Risorse essenziali.

Per la prima volta da quando questo blog esiste, mi stavo scordando di scrivere il mio post settimanale; ci sono state tante volte in cui ho bigiato: per motivi di lavoro, perché avevo il cuore in pezzi, perché ero in viaggio, una volta pure perché ero a un matrimonio. Fino a poco più di un anno fa, la Mate controllava con puntiglio che non saltassi un sabato, e un paio di giorni prima mi ricordava di iniziare a pensarci, a cosa scrivere, ché lei scuse del tipo Non ho avuto tempo o Non ho idee non ne avrebbe accettate; poi è stato il Gp a ricordarmelo, a settimane alterne, e stavolta lui se l’è scordato e, novità assoluta, anche io. Me lo sono scordata perché, come tutti, sono chiusa in casa da quasi una settimana, e lavoro e mangio e dormo e mi faccio la doccia e sto al telefono a orari bislacchi, e ho perso la cognizione precisa del tempo e non ricordo più che oggi è sabato.

Considerato il mio stato di ansia abituale, mi chiedo come Ste non mi abbia ancora uccisa a colpi di cucchiano dello yogurt. Sono più noiosa, piagnucolosa, ripetitiva e assillante del solito; come quasi tutti, avevo iniziato questo periodo di clausura forzata dicendo Sono a casa mia, va tutto bene, mi riposo un poco, tanto ho Netflix. Poi ho scoperto che molte cose, invece, mancavano: perché io, che sono solitamente ossessiva e portata all’accumulo, con gli anni avevo imparato a non riempire troppo la dispensa e a non acquistare tonnellate di roba superflua. E quindi, eccomi a mangiare minestra di zucchine da lunedì scorso, ché in frigo abbiamo poco altro; ci mancano gli assorbenti e non abbiamo una grande scorta di cibo per Anastasia, e in casa non c’è comfort food, perché io sono a dieta da sempre e Ste mangia solo petto di pollo e rucola e limoni e cocacola e quindi le cose buone non le compriamo mai. Quindi al momento niente Nesquik, niente cioccolato, niente arance; abbiamo provato a ordinare la spesa a domicilio, ma per ora non accettano prenotazioni, e poi costa uno sprilione, accidenti.

Però, ecco, una cosa non ci manca: abbiamo un sacco da leggere; peccato che, nei momenti di ansia, trovare la concentrazione non sia il mio forte. L’unica cosa che riesco a seguire con un minino di attenzione sono i gialli: e quindi mi sto dando da fare per recuperare alcuni di quelli di Maurizio de Giovanni che avevo colpevolmente messo da parte. Ho terminato in una manciata di giorni Dodici rose a Settembre, di cui avevo letto una dozzina di pagine alcuni mesi fa e che poi avevo scartato senza un reale motivo; è un giallo brillante e ben costruito e ha un bel ritmo, e mi piacerebbe leggerne altri con gli stessi personaggi, io mi affeziono molto e amo la serialità. Poi ho iniziato Sara al tramonto, che al momento ha un poco meno smalto del precedente ed è parecchio cupo, ma de Giovanni è un professionista e il suo mestiere lo sa fare, e quindi vado avanti e spero che mi tenga compagnia in questi giorni bizzarri. Ho anche il seguito, Le parole di Sara: dovrei essere coperta per una settimana almeno. Sempre che Ste non mi uccida prima, è ovvio.

(In questo momento complicato per l’intera Italia, posso solo sperare con tutte le mie forze che stiate tutti bene, in qualsiasi luogo vi trovate. Forza, andrà tutto bene. O almeno, lo spero di cuore).

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Libri che fanno paura.

Che io abbia una smisurata paura dei libri è cosa risaputa; da quando, bambina, costrinsi i miei genitori a relegare in cantina una copia illustrata di Biancaneve perché l’espressione arcigna dei sette nani mi atterriva, l’elenco dei libri che mi hanno spaventata e che per questo sono stati occultati nell’armadio sotto pile di coperte o regalati ad amici temerari è lungo e variegato. Col tempo, ho imparato ad auto-censurarmi, a negarmi bei romanzi per paura della paura, a chiedere approfonditi dettagli e spoiler a chi aveva letto il libro prima di me. Solitamente, con tutto questo lavoro preliminare di analisi e spionaggio – sei sicura che non faccia paura? Non è che qualcuno, a un certo punto, si punge con un fuso? – riesco a evitare di incappare in libri troppo spaventosi. Solitamente. Ma stavolta, invece, accidentaccio no.

Mi sono imbattuta in un articolo in cui venivano elencati una serie di romanzi per adolescenti; il presupposto era che i ragazzi non leggono perché vengono proposti loro libri obsoleti, o moralisti, o scritti a scopo educativo-istruttivo, o semplicemente noiosi. Perché non provare a individuare per loro, si chiedeva l’autrice, romanzi diversi? Romanzi attuali, ben scritti, con tematiche adatte alla loro età, dirompenti, fuori dagli schemi, che toccano corde profonde dell’animo e, perché no, che facciano paura? Che facciano paura: era specificato, ma io, che sono sempre in cerca di stimoli nuovi e di bei libri, ho scorso famelica la lista e ho pensato che dai, su, non ho sedici anni, una cosa che fa paura a un ragazzino non la farà anche a me, no? Ho letto le trame, ho cercato pareri online, ho scorso recensioni, ho scelto: e poi ho letto da cima a fondo Bunker diary di Kevin Brooks, e sono morta di paura.

Il libro parla di un ragazzino, Linus, che viene rinchiuso da un ignoto sequestratore in un bunker, appunto. A me, di solito, questo genere di libri non fa molta paura; pensavo di trovarmi davanti a qualcosa di simile a Stanza letto armadio specchio di Emma Donoghue che è un libro bellissimo, pieno di speranza. E invece.

+++ATTENZIONE SPOILER!+++

E invece questo libro è terribilmente spietato, e racchiude al suo interno le cose che temo di più: il fuoco, i cani aggressivi, la crudeltà gratuita. I personaggi riunchiusi con Linus nel bunker, cinque persone tra cui una bambina, moriranno tutti: e moriranno male, come si dice in siciliano, tra orrendi dolori e nell’assoluta mancanza di senso. Morirà anche Linus, alla fine: e noi non sapremo mai da chi sono stati sequestrati, e perché; non sapremo se il rapitore senza volto ha scelto le sue vittime con un piano preciso o se le ha raccattate per caso, semplicemente perché si è imbattuto in loro per strada. Non sapremo dove sono stati tenuti, i sei malcapitati, e perché alcuni comportamenti venissero puniti e altri premiati, senza alcuna riconoscibile logica; non sapremo neanche perché, di punto in bianco, sono stati abbandonati alla morte per inedia: e questa mancanza di spiegazioni, questa conclusione mozzata, aumenta il mio senso di disagio. Per la prima volta, sento di non capire cosa l’autore di un libro volesse dire; di cosa ha parlato, e perché a me sfugge? Era tutta una metafora – ad esempio, della Shoah, con la sua immotivata violenza rivolta anche ai bambini, con la sua mancanza di senso, con l’assoluta e brutale ingiustizia e inspiegabilità che la caratterizzano? Queste persone rinchiuse in un luogo fuori dal mondo, alla mercè di un incomprensibile sconosciuto, erano forse le vittime dell’Olocausto? Ma questa lettura metaforica non si evince da nessuna parte; e allora, che senso ha questo romanzo? Di cosa stiamo parlando? Della cattiveria, della casualità della vita? Dell’adattarsi alle circostanze? E a che scopo, se poi comunque si muore? Fino a un certo punto, mentre procedevo con la lettura, ho pensato che il nucleo della narrazione fosse lo stimolo a cooperare: e infatti, i personaggi che non collaborano muoiono malamente per primi. Ma, ecco, mi aspettavo che gli altri riuscissero a trovare un escamotage per scappare, o per continuare a vivere nel loro mondo parallelo: e invece no, muoiono tutti, anche la piccola Jenny, che è solo una bambina indifesa, anche Linus, che è un ragazzino buono, animato da un profondo senso di giustizia, pratico, fattivo, sensibile. Muoiono, nel silenzio di un bunker, senza una parola, senza che nessuno ne sappia nulla. E io non capisco, non capisco come questo libro abbia vinto premi prestigiosi, come possa essere piaciuto a moltissimi lettori, cosa abbia da dire a un pubblico di adolescenti: e questo aumenta la mia paura, il mio sgomento, il mio malessere quasi fisico.

Ho cercato, in rete, di confrontarmi con qualcuno che abbia letto questo libro: ma finora non ho trovato nessuno che mi aiuti a fare chiarezza, solo generiche lodi al libro per la sua capacità di avvincere – che non nego, assolutamente.
Cerco volontari: chi legge questo libro per parlarne insieme?

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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I gay da libro.

Da tempi immemori, cerco un libro in cui ci sia un personaggio – possibilmente non di contorno – gay; è abbastanza facile trovarne, lo so, ma io aspiro a qualcosa di più complicato: vorrei un libro in cui ci fosse un personaggio gay che NON FA IL GAY. Mi spiego meglio: vorrei un investigatore, o un ladro, o un cuoco o una guida alpina o un poeta maledetto, che fosse incidentalmente gay; mi va bene tutto: un assassino o una vittima, un cattivo o un buono, purché sia ANCHE gay e non SOLO gay. Qualcuno che cerchi di svelare una trama gialla, o subisca gli alterni scherzi del destino, o vada a fare un viaggio in moto attraverso l’America latina, e in più sia gay; come succede ai personaggi etero, per intenderci: che fanno tutto quel che devono, mangiano dormono investigano uccidono ridono o figliano, senza che si sottolinei ogni due righe il loro orientamento sessuale.
Nei libri, invece, di solito i gay non ci sono: o, se ci sono, fanno i gay.

Gli stereotipi sui gay sono duri a morire: nei libri ancor di più. Per questo, se in un romanzo c’è un uomo gay, sarà costantemente roso dal dolore di non poterne parlare con nessuno, pena il pubblico dileggio e lo stigma sociale: e piagnucolerà per millemila pagine perché non se la sente di far conoscere a suo padre il compagno, onde poi scoprire che il padre lo sapeva già da mo’, di avere un figlio gay, e non gliene importava molto. Se, invece, si tratta di una donna lesbica, dovrà ribadire ogni poche parole il suo essere austera e tutta d’un pezzo; indosserà solo salopette o giubbini di pelle, avrà una compagna ossessivamente gelosa e guiderà una moto di grossa cilindrata.

Se in un libro c’è un personaggio gay, questo avrà una situazione sentimentale tormentata; sarà, ovviamente, single o accoppiato. se sarà single, non sarà un uomo (o una donna) allegro e gaudente, no di certo: sarà un single lacrimoso e aulico che attribuirà la propria singletudine all’inconsueto orientamento sessuale e non al suo essere noioso e autoreferenziale e sempiternamente piangente. Se farà parte di una coppia, invece, si ritroverà immediatamente coinvolto in una crisi che lo porterà a mettere subito in dubbio il suo orientamento sessuale: per capirci, come se il commissario Montalbano, ogni volta che litiga con Livia, si chiedesse se per caso non è attratto dal brigadiere Fazio. Questo accadrà con maggior frequenza e intensità se il protagonista del libro è una donna: e lì potremo star certi che la nostra eroina finirà subito tra le braccia del maschietto più vicino, e con ogni probabilità concepirà a tappo un bambino.

Qualsiasi gay da libro si scontra sempre con un muro invalicabile di omofobia: e da qui pagine e pagine di lagne, dissertazioni e dialoghi poco credibili. Qualsiasi gay da libro ha colleghi, parenti e vicini di casa che lo maltrattano. Qualsiasi gay da libro ha amici che gli vogliono bene nonostante sia gay, e glielo dicono ogni sei parole. Qualsiasi gay da libro ha un servizio di tazzine comprato in Giappone, mentre qualsiasi lesbica da libro ha un casco integrale nero e un paio di anfibi, e non ha mai giocato con le bambole. Qualsiasi gay da libro ha una madre comprensiva ma silenziosa e un padre brusco e aggressivo, oppure assente. Qualsiasi gay da libro fa un mestiere in cui deve ribadire costantemente la sua virilità, sentendola costantemente messa in crisi, mentre qualsiasi lesbica da libro deve fare un lavoro “da uomo”. Qualsiasi gay da libro è colto e preparato, legge molto e parla con proprietà. Qualsiasi gay da libro si fa la doccia ogni poche pagine.
Sono stanca dei gay da libro. Vorrei un libro con dei gay veri.

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Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

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Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Libri che parlano di libri.

da6ef3d4d876819003b336c73104beddQuando ero bambina e poi ragazzina, da giugno a settembre andavo a mare ogni giorno: non perché mi piacesse, ma perché le mie nonne ci tenevano ed erano troppo insistenti e cocciute per poterle convincere a lasciarmi fare altro, e comunque non immaginavo altra prospettiva per la giornata che la consueta sequenza di bagno-doccia gelata-breve permanenza al sole-ghiacciolo al limone; le mie estati erano fatte solo di spiaggia, giri in bicicletta con il walkman alle orecchie, partite a carte o a Cluedo nei pomeriggi particolarmente afosi, passeggiate sul lungomare e parecchi libri. Leggevo moltissimo, per abitudine e per noia e per assenza di stimoli: rovistavo tra quelli dei miei genitori o li compravo all’edicola, selezionando accuratamente tra le poche copertine esposte qualcosa di non-tedioso, non-spaventoso, non-banale, non-classico, non-Harmony. Non era semplice, e ho acquistato molti libri che poi ho scagliato via disgustata (e un paio che mi hanno terrorizzata a morte): ma mi sono anche imbattuta in romanzi che sono diventati una parte fondamentale del mio bagaglio culturale, del mio lessico, del mio metro di paragone per i libri a venire; uno di questi era Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. L’ho acquistato nell’estate del 1996, quando avevo da poco finito la terza media: era appena uscito per la collana Oscar Mondadori, costava 5.900 lire e mi aveva attirata perché c’era una bici in copertina, e io in quel periodo ero una creatura metà ragazzina lentigginosa e scarmigliata e metà mountain bike blu. L’ho letto con piacere e meraviglia e stupore e invidia: piacere per la scrittura rapida e nervosa e brillante e spigolosa, meraviglia e stupore nei confronti dell’adolescenza e delle sue mille possibilità, invidia per lo scrittore che sapeva raccontare la storia così bene, e per Aidi e il vecchio Alex che avevano una vita piena di avvenimenti prodigiosi; ne ho capito probabilmente un quarto: sicuramente ho perso, a quella prima lettura, tutti i riferimenti a film, gruppi musicali e modelli di comportamento tardo-adolescenziali di cui il libro è disseminato, ma mi sono rimasti impressi da subito la lingua fresca, giovane e vivace e ancora non-violenta e non-eccessiva di Brizzi, uno schizzo di Bologna (che non ho mai visto, e dove non credo mi capiterà di andare ancora per un bel po’) e l’ammirazione per De Carlo: perché a un certo punto il protagonista dice di stare leggendo Treno di panna e che Andrea De Carlo è forse il suo scrittore preferito; e io ho iniziato a leggerlo, De Carlo, ed è stato il mio scrittore preferito per molti anni, finché non ha iniziato a rendere i suoi personaggi sempre più esasperati ed esasperanti. Da quel momento ho sempre cercato, nei libri, consigli e riferimenti letterari, suggerimenti di autori da conoscere, poesie da rileggere, brani da sottolineare.

Oggi, che leggo poco e male, con poco tempo e poca attenzione e troppi stimoli esterni e pensieri faticosi, ho sviluppato una mania per i libri che parlano di montagne, scalate, spedizioni himalayane, bufere di neve e carovane e allevatori di yak e fiumi e ghiacciai e saraccate; così, quando ho sentito che Paolo Cognetti, scrittore che mi piace moderatamente, aveva appena pubblicato un libro che raccontava di un viaggio in Tibet, mi sono precipitata a cercarlo; e il mio stupore è stato enorme quando ho scoperto che, fin dalle prime pagine, si fa riferimento a Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen: perché lo sto leggendo da un po’ di tempo, me lo regalato amicastorica e lo sto centellinando per accordarmi al ritmo lento della scrittura, che ricalca quello della spedizione alla ricerca del felino più schivo del mondo. Mi ritrovo in uno strano crossover, in cui sto leggendo un libro che parla di un altro libro che sto leggendo. È bizzarro, vagamente da capogiro, e le storie si rincorrono e si somigliano e spesso coincindono e mi confondo, ma è anche piuttosto divertente.

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Maternità, istruzioni per l’uso.

Da molto tempo non leggevo un libro con vero piacere; venerdì scorso, alla riunione del gruppo di lettura di cui faccio parte, non sono stata in grado di proporre un titolo da mettere in lizza per la lettura collettiva: non sono riuscita a dire un titolo, uno, tra quelli letti di recente, che mi fosse rimasto tra cuore pancia e testa per più di un quarto d’ora. Per mesi sono rimasta impelagata in libri che non mi piacevano, interminabili e surreali, prolissi e pedanti, noiosi; storie sconclusionate, gatti parlanti, assassini smemorati, capolavori del non-sense o mere banalità. Mi ero convinta che il problema fosse mio: che avessi troppo poco tempo per leggere, o troppi stimoli esterni, o troppo rumore in testa, pensieri che cozzavano scoppiettando come petardi; e invece no, stavo solo incrociando romanzi che non mi piacevano: e infatti sono inciampata quasi per caso in Cattiva di Rossella Milone e l’ho letto tutto d’un fiato con vivido piacere, svegliando la mia bella nel cuore della notte per dirglielo (“Amore, amore, senti che bello questo pezzo, te lo leggo?”), costringendo collegasimpatica a farselo prestare, arringando sulle virtù del libro la barista che mi prepara ogni giorno uno squisito caffè macchiato. Non conoscevo l’autrice, e me ne dolgo: ma nella sua scrittura finto-trasandata e intessuta di espressioni dialettali ho ritrovato la cadenza della metà napoletana della mia famiglia, quel passo baldanzoso e fiero di cui sento la mancanza e che sto irrimediabilmente perdendo.

Parla di maternità, Cattiva: ne parla, penso io da non-madre, con onestà e chiarezza; parla di insoddisfazione, di stanchezza, di mancanza di sonno, di paure e bisogno di conferme. E io, che non ho e non desidero figli, sul tema della maternità sono curiosa: perché conosco poche madri della mia età, e di queste solo una mi è vicina; e non so se davvero la maternità sia questo: un ottanta per cento di dolore, sofferenza, preoccupazione, voglia di scappare via, e solo un venti per cento di appartenenza reciproca, soddisfazione, gioia. Non so se quello che ho letto rappresenti davvero ciò che la maggior parte dei neo-genitori prova: lo sgomento di fronte a un esserino inconsolabile, il senso di non-utilità e sconforto per i suoi pianti disperati, il sentirsi criticati dagli altri e non aiutati, non ascoltati; il senso di oppressione delle notti insonni, il buio al di là dal vetro, la sensazione che tutta la città dorma, la voglia di riposare un attimo. Non so se queste siano reazioni normali, o amplificate dalla scrittura, in un certo senso romanzate: o se, semplicemente, siano le sensazioni che tutti i genitori provano quando i figli sono minuscoli e fragili e incomprensibili e non-interattivi, e poi i figli crescono e cambiano e questi sentimenti si dimenticano, come si dice che succeda dei dolori del parto; se tutti i genitori vivano questo disagio e non ne parlino, per vergogna o per stanchezza o perché non ne vedono il motivo o perché non sanno a chi dirlo, o se magari molti genitori non lo vivano affatto, e succeda solo a qualcuno: e gli altri superino con agilità i primi mesi di vita dei propri bambini, saltellando come stambecchi tra culle, carrozzine, pannolini e salviettine imbevute.

Non lo so, e mi piacerebbe che qualcuno me lo dicesse: ma, si sa, se non sei madre non lo sai, e quindi pace, non lo saprò. Comunque, leggetelo, è davvero un bellissimo libro.

[Mate, torna presto].

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Libri per non-lettori.

Tra le categorie umane che suscitano in me maggiore interesse c’è quella dei frequentatori di gruppi social dedicati alla lettura; gli individui che la compongono sono, per la maggior parte, mitologiche creature che hanno avuto in sorte la possibilità di aumentare a dismisura il numero di ore delle loro giornate: altrimenti non si spiega come facciano a commentare e consigliare e recensire e bacchettare e litigare su Facebook, e intanto dichiarare di leggere, in media, sei libri alla settimana, di cui uno in lingua originale e uno ancora non dato alle stampe.

I frequentatori dei suddetti gruppi, da qui in poi definiti per rapidità Fdgsdal, hanno un sapere enciclopedico: di solito, unendo le forze, riescono a risolvere enigmi del tipo Chi sa dirmi il nome di un libro che ho letto sette anni fa, con la copertina blu, in cui a pagina ventitrè era citato un cane di nome Buster?. Sono dotati di grande caparbietà: affrontano con buona volontà (e spesso con buone idee) domande del tipo Sapreste consigliarmi un libro dedicato alla serendipità, in cui il protagonista abbia quarantesette anni e faccia l’impiegato del catasto?, e riescono a litigare per molte settimane consecutive in merito a post che riportano solo una foto della Fallaci o una citazione (spesso sbagliata) di Fabio Volo; hanno spesso gusti simili: si interrogano in coro sulla liceità o meno delle esternazioni di Bukowski, si beano, a giorni alterni, degli stessi versi di Wisława Szymborska o di Alda Merini, in generale si compiacciono moltissimo di appartenere a una élite dedita a un passatempo più sano e socialmente utile degli altri. Hanno modalità comunicative omogenee: postano compiaciuti foto di librerie, mostrano gli ultimi acquisti (di solito corredati dall’oziosa domanda Da quale inizio?, a cui fanno seguito dozzine di post con titoli indicati a casaccio), si esibiscono in brillanti giochi di parole a commento dell’ultimo volume di Camilleri.

Ammetto di dedicare moltissimo tempo all’analisi del Fdgsdal tipico: molti di loro, tra l’altro, sono lo zoccolo duro dei miei amici virtuali del cuore. Mi piacciono i gruppi social, e mi piace leggere, e per lavoro devo avere sempre uno sguardo quanto più possibile attento e preciso e puntuale sui lettori: quindi, per molti versi, questi gruppi sono perfetti per me. Mi piace ricevere stimoli e suggerimenti per le mie letture, mi è necessario sbirciare il mercato editoriale, con le sue tendenze e i suoi cambiamenti di rotta; mi interessa capire cosa si legge per ora, e perché, e per quanto lo si continuerà a fare, e che cosa i lettori cercano e non trovano in mezzo all’enorme quantità di libri in circolazione.

Mi piace quasi tutto, dei Fdgsdal: tranne quando qualcuno chiede Cosa posso regalare a mio figlio/cugino/fratello/marito che non ama la lettura? Lì perdo lucidità e faccio emergere il lato rissoso che è in me: perché, accidenti, non capisco cosa impedisca di regalare un disco, o una cena, o una felpa, o un tocco di fumo, o qualsiasi cosa piaccia a chi la riceverà. Perché regalare un libro a chi non legge? Per istruirlo, per farlo sentire a disagio, per annoiarlo, per sentirsi superiori? È come se a me regalassero un abbonamento allo stadio, o una tessera per la piscina. Il massimo dell’ilarità, mista a una punta di sconforto, la provo quando si tratta di consigliare libri da regalare a un bambino o a un adolescente che non legge: è lì che vengono fuori i sempreverdi Cuore, Pattini d’argento, Il piccolo principe, Il gabbiano Jonathan Livingstone. Ho provato a suggerire, per un adolescente, Zerocalcare: mi è stato detto che è diseducativo e troppo forte, come tematiche e ambientazione, per un giovane uomo alle soglie dell’età adulta. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me e del mio amore per i libri, se da adolescente mi avessero proposto Piccole donne e impedito di leggere Treno di panna, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, D’amore e ombra, Tsugumi; forse sarei meno sboccata, o semplicemente più annoiata, o avrei altri hobby. Forse andrei allo stadio, o saprei usare l’ombretto e l’eyeliner. Sarei stata diversa, questo è sicuro: chissà in quale maniera, però.

Da mesi leggo poco: temevo di aver perso la mia fame di storie ed ero piuttosto triste; poi mi è capitato tra le mani Country dark di Chris Offutt e tutto si è risolto; non leggevo da molti mesi un libro così bello: crudo, grezzo, scabro, scintillante; è la storia di Tucker, che vive in Kentucky, ha combattuto in Corea, ama i boschi e la sua famiglia, ha sangue freddo e sa cosa vuole. L’ho letto in una notte e un giorno e una notte, e sono ancora senza fiato. È semplicemente stupendo.

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