Un brainstorming per pranzo.

Il mio problema con il cibo-da-preparare-in-anticipo si acuisce. Abbiamo superato dignitosamente l’inverno, alternando sformati di pasta – al pomodoro e mozzarella, con melanzane fritte, con la besciamella, con ricotta e spinaci, con cozze e marmellata di albicocche – a sformati di patate – con mozzarella e prosciutto, con zucchine e ricotta, con funghi, ai formaggi, con cozze e marmellata di albicocche – a sformati a base di brisè – con prosciutto e formaggio, chiusi a calzone, con ortaggi misti, con funghi, con cozze e marmellata di albicocche. Con l’arrivo della primavera, la situazione si complica: gli sformati (e il loro corrispondente serale, le zuppe) dovrebbero cedere il passo a qualcosa di più fresco, leggero e easy. Ma cosa si può preparare, in una casa in cui il 50% della popolazione non si accontenterebbe mai di una bella insalata mista o di ortaggi grigliati e storcerebbe il naso di fronte alla sontuosa composizione di pesto di rucola, mandorle, pomodorini e farro che ho portato con me in pausa-pranzo la scorsa settimana? Sono stanca di pasta all’insalata, non impazzisco per il riso, e comunque il condimento resta il reale inghippo. La scorsa settimana una splendida salsa orientale a base di yogurt, curry, menta e curcuma è rimasta a languire in frigo, sostituita da uno squallido vasetto di maionese industriale. Come sfuggire alla struggente monotonia di mozzarella e pomodorini, o tonno e pomodorini, nelle varianti con o senza mais, olive e cubetti di prosciutto? So che c’è un mondo al di là della finestra della mia cucina, in cui si preparano piatti di pasta fredda con pesto di frutta secca, zucchine grigliate e provola affumicata, o con carote e yogurt greco, o ancora con avocado, cetrioli e pomodoro. Suggeritemi qualcosa che non contenga aglio, cipolla, carote, sedano o erbe di alcun tipo, neanche l’innocuo basilico. Qualcosa che sia appagante e semplice da cucinare e, particolare da non trascurare, abbastanza silenzioso: nel senso che io, troppi giorni alla settimana, sono vincolata alla frequenza di un corso di formazione online, durante il quale, di solito, guadagno tempo preparando il pasto per il giorno dopo. È molto difficile, però, prestare orecchio ai tool da utilizzare per monitorare il potere di engage dei tweet di un dato brand, cercando intanto di friggere le melanzane, tra padelle colme di olio bollente beccheggianti sul fornello e lo sfrigolio oltre i livelli di guardia. Mi servirebbero una serie di condimenti da assemblare a freddo, o da cuocere in forno, o in un tegame che possa essere lasciato a se stesso per i cruciali minuti in cui ci viene spiegato che l’immagine di copertina di facebook ha delle dimensioni precise, vivaddio. Ho fiducia in voi, grazie.
Dopo mesi di letture svogliate e saltellanti, in cui ho trovato con difficoltà autori che mi piacessero e mi sono avvinghiata al loro collo con atteggiamento da koala spaventato, e dopo, quindi, aver mandato giù l’opera omnia di Brendan ‘O Carroll e Alexander McCall Smith, ho iniziato ieri Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli; avevo letto sul web critiche altalenanti, in cui il libro veniva definito furbetto e ci si lagnava della sua scarsa capacità di lasciare qualcosa al lettore. Davanti alla mia tazza di tè, mentre il meticcetto biondo méchato, da oggi noto come Buffo Cane Giallo, mi aspettava trepidante per il suo giro-pipì, mi sono commossa; sono solo a un quarto del libro, ma promette davvero bene.

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Un libro a forma di serie tv.

Tra le dipendenze che mi affliggono, una di quelle di cui vado meno fiera è quella da telefilm. Ho una spiccata predilezione per le commedie americane, in cui la dose di dramma sia minima o assente e protagonista della storia sia una famiglia; eccezioni possibili sono le serie ambientate in ospedale e quelle con adolescenti statunitensi alle prese con interrogazioni, gravidanze indesiderate e tentativi di far parte della squadra di football del liceo. Una mamma per amica, Tutto in famiglia, Modern family sono tre esempi di telefilm-del-cuore: dialoghi brillanti, ironia pungente, zero motivi di ansia o paura; praticamente, il mio mondo ideale, in cui non esistono problemi che non possano essere risolti con una scanzonata discussione e un abbraccio.

In questi giorni, causa una breve permanenza a casa dei miei genitori per fungere da dama di compagnia per il meticcetto biondo méchato, sto sfruttando appieno le potenzialità dei canali satellitari e dei decoder di nuova generazione, in grado di stoppare, registrare e sezionare i programmi scelti. Ne è venuta fuori una allegra e un po’ straniante indigestione di serie tv, in cui decine di episodi si sono affastellati gli uni sugli altri; medici alle prese con sconosciute malattie tropicali si sono alternati con coppie di uomini genitori adottivi di bambine del sud-est asiatico, gruppi di ragazzi del Connecticut hanno lanciato a canestro mentre cheerleader californiane sgambettavano in cerchio, battute salaci sono state pronunciate da maturi produttori di armadi alla volta di giovani donne colombiane e trentenni con figlie adolescenti. In questo caos, sono stata in bilico tra l’assoluto spaesamento e la voglia di non pensare a nulla che non fosse risolvibile con una risata registrata o con un pugno di croccantini al pollo da propinare al quadrupede. Mentre battevo le mani saltellando di gioia all’idea di un ennesimo episodio – non avevo mai visto più di sei o sette puntate di seguito della stessa trasmissione – mi sono chiesta se non sia questo, in fondo, che cerco nel libro ideale che per ora non riesco proprio a trovare: buon umore, evasione, personaggi divertenti ma non stupidi né stancanti, una vicenda fatta di piccole storie, in sé piacevoli ma senza pretese, che si inanellano le une alle altre. Qualcosa di simile alla serie di Agnes browne, che ho trangugiato con gioia qualche mese fa, ma con più skateboard e meno tragedie, magari. Una collana, come quella del Club delle baby-sitter che leggevo da ragazzina – e che ho smesso di leggere per cause di forza maggiore, beninteso – ma con personaggi che abbiano più di tredici anni. Una serialità letteraria, dove possa trovare personaggi che mi facciano sentire tra amici, con cui trascorrere una serata gradevole. Sento che esiste, la serie-di-libri-ideale: chi me la suggerisce?

Non si può guardare la tv per molte ore senza mandar giù qualcosa di sfizioso: per esempio un frullato con banana, latte magro e un paio di cucchiaini di cacao. Sì, lo so, è una bomba di zuccheri e poco altro: ma tanto ci penserà il pelosetto a farmela smaltire, zampettando a passo di carica su e giù per il marciapiede anche sotto il diluvio.

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In cerca di.

È da un bel po’ di tempo che sono in cerca del libro ideale. Un bel po’ di tempo, nella mia personale considerazione, equivale a una manciata di giorni, forse un po’ più di una settimana; intere serate a scorrere le costine dei libri che affollano la Billy e a spulciare le cartelle di ebook nel pc, pomeriggi a tirare su volumi in libreria e sbirciare le bandelle e rimetterli via, mattine a balzellare tra siti e gruppi facebook; un’eternità. Intanto ho letto, o meglio, riletto, uno dei miei autori del cuore; ma, dopo un’abbuffata di Primo Levi – il Primo Levi dedicato all’Olocausto, quello sperduto e desolato di Se questo è un uomo, quello vagamente sorridente e in cerca di serenità ed equilibrio di La tregua, quello lucido e offeso e accanitamente fiero di I sommersi e i salvati – ho bisogno di altro. Di qualcosa che mi prenda, che non mi faccia smoccolare vergognosamente per la tristezza e la mortificazione, che mi faccia sorridere, pensare, invidiare con violenza l’autore e sperare di potermi complimentare con lui. Del libro ideale, ecco.

Il libro ideale deve avere una storia che mi prenda; un misto tra la serie dell’amica geniale di Elena Ferrante e un giallo di Rex Stout, per intenderci. Deve avere uno stile che mi piaccia, quello asciutto e sobrio di Natalia Ginzburg, ad esempio. Deve avere personaggi che mi piacerebbe conoscere, come la Agnes Browne di Brendan O’ Carroll, come Watanabe o gli alter ego che popolano i romanzi di Nick Hornby. Deve avere la lunghezza ideale, cinque giorni, non di più né di meno, e le dimensioni ideali per stare nella mia mano mentre leggo a letto, accoccolata sul fianco sinistro. Il libro ideale esiste, devo solo trovarlo.

Lo sto cercando furiosamente, il libro ideale. Ho chiesto a chiunque mi fosse venuto in mente: al fruttivendolo (signorina, chissacciu, tutti uguali sono), al posteggiatore (ma piccioli pi’ mmia ‘unn have? Taliasse ddà, ci sunnu libri in tierra), alle mie colleghe, ad amici parenti conoscenti e un paio di sconosciuti incontrati alla fermata dell’autobus. Ho totalizzato innumerevoli consigli, dal giallo con detective gay – gradevole, forse lo continuerò – ai romanzi vincitori di premi letterari che si caratterizzano per la noia indefessa, dal classicone interminabile alla raccolta di racconti buffi e nonsense che mi fanno sentire sciocca, dalla raccolta di racconti che si finge trasgressiva al saggio sulla psicologia degli anellidi. Ho scaricato innumerevoli libri: tutti quelli che mi sono stati consigliati e molti altri, titoli visti nella vetrina della cartoleria all’angolo, orecchiati in conversazioni da social network, sbirciati tra le mani delle persone in attesa alla posta. Ne ho iniziati moltissimi, non so se ne finirò qualcuno: ma nessuno di loro, lo so già, è il libro ideale.

Io non demordo, e continuo a cercarlo; si accettano consigli: qual è, secondo voi, il libro ideale che mi aspetta?

Mi piace quando gli amici vengono a casa nostra, la sera; mi piace anche avere qualcosa da offrire: una tisana, un dolcino, una manciata di noccioline, una limonata. Sabato sera, in preda all’ispirazione, ho adattato la ricetta dei miei celebri dolcetti al riso soffiato agli ingredienti che avevo in cucina. Cioccolato sciolto su fiamma bassissima, quattro pugni di corn flakes e una cucchiaiata di nocciole tostate; il composto, disposto a cucchiaiate su carta da forno, si è raffreddato lentamente a temperatura ambiente: ne sono venuti dei piccoli croccanti, golosi e semplicissimi.

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Omofobo a chi?

Tra i buoni propositi per il 2015, insieme a quello di non mescolare mai crema di nocciole e pasta d’acciughe per farcire un sandwich e di non tentare di fermare con i denti la catena di una sega, c’era quello di non farmi coinvolgere mai più in una bieca discussione da social netowrk: quelle, per intendersi, ai limiti del bullismo, in cui la persona con cui stai cercando di ragionare tagga quindici amici per farsi dare man forte, ti accusa di non ascoltare e ti prega di non fare polemica anche se scrivi ciao; quelle, insensate e insulse, che ti amareggiano senza motivo: ché a me, sinceramente, che me ne importa di una sconosciuta che non so neanche quanti anni ha, che fa nella vita o dove abita? Ma i proponimenti per il nuovo anno, si sa, sono destinati a non durare: per cui, preservando le mie abitudini alimentari e i miei denti, mi sono limitata a cascare come un’ingenua in una sciocca provocazione: e da qui ad essere tacciata di omofobia il passo è stato breve.

Tutto è partito da un post in cui ci si lagnava della chiusura di una libreria lgbt. Mi sono chiesta, di grazia, cosa accidenti fosse una libreria lgbt: una libreria per gay? Una libreria frequentata solo da gay? O gestita da gay? O dove si vendono solo libri gay? E cosa sono i libri gay? Quelli scritti da gay, o che parlano di gay? A sangue freddo o Poesie a Casarsa sono libri gay? O lo sono soltanto i loro autori? In sostanza, cos’è una libreria lgbt? I primi commenti, ragionevoli, hanno tentato di aprirmi gli occhi: una libreria lgbt è un posto dove si fa cultura lgbt. E cosa diavolo è, la cultura lgbt? Da qui in poi, non ho capito più niente: se non che sono stupida, incolta, provocatoria e, naturalmente, omofoba. Detto ciò, ho ringraziato e abbandonato la conversazione, e ho cercato di documentarmi.

A quanto ho capito, la cultura lgbt è quella che lega le persone in base al proprio orientamento sessuale o alla propria identità di genere; in sostanza, il lavoro di artisti gay, e quello che riguarda il movimento lgbt. In soldoni: un po’ di saggistica di nicchia – non conosco molte persone che abbiano voglia di leggere molti libri sul movimento lgbt –, e poi tutta quella parte di letteratura riassumibile così: il protagonista (maschio, gay) subisce orribili vessazioni per il suo orientamento sessuale, oppure la protagonista (donna, lesbica) finisce a letto con un uomo, resta incinta e non sa come comportarsi. Aggiungendo qualche raccolta di racconti dedicata all’amore tra persone dello stesso sesso (Principesse azzurre e similari), resta molto poco: e non mi stupisce, quindi, che la libreria abbia chiuso. Qual è la percentuale di persone interessata a un campo così ristretto della letteratura? E, tolto ciò, questi libri non potrebbero essere venduti (non vengono forse venduti) in una qualsiasi libreria? Perché connotare in base a qualcosa di così privato e personale (l’orientamento sessuale o l’identità di genere) una libreria? Se domani aprissi una libreria per negri – il termine volgare è voluto – non verrei tacciata di razzismo? Se vendessi solo libri scritti da neri, o che parlano di neri, non sembrerei pazza? E perché, allora, se mi chiedo il senso di una libreria lgbt, divento omofoba? Io sogno libri – buoni libri – in cui ci siano anche personaggi gay: ma che non si limitino a fare i gay; che siano poliziotti o cuochi o infermiere o astronaute, e casualmente abbiano una relazione stabile con una persona dello stesso sesso. Sono stanca di romanzi, di film, di fiction, in cui il gay è solo un gay: vorrei che fosse una persona, nel bene e nel male. Che lavorasse, vivesse, sognasse, e che non pensasse solo alla propria gaytudine, che non parlasse solo della propria gaytudine, che non fosse solo sé in quanto gay: ma sé in quanto persona, persona gay, nello specifico. Perché è un pensiero omofobo? Davvero non lo capisco.

Dato che sono una persona tonta e comune, ho tra le mani comuni, banali romanzi; ho appena terminato Birra e cazzotti di Brendan ‘O Carroll: meno ironico e scanzonato dei precedenti dell’autore, ansiogeno e teso, molto bello. Da leggere, ovunque abbiate voglia di comprarlo.

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È difficile.

Piastrare i capelli di una persona senza pinzare un orecchio alla malcapitata che ci ha chiesto aiuto. Vedere un film in streaming con un pc che si spegne, senza motivo apparente, tre o quattro volte in un’ora e mezza. Appendere al muro dei poster, a pochi centimetri dal tetto, usando una caffettiera al posto del martello. Pulire bene una casa in cui sembra che polvere e capelli si materializzino da soli appena si gira lo sguardo.

Fare funzionare una relazione, con poco tempo a disposizione e molte parole e aspettative e rimostranze immotivate. Dire la cosa giusta, quando ci sono mille frasi sbagliate che premono contro gli incisivi. Sorridere e lasciar perdere, piuttosto che discutere e rischiare di ferire. Mettersi nei panni degli altri, vedere i progressi anziché puntare il dito sugli insuccessi, gioire e ridere di cuore. Ascoltare una barzelletta già sentita mille volte, e riuscire a tirare su gli angoli della bocca come se fosse un’assoluta novità.

Cucinare un buon pollo al curry, con un tagliere che schizza via dal piano di lavoro nonostante il foglio di carta da cucina ben piegato sotto, un coltello in fibra di carbonio che taglia anche i pensieri e un forno ventilato che incenerisce le pietanze prima di cuocerle. Preparare un caffè dignitoso con la vecchia moka dell’ufficio, una miscela decaffeinata presa al discount e un fornello di dimensioni tali da non sfigurare sotto la padella di panellaro.

Trovare un dolce vegano dal sapore gradevole e che non costi una fortuna, di sabato pomeriggio, mentre un quarto di città è in fibrillazione per Palermo-Roma, tutte le strade nel raggio di molti chilometri dallo stadio sono chiuse e un numero allarmante di smart sfreccia sui marciapiedi, tra passeggini e anziani di ritorno dalla Messa.

Convincere il meticcetto biondo méchato che la signora del palazzo di fronte ha il diritto di annaffiare le gerbere e potare la bungavillea senza che lui si senta in dovere di redarguirla con vigorose abbaiate e temibili ringhi. Persuaderlo che, per dimostrare la sua stima imperitura, non è necessario che salti in braccio e ficchi la lingua nelle orecchie di chiunque gli sembri simpatico. Fargli mandare giù i suoi croccantini, anche se sono banalmente al gusto pollo e non salmone alta appetibilità come desiderava.

Posteggiare la macchina andando in casa editrice, tra strade chiuse al traffico, sbarramenti temporanei per il tram e piazze pedonalizzate. Indurre il giovane che ciondola intorno all’auto finalmente parcheggiata ad andare via a mani vuote, ché io qua ci lavoro e non ho alcuna intenzione di darti un euro al giorno, chiaro? Correre in punta di piedi sul basolato liscio dietro la chiesa di San Francesco, senza incorrere in uno scivolone memorabile davanti agli occhi perplessi del carrozziere all’angolo.

Dire addio a una serie televisiva che si è amato, e pensare che la frase ci vediamo un episodio di Six feet under non sarà più pronunciata, almeno con la trepidante aspettativa di qualche giorno fa.

Terminare di leggere una serie di romanzi simpatica e divertente, e sentire la mancanza di Agnes Browne, dei suoi figli, di Marion e Dolly e di una Dublino antica, dolce, irriverente e fiera. Trovare qualcos’altro che sia all’altezza, che prenda e trascini, che faccia sorridere e sognare e commuoversi un po’.

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Indignazione.

Alcuni avvenimenti fanno “più notizia” di altri, si sa; i motivi sono numerosi e, per me che non sono esperta di mezzi di comunicazione, imperscrutabili: ma mi sono sempre chiesta perché accadimenti sovrapponibili – due rapimenti, due furti, due omicidi – abbiano coperture mediatiche totalmente diverse. Un fatto si ritrova a rimbalzare tra telegiornali e quotidiani e periodici con pressante assiduità, un altro viene bisbigliato solo a pochi intimi, a pagina 42 di un giornale locale. Alcune notizie, poi, suscitano nei lettori più indignazione e scalpore di altre: la recente strage alla redazione di Charlie Hebdo è una di queste. Il fatto è gravissimo, inaudito, è chiaro: ma, dal mio parzialissimo osservatorio feisbucchiano, noto che anche persone che non si sono mai occupate di altro che dei propri pasti (che buone le mie uova al bacon!) o dei propri calzini (pronta per uscire!) si sono precipitate ad indignarsi. Come mai?

Da quando ho conosciuto Ife, sono in contatto con diverse reti di volontari che si occupano di senzatetto. Alcune mi piacciono più di altre, di quasi tutte contesto la vocazione eminentemente religiosa: ma è indubbio che ognuna delle persone che ne fanno parte, per le motivazioni più varie (e delle quali non mi importa nulla), faccia qualcosa di bello, utile e importante. Per questo motivo, spesso leggo i bollettini delle ronde notturne: per sapere se Jana ha ricevuto le salviette imbevute che chiede sempre, se Bogdan ha di nuovo problemi col cane, se Mohamed si trova bene nel furgone nuovo. Qualche giorno fa, una delle comunicazioni mi ha fatto inorridire: un senzatetto era stato aggredito, qualcuno gli aveva rubato i soldi e poi gli aveva dato fuoco. Viveva, vive ancora, sotto i portici di piazzale Ungheria: e lì, il pomeriggio, sedeva Ife, su un quadrato di cartone, con una lattina di birra ai piedi e Mosca raggomitolato accanto, Canepiccolo intento a saltare addosso ai passanti. Lì, di fronte a quei portici, Ife sorrideva e giungeva le mani nel suo speciale saluto, e si toccava il petto e mi raccomandava di non mangiare mai polpo né frutti di mare, per favore. Il mio primo pensiero è andato a lui: morto prima di conoscere la cattiveria gratuita e viscida del palermitano medio, quello che non vuole barboni nel suo salotto buono; morto pensando con terrore alle bombe irachene, senza sapere di dover temere, piuttosto, i ragazzini viziati e prepotenti delle nostre strade. Graziealcielo non c’eri, Ife. Grazie al cielo.

Poi ho pensato a Vito: che ora è di nuovo lì, con le ferite infette, inerme e terrorizzato. E ho pensato a tutti i cartelli con Io sono Charlie inalberati su Facebook, e all’indignazione facile e comprensibile e gratuita e gratificante per qualcosa che quasi nessuno, fino a ieri, conosceva. È comodo, pratico, non costa nulla: nessuno chiederà a chi li esibisce di alzarsi e andare a manifestare per i giornalisti uccisi, né di cambiare di una virgola la propria vita. Indignarsi per ciò che è lontano, altro da noi, è semplicissimo: è indignarsi per Vito che è più difficile, perché mette in moto un perverso meccanismo, quello che culmina con cosa ho fatto io per evitarlo? Dov’ero? Dov’eravamo, noi, quando i residenti della zona tuonavano contro gli immigrati che ci pisciano sotto casa? Dov’eravamo, a cosa pensavamo? E cosa possiamo fare, da domani, per non farci più cogliere impreparati? Indigniamoci per chi pretende la libertà di parola: ma anche per chi chiede solo di vivere in pace.

Sto sviluppando una dipendenza per i libri di Brendan ‘Ocarroll; in pchi giorni ho letto Agnes Browne mamma, I marmocchi di Agnes e sto finendo Agnes Browne nonna. Sono deliziosi: leggeri e quasi infantili negli eventi narrati, ma rassicuranti, pieni di spirito e allegria, semplici come fiabe e veri come romanzi di costume. Una scoperta davvero gradita.

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