Specifico in arrivo, ovvero del figlio non-più-unico.

Nella mia famiglia di origine ci sono sempre stati pochi bambini. Per molti anni, i piccoli di casa siamo stati i miei cugini ed io: eravamo tre, molto vicini di età, uniti e solidali come lo possono essere tre mostriciattoli scalcianti e urlanti in balia di una nonna che ha sempre considerato Erode un illustre pedagogo: una banda di monelli intenta a fare quadrato, in spiaggia o in cortile, contro gli altri ragazzini, per accaparrarsi la possibilità di tracciare la pista per le biglie o di scagliare il primo calcio della partita al Super Santos. Da un anno e una manciata di giorni, il moccioso di famiglia è Generico: soprannome dell’esserino noto come Prototipo Generico n° 1, un paperotto cicciottello e silenzioso, figlio biondoebello di mio cugino. Generico, in qualità di Unico Bambino Di Casa, ha seriamente rischiato di diventare un piccolo despota: prontamente ribattezzato Principino, ha sviluppato in fretta la capacità di non parlare – tanto tutti si sforzavano di interpretare e decrittare ogni suo vagito -, di non dormire nel suo lettino – tanto la madre si precipitava ad accoglierlo accanto a sé nel letto matrimoniale prima ancora che lo chiedesse -, di non giocare con un oggetto per più di venti secondi – tanto qualcuno tentava immediatamente di convogliare la sua attenzione su qualcosa che lo stimolasse per i successivi venti secondi. Il pericolo di produrre un esemplare di Berlusconi in scala ridotta sembra però scongiurato: Principino, infatti, diventerà a breve un fratello maggiore, e perderà la sua aura di straordinarietà per tramutarsi in una pietra di paragone (Specifico dorme tranquillamente, Generico invece alla sua età piagnucolava tutta la notte, oppure Specifico mi fa disperare per mangiare la pappa, Generico invece trangugiava tutto senza fiatare). Da Esserino Speciale verrà degradato a Uno Degli Esserini Speciali; i suoi completini con cravatta a righe e blazer blu con le toppe in colore contrastante verranno indossati da un lui-in-miniatura che verrà abbellito con berrettini e occhiali da sole, portato in trionfo tra le braccia di nonne e zie, messo a dormire nella culletta a tre sponde accanto ai genitori. Nessuno amerà Generico meno di quanto sia amato adesso: sarà sempre l’esclusivo Primo Figlio, Primo Nipote, Primo Bambino Della Famiglia, avrà sempre i suoi splendidi occhioni blu e quell’espressione disarmante e tenera; verrà portato a cavalluccio e gli verranno lette fiabe, le zie si strapperanno il cucchiaio per imboccarlo e le nonne gli canteranno buffe canzoncine e lo chiameranno con nomignoli imbarazzanti: ma non sarà più l’unico, e l’attenzione e la cura che adesso gli sono riservate saranno divise per due. Sono contenta che sia in procinto di arrivare un nuovo bimbo in famiglia: ma una parte di me pensa che Generico, forse, avrebbe meritato qualche mese di unicità in più.

Il periodo di magra nelle letture continua, complice lo scarso tempo a disposizione e la mia attenzione da criceto. Finito Vendi cara la pelle, ho appena iniziato Tu, mia dolce irraggiungibile: e un po’ mi dispiace perché, con questo, avrò esaurito la serie di gialli di Sandra Scoppettone con protagonista Lauren Laurano che mi piacciono un bel po’.

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Di amicizia, di stranezze, di gialli.

Amicastorica sorride spesso; parla e cammina e pensa e digita sulla tastiera e mastica a velocità doppia rispetto al normale, ha quintali di senso pratico e un cattivo rapporto con la polvere, un nipotino che è la sua copia in scala ridotta e una macchina a cui riserva cure e coccole. È attenta e perspicace, piena di ottimi consigli e con una grande capacità di ascoltare. È anche premurosa e generosa, e regala bei libri. È stata lei a omaggiarmi degli ultimi due volumi che mancavano alla mia collezione di romanzi di Sandra Scoppettone, iniziata per caso con una scambio su anobii – anche questo, su suo suggerimento – e complicata dal fatto che questi gialli siano ormai praticamente esauriti. Ma amicastorica ha indubbie capacità organizzative – per intenderci, è a lei che chiederei una dritta se dovessi adottare un pinguino o trasportare un frigorifero in Croazia – e mi ha messo tra le mani Tu, mia dolce irraggiungibile e Vendi cara la pelle. Ho iniziato dal secondo, lo sto finendo, me lo sto godendo un bel po’: è vivace, brillante, pervaso di una sottile ironia ghignante. Ridacchio mentre sono in coda al semaforo e lo sfoglio, rinuncio al pisolino per vedere come va a finire, è diventato parte integrante della mia borsa. Il ritmo non manca: ci sono inseguimenti, omicidi, gatti che aspettano la pappa, fughe su scale antincendio e molto altro. Ci sono anche cose che non capisco, però: la prima delle quali è perché la protagonista si ostini a rimanere insieme alla sua compagna storica, sebbene non facciano altro che rimbeccarsi, lamentarsi della reciproca insensibilità e darsi la colpa della propria infelicità. Con la mia usuale mancanza di profondità ne ho parlato stamattina con la mia bella – ma perché non si lasciano ‘ste due cretine?! -, che mi ha suggerito il paragone con Liz Taylor e Richard Burton in Chi ha paura di Virginia Woolf?, che trovo abbastanza calzante, anche se uff, boh. Ci sono altre cose che non capisco, comunque: ad esempio come faccia una donna che è stata aggredita, stuprata e ridotta in fin di vita e che, anni dopo, scopre di nuovo di essere presa di mira dal suo carnefice, a non pensare a mettersi al sicuro ma a dedicare tutte le sue attenzioni alla prima ragazzina che le fa gli occhi dolci. E come faccia la suddetta ragazzina, a cui il depravato di-cui-sopra manda messaggi minatori, a non essere impegnata a temere per la propria vita ma ad innamorarsi della donna che era stata aggredita eccetera e a civettare flirtare fare sesso con lei, incurante di un assassino alle calcagna. So di essere una persona impressionabile e incline alla paura, ma penso che sia troppo per chiunque abbia un po’ di sale in zucca.
Ieri, per farmi perdonare la molesta presenza del buffo cane giallo, causa genitori partiti e palla al piede pelosa necessitante di un tetto, ho preparato una cheesecake alla fragola. Probabilmente poteva essere un filino più dolce, ma penso che non fosse troppo male.

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Di libri e di altre stranezze.

Sabato scorso, a quest’ora, stavo schiumando di rabbia. Mi era stato appena comunicato – con modi decisamente poco urbani – che i libri che avevo donato a una biblioteca privata, appartenuti ai miei nonni, non erano culturalmente degni di farne parte. Superati la delusione e lo sconforto iniziali, assodato che chi mi ha tartassata di deliranti messaggi desiderosi di scuse è una persona decisamente non in pace con se stessa, mi sono rimasti una serie di dubbi. Il primo, forse il principale, è un classico: ma davvero esistono libri che meritano di essere letti e altri il cui unico destino è il cassonetto della raccolta differenziata?
Leggo molto, sono circondata da persone che leggono molto, lavoro in una casa editrice e puzzo di carta e polvere tutta la giornata. Penso che leggere sia appassionante, divertente, entusiasmante, che aiuti a superare momenti difficili, che faccia crescere. Che sia, insomma, un fantastico hobby. Per questo, trovo terribilmente snob chi usa toni condiscendenti verso chi non legge: a me non piacerebbe che gli appassionati di aeromodellismo mi compatissero perché non apprezzo il loro passatempo. Penso che un buon libro abbia il compito, prima di tutto, di appagare il mio gusto: e che, come mangio volentieri patatine fritte o cheese-burger o gelati ricoperti di confetti colorati e sciroppo al cioccolato, possa avere il diritto di leggere gialli, cinquantasfumature, fabiivoli quando e quanto mi pare. Un film di Verdone mi fa sghignazzare, perché un romanzo di Rex Stout non dovrebbe fare altrettanto? Ma davvero c’è qualcuno che legge tutto il tempo Delitto e castigo? Mi dispiace molto per lui: porello, chissà che palle. Chi ha deciso che la lettura sia qualcosa di più di un sano, (non più tanto) economico, ecologico svago? Quando si è cominciata a formare l’idea che leggere molti libri dia il diritto di stigmatizzare chi non lo fa? Ogni anno vengono forniti allarmistici dati sul fatto che in Italia non si legge più; c’è sempre una nota di biasimo tra le righe, un o tempora o mores, la convinzione che chi preferisce confezionare una torta o un maglioncino a ferri sia eticamente riprovevole. Perché?
I libri che avevamo faticosamente consegnato erano tanti, e di argomento vario; sono stati bollati, in blocco, come spazzatura: indegni di uno scaffale che li potesse ospitare, adatti solo a un falò in spiaggia. Dietro un libro, lo so per esperienza, ci sono montagne di cose: le aspettative, i sogni, l’impegno di chi lo ha scritto. Il lavoro, spesso malpagato e svolto in fretta, una mano sulla scrivania e l’altra sulla cornetta del telefono, di un editor, un grafico, un editore, una tipografia, un magazziniere, un ufficio stampa, un social media manager. C’è una nonna che si vuole congratulare con la nipote, un figlio che vuole vedere la madre firmare le prime copie. C’è fatica, dedizione, buona volontà: come si può liquidare tutto questo in termini sprezzanti? Quanta violenza c’è in una frase come quella?
Rivendico il mio diritto a leggere quello che voglio, e a pensare che la serie di romanzi rosa che ha tenuto compagnia per tanti anni a mia nonna non sia meno degna di esistere di qualsiasi altro libro. Mi dispiace per chi non la pensa così: la sua vita deve essere parecchio noiosa.
Dato che sono una persona poco colta, dai gusti banali e dal palato poco fine, sto leggendo Vendi cara la pelle di Sandra Scoppettone, un giallo brioso e pieno di ritmo che mi è stato omaggiato da un’amica vera, di quelle su cui si può contare come sull’arrivo del Settimo Cavalleggeri.

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Parlare di gialli (non è affatto facile).

Non sono brava a parlare in pubblico: appena l’uditorio supera le tre-quattro persone (cinque se si tratta di intimi amici o familiari al pranzo di Natale) divento rossa (coro degli astanti: sei tutta rossa!), sudo e mi impappino senza tregua; per questo, di solito cerco di evitare le situazioni lavorative in cui è necessario comunicare con più persone alla volta: svicolo, mando avanti colleghe meno inibite e più spigliate, mi focalizzo sulla discussione a due, cerco di sviare l’attenzione allacciando stringhe già ben annodate o mimetizzandomi dietro banchetti stipati di libri. Ma, quando una collega brava-e-simpatica mi ha chiesto di intervenire a un corso dedicato alla lettura e al lavoro editoriale, non ho potuto dire di no. Prima di tutto, a ingolosirmi e farmi dimenticare il nervosismo è stato il tema della discussione: oltre che di social media marketing, infatti, dovrò parlare di gialli; anche la location, poi, ha contribuito: la mia ex scuola superiore. Mi sono lasciata convincere, quindi, opponendo una debolissima resistenza: ed eccomi qui, con moltissimi libri sparsi sul tappeto e le idee molto poco chiare. Parlerò per un’ora circa, a un gruppo variegato di persone: una quindicina abbondante di iscritti ed ex-iscritti al liceo, quindi ragazzi di età compresa tra i sedici e i trentacinque anni; molti di loro hanno letto poco o nulla, sono appassionati di editoria quasi senza sapere cosa voglia dire, e desiderano lavorare in casa editrice per un ideale romantico-stereotipato: e soprattutto sono tanti, e io non li conosco, e penso che un discorso del tipo a-me-piacciono-molto-i-gialli non sia quello che si aspettano. Ecco, allora: partirò con gli elementi-base (cos’è un giallo, perché si chiama così, quali sono i primi gialli della storia, quanti tipi di gialli ci sono) per poi scendere nel dettaglio; porterò un bel po’ di libri, e proveremo a parlare di collane di gialli in Italia (e qui mi gioco il jolly: le copertine dei gialli Mondadori dagli anni Sessanta a oggi) e di case editrici che pubblicano gialli senza distinguerli dall’altra narrativa. Per finire, consegnerò a ognuno di loro una lista di romanzi gialli da leggere, o almeno da scegliere di non leggere: una serie di titoli tra classici, italiani e stranieri. Ma, se per i classici sono andata abbastanza sul sicuro (Agatha Christie, Rex Stout, Conan Doyle e Simenon si possono leggere ad ogni età), e per gli italiani ho dovuto scremare ma sono riuscita ad elencare un po’ di titoli non troppo truculenti e di tipologie abbastanza diverse (La donna della domenica, I milanesi ammazzano al sabato, La forma dell’acqua, Testimone inconsapevole, L’allieva, La briscola in cinque), per gli stranieri sono un po’ più in difficoltà: i romanzi svedesi saranno forse troppo impressionanti? Non so, ma non consiglierei a una sedicenne Assassino senza volto di Henning Mankell; via anche Stieg Larsson e, spostandoci negli Stati Uniti, la mia cara Lisa Gardner, dato che parlare di violenza sessuale sui bambini non mi sembra una buona idea. Via Anne Holt, Sandra Scoppettone e Jospeh Hansen, ché di sentir critiche sull’omosessualità dei protagonisti da parte di genitori infuriati non ne ho voglia, e au revoir anche a Jo Nesbø che, se fa paura a me, potrebbe farne anche a un nugolo di ragazzine. E Qiu Xiaolong? Mi piacerebbe introdurre un po’ di oriente, ma sapranno cosa si intende per Rivoluzione Culturale, o brancoleranno nel buio per 392 pagine? E che dire di Riti di morte di Alicia Giménez-Bartlett? Si parla di stupri, ma non posso certo consigliar loro di iniziare da un altro romanzo, né prescindere da un’autrice fondamentale per il giallo contemporaneo. Sono confusa, il tempo stringe e devo decidere in fretta. Qualcuno, per caso, conosce buoni gialli scritti da autori del Paraguay o della Nuova Zelanda?
Quando andavo a scuola, ho frequentato per un paio d’anni un corso di teatro; il corso iniziava subito dopo le lezioni, e a pranzo mangiavamo gli orribili panini del ba della scuola (o, nel mio caso, tre pacchetti di wafer al cioccolato, con buona pace della prova costume). Adesso mangerei volentieri un buon panino: condito con una maionese di avocado (polpa di avocado, poco olio e poco limone) e farcito con pomodoro verde, uova sode e formaggio olandese grattugiato. Scaldato appena appena è delizioso.

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Stereotipi letterari.

Nei libri, come in film e serie tv, ci sono stereotipi duri a morire: ad esempio, se in un telefilm da prima serata su raiuno c’è un personaggio – di solito un tardoadolescente maschio con forte accento romano – che inalbera un sopracciglio forato da un piercing o fuma, potete stare sicuri che, entro la fine della puntata, si macchierà di qualche orribile delitto. Sulla stessa scia, è da molto tempo che noto che, nella maggior parte dei romanzi, i gay fanno solo i gay: nel senso che, mentre un personaggio eterosessuale potrà impersonare l’investigatore o l’assassino, la guardia o il ladro, il buono o il cattivo, potrà essere uno svitato un poeta un medico dal cuore d’oro o un politico corrotto, un personaggio gay sarà lì solo per fare il protagonista di una vicenda a tematica lgbt; nello specifico, se è una donna sarà coinvolta in una triste storia di incomprensioni familiari e rappresaglie da parte dei compaesani e sarà triste e malinconica, oppure rimarrà incinta e sarà confusa e perplessa ma molto felice. Se si tratta di un uomo, invece, sarà vittima di orribili vicende omofobe, o piangerà un compagno scomparso, o si ritroverà a letto con una donna senza sapere perché. Spinta dalla curiosità, ho provato a porre la domanda (“mi indicate romanzi il/la cui protagonista sia gay, ma il libro non tratti la tematica omosessuale”) in un gruppo fb pieno di appassionati di libri, che si sono cimentati con me nel cercare qualche volume che rispondesse al quesito. Al netto dei consigli non centrati – dovuti al fatto che, probabilmente, mi ero spiegata come un barbagianni rauco -, qualche titolo, soprattutto giallo, è venuto fuori. Anche a me era venuto in mente qualcosa: dal bellissimo Il bacio della donna ragno di Manuel Puig alla serie di gialli scritta da Sandra Scoppettone, dai libri di Anne Holt a quelli di Joseph Hansen. C’è pure un po’ della produzione di Rossana Campo, in realtà, e La ragazza dello Sputnik di Murakami, e Azalea Rossa di Anchee Min, o Arcobaleni di Kawabata, o anche La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, ecco. Ce ne saranno molti altri, in realtà; ma, nella stragrande maggioranza dei casi, i personaggi gay sono funzionali solo a trattare l’argomento omosessualità: in maniera scabrosa o intimista, dolente o seria, comica o beffarda; ma, ecco, per usare un paragone che mi è stato proposto ieri, è come se i personaggi coi baffi esistessero solo nei libri sui baffi: e non si parlasse di altro che della forma di questi baffi, del loro colore e della manutenzione necessaria a mantenerli forti e lucenti. Mentre a me piacerebbe leggere di un uomo coi baffi in un libro che parli di politica, di impegno sociale o di sbarchi alieni: i baffi verranno nominati, magari, quando lui berrà del latte e se li sporcherà, ma solo in quel punto o poco oltre.
Un bel romanzo che purtroppo ricade nello stereotipo concettuale è Un uomo solo di Christopher Isherwood: ma la storia è raccontata con tanta delicatezza, con tanta dolce e misurata consapevolezza che le si perdona questo e altro.

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C’è qualcuno che vuole scambiare un libro con me?

Che io sia un’appassionata di social network non è affatto una novità. Ho sviluppato una dipendenza da Facebook (mi barcameno tra tre account, tre pagine, una folta pletora di amici, non-più-amici, conoscenti-che-non-vedono-la-bacheca, livelli diversi di privacy modulati in base alla voglia di far leggere o meno i fatti miei agli altri), uso molto spesso Twitter, insuperabile in determinate occasioni (spogli elettorali, partite dell’inter e live-tweet di masterchef), ho un account su Zazie, uno su Pinterest, tre su Anobii. Proprio Anobii, per molto tempo, è stato quello che mi ha dato meno soddisfazioni: non riuscivo a capire il senso di registrare una immagine formato francobollo di ognuno dei miei romanzi in una specie di libreria da casa di barbie. Trovavo farraginoso il sistema (inserire l’ISBN, cosa che prevede tirar giù i volumi dalla scaffalatura – vera – su cui sono allineati, con conseguente caduta dei suddetti sulla testolina curiosa del semi-labrador e passeggiata riparatoria per combattere il senso di colpa, oppure cercare i libri, uno per uno, sui siti dei rispettivi editori, copiaincollando poi il codice stesso, operazione noiosa come poche; o anche immettere i libri per titolo, dovendo scovare, ogni volta, la copertina relativa all’edizione in mio possesso), e poco interessante il risultato: cosa mi importa di sapere che Bettina, o Gertrude, o Babe o Rock (Anobii è funestato da orrendi nickname) posseggono una copia a testa del Manuale delle Giovani Marmotte? Ormai stanca di inserire libri e attribuire uno stato (letto/da leggere/scagliato con violenza dalla finestra) e un voto (da una a a cinque stelline, rispettivamente da “orrendo” a “molto bello” passando per accettabile, indifferente e niente male), mi preparavo a disinteressarmi di Anobii, fino a che amicastorica non mi ha comunicato di aver marcato alcuni dei suoi libri come “scambiabili”, ricevendo immediatamente richieste di prestiti e cessioni in cambio di volumi più appetibili. Ho provato anche io, timidamente: ho segnato come scambiabili un primo volume di Harry Potter che avevo comprato al super e mai sfogliato, una copia di Nessuno al mio fianco di Nadine Gordimer che mi aveva distrutta di noia ogni volta che avevo provato ad approcciarla e Aracoeli di Elsa Morante, regalo del simpatico non-più-ottuagenario che, senza un motivo plausibile, avevo deciso mi portasse sfortuna. Rapidamente i tre libri sono stati spediti, ben sistemati in buste-sacco imbottite gialle con la dicitura “piegolibri” scritta a grosse lettere su un lato. Aracoeli è stato scambiato con Tutto ciò quel è tuo è mio, giallo di Sandra Scoppettone gradevole e abbastanza intrigante (e che, ne sono convinta, ha dato qualche idea a Rossana Campo per l’adorabile Mentre la mia bella dorme); al posto del libro della Gordimer mi è stato inviato in scambio temporaneo – da restituire a lettura ultimata, magari con un bigliettino di ringraziamento tra le pagine – C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo di Efraim Medina Reyes, che mi è sembrato solo un emulo prevedibile di Bukowski. Infine, il romanzo di J.K. Rowling è stato acquistato da un ragazzo che desiderava proprio la trentasettesima edizione italiana del volume; dopo una serie di email per accordarci sul prezzo e le modalità di pagamento e per verificare, tramite foto della costina, che l’oggetto del desiderio fosse proprio quello, il libro ha trovato una nuova casa, dove mi auguro che qualcuno, per la prima volta, lo degnerà della giusta attenzione. Ho inserito dieci nuovi titoli tra gli scambiabili, libri che non ho letto per motivi vari (ho deciso a scatola chiusa che non mi piacciono, li collego a momenti negativi, all’autore puzzano i piedi) o di cui mi è stato regalato un doppione, romanzi che a me non hanno intrigato ma che magari faranno sorridere il prossimo proprietario. Aspetto qualcuno che mi chieda di permutarli con altri: sicuramente più adatti a me, più interessanti, più graditi.

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