Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Libri che parlano di libri.

da6ef3d4d876819003b336c73104beddQuando ero bambina e poi ragazzina, da giugno a settembre andavo a mare ogni giorno: non perché mi piacesse, ma perché le mie nonne ci tenevano ed erano troppo insistenti e cocciute per poterle convincere a lasciarmi fare altro, e comunque non immaginavo altra prospettiva per la giornata che la consueta sequenza di bagno-doccia gelata-breve permanenza al sole-ghiacciolo al limone; le mie estati erano fatte solo di spiaggia, giri in bicicletta con il walkman alle orecchie, partite a carte o a Cluedo nei pomeriggi particolarmente afosi, passeggiate sul lungomare e parecchi libri. Leggevo moltissimo, per abitudine e per noia e per assenza di stimoli: rovistavo tra quelli dei miei genitori o li compravo all’edicola, selezionando accuratamente tra le poche copertine esposte qualcosa di non-tedioso, non-spaventoso, non-banale, non-classico, non-Harmony. Non era semplice, e ho acquistato molti libri che poi ho scagliato via disgustata (e un paio che mi hanno terrorizzata a morte): ma mi sono anche imbattuta in romanzi che sono diventati una parte fondamentale del mio bagaglio culturale, del mio lessico, del mio metro di paragone per i libri a venire; uno di questi era Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. L’ho acquistato nell’estate del 1996, quando avevo da poco finito la terza media: era appena uscito per la collana Oscar Mondadori, costava 5.900 lire e mi aveva attirata perché c’era una bici in copertina, e io in quel periodo ero una creatura metà ragazzina lentigginosa e scarmigliata e metà mountain bike blu. L’ho letto con piacere e meraviglia e stupore e invidia: piacere per la scrittura rapida e nervosa e brillante e spigolosa, meraviglia e stupore nei confronti dell’adolescenza e delle sue mille possibilità, invidia per lo scrittore che sapeva raccontare la storia così bene, e per Aidi e il vecchio Alex che avevano una vita piena di avvenimenti prodigiosi; ne ho capito probabilmente un quarto: sicuramente ho perso, a quella prima lettura, tutti i riferimenti a film, gruppi musicali e modelli di comportamento tardo-adolescenziali di cui il libro è disseminato, ma mi sono rimasti impressi da subito la lingua fresca, giovane e vivace e ancora non-violenta e non-eccessiva di Brizzi, uno schizzo di Bologna (che non ho mai visto, e dove non credo mi capiterà di andare ancora per un bel po’) e l’ammirazione per De Carlo: perché a un certo punto il protagonista dice di stare leggendo Treno di panna e che Andrea De Carlo è forse il suo scrittore preferito; e io ho iniziato a leggerlo, De Carlo, ed è stato il mio scrittore preferito per molti anni, finché non ha iniziato a rendere i suoi personaggi sempre più esasperati ed esasperanti. Da quel momento ho sempre cercato, nei libri, consigli e riferimenti letterari, suggerimenti di autori da conoscere, poesie da rileggere, brani da sottolineare.

Oggi, che leggo poco e male, con poco tempo e poca attenzione e troppi stimoli esterni e pensieri faticosi, ho sviluppato una mania per i libri che parlano di montagne, scalate, spedizioni himalayane, bufere di neve e carovane e allevatori di yak e fiumi e ghiacciai e saraccate; così, quando ho sentito che Paolo Cognetti, scrittore che mi piace moderatamente, aveva appena pubblicato un libro che raccontava di un viaggio in Tibet, mi sono precipitata a cercarlo; e il mio stupore è stato enorme quando ho scoperto che, fin dalle prime pagine, si fa riferimento a Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen: perché lo sto leggendo da un po’ di tempo, me lo regalato amicastorica e lo sto centellinando per accordarmi al ritmo lento della scrittura, che ricalca quello della spedizione alla ricerca del felino più schivo del mondo. Mi ritrovo in uno strano crossover, in cui sto leggendo un libro che parla di un altro libro che sto leggendo. È bizzarro, vagamente da capogiro, e le storie si rincorrono e si somigliano e spesso coincindono e mi confondo, ma è anche piuttosto divertente.

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Maternità, istruzioni per l’uso.

Da molto tempo non leggevo un libro con vero piacere; venerdì scorso, alla riunione del gruppo di lettura di cui faccio parte, non sono stata in grado di proporre un titolo da mettere in lizza per la lettura collettiva: non sono riuscita a dire un titolo, uno, tra quelli letti di recente, che mi fosse rimasto tra cuore pancia e testa per più di un quarto d’ora. Per mesi sono rimasta impelagata in libri che non mi piacevano, interminabili e surreali, prolissi e pedanti, noiosi; storie sconclusionate, gatti parlanti, assassini smemorati, capolavori del non-sense o mere banalità. Mi ero convinta che il problema fosse mio: che avessi troppo poco tempo per leggere, o troppi stimoli esterni, o troppo rumore in testa, pensieri che cozzavano scoppiettando come petardi; e invece no, stavo solo incrociando romanzi che non mi piacevano: e infatti sono inciampata quasi per caso in Cattiva di Rossella Milone e l’ho letto tutto d’un fiato con vivido piacere, svegliando la mia bella nel cuore della notte per dirglielo (“Amore, amore, senti che bello questo pezzo, te lo leggo?”), costringendo collegasimpatica a farselo prestare, arringando sulle virtù del libro la barista che mi prepara ogni giorno uno squisito caffè macchiato. Non conoscevo l’autrice, e me ne dolgo: ma nella sua scrittura finto-trasandata e intessuta di espressioni dialettali ho ritrovato la cadenza della metà napoletana della mia famiglia, quel passo baldanzoso e fiero di cui sento la mancanza e che sto irrimediabilmente perdendo.

Parla di maternità, Cattiva: ne parla, penso io da non-madre, con onestà e chiarezza; parla di insoddisfazione, di stanchezza, di mancanza di sonno, di paure e bisogno di conferme. E io, che non ho e non desidero figli, sul tema della maternità sono curiosa: perché conosco poche madri della mia età, e di queste solo una mi è vicina; e non so se davvero la maternità sia questo: un ottanta per cento di dolore, sofferenza, preoccupazione, voglia di scappare via, e solo un venti per cento di appartenenza reciproca, soddisfazione, gioia. Non so se quello che ho letto rappresenti davvero ciò che la maggior parte dei neo-genitori prova: lo sgomento di fronte a un esserino inconsolabile, il senso di non-utilità e sconforto per i suoi pianti disperati, il sentirsi criticati dagli altri e non aiutati, non ascoltati; il senso di oppressione delle notti insonni, il buio al di là dal vetro, la sensazione che tutta la città dorma, la voglia di riposare un attimo. Non so se queste siano reazioni normali, o amplificate dalla scrittura, in un certo senso romanzate: o se, semplicemente, siano le sensazioni che tutti i genitori provano quando i figli sono minuscoli e fragili e incomprensibili e non-interattivi, e poi i figli crescono e cambiano e questi sentimenti si dimenticano, come si dice che succeda dei dolori del parto; se tutti i genitori vivano questo disagio e non ne parlino, per vergogna o per stanchezza o perché non ne vedono il motivo o perché non sanno a chi dirlo, o se magari molti genitori non lo vivano affatto, e succeda solo a qualcuno: e gli altri superino con agilità i primi mesi di vita dei propri bambini, saltellando come stambecchi tra culle, carrozzine, pannolini e salviettine imbevute.

Non lo so, e mi piacerebbe che qualcuno me lo dicesse: ma, si sa, se non sei madre non lo sai, e quindi pace, non lo saprò. Comunque, leggetelo, è davvero un bellissimo libro.

[Mate, torna presto].

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Libri per non-lettori.

Tra le categorie umane che suscitano in me maggiore interesse c’è quella dei frequentatori di gruppi social dedicati alla lettura; gli individui che la compongono sono, per la maggior parte, mitologiche creature che hanno avuto in sorte la possibilità di aumentare a dismisura il numero di ore delle loro giornate: altrimenti non si spiega come facciano a commentare e consigliare e recensire e bacchettare e litigare su Facebook, e intanto dichiarare di leggere, in media, sei libri alla settimana, di cui uno in lingua originale e uno ancora non dato alle stampe.

I frequentatori dei suddetti gruppi, da qui in poi definiti per rapidità Fdgsdal, hanno un sapere enciclopedico: di solito, unendo le forze, riescono a risolvere enigmi del tipo Chi sa dirmi il nome di un libro che ho letto sette anni fa, con la copertina blu, in cui a pagina ventitrè era citato un cane di nome Buster?. Sono dotati di grande caparbietà: affrontano con buona volontà (e spesso con buone idee) domande del tipo Sapreste consigliarmi un libro dedicato alla serendipità, in cui il protagonista abbia quarantesette anni e faccia l’impiegato del catasto?, e riescono a litigare per molte settimane consecutive in merito a post che riportano solo una foto della Fallaci o una citazione (spesso sbagliata) di Fabio Volo; hanno spesso gusti simili: si interrogano in coro sulla liceità o meno delle esternazioni di Bukowski, si beano, a giorni alterni, degli stessi versi di Wisława Szymborska o di Alda Merini, in generale si compiacciono moltissimo di appartenere a una élite dedita a un passatempo più sano e socialmente utile degli altri. Hanno modalità comunicative omogenee: postano compiaciuti foto di librerie, mostrano gli ultimi acquisti (di solito corredati dall’oziosa domanda Da quale inizio?, a cui fanno seguito dozzine di post con titoli indicati a casaccio), si esibiscono in brillanti giochi di parole a commento dell’ultimo volume di Camilleri.

Ammetto di dedicare moltissimo tempo all’analisi del Fdgsdal tipico: molti di loro, tra l’altro, sono lo zoccolo duro dei miei amici virtuali del cuore. Mi piacciono i gruppi social, e mi piace leggere, e per lavoro devo avere sempre uno sguardo quanto più possibile attento e preciso e puntuale sui lettori: quindi, per molti versi, questi gruppi sono perfetti per me. Mi piace ricevere stimoli e suggerimenti per le mie letture, mi è necessario sbirciare il mercato editoriale, con le sue tendenze e i suoi cambiamenti di rotta; mi interessa capire cosa si legge per ora, e perché, e per quanto lo si continuerà a fare, e che cosa i lettori cercano e non trovano in mezzo all’enorme quantità di libri in circolazione.

Mi piace quasi tutto, dei Fdgsdal: tranne quando qualcuno chiede Cosa posso regalare a mio figlio/cugino/fratello/marito che non ama la lettura? Lì perdo lucidità e faccio emergere il lato rissoso che è in me: perché, accidenti, non capisco cosa impedisca di regalare un disco, o una cena, o una felpa, o un tocco di fumo, o qualsiasi cosa piaccia a chi la riceverà. Perché regalare un libro a chi non legge? Per istruirlo, per farlo sentire a disagio, per annoiarlo, per sentirsi superiori? È come se a me regalassero un abbonamento allo stadio, o una tessera per la piscina. Il massimo dell’ilarità, mista a una punta di sconforto, la provo quando si tratta di consigliare libri da regalare a un bambino o a un adolescente che non legge: è lì che vengono fuori i sempreverdi Cuore, Pattini d’argento, Il piccolo principe, Il gabbiano Jonathan Livingstone. Ho provato a suggerire, per un adolescente, Zerocalcare: mi è stato detto che è diseducativo e troppo forte, come tematiche e ambientazione, per un giovane uomo alle soglie dell’età adulta. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me e del mio amore per i libri, se da adolescente mi avessero proposto Piccole donne e impedito di leggere Treno di panna, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, D’amore e ombra, Tsugumi; forse sarei meno sboccata, o semplicemente più annoiata, o avrei altri hobby. Forse andrei allo stadio, o saprei usare l’ombretto e l’eyeliner. Sarei stata diversa, questo è sicuro: chissà in quale maniera, però.

Da mesi leggo poco: temevo di aver perso la mia fame di storie ed ero piuttosto triste; poi mi è capitato tra le mani Country dark di Chris Offutt e tutto si è risolto; non leggevo da molti mesi un libro così bello: crudo, grezzo, scabro, scintillante; è la storia di Tucker, che vive in Kentucky, ha combattuto in Corea, ama i boschi e la sua famiglia, ha sangue freddo e sa cosa vuole. L’ho letto in una notte e un giorno e una notte, e sono ancora senza fiato. È semplicemente stupendo.

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Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Madri tatuate (e dove trovarle).

Un paio di settimane fa, mentre mi aggiravo spiegazzata e impolverata per un Orto botanico gremito di persone, con un foglio-turni in mano e un telefono che squillava costantemente per annunciarmi che in Sala Lanza non partiva il proiettore, ai Bambù mancava l’interprete e al palco era saltata la luce, ho incrociato una donna che indossava una maglietta che ho trovato vagamente fastidiosa. La t-shirt, di cotone bianco, mostrava una scritta in caratteri neri: Sono una mamma tatuata, in pratica una mamma normale ma molto più cool. Sono rimasta interi minuti a chiedermi cosa mi avesse messo a disagio di un capo d’abbigliamento non particolarmente appariscente: sapevo solo che, a pelle, mi aveva comunicato una sensazione sgradevole. Mentre continuavo a trotterellare, affamata e scarmigliata, mi sono chiesta perché una persona dovrebbe aver voglia di giustificarsi nei confronti di sconosciuti per i propri tatuaggi; io non amo affatto i tatuaggi e sono felice di aver superato la fase adolescenziale del Mi tatuerò il segno zodiacale su una caviglia, perniciosa come poche, senza aver ceduto alle lusinghe di aghi e inchiostro; non amo i tatuaggi, dicevo: ma penso che chiunque abbia il diritto di farsi tatuare ciò che vuole dove vuole, senza per questo sentirsi costretto a scusarsi o legittimarsi allo sguardo altrui. Penso che chiunque abbia questo diritto: quindi anche – ed è assurdo che sia necessario specificarlo – una donna con figli. Trovo prevaricante e immotivato il tentativo di controllo sul corpo altrui, soprattutto su quello femminile, che vedo in atto per ora: i commenti continui alle donne grasse, magre, in forma, vistose o sobrie, discrete o provocanti, gli ammiccamenti, i giudizi, i Ma perché sei dimagrita? Ma perché non ti metti a dieta? Ma perché non cambi pettinatura? non richiesti; trovo ancora più assurdo il fatto che, nella vulgata comune, sembra che una donna con figli (o anche una donna in gravidanza) non sia più una donna: sia soltanto una mamma. Lo vedo quotidianamente: nello sguardo infastidito della collega incinta a cui tutti palpano costantemente la pancia, che non può ribellarsi perché quella non è più una parte del suo corpo, ma solo l’incubatrice di suo figlio. Nel commento sulla foto di una donna al mare, a cui viene scritto Che bella mamma che sei: peccato che sia anche un’ingegnera, una sorella, una zia, un’amica, e che in quell’occasione il suo essere madre non fosse minimamente attinente con la foto, in sandali e copricostume alla Scala dei turchi. Nella battaglia di alcune donne per l’allattamento al seno prolungato fino alla maggiore età e necessariamente pubblico, quasi che si trattasse di un atto politico da svolgere obbligatoriamente al cospetto di una pletora di persone, non sia mai che poi si pensi che a tuo figlio dai il biberon. Nel dover costantemente affermare che la maternità è l’unica ragione di vita delle donne: e mai, mai in vita mia mi sono imbattuta in una donna che ammetta di essere delusa dall’esperienza: e va benissimo così, eh, sono felice che tutte siano felici e appagate e al settimo cielo, ma questa assoluta universalità di sensazioni (ed espressioni, e considerazioni) mi lascia sempre un po’ perplessa. Mi sembra, ecco, che per l’ennesima volta nella storia non si renda giustizia alle donne: a cui si chiede di essere tutto, madri mogli figlie devote e pronte all’assistenza, professioniste infaticabili, perfette donne di casa e strabilianti amanti, ma che vengono raccontate e descritte solo come appendici dei loro figli.

Ecco, allora, cosa avevo trovato stridente in quella maglietta: cosa c’entra la (discutibile) passione per i tatuaggi con l’essere una buona madre (o, come scritto sulla t-shirt, una madre normale, qualsiasi cosa significhi)? Io non vedo il nesso, ma sarà che non sono madre.

Della mistica della maternità parla, con ironia e delicatezza, un’autrice americana che amo: Erma Bombeck, nel suo capolavoro di umorismo Se la vita è un piatto di ciliegie, perché a me solo i noccioli?

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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Autorità o autorevolezza?

Mio padre è un ex sessantottino da manuale; ha la barba, un eskimo conservato nell’armadio, molti aneddoti da raccontare e un’indole indomita e fiera. Sa sfuggire a una carica della polizia senza inciampare nel loden, sa correre all’indietro con una bandiera in spalla cantando El pueblo unido jamás será vencido senza perdere il ritmo, riesce a fiutare da lontano una manifestazione che si rivelerà un pestaggio, ha coltivato una sana e duratura avversione per i fascisti, i picchiatori, i violenti. Mi ha cresciuta con valori corretti e concreti: mai andare a una manifestazione con una sciarpa lunga, mai mancare alla parola data, mai mescolare marmellata e acciughe, mai negare attenzione e ascolto a chi te li chiede, mai mancare di rispetto a qualcuno: a chicchessia, ecco, non a qualcuno che, per convenzione sociale, rappresenti per me una forma di autorità; per questo ho sviluppato una innocua passione per le sciarpe corte in pile, gusti alimentari non riprovevoli, se si esclude un’insana e insensata tendenza a ricorpire tutto con glassa di aceto balsamico, e una noiosa attitudine a trangugiare in silenzio dolori e paranoie altrui, insieme alla convinzione che tutti, da mio nipote treenne Generico a Mattarella, meritino la stessa considerazione.

In questi giorni, sembra che gli onori delle cronache vengano riservati con insolita frequenza alla notizia di insegnanti o personale medico e infermieristico in servizio fatti oggetto di violenze, ingiurie, percosse; al di là della capacità dei giornalisti di pompare o meno una notizia, creando un caso o una moda, sicuramente il problema esiste. Ne ho parlato con molte persone: mio padre, interrogato da me anche in qualità di ex medico di Pronto Soccorso, in servizio per trent’anni in un noto ospedale di Palermo, mi ha risposto inaspettatamente Forse è colpa nostra: abbiamo tanto lottato contro le autorità costituite che ormai nessuno riconosce più in un medico o un professore una figura di riferimento. Mi chiedo se sia vero, ma non ne sono molto convinta. Più che un attacco all’autorità, l’escalation di violenza a cui assistiamo mi sembra sintomo di una tendenza al solipsismo che sta raggiungendo livelli estremi; non è l’idea di autorità a mancare, ma la fiducia nelle capacità altrui, nella preparazione e buona fede e impegno e istruzione di chi ha studiato e si è formato per un ruolo, sostituita da una tendenza a ritenersi invincibili, infallibili, unici depositari della verità assoluta, sorte di super-eroi incastrati nel proprio personale fumetto, bravissimi e preparati in tutto; persone che ritengono di poter avere un’opinione corretta e non rivedibile su nulla, che si parli di vaccini o della pagella del proprio primogenito, che si presentano in ospedale o al ricevimento-genitori con la certezza che gli altri non siano adeguatamente preparati e che loro dovranno sbattere i pugni e litigare per ottenere di vedere rispettati i propri diritti. Persone che pensano di poter fare curare i propri cari o istruire i propri figli secondo il proprio personale modo di vedere, che pensano di dover correggere e bacchettare e ri-allineare pensieri e abilità altrui, non in virtù delle proprie competenze, ma del proprio insindacabile punto di vista: e che, se non riescono a farlo con le parole, lo faranno con le mani. Forse non è il rispetto per l’autorità, a mancare, ma il rispetto per la persona umana, e soprattutto il rispetto per lo studio, la preparazione, l’applicazione, l’esperienza; non è stata svuotata di autorità la figura del medico: è stata riempita di arroganza la figura dell’uomo-comune-che-si-è-fatto-da-sè, che ha studiato all’arcinota “università della vita”, che pensa che tutti gli altri, dall’autista di autobus al magistrato, dal salumiere all’ingegnere, non valgano nulla. Non sono sicura che la mia analisi sia corretta: anzi, spero di sbagliarmi, perché sarebbe davvero molto triste e allarmante.

Da tempo non consiglio un libro: sono afflitta da mancanza di tempo e il sonno mi schianta ogni sera, con il kindle in mano, dopo poche pagine. Ma ho letto con vero piacere una raccolta di racconti di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno; sono racconti intensi, a tratti realistici, a tratti percorsi sotto traccia da una vena quasi fiabesca. Li lega l’ambientazione – all’inizio c’è una cartina del paese con la collocazione delle case dei protagonisti delle diverse storie – e una spiccata tendenza al particolare crudo e disturbante; nonostante questo, il libro mi è piaciuto molto: ha la freddezza e il rigore di una cronaca, non c’è pietà o coinvolgimento emotivo da parte del narratore, ma i singoli racconti sono pregni di un’umanità toccante.

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