Dell’amicizia, della lontananza, dell’avere gli amici lontani.

Non ho molti amici. Ho una schiera di simpatici conoscenti, questo è certo: colleghe e contatti di lavoro, amici di amici, gente che vedo poche volte l’anno, di solito per caso, e che abbraccio con trasporto, cercando di ricordare cosa mi avessero detto di sé molti mesi prima: è lui quello che si è sposato? O ha avuto un figlio? O ha lasciato il suo lavoro di elettrotecnico specializzato in riparazione di frigoriferi per aprire un baretto sulla spiaggia di Copacabana?

Ho pochi amici, dicevo: e una percentuale allarmante di loro vive fuori (o viveva fuori fino a una manciata di mesi fa). Alcuni hanno sempre vissuto nelle fredde lande venete, altri si sono trasferiti in un tempo ormai remoto (Mirella, ma tu giuri di aver mai abitato a Palermo?); altri si sono spostati e sono rientrati, a periodi alterni: e intanto hanno messo su casa in giro per l’Italia, hanno vissuto con coinquilini bislacchi e mi hanno lasciato in affido le piante, hanno portato un pupetto prima nella pancia e poi in nave e in auto e in aereo fino ai piedi delle Alpi e ritorno. Altri ancora sono andati via, negli ultimi mesi, in punta di piedi, alla spicciolata: gli ultimi stamattina, con una valigia con vestiti pesanti e zuppa d’orzo e il quesito fondamentale: ma lassù ci sarà, l’asciugacapelli?

È triste e un po’ frustrante, avere gli amici lontani, e stimola l’ingegno e la capacità di adattamento: bisogna pianificare le visite, farsi mandare gli screenshot delle prenotazioni di aerei e treni per tenerli in un’apposita cartella sul desktop, tenere sempre attivo un google calendar dedicato, annunciare per tempo quando un non-amico fa una festa di compleanno di sabato (dopo aver tentato inutilmente di convincerlo che dai, mercoledì è molto meglio, che importa se il giorno dopo devi alzarti alle 5:40 per lavorare); si devono spalmare con accortezza le presenze, in modo da non avere un sabato con sette diversi appuntamenti scaglionati di mezz’ora in mezz’ora e poi ventitrè weekend di solitudine. Festività natalizie e pasquali meritano un discorso a parte: è complesso ma doveroso convincere gli amici solitamente lontani che, anche se negli ultimi sette mesi non hanno visto i genitori, sono io ad avere la priorità: e quindi, che si mettano bene in testa che dovremo vederci ogni giorno per un monte-ore complessivo pari a non meno di 60, costi quel che costi.

Avere gli amici lontani vuol dire litigare con le colleghe per chi deve lavorare di sabato sera: e spiegare loro che no, non è che non voglio lavorare perché mi scoccia, è che proprio non posso, questo weekend c’è Chiara a Palermo; vuol dire rimandare la cena da Billy da molti mesi, perché abbiamo promesso a qualcuno di andarci insieme; vuol dire pensare una battuta stupida e non avere nessuno con cui condividerla: ché, ammettiamolo, mandarla per messaggio vocale su whatsapp non è la stessa cosa.

Avere gli amici lontani vuol dire sperare sempre che un giorno scelgano di tornare: e intanto mandare foto e provare a immaginare la loro nuova vita, cercando la strada in cui abitano su google maps, documentandosi su wikipedia sul quartiere, mendicando foto e di stanze che non vedrò mai, in strade in cui non camminerò, con persone di cui non conoscerò mai la voce. Vuol dire augurare loro di essere felici, dove e con chi vorranno: ma se fosse nel raggio di ottocento metri da casa nostra sarei più contenta.

Sto leggendo un libro delizioso: è Le ultime levatrici dell’East End di Jennifer Worth. È l’ultimo volume di una trilogia dedicata alle giovanissime infermiere e levatrici del quartiere di Poplar, a Londra, negli anni dell’immediato dopoguerra; è un libro tenero, scanzonato e brillante, in cui si alternano capitoli dedicati a usi e costumi dell’epoca ad altri in cui l’autrice ricorda le persone con cui è venuta a contatto nei suoi anni di lavoro nelle Docklands. È davvero da leggere.

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Iniziano a cadere le foglie (o forse no), ma io mi preparo.

Finalmente, dopo un agosto inverosimilmente caldo e durato non meno di quarantasette giorni, l’estate sembra agli sgoccioli. Ho riposto nel nostro enorme armadio a muro i costumi mai indossati e i ventilatori che ci hanno permesso di mantenere una temperatura domestica compatibile con la vita e ieri per cena ho preparato un risotto funghi, speck e brie degno di un rifugio alpino. È il momento di tirare le somme, recuperare calzini e sciarpette dal cassetto in alto del comò e redigere una lista di pro e contro dell’autunno ormai prossimo.

Non c’è afa: sudo meno e non ho l’aria stropicciata già alle 8:30 del mattino.
Sudo comunque moltissimo e il vento mi spettina, così sembro appena tirata fuori dall’asciugatrice.

Ogni tanto piove e posso annaffiare le piante con meno assiduità.
Le mie piante sono viziate e, se non le annaffio quotidianamente, mi guardano dalla finestra facendo la faccia della piccola fiammiferaia.

CaneNando soffre meno il caldo ed è più attivo e abbaiante.
CaneNando, proditoriamente lavato e profumato e cotonato e acconciato, riuscirà a rotolarsi e tingersi di una calda sfumatura di marrone alla prima pozzanghera che incontrerà.

A letto non soffro più il caldo.
A letto soffro già il freddo, ho i piedi ghiacciati e il lenzuolo mi sembra una misera protezione, aiuto, possiamo mettere il piumone?

(Quasi) tutti sono tornati a lavoro: non trovo più negozi o paninerie chiuse, alla pompa di benzina è tornato l’omino salvavita, al supermercato hanno aperto una seconda cassa.
(Quasi) tutti sono tornati dalla villeggiatura e non trovo più posto per la macchina, se non a prezzo di giri interminabili, strisciante nervosismo, parcheggi con le ruote sul marciapiede.

La citronella sta sostituendo le foglie bruciacchiate dal sole con altre verdi e profumate.
Il basilico ha già l’aria sconsolata e il colorito triste di un bambino milanese in inverno.

Posso rimettere i jeans e le sneakers.
Mi mancano i pantaloni leggeri e fluttuanti, i sandali, la comodità di vestirmi in tre gesti.

A tutti stanno sparendo i segni dell’abbronzatura, così quasi nessuno mi chiede più “come mai sei così bianca?”.
Si vedono ancora i segni biancastri delle maniche sulle mie spalle palliducce e l’aria da camionista anemica non è mai andata via.

Posso riprendere a ingozzarmi di cioccolato senza sensi di colpa, fingendo di credere alla scusa che “lo faccio per resistere ai rigori del gelato”.
Ci sono ancora in freezer degli avanzi di gelato che dovremo comunque far fuori.

Natale si avvicina e forse otterrò di addobbare l’albero entro il fine settimana.
Mancano ancora molte settimane alle prossime ferie.

Ho appena iniziato Pulvis et umbra, il nuovo giallo di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista. È, come sempre, scritto con mestiere e godibile: il mio timore, però, è che i personaggi rischino un po’ di fossilizzarsi e diventare ripetitivi e bidimensionali. Mi auguro di sbagliarmi.

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Quando un’amica sta male (far edition).

Quando un’amica sta male, puoi – devi – provare a fare qualcosa per lei. Puoi andarla a trovare, in ospedale o a casa o nella villetta al mare; puoi portarle una torta o dei fiori o i biscotti che le piacciono, o una fetta di pizza se preferisce il salato, o le ultime foto del caneNando da guardare insieme ridacchiando, perché il caneNando, quando vuole, sa essere molto divertente; puoi anche portarle in visita il caneNando in persona – in cane, cioè – se sai che ne ha voglia: perché il caneNando è simpatico e di compagnia e sa riportare la pallina come nessun altro, e niente solleva il morale come un cane giallo che ti poggia sui piedi una pallina gialla tutta insalivata.
Quando un’amica sta male puoi abbracciarla molto forte, o tenerle la mano, o anche solo guardarla in faccia mentre ti parla, o camminare accanto a lei. Quando l’amica che sta male abita lontano, invece, è tutta un’altra storia.

Quando l’amica che sta male e abita lontano ha un malessere limitato nel tempo, come una gamba rotta o una caviglia slogata o una forte influenza o la rosolia, puoi telefonarle per tenerle compagnia; puoi mandarle un libro o consigliargliene uno, puoi suggerirle serie tv da vedere per ammazzare qualche mezz’ora; se sei molto brava puoi anche confezionare una torta da spedirle, insieme a un video con le prodezze del caneNando. Puoi provare ad essere presente e vicina e assidua anche da lontano, sfruttando la tecnologia e la fantasia e le opzioni di Poste Italiane e la conoscenza personale del caneNando.

Poi, ci sono i casi in cui l’amica che sta male e abita lontano ha una malattia stronza: una di quelle da cui si guarisce, ma che nell’attesa ti fa pensare che no, non guarirò mai. Una di quelle che ti tolgono il sorriso e l’energia, che ti fanno piangere e dormire e ciondolare, che ti fanno sentire come se non fossi più tu. Una di quelle che ti spossessano di te, ti fanno fare e dire cose che poi gli altri dimenticheranno ma tu no; una di quelle che, senza sintomi evidenti e fasciature rigide e flebo e stampelle ti prostrano e stremano.
Ecco, in quei casi io non so cosa fare: perché delle serie tv, dei libri e delle torte l’amica lontana non se ne fa nulla, e neanche dei video di caneNando, per quanto possano essere (e lo siano) assolutamente adorabili. In quel caso, l’unica strategia che conosco – e che non so se serva, ma davvero
non me ne vengono in mente altre – è l’abbraccio, la presenza silezionsa e costante, il tempo speso insieme. Ma l’amica lontana è per definizione lontana, e allora abbracci e silenzi e tempo vanno a farsi benedire.

In casi come questo, in cui so – perché LO SO, ne sono sicura senza alcun margine di dubbio – che le cose si sistemeranno, l’unica cosa che so fare è mandare qualche messaggio, ché il telefono temo possa essere solo un fastidio per chi non ha voglia di parlare, e poi aspettare e dare il tempo a medici e medicine di agire. In questi momenti, in cui qualcuno tra amici e familiari non capisce la vera e profonda sofferenza che l’amica sta provando e pensa che sia solo un po’ triste, ma che ci vuoi fare, è fatta così, in questi momenti qui io so solo consigliare un libro, La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi, per esempio, che è molto bello e le potrebbe piacere e in ebook si trova, e scrivere un post. Questo. Tanto lo so che presto tutto andrà a posto.

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Letture resistenti.

Martedì prossimo sarà il 25 aprile: la Festa cardine della storia italiana, il giorno della memoria e dell’orgoglio e della riflessione su quel che avrebbe potuto essere ma per fortuna non è stato, quello in cui dirci fieri e riconoscenti nei confronti delle donne e degli uomini che, con un fucile in spalla e a rischio della propria vita, hanno portato avanti la Resistenza contro il nazifascismo. Come ogni anno, mi dispiacerò di non incontrare, sulle scale di casa dei miei genitori, il signor Gianni: ultranovantenne segaligno, dai begli occhi cerulei e dal carattere spinoso, morto ormai da un bel po’ di tempo, era il mio Partigiano-della-porta-accanto; con giusta fierezza, ci teneva sempre a dirmi che No, io quel regime proprio non lo volevo: allora ho preso la pistola – sai, ero militare – e me ne sono andato sulle montagne. Mi mostrava, con un sorriso sdentato e serissimo, il certificato rilasciato dall’Anpi, col nome di battaglia e l’indicazione del gruppo di cui faceva parte: lo teneva sul muro di casa, perché nessuno varcasse la soglia senza vederlo. Ci teneva, ogni 25 aprile, ad andare a manifestare: con la bandiera arcobaleno che gli avevo regalato, in giacca e cravatta, azzimato e composto, assolutamente e giustamente orgoglioso.

Libri sulla Resistenza ce ne sono moltissimi, e molti vale la pena di leggerli: Uomini e no, per esempio, ma anche Il partigiano Johnny o Il sentiero dei nidi di ragno. Di tutta la letteratura a tema, però, due libri, in particolare, sono nel mio cuore: uno, ovviamente, è Lessico famigliare, che non parla in maniera specifica della Liberazione ma ricorda, con un affetto struggente, tante persone che si sono battute contro il regime e una, in particolare, che ha perso la vita in quella lotta impari: Leone Ginzburg, a cui sono dedicate pagine di un dolore acuto e tagliente. L’altro è un racconto: Oro, uno di quelli che compongono quel piccolo e indiscusso capolavoro che è Il sistema periodico di Primo Levi. Compone, questo libro, la biografia dello scrittore, attraverso racconti che prendono il nome e lo spunto da molti degli elementi della tavola periodica. Parla appunto, Oro, della cattura di Primo Levi: che non è stato ad Auschwitz, come si pensa, perché ebreo, ma perché parte di un gruppo di Partigiani scalcagnato e poco organizzato, tradito da una spia infiltrata. In questi giorni, sul sito di Ad alta voce, si può scaricare il podcast di questo e di molti altri racconti del libro: sarebbe una bella idea dedicargli un po’ di tempo.

È un buon momento, il 25 aprile, per riflettere, e anche per augurare e augurarci di tenere vivi, in noi, i valori della Resistenza. Per imparare, anche, a smettere di essere resilienti, che è un lemma che contiene in sé la tenacia ma anche la passività, e a ricominciare a essere resistenti, forti e pronti al contrasto: contro i cattivi sentimenti, le cattive compagnie – quelle giudicanti, quelle indifferenti, quelle impregnate di valori che non ci appartengono -, i cattivi maestri, i cattivi valori. E per provare a sentire come propria ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: perché è la qualità più bella di ogni rivoluzionario, ed è quello che ci rende persone.

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Consuetudini.

Sono una persona tendenzialmente pigra: lo sono fisicamente, e il mio aspetto lo rivela già alla prima occhiata, con la stessa dovizia di dettagli di una portinaia che ha saputo della tresca del ragioniere del terzo piano, e lo sono ancor di più mentalmente. Sono solita fare economia di sforzi: non salgo le scale a piedi, ascolto gli audiolibri e tendo a non deviare molto dalle consuetudini. Sono, anzi, innamorata delle consuetudini: non solo per il mio temperamento ansioso ma soprattutto, appunto, perché mi permettono di inserire con frequenza il pilota automatico.

Per anni abbiamo passato la sera nello stesso locale: ed era un posto che mi piaceva, avevo un tavolo preferito e bevevo sempre la stessa bottiglietta di limonata. Mi rassicurava pensare che, ogni venerdì e sabato, che ci fosse vento o grandinasse, non avrei dovuto prendere una decisione in più. Da sei anni vado al lavoro percorrendo sempre la stessa strada: che è, probabilmente, la più rapida e meno trafficata, ma la prendo ogni mattina soprattutto perché ormai la seguo a occhi chiusi. Quando abbiamo cambiato ufficio, all’inizio, posteggiavo in una grande piazza alberata; dopo una manciata di mesi, quel tratto della piazza in cui lasciavo la macchina è stato insensatamente chiuso al traffico. Cambiando parcheggio, ho smesso di fare a piedi la stretta e ripida stradina dei primi mesi: e adesso non ci passo più, mai, e se qualche volta mi capita di trovarmi lì sono stranita e stupita, mi sembra di non riconoscerla più. Sono così, ecco, anche con le amicizie: e infatti, quando una persona a cui voglio bene si trasferisce, soffro terribilmente; mi sembra ogni momento che avremmo potuto vederci, che magari avremmo preso un panino insieme, o visto un film o fatto una partita a Scarabeo, e anche se magari è successo poche volte di vederci di martedì, ecco che io di martedì sento addosso tutti i chilometri che ci dividono e mi sento triste. Riesco però, di solito, a crearmi delle consuetudini anche così. Fino a qualche anno fa, avevo un’amica che viveva lontano; non troppo lontano, in reatà: abbastanza vicino da potersi vedere un fine settimana ogni due. Era, per me, una consuetudine sufficiente: e sapevo che un fine settimana ogni due avrei detto alle colleghe che non potevo dare la mia disponibilità per il sabato sera alla fiera di Natale, per esempio, perché ecco, Arriva la mia amica da Catania. Adesso quall’amica viene qui molto meno, e io cerco modi per stabilire nuove consuetudini: e forse l’unica soluzione sarebbe creare un calendario condiviso, in cui inserire le date in cui tutte le amiche che stanno fuori vengono in città, in modo che io possa pensare che tra qualche settimana ci vedremo ed essere meno triste.

La mia consuetudine del mattino è, ora, quella di spegnere la radio ed ascoltare il podcast di un audiolibro; dopo aver finito per l’ennesima volta di ascoltare Lessico famigliare, e dopo essermi commossa scioccamente sempre negli stessi punti, adesso mi tiene compagnia in auto Elio De Capitani che legge Il sistema periodico di Primo Levi: che è uno dei libri che ho più amato nella mia vita.

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Tradizioni.

Sono una persona pigra e golosa: lo scellerato mix di indolenza e ingordigia è responsabile del mio fisico da omino michelin, del poco entusiasmo con cui accetto inviti in spiaggia o a bordo piscina e della scarsa propensione a tacchi alti, vestitini corti, abbigliamento femminile; l’infausta combinazione fa anche in modo che, nel mio personale empireo, sieda chi cucina per me: la mia bella che mi fa trovare i goduriosi fagottini di sfoglia per cena, amicastorica che mi manda, con una settimana di anticipo, le foto di panini e formaggio cheddar per una deliziosa cenetta a base di hamburger, i miei genitori che preparano la lasagna di carnevale, avendo cura di cucinarne due porzioni in più che te le surgeli e un giorno che sei stanca le trovi già pronte.

La lasagna di carnevale è un piatto napoletano, uno di quelli che appartengono da sempre alla storia della mia famiglia: uno di quelli che non so cucinare perché le nonne, ormai avanti negli anni, avevano smesso di prepararli quando ero ancora preadolescente, ripiegando su piatti-da-domenica meno elaborati e appariscenti ma comunque gustosi – pastealsugo, pizzediscarola, spiedini e lacerti e crostate alla marmellata. Nella lasagna di carnevale – nella versione che si fa a casa mia, dato che, come tutti i piatti della tradizione, è soggetta a numerose e bislacche varianti – si mettono ricotta di pecora, scamorza affumicata, ragù di salsiccia e polpettine fritte. E la pasta, ovviamente: che i miei genitori hanno tirato a mattarello, ché con quella secca non viene nello stesso modo. Si cuoce il ragù, quindi: e si sgrana la salsiccia, in modo che si senta ma non sia preponderante, con il suo aroma di finocchio ingranato; intanto, si confezionano con la carne tritata delle polpettine piccole come olive, si friggono e si tengono da parte. Si tira la pasta, si fa scottare in acqua bollente e si inizia a conzare il ruoto: ragù, pasta, ricotta, polpettine, scamorza, ragù e via dicendo; si finisce con ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Infine, per il senso di colpa, si eseguono svariate serie di addominali e si pedala sulla cyclette per molte ore: ma ne è valsa la pena, ammettiamolo.

Mentre mi lagnavo per le letture fiacche di questo periodo, mi sono imbattuta in due libri molto belli: L’arminuta, che stavo leggendo già sabato scorso, di una superba Donatella Di Pietrantonio, padrona del suo stile e perfettamente a suo agio nel triplo carpio tra dialetto e italiano, e Le nostre anime di notte di Kent Haruf, autore molto pompato (a ragione) in queste ultime settimane; un romanzo pulito, schietto, nitido, che racconta una storia di affetto che ha dell’universale. Bello, bello, bello.

Ah, dimenticavo: chi mette le uova sode nelle lasagne, nella mia particolare scala di valori, è solo un gradino più in alto di chi mette il parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

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Memoria.

La prossima settimana si celebrerà il Giorno della Memoria, quello in cui si ricordano le vittime della Shoah. Prima di lavorare in una casa editrice non avevo mai fatto molto caso a questa data: semplicemente, un giorno di gennaio mi accorgevo che davano in tv La vita è bella e che, a tarda notte, durante una trasmissione di approfondimento, veniva intervistato qualche sopravvissuto ai campi di concentramento. Adesso, il Giorno della Memoria è una di quelle ricorrenze che tendo a non dimenticare: date come il 9 maggio, il 19 luglio, il 23 maggio scandiscono perentoriamente l’anno. Sono ricorrenze da attendere, preparare e celebrare adeguatamente: giornate dedicate al ricordo di ciò che è stato, perché non si verifichi mai più.

Non è peregrino chiedersi, oggi, se abbia ancora un senso parlare di Shoah: in troppi siamo convinti di sapere tutto ciò che c’è da sapere. Pensiamo di aver ascoltato tutte le testimonianze mai pronunciate, di aver letto tutti i libri mai scritti, di aver visto tutte le foto e i filmati e i cinegiornali. Di aver discusso motivazioni e comportamenti, di aver scoperto efferatezze e drammi, orrori e particolari raccapriccianti. Pensiamo che non ci sia nulla di nuovo da imparare: siamo saturi di nefandezze e pronti ad archiviare tutto alla voce “passato”. Pensiamo di esserci corazzati per il futuro: non ripeteremo quello che è stato. Non giudicheremo l’altro per le sue origini o la sua religione, per il suo credo politico o le sue abitudini sessuali, per la sua morale o la sua militanza. Non imprigioneremo, tortureremo, abuseremo, spingeremo alla morte nessuno: e mentre lo pensiamo, accantoniamo l’immagine dei migranti che muoiono su un gommone in mezzo al Mediterraneo, perché mica possiamo accogliere tutti, dei detenuti pestati nelle carceri, perché sono delinquenti e lo meritano, dei ragazzini gay che si suicidano perché derisi, perché quelli sono fatti privati delle loro famiglie, dei giovani africani e asiatici pigiati nei centri di identificazione ed espulsione, perché facevano meglio a restare a casa loro. Sappiamo tutto della Shoah: ogni gesto, parola e imprecazione ci addolorano e avviliscono. Della storia attuale, invece, sappiamo ben poco: e non ci importa saperne di più.

Ho letto molti libri sulla Shoah, nella convinzione che coltivare la memoria non sia una scelta, ma una necessità imprescindibile. Molti dei testimoni dei campi di concentramento sono ormai morti o troppo anziani per continuare a parlare; senza la potenza dei loro racconti, sarà più difficile far comprendere alle nuove generazioni l’enormità del dramma; solo l’empatia potrà fare in modo che la Shoah, nel ricordo, non diventi soltanto un numero enorme di persone morte a causa della follia criminale del nazifascismo. Tra i libri che preferisco c’è I sommersi e i salvati di Primo Levi; non è solo una cronaca, più o meno accorata, del dramma della Shoah: è soprattutto una riflessione, lucida e precisa, su motivazioni e conseguenze di quella tragedia. Da leggere, in qualsiasi periodo dell’anno, da parte di chiunque.

«I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.»

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Istruzioni per resistere a un’ondata di freddo.

A Palermo non c’è freddo quasi mai. Anche d’inverno le temperature, di giorno, scendono raramente sotto i 15 gradi, e le nevicate sono così rare che ne ricordo solo due o tre. Cani randagi e senzatetto scelgono Palermo come meta, di solito, proprio perché invogliati dal tepore quasi costante: come Ife, che bestemmiava contro il caldo estivo e mi invitava, nei giorni meno caldi, a sedermi sulla coperta arancione e farmi scaldare le mani da lui. I palermitani sono geneticamente programmati per confrontarsi con lo scirocco: conoscono tecniche degne di un tuareg per sfuggire alla calura e soffrono e si lagnano in giorni come questi, in cui il sole è pallido e smunto e i piedi, nelle scarpette da jogging leggere, sono irrimediabilmente umidi. È necessario, quindi, approntare un prontuario per sfuggire alle rigide temperature di questo inverno: in attesa di un’estate che, a quanto pare, sarà torrida come poche.

Non uscire di casa, se non in casi di conclamata necessità – lavoro, spesa alimentare, concerto di Carmen Consoli.

Non indossare mai un numero di strati di abiti inferiore a cinque: canottiera, magliettina a maniche lunghe, maglioncino sottile e caldo, maglione grosso e ingombrante, ponchi peruviano costituiscono l’attrezzatura base per soggiornare in un ufficio corredato da termosifoni funzionanti.

Andare a recuperare, nei meandri della scarpiera, gli stivaletti-doposci acquistati a Pisa in un giorno di diluvio.

Arricchire la propria dieta con vergognose quantità di cioccolato, premurosamente fatto trovare dalla Befana nella calza lasciata qualche giorno fa ai piedi del letto.

Lamentarsi costantemente del freddo, lasciandosi sfuggire un sospiro affranto ogni poche parole.

Andare alla ricerca di plaid di pile da drappeggiarsi sulle gambe mentre si sta sul divano.

Fare scorta di film semplici, divertenti e un po’ datati, da vedere con il plaid sulle gambe e un pezzo di cioccolato sempre in bocca.

Assoldare qualcuno che scaldi il letto prima di scivolare sotto le coperte, per evitare lo sgradevole effetto stridente delle gambe calde di plaid contro le lenzuola fresche.

Adottare un gatto o un canuccio molto peloso da tenere in grembo.

Sorbire zuppe e minestroni a pranzo e farsi portare pizza a domicilio per cena, per non sprecare energie cucinando: ma tenere lo stesso il forno acceso, per aggiungere unità-calore alla casa.

Bere tè bollente a tutte le ore, con conseguente insonnia ostinata, nell’intenzione di ‘riscaldarsi dall’interno’.

Avere un buon libro con cui trascorrere a letto buona parte del sabato mattina: e pazienza se la mano che lo regge ghiaccerà, mentre il resto del corpo, avviluppato in piumoni e coperte, sta al caldo.

Sto finendo di leggere “Due storie sporche” di Alan Bennett, e sono felice di aver ritrovato l’umorismo sagace e cattivello di uno scrittore che, per molto tempo, avevo messo da parte.

La raccolta di coperte per i senzatetto organizzata dai circoli Arci si è conclusa, ma le associazioni che svolgono servizio notturno continuano ad accettare abiti pesanti e plaid da distribuire. La mia offerta è sempre valida: se siete a Palermo e avete qualcosa da donare, ditemelo e penserò io alla consegna.

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Non è una città da freddo.

Da due giorni a Palermo c’è molto freddo. Le temperature non superano i sei o sette gradi, i monti intorno alla città sono imbiancati, qualche intraprendente fiocco di neve ha provato a cadere sulle strade. Ha grandinato in abbondanza e la gelateria sotto casa non ha registrato il tutto esaurito per la prima volta dalla sua apertura.

Palermo non è una città adatta al freddo. Contro il caldo è ben attrezzata: quasi tutte le case hanno condizionatori e ventilatori, le finestre sono strategicamente piazzate in modo da favorire le correnti d’aria, ci sono pensiline che ombreggiano le fermate dell’autobus e il mare a due passi per dare una fugace sensazione di frescura. Il freddo, invece, ci coglie sempre impreparati: dobbiamo riporre in frigo l’insalata di riso e ingegnarci a cucinare qualcosa di caldo – la pasta e lenticchie andrà bene? O è meglio il brodo di pollo? Ma come si prepara? -, mettere in funzione la caldaia che non usavamo da quel giorno dell’inverno scorso in cui ci è venuto a trovare l’anziano nonno e non volevamo che si buscasse il raffreddore e abbiamo sudato tutti come anguille, tirare fuori dall’armadio il piumone pesante. Dobbiamo – dovremmo – ricordarci, tra un post entusiastico sulla magia della neve e uno esterrefatto sulla temperatura indicata sul cruscotto della macchina, che per strada ci sono molte persone: addirittura duecento, ecco, che stanno tentando di fronteggiare la situazione avvolgendosi in strati di coperte, stringendosi ai propri canucci e bestemmiando contro il freddo. Che verranno invitate a trasferirsi, solo per stanotte, per carità!, sotto un tetto, che sia quello del salone di una chiesa o di un dormitorio pubblico sovraffollato: e che, nella maggior parte dei casi, rifiuteranno l’offerta, perché non vogliono lasciare cani giacigli e masserizie senza custodia, a rischio che qualcuno le faccia sparire e prenda il loro posto in quel portone comodo e accogliente. Persone che, con ogni probabilità, graziealcielo, supereranno anche queste giornate, e che torneranno rapidamente ad essere ignorate, relegate a elemento di colore in una discussione sulla città e la sua pretesa capacità di dare accoglienza a chiunque o ritenute colpevoli di macchiare, con la loro presenza, i tappeti persiani che ornano il salotto buono di Palermo. Dovremmo pensarci, quando ci auguriamo che la neve continui a cadere: non avevamo detto che non avremmo lasciato indietro nessuno?

In questi primi giorni del 2017 non riesco a trovare un buon romanzo che mi tenga compagnia dal kindle – sto leggendo invece, alla vecchia maniera, I cani di Babele di Carolyn Parkhurst, suggerito dalla Mate e ricevuto per Natale da parte di amicastorica: un giallo decisamente atipico, pieno di descrizioni di vita quotidiana, delicato e coinvolgente, proprio come piace a me.

Questo post è dedicato a tutte le persone che stanno pattugliando la città per distribuire abiti pesanti, coperte e pasti caldi ai senzatetto. Se qualcuno avesse qualcosa da donare, può dirlo a me che penserò al recapito.

La foto di monte Cuccio imbiancato è opera della mia bella.

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Go vegan!, ovvero di chi giudica per partito preso.

Non sono vegana. Non sono mai stata neanche vegetariana, se è per questo: per moltissimo tempo non ho mangiato carne, ma per una mera questione di gusto – probabilmente ero satura da un’infanzia scandita dalle tristissime fettine di vitello che venivano ammannite quotidianamente a qualsiasi bambino nato negli anni Ottanta. Mangio tutto, più o meno: con scarsa predilezione per qualcuni alimenti e reale avversione per pochissimi altri, con gusto e spesso eccessiva, imbarazzante voracità. Non sono vegana, affatto: ma mia madre lo è, per mille ragioni che sarebbe futile spiegare, e dato che so per certo che mia madre non è stupida, mi sono sinceramente stancata di sentir dire, sui social come anche nella vita reale, che tutti i vegani sono stupidi.

Dal mio punto di vista, i vegani sono persone che, per ragioni che possono o meno essere condivise, hanno fatto una scelta alimentare diversa da quella della gran parte degli altri. Che lo facciano per amore degli animali, per odio verso i vegetali, per motivi di salute o per farsi notare, saranno pure fatti loro: ma, così come è politicamente scorretto dire a una persona sovrappeso che è grassa ma nessuno trova niente di strano nel dire di una donna snella che dovrebbe ingrassare un poco – con corollario di benevole espressioni del tipo ‘è uno scheletro vestito’ o ‘le ossa si danno ai cani’ – adesso va di moda sparare a zero contro i vegani: e quindi sono tutti degli sciocchi, o degli esaltati, o dei nazisti. Ecco, io le generalizzazioni le odio: conosco vagonate di gay poco sensibili, di donne sgraziate e moleste, di persone di sinistra dalla mentalità gretta e settaria e di vegani intelligenti. Basta guardarsi intorno, magari facendo una chiacchierata e non limitandosi a o uno scambio di battute sul web: pensateci, potreste scoprire tante nuove sfumature, in un mondo che vi appare noiosamente monocromatico.

Qualche giorno fa, per Santa Lucia, mi sono vantata – non troppo a ragione, forse – su facebook di aver confezionato un’ottima versione vegana della cuccìa. I commenti non sono stati lusinghieri. In realtà, avevo semplicemente sostituito il latte vaccino della crema di cioccolato con latte vegetale: e questo perché sono intollerante al lattosio dalla nascita, e perché così anche mia madre avrebbe potuto mangiare il dolce. Non è necessario essere vegani – e quindi, nell’accezione collettiva, un po’ cretini – per mangiare vegano: a ben pensarci lo faccio molto spesso, e anche la mia compagna lo fa, quando ceniamo con un’insalata di patate bollite, fagiolini, pomodori e mais, o quando mangiamo la pasta con le lenticchie, o quando la domenica a pranzo optiamo per un panino con panelle e crocchè; e non penso che questo abbia ucciso qualcuno dei miei residui neuroni. Né, soprattutto, penso che questo dovrebbe riguardare chi mi circonda: il vecchio adagio di mia nonna del fatto che sia cattiva educazione guardare nel piatto degli altri dovrebbe tornare a far scuola.

Ho finito da poco “Carne mia” di Roberto Alajmo, e accidenti, che bel libro! La storia c’è ed è molto ben raccontata, e il finale è decisamente da brividi. Leggetelo, davvero.

Per concludere, è abbastanza ridicolo che mi trovi a dover scrivere un post in difesa dei vegani proprio oggi che proporrò alle mie amiche di andare a mangiare un buon hamburger (per me, con gorgonzola, spinaci crudi e confettura di ciliegie). Ma tant’è.

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