Del cucinare cose nuove, ovvero anche un panettone vegano può riservare delle sorprese.

Non mi piace il panettone; quando ero bambina, mia nonna, che ne era una grande estimatrice, mi costringeva a mangiarne una grossa fetta come dessert, dopo cena, in tutti i periodi dell’anno in cui riusciva a trovarne al supermercato. Era una lunga, lenta agonia: scartavo uvette e canditi con precisione millimetrica, e poi staccavo pezzetti di pasta che andavo appallottolando e pressando tra i polpastrelli di pollice e indice fino a riderli in frammenti grandi abbastanza da essere occultati negli angoli ripiegati del foglio di scottex che usavamo al posto del piattino da dolce. Dopo ore di lavoro, quasi tutta la mia porzione di panettone giaceva nel secchio della spazzatura, e io ero riuscita a ingollarne con difficoltà solo qualche briciola. Anche mia madre ha sempre amato il panettone: fino a quando, per ragioni complesse e tortuose, ha scelto di nutrirsi con una dieta vegana che le ha imposto di non mangiare più nulla che contenesse, tra le altre cose, uova e burro: e quindi, addio alla maggior parte dei dolci, primo tra tutti proprio il panettone. Mio padre, appassionato di cucina e persona molto accollativa, come si dice a Palermo per descrivere chi si industria per far piacere agli altri e non si tira indietro di fronte a una proposta anche se insolita o faticosa, ha deciso di provare a riprodurre un panettone totalmente cruelty-free. Cercando sul web, ha trovato ricette e tutorial vari: ma la prima prova è stata un mezzo fiasco. Il sapore era ottimo, ma la lievitazione, affidata al cremor tartato e al bicarbonato, è fallita; è venuto fuori un dolce in tutto simile a un panettone che qualcuno avesse scambiato per un pouff, accomodandocisi sopra con eleganza. Con il consiglio di una brava foodblogger, che mi ha indicato la ricetta adatta, ci siamo rimessi all’opera: questa volta, al posto del burro c’era il burro di cacao – che, io non lo sapevo, si vende sotto forma di polvere bianca da sciogliere a fuoco dolce – e si usava il lievito di birra per fare “alzare” l’impasto. I panettoncini, 8 piccoli dolcetti monoporzione, non sono venuti male: scuretti a causa dello zucchero integrale di canna, meno soffici di quelli in commercio e molto molto più laboriosi, ma l’esperienza si può ripetere, magari con gocce di cioccolato al posto dei canditi e frutta secca al posto delle uvette. Potrei anche assaggiarli, in quel caso, chissà.

Ad ogni modo, la ricetta che abbiamo seguito è qui: chi se la sente di cimentarsi ci provi, ci vuole solo un bel po’ di tempo e un posto adatto a far lievitare la pasta per un’intera notte. Io avevo provato con il forno spento con la luce accesa, ma il risultato è stato che le pallottine di impasto più vicine alla lampadina sono cresciute più delle altre. Tenterò con una lampada da tavolo puntata sulla ciotola.

Inizio l’anno con Funny girl di Nick Hornby, che mi sta piacendo ma la cui lettura è decisamente più laboriosa di quanto avessi sperato; ambientato in un’epoca e un ambiente inconsueti, è un bel romanzo sul rapporto tra scrittura e lettori, televisione e pubblico, attori e personaggi.

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Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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