Libri per non-lettori.

Tra le categorie umane che suscitano in me maggiore interesse c’è quella dei frequentatori di gruppi social dedicati alla lettura; gli individui che la compongono sono, per la maggior parte, mitologiche creature che hanno avuto in sorte la possibilità di aumentare a dismisura il numero di ore delle loro giornate: altrimenti non si spiega come facciano a commentare e consigliare e recensire e bacchettare e litigare su Facebook, e intanto dichiarare di leggere, in media, sei libri alla settimana, di cui uno in lingua originale e uno ancora non dato alle stampe.

I frequentatori dei suddetti gruppi, da qui in poi definiti per rapidità Fdgsdal, hanno un sapere enciclopedico: di solito, unendo le forze, riescono a risolvere enigmi del tipo Chi sa dirmi il nome di un libro che ho letto sette anni fa, con la copertina blu, in cui a pagina ventitrè era citato un cane di nome Buster?. Sono dotati di grande caparbietà: affrontano con buona volontà (e spesso con buone idee) domande del tipo Sapreste consigliarmi un libro dedicato alla serendipità, in cui il protagonista abbia quarantesette anni e faccia l’impiegato del catasto?, e riescono a litigare per molte settimane consecutive in merito a post che riportano solo una foto della Fallaci o una citazione (spesso sbagliata) di Fabio Volo; hanno spesso gusti simili: si interrogano in coro sulla liceità o meno delle esternazioni di Bukowski, si beano, a giorni alterni, degli stessi versi di Wisława Szymborska o di Alda Merini, in generale si compiacciono moltissimo di appartenere a una élite dedita a un passatempo più sano e socialmente utile degli altri. Hanno modalità comunicative omogenee: postano compiaciuti foto di librerie, mostrano gli ultimi acquisti (di solito corredati dall’oziosa domanda Da quale inizio?, a cui fanno seguito dozzine di post con titoli indicati a casaccio), si esibiscono in brillanti giochi di parole a commento dell’ultimo volume di Camilleri.

Ammetto di dedicare moltissimo tempo all’analisi del Fdgsdal tipico: molti di loro, tra l’altro, sono lo zoccolo duro dei miei amici virtuali del cuore. Mi piacciono i gruppi social, e mi piace leggere, e per lavoro devo avere sempre uno sguardo quanto più possibile attento e preciso e puntuale sui lettori: quindi, per molti versi, questi gruppi sono perfetti per me. Mi piace ricevere stimoli e suggerimenti per le mie letture, mi è necessario sbirciare il mercato editoriale, con le sue tendenze e i suoi cambiamenti di rotta; mi interessa capire cosa si legge per ora, e perché, e per quanto lo si continuerà a fare, e che cosa i lettori cercano e non trovano in mezzo all’enorme quantità di libri in circolazione.

Mi piace quasi tutto, dei Fdgsdal: tranne quando qualcuno chiede Cosa posso regalare a mio figlio/cugino/fratello/marito che non ama la lettura? Lì perdo lucidità e faccio emergere il lato rissoso che è in me: perché, accidenti, non capisco cosa impedisca di regalare un disco, o una cena, o una felpa, o un tocco di fumo, o qualsiasi cosa piaccia a chi la riceverà. Perché regalare un libro a chi non legge? Per istruirlo, per farlo sentire a disagio, per annoiarlo, per sentirsi superiori? È come se a me regalassero un abbonamento allo stadio, o una tessera per la piscina. Il massimo dell’ilarità, mista a una punta di sconforto, la provo quando si tratta di consigliare libri da regalare a un bambino o a un adolescente che non legge: è lì che vengono fuori i sempreverdi Cuore, Pattini d’argento, Il piccolo principe, Il gabbiano Jonathan Livingstone. Ho provato a suggerire, per un adolescente, Zerocalcare: mi è stato detto che è diseducativo e troppo forte, come tematiche e ambientazione, per un giovane uomo alle soglie dell’età adulta. Mi chiedo cosa ne sarebbe stato di me e del mio amore per i libri, se da adolescente mi avessero proposto Piccole donne e impedito di leggere Treno di panna, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, D’amore e ombra, Tsugumi; forse sarei meno sboccata, o semplicemente più annoiata, o avrei altri hobby. Forse andrei allo stadio, o saprei usare l’ombretto e l’eyeliner. Sarei stata diversa, questo è sicuro: chissà in quale maniera, però.

Da mesi leggo poco: temevo di aver perso la mia fame di storie ed ero piuttosto triste; poi mi è capitato tra le mani Country dark di Chris Offutt e tutto si è risolto; non leggevo da molti mesi un libro così bello: crudo, grezzo, scabro, scintillante; è la storia di Tucker, che vive in Kentucky, ha combattuto in Corea, ama i boschi e la sua famiglia, ha sangue freddo e sa cosa vuole. L’ho letto in una notte e un giorno e una notte, e sono ancora senza fiato. È semplicemente stupendo.

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Summertime (and the livin’ is easy).

Ho passato l’inverno a lamentarmi per il freddo. In casa, indossavo una vestaglia di pile sopra i vestiti dal risveglio all’ora di andare a dormire; in ufficio, tenevo su i guanti a mezze dita per scrivere al pc senza congelarmi i polpastrelli e sorbivo tazze su tazze di tisana alla liquirizia senza zucchero e litigavo con capo per ottenere almeno due ore di termosifoni accesi, altrimenti basta, stacco il mio computer e lo trasporto in bagno, ché lì c’è lo scaldasalviette e si sta un po’ meglio; uscivo in balcone a mettere acqua alle piante rabbrividendo e saltellando e soffiandomi sulle dita, col risultato di svuotare metà dell’innaffiatoio sulle mie pantofole a stivaletto rosafrangiate. Passavo dal divano, dove mi intabarravo in una coperta blu a righe molto grande, regalo della mia bella, al letto, in cui faticavo a stendere il braccio fuori dal piumone per spegnere la sveglia, la mattina. Mi lagnavo ogni pochi minuti con tutti gli astanti, piagnucolando di mani dolenti e sanguinanti nonostante l’abbondante strato di crema, nasi gocciolanti o tappati, mal di testa da umidità, bruciori di gola da tenere a bada con quantità sproporzionate di propoli per timore di intempestive influenze. Ho tenuto un grosso berretto di lana viola calcato in testa senza interruzione da dicembre a marzo inoltrato, e calze di microfibra e cachemire sotto i jeans; poi è arrivato aprile, e io ho dimenticato immediatamente il mio odio per il freddo, perché subito ha iniziato a fare troppo caldo.

A Palermo il caldo è una cosa seria; è pervicace e costante, senza via di scampo: dura senza pause da giugno a settembre inoltrato, e non c’è nulla che possa aiutare a lenirlo; anche l’uso di condizionatori e ventilatori dà un sollievo limitato e di breve durata: bisognerà comunque uscire dalla stanza, o andare a comprare il pane, o scendere dall’auto e raggiungere a piedi l’ufficio, e quei pochi minuti basteranno a vanificare qualsiasi sensazione di benessere e non-soffocamento, sprofondandoci nuovamente in un avvilente lago di sudore. Le piante hanno bisogno di acqua almeno una volta al giorno, i vetri delle finestre esposte a sud scottano, il pavimento di cotto del nostro balcone rimane bollente anche molte ore dopo il tramonto. Se d’inverno ho mal di testa per l’umidità, d’estate ho mal di testa per il caldo: una morsa che mi attanaglia le tempie e mi fa mugolare e piagnucolare anche per giorni di seguito. Si dorme male, con il caldo: e io, che amo dormire quasi quanto amo mangiare o ricevere un bel massaggio, mi alzo mugugnante e di pessimo umore. Non si può fare quasi nulla, a Palermo d’estate: non si può passeggiare per le vie del centro né fare un giro al mercato di piazza Marina, la domenica mattina; si può solo andare a mare, e a me andare a mare non piace, e poi anche a mare c’è molto caldo, a meno che non si vada in qualche spiaggia attrezzata munita di lettini e ombrelloni e bibite fresche. Non piove mai, d’estate a Palermo: dall’inizio di giugno a settembre non cade una goccia di pioggia, ma l’aria è comunque umidiccia e appiccicosa; a meno che non ci sia scirocco, ma in quel caso l’unico consiglio sensato è stare chiusi a casa, bere qualcosa di freddo, guardare I cento passi in tv e sperare che passi presto.

Mancano ancora due mesi alla fine dell’estate, e io già non ne posso più: non vedo l’ora che sia ottobre per ricominciare a brontolare contro il freddo.

Ho letto in un paio di giorni La vita fino a te di Matteo Bussola; seguo l’autore su Facebook, e ho ritrovato nel libro la sua cifra stilistica: fresco, piacevole, vagamente divertente, gradevole per passare qualche ora serenamente, che non lascia moltissimo (ma non credo abbia la pretesa di farlo). Perfetto per notti d’estate in cui il caldo non favorisce il sonno: tiene compagnia con grazia e delicatezza, col sorriso sulle labbra. Peccato soltanto che alcuni brani del libro fossero già stati pubblicati sui social, ma tant’è.

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Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Madri tatuate (e dove trovarle).

Un paio di settimane fa, mentre mi aggiravo spiegazzata e impolverata per un Orto botanico gremito di persone, con un foglio-turni in mano e un telefono che squillava costantemente per annunciarmi che in Sala Lanza non partiva il proiettore, ai Bambù mancava l’interprete e al palco era saltata la luce, ho incrociato una donna che indossava una maglietta che ho trovato vagamente fastidiosa. La t-shirt, di cotone bianco, mostrava una scritta in caratteri neri: Sono una mamma tatuata, in pratica una mamma normale ma molto più cool. Sono rimasta interi minuti a chiedermi cosa mi avesse messo a disagio di un capo d’abbigliamento non particolarmente appariscente: sapevo solo che, a pelle, mi aveva comunicato una sensazione sgradevole. Mentre continuavo a trotterellare, affamata e scarmigliata, mi sono chiesta perché una persona dovrebbe aver voglia di giustificarsi nei confronti di sconosciuti per i propri tatuaggi; io non amo affatto i tatuaggi e sono felice di aver superato la fase adolescenziale del Mi tatuerò il segno zodiacale su una caviglia, perniciosa come poche, senza aver ceduto alle lusinghe di aghi e inchiostro; non amo i tatuaggi, dicevo: ma penso che chiunque abbia il diritto di farsi tatuare ciò che vuole dove vuole, senza per questo sentirsi costretto a scusarsi o legittimarsi allo sguardo altrui. Penso che chiunque abbia questo diritto: quindi anche – ed è assurdo che sia necessario specificarlo – una donna con figli. Trovo prevaricante e immotivato il tentativo di controllo sul corpo altrui, soprattutto su quello femminile, che vedo in atto per ora: i commenti continui alle donne grasse, magre, in forma, vistose o sobrie, discrete o provocanti, gli ammiccamenti, i giudizi, i Ma perché sei dimagrita? Ma perché non ti metti a dieta? Ma perché non cambi pettinatura? non richiesti; trovo ancora più assurdo il fatto che, nella vulgata comune, sembra che una donna con figli (o anche una donna in gravidanza) non sia più una donna: sia soltanto una mamma. Lo vedo quotidianamente: nello sguardo infastidito della collega incinta a cui tutti palpano costantemente la pancia, che non può ribellarsi perché quella non è più una parte del suo corpo, ma solo l’incubatrice di suo figlio. Nel commento sulla foto di una donna al mare, a cui viene scritto Che bella mamma che sei: peccato che sia anche un’ingegnera, una sorella, una zia, un’amica, e che in quell’occasione il suo essere madre non fosse minimamente attinente con la foto, in sandali e copricostume alla Scala dei turchi. Nella battaglia di alcune donne per l’allattamento al seno prolungato fino alla maggiore età e necessariamente pubblico, quasi che si trattasse di un atto politico da svolgere obbligatoriamente al cospetto di una pletora di persone, non sia mai che poi si pensi che a tuo figlio dai il biberon. Nel dover costantemente affermare che la maternità è l’unica ragione di vita delle donne: e mai, mai in vita mia mi sono imbattuta in una donna che ammetta di essere delusa dall’esperienza: e va benissimo così, eh, sono felice che tutte siano felici e appagate e al settimo cielo, ma questa assoluta universalità di sensazioni (ed espressioni, e considerazioni) mi lascia sempre un po’ perplessa. Mi sembra, ecco, che per l’ennesima volta nella storia non si renda giustizia alle donne: a cui si chiede di essere tutto, madri mogli figlie devote e pronte all’assistenza, professioniste infaticabili, perfette donne di casa e strabilianti amanti, ma che vengono raccontate e descritte solo come appendici dei loro figli.

Ecco, allora, cosa avevo trovato stridente in quella maglietta: cosa c’entra la (discutibile) passione per i tatuaggi con l’essere una buona madre (o, come scritto sulla t-shirt, una madre normale, qualsiasi cosa significhi)? Io non vedo il nesso, ma sarà che non sono madre.

Della mistica della maternità parla, con ironia e delicatezza, un’autrice americana che amo: Erma Bombeck, nel suo capolavoro di umorismo Se la vita è un piatto di ciliegie, perché a me solo i noccioli?

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Libri bellissimi (e un caldo invito a leggerli).

Natalia GinzburgSono una persona notoriamente curiosa; mi piace sapere tutto quello che riguarda chi mi circonda, dalle stagiste al fruttivendolo all’angolo: con chi trascorrono le loro giornate, quali film hanno visto mille volte, a che ora si svegliano al mattino, se mettono uno o due cucchiaini di zucchero nel caffè. Durante la pausa di metà mattina mi accaloro ascoltando dettagli della vita affettiva di persone che tra due mesi non vedrò più: e questo, spesso, apre la maglia a resoconti di fallimentari rapporti sessuali, pruriginosi triangoli sentimentali, disgustosi dettagli su pustole infette, fistole anali e cicli mestruali dolorosi. Sono ingorda di particolari: mi piace immaginare il mio interlocutore che legge un libro, la sera, proprio con la vestaglia blu di cui mi ha parlato, e non con una vestaglia qualsiasi, una generica e non-caratterizzata vestaglia x. La vastità della mia curiosità si estende oltre i confini della mia cerchia di amicizie e affini: mi chiedo se Max Gazzè, prima di salire sul palco, sia sereno o emozionato, o se a Mattarella non diano fastidio le scarpe nuove; come si senta Nanni Moretti mentre incede sul red carpet, se il suo divorzio non sia stato troppo doloroso, quale rapporto abbia con suo figlio Pietro, quello che teneva, neonato, su una spalla, mentre cantava a squarciagola Ragazzo fortunato. Mi chiedo, quasi sempre, se le persone intorno a me siano felici. Per questo, il libro che sto leggendo adesso mi sta riempiendo di gioia fino alla punta dei capelli: perché La corsara di Sandra Petrignani (Neri Pozza) non è solo un bellissimo libro, ma è dedicato a una delle persone che più ha stuzzicato, negli anni, la mia insaziabile smania di sapere: Natalia Ginzburg.

Appartengo a quella categoria di lettori che non riescono a scindere lo scrittore dal testo (e, di conseguenza, a leggere un libro di un autore che disprezzano umanamente): e, per un’autrice come Natalia Ginzburg, che alla sua vita (o meglio, a una parte di essa) ha dedicato il suo libro più famoso ed emozionante, quel Lessico famigliare che rimane saldamente il mio preferito da almeno vent’anni, l’intreccio autore/personaggi/testo diventa più stretto e complesso. La Petrignani ha analizzato e scomposto e ricomposto l’intera produzione della Ginzburg, romanzi saggi articoli racconti poesie, le interviste e gli articoli su di lei, tutto quel che è stato scritto su suo marito Leone; ha parlato con i suoi nipoti e con molte persone che la hanno conosciuta, ha aggiunto i propri ricordi ed è riuscita a mostrarmi tutto quello che avrei voluto conoscere: tutta quella enorme fetta di vita che in Lessico famigliare è riassunta in poche righe o omessa, perché posteriore all’uscita del libro o troppo dolorosa e personale, dall’arrivo di Nat a Roma, al ritorno da Pizzoli, con tre bambini piccoli e due valigie, al rapporto con sua figlia Susanna, nata dal secondo matrimonio della scrittrice; dalle relazioni familiari alle tresche sentimentali dei fratelli, dalle insicurezze che l’hanno accompagnata tutta la vita al gusto nel vestire. Mi ha mostrato il lato tenero, umano, vivo della scrittrice che vorrei incontrare, se potessi fare un salto indietro nel tempo: e, timida lei e timida io, probabilmente non sarei in grado di dirle altro che “grazie”. È un libro enorme, La corsara: ha dentro una porzione grande e pesante della storia d’Italia, ma contiene anche aneddoti e spunti, e poi tutto un excursus sul panorama editoriale italiano con il racconto della nascita e dello sviluppo dell’Einaudi. Ci sono dentro Pavese e Leone Ginzburg, Moravia e la Morante, la Fallaci e Giulio Einaudi, Carlo Levi e Montale nell’inedita veste di zio acquisito; e poi Calvino, Saba, Bobbio, Casorati e tanti altri.

Lo so, sono una persona curiosa e ficcanaso: ma, anche se voi non spantecate per sapere che modello di calzini indossi il fratello del salumiere, anche se a voi dei libri interessa solo la storia e non chi l’ha pensata, vissuta e scritta, credetemi sulla parola: questo è un libro che va assolutamente letto.

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Autorità o autorevolezza?

Mio padre è un ex sessantottino da manuale; ha la barba, un eskimo conservato nell’armadio, molti aneddoti da raccontare e un’indole indomita e fiera. Sa sfuggire a una carica della polizia senza inciampare nel loden, sa correre all’indietro con una bandiera in spalla cantando El pueblo unido jamás será vencido senza perdere il ritmo, riesce a fiutare da lontano una manifestazione che si rivelerà un pestaggio, ha coltivato una sana e duratura avversione per i fascisti, i picchiatori, i violenti. Mi ha cresciuta con valori corretti e concreti: mai andare a una manifestazione con una sciarpa lunga, mai mancare alla parola data, mai mescolare marmellata e acciughe, mai negare attenzione e ascolto a chi te li chiede, mai mancare di rispetto a qualcuno: a chicchessia, ecco, non a qualcuno che, per convenzione sociale, rappresenti per me una forma di autorità; per questo ho sviluppato una innocua passione per le sciarpe corte in pile, gusti alimentari non riprovevoli, se si esclude un’insana e insensata tendenza a ricorpire tutto con glassa di aceto balsamico, e una noiosa attitudine a trangugiare in silenzio dolori e paranoie altrui, insieme alla convinzione che tutti, da mio nipote treenne Generico a Mattarella, meritino la stessa considerazione.

In questi giorni, sembra che gli onori delle cronache vengano riservati con insolita frequenza alla notizia di insegnanti o personale medico e infermieristico in servizio fatti oggetto di violenze, ingiurie, percosse; al di là della capacità dei giornalisti di pompare o meno una notizia, creando un caso o una moda, sicuramente il problema esiste. Ne ho parlato con molte persone: mio padre, interrogato da me anche in qualità di ex medico di Pronto Soccorso, in servizio per trent’anni in un noto ospedale di Palermo, mi ha risposto inaspettatamente Forse è colpa nostra: abbiamo tanto lottato contro le autorità costituite che ormai nessuno riconosce più in un medico o un professore una figura di riferimento. Mi chiedo se sia vero, ma non ne sono molto convinta. Più che un attacco all’autorità, l’escalation di violenza a cui assistiamo mi sembra sintomo di una tendenza al solipsismo che sta raggiungendo livelli estremi; non è l’idea di autorità a mancare, ma la fiducia nelle capacità altrui, nella preparazione e buona fede e impegno e istruzione di chi ha studiato e si è formato per un ruolo, sostituita da una tendenza a ritenersi invincibili, infallibili, unici depositari della verità assoluta, sorte di super-eroi incastrati nel proprio personale fumetto, bravissimi e preparati in tutto; persone che ritengono di poter avere un’opinione corretta e non rivedibile su nulla, che si parli di vaccini o della pagella del proprio primogenito, che si presentano in ospedale o al ricevimento-genitori con la certezza che gli altri non siano adeguatamente preparati e che loro dovranno sbattere i pugni e litigare per ottenere di vedere rispettati i propri diritti. Persone che pensano di poter fare curare i propri cari o istruire i propri figli secondo il proprio personale modo di vedere, che pensano di dover correggere e bacchettare e ri-allineare pensieri e abilità altrui, non in virtù delle proprie competenze, ma del proprio insindacabile punto di vista: e che, se non riescono a farlo con le parole, lo faranno con le mani. Forse non è il rispetto per l’autorità, a mancare, ma il rispetto per la persona umana, e soprattutto il rispetto per lo studio, la preparazione, l’applicazione, l’esperienza; non è stata svuotata di autorità la figura del medico: è stata riempita di arroganza la figura dell’uomo-comune-che-si-è-fatto-da-sè, che ha studiato all’arcinota “università della vita”, che pensa che tutti gli altri, dall’autista di autobus al magistrato, dal salumiere all’ingegnere, non valgano nulla. Non sono sicura che la mia analisi sia corretta: anzi, spero di sbagliarmi, perché sarebbe davvero molto triste e allarmante.

Da tempo non consiglio un libro: sono afflitta da mancanza di tempo e il sonno mi schianta ogni sera, con il kindle in mano, dopo poche pagine. Ma ho letto con vero piacere una raccolta di racconti di Chris Offutt, Nelle terre di nessuno; sono racconti intensi, a tratti realistici, a tratti percorsi sotto traccia da una vena quasi fiabesca. Li lega l’ambientazione – all’inizio c’è una cartina del paese con la collocazione delle case dei protagonisti delle diverse storie – e una spiccata tendenza al particolare crudo e disturbante; nonostante questo, il libro mi è piaciuto molto: ha la freddezza e il rigore di una cronaca, non c’è pietà o coinvolgimento emotivo da parte del narratore, ma i singoli racconti sono pregni di un’umanità toccante.

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Mestruazioni for dummies.

Non so come si faccia ora ma più di dieci anni fa, quando le università avevano ancora le facoltà, gli statini si richiedevano in portineria e si compilavano a mano e gli esami prevedevano lunghe attese dietro le porte dei dipartimenti e liste scritte a penna attaccate al muro con un pezzetto di scotch, più di dieci anni fa, dicevo, per laurearsi bisognava portare, entro una certa data, il frontespizio della tesi firmato dal relatore. Bisognava ingegnarsi, con word, a scrivere titolo e autore e relatore e correlatore dando un’aria professionale ma originale, elegante ma non retró, personale ma non puerile, senza cadute di stile e improvvidi ricorsi a ombreggiature spinte e comic sans; poi bisognava reperire il professore, e questa, almeno nella mia facoltà, era la parte più difficile, dato che i docenti usavano boicottare i giorni di ricevimento e risultare irreperibili per molte settimane di seguito, in un’epoca in cui il ricorso alla mail era solo un’estrema ratio e la maggior parte degli ultracinquantenni non sapevano neanche di avere un indirizzo personale; trovato il professore, si passava a ricordargli che guardi, so che ha tanti allievi ma io mi laureo con lei con una tesi sugli ostensori in corallo marsalese in Sex and the City e quindi sa, dovrebbe proprio firmarmi questo frontespizio entro giovedì. In conclusione, con l’insulso foglietto in mano, si doveva correre dall’incaricato e consegnarlo entro la data stabilita. Quando l’insensata trafila è toccata a me il mio relatore faceva lezione, d’abitudine, a Bagheria; dopo decine di tentativi di contatto, ero riuscita a ottenere un mezzo appuntamento: un lunedì mattina alle 11, alla fine di una lezione, al primo piano di una villa monumentale in cui il dipartimento era stato alloggiato da una manciata di mesi; la scadenza era il giorno stesso, alle 12:30, e in mezzo c’era un tratto di autostrada percorribile in un tempo che andava dai venti minuti alle due ore. Trafelata, sudata, senza fiato, alle 12:25 ero in piedi davanti alla porta del signor Capillo, il nume tutelare della facoltà di lettere e filosofia, burbero, scortese e risolutore di problemi al pari di Mr. Wolf; frugando disperatamente in borsa, gli ho porto la prima cosa che ho trovato tra le dita: non il famoso frontespizio, ma un assorbente. Silenzio, incredulità, raccapriccio, disgusto, voci di oooh! accanto a me, quasi che nessuno, nella frotta di ultraventenni laureandi che mi circondavano, ne avessero mai visto uno; Capillo mi liquidò con uno scostante Ma che è ‘sta cosa?, pronunciato con tono ringhiante da virtù offesa e sguardo di compatimento. Riposto il corpo del reato e consegnato il fondamentale pezzo di carta che attestava che sì, anche io di lì a poco avrei conseguito la laurea triennale, sono tornata a casa, schiumante rabbia per la mattina di sbattimento; una parte di me, però, ha continuato a chiedersi per tutti questi anni il motivo di tale sconcerto: se invece che un assorbente gli avessi porto un pacco di fazzolettini di carta, una penna o lo scontrino del Carrefour, la reazione sarebbe stata la stessa? Molto probabilmente nessuno avrebbe riso, non ci sarebbero state gomitate e voci scandalizzate, Capillo si sarebbe limitato a dirmi di sbrigarmi a dargli il foglio giusto e io non sarei arrossita (ok, no, questo non è vero, sarei arrossita lo stesso, ché io arrossisco sempre quando parlo o faccio qualcosa davanti a più di due persone). Da qualche giorno sto leggendo Questo è il mio sangue di Elise Thiébaut, e dentro c’è la risposta a questa domanda e a tante altre; è un saggio sulle mestruazioni: e ogni volta che dico a qualcuno che sto leggendo un saggio sulle mestruazioni la risposta è un’alzata di sopracciglia e qualche commento del tipo Ma ce n’era bisogno? o Non c’erano argomenti migliori? o anche Ma di preciso di che parla? La risposta, almeno per me, è che sì, ce n’era bisogno: perché è un libro che analizza, col sorriso sulle labbra e una buona dose di senso dell’umorismo, ma anche con assoluto rigore, una parte fondamentale della vita di ogni donna; la affronta dal punto di vista storico, medico, sociologico, antropologico, spiega le origini del tabù, risale alla preistoria per raccontare le radici del maschiocentrismo e del paternalismo che stanno esplodendo in maniera eclatante nell’enorme tasso di femminicidi attuale. Porta a farsi domande: per esempio, quante volte avete sentito chiedere, in una classe o in un gruppo di amici, Hai un fazzoletto di carta?, e quante avete sentito dire Hai un tampone? Quante volte avete detto – o sentito dire – a una donna Come mai sei così nervosa, hai le tue cose? Quante buffe perifrasi conoscete (e pronunciate) per non dire in pubblico mestruazioni? Perché dovrebbe essere vergognoso parlare di una funzione normale del corpo umano? E no, non dite che non parlate mai neanche delle altre, perché a me chiunque viene sempre a raccontare particolari fin troppo arditi di pipì, fistole anali e rapporti sessuali. Forse dovremmo porci tutte queste domande, e trovare delle sincere risposte. E, ripeto, leggere questo libro: perché è molto interessante, è ben scritto, è chiaro e comprensibile e sfata un cumulo di dicerie; soprattutto per i maschietti è una lettura davvero istruttiva.

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Dell’amicizia, della lontananza, dell’avere gli amici lontani.

Non ho molti amici. Ho una schiera di simpatici conoscenti, questo è certo: colleghe e contatti di lavoro, amici di amici, gente che vedo poche volte l’anno, di solito per caso, e che abbraccio con trasporto, cercando di ricordare cosa mi avessero detto di sé molti mesi prima: è lui quello che si è sposato? O ha avuto un figlio? O ha lasciato il suo lavoro di elettrotecnico specializzato in riparazione di frigoriferi per aprire un baretto sulla spiaggia di Copacabana?

Ho pochi amici, dicevo: e una percentuale allarmante di loro vive fuori (o viveva fuori fino a una manciata di mesi fa). Alcuni hanno sempre vissuto nelle fredde lande venete, altri si sono trasferiti in un tempo ormai remoto (Mirella, ma tu giuri di aver mai abitato a Palermo?); altri si sono spostati e sono rientrati, a periodi alterni: e intanto hanno messo su casa in giro per l’Italia, hanno vissuto con coinquilini bislacchi e mi hanno lasciato in affido le piante, hanno portato un pupetto prima nella pancia e poi in nave e in auto e in aereo fino ai piedi delle Alpi e ritorno. Altri ancora sono andati via, negli ultimi mesi, in punta di piedi, alla spicciolata: gli ultimi stamattina, con una valigia con vestiti pesanti e zuppa d’orzo e il quesito fondamentale: ma lassù ci sarà, l’asciugacapelli?

È triste e un po’ frustrante, avere gli amici lontani, e stimola l’ingegno e la capacità di adattamento: bisogna pianificare le visite, farsi mandare gli screenshot delle prenotazioni di aerei e treni per tenerli in un’apposita cartella sul desktop, tenere sempre attivo un google calendar dedicato, annunciare per tempo quando un non-amico fa una festa di compleanno di sabato (dopo aver tentato inutilmente di convincerlo che dai, mercoledì è molto meglio, che importa se il giorno dopo devi alzarti alle 5:40 per lavorare); si devono spalmare con accortezza le presenze, in modo da non avere un sabato con sette diversi appuntamenti scaglionati di mezz’ora in mezz’ora e poi ventitrè weekend di solitudine. Festività natalizie e pasquali meritano un discorso a parte: è complesso ma doveroso convincere gli amici solitamente lontani che, anche se negli ultimi sette mesi non hanno visto i genitori, sono io ad avere la priorità: e quindi, che si mettano bene in testa che dovremo vederci ogni giorno per un monte-ore complessivo pari a non meno di 60, costi quel che costi.

Avere gli amici lontani vuol dire litigare con le colleghe per chi deve lavorare di sabato sera: e spiegare loro che no, non è che non voglio lavorare perché mi scoccia, è che proprio non posso, questo weekend c’è Chiara a Palermo; vuol dire rimandare la cena da Billy da molti mesi, perché abbiamo promesso a qualcuno di andarci insieme; vuol dire pensare una battuta stupida e non avere nessuno con cui condividerla: ché, ammettiamolo, mandarla per messaggio vocale su whatsapp non è la stessa cosa.

Avere gli amici lontani vuol dire sperare sempre che un giorno scelgano di tornare: e intanto mandare foto e provare a immaginare la loro nuova vita, cercando la strada in cui abitano su google maps, documentandosi su wikipedia sul quartiere, mendicando foto e di stanze che non vedrò mai, in strade in cui non camminerò, con persone di cui non conoscerò mai la voce. Vuol dire augurare loro di essere felici, dove e con chi vorranno: ma se fosse nel raggio di ottocento metri da casa nostra sarei più contenta.

Sto leggendo un libro delizioso: è Le ultime levatrici dell’East End di Jennifer Worth. È l’ultimo volume di una trilogia dedicata alle giovanissime infermiere e levatrici del quartiere di Poplar, a Londra, negli anni dell’immediato dopoguerra; è un libro tenero, scanzonato e brillante, in cui si alternano capitoli dedicati a usi e costumi dell’epoca ad altri in cui l’autrice ricorda le persone con cui è venuta a contatto nei suoi anni di lavoro nelle Docklands. È davvero da leggere.

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Iniziano a cadere le foglie (o forse no), ma io mi preparo.

Finalmente, dopo un agosto inverosimilmente caldo e durato non meno di quarantasette giorni, l’estate sembra agli sgoccioli. Ho riposto nel nostro enorme armadio a muro i costumi mai indossati e i ventilatori che ci hanno permesso di mantenere una temperatura domestica compatibile con la vita e ieri per cena ho preparato un risotto funghi, speck e brie degno di un rifugio alpino. È il momento di tirare le somme, recuperare calzini e sciarpette dal cassetto in alto del comò e redigere una lista di pro e contro dell’autunno ormai prossimo.

Non c’è afa: sudo meno e non ho l’aria stropicciata già alle 8:30 del mattino.
Sudo comunque moltissimo e il vento mi spettina, così sembro appena tirata fuori dall’asciugatrice.

Ogni tanto piove e posso annaffiare le piante con meno assiduità.
Le mie piante sono viziate e, se non le annaffio quotidianamente, mi guardano dalla finestra facendo la faccia della piccola fiammiferaia.

CaneNando soffre meno il caldo ed è più attivo e abbaiante.
CaneNando, proditoriamente lavato e profumato e cotonato e acconciato, riuscirà a rotolarsi e tingersi di una calda sfumatura di marrone alla prima pozzanghera che incontrerà.

A letto non soffro più il caldo.
A letto soffro già il freddo, ho i piedi ghiacciati e il lenzuolo mi sembra una misera protezione, aiuto, possiamo mettere il piumone?

(Quasi) tutti sono tornati a lavoro: non trovo più negozi o paninerie chiuse, alla pompa di benzina è tornato l’omino salvavita, al supermercato hanno aperto una seconda cassa.
(Quasi) tutti sono tornati dalla villeggiatura e non trovo più posto per la macchina, se non a prezzo di giri interminabili, strisciante nervosismo, parcheggi con le ruote sul marciapiede.

La citronella sta sostituendo le foglie bruciacchiate dal sole con altre verdi e profumate.
Il basilico ha già l’aria sconsolata e il colorito triste di un bambino milanese in inverno.

Posso rimettere i jeans e le sneakers.
Mi mancano i pantaloni leggeri e fluttuanti, i sandali, la comodità di vestirmi in tre gesti.

A tutti stanno sparendo i segni dell’abbronzatura, così quasi nessuno mi chiede più “come mai sei così bianca?”.
Si vedono ancora i segni biancastri delle maniche sulle mie spalle palliducce e l’aria da camionista anemica non è mai andata via.

Posso riprendere a ingozzarmi di cioccolato senza sensi di colpa, fingendo di credere alla scusa che “lo faccio per resistere ai rigori del gelato”.
Ci sono ancora in freezer degli avanzi di gelato che dovremo comunque far fuori.

Natale si avvicina e forse otterrò di addobbare l’albero entro il fine settimana.
Mancano ancora molte settimane alle prossime ferie.

Ho appena iniziato Pulvis et umbra, il nuovo giallo di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista. È, come sempre, scritto con mestiere e godibile: il mio timore, però, è che i personaggi rischino un po’ di fossilizzarsi e diventare ripetitivi e bidimensionali. Mi auguro di sbagliarmi.

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Quando un’amica sta male (far edition).

Quando un’amica sta male, puoi – devi – provare a fare qualcosa per lei. Puoi andarla a trovare, in ospedale o a casa o nella villetta al mare; puoi portarle una torta o dei fiori o i biscotti che le piacciono, o una fetta di pizza se preferisce il salato, o le ultime foto del caneNando da guardare insieme ridacchiando, perché il caneNando, quando vuole, sa essere molto divertente; puoi anche portarle in visita il caneNando in persona – in cane, cioè – se sai che ne ha voglia: perché il caneNando è simpatico e di compagnia e sa riportare la pallina come nessun altro, e niente solleva il morale come un cane giallo che ti poggia sui piedi una pallina gialla tutta insalivata.
Quando un’amica sta male puoi abbracciarla molto forte, o tenerle la mano, o anche solo guardarla in faccia mentre ti parla, o camminare accanto a lei. Quando l’amica che sta male abita lontano, invece, è tutta un’altra storia.

Quando l’amica che sta male e abita lontano ha un malessere limitato nel tempo, come una gamba rotta o una caviglia slogata o una forte influenza o la rosolia, puoi telefonarle per tenerle compagnia; puoi mandarle un libro o consigliargliene uno, puoi suggerirle serie tv da vedere per ammazzare qualche mezz’ora; se sei molto brava puoi anche confezionare una torta da spedirle, insieme a un video con le prodezze del caneNando. Puoi provare ad essere presente e vicina e assidua anche da lontano, sfruttando la tecnologia e la fantasia e le opzioni di Poste Italiane e la conoscenza personale del caneNando.

Poi, ci sono i casi in cui l’amica che sta male e abita lontano ha una malattia stronza: una di quelle da cui si guarisce, ma che nell’attesa ti fa pensare che no, non guarirò mai. Una di quelle che ti tolgono il sorriso e l’energia, che ti fanno piangere e dormire e ciondolare, che ti fanno sentire come se non fossi più tu. Una di quelle che ti spossessano di te, ti fanno fare e dire cose che poi gli altri dimenticheranno ma tu no; una di quelle che, senza sintomi evidenti e fasciature rigide e flebo e stampelle ti prostrano e stremano.
Ecco, in quei casi io non so cosa fare: perché delle serie tv, dei libri e delle torte l’amica lontana non se ne fa nulla, e neanche dei video di caneNando, per quanto possano essere (e lo siano) assolutamente adorabili. In quel caso, l’unica strategia che conosco – e che non so se serva, ma davvero
non me ne vengono in mente altre – è l’abbraccio, la presenza silezionsa e costante, il tempo speso insieme. Ma l’amica lontana è per definizione lontana, e allora abbracci e silenzi e tempo vanno a farsi benedire.

In casi come questo, in cui so – perché LO SO, ne sono sicura senza alcun margine di dubbio – che le cose si sistemeranno, l’unica cosa che so fare è mandare qualche messaggio, ché il telefono temo possa essere solo un fastidio per chi non ha voglia di parlare, e poi aspettare e dare il tempo a medici e medicine di agire. In questi momenti, in cui qualcuno tra amici e familiari non capisce la vera e profonda sofferenza che l’amica sta provando e pensa che sia solo un po’ triste, ma che ci vuoi fare, è fatta così, in questi momenti qui io so solo consigliare un libro, La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi, per esempio, che è molto bello e le potrebbe piacere e in ebook si trova, e scrivere un post. Questo. Tanto lo so che presto tutto andrà a posto.

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