L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte (per citare a sproposito un libro del Che)

A 57 ore dalla fine del 2012, è il momento dei bilanci – oltre che degli oroscopi, delle ricette per il cenone e dei cartoni animati disney in prima serata. È il momento dei consuntivi e dei buoni propositi, delle riviste piene di articoli sugli eventi fondamentali dell’anno appena trascorso – che so, l’annuncio della gravidanza di William-e-Kate – e degli inviti dell’ultimo momento per la notte di san Silvestro. È anche il momento, come da tradizione, della fatidica domanda: che anno è stato, per voi, il 2012? Per me, è stato essenzialmente un anno stancante. Spesso frustrante, a volte soffocante, quasi sempre complicato. Un anno che, a conti fatti, è trascorso rapidamente, a strappi e scatti e balzi: fino a ieri era marzo, e tutt’a un tratto era estate, e poi era ottobre, e adesso è dicembre. 365 giorni in cui mi è sembrato di non riuscire mai a tirare il fiato: un anno trascorso di guardia su una torretta o accoccolata in una trincea, senza mai sedermi, senza mai riposarmi, senza mai mollare. È stato l’anno della morte di Lucio Dalla, dell’inter che non riesce più a vincere, del viaggio a Parigi e dell’estate torrida che non finiva mai, l’anno delle olimpiadi che ho seguito meno da Seul 1988 e degli infortuni di Nadal. L’anno di È stato il figlio al cinema, della prima volta che ho visto Via col vento, un anno di grandi e belle soddisfazioni vicarie e di poche soddisfazioni personali. Un anno in cui ho votato, tra sindaci e primarie e presidenti di regione, molte troppe volte, un anno di pochi bei libri e di troppa stanchezza e rumore mentale e confusione e tensione per riuscire a leggere bene. L’anno di Elena Ferrante e Giampaolo Simi, del riso indiano con i gamberi, di tutti i libri di Nick Hornby, delle responsabilità e della paura di non farcela, della perenne sensazione di fallimento. L’anno in cui ho capito che pensare di cambiare non basta per farlo davvero, e che ci sono troppe cose che ancora mi inchiodano a terra, e che ci vorrà molto tempo per riuscire a scalciarle via. Un anno di incomprensioni e sensi di colpa, di brutte parole e brutte frasi e brutti sguardi, di silenzi pesanti, di rapporti rotti che difficilmente si ripareranno. È stato l’anno dei Maya e della signora che ma come, non avete paura della fine del mondo, dei banchetti di libri al caldo e al freddo, della seconda edizione del festival e della chitarra di Cisco. L’anno delle conferme, dopo quello esplosivo e pirotecnico che lo ha preceduto. Un anno di maturità e di impegno, di calcoli e progetti, di poche uscite e pochi amici. Un anno non brutto, in definitiva: propedeutico ma istruttivo, faticoso ma utile, avvilente ma non tragico. L’anno in cui ho avuto più bisogno di qualcuno che mi dicesse non è stata colpa tua, sei stata brava, anche se.
Del 2012 salvo i record sorridenti di Bolt e Rudisha, Saviano in tv e il primo splendido balletto della mia vita, butto giù il ritorno di b. in politica, la crisi interminabile, la juve che ha ripreso a comprare le partite. Salvo la cucina in televisione, butto giù la troppa cucina in televisione. Salvo le primarie dell’impegno e la libertà che è partecipazione, butto giù Grillo e i grillini, i vegani da social network e gli sputasentenze feisbucchiani. Salvo una laurea annunciata e sperata e che sembrava irraggiungibile e invece era lì, bella e possibile, e poi la nascita di Pagnottino e i nonni non-più-ottuagenari, butto giù le frasi inutili, gli appuntamenti non rispettati, il maschilismo, la mancanza di rispetto.

Anche quest’anno, ne approfitto per gli auguri: che il 2013 sia leggero ma non vacuo, impegnativo ma non frustrante, bello ma non troppo: ché il troppo, si sa, non fa mai bene.

 

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