e gli ombrelli gocciolanti e i guanti che si perdono e le pozzanghere e i piedi umidi nelle scarpe; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’inverno, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sul maltempo, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto freddo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche coperta. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in estate, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’inverno.

Ogni estate penso che non ci sia niente di più brutto dell’estate: il caldo mi innervosisce, la luce che filtra dalle serrande mi sveglia presto, odio il sudore e i costumi gocciolanti e gli occhiali da sole che si perdono e la polvere e i piedi umidi nei sandali; dedico molte energie a manifestare il mio fastidio: pronuncio molte volte nella giornata la frase Oh, quanto odio l’estate, inizio ogni conversazione con qualche generica considerazione sullo scirocco, chiamo in causa senzatetto e canucci randagi per essere sostenuta nel mio disagio, poverini, pensate quanto caldo sentono anche loro, aspetta che mi carico in macchina qualche bottiglia d’acqua. Sono arrivata al punto di lasciarmi un paio di messaggi vocali, da risentire in inverno, in cui mi comunico che no, davvero, non c’è niente di peggio dell’estate.

Ogni stagione ha i suoi meriti, ma soprattutto i suoi demeriti. Sono molti, e io saprei elencarli quasi tutti.

D’estate si dorme male, è indubbio: c’è molto caldo sempre, anche nelle notti più miti, e non è ecologico né economico tenere il condizionatore a 16° per molte ore; tutte le strategie ipotizzabili – condizionatore acceso un’ora prima di andare a dormire per rinfrescare la stanza, ventilatore sapientemente orientato verso il letto – lasciano il tempo che trovano: il condizionatore, appena spento, riporta la camera alla temperatura di partenza in un nanosecondo e il ventilatore si limita a muovere aria bollente, provocandomi solo dolorosi crampi. D’inverno si dorme bene, se al piumone si aggiunge una coperta di pile e un plaid per i piedi e una borsa dell’acqua calda e un canuccio peloso e tiepido sul letto: ma in compenso ci si alza male, tremando e battendo i denti e imprecando, e si tenta di auto-convincersi a fare la doccia immaginando che l’acqua bollente ci riporti a una temperatura compatibile con la vita, speranza puntualmente disattesa.

D’estate ci si veste rapidamente: un paio di fluttuanti pantaloni di cotone, una canottiera e dei sandali bastano; peccato che i pantaloni non abbiano tasche e siano parecchio scomodi, che la canottiera mi stia male e che con i sandali cammini come mamma oca. D’inverno si impiegano molte ore a sovrapporre strati di vestiti, canottine dolcevita maglioncini cardigan cappotto sciarpa berretto, creando un ovvio effetto da omino Michelin. Penso che nessuna storia d’amore sia mai nata in inverno.

D’estate portare il cane a spasso è scomodo e faticoso: il sole picchia, l’asfalto scotta, Nando è troppo grande e divincolantesi per essere portato al parco in braccio; d’inverno non va meglio: si scivola, il cane si bagna e assume il caratteristico odore da cane bagnato, i tuoni lo spaventano e non indosserebbe un impermeabile nemmeno se gli fosse ingiunto dalla legge.

D’estate le piante hanno bisogno di acqua due volte al giorno: e comunque sono sempre riarse, con una sfumatura di giallo sotto il verde delle foglie, boccheggianti. D’inverno i sottovasi traboccano, le radici marciscono, aspetta, aiutami a togliere tutta quest’acqua o la pomelia il prossimo anno non fiorirà.

In conclusione, estate e inverno sono due stagioni fastidiose e colme di pericoli e insidie e fastidi. Bisognerebbe indire una petizione per una primavera perenne.

Sto leggendo Rondini d’inverno, ultima uscita di Maurizio de Giovanni, autore che amo: e proprio perché lo amo sono piuttosto delusa, la storia scorre lentamente e la narrazione è abbastanza ripetitiva, senza guizzi. Spero che migliori più avanti.

LaMate, questo post ovviamente è per te!

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