Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Mi dimentico.

Dove ho posteggiato la macchina: e ogni mattina sbircio dal balcone e poi dalla finestra delle scale, mentre accendo la caldaia e poi bagno le piante e poi avvio la lavatrice e poi aspetto l’ascensore, e quando esco dal portone inizio a trotterellare senza criterio e cercare sempre più freneticamente, pensando che l’abbiano rubata: e invece poi è lì, che mi aspetta con espressione ignara accanto alla campana del vetro.

La maggior parte dei miei impegni: e quindi ho ideato un sistema di promemoria e allarmi a crescente livello di imperiosità, bigliettini di cui inzeppo l’agenda, messaggi auto-recapitati e quaderni con gli impegni lavorativi della settimana evidenziati in tre colori diversi a seconda della priorità: ma comunque l’autolettura del gas, la telefonata alla libreria di Terni che voleva le copie del libro sui dadi da brodo e i vestiti da portare al cuciexpress me li scordo lo stesso.

Di trascrivere numeri di telefono e informazioni importanti che mi arrivano sui social network e tramite messaggio: e dato che i quattro quinti del mio lavoro avvengono su messenger e whatsapp, ché ormai nessuno manda più una sacrosanta mail, buona parte del mio tempo si spreca nel cercare di ricordare chi mi avesse mandato il numero dell’idraulico o la locandina della presentazione di Busto Arsizio, e quando, e su quale canale, e soprattutto perché.

Il colore degli occhi delle persone che conosco, o il fatto che abbiano o meno i buchi alle orecchie, o che usino borse o zaini o marsupi, o quale libro abbiano detto di voler leggere: e mi ritrovo, al momento di comprare un regalo, piena di dubbi, e mi chiedo se il foulard azzurro starà bene ad amicastorica o se la Fra’ gradirà quegli orecchini o sarà costretta ad appenderli all’albero di Natale, e finisco per sparigliare completamente e comprare una gabbia da canarini che sicuramente non hanno già, peccato che non abbiano neanche i canarini, ma hai visto mai che.

La voce delle persone che ho amato e che non ci sono più: mi rimangono un po’ delle loro parole, quelle che ho scritto o che negli anni ho ripetuto più spesso, ma la cadenza e il tono e il timbro non li trovo più e non so come recuperarli.

La trama del libro che sto leggendo, se è un periodo in cui ho poco tempo o poca attenzione o posso leggere solo la sera: e così, ogni volta, mi lambicco per interi quarti d’ora chiedendomi chi cappero sia Gabriele, per poi ricordarmi, con metaforico colpo di palmo sulla fronte, che è il vicino di casa di Rocco Schiavone.

I nomi di figli o fidanzati degli stagisti che si sono succeduti negli anni in casa editrice: e quando li incontro (e sono molto contenta di incontrarli, gli stagisti, perché ho voluto bene a ognuno di loro e perché sono una gran nostalgica e amo dire “ti ricordi quella volta che”) vorrei chiedere notizie ma mi trovo in imbarazzo e devo ricorrere a frasi vergognose del tipo “come sta il cucciolo” (cucciolo?! Dio mio, abbattetemi senza remore) o “come sta tuo marito” (anche se so bene che non sono sposati e neanche convivono), per cercare di nascondere l’oblio nella mia mente: e perché, da quella volta che ho detto “come sta Stefano” a una ragazza che aveva una bimba di nome Deborah, ho deciso di non avventurarmi più con nomi a caso.

Di comprare le arance, o la carta forno, o le uova: e ogni volta che vado al supermercato torno a casa frustrata perché so di aver scordato qualcosa, e l’unica cosa che non manca mai è un pacchetto di biscotti Digestive che sono la mia ultima mania e che temo sempre che finiscano, anche se ne abbiamo diverse scatole allineate in dispensa.

Quanto sono fortunata ad avere Ste’ nella mia vita: e mi viene in mente ogni tanto (ogni mezz’ora, ogni ora, ogni pochi minuti) e allora sono contenta, un po’ trepidante e incredula e tremebonda ma parecchio contenta.

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Mi ricordo.

memoria-come-si-creano-i-ricordiLe estati interminabili della mia infanzia: quei tre mesi che si dilatavano fino a durare anni, decenni, intere ere geologiche durante le quali dimenticavo la scuola, i compagni, la strada di casa mia, i giocattoli che avevo in città; quei tre mesi che si aprivano col mio compleanno e si chiudevano col mio onomastico: e io credevo che i miei genitori avessero fatto di proposito a scegliere per me nome e giorno di nascita in modo da farmi festeggiare in giardino e piantare le candeline sulla torta gelato e offrire agli invitati estathè invece che cocacola che non mi è mai piaciuta.

Mia nonna che si faceva il segno della croce quando mangiava un frutto per la prima volta in una stagione: e se lo faceva anche quando entrava in acqua, a mare, intingendo la punta delle dita sulla cresta della prima onda che le bagnava le ginocchia.

La prima volta che ho visto la maggior parte delle persone che conosco; di alcune, anche l’ultima.

Il mio costume di Carnevale fatto in casa da cow-girl, quando avevo forse sette o otto anni: e quanto mi sentivo a mio agio con cappello, fondine e pistole, e lo sgomento di mio padre che non sopportava che si giocasse con le armi.

I fogli di carta riciclata che mio nonno teneva in un angolo della scrivania: vecchie pagine di calendario e brutte copie battute a macchina di verbali di riunioni della sua associazione, meticolosamente tagliate fino a raggiungere un approssimativo formato A5; io che quasi ogni giorno chiedevo al nonno di darmi un foglio per disegnare, e lui acconsentiva sempre: e non mi è mai passato per la testa di prenderne uno senza chiedere, né lui mi ha mai detto che non c’era bisogno di domandargli l’autorizzazione ogni volta.

L’ascensore del palazzo dei miei nonni, con la gettoniera che già nella mia infanzia era obsoleta, e qualcuno aveva incastrato una chewing-gum masticata nella fessura per le monete.

Tutte le spiegazioni che gli adulti mi davano quando ero piccola: tutte quelle che all’epoca non ho capito, come quando mio padre mi disse che non potevo frequentare gli scout perché erano un gruppo paramilitare, e questo per me significava solo che non potevo andare in gita con i miei cugini e far roteare il fazzoletto sulla testa per motivi a me oscuri, e pensavo che in realtà il problema fosse che mia madre non sapeva cucire e quindi non avrebbe potuto attaccarmi le mostrine sulla camicia.

Gli attentati contro Falcone e Borsellino: ma proprio i boati e la colonna di fumo e le sirene che passavano e il senso di angoscia e la percezione di vulnerabilità assoluta.

Il primo libro che ho letto: era un’edizione delle favole di Esopo con illustrazioni monocromatiche e mi faceva molta paura, e pensavo che la lettura non facesse proprio per me, perché era noiosa e spaventaosa.

Mia zia che, per farci attraversare la strada, diceva “facciamo la catena umana”, perché noi eravamo tre e lei aveva solo due mani.

Mia madre che mi portava sul seggiolino della bici, quando ero davvero molto piccola.

La prima volta in cui ho fatto il bagno dagli scogli, e mi sono spaventata e non riuscivo a risalire; la prima volta in cui ho fatto un’escursione in montagna, e mi sono spaventata e non riuscivo a scendere.

Il sapore del gelato al cioccolato fatto in casa da mia nonna, e anche di quello alla stracciatella, che però mi piaceva meno; e anche il desiderio di assaggiare quello al caffè, che però a noi bambini era rigorosamente precluso.

Il senso di appagamento assoluto della prima volta in cui ho preso 10 a scuola: l’euforia leggera e persistente, l’idea di poter raggiungere qualsiasi obiettivo solo con il mio impegno.

La messa del sabato pomeriggio, da bambina, nella chiesa dove poi ho fatto la prima comunione: e mia nonna che ci faceva sedere sempre al penultimo banco, e indicava la statua della Madonna a cui aveva donato una corona da Rosario che era stata rubata; il tedio invincibile e il mio tentativo di svagarmi contando le sedie, le teste delle persone, i putti dipinti sul letto, le stelle dell’aureola della Madonna, le fermate della viacrucis.

Il sorriso di Ste’, la prima volta che l’ho vista: e tutte le volte in cui ha sorriso di nuovo in quel modo speciale.

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Lei e io.

27971888_10213530982581685_5674496827687215036_nLei vede tanti film, io no; è in grado di passare un pomeriggio vedendo due o tre film di fila, mentre io, dopo la prima mezz’ora, mi annoio e inizio a cincischiare con lo smartphone e prendere qualcosa da mangiare e poi mi addormento sul finale. Lei al cinema non dorme mai, io invece sì: e quella volta che abbiamo visto This must be the place mi sono persa quasi tutto il secondo tempo e non ne ho capito granché e lei si è arrabbiata. Io mi arrabbio sempre, e lei mai: mi arrabbio quando le macchine non scattano al verde, quando nella pattumiera non c’è il sacchetto, quando il cassiere parla con il banconista e tarda a darmi il resto, quando non sento bene al telefono. Lei non si arrabbia per queste cose, ma di solito le ignora.
Io parlo sempre, lei no: e quando andiamo da Mohamed lui glielo fa notare e io dico che lei è così, non parla; lei in compenso ascolta molto, e non dà consigli se non glieli chiedi e non giudica: e io invece blatero e do consigli e mi infilo in ogni discorso. A me la gente racconta sempre i fatti propri, a lei no: quindi io so sempre cose che non vorrei sapere, e invece lei non le sa ma non le vorrebbe neanche sapere e quindi non le importa.
Lei fa le parole crociate, e anche io: e quando compra la Settimana enigmistica cerco i giochi che non le piacciono e li faccio io, perché a lei piacciono i cruciverba a schema libero e gli interdefiniti e a me gli incroci obbligati e la ricerca di parole crociate.
A me piacciono le serie televisive, e anche a lei piacciono: e di solito scegliamo una serie e la vediamo da cima a fondo, e se è una serie che io non ho visto e lei sì faccio un sacco di commenti, se invece è una serie che ho visto io e lei no e le chiedo che ne pensi risponde che le piace e basta.
A lei piacciono la bistecca, il purè, il sushi e la frittura di pesce, a me le zuppe e le insalate e la pasta e lenticchie; lei prende il gelato pistacchio e nocciola e io quello alla frutta: ma tutte e due prendiamo la coppetta invece della brioche, e a tutte e due piacciono la pizza di Peco’s e il pollo arrosto e il riso alla Cantonese e la frittata con le patate. A me piace molto come cucina lei, ma le scoccia e lo fa raramente: e a lei piace come cucino io, e mi dice sempre che buono!, anche se il risotto è venuto senza sale.
A lei piacciono il mare, la montagna, la natura, i paesini, i mercati, le passeggiate; a me piacciono le città molto grandi, le metropolitane, le librerie. A lei piacciono di più i gatti, a me di più i cani: ma prenderemo un gatto, perché a portar fuori il cane mi spavento. A lei a mare piace fare il morto a galla e poi aprire gli occhi e vedere tutto che luccica, e io invece non faccio il bagno quasi mai perché sento freddo. Lei non sente mai freddo, e in pieno ottobre gira con la magliettina e io le chiedo di mettersi una sciarpetta e lei non vuole; io invece porto morbidi golfini di lana e sciarpe e giubbetti imbottiti e mi lagno perché non posso ancora indossare il mio cappello-sei-pecore. Io, prima di conoscerla, non mettevo mai il cappello, perché mi sembrava che non mi stesse bene e non sapevo che fosse così confortevole; adesso lo metto sempre e lei non lo mette più perché ha caldo. Prima di conoscerla, io non sapevo molte cose: tipo, appunto, che d’inverno bisogna mettere il cappello, e che i barattoli di maionese, quando sono ancora sigillati, si tengono nell’armadietto. Non sapevo neanche che se spalmi il burro sulla fetta biscottata prima di mettere la marmellata viene più buono: e io invece mettevo solo la marmellata, e infatti non mi piaceva molto.
Quando qualcosa non va, io mi avvilisco subito, e divento nervosa e agitata: lei invece non perde la calma nei momenti di pericolo, e una volta che un cane mi stava per mordere mi ha tenuta ferma e il cane non mi ha morsa. Lei è accomodante e bendisposta e perdona subito: e io, invece, se mi sento ferita porto rancore per molto tempo.
Io sono pigra, e anche lei lo è: e siamo tutte e due molto abitudinarie e pantofolaie, e ci piace stare a casa a vedere qualcosa, sul divano, la sera; e a nessuna delle due pesa passare il sabato così: anzi, ci piace moltissimo, soprattutto se prima ordiniamo la pizza.
Lei è disponibile e premurosa, e se di pomeriggio devo lavorare mi fa compagnia: e quando devo fare eventi e presentazioni viene sempre con me e mi aiuta a portare i libri, e non si lamenta anche se si parla di argomenti che non le interessano per niente e magari è stanca o affamata. Viene così spesso con me che i miei colleghi la conoscono e la preferiscono a me, e i capi la salutano con affetto, e gli autori pensano che anche lei lavori in casa editrice, e io spiego che no, viene con me perché è la mia compagna, e tutti allora mi dicono che devo tenermela stretta, anche se lo so già.
Io sono impaziente e ossessiva e superstiziosa, e lei quando sono agitata mi calma subito: e tutti se ne accorgono e le dicono che ha una pazienza infinita, ed è vero.
Lei mi vuole bene parecchio, e anche io gliene voglio: lei in modo quieto e sereno, maturo, costante, senza scossoni, e io in un modo mio, tutto slanci e scazzi e urla e scuse, e arrivata a fine giornata conto le volte in cui le ho risposto male e mi dispiaccio.
Lei è generosa e allegra, creativa e divertente; sa disegnare, e quando stavamo insieme da poco mi ha fatto un ritratto su un foglio di quaderno e me lo ha dato e io l’ho conservato e ce l’ho ancora. Io sono ordinata e minuziosa e conservo tutto, e lei è disordinata e io mi lamento perché in giro ci sono sempre le sue scarpe e inciampo. Io voglio tutto a mio modo, i bicchieri allineati per colore sullo scaffale, le posate e i pezzi a servire in due scolaposate differenti, i detersivi sistemati secondo un criterio inventato da me nel vano sotto il lavandino: e lei mi asseconda, anche se so che non le importa.
A me piacciono i baci e gli abbracci molto forti e camminare per mano, e anche a lei. E le domeniche mattina, e i panini con bresaola e brie, e Palermo, e stare a balcone nelle sere d’estate, e quando i gelsomini fioriscono e in casa si sente il profumo, e anche a lei piacciono. E mi piace moltissimo lei, ogni giorno un pochino di più.

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Che forma ha l’amore?

39221257_10214917642727322_5961484288397410304_nSe mi chiedessero di disegnare l’amore, saprei subito che forma dargli.

L’amore ha la forma di una persona che fa le parole crociate per ore appollaiata scomodamente su una sedia in cucina: perché qui c’è l’unico tavolo della casa e io devo lavorare e lei non vuole lasciarmi sola. È bianco, l’amore.

L’amore ha la forma di una lampada accesa di notte: perché io sono in cucina a lavorare, e lei è a letto, ma dorme con un occhio solo per aspettarmi. È viola e sa di bucato, l’amore.

L’amore ha la forma di una persona che cena alle 23 senza lamentarsi, perché le ho detto alle 20 che tra un quarto d’ora finisco e lei non vuole farmi fretta. È grigio, l’amore.

L’amore ha la forma di una scatola di pillole lasciata sul tavolo perché non me le dimentichi, e di un mazzo di fiori per l’onomastico; ha la forma di un albero di limoni che presto farà di nuovo i frutti. È verde e agrumato, l’amore.

L’amore ha la forma di un paio di piedi che riscaldano i miei ogni sera, e di una mano che stringe la mia ogni volta che varchiamo la porta di casa. Ha la forma di un sorriso che illumina gli occhi. È di luce e d’argento, l’amore.

L’amore ha la forma del bucato piegato ogni mercoledì sera, di un messaggino con un cuore in una giornata stancante, di una tisana tiepida il pomeriggio. Ha la forma della domenica mattina, per le strade del centro. È caldo e profumato, l’amore.

L’amore ha la forma della spesa ogni lunedì pomeriggio; ha la forma del Che buono! anche se ho preparato solo una pasta col sugo. Ha la forma di una frittata di patate con tante patate dentro. È giallo e dorato e rotondo, l’amore.

L’amore ha la forma di una serie tv, la sera: anche se io pedalo sulla cyclette e lei sta seduta sul divano davanti a me, e sopporta il rumore senza lamentarsi. È rapido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la forma di due bagni a mare, quest’estate: due giornate organizzate per farmi divertire e rilassare, per rendermi felice. È azzurro e fresco, l’amore.

L’amore ha la forma della pizza del sabato sera, al nostro solito tavolo della nostra solita pizzeria: perché non abbiamo molti soldi, e lì la pizza è buona e anche se siamo sedute a una tavolino di plastica sbiadito in una strada tristanzuola di periferia per lei va bene lo stesso. È bollente e sano e riempie la pancia, l’amore.

L’amore ha la forma dello smalto alle unghie, delle mani curate, di una carezza sul viso. È rosso scuro, l’amore.

L’amore ha la forma di una settimana di stress e assenza e molti mesi di nervosismo e stanchezza, di cattive risposte e fretta: e di molti sorrisi a stemperare l’ansia, perché il suo sorriso è l’unica medicina che funzioni, per me. È dolce e paziente, l’amore.

L’amore ha la forma di un bacio al risveglio, delle sue pantofole accanto al letto; del pettine di legno sul bordo della vasca, della tazza rossa sul tavolo al mattino. È abitudinario, l’amore.

L’amore ha la forma della sua voce allegra, di quando mi chiama Bimba o grida evviva!, ha la forma dell’albero di Natale e dei regali e dei biglietti sui regali; della decorazione sulla porta a cui tengo tanto. È morbido e avvolgente, l’amore.

L’amore ha la sua forma, e io dopo tutti questi anni ancora non ci credo.

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Maternità, istruzioni per l’uso.

Da molto tempo non leggevo un libro con vero piacere; venerdì scorso, alla riunione del gruppo di lettura di cui faccio parte, non sono stata in grado di proporre un titolo da mettere in lizza per la lettura collettiva: non sono riuscita a dire un titolo, uno, tra quelli letti di recente, che mi fosse rimasto tra cuore pancia e testa per più di un quarto d’ora. Per mesi sono rimasta impelagata in libri che non mi piacevano, interminabili e surreali, prolissi e pedanti, noiosi; storie sconclusionate, gatti parlanti, assassini smemorati, capolavori del non-sense o mere banalità. Mi ero convinta che il problema fosse mio: che avessi troppo poco tempo per leggere, o troppi stimoli esterni, o troppo rumore in testa, pensieri che cozzavano scoppiettando come petardi; e invece no, stavo solo incrociando romanzi che non mi piacevano: e infatti sono inciampata quasi per caso in Cattiva di Rossella Milone e l’ho letto tutto d’un fiato con vivido piacere, svegliando la mia bella nel cuore della notte per dirglielo (“Amore, amore, senti che bello questo pezzo, te lo leggo?”), costringendo collegasimpatica a farselo prestare, arringando sulle virtù del libro la barista che mi prepara ogni giorno uno squisito caffè macchiato. Non conoscevo l’autrice, e me ne dolgo: ma nella sua scrittura finto-trasandata e intessuta di espressioni dialettali ho ritrovato la cadenza della metà napoletana della mia famiglia, quel passo baldanzoso e fiero di cui sento la mancanza e che sto irrimediabilmente perdendo.

Parla di maternità, Cattiva: ne parla, penso io da non-madre, con onestà e chiarezza; parla di insoddisfazione, di stanchezza, di mancanza di sonno, di paure e bisogno di conferme. E io, che non ho e non desidero figli, sul tema della maternità sono curiosa: perché conosco poche madri della mia età, e di queste solo una mi è vicina; e non so se davvero la maternità sia questo: un ottanta per cento di dolore, sofferenza, preoccupazione, voglia di scappare via, e solo un venti per cento di appartenenza reciproca, soddisfazione, gioia. Non so se quello che ho letto rappresenti davvero ciò che la maggior parte dei neo-genitori prova: lo sgomento di fronte a un esserino inconsolabile, il senso di non-utilità e sconforto per i suoi pianti disperati, il sentirsi criticati dagli altri e non aiutati, non ascoltati; il senso di oppressione delle notti insonni, il buio al di là dal vetro, la sensazione che tutta la città dorma, la voglia di riposare un attimo. Non so se queste siano reazioni normali, o amplificate dalla scrittura, in un certo senso romanzate: o se, semplicemente, siano le sensazioni che tutti i genitori provano quando i figli sono minuscoli e fragili e incomprensibili e non-interattivi, e poi i figli crescono e cambiano e questi sentimenti si dimenticano, come si dice che succeda dei dolori del parto; se tutti i genitori vivano questo disagio e non ne parlino, per vergogna o per stanchezza o perché non ne vedono il motivo o perché non sanno a chi dirlo, o se magari molti genitori non lo vivano affatto, e succeda solo a qualcuno: e gli altri superino con agilità i primi mesi di vita dei propri bambini, saltellando come stambecchi tra culle, carrozzine, pannolini e salviettine imbevute.

Non lo so, e mi piacerebbe che qualcuno me lo dicesse: ma, si sa, se non sei madre non lo sai, e quindi pace, non lo saprò. Comunque, leggetelo, è davvero un bellissimo libro.

[Mate, torna presto].

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Non mi piace.

Quando mi danno una cattiva notizia e mi chiedono di riferirla anche agli altri.

Quando una buona notizia mi viene riferita da altri.

Quando al lavoro non mi danno le informazioni che mi servono, e devo chiedere più volte e scusarmi con insistenza e ascoltare i sospiri e gli sbuffi e le lamentele degli altri.

Quando finisco di lavorare alle nove di venerdì sera e mia madre mi chiede come mai non esco.

Quando nelle parole crociate ci sono definizioni sciocche o scherzose o inutilmente nozionistiche, tipo il fiume più lungo della Val Brembana.

Quando scrivo o dico una cosa seria e mi viene risposto con una battuta.

Quando mi fanno un complimento che suona come un insulto.

Quando mi dicono Ora però non dimagrire più, dai.

Quando mi accorgo di non aver pensato a Mohamed per un’intera giornata e mi sento in colpa.

Quando sembra che le persone con figli meritino tempo, cure ed energie molto superiori agli altri e abbiano diritto a trattamenti speciali.

Quando un bambino piccolo, solo perché è il maggiore di mollti fratelli, viene trattato come un tredicenne capriccioso e non come un essere umano troppo giovane per sopportare frustrazione e sconforto.

Quando devo fare un sorriso per una foto ricordo e faccio la mia solita faccia da sofficino e mi viene detto che non va bene e dovrei sorridere un po’ di meno.

Quando non ho il tempo per leggere, cucinare o stare con la mia bella.

Quando mi accorgo di aver dimenticato gli yogurt e non so cosa mangiare dopo cena.

Quando mi pento di aver risposto impulsivamente a qualcuno che non lo meritava.

Quando mi sento molto sola, di solito la mattina presto.

Quando non ho nessuno con cui parlare.

Quando penso che mangerò la pizza ma poi non la prendiamo più e devo accontentarmi di qualcos’altro.

Quando mi dicono che sono una brava persona mentre vorrei che mi dicessero che valgo qualcosa.

Quando i peperoncini stanno mettendo il terzo giro di foglie ormai da giorni e penso che non cresceranno più.

Quando vado via da casa dei miei genitori e Nando ci rimane male, e anche i miei genitori.

Quando mi viene chiesto di fare qualcosa, e poi la faccio e nessuno se ne accorge.

Quando mi dicono che mi sarei dovuta vestire o pettinare meglio.

Quando chiedo come starei con i capelli corti e tutti storcono il naso.

Quando non mi rispondono ai messaggi.

Quando so che qualcuno sta male e non posso farci niente.

Quando vengo messa nelle condizioni di dover fare qualcosa.

Quando mi scordo per molti giorni di seguito di mettere in auto il foglio dell’assicurazione.

Quando sono così stanca da non riuscire a dormire.

Quando devo leggere un libro che non mi piace.

Quando mi sento precaria, sul lavoro e nella vita.

Quando mi sembra di sprecare tempo e di starmi perdendo la parte bella della vita.

Quando so di sbagliare e non riesco a cambiare.

[Sto leggendo Kafka sulla spiaggia di Murakami, ed erano molti anni che non leggevo un suo libro. Non credo che mi stia piacendo, è molto lontano dalle mie corde ma ha come una risonanza di fondo che mi intriga. Spero di riuscire a finirlo prima di aver dimenticato l’inizio, dato che è interminabile e io ho pochissimo tempo].

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Cose che mi piacciono (summer edition).

Le piantine di jalapeño che iniziano a crescere. Il bonsai di ulivo che ha messo le gemme. Dormire ancora sopra il lenzuolo. La scatola di cornetti Algida al caramello intonsa in freezer. La prospettiva di un secondo bagno a mare.

Il sole che tramonta prima delle otto. Stefano che usa il vasino e mi chiede aiuto per rivestirsi. Mangiare un panino con la bresaola per pranzo. Gli spaghetti alla chitarra con pesce san Pietro e mollica atturrata e pesto alla trapanese, e la serenità di un giovedì sera a Terrasini.

La mia bella che ha sviluppato una dipendenza dalle parole crociate. Comprare la Settimana enigmistica ogni venerdì e fare i cruciverba che a lei non piacciono. L’avocado non troppo maturo. La biscottiera nuova, anche se non riesco a svitare bene il coperchio.

Mohamed che ha fiducia in me, dice. I suoi cani che quando mi vedono scodinzolano. Il suo viso sorridente e finto-arrabbiato quando gli ho aggiustato la radio. Pensare che domani lo andrò a trovare e lui dirà ehiiii! e sarà contento, e anche io lo sarò.

La pasta con la zucchina lunga, quando non metto troppo peperoncino. Avere imparato tre espressioni romanesche nuove leggendo una graphic novel di Zerocalcare. Capo che mi dice L’esperta sei tu. I cracker salati con lo stracchino spalmato sopra, e magari anche una fetta di prosciutto crudo.

Poter annaffiare le piante una volta ogni due giorni. Il caffè con Masha ogni mattina, e il barista che prepara i due macchiati senza bisogno di chiederli. Il sole che bagna le basole di piazza San Francesco, a mezzogiorno, e taglia in due la facciata della chiesa. La coppetta al mango della gelateria dietro l’ufficio, ma anche quella vaniglia e cioccolato e quella stracciatella e fior di latte.

Mia madre che è andata a mare tre volte e ha fatto sempre il bagno. Mio padre che è riuscito a non scottarsi le spalle. Mohamed che mi dice piano di far sedere mia madre sulla sua sdraio. La mia bella quando strizza gli occhi per il sole e socchiude le palpebre e io penso che accidenti quanto è bella.

Camminare a piedi nudi sul pavimento caldo del balcone. La gonna jeans che mi entra di nuovo. Il profumo del basilico sulle mani. Le pesche gialle, le nocepesche, i pomodorini. La pasta con la crema di melanzane, quando mi viene bene. Lo sfincione bianco, che non avevo mai assaggiato.

Andare a comprare un libro da Sellerio. Andare a comprare un libro alla Feltrinelli e ricevere in omaggio due paia di infradito. Le patatine fritte con la fonduta di formaggio. La serata delle patatine fritte con la fonduta di formaggio e della cheesecake condivisa, ma anche quella della passeggiata in via Notarbartolo o del panino da Nashville o del cibo cinese da Asia.

Ricevere messaggi da un’amica che vuole bene a Mohamed anche se non lo conosce, ma conosce la mia ansia e il mio senso di colpa e non li maltratta. Rumen che ha paura degli esami e si nasconde dietro la mia scrivania. Rumen che mi fa correggere il tema e spera che mi piaccia. Rumen che mi abbraccia e non mi lascia più, anche se è più alto di me di un’intera testa. Dire ridendo a Rumen che adesso mi deve lasciare, che devo lavorare e lui deve pranzare e.

Il profumo dei biscotti Digestive, dolce e burroso e londinese. La pizza, quando è morbida e con molto basilico. I film di Verdone. Ripetere le battute di Mario Brega fino a non poterne più. Il tè tiepido e la tisana alla menta. Lo yogurt a colazione. Trovare ancora posto per la macchina vicino all’ufficio.

Quando qualcuno mi fa un complimento inatteso. Sapere che una persona ha comprato un libro perché gliel’ho consigliato io, anzi ne ha preso addirittura due copie. Quando qualcuno sorride e gli ridono gli occhi. Tuffarsi a mare saltellando sulle punte per il freddo. La doccia gelata alla spiaggia.

Quella volta che abbiamo visto i fuochi d’artificio e pioveva un po’. Nando che mi mette le zampe sulle spalle per la gioia. Il verde lucido delle foglie quando una talea mette radici. Quando hai confidenza con qualcuno e ti prende una mano. Quel paio di jeans che le sta così bene. L’odore di aghi di pino e polvere delle strade di Mondello.

Il weekend alle porte. Poter dormire un po’ di più. Leggere a letto col kindle. Pensare che le persone che amo stanno bene.

Mancano centoquindici giorni al Natale.

 

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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