Momenti di trascurabile infelicità.

Quando arrivo a piazza Magione e scopro che quella Punto blu che mi è stata davanti per tutta la strada ha occupato l’ultimo posto disponibile. Quando finalmente posteggio e mi si avvicina un uomo basso e nerboruto, con la canottiera anche a gennaio, che pretende che gli paghi un dazio per aver lasciato la macchina accanto alla sua sedia. Quando vado via senza dargli niente, e lo sento biascicare insulti al mio indirizzo.

Quando arrivo in ufficio per prima, e devo cominciare ad aprire le finestre e mettere su il caffè prima ancora di accendere il pc. Quando vado via dall’ufficio per ultima e devo chiudere le finestre, controllare che non ci siano cicche accese nei posacenere e che la stampante sia spenta, anche se sono stanca e affamata e vorrei solo andare a casa.

Quando al supermercato non hanno avocado, carote baby o yogurt all’albicocca senza pezzi di frutta dentro. Quando dimentico il pranzo nel frigo dell’ufficio e devo mandar giù un’insalata di riso insipida e ghiacciata. Quando la pizza a domicilio non è calda come speravo. Quando ho assaggiato la caipiroska alla fragola dopo tanto tempo e ho scoperto che non ha più lo stesso sapore.

Quando per strada incontro un cane che mi sta simpatico e lo apostrofo dicendo Ciao, cane c’è sempre un padrone all’altro capo del guinzaglio che soggiunge Non si chiama cane oppure Si chiama Spike, e non capisce che non mi importava nulla di saperlo.

Quando vorrei accarezzare un cane simpatico ma il padrone ha un’espressione troppo altezzosa che mi blocca a sei passi di distanza. Quando sono a spasso con canenando e qualcuno prova a fargli una carezza sulla testa e lui si spaventa e inizia ad abbaiare e saltellare in cerchio. Quando un qualsiasi cane incrocia canenando mentre siamo a fare una passeggiata, e lui si spiaccica sul pavimento e non vuole muoversi più.

Quando sorrido a un senzatetto e lui mi risponde male o non mi risponde neanche, e a me manca Ife un po’ più del solito.

Quando non trovo un libro che mi soddisfi e inizio una serie di romanzi che già so che mi deluderanno. Quando finisco di leggere un libro prima di addormentarmi, ma è presto e non ho ancora sonno e non so come risolvere il problema se non pescando a caso sul kindle un libro di riserva che il giorno dopo scarterò con sdegno. Quando ho completato già tutti i giochi carini della Settimana enigmistica, parole crociate senza schema a gruppi variabili a sillabe incroci obbligati bi-triletterali, ma non voglio comprarla nuova perché ancora ci sono tanti cruciverba intonsi, ma sono quelli facilitati che mi annoiano.

Quando qualcuno visualizza un messaggio e non mi risponde. Quando mi arrivano telefonate di lavoro alle 15 di sabato. Quando uno scambio di messaggi si protrae per ore senza che ci sia niente di reale da dirsi.

Quando mia madre si lamenta perché non stiro e sostiene che i miei vestiti sembrano pezze.

Quando mi sento sola.

Read More

Di Pf, degli F, del futuro e di altro ancora.

Pf non è ancora un bimbo, ma presto lo sarà: è un patatino-in-pectore, una promessa di bambinità, un futurobambino. Pf ancora non ha un nome: ma sua madre e suo padre si chiamano F, e quindi lui è Pf di diritto. Pf è un maschietto, per ora, solo per comodità e per artificio linguistico: forse sarà una Pf, chissà. Pf ancora non ha viso mani piedi, ma ho già da parte per lui un pacchettino di affetto che gli consegnerò appena lo vedrò.

Pf è il futurobambino degli F, e già per questo è fortunato: perché sua madre è una persona intelligente e dolce e sensibile, ed è amica mia, e questo non guasta, e suo padre è un uomo pratico e sicuro di sé e concreto, e anche lui è amico mio, e anche questo non guasta. Pf è il primo futurobambino di cui conosco bene i genitori: a differenza di Pagnottino, che mi è vicino solo in maniera obliqua, e di Generico, che è un piccolissimo esponente della famiglia, ma di quel lato con cui ci si vede raramente e in occasioni che sconfinano col formale, Pf nascerà in un contesto che mi è familiare, in una casa che ho visto cambiare, evolvere, nascere nella sua nuova gioiosa forma e riempirsi di lampade e poltrone verdi e grandi divani e faretti da fornello e librerie su misura; potrò immaginare Pf – posso già immaginarlo – in una stanza in cui sono entrata, alla fine di un corridoio che ho percorso; passando sotto il palazzo con la macchina, al ritorno dal lavoro, potrò guardare verso la finestra e pensare ecco, Pf dorme, o mangia o gioca o ride, a seconda dell’orario e del temperamento che avrà.
Pf avrà due genitori che conosco, a cui sono affezionata, che ho visto crescere: soprattutto sua madre, di cui gli potrò dire
me la ricordo quando aveva diciott’anni e si faceva fare i dread nel giardinetto dell’università, frase che potrà tornargli utile ogni volta che si vedrà contestare un look o un taglio di capelli non omologati. Vivrà con persone che ho visto imparare ad amarsi, diventare coppia in una calda estate palermitana in cui le casse di birra erano l’unico sedile ammesso e i gabbiani volavano un po’ troppo vicini ai capelli, e poi sposarsi e ipotizzare la presenza di un Pf e renderlo concreto, tangibile, vero.

Pf è il primo bambino la cui imminente nascita mi è stata annunciata dai genitori, e non da parenti o affini o altri, con la consegna di tacere e fare la faccia stupita quando mi fosse stato detto ufficialmente: no, dell’arrivo di Pf me l’hanno detto gli F, in una sera ancora mite di giugno, sul nostro divano rossiccio, con in mano un bicchiere di succo di mirtillo, e per l’emozione ho perso una pantofola. Lo avevamo avvertito, l’arrivo di Pf, qualche giorno prima della comunicazione: quando avevo detto alla Gio’ sai che è successo? e lei aveva risposto F aspetta un bambino? e non c’era alcun motivo di pensarlo ma in realtà era davvero così.

Pf avrà uno dei nomi che abbiamo ipotizzato una sera a cena, o forse ne avrà un altro diverso, e sarà bello e adatto a lui e gli calzerà a pennello: ma per me rimarrà Pf, il figlio degli F, il bimbopiccolo a cui auguro un cuore pieno del sole di questi giorni, e gli occhi pieni di mare e cielo azzurro e sorrisi.

La F mi ha chiesto che libro inserirò, a corredo di questo post; il sempiterno Storie di primogeniti e figli unici di Francesco Piccolo, che in questo caso mi sembra davvero adeguato.

Il libro sul tagliere si prende una settimana di pausa: lo so, laMate, sbufferai, ma.

Read More

Domandare è lecito?

«Quando mi dicono: ti potevi vestire meglio. E io mi ero già vestito meglio».

Che adoro Francesco Piccolo si sa – da qualche giorno lo sa anche lui. Mi piace come scrive, come parla, come argomenta: mi piace soprattutto il suo modo di notare le cose e svelarle, quando erano sempre state lì ma non ci avevo mai fatto caso. Così, per confermare la teoria che quello che Piccolo scrive è qualcosa che ho vissuto, vivo o vivrò, ecco che la fatidica frase mi è stata detta: ti potevi vestire meglio. Non da mia madre, che potrebbe essere vagamente giustificata nel suo ruolo di consigliera-non-richiesta, ma da una persona con cui non sono così in confidenza da rispondere anche tu. Ho incassato e sono rimasta in silenzio: né avrei mai potuto fare altro.
Subito dopo il disappunto iniziale, è subentrata l’annosa domanda: perché alcune cose si possono dire e altre no? A me non verrebbe mai in mente di criticare apertamente una persona per il suo abbigliamento: a meno che, appunto, non si trattasse di mia madre, e anche in quel caso cercherei di essere più accomodante e malleabile. Del vestiario di amiche e colleghe non mi sono mai interessata: ma ho la certezza assoluta che, se andassi da collegamodaiola dicendo che shorts e ciabattine non mi sembrano una mise adatta all’ufficio, verrei immediatamente rintuzzata, tacciata di scortesia e maleducazione e ostracizzata. Perché, allora, altri possono dire a me che sono vestita in modo inadeguato, e devo anche tacere? Nella mia personale visione del mondo, un paio di pantaloni neri, una maglietta – nuova, carina, leggermente scollata, sagomata in vita, pulita, stirata, senza buchi o macchie di marmellata – e un paio di sneakers sono una tenuta adatta a un pomeriggio di lavoro, considerato che non presto servizio in un Pronto soccorso, nella cucina di un ristorante, su un autobus di linea o alla corte di Sua Maestà. Ma a una femminuccia si addice la gonna, o la scollatura pronunciata, o i capelli di parrucchiere: quindi devo scegliere se stare con le ginocchia al vento o farmi criticare e tacere: ché il mio irrispettoso e oltraggioso anticonformismo mi porta a non poter rispondere, se non voglio passare per una persona acida e imbruttita. È lo stesso principio per cui verrei linciata se dicessi a conoscentegrassa mangia un po’ meglio, non vedi che sei una balena?, mentre tutti possono dire alla mia bella come sei magra, mangia di più (anche nell’odiosa versione a me rivolta guarda com’è magra, falla mangiare di più, a cui non potrei mai ribattere guarda l’adipe di tuo marito, vuoi che gli venga un infarto?). Offendere le persone sovrappeso è un tabù, insultare le magre è lecito. Tingersi i capelli di rosso tiziano o nero corvino va bene, tingerli di verde è da punkabbestia. Gli osceni colpi di sole di amicafrescadipiega non possono essere criticati, i miei capelli più lunghi della media sì. Chi decide cosa è lecito dire e cosa no? Chi sceglie quali domande sono inopportune e quali vanno bene? Perché una persona grassa dovrebbe essere ferita da una frase poco gentile, e una magra dovrebbe considerare quella frase un consiglio? Lasciate in pace la mia maglietta, i miei capelli e la mia bella, una buona volta.
Incontrare Francesco Piccolo è stato bello; scoprirlo alla mano, arguto e simpatico come speravo ha completato il quadro. Gli ho chiesto di scrivermi una dedica su Storie di primogeniti e figli unici: un libro che non smetterò mai di consigliare.

Read More

Momenti di trascurabile infelicità (omaggio a Francesco Piccolo).

Cercare nel buio la mia tavoletta di cioccolato bianco e trovarne solo un pezzetto, meno dei quattro quadretti che rappresentano la mia dose minima della buonanotte.

Qualcuno che mi chiede perché non mi taglio i capelli, perché non mi tolgo il piercing, perché non mi vesto in maniera diversa: la sensazione tangibile di avere il diritto di rispondere in maniera sardonica e tagliente ma di non poterlo fare, per non sentirmi poi dire che sono scortese o acida o poco disponibile.

Quando ero ragazzina, e senza preavviso si usciva prima da scuola, e tutti andavano a casa e potevano iniziare a fare i compiti o leggere o guardare la tv o qualsiasi altra cosa e io invece andavo dalla nonna, e sapevo che avrei mangiato al solito orario, e fatto i compiti e rimesso piede a casa al solito orario, e l’uscita prima non mi aveva dato nessun vantaggio, non avevo ottenuto nessun bonus di tempo da gestire nella giornata.

Quando a scuola si entrava un’ora dopo, e tutti dormivano un’ora di più e io no, perché dovevo comunque uscire con mio padre al solito orario e poi farmi un grosso pezzo di strada a piedi dal suo posto di lavoro fino alla scuola, e arrivare sudata, stanca e visibilmente di cattivo umore.

Il sudore, d’estate, e le magliette che si devono lavare dopo averle indossate solo mezza giornata. Le persone che mi chiedono perché sudo così tanto.

Chiamare il tipo della pizza a domicilio e scoprire che quella sera non lavorano. Offrirsi volontaria per fare il caffè in ufficio e trovare il barattolo vuoto, e dover scegliere se saltare la pausa-caffè o scendere a comprarlo al minimarket all’angolo.

La sera dei giorni come Pasquetta o il 25 aprile, in cui si sta a casa un po’ straniti, con molto mal di testa e una strisciante sensazione di freddo alla schiena, e l’estate che incombe.

La mattina di tutti i giorni di festa, in cui ci si propone di fare molte cose divertenti o utili – monterò la casa delle bambole per i miei figli, andrò a trovare lo zio Gualtiero, sistemerò i maglioncini in ordine alfabetico di colore – e si finisce per svegliarsi tardi, fare la doccia quando è ormai ora di sedersi a tavola, smagliare le calze tirando su la zip degli stivali e dimenticare di mettersi gli orecchini.

Il fioraio che impiega molti minuti per incartare la piantina che ho scelto, e cerca con metodo un nastro del giusto punto di rosa, mentre guardo con preoccupazione l’auto precariamente posteggiata in doppia fila, l’orologio, il telefonino nella borsa, e penso che sto facendo molto tardi.

La frittata che sembra pronta per essere girata ma, appena tento di sollevarla con la paletta, si sfalda in molti pezzi impossibili da riunire.

Alzare la serranda e vedere il cielo azzurro, poi aprire la finestra e scoprire che non c’è caldo come sembrava.

Non avere avuto il tempo di mostrare a Ife le foto di Nando.

Read More

Non avevo mai visto.

Qualcuno che ruba una lapide in mezzo a una strada: un pezzo di marmo, sottile e di poco pregio, con una semplice incisione e la foto di un sorriso che non dimenticherò mai.

Un prete che, a metà della funzione, si accorge di aver sbagliato paramenti e se li va a cambiare, scusandosi più volte con i fedeli.

Un posteggiatore che mi guarda inorridito mentre gli chiedo con candore di spostarsi di lì, in modo che possa parcheggiare e andare a lavoro, grazie.

La seconda lezione di un corso di formazione da casa, in tuta e pantofole, con una tazza di tè al fianco e lo strofinaccio appeso alla sedia, e le patate arrosto da girare e salare e controllare tra una slide e l’altra.

Una città con cantieri aperti in ogni rione, che non sia Berlino negli anni Novanta. Un tram che forse percorrerà le strade di Palermo, ma che per ora imbottiglia le macchine senza pietà, stritolandole tra transenne e sottopassaggi e cartelli che indicano come fare a svoltate, parecchie centinaia di metri più avanti.

Un uomo che fa pipì, nel vento freddo di marzo, di fronte al mare, incurante dei passanti e dei rigori dell’inverno, con aria compiaciuta e fiera.

Un cagnetto che cammina d’elezione su due zampe, e quando è felice avanza a balzelloni, mulinando le zampette anteriori come fosse una majorette con le clavette.

Una piazza chiusa al traffico per motivi squisitamente estetici, ridotta a un quadrilatero vuoto, senza una fioriera, una pianta, una panchina, che fa rimpiangere le file di auto posteggiate in bell’ordine, colorate, luccicanti, cariche di sorrisi e aspettative.

Una persona che tenta di percorrere un vicolo a esclusivo transito pedonale, in controsenso, con un’auto di grandezza sproporzionata: e si ostina a girare il volante e inserire la marcia indietro e tentare di raddrizzare il muso del veicolo, indifferente al fatto che il muro di una chiesa medievale, a meno che non costretto da terribili calamità, non si sposterà di un centimetro.

Storie d’amore insensate, basate su presupposti sbagliati, visibilmente monche, che si trascinano per ostinazione, per puntiglio, per banale autolesionismo.

Un bambino di un paio di settimane che dorme otto ore filate per notte, e non si sveglia neanche per la poppata delle 3.

Un canuccio di dimensioni contenute come il meticcetto biondo méchato che tenta di fidanzarsi con una femmina di alano, ignaro della goffaggine della situazione.

La pioggia, grigia e monotona e incessante, dello scorso inverno. L’impressione che la primavera non arriverà mai, ma si passerà dai maglioni di lana alle canottierine in un’unica soluzione.

Un gabbiano che riposa, vigile ma rilassato, sulla calotta in un lampione stradale.

Un cane che protegge la bancarella del padrone, mentre lui è in pausa, sdraiandosi di traverso sul tavolino su cui è esposta la merce.

Una mano che spunta dalle lenzuola, in una mattina piena di luce.

Un libro che è molto di più che un elenco di cose che non piacciono è Momenti di trascurabile infelicità di Francesco Piccolo, autore che è da sempre nella mia personale top ten. È uscito da pochissimo, è lieve come un bacio sulla guancia, merita di essere letto al più presto.

Read More

Figuracce.

Da qualche mese a questa parte, leggo molto poco; ho difficoltà a concentrarmi, mi smarrisco, perdo il filo, nicchio e sbuffo e mi arrabbio e finisco per rileggere qualcosa che conosco molto bene, che mi conforti con la sua prevedibilità e non richieda troppa attenzione, troppa cura, troppa fatica da parte mia. Quindi, dopo un’estate trascorsa tra cani di terracotta e gite a Tindari, serpenti che saltano fuori dai cassetti e delitti sul Nilo, il senso di colpa mi ha costretta a prendere provvedimenti; mi sono sforzata, dunque, di leggere qualcosa di nuovo: magari una raccolta di racconti, di per sé più agevole da mandar giù di un romanzone tutto nomi, date e descrizioni. Il libro adatto mi si è subito palesato davanti: Figuracce, volumotto dalla copertina bianca pubblicato da Einaudi a cura di Niccolò Ammaniti, che raccoglie racconti non brevissimi di autori che, in massima parte, non mi dispiacciono. Il fatto che il primo testo inserito fosse quello di Francesco Piccolo ha contribuito a punzecchiare la mia curiosità: al grido di che non si dica che Piccolo ha scritto qualcosa che io non ho letto!, mi sono accinta all’impressa. Mmmh.

Figuracce inizia con un’interessante prefazione di Ammaniti, così gradevole e divertente da sembrare un raccontino a sé. Poi la palla passa a Piccolo, e lì sono applausi a scena aperta: pensare a uno dei miei autori del cuore, adolescente ingoffito e umiliato dall’acne, mi ha intenerita un sacco. Da lì, inspiegabilmente, la musica cambia e, per dirla con mia madre, si sfascia l’acqua: e se il racconto di Elena Stancanelli è leggibile, anche se grandemente inutile, quello di Emanuele Trevi è esasperante, quello di Paolo Giordano è insulso – e la figuraccia, poi, qual è? -, quello di Antonio Pascale è slegato, quello di Diego De Silva scontato. Un discorso a parte meritano il racconto di Christian Raimo, interminabile ma col pregio di mostrare da vicino un po’ degli scrittorifighi italiani e statunitensi dei tardi anni Novanta e di raccontare una vera, reale, indiscutibile figuraccia, e quello di Ammaniti, che chiude la raccolta con una svolta grottesca e non-realistica che a me non fa impazzire, ma almeno esce un po’ dal seminato, dal già visto, già letto, già sentito, già vissuto.
Ho impiegato moltissimo, troppo tempo a finire il libro: dieci giorni in cui ho faticato, leggiucchiato altro, pensato di abbandonare il volumetto su una panchina al parco; mi sono sforzata di completare la lettura: e sicuramente una parte del malanimo che sento di covare nei confronti di questo libro è tutta mia, nasce dal mio nervosismo e dalla mia scarsa propensione attuale alla lettura, ma l’impressione generale, come purtroppo mi è capitato per moltissime raccolte di racconti di autori vari e in varia misura famosi e decantati, è quella dell’operazione commerciale fine a se stessa. In questo caso particolare, poi, si unisce un’altra sensazione sgradevole: quella degli artisti che se la cantano e se la suonano, divertendosi e facendosi l’occhiolino l’un l’altro, citandosi nei rispettivi racconti e facendo la ruota come pavoni, incuranti del fatto che ci siamo pure noi, i lettori, che vorremmo ridere e battere i piedi a terra, e non sbuffare e grattarci la fronte sentendo Paolo Giordano che parla della sua auto.

Non sono vegetariana né vegana, ma ho provato una maionese cruelty-free davvero deliziosa, e adesso non posso più stare senza. Con il frullatore a immersione vanno amalgamati latte di soia, olio di semi, un pizzico di sale e del succo di limone: l’olio di semi deve essere circa il doppio del latte di soia. Ingolosita con una spruzzata di paprica dolce è davvero ottima!

Read More

Cose che mi annoiano.

Lavarmi i capelli. Asciugarmi i capelli. Non avere un libro da tenere sulle ginocchia mentre mi asciugo i capelli. I nodi nei capelli. Chi mi chiede per quale motivo non mi taglio i capelli. Tutti quelli che discutono di pettinature e tagli di capelli.

Dovermi giustificare per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto. Dovermi sentire in colpa per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto. Dover trovare motivazioni valide, spiegazioni comprensibili, scuse accettabili per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto.

Essere costretta a mentire. Non sentirmi capita. Chiedere scusa molte volte al giorno. Continuare a fare cose che mi costringono a chiedere scusa molte volte al giorno.

Chi mi parla mentre tento di concentrarmi su qualcosa. Chi mi costringe a tacere. Chi mi risponde male. Chi mi risponde male senza motivo. Chi mi chiede favori rognosi. Chi mi critica perché ho fatto un favore a qualcuno. Chi rifiuta di farmi un favore.

La Formula 1. Gli sport di squadra, ad eccezione della ginnastica artistica a squadre. I fumetti. I cruciverba troppo difficili o quelli in cui l’enigmista si è divertito a incrociare i nomi dei personaggi del Mahābhārata con quelli delle spezie che compongono il curry tipico del Kerala. I concerti, quando cantante e chitarrista si lanciano in apocalittici virtuosismi sogghignando e guardandosi in faccia e sembra che si stiano divertendo solo loro.

Guidare nel traffico. Nando che mi sveglia abbaiando alle sei. Non trovare al supermercato l’impasto per focaccia che desideravo tanto. Mio nonno che ripete per l’ennesima volta il racconto del suo concorso alle Ferrovie. Pensare che tra qualche anno avrò dimenticato la storia del concorso alle Ferrovie di mio nonno.

La maggior parte delle canzoni che sento alla radio. La maggior parte dei programmi televisivi. Che non sia ancora ricominciato Il ruggito del coniglio, ma che sia finito Techetechete’. I libri sciocchi, insulsi o ruffiani. La sensazione che molti libri siano stati scritti solo per far piacere all’editore. La sensazione che molti libri siano stati pubblicati solo per far piacere all’autore. La sensazione che in questi casi il lettore sia la persona meno considerata.

Il posteggiatore che mi smoccola dietro per due isolati per ottenere una moneta che non ho intenzione di dargli. Il caos del venerdì sera in centro. I gestori di locai del centro.

Sentire due persone cantare e pensare a quanto sarebbe piaciuto a Ife stare seduto al tavolo con noi.

In un periodo di letture svogliate e poco attente, sto provando a terminare Figuracce, antologia di racconti di autori italiani fighi o presunti tali. L’ho iniziato perché il primo racconto lo ha scritto Francesco Piccolo, e non è niente male. Gli altri, finora, mi hanno lasciata un po’ tiepida. Vedremo come si conclude.

 

 

Read More

Buoni propositi (di quasi-metà anno).

Ognuno di noi inizia la giornata armato di buoni propositi: non attaccherò più caccole sotto la sedia del capo, ad esempio, o non mangerò più i muffin pera e cioccolato del baretto all’angolo con la scusa che tanto non dimagrisco mai. Uno dei miei ottimi propositi, in questi giorni, è stato quello di darci un taglio con l’acquisto di libri: perché ne ho moltissimi in coda, impilati sul comodino e sul piano dell’armadio e a un angolo della scrivania e sul mobiletto bianco a ruote, ma anche perché mi piace molto leggere col kindle e ho fatto una buona scorta di ebook; la mia intenzione era chiara, inamovibile, granitica: non entrerò in libreria, e se lo farò sarà solo per raccogliere idee, prendere spunti e copiare titoli su un blocchetto ad hoc, per cercarli, poi, nei meandri (legali) della rete, sotto forma di file .mobi.

Ovviamente, la mia decisione si è scontrata contro la proposta, sabato scorso, di un salto alla Feltrinelli: c’era un buono sconto da spendere, il pomeriggio era piovoso e non invogliava alle passeggiate senza meta, e il sorriso disarmante di una persona speciale mi ha spinta a sorridere e dire ma certo, perché no, andiamo. Ho resistito finché ho potuto: il banco con le novità non l’ho neanche guardato, ho accuratamente evitato l’angolo dedicato ai gialli e mi sono tenuta alla larga dal settore sui romanzi stranieri; mentre ciabattavo con decisione verso il piano interrato, zeppo di strumenti musicali dischi cd e altre simili poco invitanti mercanzie, sono inciampata su un espositore messo in un angolo, voltato a faccia al muro. Lui era triste, i suoi libri sembravano scontenti di star messi da parte, la mia anima da crocerossina non ce l’ha fatta: e nel momento in cui ho avuto in mano Bella mia di Donatella Di Pietrantonio, già sapevo che la frittata era fatta. L’ho letto d’un fiato, in ventiquattro ore spaccate: ed era da un po’ che non mi succedeva, dato che sono ormai due settimane che tento di mandar giù L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, che è sicuramente un bel libro, ma in questo momento è un po’ troppo corposo per il mio stomaco. Bella mia, invece, è bello e basta: ha una scrittura particolare, e io in generale non amo le scritture particolari, pirotecniche e rocambolesche: ma questa è delicata e lieve, e riempie tutte le parole di un colore caldo e consolante, dolce. La storia è tragica nel senso più antico e grandioso del termine: c’è una donna morta, un figlio semi-orfano, una famiglia in pezzi, una gemella in preda al senso di colpa. C’è una città, L’Aquila, che appare sullo sfondo, dolente e malandata ma ancora viva. E c’è la quotidianità del dopo-terremoto: gli alloggi temporanei, le scosse di assestamento, la convivenza forzata con persone che non sempre ci piacciono; c’è anche un amore, in Bella mia: e poteva venir fuori, scontato e banalotto, ma invece si inerpica tra le pagine e riesce a lasciare con un palmo di naso anche me che già sbuffavo piano. È proprio un bel romanzo: consistente al punto giusto, fresco in gola come un bel bicchiere di menta; ed è molto molto brava, l’autrice, a tenersi sempre un passo indietro, in modo da non rischiare mai di scadere nella retorica, nel lacrimevole fine a se stesso. Lo consiglio, questo bel candidato al premio Strega: e spero che arrivi secondo, proprio allo Strega, ma solo perché al primo posto vorrei il mio amato Francesco Piccolo.


Infine, in questi giorni di tempo un po’ uggioso e di raffredore-non-conclamato, cosa c’è di meglio, a merenda, di una tazza di the caldo con un cornetto? Comprato, sì, di quelli incellophanati che si prendono al supermercato: ma, sventrato con un coltello e imbottito con un po’ di buon cioccolato spezzettato e poi passato per un paio di minuti in forno, è proprio quello che ci vuole.

Read More

Goodbye 2013.

Come ogni anno, è tempo di bilanci: con immutata originalità, aspettiamo gli ultimi spiccioli di dicembre per decidere se i dodici mesi appena trascorsi avranno diritto ad essere ricordati, e quanto e perché, se sorridendo o ghignando o sbuffando o ringhiando come mastini. Come è stato il vostro 2013? Lungo, lento, noioso, stucchevole come melassa che cola in un bicchiere, o spumeggiante e profumato come un bagno di bollicine? Io non ho bisogno di calcolare variabili e di valutare parametri, giorni di lavoro fratto giorni di riposo moltiplicato per le soddisfazioni e sommato ai sorrisi ricevuti e ai regali ricambiati: il mio 2013 è stato uno degli anni peggiori che ricordi.

È stato l’anno in cui ho constatato che le fottute ironie della sorte non vanno mai in vacanza: e quindi una malattia il cui nome strafamiliare non mi aveva mai spaventata si è portata via un pezzo del mio cuore, e un altro accidente di salute mi ha ricordato che no, dolore e rabbia e frustrazione non usciranno mai dalla mia vita: mi ero rilassata troppo presto.

Il 2011 era stato un anno di sogni e speranze, il 2012 un anno stancante e complesso ma pieno di soddisfazioni e impegno. Il 2013 è stato l’anno della paura, della solitudine, della malattia, della mancanza di fiducia, del rimorso. Dei risvegli col cuore in gola, degli sguardi preoccupati dal balcone, delle notti passate ad ascoltare un respiro rotto e affannoso, del telefonino acceso sotto il cuscino, perché mai più voglio accenderlo e trovare messaggi affranti e disperati e dover pensare che mentre io dormivo è successo qualcosa di brutto. Un anno senza vacanze, senza un bagno al mare o un film al cinema, senza riposo, senza respiro: un anno vissuto a testa bassa, pedalando senza sosta, sperando di non trovarmi di fronte, per l’ennesima volta, un gregge di pecore che blocca la strada appena giro l’angolo. Un anno in cui ho letto poco e male: molti gialli di cui ricordo solo dettagli sfocati, Stoner che mi è piaciuto ma mi ha lasciato addosso una tristezza indescrivibile, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo a cui ho dedicato troppo tempo e troppo poca attenzione. E poi Storia di chi fugge e di chi resta, terzo volume della non-più-trilogia di Elena Ferrante, che mi ha lasciata un po’ fredda, e qualche piacevole scoperta: Jennifer Egan, consigliata da una collega e omaggiata a sorpresa da un gentleman feisbucchiano, Joseph Hansen, Anne Holt, il bravissimo e intenso Maurizio de Giovanni.

È stato un anno da dimenticare, ma qualcosa si è salvato: la scoperta che leggere col kindle è bellobello, un nuovo progetto in cui credere, tante sere passate a raccontare miti e leggende tenendosi per mano; molte stelle cadenti contate nel cielo di agosto, molti abbracci a un’amica venuta dal Veneto per tre giorni caldissimi e frenetici, molti baci a Ife e Mosca e Canepiccolo, la mattina. E poi un rapporto ricucito con una persona che vive lontano ma che sa essere molto vicina, un po’ di risate con le colleghe, una cena con pizza e dolcetti al cioccolato dal cuore morbido che aspettavo da troppi anni. Un’amica tornata amica, due amiche che lo sono sempre state, colleghe e capo comprensivi e dolci. E infine la consapevolezza che tutti i momenti brutti vanno via quando sento la sua voce che ride, quando vedo il suo sorriso che brilla, quando le sue mani mi carezzano il viso e mi fanno pensare che comunque, alla fine, andrà tutto bene.

Buon 2014: auguro a tutti voi che non somigli neanche un po’ al 2013.

Read More

Sono pazza di Francesco Piccolo (ma lui non lo sa).

In una ideale classifica di ovvietà – mai mescolare pasta d’acciughe e crema di nocciole, non è un’idea brillante sporgersi dal balcone con un’incudine tra le mani, è molto complicato camminare sul soffitto – ce n’è una che mi calza a pennello, ed è quella secondo cui ogni libro, per essere goduto appieno, ha bisogno di approdare al momento giusto nella vita dell’aspirante lettore. Ecco, purtroppo sono contravvenuta a questa regola fondamentale, e quindi adesso sto leggendo Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, ma ho la sensazione di starlo apprezzando molto meno di quanto meriterebbe, porcamiseria.
Ai libri di Francesco Piccolo sono molto legata; ho letto Storie di primogeniti e figli unici almeno quindici anni fa: era su uno scaffale di una libreria, solitario e triste, con la sua copertina bianca a virgole cremisi. Sono primogenita e figlia unica, e quel libro ammiccava e sorrideva e sgranava gli occhioni e mi chiedeva di tornare a casa insie
me, per favore; è stato amore a prima vista. Con la mia attitudine all’accumulo, ho cercato e trovato, negli anni, tutti i libri di Piccolo: e li ho letti più volte, con attenzione e divertimento e invidia (perché lui scrive così bene e io no, perché?). Ho amato parole e frasi, la sua lingua e il suo stile: ma soprattutto ho amato le sue idee, e la sua capacità di esprimerle con chiarezza e delicatezza, con rigore e allegria e puro piacere da volontà-di-essere-compreso. Ho aspettato con ansia l’uscita di ogni suo nuovo libro; ho piluccato Allegro occidentale rivedendoci la me titubante e in preda all’ansia prima di un viaggio, ho sorseggiato E se c’ero, dormivo col sorriso pacato da persona uscita dalla scuola da un bel po’, ho assimilato ogni riga di La separazione del maschio, che ho consigliato ad amiche e colleghe e parenti e conoscenti. Mi sono battuta perché Momenti di trascurabile felicità venisse compreso e non bollato come un puro esercizio retorico, ho strappato l’ultima copia di L’Italia spensierata dalle mani di un ignaro potenziale compratore, in una piccola snob libreria del centro. E adesso che ho tra le mani un libro nuovo di zecca, prenotato con giorni di anticipo e desiderato ardentemente, e che è forse la sua prova più organica e matura e completa, mi accorgo che lo sto trangugiando senza rallegrarmi del sapore: perché sono stanca e oberata e confusa, e avrei bisogno di leggere qualcosa di sciocco e poco impegnativo, qualcosa di coccoloso e leggero e caldo e soffice: un libro-plaid-a-scacchi, per intenderci. E invece  è un libro profondo, intenso, interessante; è un testo ibrido: in parte è una bella autobiografia sul tema della maturazione e crescita politica dell’autore, in parte è un saggio davvero illuminante sulla sinistra italiana negli ultimi quarant’anni. Dal compromesso storico al delitto Moro, dalla discesa in campo di Berlusconi allo strappo di Bertinotti, Piccolo ci racconta una storia che ognuno di noi, (e)lettore di sinistra, conosce bene, ma che, senza un punto di vista organico e lucido come questo, spesso si perde nella sua interezza. Ci sono pagine stupende: il racconto commosso della morte di Berlinguer mi ha toccata moltissimo; e la descrizione della volontà di purezza della sinistra paragonata ai ciclisti che maltrattano chi guida un’auto è davvero geniale. Mi mancano ancora poche pagine, le sto centellinando, per stanchezza e svagatezza: ma è un libro che consiglierò, e rileggerò, e gusterò come merita.

Read More