Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Madri tatuate (e dove trovarle).

Un paio di settimane fa, mentre mi aggiravo spiegazzata e impolverata per un Orto botanico gremito di persone, con un foglio-turni in mano e un telefono che squillava costantemente per annunciarmi che in Sala Lanza non partiva il proiettore, ai Bambù mancava l’interprete e al palco era saltata la luce, ho incrociato una donna che indossava una maglietta che ho trovato vagamente fastidiosa. La t-shirt, di cotone bianco, mostrava una scritta in caratteri neri: Sono una mamma tatuata, in pratica una mamma normale ma molto più cool. Sono rimasta interi minuti a chiedermi cosa mi avesse messo a disagio di un capo d’abbigliamento non particolarmente appariscente: sapevo solo che, a pelle, mi aveva comunicato una sensazione sgradevole. Mentre continuavo a trotterellare, affamata e scarmigliata, mi sono chiesta perché una persona dovrebbe aver voglia di giustificarsi nei confronti di sconosciuti per i propri tatuaggi; io non amo affatto i tatuaggi e sono felice di aver superato la fase adolescenziale del Mi tatuerò il segno zodiacale su una caviglia, perniciosa come poche, senza aver ceduto alle lusinghe di aghi e inchiostro; non amo i tatuaggi, dicevo: ma penso che chiunque abbia il diritto di farsi tatuare ciò che vuole dove vuole, senza per questo sentirsi costretto a scusarsi o legittimarsi allo sguardo altrui. Penso che chiunque abbia questo diritto: quindi anche – ed è assurdo che sia necessario specificarlo – una donna con figli. Trovo prevaricante e immotivato il tentativo di controllo sul corpo altrui, soprattutto su quello femminile, che vedo in atto per ora: i commenti continui alle donne grasse, magre, in forma, vistose o sobrie, discrete o provocanti, gli ammiccamenti, i giudizi, i Ma perché sei dimagrita? Ma perché non ti metti a dieta? Ma perché non cambi pettinatura? non richiesti; trovo ancora più assurdo il fatto che, nella vulgata comune, sembra che una donna con figli (o anche una donna in gravidanza) non sia più una donna: sia soltanto una mamma. Lo vedo quotidianamente: nello sguardo infastidito della collega incinta a cui tutti palpano costantemente la pancia, che non può ribellarsi perché quella non è più una parte del suo corpo, ma solo l’incubatrice di suo figlio. Nel commento sulla foto di una donna al mare, a cui viene scritto Che bella mamma che sei: peccato che sia anche un’ingegnera, una sorella, una zia, un’amica, e che in quell’occasione il suo essere madre non fosse minimamente attinente con la foto, in sandali e copricostume alla Scala dei turchi. Nella battaglia di alcune donne per l’allattamento al seno prolungato fino alla maggiore età e necessariamente pubblico, quasi che si trattasse di un atto politico da svolgere obbligatoriamente al cospetto di una pletora di persone, non sia mai che poi si pensi che a tuo figlio dai il biberon. Nel dover costantemente affermare che la maternità è l’unica ragione di vita delle donne: e mai, mai in vita mia mi sono imbattuta in una donna che ammetta di essere delusa dall’esperienza: e va benissimo così, eh, sono felice che tutte siano felici e appagate e al settimo cielo, ma questa assoluta universalità di sensazioni (ed espressioni, e considerazioni) mi lascia sempre un po’ perplessa. Mi sembra, ecco, che per l’ennesima volta nella storia non si renda giustizia alle donne: a cui si chiede di essere tutto, madri mogli figlie devote e pronte all’assistenza, professioniste infaticabili, perfette donne di casa e strabilianti amanti, ma che vengono raccontate e descritte solo come appendici dei loro figli.

Ecco, allora, cosa avevo trovato stridente in quella maglietta: cosa c’entra la (discutibile) passione per i tatuaggi con l’essere una buona madre (o, come scritto sulla t-shirt, una madre normale, qualsiasi cosa significhi)? Io non vedo il nesso, ma sarà che non sono madre.

Della mistica della maternità parla, con ironia e delicatezza, un’autrice americana che amo: Erma Bombeck, nel suo capolavoro di umorismo Se la vita è un piatto di ciliegie, perché a me solo i noccioli?

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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Autorità o autorevolezza?

Mio padre è un ex sessantottino da manuale; ha la barba, un eskimo conservato nell’armadio, molti aneddoti da raccontare e un’indole indomita e fiera. Sa sfuggire a una carica della polizia senza inciampare nel loden, sa correre all’indietro con una bandiera in spalla cantando El pueblo unido jamás será vencido senza perdere il ritmo, riesce a fiutare da lontano una manifestazione che si rivelerà un pestaggio, ha coltivato una sana e duratura avversione per i fascisti, i picchiatori, i violenti. Mi ha cresciuta con valori corretti e concreti: mai andare a una manifestazione con una sciarpa lunga, mai mancare alla parola data, mai mescolare marmellata e acciughe, mai negare attenzione e ascolto a chi te li chiede, mai mancare di rispetto a qualcuno: a chicchessia, ecco, non a qualcuno che, per convenzione sociale, rappresenti per me una forma di autorità; per questo ho sviluppato una innocua passione per le sciarpe corte in pile, gusti alimentari non riprovevoli, se si esclude un’insana e insensata tendenza a ricorpire tutto con glassa di aceto balsamico, e una noiosa attitudine a trangugiare in silenzio dolori e paranoie altrui, insieme alla convinzione che tutti, da mio nipote treenne Generico a Mattarella, meritino la stessa considerazione.

In questi giorni, sembra che gli onori delle cronache vengano riservati con insolita frequenza alla notizia di insegnanti o personale medico e infermieristico in servizio fatti oggetto di violenze, ingiurie, percosse; al di là della capacità dei giornalisti di pompare o meno una notizia, creando un caso o una moda, sicuramente il problema esiste. Ne ho parlato con molte persone: mio padre, interrogato da me anche in qualità di ex medico di Pronto Soccorso, in servizio per trent’anni in un noto ospedale di Palermo, mi ha risposto inaspettatamente Forse è colpa nostra: abbiamo tanto lottato contro le autorità costituite che ormai nessuno riconosce più in un medico o un professore una figura di riferimento. Mi chiedo se sia vero, ma non ne sono molto convinta. Più che un attacco all’autorità, l’escalation di violenza a cui assistiamo mi sembra sintomo di una tendenza al solipsismo che sta raggiungendo livelli estremi; non è l’idea di autorità a mancare, ma la fiducia nelle capacità altrui, nella preparazione e buona fede e impegno e istruzione di chi ha studiato e si è formato per un ruolo, sostituita da una tendenza a ritenersi invincibili, infallibili, unici depositari della verità assoluta, sorte di super-eroi incastrati nel proprio personale fumetto, bravissimi e preparati in tutto; persone che ritengono di poter avere un’opinione corretta e non rivedibile su nulla, che si parli di vaccini o della pagella del proprio primogenito, che si presentano in ospedale o al ricevimento-genitori con la certezza che gli altri non siano adeguatamente preparati e che loro dovranno sbattere i pugni e litigare per ottenere di vedere rispettati i propri diritti. Persone che pensano di poter fare curare i propri cari o istruire i propri figli secondo il proprio personale modo di vedere, che pensano di dover correggere e bacchettare e ri-allineare pensieri e abilità altrui, non in virtù delle proprie competenze, ma del proprio insindacabile punto di vista: e che, se non riescono a farlo con le parole, lo faranno con le mani. Forse non è il rispetto per l’autorità, a mancare, ma il rispetto per la persona umana, e soprattutto il rispetto per lo studio, la preparazione, l’applicazione, l’esperienza; non è stata svuotata di autorità la figura del medico: è stata riempita di arroganza la figura dell’uomo-comune-che-si-è-fatto-da-sè, che ha studiato all’arcinota “università della vita”, che pensa che tutti gli altri, dall’autista di autobus al magistrato, dal salumiere all’ingegnere, non valgano nulla. Non sono sicura che la mia analisi sia corretta: anzi, spero di sbagliarmi, perché sarebbe davvero molto triste e allarmante.

Da tempo non consiglio un libro: sono afflitta da mancanza di tempo e il sonno mi schianta ogni sera, con il kindle in mano, dopo poche pagine. Ma ho letto con vero piacere una raccolta di racconti di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno; sono racconti intensi, a tratti realistici, a tratti percorsi sotto traccia da una vena quasi fiabesca. Li lega l’ambientazione – all’inizio c’è una cartina del paese con la collocazione delle case dei protagonisti delle diverse storie – e una spiccata tendenza al particolare crudo e disturbante; nonostante questo, il libro mi è piaciuto molto: ha la freddezza e il rigore di una cronaca, non c’è pietà o coinvolgimento emotivo da parte del narratore, ma i singoli racconti sono pregni di un’umanità toccante.

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Mestruazioni for dummies.

Non so come si faccia ora ma più di dieci anni fa, quando le università avevano ancora le facoltà, gli statini si richiedevano in portineria e si compilavano a mano e gli esami prevedevano lunghe attese dietro le porte dei dipartimenti e liste scritte a penna attaccate al muro con un pezzetto di scotch, più di dieci anni fa, dicevo, per laurearsi bisognava portare, entro una certa data, il frontespizio della tesi firmato dal relatore. Bisognava ingegnarsi, con word, a scrivere titolo e autore e relatore e correlatore dando un’aria professionale ma originale, elegante ma non retró, personale ma non puerile, senza cadute di stile e improvvidi ricorsi a ombreggiature spinte e comic sans; poi bisognava reperire il professore, e questa, almeno nella mia facoltà, era la parte più difficile, dato che i docenti usavano boicottare i giorni di ricevimento e risultare irreperibili per molte settimane di seguito, in un’epoca in cui il ricorso alla mail era solo un’estrema ratio e la maggior parte degli ultracinquantenni non sapevano neanche di avere un indirizzo personale; trovato il professore, si passava a ricordargli che guardi, so che ha tanti allievi ma io mi laureo con lei con una tesi sugli ostensori in corallo marsalese in Sex and the City e quindi sa, dovrebbe proprio firmarmi questo frontespizio entro giovedì. In conclusione, con l’insulso foglietto in mano, si doveva correre dall’incaricato e consegnarlo entro la data stabilita. Quando l’insensata trafila è toccata a me il mio relatore faceva lezione, d’abitudine, a Bagheria; dopo decine di tentativi di contatto, ero riuscita a ottenere un mezzo appuntamento: un lunedì mattina alle 11, alla fine di una lezione, al primo piano di una villa monumentale in cui il dipartimento era stato alloggiato da una manciata di mesi; la scadenza era il giorno stesso, alle 12:30, e in mezzo c’era un tratto di autostrada percorribile in un tempo che andava dai venti minuti alle due ore. Trafelata, sudata, senza fiato, alle 12:25 ero in piedi davanti alla porta del signor Capillo, il nume tutelare della facoltà di lettere e filosofia, burbero, scortese e risolutore di problemi al pari di Mr. Wolf; frugando disperatamente in borsa, gli ho porto la prima cosa che ho trovato tra le dita: non il famoso frontespizio, ma un assorbente. Silenzio, incredulità, raccapriccio, disgusto, voci di oooh! accanto a me, quasi che nessuno, nella frotta di ultraventenni laureandi che mi circondavano, ne avessero mai visto uno; Capillo mi liquidò con uno scostante Ma che è ‘sta cosa?, pronunciato con tono ringhiante da virtù offesa e sguardo di compatimento. Riposto il corpo del reato e consegnato il fondamentale pezzo di carta che attestava che sì, anche io di lì a poco avrei conseguito la laurea triennale, sono tornata a casa, schiumante rabbia per la mattina di sbattimento; una parte di me, però, ha continuato a chiedersi per tutti questi anni il motivo di tale sconcerto: se invece che un assorbente gli avessi porto un pacco di fazzolettini di carta, una penna o lo scontrino del Carrefour, la reazione sarebbe stata la stessa? Molto probabilmente nessuno avrebbe riso, non ci sarebbero state gomitate e voci scandalizzate, Capillo si sarebbe limitato a dirmi di sbrigarmi a dargli il foglio giusto e io non sarei arrossita (ok, no, questo non è vero, sarei arrossita lo stesso, ché io arrossisco sempre quando parlo o faccio qualcosa davanti a più di due persone). Da qualche giorno sto leggendo Questo è il mio sangue di Elise Thiébaut, e dentro c’è la risposta a questa domanda e a tante altre; è un saggio sulle mestruazioni: e ogni volta che dico a qualcuno che sto leggendo un saggio sulle mestruazioni la risposta è un’alzata di sopracciglia e qualche commento del tipo Ma ce n’era bisogno? o Non c’erano argomenti migliori? o anche Ma di preciso di che parla? La risposta, almeno per me, è che sì, ce n’era bisogno: perché è un libro che analizza, col sorriso sulle labbra e una buona dose di senso dell’umorismo, ma anche con assoluto rigore, una parte fondamentale della vita di ogni donna; la affronta dal punto di vista storico, medico, sociologico, antropologico, spiega le origini del tabù, risale alla preistoria per raccontare le radici del maschiocentrismo e del paternalismo che stanno esplodendo in maniera eclatante nell’enorme tasso di femminicidi attuale. Porta a farsi domande: per esempio, quante volte avete sentito chiedere, in una classe o in un gruppo di amici, Hai un fazzoletto di carta?, e quante avete sentito dire Hai un tampone? Quante volte avete detto – o sentito dire – a una donna Come mai sei così nervosa, hai le tue cose? Quante buffe perifrasi conoscete (e pronunciate) per non dire in pubblico mestruazioni? Perché dovrebbe essere vergognoso parlare di una funzione normale del corpo umano? E no, non dite che non parlate mai neanche delle altre, perché a me chiunque viene sempre a raccontare particolari fin troppo arditi di pipì, fistole anali e rapporti sessuali. Forse dovremmo porci tutte queste domande, e trovare delle sincere risposte. E, ripeto, leggere questo libro: perché è molto interessante, è ben scritto, è chiaro e comprensibile e sfata un cumulo di dicerie; soprattutto per i maschietti è una lettura davvero istruttiva.

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Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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Chi sono io? E perché nessuno ha voglia di dirmelo?

Una settimana fa ho posto una domanda ai miei contatti di Facebook: una domanda formulata scompostamente, non lo nego, ma che non ha avuto (quasi) nessuna risposta nel merito. Mi chiedevo – mi chiedo, dato che, appunto, non ho avuto riscontro – cosa ci sia che non va in me: e non c’è desiderio di conforto o volontà di ricevere complimenti o autocommiserazione o captatio benevolentiæ dietro le mie parole, ma il reale tentativo di comprendere e, se possibile, cambiare. Fidanzatafiga, la splendida fanciulla che mi sopporta stoicamente da anni, oltre ad essere, appunto, figa, è anche una psicologa: e, tra le mille cose che mi ripete da sempre – tipo, non infilare la mano nel frullatore in funzione, come peraltro una volta ho fatto – c’è l’assunto che, se suscitiamo la stessa reazione in un numero abbastanza grande di persone, è difficile che sia una coincidenza, ma noi stessi ne siamo causa. Da ciò consegue che, se non ci piace come gli altri ci trattano, dobbiamo controllare di non essere circondati da acclarati stronzi: appurato ciò, c’è qualcosa nel nostro comportamento che spinge persone normalmente urbane a comportarsi come militanti di Forza (N)uova a un gay pride. Da qui la domanda: che, appunto, non cercava risposte sornione, né complimenti da parte di semi-sconosciuti, e tampoco parole di conforto o distici elegiaci da persone che non vedo né sento da svariati anni, ma che voleva essere un tentativo di vedermi dall’esterno, di capire e interpretare. Avrei desiderato (e continuo a desiderare, ma penso di dover centrare meglio i miei interlocutori) una schietta risposta del tipo “non sopporto quando fai così”, o anche “preferisco quando non fai così”: e, sia dato onore al merito, amicacatanese lo ha fatto, andando a centrare un punto su cui affliggo fidanzatafiga da intere ere geologiche.

Assodato che qualcosa, da questa esperienza, l’ho comunque imparata – Facebook non è il posto adatto per le riflessioni più personali e complesse – mi chiedo, comunque, come fare a superare il gap che ci porta a vedere noi stessi sempre e solo con i nostri occhi; in questo modo, come si fa ad avere una esatta consapevolezza di sé? Se non riceviamo un feedback dagli altri – altri di cui ci fidiamo, ovviamente – come possiamo capire se le nostre battute fanno schifo, se appariamo dei patetici sbruffoni, se facciamo una cosa che sta fortemente sullo stomaco ai tre quarti della popolazione mondiale? Chi ci dice dove sbagliamo e dove facciamo bene? E lo sguardo degli altri quanto è realmente imparziale? Vale più il commento di un amico, che ci conosce e somma, ai nostri atti, tutto il vissuto che ci ha legato, o quello di uno sconosciuto che ha un punto di vista solo parziale ma più scevro di pregiudizi? Quanto siamo fastidiosi, stancanti, piagnucolosi o irritanti quando pensiamo di essere assidui, invitanti, irresistibili? Cosa sappiamo davvero di noi, e cosa sanno gli altri di noi?

Quanti sguardi alieni ci vogliono a comporre una esatta immagine di noi stessi?

Dopo molti anni, ho deciso di riprendere in mano un libro che avevo affrontato e non portato a termine: è Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) di David Foster Wallace, un autore che avevo amato all’epoca di La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti che fidanzatafiga ha odiato e che a me erano piaciuti molto, e che ho progressivamente abbandonato col tempo. Leggo lentamente e lo trovo faticoso e involuto, ma voglio tenere duro e arrivare alla fine.

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Di mamma ce n’è una sola (e non sono io).

Per evidenti ragioni di età, ultimamente sono spesso a contatto con persone che hanno avuto figli, specie se da poco. Complice un cugino scout che snocciola un bambino l’anno, qualche amica o sorella di amici o cugina di sorelle di amici, un po’ di colleghe e affini, sento pronunciare sempre più spesso commenti sui pannolini dell’Esselunga, sui più efficienti cuscini anti-soffocamento, sulle pizzerie provviste di seggiolone, sulle culle da agganciare al letto matrimoniale; prima di entrare in questo mondo pensavo che la scelta di un passeggino fosse relativamente semplice, tipo andare in un negozio, vedere qualche modello e optare per quello col miglior rapporto qualità-prezzo: e invece, tra ruote piroettanti, maniglione unico per quando hai il pargolo in braccio ma devi comunque spostare il trabiccolo, capottina anti-neve e copertina termica per le gambe, l’impresa sembra complessa e meritevole di ricerche incrociate su internet, valutazione corale di pro-e-contro, richiesta di pareri in improbabili gruppi su Facebook. Assodato che non ho e non avrò figli, queste conversazioni hanno, per me, il fascino indiscusso di qualcosa che interessa vagamente, incuriosisce senza creare ansia, diverte moderatamente. Da forte lettrice di riviste da parrucchiere – dove, peraltro, non vado da decenni, ma alle riviste sono abbonata – posso a pieno titolo inserirmi decantando le virtù della culla next-to-me, fermo restando che, non dovendone comprare una, posso sorvolare sul fatto che costi quanto un brillante di buon taglio.

I bambini, soprattutto quelli a cui sono affezionata, mi divertono abbastanza: mi piace Robert, la mascotte dell’ufficio, mi piace Stefanuccio, il figlio della Fra’, mi piacciono abbastanza anche i miei semi-nipotini Generico e Brucovico, sebbene siano in profonda crisi da vicinanza di età e sorellina in arrivo; mi piace anche Pagnottino, il nipote di amicastorica, sebbene lo abbia visto poche volte. Mi piacciono meno, invece, i discorsi che sono, spesso, corollario della presenza di una madre o un padre nei paraggi. Non mi piace molto sentirmi dire che anche io vorrò un figlio, prima o poi: soprattutto se a dirlo è qualcuno che non mi conosce bene e che non sa che la mia scelta di non avere figli è profonda, radicale e molto pensata. Non mi piace sentirmi dire – e me lo sono sentita dire – che non essendo madre non posso sapere quali sono le esigenze o i limiti di un bambino, o come si distingue un pianto da un capriccio, come se fosse esclusiva capacità di chi ha partorito comprendere un essere di meno di tredici anni. Mi infastidisce sentirmi dire che non voglio un figlio solo perché non voglio rinunciare alle mie notti di sonno: e comunque, anche se fosse, penso che sarebbero esclusivamente fatti miei. Mi dispiace, soprattutto, sentire parlare molti genitori dei propri figli come se fossero una specie di condanna; bambini che non dormono, non mangiano, non fanno i compiti e rispondono male alla maestra – di fatto, normalissimi bambini, magari solo un po’ più viziati o capricciosi di mille altri – protagonisti di racconti dell’orrore in cui madri e padri si sentono succubi della loro presenza; una persona che conosco per lavoro – e che stimo, tra l’altro, e trovo anche piuttosto simpatica – è arrivata a paragonare i suoi bambini a un ergastolo, onde poi chiedermi, qualche quarto d’ora dopo, come mai non ne desideri uno anche io; penso che sarebbe stato offensivo dirle che le sue parole sono un potente contraccettivo: mi sono limitata a rispondere che, ecco, magari prenderemo un gatto. Al di là dell’episodio, mi sono chiesta e mi chiedo spesso se avere figli sia davvero una scelta personale, o se per qualcuno non sia soltanto un’imposizione sociale abbinata a un’esigenza ormonale; e comunque, anche noi, da bambini, eravamo così invisi ai nostri genitori? Perché molti fanno figli se poi, dopo una manciata di anni, ne hanno le tasche piene? E, se tornassero indietro nel tempo, li farebbero di nuovo? È davvero così frustrante e deludente la genitorialità? Ovviamente, mi tengo le mie domande senza risposta: non sono mica una madre, io.

Ho finito da poco Limonov di Emmanuel Carrère, e ne sono rimasta folgorata; la figura, affascinante e controversa, di questo scrittore, poeta, militante politico, mi ha a tratti esasperata, a tratti divertita, a tratti profondamente commossa; ho iniziato Il libro dell’acqua, da Carrère definito il più bello tra i libri di Eduard Limonov: devo dire che mi sta stupendo.

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