In cerca di.

È da un bel po’ di tempo che sono in cerca del libro ideale. Un bel po’ di tempo, nella mia personale considerazione, equivale a una manciata di giorni, forse un po’ più di una settimana; intere serate a scorrere le costine dei libri che affollano la Billy e a spulciare le cartelle di ebook nel pc, pomeriggi a tirare su volumi in libreria e sbirciare le bandelle e rimetterli via, mattine a balzellare tra siti e gruppi facebook; un’eternità. Intanto ho letto, o meglio, riletto, uno dei miei autori del cuore; ma, dopo un’abbuffata di Primo Levi – il Primo Levi dedicato all’Olocausto, quello sperduto e desolato di Se questo è un uomo, quello vagamente sorridente e in cerca di serenità ed equilibrio di La tregua, quello lucido e offeso e accanitamente fiero di I sommersi e i salvati – ho bisogno di altro. Di qualcosa che mi prenda, che non mi faccia smoccolare vergognosamente per la tristezza e la mortificazione, che mi faccia sorridere, pensare, invidiare con violenza l’autore e sperare di potermi complimentare con lui. Del libro ideale, ecco.

Il libro ideale deve avere una storia che mi prenda; un misto tra la serie dell’amica geniale di Elena Ferrante e un giallo di Rex Stout, per intenderci. Deve avere uno stile che mi piaccia, quello asciutto e sobrio di Natalia Ginzburg, ad esempio. Deve avere personaggi che mi piacerebbe conoscere, come la Agnes Browne di Brendan O’ Carroll, come Watanabe o gli alter ego che popolano i romanzi di Nick Hornby. Deve avere la lunghezza ideale, cinque giorni, non di più né di meno, e le dimensioni ideali per stare nella mia mano mentre leggo a letto, accoccolata sul fianco sinistro. Il libro ideale esiste, devo solo trovarlo.

Lo sto cercando furiosamente, il libro ideale. Ho chiesto a chiunque mi fosse venuto in mente: al fruttivendolo (signorina, chissacciu, tutti uguali sono), al posteggiatore (ma piccioli pi’ mmia ‘unn have? Taliasse ddà, ci sunnu libri in tierra), alle mie colleghe, ad amici parenti conoscenti e un paio di sconosciuti incontrati alla fermata dell’autobus. Ho totalizzato innumerevoli consigli, dal giallo con detective gay – gradevole, forse lo continuerò – ai romanzi vincitori di premi letterari che si caratterizzano per la noia indefessa, dal classicone interminabile alla raccolta di racconti buffi e nonsense che mi fanno sentire sciocca, dalla raccolta di racconti che si finge trasgressiva al saggio sulla psicologia degli anellidi. Ho scaricato innumerevoli libri: tutti quelli che mi sono stati consigliati e molti altri, titoli visti nella vetrina della cartoleria all’angolo, orecchiati in conversazioni da social network, sbirciati tra le mani delle persone in attesa alla posta. Ne ho iniziati moltissimi, non so se ne finirò qualcuno: ma nessuno di loro, lo so già, è il libro ideale.

Io non demordo, e continuo a cercarlo; si accettano consigli: qual è, secondo voi, il libro ideale che mi aspetta?

Mi piace quando gli amici vengono a casa nostra, la sera; mi piace anche avere qualcosa da offrire: una tisana, un dolcino, una manciata di noccioline, una limonata. Sabato sera, in preda all’ispirazione, ho adattato la ricetta dei miei celebri dolcetti al riso soffiato agli ingredienti che avevo in cucina. Cioccolato sciolto su fiamma bassissima, quattro pugni di corn flakes e una cucchiaiata di nocciole tostate; il composto, disposto a cucchiaiate su carta da forno, si è raffreddato lentamente a temperatura ambiente: ne sono venuti dei piccoli croccanti, golosi e semplicissimi.

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“Storia della bambina perduta”, ovvero come chiudere una saga di successo.

Ho appena finito di leggere Storia della bambina perduta, il quarto e ultimo volume della saga di Elena Ferrante, e già mi manca; provo una sensazione strana, metà nostalgia di persone mai esistite, metà appagamento, completezza, da conclusione di un lungo percorso, più un filo di tristezza all’idea di non incontrare più Lila e Lenu’, di non avere più nulla di nuovo da scoprire su di loro, e un pizzico di ammirazione e tiepida invidia nei confronti di chi sa scrivere così bene. Una impressione simile a quella che mi scivola addosso ogni volta che finisco di rileggere Lessico famigliare, e mi sento sola e un po’ giù e malinconica e vorrei poter telefonare a Natalia Ginzburg e chiederle di parlarmi ancora di Leone, dei suoi figli, di suo padre e sua madre, dei pomeriggi in montagna e del confino e della casa editrice e della resistenza e.

Ho conosciuto l’autrice quattro anni fa: una brava collega, una di quelle che chiunque vorrebbe avere nella stanza accanto, arguta e intelligente e disponibile per una pausa-caffè e per prestare e consigliare bei libri, mi aveva suggerito uno dei suoi romanzi; eravamo in una libreria piccola e carina, che adesso ha chiuso, sostituita da un negozio di chincaglierie gestito da ragazze che urlano e si scagliano oggetti addosso, e volevo comprarmi un regalino come premio di una gelida serata di lavoro. Ciondolavo col naso per aria, lamentandomi di non sapere cosa scegliere, fastidiosa come una bambina in gelateria che non riesce a decidere tra il cono al cioccolato e doppia panna e la coppetta fragola-e-limone, e lei mi ha indicato La figlia oscura. L’ho comprato – costava anche straordinariamente poco -, l’ho letto con grande piacere, ho estorto alla collega L’amore molesto. Poi è uscito L’amica geniale, e sono corsa a leggerlo. Da qui è iniziata una vera forma di dipendenza. A turno, tra colleghe, abbiamo acquistato e ci siamo prestate gli altri volumi, fremendo e commentando e pungolandoci a finire in fretta per passarlo alle altre; l’ultimo era un ebook, che ho mandato giù in pochi giorni nonostante la mole.

Come tutti, mi sono chiesta chi sia realmente Elena Ferrante: se sia, come si dice, Domenico Starnone, o Marcello Fois, o entrambi o nessuno dei due; mi piace pensare che sia uno pseudonimo di Francesco Piccolo, ma probabilmente è solo una mia idea. Chiunque sia, comunque, ha composto una saga da manuale: piena di personaggi, ribaditi all’inizio di ogni volume per evitare che il lettore perda qualcuno per strada (ma io comunque di qualcuno non mi ricordo più, di qualcun altro ho un’idea vaga); pregna di eventi, dai più semplici ai più scabrosi, dalle piccole beghe quotidiane alla Storia che fa irruzione nel racconto; con la giusta quantità di amore e violenza, di dolore e sofferenza, di successi e dolcezza e paura e orgoglio. Una saga che è riuscita a tenere avvinti molti (molti!) lettori, iniziata in sordina e continuata con lo scruscio. Quattro bei romanzi, davvero: violento e scabro il primo, più faticoso e compiuto il secondo, più lento e ciccioso il terzo, e infine completo, pieno, definitivo il quarto. Un’operazione commerciale un po’ furbetta, se vogliamo: presentata come una trilogia, poi rivelatasi una quadrilogia quando tutti si aspettavano, da Storia di chi fugge e di chi resta, un finale della serie; tutti i romanzi si concludono, in perfetto stile soap opera, lasciando il lettore a mordersi le unghie e cercare spoiler sul web; qualche passaggio è un po’ stancante, qualche situazione si ripete, qualche personaggio rimane un po’ appiattito sul fondo: ma, tirate le somme, ne vale davvero la pena. Leggetelo, ve ne prego: anche solo per poterne parlare insieme, ché in ufficio ancora non lo ha finito nessuno e io ho bisogno fisico di confrontarmi con qualcuno. Mi sento come quando ti raccontano un pettegolezzo: se non hai qualcuno con cui condividerlo, non c’è prio.

La serie è ambientata, in buona parte, a Napoli: e la cucina napoletana è parte del mio DNA. Quindi, scarola imbottita, pizze fritte, ragù, maiale al latte: ma soprattutto la pizza rustica, con pasta frolla e il ripieno di ricotta di pecora, salame, scamorza affumicata, uovo. Deliziosa.

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Allerta meteo?

Lo scorso fine settimana, mentre ero impegnata a spostare tutte le mie cose dal punto A al punto B senza perdere per strada i calzini, la pennetta usb o il lume della ragione, è stata diramata a Palermo la prima allerta meteo di cui abbia memoria. Le scuole e le facoltà universitarie sono rimaste chiuse, mentre uffici, negozi, ospedali e aziende hanno lavorato regolarmente, con fiero sprezzo del pericolo. Domenica mattina il sole splendeva sulla città: non c’erano stati danni né problemi e, a parte un breve acquazzone sabato mattina, non aveva neanche piovuto.

Sui social, come era prevedibile, la faccenda è stata sviscerata, commentata, sbertucciata, ripresa, sezionata, criticata. Due fazioni si opponevano: quella di chi lodava il sindaco per la sua avvedutezza, che avrebbe scongiurato un pericolo che per fortuna si era dileguato ma chi può mai dirlo, signora mia, e se poi pioveva?, e quella di chi considerava l’allerta maltempo un’inutile perdita di tempo e di risorse pubbliche. Tra annunci di ricorsi – ho dovuto tenere il bambino a casa, chi mi paga la baby-sitter? – e ringraziamenti, in parti uguali, a padre Pio e al sinnacollando, meritevoli di aver allontanato a fiato gli incombenti nuvoloni neri, ben pochi hanno notato una cosa fondamentale: quanto sia avvilente la necessità di chiudere scuole e atenei alla prima pioggia.

La prudenza è utile, e a Palermo il detto megghiu dire chi sacciu che chi sapìa è verbo, ma è ipotizzabile tenere i ragazzi chiusi nelle loro camerette a chattare ogni volta che si sente un tuono rotolare in lontananza? Perché non far slittare l’anno scolastico e mandare i bambini in classe da aprile a sttembre, allora? E, in ogni caso, quale sarebbe stato il senso di un’allerta organizzata in questo modo? Un paio di anni fa, in un giorno di pioggia torrenziale, i sottopassaggi della circonvallazione si sono allagati: succede sempre, è vero, le persone rimangono intrappolate, le idrovore sono invocate a gran voce, è molto spiacevole. Quella volta fu diverso: nerboruti uomini della protezione civile, in divisa azzurrogialla, hanno deviato le auto sulle corsie laterali, hanno parlato e rassicurato, distribuito bottigliette d’acqua, tenuto tutti lontani dai famigerati sottopassi. Questa volta, scuole chiuse e circonvallazione aperta, 118 in allarme e nessun vigile o operatore della protezione civile per le strade. Qual è stato il senso? Il sapore di slogan elettorale, di noi non dobbiamo essere da meno di Roma, era forte.

E poi, perché scuole chiuse e uffici aperti? E perché gli insegnanti sono stati a casa, mentre il personale ATA è stato comunque richiamato in servizio? Mi sembra che non abbia molto senso. Ma soprattutto, mi sembra molto triste pensare che le scuole della nostra città non siano in grado di reggere una situazione di banale maltempo, che le strade si intasino e allaghino con una pioggia, anche battente, ma non certo di rane. È ovvio, è scontato, è quasi inutile notarlo, ma, da quando sono state ripulite le caditoie, i sottopassaggi non si sono più allagati. Ci voleva davvero molto? Quanto al resto, che l’allerta meteo venga messo in atto, se ci sono seri e reali rischi per le persone: ma che venga tutelato, allora, anche chi lavora nel privato, chi ha un negozio, chi sta dietro il banco di un ufficio postale o dietro il vetro di un istituto di credito. La prof di religione è stata a casa, il fruttivendolo è rimasto tra le sue cassette di pomodori: perché?

Sto leggendo con avidità e gusto Storia della bambina perduta, il volume che chiude la serie de L’amica geniale di Elena Ferrante. Partito col botto, ha avuto una fase di stanca, ma adesso, circa a metà, è denso e pregno e interessante e coinvolgente come me lo aspettavo. Ci metterò un bel po’ a finirlo, ma so già che mi mancherà moltissimo.

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Goodbye 2013.

Come ogni anno, è tempo di bilanci: con immutata originalità, aspettiamo gli ultimi spiccioli di dicembre per decidere se i dodici mesi appena trascorsi avranno diritto ad essere ricordati, e quanto e perché, se sorridendo o ghignando o sbuffando o ringhiando come mastini. Come è stato il vostro 2013? Lungo, lento, noioso, stucchevole come melassa che cola in un bicchiere, o spumeggiante e profumato come un bagno di bollicine? Io non ho bisogno di calcolare variabili e di valutare parametri, giorni di lavoro fratto giorni di riposo moltiplicato per le soddisfazioni e sommato ai sorrisi ricevuti e ai regali ricambiati: il mio 2013 è stato uno degli anni peggiori che ricordi.

È stato l’anno in cui ho constatato che le fottute ironie della sorte non vanno mai in vacanza: e quindi una malattia il cui nome strafamiliare non mi aveva mai spaventata si è portata via un pezzo del mio cuore, e un altro accidente di salute mi ha ricordato che no, dolore e rabbia e frustrazione non usciranno mai dalla mia vita: mi ero rilassata troppo presto.

Il 2011 era stato un anno di sogni e speranze, il 2012 un anno stancante e complesso ma pieno di soddisfazioni e impegno. Il 2013 è stato l’anno della paura, della solitudine, della malattia, della mancanza di fiducia, del rimorso. Dei risvegli col cuore in gola, degli sguardi preoccupati dal balcone, delle notti passate ad ascoltare un respiro rotto e affannoso, del telefonino acceso sotto il cuscino, perché mai più voglio accenderlo e trovare messaggi affranti e disperati e dover pensare che mentre io dormivo è successo qualcosa di brutto. Un anno senza vacanze, senza un bagno al mare o un film al cinema, senza riposo, senza respiro: un anno vissuto a testa bassa, pedalando senza sosta, sperando di non trovarmi di fronte, per l’ennesima volta, un gregge di pecore che blocca la strada appena giro l’angolo. Un anno in cui ho letto poco e male: molti gialli di cui ricordo solo dettagli sfocati, Stoner che mi è piaciuto ma mi ha lasciato addosso una tristezza indescrivibile, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo a cui ho dedicato troppo tempo e troppo poca attenzione. E poi Storia di chi fugge e di chi resta, terzo volume della non-più-trilogia di Elena Ferrante, che mi ha lasciata un po’ fredda, e qualche piacevole scoperta: Jennifer Egan, consigliata da una collega e omaggiata a sorpresa da un gentleman feisbucchiano, Joseph Hansen, Anne Holt, il bravissimo e intenso Maurizio de Giovanni.

È stato un anno da dimenticare, ma qualcosa si è salvato: la scoperta che leggere col kindle è bellobello, un nuovo progetto in cui credere, tante sere passate a raccontare miti e leggende tenendosi per mano; molte stelle cadenti contate nel cielo di agosto, molti abbracci a un’amica venuta dal Veneto per tre giorni caldissimi e frenetici, molti baci a Ife e Mosca e Canepiccolo, la mattina. E poi un rapporto ricucito con una persona che vive lontano ma che sa essere molto vicina, un po’ di risate con le colleghe, una cena con pizza e dolcetti al cioccolato dal cuore morbido che aspettavo da troppi anni. Un’amica tornata amica, due amiche che lo sono sempre state, colleghe e capo comprensivi e dolci. E infine la consapevolezza che tutti i momenti brutti vanno via quando sento la sua voce che ride, quando vedo il suo sorriso che brilla, quando le sue mani mi carezzano il viso e mi fanno pensare che comunque, alla fine, andrà tutto bene.

Buon 2014: auguro a tutti voi che non somigli neanche un po’ al 2013.

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Mille domande, o forse solo una.

Come si fa a capire come e quanto si è sbagliato nella vita, se solo qualcosa o tutto o nulla, se molto o poco o una giusta media? Qual è la giusta distanza per vedere in prospettiva: pochi passi o molti anni, essere-nel-momento o aspettare e astrarsi, aggrapparsi a una grondaia e tirarsi su a forza di braccia per osservare le cose dall’alto? Se, camminando su un sentiero di montagna, non si intuisce la forma della cima, né il disegno di curve e rettilinei appena percorso, val la pena di detergersi la fronte, scostare le ciocche sudate dagli occhi e tirare su le maniche della felpa, fermi in mezzo a una macchi di pini, per ammirare il paesaggio, scoprire una distesa di fiori gialli o sbirciare una losanga di mare tra le foglie?

È possibile che il mio telefono riceva tranquillamente in camera da letto e non in soggiorno, o al secondo piano ma non al terzo? Perché in ufficio riesco a parlare solo davanti alla porta del bagno?

Otteniamo sempre quello che ci meritiamo? C’è una giusta misura, una esatta quantità di bene e male che si mantiene in precario tremebondo equilibrio sulle punte, una media aritmetica tra buona sorte e incidenti, fortuna e malattie, stupende sorprese e lancinanti Elena Ferrante, "Storia di chi fugge e di chi resta"dolori? C’è qualcuno che riceve più di qualcun altro, o semplicemente non siamo in grado di pesare e misurare e giudicare e commentare le vite degli altri, e quello che ci sembra invidiabile o insopportabile è sgradevole o stupendo o anche solo adatto a quella persona e non a noi? Siamo sicuri che esista una forma di giustizia, che si dio o l’equilibrio dell’universo a detenerla, o è solo il caso a riempire con manciate di occasioni e delusioni le nostre giornate?

È etico servire le vongole con una trafila di pasta che non siano spaghetti? E se, passando dalle tagliatelle, si arrivasse alle penne rigate?

Quanto tempo perdiamo a sperare e temere, a valutare e immaginare, a incrociare le dita e spiare segnali invece di vivere l’attimo? Quanti momenti non ci siamo goduti, distratti come eravamo dalla paura di quello che sarebbe successo di lì a qualche minuto, qualche giorno, qualche anno? Come si fa a concentrarsi solo sul qui-e-ora, tagliando fuori tutto quello che è incertezza o generica ansia anticipatoria? Quanto migliorerebbe la nostra vita, se imparassimo a immergerci con stolidità nel flusso delle cose, senza pensare a quando lunedì dovremo svegliarci presto, al mal di testa che avremo mercoledì sera, a cosa regaleremo per Natale o a chi ci inviterà a condividere ancora molte ore ogni giorno?

L’autista di autobus che aspetta che una frotta di ragazzi, all’uscita da scuola, corra a perdifiato fino alla fermata per mettere in moto e partire lasciandoli ansimanti sul marciapiede non sente nemmeno una punta di senso di colpa?

Il proposito di non comprare più libri, per ottime e solide ragioni – mensole traboccanti di volumi ancora non letti, comodino scricchiolante sotto una pila di romanzi intonsi, prezzi di copertina vergognosamente alti – può essere infranto senza eccessivi sensi di colpa con l’acquisto di Storia di chi fugge e di chi resta di Elena Ferrante? Motivare lo strappo col fatto che si tratti dell’ultimo volume di una trilogia è un bieco ricorrere a una scusa, o può essere una giustificazione valida? E il fatto di aver risparmiato il 40% optando per la versione in ebook basta per autoassolvermi senza remore? Mi auguro di sì.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Nuove cose che non capisco (più qualcuna, invece, che).

Ci sono molte cose che non capisco: perché tante ragazze trovino normale annunciare che hanno le mestruazioni, ad esempio, o come mai ci sia la fila, in qualsiasi periodo dell’anno, fuori dal negozio che vende costumi di carnevale Disney, o anche come facciano, molti, a mangiare il gelato limone e cioccolato, o la pizza con pollo e salsa barbecue; o anche perché la gente scelga mete orribili per i viaggi di nozze (Dubai, crociere nell’Atlantico, parchi a tema popolati da adolescenti californiani), o come mai i tatuaggi con ancore sirene farfalle e fragoline siano ancora di moda. Poi ci sono cose che capisco, ma che non mi piacciono: una di queste è il motivo per cui alcuni editori – e alcuni editor, e alcuni grafici – prendono in giro il loro pubblico, spacciando determinati libri per quello che non sono.
In generale, mi piacciono moltissimo i gialli: i gialli belli, potrei aggiungere; e potrei anche precisare che gialli belli, in realtà, se ne trovano in giro ben pochi: scartando quelli privi di trama gialla – che sembra una contraddizione in termini, ma sono la gran parte -, espungendo quelli eccessivamente truculenti anche per chi ha uno stomaco meno debole del mio, tenendo fuori quelli “disonesti” in cui gli indizi fondamentali per la comprensione della vicenda vengono taciuti al lettore, rimane una lista di romanzi, e soprattutto racconti, davvero breve, in cui figurano ancora a pieno titolo nomi come Il mistero del treno azzurro o Fer-de-lance. Proprio perché mi piacciono i gialli belli, e perché in libreria se ne trovano pochi, sono sempre alla ricerca di nuovi autori, o nuovi titoli, o semplici colpi di fortuna. Su questa onda – vediamo se questo romanzo è per caso un giallo, se lo è lo compro assumendomene il rischio – ho pescato da uno scaffale Ischia di Gianni Mura. La copertina – gialla, con l’elaborazione grafica di una cartina dell’isola con l’abitato ricoperto di sangue , la quarta che riporta una citazione in cui si fa riferimento a un commissario di Polizia e a un delitto, le bandelle che calcano la mano su omicidi e misteri e poliziotti francesi in vacanza in Italia mi hanno ingannata: Ischia, infatti, non è affatto un giallo. È un romanzo, peraltro abbastanza noioso, quasi d’amore: o quasi di costume, forse; in buona sostanza, è l’esercizio di stile di un giornalista che scrive con mano precisa e con buon piglio, ma in pratica quasi solo per sé. Tolto il primo capitolo, in cui l’autore si ritrae nel ruolo del giornalista sportivo appassionato di buona cucina (personaggio inutile, capitolo inutile, inutile collegamento al precedente romanzo dell’autore, quello lì davvero giallo), il resto del libro è quasi solo un’ode allo splendore di Ischia: che sarà un posto da sogno, ne sono convinta, e che Mura conosce benissimo, ma di cui penso si potesse benissimo fare a meno. Nel corso del romanzo un amore sboccia e cresce e matura nell’arco di pochi giorni, un numero imprecisato di personaggi muore malamente senza che ciò porti ad alcun tipo di indagini (il colpevole è noto, o non è noto e non importa a nessuno), ma soprattutto i protagonisti approfittano di qualsiasi pretesto per pontificare su tutto ciò che riguarda Ischia: dai Comuni che ospita alle spiagge ai ristoranti, dai personaggi famosi che vi hanno soggiornato alle tragedie che l’hanno colpita, l’isola viene descritta con una dovizia di dettagli degna di una guida turistica con berrettino a visiera e antenna segnalatrice in mano. In sostanza, un libro forse godibile ma che non lascia molto, e soprattutto non-un-giallo: ma, dato che i gialli, in Italia, sono tra i pochi libri che si vendono, la casa editrice ha deciso di fingere di ignorare la vera natura del romanzo, spacciandolo per quello che non è e tappandosi le orecchie: tanto, quando il malcapitato lettore scoprirà di avere tra le mani qualcosa di diverso da quello che credeva, avrà comunque già pagato. Che dire? Nulla: se non che la prossima volta pondererò bene la scelta, e magari, nell’incertezza, comprerò un libro in meno. Tanto peggio per me, e per il mercato editoriale.
Tra i romanzi ambientati, almeno in parte, a Ischia, ho amato Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante, secondo volume di una trilogia non ancora completata dall’autrice: intenso, travolgente, da leggere d’un fiato.

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L’anno in cui non siamo stati da nessuna parte (per citare a sproposito un libro del Che)

A 57 ore dalla fine del 2012, è il momento dei bilanci – oltre che degli oroscopi, delle ricette per il cenone e dei cartoni animati disney in prima serata. È il momento dei consuntivi e dei buoni propositi, delle riviste piene di articoli sugli eventi fondamentali dell’anno appena trascorso – che so, l’annuncio della gravidanza di William-e-Kate – e degli inviti dell’ultimo momento per la notte di san Silvestro. È anche il momento, come da tradizione, della fatidica domanda: che anno è stato, per voi, il 2012? Per me, è stato essenzialmente un anno stancante. Spesso frustrante, a volte soffocante, quasi sempre complicato. Un anno che, a conti fatti, è trascorso rapidamente, a strappi e scatti e balzi: fino a ieri era marzo, e tutt’a un tratto era estate, e poi era ottobre, e adesso è dicembre. 365 giorni in cui mi è sembrato di non riuscire mai a tirare il fiato: un anno trascorso di guardia su una torretta o accoccolata in una trincea, senza mai sedermi, senza mai riposarmi, senza mai mollare. È stato l’anno della morte di Lucio Dalla, dell’inter che non riesce più a vincere, del viaggio a Parigi e dell’estate torrida che non finiva mai, l’anno delle olimpiadi che ho seguito meno da Seul 1988 e degli infortuni di Nadal. L’anno di È stato il figlio al cinema, della prima volta che ho visto Via col vento, un anno di grandi e belle soddisfazioni vicarie e di poche soddisfazioni personali. Un anno in cui ho votato, tra sindaci e primarie e presidenti di regione, molte troppe volte, un anno di pochi bei libri e di troppa stanchezza e rumore mentale e confusione e tensione per riuscire a leggere bene. L’anno di Elena Ferrante e Giampaolo Simi, del riso indiano con i gamberi, di tutti i libri di Nick Hornby, delle responsabilità e della paura di non farcela, della perenne sensazione di fallimento. L’anno in cui ho capito che pensare di cambiare non basta per farlo davvero, e che ci sono troppe cose che ancora mi inchiodano a terra, e che ci vorrà molto tempo per riuscire a scalciarle via. Un anno di incomprensioni e sensi di colpa, di brutte parole e brutte frasi e brutti sguardi, di silenzi pesanti, di rapporti rotti che difficilmente si ripareranno. È stato l’anno dei Maya e della signora che ma come, non avete paura della fine del mondo, dei banchetti di libri al caldo e al freddo, della seconda edizione del festival e della chitarra di Cisco. L’anno delle conferme, dopo quello esplosivo e pirotecnico che lo ha preceduto. Un anno di maturità e di impegno, di calcoli e progetti, di poche uscite e pochi amici. Un anno non brutto, in definitiva: propedeutico ma istruttivo, faticoso ma utile, avvilente ma non tragico. L’anno in cui ho avuto più bisogno di qualcuno che mi dicesse non è stata colpa tua, sei stata brava, anche se.
Del 2012 salvo i record sorridenti di Bolt e Rudisha, Saviano in tv e il primo splendido balletto della mia vita, butto giù il ritorno di b. in politica, la crisi interminabile, la juve che ha ripreso a comprare le partite. Salvo la cucina in televisione, butto giù la troppa cucina in televisione. Salvo le primarie dell’impegno e la libertà che è partecipazione, butto giù Grillo e i grillini, i vegani da social network e gli sputasentenze feisbucchiani. Salvo una laurea annunciata e sperata e che sembrava irraggiungibile e invece era lì, bella e possibile, e poi la nascita di Pagnottino e i nonni non-più-ottuagenari, butto giù le frasi inutili, gli appuntamenti non rispettati, il maschilismo, la mancanza di rispetto.

Anche quest’anno, ne approfitto per gli auguri: che il 2013 sia leggero ma non vacuo, impegnativo ma non frustrante, bello ma non troppo: ché il troppo, si sa, non fa mai bene.

 

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Ho bisogno.

Di chiarezza. Di stabilità. Di silenzio, a volte: ma non di quello minaccioso da ce-l’ho-con-te o di quello soffocante da esame in corso o di quello impastato di noia e sbadigli di quando si assiste a una conferenza sul riordino dei cicli scolastici, ma di quello esitante e imbarazzato che è pieno di tante parole che non riescono a venir fuori, o di quello disteso e rilassato di quando non c’è bisogno di esprimersi, perché tanto un sorriso basta; o di quello assoluto e protettivo della notte, quando leggere e scrivere e studiare e pensare diventano facili e quasi naturali e sembra che non ci sia nulla che non si possa fare.

Di persone che: non preoccuparti, vai bene così. Non ti vorrei mai diversa. Sei stata brava. Ti presto un bel libro, in cambio di un altro a tua scelta. Hai sbagliato, ma ti spiego perché. Sei molto precisa. Ti ho fatto un regalo. Buongiorno, compagna!

Di sorrisi gratuiti. Di cioccolato fondente non troppo amaro, di pizza Margherita senza origano, delle mia barrette ipocaloriche a metà mattina. Degli ululati del mio cane, quando è felice di vedermi. Di qualcuno che sia felice di vedermi. Di essere felice di vedermi. Di chiacchiere futili, di Masterchef, di molti libri per non sentirmi costretta a leggerne solo uno. Di libri coinvolgenti e stimolanti e intriganti, come L’amore molesto di Elena Ferrante, che mi sta piacendo un bel po’.
Di una persona speciale, che sa di esserlo ma non sa quanto lo è davvero.

Di risate sgangherate, di cantare per strada e in macchina e a casa, di gridare, ogni tanto. Del mio piumone, da ottobre a maggio. Di scarpe comode, di un berretto di lana, d’inverno. Di avere la possibilità di farmi capire, di non sentirmi pressata, di pensare di avere una via di fuga. Di provare compassione, di provare empatia, di provare a superare i miei limiti. Di stringere la mano al tizio che dorme dove posteggio la macchina la mattina: anche se a lui, di me, non penso importi poi tanto. Di dire qualche parola carezzevole al suo cane, perché possa scondinzolare quando mi vede arrivare.

Di baci e carezze, di coccole, di contatto fisico. Di non sentirmi sola. Di qualcuno con cui parlare. Di punti di vista nuovi, di discussioni complesse e lunghe e stimolanti. Di sapere quando i bambini iniziano a provare vergogna, e se la cattiveria è qualcosa di innato, e di cosa sono fatti i pianeti, e qual è la temperatura sulla luna; di provare a immaginare dove finisce l’universo; di qualcuno che mi capisca, quando dico che non ci credo, che le particelle sub-atomiche sono tutte uguali. Di avere paura, un po’: perché è una parte tanto importante di me che forse non sarei più me stessa, senza.
Di fare le moine a tutti i quadrupedi che incontro per strada. Di chiedere “sei un bassotto o un lungotto” a tutti bassotti al guinzaglio che incrocio. Di sprimacciare il semi-labrador mentre dorme, per sentirlo mugolare di felicità. Di originalità, di conoscere qualcosa di nuovo ogni giorno. Di cucinare qualcosa che mi piace. Di una buona ricetta per il pan di Spagna. Di sapere cosa fare della mia vita. Di non sentirmi dire mai più “hai sbagliato tutto”.

Ho bisogno anche di cenette allegre e divertenti con colleghe&affini. All’ultima ho mangiato una superba pasta al forno da provare a copiare: penne rigate (quelle erano integrali, ma non penso sia fondamentale) condite con verza stufata in un fondo di pancetta rosolata e poi infornate coperte di formaggio dolce – tipo provoletta, va’. Buone buone buone.

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Benarrivato, bimbopiccolo

Non ho mai apprezzato la retorica del bambino. Non penso che un essere umano, solo perché di età o dimensioni contenute, sia per questo meritevole di ingiustificata acclamazione. Ho una spiccata predilezione per gli anziani e poca pazienza quando, in fila al supermercato, un quattrenne capriccioso piagnucoloso frignante moccoloso si dibatte strillando per ottenere una barretta di cioccolato. Quando al semi-labrador viene impedito l’ingresso in un bar o in un negozio, mi chiedo perché un ragazzino, magari sporco o pidocchioso o solo maleducato abbia diritto di mettere le mani appiccicose sugli scaffali, di spacchettare le caramelle per leccarle e rimetterle a posto o di tirare fuori la sorpresa dalle buste di patatine e il mio amato quadrupede, pulito depulcizzato silenzioso e con un raggio di azione non superiore a un metro e venti sia costretto a restare fuori – con me, beninteso. Fatte le debite premesse, otto giorni fa è nato bimbopiccolo. È tenero e bassetto come solo a otto giorni si può esserlo, e ha labbrucce atteggiate in un simpatico broncio, e guanciotte, e manine strette a pugno che si intravedono dalle maniche delle tutine 1-3 mesi che gli stanno ancora troppo lunghe. È il figlio della sorella di amicastorica, e in quanto tale non è mio nipote: ché non ero io, a rompere le barbie della mamma di bimbopiccolo, né a piangere le notte nel letto accanto al suo. L’ho conosciuta quindici anni fa, la neomamma, e andava ancora a scuola, suonava il pianoforte e usciva con gli amici, ma accompagnata dal padre, ché il motorino no, eh. Poi sono passati gli anni, e mentre amicastorica e io crescevamo e cambiavamo e ci allontanavamo e tornavamo vicine, lei si è laureata e fidanzata e ha trovato lavoro e si è sposata, e poi è arrivato bimbopiccolo. Quando è nato ero in ufficio, e ho battuto le mani e raccontato a tutti che, sapete, amicastorica è diventata zia. Poi l’ho visto in foto, e il giorno dopo in clinica, adagiato in una culletta di plexiglass trasparente, con gli occhioni grigio-blu spalancati e le gengive nude e le unghiette già lunghe, e mi è sembrato fragile e piccolo e bello, con la testolina piena di capelli. Gli ho regalato qualcosa di noioso e utile, sterilizza-ciucci e marsupio, mi sono trattenuta a stento dal comprare anche un delizioso carillon a forma di cane dalle orecchie lunghe – anche se non è detto che un giorno di questi non. Sono stata contenta, di conoscerlo e farmi afferrare un dito; anche solo per potergli dire, quando avrà sedici anni e sarà brufoloso e silenzioso e scostante, che io ti ho visto appena nato, eh. È il primo bambino che vedo a così poco tempo dalla nascita: aveva meno di trenta ore quando gli ho detto ciao, benarrivato, e poi ok basta strillare, mentre lui urlava a perdifiato che aveva fame, accidenti. Spero tanto che sia felice, quanto lo è stata amicastorica quando lo ha visto (“ È nato!” – “Sta bene? E tua sorella? E tu, come ti senti?” – “Penso che il termine giusto sia felice”).
Molti libri parlano di nascite e felicità e stanchezza e fastidio e abitudine e amore. Mi vengono in mente tre libri, diversi tra loro ma tutti e tre complessi e non-rassicuranti. Sono La figlia oscura di Elena Ferrante, ambiguo, ossessivo, inquientate, Lo spazio bianco di Valeria Parrella, rumoroso, silenzioso, opprimente, e È stato così di Natalia Ginzburg, semplicemente stupendo.

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