Autorità o autorevolezza?

Mio padre è un ex sessantottino da manuale; ha la barba, un eskimo conservato nell’armadio, molti aneddoti da raccontare e un’indole indomita e fiera. Sa sfuggire a una carica della polizia senza inciampare nel loden, sa correre all’indietro con una bandiera in spalla cantando El pueblo unido jamás será vencido senza perdere il ritmo, riesce a fiutare da lontano una manifestazione che si rivelerà un pestaggio, ha coltivato una sana e duratura avversione per i fascisti, i picchiatori, i violenti. Mi ha cresciuta con valori corretti e concreti: mai andare a una manifestazione con una sciarpa lunga, mai mancare alla parola data, mai mescolare marmellata e acciughe, mai negare attenzione e ascolto a chi te li chiede, mai mancare di rispetto a qualcuno: a chicchessia, ecco, non a qualcuno che, per convenzione sociale, rappresenti per me una forma di autorità; per questo ho sviluppato una innocua passione per le sciarpe corte in pile, gusti alimentari non riprovevoli, se si esclude un’insana e insensata tendenza a ricorpire tutto con glassa di aceto balsamico, e una noiosa attitudine a trangugiare in silenzio dolori e paranoie altrui, insieme alla convinzione che tutti, da mio nipote treenne Generico a Mattarella, meritino la stessa considerazione.

In questi giorni, sembra che gli onori delle cronache vengano riservati con insolita frequenza alla notizia di insegnanti o personale medico e infermieristico in servizio fatti oggetto di violenze, ingiurie, percosse; al di là della capacità dei giornalisti di pompare o meno una notizia, creando un caso o una moda, sicuramente il problema esiste. Ne ho parlato con molte persone: mio padre, interrogato da me anche in qualità di ex medico di Pronto Soccorso, in servizio per trent’anni in un noto ospedale di Palermo, mi ha risposto inaspettatamente Forse è colpa nostra: abbiamo tanto lottato contro le autorità costituite che ormai nessuno riconosce più in un medico o un professore una figura di riferimento. Mi chiedo se sia vero, ma non ne sono molto convinta. Più che un attacco all’autorità, l’escalation di violenza a cui assistiamo mi sembra sintomo di una tendenza al solipsismo che sta raggiungendo livelli estremi; non è l’idea di autorità a mancare, ma la fiducia nelle capacità altrui, nella preparazione e buona fede e impegno e istruzione di chi ha studiato e si è formato per un ruolo, sostituita da una tendenza a ritenersi invincibili, infallibili, unici depositari della verità assoluta, sorte di super-eroi incastrati nel proprio personale fumetto, bravissimi e preparati in tutto; persone che ritengono di poter avere un’opinione corretta e non rivedibile su nulla, che si parli di vaccini o della pagella del proprio primogenito, che si presentano in ospedale o al ricevimento-genitori con la certezza che gli altri non siano adeguatamente preparati e che loro dovranno sbattere i pugni e litigare per ottenere di vedere rispettati i propri diritti. Persone che pensano di poter fare curare i propri cari o istruire i propri figli secondo il proprio personale modo di vedere, che pensano di dover correggere e bacchettare e ri-allineare pensieri e abilità altrui, non in virtù delle proprie competenze, ma del proprio insindacabile punto di vista: e che, se non riescono a farlo con le parole, lo faranno con le mani. Forse non è il rispetto per l’autorità, a mancare, ma il rispetto per la persona umana, e soprattutto il rispetto per lo studio, la preparazione, l’applicazione, l’esperienza; non è stata svuotata di autorità la figura del medico: è stata riempita di arroganza la figura dell’uomo-comune-che-si-è-fatto-da-sè, che ha studiato all’arcinota “università della vita”, che pensa che tutti gli altri, dall’autista di autobus al magistrato, dal salumiere all’ingegnere, non valgano nulla. Non sono sicura che la mia analisi sia corretta: anzi, spero di sbagliarmi, perché sarebbe davvero molto triste e allarmante.

Da tempo non consiglio un libro: sono afflitta da mancanza di tempo e il sonno mi schianta ogni sera, con il kindle in mano, dopo poche pagine. Ma ho letto con vero piacere una raccolta di racconti di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno; sono racconti intensi, a tratti realistici, a tratti percorsi sotto traccia da una vena quasi fiabesca. Li lega l’ambientazione – all’inizio c’è una cartina del paese con la collocazione delle case dei protagonisti delle diverse storie – e una spiccata tendenza al particolare crudo e disturbante; nonostante questo, il libro mi è piaciuto molto: ha la freddezza e il rigore di una cronaca, non c’è pietà o coinvolgimento emotivo da parte del narratore, ma i singoli racconti sono pregni di un’umanità toccante.

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Mestruazioni for dummies.

Non so come si faccia ora ma più di dieci anni fa, quando le università avevano ancora le facoltà, gli statini si richiedevano in portineria e si compilavano a mano e gli esami prevedevano lunghe attese dietro le porte dei dipartimenti e liste scritte a penna attaccate al muro con un pezzetto di scotch, più di dieci anni fa, dicevo, per laurearsi bisognava portare, entro una certa data, il frontespizio della tesi firmato dal relatore. Bisognava ingegnarsi, con word, a scrivere titolo e autore e relatore e correlatore dando un’aria professionale ma originale, elegante ma non retró, personale ma non puerile, senza cadute di stile e improvvidi ricorsi a ombreggiature spinte e comic sans; poi bisognava reperire il professore, e questa, almeno nella mia facoltà, era la parte più difficile, dato che i docenti usavano boicottare i giorni di ricevimento e risultare irreperibili per molte settimane di seguito, in un’epoca in cui il ricorso alla mail era solo un’estrema ratio e la maggior parte degli ultracinquantenni non sapevano neanche di avere un indirizzo personale; trovato il professore, si passava a ricordargli che guardi, so che ha tanti allievi ma io mi laureo con lei con una tesi sugli ostensori in corallo marsalese in Sex and the City e quindi sa, dovrebbe proprio firmarmi questo frontespizio entro giovedì. In conclusione, con l’insulso foglietto in mano, si doveva correre dall’incaricato e consegnarlo entro la data stabilita. Quando l’insensata trafila è toccata a me il mio relatore faceva lezione, d’abitudine, a Bagheria; dopo decine di tentativi di contatto, ero riuscita a ottenere un mezzo appuntamento: un lunedì mattina alle 11, alla fine di una lezione, al primo piano di una villa monumentale in cui il dipartimento era stato alloggiato da una manciata di mesi; la scadenza era il giorno stesso, alle 12:30, e in mezzo c’era un tratto di autostrada percorribile in un tempo che andava dai venti minuti alle due ore. Trafelata, sudata, senza fiato, alle 12:25 ero in piedi davanti alla porta del signor Capillo, il nume tutelare della facoltà di lettere e filosofia, burbero, scortese e risolutore di problemi al pari di Mr. Wolf; frugando disperatamente in borsa, gli ho porto la prima cosa che ho trovato tra le dita: non il famoso frontespizio, ma un assorbente. Silenzio, incredulità, raccapriccio, disgusto, voci di oooh! accanto a me, quasi che nessuno, nella frotta di ultraventenni laureandi che mi circondavano, ne avessero mai visto uno; Capillo mi liquidò con uno scostante Ma che è ‘sta cosa?, pronunciato con tono ringhiante da virtù offesa e sguardo di compatimento. Riposto il corpo del reato e consegnato il fondamentale pezzo di carta che attestava che sì, anche io di lì a poco avrei conseguito la laurea triennale, sono tornata a casa, schiumante rabbia per la mattina di sbattimento; una parte di me, però, ha continuato a chiedersi per tutti questi anni il motivo di tale sconcerto: se invece che un assorbente gli avessi porto un pacco di fazzolettini di carta, una penna o lo scontrino del Carrefour, la reazione sarebbe stata la stessa? Molto probabilmente nessuno avrebbe riso, non ci sarebbero state gomitate e voci scandalizzate, Capillo si sarebbe limitato a dirmi di sbrigarmi a dargli il foglio giusto e io non sarei arrossita (ok, no, questo non è vero, sarei arrossita lo stesso, ché io arrossisco sempre quando parlo o faccio qualcosa davanti a più di due persone). Da qualche giorno sto leggendo Questo è il mio sangue di Elise Thiébaut, e dentro c’è la risposta a questa domanda e a tante altre; è un saggio sulle mestruazioni: e ogni volta che dico a qualcuno che sto leggendo un saggio sulle mestruazioni la risposta è un’alzata di sopracciglia e qualche commento del tipo Ma ce n’era bisogno? o Non c’erano argomenti migliori? o anche Ma di preciso di che parla? La risposta, almeno per me, è che sì, ce n’era bisogno: perché è un libro che analizza, col sorriso sulle labbra e una buona dose di senso dell’umorismo, ma anche con assoluto rigore, una parte fondamentale della vita di ogni donna; la affronta dal punto di vista storico, medico, sociologico, antropologico, spiega le origini del tabù, risale alla preistoria per raccontare le radici del maschiocentrismo e del paternalismo che stanno esplodendo in maniera eclatante nell’enorme tasso di femminicidi attuale. Porta a farsi domande: per esempio, quante volte avete sentito chiedere, in una classe o in un gruppo di amici, Hai un fazzoletto di carta?, e quante avete sentito dire Hai un tampone? Quante volte avete detto – o sentito dire – a una donna Come mai sei così nervosa, hai le tue cose? Quante buffe perifrasi conoscete (e pronunciate) per non dire in pubblico mestruazioni? Perché dovrebbe essere vergognoso parlare di una funzione normale del corpo umano? E no, non dite che non parlate mai neanche delle altre, perché a me chiunque viene sempre a raccontare particolari fin troppo arditi di pipì, fistole anali e rapporti sessuali. Forse dovremmo porci tutte queste domande, e trovare delle sincere risposte. E, ripeto, leggere questo libro: perché è molto interessante, è ben scritto, è chiaro e comprensibile e sfata un cumulo di dicerie; soprattutto per i maschietti è una lettura davvero istruttiva.

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Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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Chi sono io? E perché nessuno ha voglia di dirmelo?

Una settimana fa ho posto una domanda ai miei contatti di Facebook: una domanda formulata scompostamente, non lo nego, ma che non ha avuto (quasi) nessuna risposta nel merito. Mi chiedevo – mi chiedo, dato che, appunto, non ho avuto riscontro – cosa ci sia che non va in me: e non c’è desiderio di conforto o volontà di ricevere complimenti o autocommiserazione o captatio benevolentiæ dietro le mie parole, ma il reale tentativo di comprendere e, se possibile, cambiare. Fidanzatafiga, la splendida fanciulla che mi sopporta stoicamente da anni, oltre ad essere, appunto, figa, è anche una psicologa: e, tra le mille cose che mi ripete da sempre – tipo, non infilare la mano nel frullatore in funzione, come peraltro una volta ho fatto – c’è l’assunto che, se suscitiamo la stessa reazione in un numero abbastanza grande di persone, è difficile che sia una coincidenza, ma noi stessi ne siamo causa. Da ciò consegue che, se non ci piace come gli altri ci trattano, dobbiamo controllare di non essere circondati da acclarati stronzi: appurato ciò, c’è qualcosa nel nostro comportamento che spinge persone normalmente urbane a comportarsi come militanti di Forza (N)uova a un gay pride. Da qui la domanda: che, appunto, non cercava risposte sornione, né complimenti da parte di semi-sconosciuti, e tampoco parole di conforto o distici elegiaci da persone che non vedo né sento da svariati anni, ma che voleva essere un tentativo di vedermi dall’esterno, di capire e interpretare. Avrei desiderato (e continuo a desiderare, ma penso di dover centrare meglio i miei interlocutori) una schietta risposta del tipo “non sopporto quando fai così”, o anche “preferisco quando non fai così”: e, sia dato onore al merito, amicacatanese lo ha fatto, andando a centrare un punto su cui affliggo fidanzatafiga da intere ere geologiche.

Assodato che qualcosa, da questa esperienza, l’ho comunque imparata – Facebook non è il posto adatto per le riflessioni più personali e complesse – mi chiedo, comunque, come fare a superare il gap che ci porta a vedere noi stessi sempre e solo con i nostri occhi; in questo modo, come si fa ad avere una esatta consapevolezza di sé? Se non riceviamo un feedback dagli altri – altri di cui ci fidiamo, ovviamente – come possiamo capire se le nostre battute fanno schifo, se appariamo dei patetici sbruffoni, se facciamo una cosa che sta fortemente sullo stomaco ai tre quarti della popolazione mondiale? Chi ci dice dove sbagliamo e dove facciamo bene? E lo sguardo degli altri quanto è realmente imparziale? Vale più il commento di un amico, che ci conosce e somma, ai nostri atti, tutto il vissuto che ci ha legato, o quello di uno sconosciuto che ha un punto di vista solo parziale ma più scevro di pregiudizi? Quanto siamo fastidiosi, stancanti, piagnucolosi o irritanti quando pensiamo di essere assidui, invitanti, irresistibili? Cosa sappiamo davvero di noi, e cosa sanno gli altri di noi?

Quanti sguardi alieni ci vogliono a comporre una esatta immagine di noi stessi?

Dopo molti anni, ho deciso di riprendere in mano un libro che avevo affrontato e non portato a termine: è Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) di David Foster Wallace, un autore che avevo amato all’epoca di La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti che fidanzatafiga ha odiato e che a me erano piaciuti molto, e che ho progressivamente abbandonato col tempo. Leggo lentamente e lo trovo faticoso e involuto, ma voglio tenere duro e arrivare alla fine.

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Di mamma ce n’è una sola (e non sono io).

Per evidenti ragioni di età, ultimamente sono spesso a contatto con persone che hanno avuto figli, specie se da poco. Complice un cugino scout che snocciola un bambino l’anno, qualche amica o sorella di amici o cugina di sorelle di amici, un po’ di colleghe e affini, sento pronunciare sempre più spesso commenti sui pannolini dell’Esselunga, sui più efficienti cuscini anti-soffocamento, sulle pizzerie provviste di seggiolone, sulle culle da agganciare al letto matrimoniale; prima di entrare in questo mondo pensavo che la scelta di un passeggino fosse relativamente semplice, tipo andare in un negozio, vedere qualche modello e optare per quello col miglior rapporto qualità-prezzo: e invece, tra ruote piroettanti, maniglione unico per quando hai il pargolo in braccio ma devi comunque spostare il trabiccolo, capottina anti-neve e copertina termica per le gambe, l’impresa sembra complessa e meritevole di ricerche incrociate su internet, valutazione corale di pro-e-contro, richiesta di pareri in improbabili gruppi su Facebook. Assodato che non ho e non avrò figli, queste conversazioni hanno, per me, il fascino indiscusso di qualcosa che interessa vagamente, incuriosisce senza creare ansia, diverte moderatamente. Da forte lettrice di riviste da parrucchiere – dove, peraltro, non vado da decenni, ma alle riviste sono abbonata – posso a pieno titolo inserirmi decantando le virtù della culla next-to-me, fermo restando che, non dovendone comprare una, posso sorvolare sul fatto che costi quanto un brillante di buon taglio.

I bambini, soprattutto quelli a cui sono affezionata, mi divertono abbastanza: mi piace Robert, la mascotte dell’ufficio, mi piace Stefanuccio, il figlio della Fra’, mi piacciono abbastanza anche i miei semi-nipotini Generico e Brucovico, sebbene siano in profonda crisi da vicinanza di età e sorellina in arrivo; mi piace anche Pagnottino, il nipote di amicastorica, sebbene lo abbia visto poche volte. Mi piacciono meno, invece, i discorsi che sono, spesso, corollario della presenza di una madre o un padre nei paraggi. Non mi piace molto sentirmi dire che anche io vorrò un figlio, prima o poi: soprattutto se a dirlo è qualcuno che non mi conosce bene e che non sa che la mia scelta di non avere figli è profonda, radicale e molto pensata. Non mi piace sentirmi dire – e me lo sono sentita dire – che non essendo madre non posso sapere quali sono le esigenze o i limiti di un bambino, o come si distingue un pianto da un capriccio, come se fosse esclusiva capacità di chi ha partorito comprendere un essere di meno di tredici anni. Mi infastidisce sentirmi dire che non voglio un figlio solo perché non voglio rinunciare alle mie notti di sonno: e comunque, anche se fosse, penso che sarebbero esclusivamente fatti miei. Mi dispiace, soprattutto, sentire parlare molti genitori dei propri figli come se fossero una specie di condanna; bambini che non dormono, non mangiano, non fanno i compiti e rispondono male alla maestra – di fatto, normalissimi bambini, magari solo un po’ più viziati o capricciosi di mille altri – protagonisti di racconti dell’orrore in cui madri e padri si sentono succubi della loro presenza; una persona che conosco per lavoro – e che stimo, tra l’altro, e trovo anche piuttosto simpatica – è arrivata a paragonare i suoi bambini a un ergastolo, onde poi chiedermi, qualche quarto d’ora dopo, come mai non ne desideri uno anche io; penso che sarebbe stato offensivo dirle che le sue parole sono un potente contraccettivo: mi sono limitata a rispondere che, ecco, magari prenderemo un gatto. Al di là dell’episodio, mi sono chiesta e mi chiedo spesso se avere figli sia davvero una scelta personale, o se per qualcuno non sia soltanto un’imposizione sociale abbinata a un’esigenza ormonale; e comunque, anche noi, da bambini, eravamo così invisi ai nostri genitori? Perché molti fanno figli se poi, dopo una manciata di anni, ne hanno le tasche piene? E, se tornassero indietro nel tempo, li farebbero di nuovo? È davvero così frustrante e deludente la genitorialità? Ovviamente, mi tengo le mie domande senza risposta: non sono mica una madre, io.

Ho finito da poco Limonov di Emmanuel Carrère, e ne sono rimasta folgorata; la figura, affascinante e controversa, di questo scrittore, poeta, militante politico, mi ha a tratti esasperata, a tratti divertita, a tratti profondamente commossa; ho iniziato Il libro dell’acqua, da Carrère definito il più bello tra i libri di Eduard Limonov: devo dire che mi sta stupendo.

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Pane, amore e blasfemia.

Sono in molti a crederci. Durante la messa recitano il Credo, ogni frase del quale è un insulto al buonsenso, e lo recitano nella loro lingua, che si presume capiscano. Quand’ero piccolo, la domenica mio padre mi portava in chiesa e gli dispiaceva che la messa non fosse più in latino, un po’ per passatismo, e un po’ perché, ricordo ancora le sue parole, «in latino non ci si accorgeva che scemenza fosse». Ci si può rassicurare dicendo: non ci credono. Come non credono a Babbo Natale. Fa parte di un retaggio, di abitudini secolari e belle alle quali sono attaccati. […]

Comunque, tra i fedeli, accanto a quelli che si fanno cullare dalla musica senza preoccuparsi delle parole devono esserci anche quelli che le pronunciano con convinzione, con cognizione di causa, dopo averci riflettuto. A domanda, risponderanno che loro credono veramente che duemila anni fa un ebreo è nato da una vergine, risorto tre giorni dopo essere stato crocifisso, e che tornerà per giudicare i vivi e i morti. Risponderanno che loro stessi fanno di questi eventi il centro delle loro vite.

Sì, non c’è dubbio, è strano.”

E. Carrère, Il Regno

Vengo da una famiglia cattolica; mia madre, e prima di lei mia nonna, sono state (mia madre lo è ancora) molto devote. Mia nonna ha recitato il Rosario alla B.V. di Pompei ogni giorno, dai sei anni alla morte; ci portava, me e i miei cugini, a Messa con regolarità: il sabato pomeriggio, alle 18, seduti in fila sulla penultima panca della chiesa dietro casa sua. Un po’ immusoniti e annoiati, ma vagamente rallegrati dalla prospettiva di un fine settimana senza compiti, sbirciavamo l’orologio ogni pochi minuti; era una celebrazione per vecchiette tremule e madri di famiglia che avrebbero trascorso la domenica mattina a preparare il pranzo: rapida, abbastanza indolore, senza canti o spargimento di incenso. Superata l’età delle imposizioni familiari, qualche tempo dopo la Comunione, io ho smesso drasticamente di andare in chiesa; i miei cugini, invece, sono entrati nel garrulo mondo dello scoutismo, ma questo è un discorso che non coinvolge me, ma loro, le loro famiglie e un buono psicanalista, quindi possiamo soprassedere.

Mia madre, oggi, fa parte di un coro religioso: va regolarmente alle prove, studia i canti con dedizione, ascolta registrazioni per valutare le diverse versioni della stessa melodia, ritmo accompagnamento strumentale clangore di percussioni, cascate di note zuccherose che si succedono sul pentagramma; è un coro di adulti piuttosto bravi, vengono ingaggiati per matrimoni e ordinazioni, ogni tanto si esibiscono per motivi benefici. A mia madre fare parte del coro piace, è un’attività che la rilassa e coinvolge, e che prevede un ricco apparato di esibizioni di fede: preghiere prima e dopo le prove, PadriNostri recitati tenendosi per mano, faticose prove ginniche a base di inginocchiamenti ed estensione di braccia al cielo. Lei partecipa attivamente a tutto questo fermento, e ne è contenta.

Mia madre, del resto, è un medico: è una persona che crede fermamente nell’evidenza scientifica, che analizza con attenzione e metodo i problemi per affrontarli nella maniera più accurata, che legge molto e si documenta. Quando mi sono imbattuta nel brano di Carrère che ho citato prima, non ho potuto far altro che pensare a lei; gliel’ho letto, e lei ha alzato un sopracciglio e mi ha risposto Non fare la blasfema. Ho indagato ulteriormente, deducendone che posso smettere di temere per la sua salute mentale: perché mia madre vede nella celebrazione e nei suoi rituali un simbolo, un retaggio mnemonico, il residuo verbale di un atto successo qualche centinaio di anni fa. Ho tirato un enorme sospiro di sollievo, comunicandole contestualmente che andrà all’inferno: perché, in teoria, questa fede condita di razionalità non basta: bisogna spingersi oltre.

Per esempio, secondo la dottrina cattolica, la Comunione non è simbolo, ma transustanziazione: ovvero, milioni di persone in tutto il mondo credono (o, come mia madre, dovrebbero credere ma edulcorano con la ragione) di stare davvero ingoiando, con la particola, un pezzo del corpo di una persona (persona con natura divina, va bene, ma con corpo umano) vissuta (e morta!) duemila anni fa. Con la sua spiccia modalità comunicativa, mia nonna avrebbe chiosato Mi tocca ‘o stuommac’. Ecco, questo è solo un esempio, forse il più evidente e spinto: ma, riflettendo sulle parole di Carrère, non posso fare altro che chiedermi se davvero (ma proprio davvero, non solo pro forma) milioni di persone credano a cose che contrastano con il più semplice buon senso; che davvero siano convinte non solo dell’esistenza di un essere supremo, creatore di ogni cosa – già, per me, ben oltre i limiti del fantascientifico, ma comprensibile necessità per tutti coloro che cercano un senso e una spiegazione a ciò che li turba -, ma che, ad esempio, questo essere abbia auvuto un figlio, concepito da una vergine, che è resuscitato in corpo e spirito e attende tutti (tutti!) per farli resuscitare in corpo e spirito. Davvero, non lo capisco e mi fa un po’ paura. Se una vaga idea di religione (quella che hanno tutti coloro che, alla domanda Ma sei cristiano? rispondono No ma credo in dio) posso anche vagamente concepirla – come metodo per sedare le ansie, come risposta a domande ataviche, come maniera per colmare lacune che la scienza non ha ancora avuto il tempo di appianare -, la piena aderenza ai dettami cattolici (ma, sia ben chiaro, anche delle altre religioni!) rimane per me un grande mistero.

Mi piacerebbe conoscere qualcuno con cui parlare di tutto questo, ma. E comunque il libro è davvero potente e dirompente, come quasi tutti quelli di Carrère.

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(R)esistere.

Venerdì scorso è morto uno dei nostri vicini; come è ovvio fare, la mia bella e io siamo andate a porgere le condoglianze alla famiglia e a chiedere se avessero bisogno di qualcosa. Il palazzo in cui viviamo da quasi quattro anni ospita trentadue appartamenti, popolati da gente prevalentemente scostante. A parte la dirimpettaia bizzarra, i vicini di appartamento dagli ottimi gusti musicali e il pavido proprietario del jack russell, non conosciamo nessuno: nessuno, se non la famiglia del poveretto morto, composta da una signora socievole e sorridente e due figlie cordiali. Il nostro ingresso nella casa dei familiari affranti, quindi, è stato silenzioso e improntato al banale frasario di circostanza: profferte di cibo e aiuto, domande sul repentino decesso, commenti sull’incredulità per l’infausto evento, blande rimostranze contro il destino cinico e baro. Siamo state accolte con abbracci e sorrisi affettuosi, e appellate costantemente come “le ragazze”, orrore che condivido sul lavoro con le mie colleghe e che mi fa pensare a programmi televisivi anni ’90 e short in denim da indossare al Coyote Ugly.
Domenica mattina, dato che le esequie non si erano ancor svolte, siamo passate di nuovo per una breve visita; la padrona di casa, dopo averci nuovamente abbracciato e baciato, supportata da una cognata che sembrava averci ben presenti (“sono loro, le ragazze del settimo piano!”), ci ha chiesto se fossimo, come evidentemente era ovvio ai suoi occhi, due studentesse universitarie fuorisede; magari, ha aggiunto la cognata, frequentavamo Scienze della formazione, che circa quindici anni fa trovava posto a qualche centinaio di metri di distanza da casa nostra. Ho risposto che no, non siamo studentesse, siamo palermitane e lavoriamo e. La visita si è sciolta tra banali commenti su come fosse insolito avere oggi un lavoro.

Auto-complimentandoci per la nostra pelle fresca e per l’aria indubbiamente giovanile (mi sono laureata, alla Specialistica, esattamente DIECI ANNI FA!), siamo andate via: la mia bella, sorridente e bendisposta verso il mondo, commentando che, appunto, siamo belle e giovanili (merito del fatto che non ci trucchiamo, of course), io bestemmiando sottovoce. Perché ciò che era sottinteso nelle parole della vicina era la considerazione che, se due donne abitano insieme, lo fanno per un motivo contingente: sono parenti (come immaginano sempre le commesse, chiedendoci con tono squillante “siete sorelle, vero?”), oppure, appunto, coinquiline (e quindi studentesse), o hanno una motivazione pratica forte che le spinge a dividere l’appartamento. Che due ultratrentenni possano vivere insieme perché lo desiderano, perché stanno insieme da un millennio, perché sono una famiglia, non è neanche preso in considerazione. Alla luce della discussione di domenica, mi sono tornate in mente le parole del pavido vicino col jack russell, che qualche settimana fa mi aveva chiesto se studiassi: e quella che mi era sembrata una semplice domanda per ammazzare il tempo in ascensore, mi sembra ora il sintomo della curiosità che attanaglia le persone del nostro palazzo, tutte intente a scoprire che cacchio facciamo insieme io e la Ste. Come la bizzarra dirimpettaia che consegna due torroncini alla mia bella dicendole “danne uno alla tua…”: non sanno neanche come definirci. Perché, semplicemente, non esistiamo.

Qualche giorno fa, a queste riflessioni (esposte sotto forma di post Fb, quindi sintetiche e arraggiate), una persona che stimo molto ha risposto chiedendomi se fosse necessariamente un male, che la gente non intuisca che siamo una coppia. Era un’ottima domanda, e mi ha fatto riflettere (e di questo ringrazio Massimo, che è una persona adorabile): e ho dedotto che il fatto che le persone non comprendano che siamo una coppia mi avvilisce, mi fa arrabbiare, mi mortifica. Perché se invece della mia bella ci fosse accanto a me un esemplare di homo sapiens maschio, non ci sarebbero ambiguità o domande; sarebbe “mio marito” o “il mio compagno”, e ci verrebbe chiesto, al limite, quando ci sposeremo o se avremo bambini. Ecco, nessuno a noi lo chiederebbe mai: perché, nell’immaginario collettivo dell’uomo comune italiano, nel 2017, “gay” è un termine che si addice a un ragazzo, meglio se vagamente effeminato, che conduce una vita dissoluta e fa il barista, il truccatore o il parrucchiere. Le lesbiche esistono, come pura astrazione, solo in qualche film: e lì o rimangono incinte del primo pene sopraggiunto nelle vicinanze o sono colpite dalla maledizione della poiana e vivono qualche lacerante tragedia, con ovvio finale lacrimevole. La categoria “donne adulte, sane di mente, che vivono insieme perché si amano” semplicemente non c’è: e io mi sento privata di un riconoscimento sociale che merito; sento che una parte della mia identità viene cancellata: perché, è inutile negarlo, dall’infanzia noi siamo (anche) quello che vediamo riflesso nell’occhio dell’altro che ci osserva. E se l’altro non registra la nostra presenza, non ci vede, anche noi in parte spariamo. E io non voglio sparire, né rispondere frasi a effetto alle commesse, né sconvolgere la moglie del povero defunto con affermazioni taglienti: vorrei semplicemente esistere, essere riconosciuta nella mia identità di persona, con una casa e un lavoro e una solida vita affettiva, e in ascensore, tutt’al più, parlare del tempo e dei lavascale, che anche stavolta hanno dimenticato il portone aperto.

Ho iniziato il 2018 leggendo un bel po’. Ho finito una raccolta di racconti De Giovanni, Le solitudini dell’anima, assolutamente dimenticabile, e ho letto quello che veniva presentato come un giallo: Bella era bella, morta era morta di Rosa Mogliasso: che partiva da un buono spunto, un cadavere trovato ai margini di un centro abitato e molte persone che lo vedono ma scelgono di non dare la notizia, per concludersi con un finale che dovrebbe essere a effetto, ma che ho trovato solo mozzo, buttato lì. Peccato, l’idea c’era, ma ci sarebbero volute cinquanta pagine in più per svilupparla.

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Novità in cucina.

Ci sono alimenti che vanno di moda; quando ero bambina, per l’insalata si usava solo il pomodoro-da-insalata: che era grosso, rosso-verdastro, turgido e brillante, non costoluto, con un bel picciolo; aveva un sapore deciso, estivo: sapeva di sole e del sale sulle spalle al ritorno dal mare, del giardino innaffiato col tubo di gomma bianco, delle discussioni con la nonna sulla possibilità di giocare fuori prima delle cinque e sull’assoluta necessità di non disturbare il sonno altrui, pena l’immediato taglio del pallone. Si poteva servire a fette o a pezzettini, riempire di riso e tonno e olive, o mangiare a morsi, in piedi in cucina, aspettando che la doccia fosse libera. Poi, improvvisamente, sono diventati di gran moda i pomodorini; i ciliegini prima, e i datterini molti anni dopo, hanno soppiantato i pomodori insalatari: e si trovano tutto l’anno, in barba alla stagionalità, avvolti nel coppo di carta pesante beige del fruttivendolo o in igieniche vaschette di plastica trasparente sui banconi del supermercato; addirittura, chissà come mai, i datterini sono venduti in bizzarre confezioni a forma di poliedro a base triangolare, che non chiudono mai bene e si incastrano con difficoltà in mezzo alle altre confezioni. Non si possono fare ripieni, ovviamente, e hanno sempre la buccia un po’ troppo dura e sanno spesso d’acqua, di troppo poco sole, di serra.

Nella stessa maniera, da pochi mesi a Palermo si sono diffuse le patate rosse: che fino a una manciata di settimane fa non avevo mai visto e che ora, improvvisamente, sono ovunque – e, paradossalmente, costano meno delle care vecchie patate a pasta gialla. Le ho comprate, la prima volta, colma di aspettative; ho passato diversi giorni a scegliere il modo migliore per prepararle (bollite, in purezza, in modo da evidenziare il sapore? A sformato? Fritte?), per poi scoprire che non hanno molto di differente dalle patate “nuove”; sono solo, forse, un pochino più croccanti: o semplicemente, forse ho avuto più fortuna e mi sono venute meglio del solito. Ieri sera, comunque, le ho cotte al forno (e, di nuovo, sono diventate croccanti e invitanti senza che facessi niente di particolare); abbiamo cotto un carciofo in padella e abbiamo optato per la frittata carciofi-e-patate: che è venuta buona e gustosa e invitante e. Ma che si è orribilmente sfrantumata quando ho tentato di girarla: e no, non entrerò nel girone dantesco delle frittate arrotolate o cotte solo da un lato, la mia religione me lo impedisce e darei un orribile dolore a mia madre, che da me non se lo aspetta. Abbiamo mangiato, con mio sommo sconforto (e tra ottimistici mugolii di piacere della mia bella, che oltre che bella è anche molto dolce e trangugia qualsiasi cosa le prepari, anche tagliatelle funghi e marmellata di pesche, dicendo che buono!), una frittata orribilmente rappezzata. La prossima volta, ho deciso, divido il composto in due parti e cucino una piccola frittata a testa: vincerò io la battaglia contro la lobby delle palette-da-frittata, colpevoli almeno in parte della disfatta di ieri.

La app Raiplay Radio, che mi aveva resa, per qualche giorno, una felice ascoltatrice di audiolibri, in seguito a un insensato aggiornamento ha smesso di funzionare; sono rimasta a metà con Limonov di Carrére, e dovrò finirlo leggendolo e non ascoltando la bella voce di Elio De Capitani. Lo so, non è una tragedia, ma cheppalle.

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Il mio 2017, in (non troppo) breve.

Con prevedibile scarsa originalità, l’ultimo post del 2017 non può che essere un bilancio dell’anno appena trascorso: perché è nella natura umana fermarsi un attimo, riguardare avanti-veloce l’ultima frazione di tempo che sta per consumarsi, riavvolgerla e impacchettarla e inscatolarla, metterla in un cassetto con l’etichetta “anni passati”; tirare via i ricordi migliori, metterli su un ripiano da cui prenderli per coccolarsi nei momenti di sconforto, mandarli giù come una cucchiata di cioccolata calda: e anche un paio dei peggiori, da tenere lì per i giorni di auto-sabotaggio e per le notti di insonnia, per tutti i momenti in cui il senso di colpa non ha altro modo per manifestarsi.

Se dovessi definire il 2017 con un solo sostantivo, il primo a venirmi in mente sarebbe “consapevolezza”. È una parola che mi piace molto, e se fossi una persona a cui piacciono i tatuaggi – che invece mi sembrano parecchio tamarri – forse me la farei scrivere in bella grafia su una spalla; perché la consapevolezza sa di risultati raggiunti e di strada ancora da percorrere, di coscienza di sé e di sicurezza nelle proprie capacità, e anche di conoscenza della propria finitezza: perché consapevole è chi sa quanto vale, ma anche quando non vale.

È stato un anno terribilmente stancante, il 2017: in cui non ho quasi avuto ferie, ma ho lavorato lavorato lavorato senza sosta; ho fatto parte di un nuovo e bellissimo progetto, per la prima volta senza potermi nascondere dietro il gruppo delle colleghe: e lì, abbastanza sola ed esposta, mi sono avvilita moltissimo, e impegnata allo spasimo, ho passato notti intere al pc e lasciato la mia bella a guardare la tv da sola sul divano, semiaddormentata davanti a Twilight: ma, per la prima volta, ho ricevuto lodi e complimenti e ho avuto la sensazione di potercela fare. È stato anche l’anno della prima – e probabilmente ultima – campagna elettorale a cui ho lavorato: e lì ho conosciuto persone nuove, ho sperimentato nuovi linguaggi, sono stata, per la prima volta, non l’ultima arrivata ma quella con più esperienza: ed è stata una sensazione diversa e straordinariamente gratificante.

È stato un anno, ma soprattutto un’estate, di paura e insicurezza per la salute della mia famiglia: e, mentre temevo il peggio, ho capito che comunque ce l’avremmo fatta, e che basta riadattare i propri schemi mentali alle situazioni nuove per riuscire a venirne a capo senza (troppo) dolore.

In questi dodici mesi ho letto molto poco, guardato molti film, ascoltato audiolibri come se non ci fosse un domani; ho visto telefilm, sono andata al cinema, penso, due o tre volte: e anche a un concerto che non mi piaceva, ma che poi un po’ mi è piaciuto. Ho visitato una grande e bella città che non conoscevo, ho visto un pezzetto di Alpi su cui non avevo mai messo piede, ho sognato l’Everest e le cime scoscese del Nanga Parbat. Ho visto un po’ più da vicino la crescita di Pupetto e di Robert, i due bimbi a cui sono più affezionata; sono stata (troppo poco) vicina alla mia bella, quando ci ha lasciati Nonna Rosa: e, mentre la mia memoria labile e sovraffollata cancella un po’ di parole, cerco di tenermi stretta quelle che mi ha rivolto nei quasi sedici anni in cui l’ho conosciuta.

Sono rimasta sola a casa per una settimana, quest’anno: e, mentre la mia bella era a un matrimonio, io ho montato mobili Ikea con scarsa perizia e molto aiuto da parte di mio padre; soprattutto, ho visto la mia compagna iniziare a collezionare i riconoscimenti e le soddisfazioni che merita: e vedere la sua trepidazione farsi, anche in questo caso, consapevolezza, è stato un regalo splendido e immeritato, di cui le sarò sempre grata.

Ho scoperto che l’amore, anche se sembra aver raggiunto l’apice del suo arco, può ancora crescere: e che, quando l’anno scorso pensavo di non poter amare più di così, mi sbagliavo di grosso.

Sono stata, nel 2017, vergognosamente felice: e nel 2018 pretendo di non esserlo neanche un po’ di meno.

Gli auguri per il nuovo anno sono un obbligo, in questi casi: così, insieme a un consiglio di lettura (il superbo “La fine dei vandalismi” di Tom Drury, un romanzo ambientato nel cuore degli Stati Uniti che mi sta facendo pensare molto alla cittadina di Holt raccontata da Kent Haruf), auguro a tutti un 2018 stupendo. AllaMate, invece, auguro di dimenticare in fretta il 2017, e di ricevere sempre più spesso notizie come quella di due giorni fa.

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Cose che vorrei per Natale.

NataleUn pinguino domestico, ma quello lo chiedo ogni anno e ormai mi sono rassegnata; in sua vece, una volpe, purché sia mansueta e con la coda molto folta per scaldarmi i piedi in inverno: o anche un leprotto, un anatroccolo o un asino da chiamare Biagio.

Qualcuno che mi racconti qualcosa di Ife che non so: una frase che ha detto, un pensiero che lo ha attraversato, la sua città d’origine.

Qualcosa di molto buono da mangiare: che sappia di patatine e biscotti e cioccolato e pizza grondante gorgonzola e risotto ai funghi e panino con bresaola e brie, ma con l’apporto calorico di un centrifugato di cetriolo, le vitamine di un’insalata di carciofi e le proteine di un etto di fesa di tacchino.

Riuscire a riprodurre il brodo di pollo che preparava mia nonna, senza nessuno a indicarmi la ricetta.

Una giornata sui gonfiabili: interi castelli multicolori da scalare a balzelloni e nessuno che mi guardi con raccapriccio perché fuori età e fuori limiti di altezza. In mancanza di meglio, anche una discesa in scivolo: ma dovrebbe essere quello della mia infanzia, che stava accanto all’ingresso del Giardino Inglese e faceva una o due curve e mi sembrava enorme.

Avere il sangue freddo di rispondere per le rime a chi critica il mio pranzo, la mia forma fisica, il mio abbigliamento o le mie scelte di vita.

Tanti buoni consigli: libri e film imperdibili, dischi che mi faranno perdere la testa, ma anche consigli generici, random, tipo Allaccia le scarpe quando esci o Non pulire il fornello quando è ancora acceso o Ricordati di essere tu a fare gli auguri alle persone più anziane.

Sorridere, alzare le spalle e ignorare i commenti sgradevoli, le frecciatine acide, le persone che parlano come se non fossi nella stessa stanza: ma sorridere, alzare le spalle e ignorare veramente, e non sorridere, alzare le spalle e rimanerci molto male.

Tanti limoni dal nostro albero, tanti gelsomini turgidi e profumati dalla nostra pianta: la sensazione che una piccola parte di mondo, un frammento minimo di natura viva anche grazie alle nostre cure, alle erbacce che tiro via la mattina anche se sono in ritardo per andare al lavoro, all’acqua che distribuisco con premura in estate, quando c’è una sciroccata che brucia le foglie delle piante e le fa accartocciare in meno di mezz’ora.

Non aver fastidio guidando in autostrada.

Avere il tempo e lo spazio mentale per leggere un po’ di più, con più coerenza e meno distrazione: portare a termine i romanzi che mi piacciono in pochi giorni, e non continuare a tirarmeli dietro per settimane quando so bene che mancano solo poche pagine alla fine.

Fare almeno un bagno a mare, quest’estate.

Riuscire a non sentirmi in colpa perché la mia giornata ha un numero di ore finito e non riesco a cacciarci dentro tutto quello che vorrei: una passeggiata mano nella mano con la mia bella, tre-quattro capitoli del nuovo giallo scandinavo, una telefonata di lavoro, una mano d’aiuto ai miei genitori, una pipì al volo con Nando, due chiacchiere con un’amica, un caffè al bar.

Che le persone che porto nel cuore siano felici.

In questi giorni, il sito di Ad alta voce ha subito un massiccio e assolutamente necessario restyling, alla fine del quale ho temuo di non essere più in grado di scaricare i podcast. Ho scritto alla pagina Fb e alla sezione customer care del sito senza alcuna soluzione; poi ho provato a chiedere aiuto su un gruppo per lettori: e lì, al netto di qualche idiozia, sono riuscita a venirne a capo. Ho scaricato la app Raiplay Radio, che è molto funzionale e dalla grafica pratica e accattivante, e adesso ho di nuovo i miei podcast, insieme a tanti altri che nel tempo erano stati rimossi. La funzionalità è identica a quella di Audible, ma è gratis. What else?

 

 

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