God bless Camilleri.

Ci sono autori che, come amori adolescenziali, rimangono sempre un po’ nel cuore. Uno di questi, per me, è Camilleri. Sono un’appassionata di gialli, di libri ambientati in Sicilia e di Sellerio: mixate i tre elementi, aggiungete una spruzzata di schiuma di mare, una manciata di capperi e una cucchiaiata abbondante di cabasisi e avrete un romanzo di Camilleri. Ne escono a frotte, almeno un paio l’anno: e io, con maniacale regolarità, li leggo, li mastico, li rileggo, li ingoio, e poi li rigurgito e li rileggo ancora, caso mai mi fosse sfuggita qualcosa.
Ai libri di Camilleri vengono mosse molte critiche, e alcune sono anche piuttosto sensate: è vero, non ha più lo smalto degli inizi, è vero, il linguaggio si è involuto molto, è vero, molte cose ritornano sempre uguali: l’incipit con Montalbano che si sveglia dopo una notte di sonno, il riferimento al tempo atmosferico e il suo disastroso effetto sull’umore del commissario, i piatti di Adelina che non sono mai meno che perfetti; e poi le donne che cascano come pere ai piedi del protagonista, Augello che non smette di inseguire le gonnelle, Fazio che ha l’acume di Archie Goodwin e il tedioso grigiore di Maigret, Catarella che sembra il personaggio malriuscito di un film demenziale; e ancora Gallo che corre con la macchina, Livia che è acida e scortese come neanche col suo peggiore nemico, Ingrid che ha la devozione senza riserve di una madre e il candore di un’adolescente che non si accorge dei compagnetti che le sbirciano il sedere. Anche l’espediente del dialetto sta diventando un po’ uno stereotipo: non c’è più un personaggio che riesca a esprimersi in italiano, nemmeno il medico legale, nemmeno il questore, nemmeno un altoatesino appena giunto in terra sicula.

Il canovaccio tende a ripetersi, è così: e forse è un po’ la pecca ontologica dei gialli, il fatto di essere imbrigliati in una trama che non dà troppo spazio ai voli pindarici, ai salti temporali e agli effetti stranianti tanto di moda del tipo i morti siamo noi. E forse è anche il bello dei gialli, questo: che ci siano dei binari da seguire, che la storia non deragli, che segua speditamente una strada, che non scivoli via in mille rivoli più o meno utili. Nel giallo tutto è, o dovrebbe essere, necessario, consequenziale, indispensabile per la soluzione del mistero: nei romanzi di Camilleri è così. C’è un vasto contorno, come succede in tutti i gialli contemporanei, ma ci sono anche ritmo, una trama intelligente, di solito poca crudeltà e poca suspense ma indizi ben dosati e spiegazioni sensate. E poi c’è il sapore della mia prima adolescenza, il ricordo di un brano utilizzato come esempio al corso di teatro a scuola, la sensazione di essere cresciuta con i personaggi, di averli visti maturare e cambiare.

Lo so, probabilmente da parte mia c’è una grossa parte di idealizzazione: magari non sono niente di più che piacevoli romanzetti, da leggere in tre giorni per poi ricominciare a cercare un librobello con cui passare qualche ora, ma spero che ci sia il tempo per trovarne in libreria ancora molti altri.

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La gente non legge abbastanza?

Una delle critiche-lamentele che ho sentito ripetere più volte, da parte di librai, editori, scrittori, simpatizzanti e semplici snob, è che le persone non leggano abbastanza, o non leggano abbastanza bene: sfogliano pochi classici, sono poco attenti alle novità editoriali, non hanno ancora acquistato l’ultimo noir di quell’autore malese che si chiama nonricordocome. Sui social network o nelle conversazioni da bar si sprecano invettive e alzate di sopracciglio verso i fan di Fabio Volo, come se un gruppo di appassionati di calcio si sentisse in diritto di criticare chi non ha una squadra del cuore, o chi si ostina a fare il tifo per l’Igea Virtus. Io non la penso così.

Per il quarto anno consecutivo ho potuto osservare da una postazione privilegiata – dietro il banchetto espositivo di una casa editrice piccolamacarina – un festival dell’editoria indipendente. Sono stati, come per ogni edizione, tre giorni stancanti, di caldo sfiancante, di mal di piedi e di succhi di frutta trangugiati in fretta in caffetteria per scongiurare il temuto stinnicchio. Ma sono stati anche tre giorni in cui ho potuto constatare che non è affatto vero che la gente vuole solo reality show (e se anche così fosse, non mi permetterei certo di criticare). Ho visto migliaia di persone affollare un prato per assistere a un incontro con Andrea Camilleri: le sedie già occupate due ore prima dell’inizio della presentazione, le persone commosse e plaudenti, i flash che scattavano, le orecchie tese alle battute del vecchio Maestro. Ho visto genitori sfidare la canicola delle 15 per portare i figli ai laboratori sulle fiabe o sui libri tattili o sui draghi viola o sulle filastrocche, ho visto insegnanti contendersi, per la propria classe, il posto in un’aula caldissima dove si svolgeva un gioco didattico sulla mummificazione in Egitto. Ho visto ragazzi fare a spallate per poter gestire lo stand di piccole case editrici semi-sconosciute, ho visto persone pregare gli standisti di nascondere l’ultima copia di un libro per poterla acquistare con calma il giorno dopo. Ho visto una fila compatta e ordinata di lettori attendere con pazienza per più di un’ora per ricevere la dedica di Alicia Giménez Bartlett : e ho visto Alicia Giménez Bartlett stare più di un’ora a firmare dediche, se è per questo. Ho visto visi sorridenti, mani che sfogliavano testi poco noti, borsette di stoffa appese alle spalle e traboccanti di libri nuovi. Mi sono divertita, e sono stata contenta di vedere intorno a me persone soddisfatte, allegre, di ottimo umore. Non ci sono solo tv-spazzatura e mondiali di calcio: in Italia ci sono anche belle occasioni di confronto e di cultura, e soprattutto c’è un mare di gente che non aspetta altro che momenti come questi.

Il mio bottino della manifestazione è stato più che soddisfacente: tre libri comprati (Svanire di Deborah Willis, consigliatomi da un bravissimo editore che mi ha fatto anche uno sconto a sentimento del 50%, We are family di Fabio Bartolomei che la cordialissima ragazza allo stand mi ha tenuto in serbo per tre giorni e Fare scene di Domenico Starnone, che cercavo da tempo), tre ricevuti in regalo (Breve storia femminile dello sguardo di Valeria Cammarata, omaggiato da un simpatico vicino di stand, Morte di un uomo felice di Giorgio Fontana estorto ai librai di Sellerio e Troppo, troppo tardi ricevuto dall’ottimo scrittore Alessandro Locatelli, di cui ho letto una raccolta di racconti davvero valida).

Infine, grazie grazie grazie a Coky: per la compagnia, per la vicinanza, per le piadine, per la sua amicizia.

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C’è una prima volta per tutto.

Mio nonno, non-più-ottuagenario ormai da un bel po’, inizia ad avere problemi con l’esame di realtà. Dopo giorni in cui chiamava chiedendosi cosa mai ci facesse in banca alle sei del mattino – era, in realtà, nella sua camera da letto – o quale fosse la parte del corpo che si stacca e si riattacca senza problemi, ieri ha comunicato che no, non aveva più intenzione di alzarsi dal letto: era stanco e scocciato, aveva mal di schiena e la sua decisione era irrevocabile. Ho impugnato le mie armi migliori – citazioni evangeliche, sorriso disarmante, gelato al cioccolato e mio padre, che il nonno teme e rispetta e ama più di qualsiasi altro – e ho affrontato l’impresa: convincerlo ad uscire di casa. Quando sono arrivata, l’anziano parente era dove aveva promesso: tra tre guanciali, con gli occhi fissi alla tv e la bocca impiastricciata di dolciumi. Indossava il pigiama, aveva la barba lunga e, prima ancora che potessi invocare la sua devozione per la Signore del Rosario di Pompei – nonno, lo sai, la Madonna ci resta male se stai a letto – stava già salmodiando nonononono. C’è voluta mezz’ora di suppliche alternate a frasi ferme e decise, ma alla fine la parola magica – mettiti i jeans! – è stata trovata. Dopo altri veni minuti e una faticosa discesa dei quattro scalini della portineria eravamo giù, sorridenti e di buon umore, pronti per il barbiere. Mentre lui veniva tosato e profumato, sono rimasta seduta su una seggiolina dall’imbottitura marrone, a guardami intorno; stupito della mia curiosità – tagliate anche i peli del naso e delle orecchie? Oooh, anche le sopracciglia?! – il barbiere mi ha chiesto se fossi mai stata in una sala da barba, in passato: e la risposta, chiaramente, è stata che no, non mi era mai capitato, grazie. Ma c’è sempre una prima volta: e quindi ho curiosato divertita tra pennelli e lamette, per la perplessità degli uomini che roteavano sulle altre sedie.
Finita la visita, il burbero vecchietto mi ha comprato un regalo anticipato per il compleanno – L’ultima scommessa di Gian Mauro Costa – e si è lasciato offrire l’ennesimo gelato: una coppetta nocciola e cioccolato che mi ha offerto, per poi richiederla indietro dopo pochi minuti, ché tanto se la portiamo a casa la possiamo mettere in freezer, no? Dopo quasi due ore in giro per il quartiere, abbiamo riaffrontato la breve rampa di scale: di nuovo a casa sua, il nonno ha recuperato il suo consueto malumore, ma ha acconsentito a regalarmi un vecchio mazzo di carte, quello delle napoletane con cui facevo i solitari, la sera, insieme alla nonna, più o meno vent’anni fa. Quando l’ho salutato, mi ha ringraziata: Maru’, sono stato contento, mi hai fatto proprio ‘nu bellu regalo. No, nonno, il bel regalo lo hai fatto tu a me: e non so se capiterà ancora di uscire insieme, e suppongo che difficilmente mi capiterà un’altra volta di andare dal barbiere, ma questo pomeriggio insieme entrerà di prepotenza nella mia personale classifica dei momenti felici.
Ho comprato, appena uscito, La piramide di fango di Andrea Camilleri: perché è un periodo in cui leggere mi costa fatica, e avevo bisogno di un libro rassicurante, che suonasse alle mie orecchie come la voce di un vecchio amico. Lo sto finendo, e non è affatto male, anzi.

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Come leggere molti libri (ed essere felici).

Qualche giorno fa, un articolo su Internazionale forniva istruzioni per riuscire nell’intento di leggere una cinquantina di libri l’anno: uno a settimana, in sostanza. In periodi meno frenetici di questo – quelli, per intenderci, in cui non cerco di scorrere rapidamente due manoscritti in mezz’ora tenendoli in bilico sulle ginocchia, mentre con una mano mescolo il sugo di pomodori olive capperi scorza di limone e maggiorana e con l’altra reggo l’asciugacapelli – era per me una media assolutamente abbordabile; leggevo quattro-cinque libri al mese, cercando di alternare gialli e non-gialli per non trovarmi con Miss Marple, Nero Wolfe e il commissario Montalbano a sgomitare per dare la caccia allo stesso ladro. Avevo anche io trucchi salva-tempo ed escamotage da sfruttare nei momenti di crisi; eccone un po’.

  1. Mai leggere libri troppo lunghi
    Il ritmo giusto per un libro è quello che mi permette di leggere non meno di cinquanta pagine al giorno; dato che non amo dedicarmi troppo a lungo a qualcosa, di solito non prendo neanche in considerazione i libri che superano le 250-300 pagine. Cinque/sei giorni sono più che sufficienti per entrare e uscire da una storia.
  1. La tua saga del cuore ti aiuterà a risparmiare tempo

    Per me sono i libri di Camilleri, quelli di Antonio Manzini o Marco Malvaldi: i romanzi taglia-giorni, quelli che faccio fuori in quarantotto-settantadue ore e mi regalano tempo in più da dedicare al romanzo successivo (che è lunghetto, o ostico, o complesso, ma inspiegabilmente ho deciso di leggerlo lo stesso).

  1. Leggi sempre, ovunque, comunque

    Se leggi solo a letto, o solo sul divano dopo pranzo, a meno che tu non sia molto rapido non riuscirai a macinare più di poche pagine al giorno; l’unica soluzione è sfruttare i ritagli di tempo: l’acqua per la doccia si sta scaldando? Puoi leggere un paragrafo. Sei in fila alla Posta? Puoi fare un saluto a Poirot. Leggi dal mattino: non c’è niente di più bello di fare colazione con i personaggi che ti hanno dato la buona notte qualche ora fa.

  2. Il libro giusto ha la forma e le dimensioni giuste
    Per trovare posto nella tasca della vestaglia, ad esempio, e rimanere a portata di mano per l’intera mattina. O per farsi riporre in borsa, o nel vano portaoggetti del cruscotto, o nel carrello della spesa. Il libro giusto non sta mai a più di un metro da te.

  3. Abbandona senza pietà
    Non ho pazienza, e meno che mai accetto di annoiarmi: per cui, qualsiasi romanzo impieghi più di cinquanta pagine per decollare, per me è fuori; posso provare a dargli una seconda, o terza, possibilità, nei giorni successivi: se continua a non prendermi, abbiamo chiuso. Lo scambierò su Anobii, lo presterò a qualcuno a cui possa piacere, lo riporrò in attesa di tempi migliori, ma non permetterò che mi faccia perd
    ere tempo né che mi tedi un minuto di più.

  4. Non trascurare i racconti
    Sono brevi, concisi, di solito hanno un ritmo brillante: non cassare senza ritegno le raccolte di racconti. Sono la lettura perfetta da sbocconcellare quando hai poco tempo e non puoi riprendere in mano la storia senza perderti qualcosa ad ogni pausa.

  5. Due libri sono meglio di uno
    Ogni libro ha un orario giusto per sé: di solito, quello che mi accompagna a letto e mi augura la buona giornata il mattino dopo è carezzevole, delicato, poco spaventoso; quello che mi tiene compagnia dopo pranzo e mi aiuta a preparare la cena è robusto, intenso, di carattere. Meglio leggere due libri in dieci giorni, che forzare uno solo ad adattarsi ad ogni ora.

  6. Pianifica la lettura

    Quando mi accingevo a prendere in mano Le correzioni di Franzen, una collega ha rischiato di vanificare le mie buone intenzioni con la frase ho impiegato due mesi a finirlo. Ora, io non ho voglia di fare nulla per due mesi di fila. Ho pianificato, dunque, la lettura: ho deciso in anticipo quante pagine trangugiare al giorno, e mi sono sforzata di non farmi sconti. Leggere molto è come fare ginnastica, richiede allenamento: Le correzioni mi è piaciuto tantissimo, e cinque giorni erano più che sufficienti.

  7. Goditela
    Leggere è un piacere, è la via di fuga da giornate stressanti e discussioni spiacevoli, è l’antidoto perfetto alla noia. Immergiti in una storia, a capofitto: prendi la rincorsa, turati il naso e vai. Sarà stupendo, e se dovesse andar male, basta cambiare libro.

 

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Arancine e martirii

I palermitani hanno da sempre una insana passione per le sante martiri; giovinette storpiate e malamente uccise, tradizioni cruente, devozioni grondanti sangue. Le patrone, esclusa la Santuzza Rosalia, comunemente dipinta come eremita, fanno a gara per la fine più trucida, per il martirio più efferato. Naturalmente Santa Lucia, la ragazzina con gli occhi nel piatto, è una beniamina del popolo di Palermo, che le ha dedicato una devozione ad hoc. In ricordo di una carestia che aveva privato la città del pane, risolta dalla Santa con l’arrivo di una nave carica di grano che i cittadini ingordi mandarono giù non macinato, il tredici dicembre ci si abbuffa in allegria, ma solo di riso, patate e grano cotto. Panifici assurdamente chiusi in una città dove si panifica a tutte le ore, dalle sei del mattino alle diciannove. Niente sfilatini, niente biscotti, niente rosticceria. Solo arancine e cuccìa.

Per i non sicilioti, spieghiamo subito che le arancine fimmine sono. Alla carne o al burro, oggi le troverete solo su prenotazione, o dopo una estenuante fila tra gomitate ed imprecazioni. A meno che non le facciate in casa, cosa molto più semplice di quanto si creda. Ma, mentre le arancine spadroneggiano in ogni periodo dell’anno, e le loro ricette si trovano con relativa facilità, la cuccìa, invece, è la misconosciuta della festa. È un dolce semplice, casalingo, che si mangia esclusivamente per Santa Lucia. Il grano, messo a bagno due giorni prima, viene cotto in pentola a pressione e poi, freddo, aggiunto a crema di ricotta (ricotta+zucchero+frullatore ad immersione), zuccata e cioccolato fondente a cubetti. Si mangia col cucchiaino, è buona e morbida e leggera, un dolce semplice come Lucia, la ragazzina uccisa per motivi più grandi di lei.

Una ricetta per le arancine l’ha data anche Camilleri, nel suo Gli arancini di Montalbano. Tradizionale, complessa, lunga, da preparare in un freddo pomeriggio di inverno. Ah, arancine, non arancini, plis.

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