Libri che parlano di libri.

da6ef3d4d876819003b336c73104beddQuando ero bambina e poi ragazzina, da giugno a settembre andavo a mare ogni giorno: non perché mi piacesse, ma perché le mie nonne ci tenevano ed erano troppo insistenti e cocciute per poterle convincere a lasciarmi fare altro, e comunque non immaginavo altra prospettiva per la giornata che la consueta sequenza di bagno-doccia gelata-breve permanenza al sole-ghiacciolo al limone; le mie estati erano fatte solo di spiaggia, giri in bicicletta con il walkman alle orecchie, partite a carte o a Cluedo nei pomeriggi particolarmente afosi, passeggiate sul lungomare e parecchi libri. Leggevo moltissimo, per abitudine e per noia e per assenza di stimoli: rovistavo tra quelli dei miei genitori o li compravo all’edicola, selezionando accuratamente tra le poche copertine esposte qualcosa di non-tedioso, non-spaventoso, non-banale, non-classico, non-Harmony. Non era semplice, e ho acquistato molti libri che poi ho scagliato via disgustata (e un paio che mi hanno terrorizzata a morte): ma mi sono anche imbattuta in romanzi che sono diventati una parte fondamentale del mio bagaglio culturale, del mio lessico, del mio metro di paragone per i libri a venire; uno di questi era Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi. L’ho acquistato nell’estate del 1996, quando avevo da poco finito la terza media: era appena uscito per la collana Oscar Mondadori, costava 5.900 lire e mi aveva attirata perché c’era una bici in copertina, e io in quel periodo ero una creatura metà ragazzina lentigginosa e scarmigliata e metà mountain bike blu. L’ho letto con piacere e meraviglia e stupore e invidia: piacere per la scrittura rapida e nervosa e brillante e spigolosa, meraviglia e stupore nei confronti dell’adolescenza e delle sue mille possibilità, invidia per lo scrittore che sapeva raccontare la storia così bene, e per Aidi e il vecchio Alex che avevano una vita piena di avvenimenti prodigiosi; ne ho capito probabilmente un quarto: sicuramente ho perso, a quella prima lettura, tutti i riferimenti a film, gruppi musicali e modelli di comportamento tardo-adolescenziali di cui il libro è disseminato, ma mi sono rimasti impressi da subito la lingua fresca, giovane e vivace e ancora non-violenta e non-eccessiva di Brizzi, uno schizzo di Bologna (che non ho mai visto, e dove non credo mi capiterà di andare ancora per un bel po’) e l’ammirazione per De Carlo: perché a un certo punto il protagonista dice di stare leggendo Treno di panna e che Andrea De Carlo è forse il suo scrittore preferito; e io ho iniziato a leggerlo, De Carlo, ed è stato il mio scrittore preferito per molti anni, finché non ha iniziato a rendere i suoi personaggi sempre più esasperati ed esasperanti. Da quel momento ho sempre cercato, nei libri, consigli e riferimenti letterari, suggerimenti di autori da conoscere, poesie da rileggere, brani da sottolineare.

Oggi, che leggo poco e male, con poco tempo e poca attenzione e troppi stimoli esterni e pensieri faticosi, ho sviluppato una mania per i libri che parlano di montagne, scalate, spedizioni himalayane, bufere di neve e carovane e allevatori di yak e fiumi e ghiacciai e saraccate; così, quando ho sentito che Paolo Cognetti, scrittore che mi piace moderatamente, aveva appena pubblicato un libro che raccontava di un viaggio in Tibet, mi sono precipitata a cercarlo; e il mio stupore è stato enorme quando ho scoperto che, fin dalle prime pagine, si fa riferimento a Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen: perché lo sto leggendo da un po’ di tempo, me lo regalato amicastorica e lo sto centellinando per accordarmi al ritmo lento della scrittura, che ricalca quello della spedizione alla ricerca del felino più schivo del mondo. Mi ritrovo in uno strano crossover, in cui sto leggendo un libro che parla di un altro libro che sto leggendo. È bizzarro, vagamente da capogiro, e le storie si rincorrono e si somigliano e spesso coincindono e mi confondo, ma è anche piuttosto divertente.

Read More

Italian Book Challenge, ovvero come stressare parenti e amici per farsi aiutare a trovare i libri giusti.

Da molto tempo esiste una simpatica sfida letteraria, nota come Italian Book Challenge: una sorta di competizione in cui chi partecipa è tenuto a leggere, in un anno, cinquanta libri, scelti attenendosi alle indicazioni di una lista. Dal 2016, la gara è diventata appannaggio di alcune librerie indipendenti, che stanno tentanto di intestarsela pretendendo che i partecipanti acquistino da loro i libri in questione, in cambio di sconti o simbolici premi. Anche io, per la prima volta, ho deciso di partecipare: non comprando i libri nel negozio prescritto, però, ma sfruttando ebook e romanzi presi in prestito da parenti e amici: un Italian Book Challenge più alla buona, probabilmente non abbastanza radical chic, ma spero ugualmente divertente.

Iniziando solo adesso, con tre mesi buoni di tempo già consumati, per prima cosa ho confrontato la lista dei libri prescritti con quella delle mie letture dell’anno in corso: per fortuna, sono riuscita a piazzare molti romanzi che avevo già letto. L’uovo fuori dal cavagno di Margherita Giacobino è perfetto come romanzo di formazione (zaaac, tratto di penna sulla voce corrispondente), mentre Buchi nella sabbia di Marco Malvaldi soddisfa in pieno le richieste della categoria libri con copertina blu. Come dire di Stefano Bartezzaghi è un saggio, quindi spunto la sesta voce della lista, mentre Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli di Antonio Menna è un giallo, quindi via anche il punto ventuno. Me ne rimangono ancora moltissimi da leggere: ma soprattutto, riuscirò a trovare libri che rispondano alle indicazioni e che non mi annoino troppo?

Alcune richieste, lo ammetto, mi gettano nel panico: troverò un libro in cui il protagonista svolge il mio stesso lavoro? Ovvero, esistono libri in cui il protagonista fa il social media coso? Qual è un classico che avrei dovuto leggere alle superiori? Quelli che mi erano stati assegnati li ho letti all’epoca, lo giuro. E un libro che ho sempre voluto leggere ma non ho mai letto quale può essere? Di solito, i libri che voglio leggere li leggo davvero, non aspetto che una lista me li prescriva. Su qualcosa sono in dubbio (un romanzo che sia stato scritto almeno cento anni prima della mia nascita nuocerà gravemente alla mia salute mentale?), su qualcos’altro sono rassegnata (per la voce un libro più lungo di seicento pagine leggerò Villa Metaphora di Andrea De Carlo, anche se avevo giurato che avrei smesso), su altro ancora sono confusa (un libro che parli di un fallimento quale diamine può essere?). Sono determinata ad andare avanti, cercando di non barare e di divertirmi: spero che sia un modo per conoscere libri nuovi, nuovi autori, nuovi stili. Soprattutto, spero davvero di non ridurmi, il pomeriggio del 30 dicembre, a scorrere a tutta velocità Cime tempestose perché mi mancano gli ultimi capitoli per completare la sfida.

Per ora sto leggendo L’amante senza fissa dimora di Fruttero & Lucentini, consigliato/imposto dallaMate; mi sta piacendo, ma anche se non fosse così non potrei mai ammetterlo pubblicamente, o verrebbe fin qui per picchiarmi.

Read More

Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

Read More

Con qualsiasi altro nome avrebbe lo stesso soave profumo?

Andrebbe perseguito penalmente chi dà nomi brutti ai figli. Chi ne impone di ridicoli, o assolutamente fuori moda, o fuori contesto, o con errori ortografici, o semplicemente non-portabili. C’è una forma di estremo egoismo, nel marchiare un bambino con un nome che lo metterà prevedibilmente in difficoltà, o in imbarazzo, o anche solo lo costringerà a ripeterlo tre o quattro volte di fila a ogni presentazione, mentre l’interlocutore lo guarda stringendo gli occhi e tentando di decrittare la formula misteriosa. Rimango sempre allibita quando incontro persone che, alla scontata domanda “come si chiama?” dopo quarti d’ora a decantare le virtù del proprio pargolo, se ne escono con Shanti, o Nigel, o Maiccol – scritto esattamente così -, o Cono, Crocifissa, Concetto, Artemisia, Melchiorra, Gerlanda. Giuro, li ho sentiti davvero.
Recentemente, una giovane donna che conosco di vista mi ha comunicato che doveva disdire un impegno a causa di un problema che affliggeva sua figlia Nirvana. Sono rimasta tanto sconvolta dal nome che non mi sono neanche preoccupata di chiedere se si trattasse di qualcosa di grave, o solo di fastidioso. Come fa una persona di buona cultura, di normale educazione, che lavora fuori casa e vive a contatto con un contesto sociale normale, a chiamare una bambina Nirvana? Perché qualcuno che si trova in Italia nel 2012, in un ambiente cattolico, sente il bisogno di attribuire alla figlia il nome di un complesso concetto filosofico orientale? Come si può fare una tale scommessa col destino da imporre a una bambina un nome così difficile? Perché i genitori, in quanto solitamente adulti, non pensano mai che i figli devano ancora affrontare tutto quel percorso faticoso e sgradevole che loro hanno già compiuto? Forse, se qualcuno ricordasse bene come si sentiva in seconda media, eviterebbe di chiamare Venus sua figlia; se non si fossero dimenticati cosa voleva dire essere presi in giro appigliandosi a una motivazione qualsiasi, i genitori di Lorelai avrebbero optato per un semplice Luisa. A trentacinque anni è facile essere abbastanza scafati da pensare di poter indossare qualsiasi nome con sicurezza e tranquillità. A tredici è molto diverso. Se una sedicenne bella, conscia del proprio fascino, con uno stile ben definito e un taglio di capelli alla moda si chiama Nirvana, probabilmente avrà la scuola ai piedi. Ma se Nirvana sarà bruttina, silenziosa o grassottella, se vestirà in maniera anonima o leggerà troppi libri, se non ascolterà i Radiohead ma gli Inti Illimani, con ogni probabilità sarà lo zimbello della classe, e il suo nome sarà solo un puntello in più per chi la prende in giro. Non sto certo proponendo l’anonimato come difesa dal bullismo imperante: solo, magari sarebbe meglio evitare di mettere il carico.
Sono stata afflitta anche io, da sempre, da un nomebrutto: non strano né esotico né poco comprensibile, solo vecchio. Provate a pronunciare anche voi il nome Maria: sulla parete interna della vostra fronte si proietteranno immagini standard di anziane portinaie o di bidelle grassocce, sorridenti e odorose di detersivo al limone e gessetti. Anche Simone Rugiati, nei suoi programmi di cucina, si rivolge a una generica esponente del pubblico (casalinga, cinquantenne, spesso sciocca) apostrofandola a gran voce come Signora Maria. Fateci caso, non è il nome ideale per sembrare alternativi, trasgressivi o alla moda. Ma tant’è.

In molti libri i protagonisti hanno nomi strani, sciocchi o buffi o poco credibili. I primi che mi vengono in mente sono i figli di Livio in Di noi tre di Andrea De Carlo: Elettrica e Vero. Chiamati così per una ripicca coniugale (mi fa male la bocca anche solo a pronunciare il loro nome, riconoscerà il personaggio, al telefono con Misia), sono bambini infelici e confusi. É uno dei migliori romanzi di De Carlo, Di noi tre: forse un po’ lento, ma compatto e piacevole. Sbocconcellando tutta la bibliografia dell’autore vengono fuori un bel po’ di altre perle: da Uto a Malaidina, da Misia ad Astra, da Raimondo Arrigo Vaiastri agli insulsi personaggi di Giro di vento, i nomi assurdi si sprecano. E anche le trame, dopo un po’, non è che siano poi un granché.

Read More

L’importante è iniziare (bene)

Una delle cose che mi piace di più della lettura è quel pizzicore, quasi un piacevole solletico, che prende quando si sta per iniziare un nuovo libro. Quel senso di attesa sorridente e non-pesante, quel friccicore diffuso che ti avvolge quando, dopo attenta valutazione dell’abbinamento libro da giorno/libro da notte, esauriti i calcoli su momenti della giornata e angoli della casa propizi all’ingollamento di quel romanzo, stabilita con puntiglio la tabella di marcia giusta – che ci sono libri che devono essere sorbiti lentamente ed altri che possono essere apprezzati solo a lunghi sorsi – finalmente decidi che ok, perfetto, si comincia. C’è un mix di perplessità e fiducia, di sicurezza e timore, di ottimismo e scetticismo nel decidere di dedicare tempo ed energie mentali e sogni a un nuovo romanzo: un’espressione simile a quella di un professore delle medie che chiama un alunno medio-bravo alla cattedra, e si aspetta e si augura che risponda bene ma sa che potrebbe anche uscirsene con un ‘Manzoni? Boh, e chi era?’, così, senza battere ciglio.
Pochi elementi di un romanzo contano, per me, quanto l’inizio: mi annoio facilmente, ho bisogno di qualcosa che attiri presto la mia attenzione, che mi sbatta sotto il naso che vale la pena di leggerlo, quel libro, accidenti. Ci sono incipit che ricordo ancora a memoria, per quanto mi hanno compito: il primo è sicuramente il famosissimo Barrabás arrivò in famiglia per via mare, che di quella storia è l’inizio e la fine, e molto di più. Un altro esordio che amo è quel A volte penso sia stata la luna a partorirmi tra spasmi di cosce pallide sapientemente allargate tra le stelle proprio in alto. Così appesa sopra un concerto di David Bowie lei si apriva lasciandomi cadere. Io sono Demon e la luna è mia madre, che ti lascia capire tutto senza svelare niente, o quasi. Ci sono incipit famosi universalmente, quello di Lolita o di Anna Karenina o di Cent’anni di solitudine, ad esempio; ce ne sono altri che sono meno noti, ma non troppo: Nella mia casa paterna, quand’ero ragazzina, a tavola, se io o i miei fratelli rovesciavamo il bicchiere sulla tovaglia, o lasciavamo cadere un coltello, la voce di mio padre tuonava: – Non fate malagrazie!. Ce ne sono alcuni che non smetterò mai di ammirare, come un gioco di prestigio ben riuscito, un coniglio che salta via dal cilindro con un hop preciso:
«Allora, cara» dice Brandy. «Cosa è successo al tuo viso?»
Gli uccelli.
Scrivo:
uccelli. Gli uccelli hanno mangiato il mio viso.
Ci sono autori che hanno giocato molto sugli incipit ad effetto: Palahniuk, ad esempio; altri, che non lo hanno fatto: il primo che mi viene in mente è De Carlo. Ci sono scrittori che lo hanno fatto con naturalezza, ed altri che hanno lasciato trasparire artificiosità, voglia di stupire, insicurezza. Infine, ci sono quelli come questo: Gli ho detto: – Dimmi la verità,  – e ha detto: – Quale verità, – e disegnava in fretta qualcosa nel suo taccuino e mha mostrato cos’era, era un treno lungo lungo con una grossa nuvola di fumo nero e lui che si sporgeva dal finestrino e salutava col fazzoletto.
Gli ho sparato negli occhi.  
Il primo post dell’anno non poteva non parlare di inizi; oggi, però, è il centenario della nascita di Giorgio Caproni: vi lascio un pezzetto di lui, da assaporare con calma:
Di conseguenza, o proverbio dell’egoista
Morto io,
Morto Dio.

Read More

De Carlo, perché mi fai questo?

Lo so, non è corretto lamentarsi di un libro prima di averlo finito; ma è un periodo sgrunt, e ho voglia di lagnarmi, e poi sto leggendo Leielui da qualche giorno, e lo trovo estremamente fastidioso. Ecco, il termine più adatto è irritante: un romanzo capace di farmi fumare le orecchie alla vista della costina, distogliere lo sguardo, espirare forte dalle narici quando lo appoggio tra il mio letto e la brandina del semi-labrador, contenendomi dallo scagliarlo al muro solo per non svegliare l’amena bestiola. L’ho comprato – il romanzo, non il cane – perché era in sconto al supermercato, e anche perché, dopo l’indisponente Durante, provavo un acuto e gratuito senso di colpa verso De Carlo, un disagio non localizzato, come un intenso pizzicore; volevo dargli una nuova possibilità, darla anche a me, forzando il disagio verso le moleste copertine disegnate dall’autore-artista-musicista troppo pieno di sé per appaltarle a un grafico, verso le auto-celebrative foto di tre quarti che appesantiscono le bandelle, verso le frasi entusiastiche estrapolate da qualche recensione e fatte aggiungere dall’addetto marketing per potenziare il piano-vendita. Gliela dovevo, una nuova occasione, io che ho letto con avidità tutti i suoi (troppi) libri, e molti li ho trovati anche piuttosto belli, intriganti, con uno stile iper-curato ma non leccato. Un po’ ripetitivi, da Di noi tre in poi, ma piacevoli, equilibrati, pieni di colori e sapori e umori, sensazioni contrastanti, descrizioni ultra-particolareggiate di situazioni e ambienti e persone, strade milanesi bianco-bigie, città degli Stati Uniti gelide e poco comunicative, poco accoglienti.
Ho approcciato il romanzo con un misto di sensazioni, cinquanta per cento fiduciosa curiosità, trenta per cento scetticismo, venti per cento irritazione preventiva; arrivata circa a metà, ho deciso di finirlo per gli stessi motivi per cui ho divorato Venuto al mondo della Mazzantini, uno dei romanzi francamente più ruffiani e fastidiosi del decennio: voglio capire dove diavolo andrà a parare. L’evoluzione della storia, tanto, è evidente dal primo capitolo: un personaggio femminile dotato di preclare virtù (bella allegra indipendente motivata curiosa, ricalcando la tipica kalokagatìa decarlesca), inspiegabilmente accoppiata con un uomo noioso, quadrato, prevedibile, che la tarpa e svaluta, e che va a sbattere (meno metaforicamente di quanto sarebbe stato giusto) contro il solito protagonista dei libri di De Carlo: un incrocio affascinante (nelle intenzione dell’autore) tra la simpatica canaglia alla Clark Gable e un bulletto di periferia, che dovrebbe adombrare una sorta di alter ego di De Carlo stesso. In due parole, Clare non è altri che Manuela Duini di Arcodamore, nonché Martina di Due di due, mentre Daniel è un mix tra Uto, Raimondo Vaiastri di I veri nomi, Durante, Guido Laremi di Due di due; il rapporto con i figli è preso di peso da Pura vita, la suocera è la copia della madre di Damiano Diamantini e cosiì via. La trama, prevedibile all’inverosimile, ricalca una media aritmetica tra Arcodamore, Giro di vento e Durante. Lo stile non è quello secco e ancora ruvido di Treno di panna, né ha i virtuosismi di Uto o la levità di I veri nomi, ma è involuto, ricercato, barocco, al limite col cattivo gusto. Un cocktail di frasi già lette, espressioni che ritornano (‘il gioco di attriti’ mi sta rendendo idrofoba), immagini schizzate centinaia di volte, oltre ai consueti interrogativi da libro di De Carlo (Perché ragazze carine e intelligenti dividono le giornate con amebe ricche e presuntuose? Perché gli scrittori hanno repulsione per il proprio pubblico? Perché, se tutti i personaggi detestano Milano, si ostinano a vivere lì?).
Prometto, è l’ultimo romanzo di De Carlo che leggo. Spero.

Read More