Un libro a forma di serie tv.

Tra le dipendenze che mi affliggono, una di quelle di cui vado meno fiera è quella da telefilm. Ho una spiccata predilezione per le commedie americane, in cui la dose di dramma sia minima o assente e protagonista della storia sia una famiglia; eccezioni possibili sono le serie ambientate in ospedale e quelle con adolescenti statunitensi alle prese con interrogazioni, gravidanze indesiderate e tentativi di far parte della squadra di football del liceo. Una mamma per amica, Tutto in famiglia, Modern family sono tre esempi di telefilm-del-cuore: dialoghi brillanti, ironia pungente, zero motivi di ansia o paura; praticamente, il mio mondo ideale, in cui non esistono problemi che non possano essere risolti con una scanzonata discussione e un abbraccio.

In questi giorni, causa una breve permanenza a casa dei miei genitori per fungere da dama di compagnia per il meticcetto biondo méchato, sto sfruttando appieno le potenzialità dei canali satellitari e dei decoder di nuova generazione, in grado di stoppare, registrare e sezionare i programmi scelti. Ne è venuta fuori una allegra e un po’ straniante indigestione di serie tv, in cui decine di episodi si sono affastellati gli uni sugli altri; medici alle prese con sconosciute malattie tropicali si sono alternati con coppie di uomini genitori adottivi di bambine del sud-est asiatico, gruppi di ragazzi del Connecticut hanno lanciato a canestro mentre cheerleader californiane sgambettavano in cerchio, battute salaci sono state pronunciate da maturi produttori di armadi alla volta di giovani donne colombiane e trentenni con figlie adolescenti. In questo caos, sono stata in bilico tra l’assoluto spaesamento e la voglia di non pensare a nulla che non fosse risolvibile con una risata registrata o con un pugno di croccantini al pollo da propinare al quadrupede. Mentre battevo le mani saltellando di gioia all’idea di un ennesimo episodio – non avevo mai visto più di sei o sette puntate di seguito della stessa trasmissione – mi sono chiesta se non sia questo, in fondo, che cerco nel libro ideale che per ora non riesco proprio a trovare: buon umore, evasione, personaggi divertenti ma non stupidi né stancanti, una vicenda fatta di piccole storie, in sé piacevoli ma senza pretese, che si inanellano le une alle altre. Qualcosa di simile alla serie di Agnes browne, che ho trangugiato con gioia qualche mese fa, ma con più skateboard e meno tragedie, magari. Una collana, come quella del Club delle baby-sitter che leggevo da ragazzina – e che ho smesso di leggere per cause di forza maggiore, beninteso – ma con personaggi che abbiano più di tredici anni. Una serialità letteraria, dove possa trovare personaggi che mi facciano sentire tra amici, con cui trascorrere una serata gradevole. Sento che esiste, la serie-di-libri-ideale: chi me la suggerisce?

Non si può guardare la tv per molte ore senza mandar giù qualcosa di sfizioso: per esempio un frullato con banana, latte magro e un paio di cucchiaini di cacao. Sì, lo so, è una bomba di zuccheri e poco altro: ma tanto ci penserà il pelosetto a farmela smaltire, zampettando a passo di carica su e giù per il marciapiede anche sotto il diluvio.

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Open.

Ci sono libri con cui è amore a prima vista: li adocchi lì, sullo scaffale del supermercato, incastrati tra una confezione da tre barattoli di pelati e un pacco di farina ai cinque cereali, e subito noti il loro sguardo timido e ammiccante, quel certo non so che tra foto di copertina e titolo e numero di pagine e autore che ti fa allungare con sicurezza la mano, accomodare il nuovo amico sul seggiolino pieghevole del carrello e correre a casa in preda all’urgenza di leggere almeno qualche capitolo prima di cena. Poi ci sono i libri con cui non scatta nulla: li vedi spiaggiati accanto alla cassa dell’edicola-cartoleria, o tronfi e svettanti nella vetrina della libreria in centro, e pensi dentro di te no, uff, non fa per me, e porti via l’ennesimo giallo di Agatha Christie fresco di ristampa. Ecco, con questi libri qui, quelli non-da-amore-a-prima-vista, a volte nascono le storie migliori: quelle più meditate, più serie, più lunghe. Gomorra ha avuto questo destino: pensavo non fosse una storia adatta a me, temevo noia e raccapriccio e fastidio; poi l’ho sfogliato e mi sono innamorata: di Roberto Saviano, del suo modo di studiare e pensare e scrivere e vivere. Recentemente, qualcosa di simile è scattato tra me e Open di Andre Agassi; avevo visto moltissime volte il libro, e avevo sempre distolto lo sguardo dagli occhi acquosi da basset-hound in copertina. Lo avevo già giudicato, prima ancora di sfogliarlo: ero convinta che fosse un lungo e interminabile autoincensamento, preceduto da un piagnisteo sulla triste infanzia rovinata dal padre ossessivo. Poi, in una pausa di lettura, decisa a rompere la sequela di gialli, ché ormai il morto dell’uno me lo ritrovo tra i piedi dell’investigatore dell’altro, ho iniziato una cernita tra gli ebook annidati nel mio pc: ed ecco Open, regalo – insieme a molti altri – della Mate. Ho alzato le spalle, trasferito il testo sul kindle e mi sono accinta a leggerlo; non senza essermi promessa che se non mi piace lo mollo e basta. E invece, accidenti, che bel libro! Dolce, intenso, delicato, pieno di ritmo. Mi è piaciuto un sacco, a cominciare dal capitolo iniziale, Fine, in cui Agassi racconta un match fondamentale per la sua carriera, quello dal 2006 contro Marcos Baghdatis: e io quella partita la avevo vista, e me la ricordo, ed è stato stupendo leggere impressioni e commenti di chi la giocava: impressioni e commenti che mai, mai, avrei immaginato. Ecco, Open è tutto così: una catena di partite e tornei, di giorni lontano da casa e traversate oceaniche, un rosario di insoddisfazione e risentimento, amore e nostalgia, tenerezza e rabbia e terrore e disprezzo. Un libro potente, avvincente, davvero da leggere: una storia d’amore iniziata per caso e per questo ancor più sconvolgente. Ho sofferto con Agassi, ho stretto i denti quando era in difficoltà, ho pianto (davvero, eh) quando ha nominato il suo parrucchino, la sua paura di fallire, il suo sentirsi finito, incompreso, solo, umiliato, inutile. Ho sorriso per le sue soddisfazioni, e soprattutto ho scoperto dettagli sul tennis che non avrei conosciuto mai: e io, che amo il tennis e per anni ho tentato di non perdermi un match in tv, gli sono stata grata di avermi fatto conoscere Sampras, Connors, Chang e Nastase molto più di quanto avrei mai potuto fare.
È un gran bel libro, Open: per chi ama il tennis, ma anche per chi non ha idea di cosa sia un lob, né un ace, né un passante, né una volée di rovescio. E dire che Agassi non è mai stato il mio tennista preferito, anzi.
Nel suo libro, Agassi racconta di essere un fanatico del cibo da fast-food: e io, che lo capisco molto bene e ho sviluppato una dipendenza patologica da Mc Donald’s, mi sforzo di resistere; al limite, preparo in casa la mia versione del panino col pollo: cotoletta di pollo croccante, patatine fritte, una fetta di pane spalmata con ketchup, l’altra con maionese; e al bando i sensi di colpa, su!

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Cose che mi fanno star bene.

Un bicchiere di the freddo, preparato con cura certosina, facendo aromatizzare l’acqua con scorza di limone e una stecca di cannella e fettine di pesca ben matura e poi mettendo in infusione a freddo le bustine, e addolcendo, alla fine, con sciroppo di zucchero di canna. Un piatto di farfalle al salmone, saporito e pepato e piccantino e fragrante, condito da sorrisi e chiacchiere e calore e risate e improvvide richieste di far pipì, lì, subito. Una fetta di pizza croccante, una semplice focaccia con prosciutto e formaggio, un succo di frutta alla fragola. Un caffè macchiato, bevuto in piedi al bar sotto l’ufficio solo per ritagliarmi due minuti di pausa lontano dal pc.

Una telefonata, un messaggio, un invito. Un richiesta di vedersi, anche solo per mezz’ora o giù di lì.

Una buona notte di sonno, un risveglio sereno, percepire l’ansia che lentamente scivola via, come acqua tiepida nello scarico del lavandino mentre mi sciacquo i capelli. Un po’ di fiducia negli altri, la sensazione di potercela fare, dopotutto, e di poter delegare, ogni tanto. La sorpresa di una mano che all’improvviso si stringe, e lo splendido regalo di una carezza sulla guancia. La soddisfazione di aver strappato una risata di cuore, chissà come e perché, a una persona speciale.

Il fresco sui piedi, il sole che inonda la stanza; l’esplosione di uno scaldabagno nel momento più opportuno.

Trovare Ife ben sveglio e di buon umore, abbracciarlo di slancio, ricevere un complimento da lui, sei bellissima stasera, sei un dono del cielo. Mosca che si lascia carezzare senza ringhiare, Canepiccolo che mi morde con delicatezza, e il sorriso dolce e intenso di Ife che esplode nel momento in cui agito la mano, dall’estremità del marciapiede, e mi affretto a raggiungerlo.

Il mal di testa che si attenua. Un pezzo di pane caldo. Una passeggiata al parco, la domenica mattina.

Sentire suonare il campanello e correre alla porta e scoprire che una persona ha deciso di prestarmi due gialli, che probabilmente non mi piaceranno molto, ma magari invece sì, e comunque l’idea è stata dolce e inaspettata, e poi io adoro ricevere libri in prestito, e non avevo letto mai nulla di Ronan Bennett Zugzwang e Anne Perry, e Mossa obbligata e Il fiume mortale potrebbero anche essere due scoperte sorprendenti.

Qualcuno che mi chiede un consiglio, senza impegno. Poter chiedere un consiglio a qualcuno, senza impegno.

Trovare in tv una puntata di Una mamma per amica che non ricordo a memoria. Rileggere un vecchio libro, scoprendo tanti particolari che avevo dimenticato. Un qualsiasi episodio di Scrubs. Le cornici concentriche della Settimana Enigmistica. Sapere che presto uscirà un nuovo romanzo breve di Nick Hornby.

Continuare a coltivare, in maniera immotivata e astratta e svincolata dal reale, la speranza nel futuro.

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Smettetela.

Di gridare: soprattutto se avete meno di otto anni, abitate nell’appartamento accanto al mio, e sono le tre del pomeriggio di una domenica di luglio; ma anche se avete trent’anni o più, e volete imporre agli altri – fidanzata, amante, automobilista di passaggio, salumiere alle prese col taglio della mortadella – il vostro punto di vista, anche se a loro risulta incomprensibile o sciocco o inaccettabile. A qualsiasi età e ovunque abitiate, se volete farvi capire da un cane senza mandarlo inutilmente su di giri. A qualsiasi età e ovunque abitiate, se volete farvi capire.
Di votare senza cognizione di causa, per provocazione o per rabbia o per ignoranza o per lanciare un segnale, perché non avete sfogliato un giornale o vi siete lasciati convincere da un vaffanculo gridato più forte o da un post più figo su Facebook. Di votare e lagnarvi, di non votare, di non votare e lagnarvi, di non votare e lagnarvi di chi ha votato male. Di farvi eleggere senza un vero progetto, solo per brama di soldi potere e fascino o per semplice incoscienza. Di lavorare senza preparazione, senza cura, senza amore, di lavorare male, di fingere di lavorare, di non permettere agli altri di lavorare.
Di scrivere male, di parlare male, di pensare male; di scrivere senza conoscere le regole base della sintassi, con l’arroganza e l’urgenza espressiva e la facilità alla lallazione e alla coprolalia di un bambino di tre anni; di parlare con violenza e astio e mancanza di rispetto, per slogan o per frasi fatte o per espressioni altrui, copiate da personaggi gialli di cartoni animati americani o da sgradevoli conduttori di programmi tv; di pensare per stereotipi, di escludere dalla vostra condotta la flessibilità e la potenzialità di cambiare idea, di credervi depositari universali della morale e detentori del potere di imporla a chiunque vi circondi.
Di fotografare posaceneri, scarpe e tazze da the; di ascoltare la stessa musica, di guardare gli stessi film, di copiare le stesse citazioni sui social network, di rimpallare da bacheca a bacheca foto di mimose l’8 marzo e gattini col cappello da Babbo Natale a dicembre e pulcini che sgusciano fuori da uova di cioccolato a Pasqua; di rimpiangere Chavez, Berlinguer, i Beatles prima-di-Yoko-Ono, Augusto Daolio o Toro Seduto senza conoscere bene nessuno di loro. Di affermare di aver letto e apprezzato la Divina Commedia, l’Odissea e Don Chisciotte quando ne avete adocchiato solo qualche terzina o sbocconcellato un paio di frasi. Di non leggere, di fingere di leggere, di darvi arie da lettori. Di scaricare musica, film e serie tv, in maniera compulsiva e onnivora, solo perché sono gratis.

Di non ascoltare, di non vedere, di far finta di nulla; di ignorare tutto ciò che meriterebbe un commento o un litigio, di posticipare i pensieri complessi e scansare i discorsi faticosi. Di non voler capire.

Per farmi perdonare l’assenza della scorsa settimana (di cui si è accorta solo una persona, ma), idea-aperitivo semplicissima: pomodori secchi – di cui sono golosissima – frullati con dell’ottimo olio d’oliva, una goccia di acqua ben fredda e una punta di peperoncino; la crema, spalmata su una fetta di pane casereccio abbrustolita, è deliziosa accompagnata da olive verdi e formaggio di pecora semi-stagionato. Quanto al libro della settimana, sono impantanata da giorni su Amabili resti di Alice Sebold: caso letterario di un paio di anni fa, mi sta sembrando inutilmente prolisso.

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L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte (per citare a sproposito un libro del Che)

A 57 ore dalla fine del 2012, è il momento dei bilanci – oltre che degli oroscopi, delle ricette per il cenone e dei cartoni animati disney in prima serata. È il momento dei consuntivi e dei buoni propositi, delle riviste piene di articoli sugli eventi fondamentali dell’anno appena trascorso – che so, l’annuncio della gravidanza di William-e-Kate – e degli inviti dell’ultimo momento per la notte di san Silvestro. È anche il momento, come da tradizione, della fatidica domanda: che anno è stato, per voi, il 2012? Per me, è stato essenzialmente un anno stancante. Spesso frustrante, a volte soffocante, quasi sempre complicato. Un anno che, a conti fatti, è trascorso rapidamente, a strappi e scatti e balzi: fino a ieri era marzo, e tutt’a un tratto era estate, e poi era ottobre, e adesso è dicembre. 365 giorni in cui mi è sembrato di non riuscire mai a tirare il fiato: un anno trascorso di guardia su una torretta o accoccolata in una trincea, senza mai sedermi, senza mai riposarmi, senza mai mollare. È stato l’anno della morte di Lucio Dalla, dell’inter che non riesce più a vincere, del viaggio a Parigi e dell’estate torrida che non finiva mai, l’anno delle olimpiadi che ho seguito meno da Seul 1988 e degli infortuni di Nadal. L’anno di È stato il figlio al cinema, della prima volta che ho visto Via col vento, un anno di grandi e belle soddisfazioni vicarie e di poche soddisfazioni personali. Un anno in cui ho votato, tra sindaci e primarie e presidenti di regione, molte troppe volte, un anno di pochi bei libri e di troppa stanchezza e rumore mentale e confusione e tensione per riuscire a leggere bene. L’anno di Elena Ferrante e Giampaolo Simi, del riso indiano con i gamberi, di tutti i libri di Nick Hornby, delle responsabilità e della paura di non farcela, della perenne sensazione di fallimento. L’anno in cui ho capito che pensare di cambiare non basta per farlo davvero, e che ci sono troppe cose che ancora mi inchiodano a terra, e che ci vorrà molto tempo per riuscire a scalciarle via. Un anno di incomprensioni e sensi di colpa, di brutte parole e brutte frasi e brutti sguardi, di silenzi pesanti, di rapporti rotti che difficilmente si ripareranno. È stato l’anno dei Maya e della signora che ma come, non avete paura della fine del mondo, dei banchetti di libri al caldo e al freddo, della seconda edizione del festival e della chitarra di Cisco. L’anno delle conferme, dopo quello esplosivo e pirotecnico che lo ha preceduto. Un anno di maturità e di impegno, di calcoli e progetti, di poche uscite e pochi amici. Un anno non brutto, in definitiva: propedeutico ma istruttivo, faticoso ma utile, avvilente ma non tragico. L’anno in cui ho avuto più bisogno di qualcuno che mi dicesse non è stata colpa tua, sei stata brava, anche se.
Del 2012 salvo i record sorridenti di Bolt e Rudisha, Saviano in tv e il primo splendido balletto della mia vita, butto giù il ritorno di b. in politica, la crisi interminabile, la juve che ha ripreso a comprare le partite. Salvo la cucina in televisione, butto giù la troppa cucina in televisione. Salvo le primarie dell’impegno e la libertà che è partecipazione, butto giù Grillo e i grillini, i vegani da social network e gli sputasentenze feisbucchiani. Salvo una laurea annunciata e sperata e che sembrava irraggiungibile e invece era lì, bella e possibile, e poi la nascita di Pagnottino e i nonni non-più-ottuagenari, butto giù le frasi inutili, gli appuntamenti non rispettati, il maschilismo, la mancanza di rispetto.

Anche quest’anno, ne approfitto per gli auguri: che il 2013 sia leggero ma non vacuo, impegnativo ma non frustrante, bello ma non troppo: ché il troppo, si sa, non fa mai bene.

 

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Odio.

I programmi finto-satirici delle reti mediaset, che simulano la critica al sistema facendo battute sulla suocera impicciona. Chi li vede, ci casca, ci crede, li decanta. I manga, in tutte le loro declinazioni. L’aka. Il politicamente corretto. Il politicamente scorretto. Il buonismo violento. Il cinismo inutile e ammiccante. Tutti quelli che non-sono-come-gli-altri. Tutti quelli che sono-troppo-buono-e-gli-altri-non-lo-meritano. Tutti quelli che io-sono-fatto-così, prendere-o-lasciare. Gli Afterhours. I radiohead. I Verdena. Il pubblico degli Afterhours. Il pubblico dei Radiohead. Il pubblico dei Verdena. Il pubblico dei 99 Posse e dei Modena City Ramblers – ma loro no, eh.

Quelli che: Tutte le opinioni sono valide. Gli onnivori sono mangiacadaveri. Se hai cervello vai in bicicletta, peccato per chi non ha le gambe per farlo. Non guardo mai la tv. Da bambina non giocavo con le Barbie. Sai che fino a qualche anno fa avevo i capelli molto più lunghi dei tuoi? Ma come mai non hai fatto il medico? I froci fanno schifo. Vado al Pride perché è divertente e mi vesto da sposina dark. Non ascolterei mai una canzone neomelodica. Scarico i film prima ancora che escano al cinema. L’arte di regime non è arte. Non vedrei mai un film di Tarkovskij. Vedo solo film di Tarkovskij. A dipingere come Miró sono in grado tutti. Sono un grandissimo fotografo/batterista/poeta/illustratore, ma nessuno lo sa perché non ho gli agganci giusti. In Italia è inutile laurearsi, tanto lavori solo se sei raccomandato. I politici sono tutti ladri. Destra e sinistra sono uguali e per questo non voto. Se sei figlio di un primario non sarai mai senza il posto fisso.

I film di Tarantino, quelli di Tim Burton, quelli in cui c’è Johnny Depp. Quelli in cui la Buy o la Morante interpretano la parte dell’isterica (ma ne hanno girato altri?). Quelli che Chuck-Palahniuk-è-favoloso, ma hanno solo visto il film di Fight Club. I cartoni animati, specie se al cinema. Hayao Miyazaki. Vinicio Capossela. Mannarino. Dente. Capovilla. La capoeria. Il pilates. David Lynch. Le citazioni di Bukowski su Facebook. Le persone che citano Bukowski su Facebook per sentirsi trasgressive e gggiovani. I tatuaggi. I Simpson.

Quelli che: Twitter è molto meglio di Facebook. Uso solo oggetti Apple. Il rugby non è uno sport violento. Le ballerine sono comodissime. Gli scout sono aperti e tolleranti. La polizia ci protegge. La polizia fa schifo. I bambini sono angeli. Solo una mamma lo sa. Se non hai figli sei una cattiva persona. Palermo/la Sicilia/l’Italia mi fanno ribrezzo, sono la patria di ogni possibile nefandezza. Vado a Berlino/Tokyo/Mosca dove si sta molto meglio, peccato che non ci sia mai stato. Sono cattolico ma critico, quindi faccio come voglio e giudico gli altri, e il posto in paradiso è assicurato lo stesso. Mi lamento della crisi e compro l’iPhone. In Cina i ginnasti sono maltrattati. I cinesi mangiano i cani e li odio per questo. Ho il Mac anche se lo uso solo per collegarmi a internet. Sono vegano e lo comunico a tutti e mi sento in diritto di criticare chiunque mangi carne. Mi ubriaco e ne parlo sempre e mi sento fa-vo-lo-so per questo. Lettere è una facoltà facile. Ti sei laureata in tempo perché hai scelto una facoltà stupida. Perché non ti tagli i capelli? Perché non togli il guinzaglio al cane? I gialli sono libri di serie b.

L’elenco è non-esaustivo e assolutamente arbitrario e opinabile. Mi scuso se qualcuno si sentirà ferito. Prego, astenetevi dal tentare di convincermi che qualcuna delle voci citate sia degna di stima e ammirazione: probabilmente, anzi, sicuramente, lo è; ma non per me. O almeno, non per me, oggi.

 

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C’è caldo? Davvero?

Un tempo, d’estate faceva caldo. Era abbastanza normale, e sapevamo tutti come comportarci, senza bisogno di essere istruiti da qualche abbronzatissimo commentatore televisivo; si andava a mare e si stava all’ombra, o in acqua. Si cercava di uscire di casa solo nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, si beveva molto, si mangiava poco, ci si vestiva con abiti leggeri e freschi, si sorbivano gelati, si succhiavano ghiaccioli. Ogni tanto c’erano giornate di scirocco: si apriva la porta di casa e una vampata calda colpiva il viso, il cielo era beigiolino e sulle auto si formavano depositi di sabbia. Dopo un paio di giorni si tornava al banale caldo estivo, logico, consueto, atteso. Niente di strano, nulla da eccepire. Adesso sembra che questa ovvia considerazione – d’estate c’è caldo – non basti: e allora via con bolle di calore e anticicloni sub-sahariani dai nomi di personaggi della Divina Commedia. In attesa di Ciacco, Pier delle Vigne e Brunetto Latini, la maggior parte dei siciliani trascorre le torride giornate estive intenta in una salutare attività: cucinare cibi che richiedano una lunga e faticosa cottura. Tra caponate e bottiglie di salsa di pomodoro per l’inverno, non c’è molto da scialare; se sia più gradevole e salubre friggere chili di melanzane o far peppiare litri di sugo di pomodoro mentre fuori la temperatura supera abbondantemente i 30 gradi è una scelta individuale. Personalmente, mi riproporrò di non cedere e poi mi ritroverò puntualmente ad arriminare grosse pentole odorose di basilico, in bilico tra il piacere di scottarmi la lunga con la salsa appena passata e la disperazione di grondare sudore in una piccola cucina stipata di bottiglie da riempire. Per la caponata, la ricetta è semplice e d’effetto. Prendete una grossa melanzana, tagliatela a dadini, metteteli a spurgare con del sale su un colapasta, coperti. Asciugateli con un canovaccio pulito e – qui viene il bello – friggeteli in olio profondo, pochi per volta. A parte fate bollire olive verdi snocciolate e tagliate, una grossa cipolla bianca affettata grossolanamente, una manciata di capperi dissalati, un gambo di sedano. Quando sono cotti, fateli scolare e poi versateli in un tegame dove aggiungerete la salsa di pomodoro e le melanzane. Fate cuocere per un quarto d’ora, inserite l’agrodolce (un bicchiere di aceto bianco e pari quantità di zucchero, regolate a gusto), fate incorporare bene e servite freddo. E che i commensali vi ringrazino, dopo la fatica che avete fatto.
Preparare la salsa di pomodoro per l’inverno – ‘i buttigghie – è un’attività complicata che richiede giorni di intenso lavoro. Prima di tutto, bisogna trovare un fruttivendolo di fiducia e commissionargli almeno una cassa di pomodoro – riccio, si dice qui – di ottima qualità; e poi basilico e cipolle bianche in proporzione. Poi si deve pulire e spiricuddare l’intero carico di pomodori, che andranno cotti, tagliati a metà o a quarti, insieme alle cipolle a grossi pezzi e al basilico; secondo una nota trasmissione televisiva di raiuno con la conduttrice simile a una angelo di Melozzo da Forlì, il basilico cotto è velenoso: se fosse vero, la popolazione palermitana sarebbe stata sterminata da secoli. Intanto le bottiglie – da birra, meglio se di vetro marrone, ben pulite – vanno sterilizzate in forno o al sole. A cottura ultimata, la salsa va passata, fatta restringere e poi imbottigliata. Le bottiglie, tappate con apposito apparecchio e tappi a corona, vanno fatte raffreddare, molto lentamente, sotto una coperta. Sarete sfiniti dalla stanchezza, la cucina sarà un luogo disastrato, ma potrete sentire il profumo dell’estate per tutto l’anno: la fatica sarà pienamente ripagata.
Una tipica lettura da estate sono i gialli. In questi giorni sono stremata dal tentativo di portare a termine Di seta e di sangue di Qiu Xialong: 400 lentissime pagine ambientate nella Cina odierna; un interessante spaccato di una realtà che conosciamo molto poco, ma, dopo 100 pagine di ripetizione ossessiva dello stesso concetto, sono pronta ad abbandonarlo su una panchina.
Il post di oggi è dedicato a una canuccia color pavimento in cotto, che per ora non sta bene, ma presto lo farà.

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Quello che (non) ho

Lunedì Roberto Saviano torna in tv. Sono davvero molto contenta – saltello sulle punte e batto le mani metre il semi-labrador mi guarda con fastidio, perso nella sua caccia alla cagnolina-in-calore che gli toglie il sonno: mi piace un bel po’, Saviano, mi piace il suo modo imbarazzato e fuori-posto di stare davanti alla telecamera, mi piace come oscilla e barcolla e si agita ed esce fuori quadro, mi piace quando sembra cercare parole e non trovarle e un attimo prima che io mi disperi le snocciola con delicata sicurezza, con calma venata di strizza da scampato pericolo. Mi piace quando si gratta la zucca, quando guarda dritto attraverso lo schermo, mi piacciono i pantaloni beige o ocra che indossa, mi piacciono le sue parole, le sue idee, la sua precisione, lo studio meticoloso degli argomenti. Mi ricorda un po’ Sofri, nel modo di scrivere, la ricerca esasperata della parola giusta che in Adriano sembra venire da sé, senza fatica o applicazione o lavoro, mentre in Saviano sembra costare sempre un po’ di più, una goccia di sudore, una manciata di secondi di terrore. Mi piace la sua cadenza e l’umiltà genuina con cui ha detto che no, se avesse saputo a cosa andava incontro non avrebbe certo scritto Gomorra, scherziamo. Mi piace la rabbia nel non voler essere vittima, nel non farsi issare su un altare, nel rifiutarsi di diventare un martire. Qualche giorno fa ho avuto modo di parlare con Giorgio Di Vita, uno scrittore, un uomo squisito e un compagno di Peppino Impastato a Radio Aut. Ho ingollato con stupore e piacere ogni sua parola, ma sono rimasta molto perplessa quando ha detto che, per lui, Peppino poteva essere paragonato a Gesù. Una similitudine tirata all’estremo, chiaro, ma, secondo me, anche poco reale: ché non sono convinta che Impastato abbia mai pensato che la sua vita sarebbe stata sacrificata per un bene più grande. Non che reputi Impastato un imprudente, ma immagino che in lui ci fosse quella scintilla di non succederà niente, me la caverò che si legge in ogni riga del Diario in Bolivia: quella che tiene in piedi ogni rivoluzionario, e non ne fa un dio a cui consacrarsi ma un esempio concreto, vivo.
So molto poco del programma che Saviano condurrà lunedì, martedì e mercoledì: solo che ci sarà quel re del buonismo che è Fazio, che sarà su La7 e che si parlerà di parole; nello specifico, di una parola che, per ognuno di noi, ha un significato speciale. Ho provato a pensarci, allora: qual è la mia parola? Ecco, forse è guinzaglio. Quando il semi-labrador è venuto ad abitare sui piedi del mio letto era un cucciolo nero malmesso e mordacchioso. Aveva una ferita sulla testa, zampette storte e una moltitudine di vermi a rosicchiargli l’intestino. Alla notizia del suo imminente arrivo ero andata in un negozio di articoli per quattrozampe e avevo messo insieme un corredo invidiabile: ciotole di plastica, una cuccia morbida con disegni di zampette bianche e blu che non ha mai usato e che è stata subito relegata a cesta dei giochi, cuscini, una lilli disney in gomma, palline ossi giocattoli di corda di svariate fogge e modelli e colori e consistenze. E poi un collare rosso con medaglietta e uno splendido guinzaglio con cui sognavo di portarlo a fare lunghe passeggiate. In realtà, sono passate intere settimane prima che lo potessi portare fuori per la prima volta: doveva essere sverminato e fare una lunga cura antibiotica prima di procedere ai vaccini. Pensavo che non avrei mai avuto occasione di usare il guinzaglio, che non avremmo mai fatto il giro del quartiere insieme, con passo regale e ben cadenzato. Molti giorni (e molte pipì nella cassetta con la lettiera) dopo siamo riusciti ad uscire, e ho avuto modo di scoprire che, tra le innumerevoli abilità della piccola peste, non era contemplata quella di camminare al passo. Il guinzaglio è diventato il suo modo di portarmi fuori, trascinandomi tra siepi di oleandro e cespugli di rosa canina, facendomi dare capocciate ai rami bassi del falso pepe e facendomi planare con leggiadria addosso ai proprietari delle cagnoline con cui aveva deciso di fidanzarsi. Col tempo, ho scoperto anche che quel guinzaglio, con moschettone standard, non era sufficiente per trattenerlo: dopo essermi trovata con l’inutile oggetto in mano e lui a due metri da me che mi guardava perplesso ho dedotto che be’, ecco, un moschettone da rocciatore con tenuta 80 kg non sarebbe stato eccessivo. Il guinzaglio è la mia mano che, come quella di un adulto responsabile, stringe la sua di bambino irrequieto; è il mio strumento per portarlo fuori, per correre al suo fianco, per vedere la sua espressione felice, per garantire la sua sicurezza, per non farlo andare troppo lontano da me. Per questo ogni sera, prima di andare a letto, l’ultima cosa che faccio è controllare il guinzaglio: perché il giorno dopo sia pronto per lui.
E la vostra parola del cuore, qual è?

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Come se non ci riguardasse, come se fosse altro da noi

Ci sono date che fanno parte stabilmente dell’immaginario collettivo; ci sono commemorazioni che nessuno dimentica: se il 27 gennaio, giorno della memoria, non metti almeno una candela sulla tua bacheca Fb verrai tacciato di antisemitismo e costretto alla gogna mediatica. Per giorni la televisione trasmetterà film melensi o retorici o semplicemente noiosi sulla Shoa, e sulle pagine dei social network verranno consigliati libri che parlano di bambini con il pigiama a righe, Hitler che ruba coniglietti e simili. Un senso di colpa collettivo ci spegnerà il sorriso, soffocherà l’ironia, ci farà sentire in dovere di mostrarci tristi, o almeno seri e compunti, come al funerale di un vicino di casa con cui hai scambiato a stento poche parole. Ieri ricorreva il ventennale dell’inizio dell’assedio di Sarajevo: un disgustoso silenzio lo ha accompagnato. Sui giornali la notizia è comparsa in sordina, su Fb è passata praticamente inosservata. Oltre al mio profilo personale, sono co-admin di una pagina molto frequentata, che conta qualche migliaio di adepti e un buon centinaio di persone che commentano giornalmente: ho postato il video di Vedran Smailovitch che suona l’adagio di Albinoni tra le macerie fumanti della biblioteca di Sarajevo, e nessuno – nessuno! – ha pensato di sprecare un mi piace. Perché?
Senza polemiche, senza intenti accusatori o persecutori, mi piacerebbe sapere perché, perché di una guerra che abbiamo avuto, per quasi quattro anni, dietro la porta di casa, non importi nulla a nessuno. Perché gli abitanti di Sarajevo non meritano, se non un briciolo di pietà, neanche pochi secondi di attenzione? 11.000 morti, 50.000 feriti di cui l’85% civili, una migrazione epocale, un ributtante esempio di pulizia etnica e nessuno che senta la necessità di sprecare una parola. L’assedio più lungo della storia moderna si è perpetrato nel cuore dell’Europa, nel disinteresse degli esportatori di democrazia, nella colpevole insipienza dei caschi blu; e oggi, vent’anni dopo, gli abitanti di Sarajevo ricordano il massacro che li ha colpiti mentre il resto d’Europa pensa ad altro, a Bossi, alla crisi greca, a Cassano che forse torna in campo, alla via Crucis del Papa al Colosseo. Perché? I bosgnacchi sono meno degni di attenzione degli ebrei sterminati dal nazi-fascismo? Forse è l’immotivato disprezzo collettivo per le genti slave, che bolla chiunque, dalla Slovenia alla Russia, come ‘zingaro’, con tono di velato disgusto? È la sensazione che si siano uccisi ‘ra loro, in una guerra fratricida e quindi meno grave, a distogliere l’attenzione? C’è troppo poca distanza storica? C’è solo disinteresse, menefreghismo, l’idea che sia meglio non ricordare pagine così disgustose? Certo, i cittadini musulmani di una città dei Balcani non potevano competere, come stirpe eletta, con gli unti del Signore. Cos’è che ci fa tacere? La sensazione di essere tutti un po’ colpevoli? Di non aver fatto abbastanza? Di non aver difeso una città inerme, di non aver gridato allo scandalo? Di non aver mandato pacchi di cibo e vestiti e batterie e radioline, di non aver pregato, di non aver pensato? Non ricordate i convogli di bambini lacrimosi e sporchi di moccio che raggiungevano l’Italia? Le trasmissioni radiofoniche in serbo-croato, su Radio Due? Le immagini oscene di una città spolpata masticata vomitata con i suoi abitanti, con i suoi alberi, la sua storia, la cultura, i libri e la musica e i mercati? Vi siete dimenticati la biblioteca in fiamme, le granate che colpivano i palazzi, l’orrenda carezza di Mladic al bambino di Sebrenica? Dove eravamo, come abbiamo fatto a permetterlo? Dovremmo almeno ricordare: per dignità, per senso morale, per impedire che accada di nuovo.

Quando si parla di assedio di Sarajevo, mi vengono in mente tre libri; il primo è Venuto al mondo della Mazzantini, romanzo che ho detestato ma che ha il merito di essere ambientato nella Sarajevo prostrata dai bombardamenti cetnici. Il secondo è Lo specchio di Sarajevo di Adriano Sofri, una antologia degli articoli scritti per l’Unità, il Manifesto e Cuore mentre si trovava in quella che definisce una prigione a cielo aperto. Non riesco a trovarlo, anche se Sellerio dovrebbe averlo ristampato da poco, ma ho letto molti degli articoli che lo compongono, e lo sguardo lucido e dolente di Sofri aiuta a chiarire molto di quel periodo oscuro. L’ultimo è un libro per ragazzi, che ho letto appena uscito, con la guerra ancora in corso: ero bambina, non capivo, volevo sapere, è stato illuminante. Si chiama Diario di Zlata, è il diario di una moderna e meno sfortunata Anna Frank nell’inferno di Sarajevo. Se ancora si trova in catalogo, ma temo di no, vista la sua evidente natura di istant book, provate a leggerlo; mi ha dato la stessa orrenda sensazione di Persepolis di Marjane Satrapi: l’idea di un massacro che avviene a pochi passi da noi, che non ci interessa, che bolliamo come ‘fatti loro’. Come se se la fossero cercata, come se fosse parte del loro dna. Come se non ci riguardasse, come se fosse altro da noi.

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A modo mio avrei bisogno di carezze anch’io

A me Lucio Dalla è sempre piaciuto. Da quando, poco più che treenne, dichiarai il mio amore per le sue canzoni – Se io fossi un angelo è la prima canzone in assoluto di cui ho imparato tutte le parole – ho continuato a comprare, in maniera saltuaria e discontinua e affezionata, i suo album. Ho riso e schioccato le dita a tempo con Disperato erotico stomp, mi sono commossa con Anna e Marco, ho digrignato i denti sentendo Caruso, che non mi piace e che lui, in un’intervista, dichiarò di non sopportare più. Ho adorato Canzone, e Ayrton, e quel capolavoro di insensata dolcezza che è Tu non mi basti mai. Per me la canzone del capodanno non può essere che L’anno che verrà, e quando ho preso la patente la nonna mi ha cantato Nuvolari per un mese di seguito, ogni giorno, per incoraggiarmi. Ho avuto molta paura, ancora bambina ma non troppo, quando è uscito un album, Cambio, la cui prima canzone si chiamava Attenti al lupo: e non volevo sentirla, temevo che fosse cruenta o angosciante, e poi ho visto il video e lui rideva e ballava e scuoteva la testa e sembrava felice. Quando sono stata a Berlino, ho sopportato uno zio che mi ha chiesto, per l’intera estate, se ci fossi andata con Bonetti; sul mio diario di scuola, alla pagina del quattro marzo, c’è sempre stato il testo di 4/3/1943. Nel mio tema di maturità ho citato a memoria Piazza grande, senza sbagliare una parola.
Due giorni fa ero bloccata nel traffico, in una mattina palermitana calda e assolata di quasi-primavera, e c’era un corteo di lavoratori, e io fremevo e suonavo il clacson e bisbigliavo improperi – ai danni dei vigili, sia chiaro, non dei manifestanti – e a un tratto mi è arrivato un messaggino con scritto solo è morto Lucio Dalla. Ho pianto per tutta la strada, mentre la radio trasmetteva Cara, e Futura, e La sera dei miracoli. Perché a me Lucio Dalla è sempre piaciuto, perché ho sempre pensato che fosse un genio poco compreso, perché la sua voce mi ha sempre fatto commuovere, perché mi sembrava che tristezza e nostalgia e dolcezza si nascondessero sempre dietro quelle parole eccentriche e trasgressive, dietro quei raffinati toni jazz. Forse anche perché la sua musica è stata la colonna sonora di una parte considerevole della mia vita.

Come sempre, alla morte di un personaggio pubblico, il popolo dei social network si è scatenato; con dediche e immagini un po’ kitch, di solito: ma questa volta, solo con le sue canzoni, e spesso anche le più belle. Ho letto anche gli scampoli di una sterile polemica riassunta nel grido di battaglia ‘non osannate da morto chi non avete postato da vivo’, opinabile in se stessa, ché quando morirà, per dire, Napolitano, metterò sicuramente una sua foto, anche se di solito non pubblico le sue citazioni, e soprattutto in questo caso: perché Lucio Dalla, che lo si voglia ammattere o no, è stato una delle voci dell’Italia degli anni Ottanta e Novanta. A volte il troppo cinismo fa male: soprattutto quando è immotivato.

Aggiungo, a voler mettere le mani avanti, che mi piacciono molto anche Zucchero e Guccini: e quando moriranno, Diavolo in me e L’avvelenata ve le beccherete, non si scappa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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