Figuracce.

Da qualche mese a questa parte, leggo molto poco; ho difficoltà a concentrarmi, mi smarrisco, perdo il filo, nicchio e sbuffo e mi arrabbio e finisco per rileggere qualcosa che conosco molto bene, che mi conforti con la sua prevedibilità e non richieda troppa attenzione, troppa cura, troppa fatica da parte mia. Quindi, dopo un’estate trascorsa tra cani di terracotta e gite a Tindari, serpenti che saltano fuori dai cassetti e delitti sul Nilo, il senso di colpa mi ha costretta a prendere provvedimenti; mi sono sforzata, dunque, di leggere qualcosa di nuovo: magari una raccolta di racconti, di per sé più agevole da mandar giù di un romanzone tutto nomi, date e descrizioni. Il libro adatto mi si è subito palesato davanti: Figuracce, volumotto dalla copertina bianca pubblicato da Einaudi a cura di Niccolò Ammaniti, che raccoglie racconti non brevissimi di autori che, in massima parte, non mi dispiacciono. Il fatto che il primo testo inserito fosse quello di Francesco Piccolo ha contribuito a punzecchiare la mia curiosità: al grido di che non si dica che Piccolo ha scritto qualcosa che io non ho letto!, mi sono accinta all’impressa. Mmmh.

Figuracce inizia con un’interessante prefazione di Ammaniti, così gradevole e divertente da sembrare un raccontino a sé. Poi la palla passa a Piccolo, e lì sono applausi a scena aperta: pensare a uno dei miei autori del cuore, adolescente ingoffito e umiliato dall’acne, mi ha intenerita un sacco. Da lì, inspiegabilmente, la musica cambia e, per dirla con mia madre, si sfascia l’acqua: e se il racconto di Elena Stancanelli è leggibile, anche se grandemente inutile, quello di Emanuele Trevi è esasperante, quello di Paolo Giordano è insulso – e la figuraccia, poi, qual è? -, quello di Antonio Pascale è slegato, quello di Diego De Silva scontato. Un discorso a parte meritano il racconto di Christian Raimo, interminabile ma col pregio di mostrare da vicino un po’ degli scrittorifighi italiani e statunitensi dei tardi anni Novanta e di raccontare una vera, reale, indiscutibile figuraccia, e quello di Ammaniti, che chiude la raccolta con una svolta grottesca e non-realistica che a me non fa impazzire, ma almeno esce un po’ dal seminato, dal già visto, già letto, già sentito, già vissuto.
Ho impiegato moltissimo, troppo tempo a finire il libro: dieci giorni in cui ho faticato, leggiucchiato altro, pensato di abbandonare il volumetto su una panchina al parco; mi sono sforzata di completare la lettura: e sicuramente una parte del malanimo che sento di covare nei confronti di questo libro è tutta mia, nasce dal mio nervosismo e dalla mia scarsa propensione attuale alla lettura, ma l’impressione generale, come purtroppo mi è capitato per moltissime raccolte di racconti di autori vari e in varia misura famosi e decantati, è quella dell’operazione commerciale fine a se stessa. In questo caso particolare, poi, si unisce un’altra sensazione sgradevole: quella degli artisti che se la cantano e se la suonano, divertendosi e facendosi l’occhiolino l’un l’altro, citandosi nei rispettivi racconti e facendo la ruota come pavoni, incuranti del fatto che ci siamo pure noi, i lettori, che vorremmo ridere e battere i piedi a terra, e non sbuffare e grattarci la fronte sentendo Paolo Giordano che parla della sua auto.

Non sono vegetariana né vegana, ma ho provato una maionese cruelty-free davvero deliziosa, e adesso non posso più stare senza. Con il frullatore a immersione vanno amalgamati latte di soia, olio di semi, un pizzico di sale e del succo di limone: l’olio di semi deve essere circa il doppio del latte di soia. Ingolosita con una spruzzata di paprica dolce è davvero ottima!

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Cose che mi annoiano.

Lavarmi i capelli. Asciugarmi i capelli. Non avere un libro da tenere sulle ginocchia mentre mi asciugo i capelli. I nodi nei capelli. Chi mi chiede per quale motivo non mi taglio i capelli. Tutti quelli che discutono di pettinature e tagli di capelli.

Dovermi giustificare per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto. Dovermi sentire in colpa per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto. Dover trovare motivazioni valide, spiegazioni comprensibili, scuse accettabili per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto.

Essere costretta a mentire. Non sentirmi capita. Chiedere scusa molte volte al giorno. Continuare a fare cose che mi costringono a chiedere scusa molte volte al giorno.

Chi mi parla mentre tento di concentrarmi su qualcosa. Chi mi costringe a tacere. Chi mi risponde male. Chi mi risponde male senza motivo. Chi mi chiede favori rognosi. Chi mi critica perché ho fatto un favore a qualcuno. Chi rifiuta di farmi un favore.

La Formula 1. Gli sport di squadra, ad eccezione della ginnastica artistica a squadre. I fumetti. I cruciverba troppo difficili o quelli in cui l’enigmista si è divertito a incrociare i nomi dei personaggi del Mahābhārata con quelli delle spezie che compongono il curry tipico del Kerala. I concerti, quando cantante e chitarrista si lanciano in apocalittici virtuosismi sogghignando e guardandosi in faccia e sembra che si stiano divertendo solo loro.

Guidare nel traffico. Nando che mi sveglia abbaiando alle sei. Non trovare al supermercato l’impasto per focaccia che desideravo tanto. Mio nonno che ripete per l’ennesima volta il racconto del suo concorso alle Ferrovie. Pensare che tra qualche anno avrò dimenticato la storia del concorso alle Ferrovie di mio nonno.

La maggior parte delle canzoni che sento alla radio. La maggior parte dei programmi televisivi. Che non sia ancora ricominciato Il ruggito del coniglio, ma che sia finito Techetechete’. I libri sciocchi, insulsi o ruffiani. La sensazione che molti libri siano stati scritti solo per far piacere all’editore. La sensazione che molti libri siano stati pubblicati solo per far piacere all’autore. La sensazione che in questi casi il lettore sia la persona meno considerata.

Il posteggiatore che mi smoccola dietro per due isolati per ottenere una moneta che non ho intenzione di dargli. Il caos del venerdì sera in centro. I gestori di locai del centro.

Sentire due persone cantare e pensare a quanto sarebbe piaciuto a Ife stare seduto al tavolo con noi.

In un periodo di letture svogliate e poco attente, sto provando a terminare Figuracce, antologia di racconti di autori italiani fighi o presunti tali. L’ho iniziato perché il primo racconto lo ha scritto Francesco Piccolo, e non è niente male. Gli altri, finora, mi hanno lasciata un po’ tiepida. Vedremo come si conclude.

 

 

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L’Homo Mondellianus non va a mare.

 

Mondello, la ridente borgata marinara posta ai piedi di Monte Pellegrino, propaggine estrema della città di Palermo, è popolata da una specie umana con caratteristiche proprie: l’Homo Mondellianus.

L’Homo Mondellianus è molto diverso dall’Homo Panormitanus. Vive nel suo quartiere, da cui tende a non uscire, se non per gravi e improcrastinabili motivi; questi vanno accuratamente vagliati e, in ogni caso, sono sempre giudicati insoddisfacenti rispetto alla prospettiva di allontanarsi dal suolo natìo. La tipica espressione avant’ieri me frati scinnìu in Palermu, da pronunciarsi con accompagnamento di evidenti ammiccamenti ed eloquenti gesti delle mani, sottolinea l’intrinseca assurdità della scelta: che motivo ci può mai essere per prendere l’auto e varcare il sacro confine di via Saline?

L’Homo Mondellianus, sebbene viva in una borgata marinara, non va mai a mare. La spiaggia, si sa, è il regno incontrastato degli Homines Panormitani: da loro l’Homo Mondellianus si tiene alla larga; a volte, la Mulier Mondelliana si reca al mare: ma ci va rigorosamente di giorno feriale, meglio se di lunedì, e non più tardi delle 9. Alle 11 è già a casa: o meglio, è sulla soglia di casa, in copricostume e ciabattine infradito, e commenta con le vicine quanto sia stata faticosa e spossante l’impresa.

L’Homo Mondellianus mette in atto tipici comportamenti propri degli abitanti dei quartieri meno abbienti della città di Palermo: si addormenta al sole, adagiato su scomode sedie a sdraio dalla tela logora, sul ciglio della strada; prende l’acqua alla fontanella e la porta a casa in scomodi bidoni di plastica; gira esclusivamente a torso nudo, anche sotto la pioggia battente; lascia giocare i cuccioli in vialetti e cortili, permettendo loro di correre vociando su biciclette arrugginite; pulisce il pesce, lava l’auto o si sciacqua i piedi necessariamente al cospetto di non meno di dieci persone. Nonostante questi atteggiamenti, e nonostante non lavori – a meno che non sia il proprietario di un esercizio commerciale della borgata – e vesta regolarmente con capi strappati o almeno macchiati, l’Homo Mondellianus non è affatto in difficoltà economiche: anzi, di solito possiede interi caseggiati e angoli di borgata, che affitta a prezzi irragionevoli agli Homines Panormitani in fuga dall’afa estiva.

L’Homo Mondellianus non ha il senso della privacy; di norma, cena nel giardino antistante la sua casa, avendo cura di posizionare il tavolo nel punto più vicino alla carreggiata. Se desideroso di riposto, l’Homo Mondellianus non ritiene di dover andare a celarsi dallo sguardo altrui: ma preferisce sonnecchiare su sedie e panchette poste davanti all’uscio di casa o in porzioni di marciapiede ombreggiate dai gelsomini.

L’Homo Mondellianus mostra una venerazione profonda per la Madonna Assunta, per il tabaccaio, per la statua di padre Pio, per il fruttivendolo ambulante. Mal sopporta i supermercati, la volontà di comprare i quotidiani entro le 10 o di trovare ogni giorno pane fresco, tutti i dispositivi elettronici – che per questo motivo funzionano poco e male -, qualsiasi indumento, dalla maglietta al frac, che copra dalla vita in su.

La vita nell’enclave dell’Homo Mondellianus può essere noiosa e ripetitiva: per fortuna, una fornita libreria posta a due passi dal mare (e nella quale l’Homo Mondellianus non metterebbe mai piede) offre ristoro ai visitatori. Da lì viene Figuracce, la raccolta di racconti che sto leggendo per ora: gradevole, leggerina, impreziosita dalle sapienti manone del mio amato Francesco Piccolo.

 

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Del litigare, del tacere, del litigare e tacere su Facebook

Da ieri sera sono imbarcata in una sciocca discussione da social network, una di quelle in cui ti impunti e prendi a cornate con qualcuno che neanche conosci, di cui ignori età cultura idiosincrasie e passioni, qualcuno che fungerà da catalizzatore delle tue ansie, a cui scaricherai addosso rabbia e frustrazioni, che probabilmente ferirai in maniera mezzo inconsapevole mezzo intenzionale in una sorta di sadico fight club sul web in cui colpisci alla cieca sperando di convincere l’interlocutore a cederti l’onore delle armi feisbucchiane, l’ignominioso abbandono della bacheca-campo di battaglia che ti dà accesso al quadro successivo, quello in cui schiaccerai trionfalmente il tasto ‘segnala/blocca utente’. Idea inutile e quanto mai dannosa, quella del litigio tramite internet; lungi dall’arrivare a comprendersi, o anche solo a rispettare i reciproci punti di vista, è un’attività il cui unico risultato sembra sia quello di incattivire e far schiumare di rabbia entrambi i contendenti. Riportata alla ragione dall’intervento di un amico sensibile e delicato (Fra’, parlo proprio di te!), ho preferito tacere. Ma, mi sono chiesta, parlare, tentare di spiegarsi, provare ad ascoltare, fa sempre bene? Non si risparmierebbero tempo e fatica, decidendo in anticipo in quali discussioni impelagarsi? È sempre un momento di crescita cercare il confronto, e soprattutto, si può avere un dialogo costruttivo con chi non prova a mettersi in gioco? È sempre necessario entrare in attrito con gli altri, o sarebbe meglio lasciar correre? Spesso mi hanno accusata di voler discutere solo con chi è d’accordo con me. È davvero così, sono incapace di ascoltare una critica? O semplicemente esistono posizioni così lontane tra loro da non permettere una possibile mediazione? Abbandonato il campo dei social network, in cui è francamente facile imbattersi in interlocutori che hanno voglia solo di mettere in atto una provocazione priva di contenuto critico, siamo in grado di ragionare con gli altri? E soprattutto, ne vale sempre la pena? È più maturo cercare sempre di spiegarsi, motivare punti di vista e valutare distanze, o scegliere con chi affrontare argomenti spinosi, tematiche complesse, riflessioni di spessore, portando avanti con gli altri solo chiacchiere su tempo atmosferico, matrimoni vip e tv? Potrò mai entrare in relazione con chi ha valori totalmente diversi dai miei, con chi non ha rispetto, con chi disprezzo? Con chi chiama in causa a sproposito la morale, con chi ha pensieri violenti, parole offensive, atteggiamenti censori? Forse davvero non so discutere. Forse non mi dispiace per nulla.

Facebook, grazie al cielo, non è solo un’arena virtuale in cui discutere e urlare dietro lo schermo di un pc. È anche la versione moderna della piazza del paese, è un veicolo comodo ed efficace per conoscere persone che abbiano qualcosa in comune con noi. Mi sono state consigliate ricette, risotti e orzotti e zuppe di lenticchie, mi sono stati suggeriti libri, tra cui i romanzi di Diego De Silva che ho letto con piacere, ridacchiando sommessamente, e poi Saramago e Odifreddi, e altri, come Canetti e Böll, che chissà se leggerò. Facebook mi ha permesso anche di conoscere un pugno di persone affettuose e ironiche e intelligenti, che mi piacciono un bel po’. In cambio di qualche litigio, mi sembra che ne continui a valere la pena.

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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Good things don’t always come to you

Le cose belle non sempre ti succedono, cantavano alcuni anni fa gli Skunk Anansie. È indiscutibilmente vero.

Ci sono momenti in cui quello che desideravi tanto da non volerlo neanche ammettere all’improvviso è lì, basta tendere la mano per sfiorarlo; non è il lavoro della vita, ma una buona approssimazione, e se fosse decentemente retribuito sarebbe quasi il massimo, orari civili, compagnia piacevole, buona comunicazione, ambiente stimolante. Il semi-labrador ha protestato vibratamente all’idea di una variazione nella sua routine, ha messo il broncio e lasciato intatte intere ciotole di bocconcini di pollo e agnello in gelatina, poi ha iniziato ad abituarsi. Il sogno era lì, goloso e accattivante, sotto forma di libri da schedare e pubblicità da pianificare, e manifesti da valutare e appendere e controllare; era proprio lì e a un tratto era lontano, e anche allungare un braccio, piegarsi a toccarlo era troppo complicato. Il dolore è così, arriva e si insinua e non dà segno di voler andare via, e blocca e complica ogni cosa, allacciare le scarpe, rifare il letto, portare con sé il pc, salire le scale per raggiungere quella parvenza di sogno fissata a tre metri da terra. Anche un dolore insignificante, di quelli che passano dopo qualche giorno di cura e riposo, può essere frustrante, quando arriva a rubare la scena al proprio sogno; può essere fastidioso e avvilente, e spaventoso nell’ostinarsi a restare lì, per poi andar via di colpo, come se non ci fosse mai stato.

Ci sono momenti in cui un semplice infortunio, una banale caduta, una ovvia battuta d’arresto nel processo di avvicinamento al sogno possono sembrare un dramma; sono i momenti in cui gli amici, quelli che non si spacciano per fratelli, ci sono, e chiamano e mandano messaggi e offrono aiuto e compagnia, mani da stringere contro il dolore, lacci da legare per non perdere le scarpe. Sono i momenti in cui i conoscenti possono offrire di più di chi ha sprecato mille parole per totalizzare il calore di un freezer staccato, di chi ha detto una candida bugia per l’ennesima volta, di chi non ha captato i segnali perché pensava ad altro. Sono i momenti in cui chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori; e sono dentro solo le persone a cui voglio bene. E sono poche.

Quando stai male, è d’aiuto chi ti prepara qualcosa da mangiare, e chi ti dà da leggere. Basta una tazza di latte caldo con dentro, sul fondo, un pezzo di cioccolato a sciogliersi, per lasciare un po’ di dolcezza al posto del sapore di chiavi e monete di molte medicine. Basta un romanzo tenero e divertente e spiritoso e pieno di bei personaggi come Mia suocera beve di Diego De Silva, se è consigliato da qualcuno che non dimentica mai di mandarti un sorriso.

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