Cose che mi piacciono (summer edition).

Le piantine di jalapeño che iniziano a crescere. Il bonsai di ulivo che ha messo le gemme. Dormire ancora sopra il lenzuolo. La scatola di cornetti Algida al caramello intonsa in freezer. La prospettiva di un secondo bagno a mare.

Il sole che tramonta prima delle otto. Stefano che usa il vasino e mi chiede aiuto per rivestirsi. Mangiare un panino con la bresaola per pranzo. Gli spaghetti alla chitarra con pesce san Pietro e mollica atturrata e pesto alla trapanese, e la serenità di un giovedì sera a Terrasini.

La mia bella che ha sviluppato una dipendenza dalle parole crociate. Comprare la Settimana enigmistica ogni venerdì e fare i cruciverba che a lei non piacciono. L’avocado non troppo maturo. La biscottiera nuova, anche se non riesco a svitare bene il coperchio.

Mohamed che ha fiducia in me, dice. I suoi cani che quando mi vedono scodinzolano. Il suo viso sorridente e finto-arrabbiato quando gli ho aggiustato la radio. Pensare che domani lo andrò a trovare e lui dirà ehiiii! e sarà contento, e anche io lo sarò.

La pasta con la zucchina lunga, quando non metto troppo peperoncino. Avere imparato tre espressioni romanesche nuove leggendo una graphic novel di Zerocalcare. Capo che mi dice L’esperta sei tu. I cracker salati con lo stracchino spalmato sopra, e magari anche una fetta di prosciutto crudo.

Poter annaffiare le piante una volta ogni due giorni. Il caffè con Masha ogni mattina, e il barista che prepara i due macchiati senza bisogno di chiederli. Il sole che bagna le basole di piazza San Francesco, a mezzogiorno, e taglia in due la facciata della chiesa. La coppetta al mango della gelateria dietro l’ufficio, ma anche quella vaniglia e cioccolato e quella stracciatella e fior di latte.

Mia madre che è andata a mare tre volte e ha fatto sempre il bagno. Mio padre che è riuscito a non scottarsi le spalle. Mohamed che mi dice piano di far sedere mia madre sulla sua sdraio. La mia bella quando strizza gli occhi per il sole e socchiude le palpebre e io penso che accidenti quanto è bella.

Camminare a piedi nudi sul pavimento caldo del balcone. La gonna jeans che mi entra di nuovo. Il profumo del basilico sulle mani. Le pesche gialle, le nocepesche, i pomodorini. La pasta con la crema di melanzane, quando mi viene bene. Lo sfincione bianco, che non avevo mai assaggiato.

Andare a comprare un libro da Sellerio. Andare a comprare un libro alla Feltrinelli e ricevere in omaggio due paia di infradito. Le patatine fritte con la fonduta di formaggio. La serata delle patatine fritte con la fonduta di formaggio e della cheesecake condivisa, ma anche quella della passeggiata in via Notarbartolo o del panino da Nashville o del cibo cinese da Asia.

Ricevere messaggi da un’amica che vuole bene a Mohamed anche se non lo conosce, ma conosce la mia ansia e il mio senso di colpa e non li maltratta. Rumen che ha paura degli esami e si nasconde dietro la mia scrivania. Rumen che mi fa correggere il tema e spera che mi piaccia. Rumen che mi abbraccia e non mi lascia più, anche se è più alto di me di un’intera testa. Dire ridendo a Rumen che adesso mi deve lasciare, che devo lavorare e lui deve pranzare e.

Il profumo dei biscotti Digestive, dolce e burroso e londinese. La pizza, quando è morbida e con molto basilico. I film di Verdone. Ripetere le battute di Mario Brega fino a non poterne più. Il tè tiepido e la tisana alla menta. Lo yogurt a colazione. Trovare ancora posto per la macchina vicino all’ufficio.

Quando qualcuno mi fa un complimento inatteso. Sapere che una persona ha comprato un libro perché gliel’ho consigliato io, anzi ne ha preso addirittura due copie. Quando qualcuno sorride e gli ridono gli occhi. Tuffarsi a mare saltellando sulle punte per il freddo. La doccia gelata alla spiaggia.

Quella volta che abbiamo visto i fuochi d’artificio e pioveva un po’. Nando che mi mette le zampe sulle spalle per la gioia. Il verde lucido delle foglie quando una talea mette radici. Quando hai confidenza con qualcuno e ti prende una mano. Quel paio di jeans che le sta così bene. L’odore di aghi di pino e polvere delle strade di Mondello.

Il weekend alle porte. Poter dormire un po’ di più. Leggere a letto col kindle. Pensare che le persone che amo stanno bene.

Mancano centoquindici giorni al Natale.

 

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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My body, my choice.

Un osceno manifesto, qualche settimana fa, è balzato all’onore delle cronache e ha conquistato decine di convidisioni sui social; su un luttuoso sfondo nero campeggiava il ventre di una donna incinta, con due mani a reggere il pancione: in sovraimpressione, il claim dichiarava che l’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo. L’analogia tra l’interruzione volontaria di gravidanza e l’uccisione di una donna in quanto donna è risultato ai più, me compresa, poco chiaro: quindi, le prime reazioni sono state, più che di raccapriccio, di stupore e vaga confusione. Faceva forse riferimento all’aborto selettivo di feti di sesso femminile, pratica in voga in alcuni Paesi dell’estremo oriente? E perché mai avrebbero dovuto affiggere questo scempio per le strade di Roma, allora, e non di Vientiane o di Shangai? Forse, ha ipotizzato qualcuno, il messaggio sotteso al cartello è che, a fronte di un numero X di aborti, circa la metà si riferisce a embrioni di sesso femminile: da qui la considerazione che muoiano, in questo modo, più potenziali donne di quante siano le donne effettive uccise quotidianamente. Infine, un altro nutrito gruppo di commentatori proponeva una spiegazione più trascendente e filosofica: ogni donna, argomentavano, simbolicamente muore quando abortisce; dunque, l’aborto è quasi un femminicidio auto-imposto. Al di là dell’evidente e vergognosa strumentalità della campagna pubblicitaria, pagata da una onlus che dedica tempo e risorse al tentativo, insensato e intempestivo, di convincere le donne a rinunciare al proprio diritto all’aborto, anche a me risulta poco chiaro il senso della frase. Dando per assodato che la prima chiave di lettura sia priva di alcun razionale (perché mai si dovrebbe fare una campagna pseudo-informativa, in Italia, per battersi contro un comportamento che qui non esiste?), non ho ancora deciso quale delle altre due mi sembri più oltraggiosa: se quella che pone sullo stesso piano una vita in potenza e una vita in atto, un embrione e una donna, cosa che non merita nemmeno spiegazioni per la sua incongrua insensatezza, o quella che dà per scontato che l’aborto sia un’esperienza così devastante e traumatica da poter essere paragonata alla propria morte. Premettendo che l’argomento personalmente non mi tocca per nulla, e che non ho mai provato l’esperienza dell’aborto, mi chiedo se sia davvero scontato che si tratti di qualcosa di oltremodo drammatico e disturbante. E se lo fosse meno di quanto si ammetta? Se fosse un’esperienza sgradevole e faticosa, ma non così estrema? Quando si fa riferimento al diritto all’aborto, si precisa sempre che la donna può abortire ma, ecco, si dà per scontato che lo faccia solo se in condizioni di estrema povertà, materiale, morale o affettiva, e solo a patto di sacrificare, sull’altare di questa maternità negata, la propria serenità e la stima di sé. Ma se invece tutto questo portato doloroso fosse dovuto solo al senso di colpa instillato da una società che obbliga la donna a sentirsi un’assassina, o almeno una persona che sta compiendo una scelta strana e non-conforme, tirandosi fuori dal suo ruolo precostituito di portatrice sana di senso materno? Se molte donne abortissero semplicemente perché non vogliono avere un figlio, e non perché non possono (non sono in condizione di) averlo? Se la maggior parte delle donne, o almeno qualcuna, avesse vissuto un aborto senza drammi e sconvolgimenti, ma non lo ammettesse per paura di essere tacciata di pocodibuonismo o crudeltà? Probabilmente non lo saprò mai.

Ieri, l’Irlanda si è espressa a favore della depenalizzazione dell’aborto; in Italia, invece, quelli che ragliano contro un diritto sacrosanto della donna sono molti, e mi fanno parecchia paura.

Questo post è un portafortuna per la mia amica laMate, che di nuovo mi fa preoccupare; equivale a una valanga di pensieri positivi e dita incrociate: ma sono sicura che, mentre scribacchio qui, già le cose stanno volgendo al meglio.

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It’s ok to be gay?

Due giorni fa, il 17 maggio, cadeva la giornata contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia: e io, ovviamente, non me lo ricordavo; la sveglia è suonata e io, come sempre furibonda e avvilita dal fatto che fosse già mattina, ho afferrato lo smartphone, ho ridotto al minimo l’illuminazione dello schermo per non svegliare la deliziosa creatura che russacchiava al mio fianco, ho attivato la connessione dati e ho iniziato a smistare email, a rispondere a richieste d’aiuto – non so come fare, sono sulla cima dell’Himalaya e ho dimenticato che il presidio social che inizia tra sette minuti toccava a me, chi mi sostituisce? – su molteplici chat diverse, a ipotizzare modifiche nel fitto calendario di impegni della giornata (qualcosa dovrà saltare, evito di pranzare o di fare il bucato? Posso fare a meno più agevolmente della doccia o della colazione? E se non bevessi acqua per tutta la giornata quanti minuti risparmierei, tra riempire il bicchiere e mandar giù? Un numero sufficiente per inserire, al posto della futile idratazione, la stesura di due comunicati stampa e sei email?). Ero ancora a letto, dicevo, e per rimandare ancora di una manciata di minuti il momento in cui avrei infilato i piedi nelle pantofole di pile – sì, di pile, a Palermo a maggio le temperature sono molto rigide – ho dato uno sguardo a Facebook: e lì, sulla bacheca di un gruppo dedicato ad amanti dei libri, ho intercettato il post che ha fatto definitivamente passare la giornata da mediocre a dimmerda. Un’amministratrice, armata di ottime intenzioni e scarse capacità comunicative, annunciava l’importante ricorrenza: e QUINDI augurava il buongiorno a TUTTI (il maiuscolo non è mio), gay compresi; lo faceva, con enorme spreco di melassa, parlando di “lei che ama lei, lui che ama lui” e via bellamente melenseggiando, ma il senso recondito del post era lì, evidente ai miei occhi come se fosse stato scritto al neon: oggi è il giorno blabla, quindi (nessuno di causalità) buongiorno a tutti; domani non è il giorno blabla, quindi buongiorno solo a qualcuno. Ho provato a fare presente il mio punto di vista, con pazienza man mano decrescente mentre venivo presa, nell’ordine, per paranoica, pignola, fissata e traumatizzata da chissà quale evento che ignoro. Di fatto, dopo mezz’ora avevo mentalmente mandato a farsi benedire l’intera pletora dei commentatori, con buona pace del mio sistema nervoso. Due giorni dopo, mentre sul gruppo in questione si è tornati ai soliti post stimolanti – voglio regalare un libro a un amico che odia leggere, che mi consigliate? Mi indicate un libro che parli di coleotteri estinti nell’antico Egitto e che sia scritto in seconda persona plurale? Quanti libri avete sul comodino? Guardate come sono bravo, ora recensisco il settantottesimo libro dell’anno -, io continuo a schiumare rabbia: perché non sopporto di non riuscire a farmi capire, e ancora meno di essere tacciata di paranoia.

In Italia, che lo si ammetta o meno, esiste un grave problema legato all’omofobia, e negarlo non aiuta nessuno; da anni vivo serena la mia vita, non ho mai fatto misteri, a scuola, all’università o al lavoro, sul mio orientamento sessuale; non penso di essere eccessivamente all’erta sull’argomento, ma sono anzi abituata ad ascoltare con un orecchio solo commenti vagamente sgradevoli o velatamente a disagio. Non temo per la mia vita e la mia incolumità, Palermo è una città solitamente accogliente (e, dove non lo è, è una città omertosa, in cui si preferisce fingere di non vedere quello che ci dispiace); l’omofobia che vivo sulla mia pelle non è quella, orrenda e omicida, di chi rischia di essere ucciso o malmenato, incarcerato o vilipeso perché gay; è però, la frase strisciante con cui un amico, su Facebook, si premura di dire, a commento di un post, che è etero MA che rispetta tutti, come se ci fosse da applaudire per questa enorme concessione. È quella della vicina di casa che dà per scontato che la mia bella e io siamo due studentesse universitarie attempate, piuttosto che due donne che hanno scelto di vivere insieme; è quella del conoscente a lavoro che mi dice, con tono di lode, che in me vede una persona e non una lesbica, forse perché ho i capelli lunghi, niente tatuaggi e non uso ruttare in pubblico. È quella di chi dice che è giusto che ognuno ami chi vuole, purché lo faccia con moderazione: e che, messo alle strette sul concetto di moderazione, si ritrova a blaterare di educazione e di non gridare, la notte, sotto le finestre altrui. È quella di chi ammicca e mi dice “ma tu le capisci le donne?”, come se io non lo fossi, o di chi dà per scontato che, in un gruppo di lavoro, sia ovvio assegnare a me i clienti visibilmente gay, perché io so trattare con loro. È quella delle battute su cetrioli e saponette che si incontrano costantemente sui social, quella dell’”a che vi serve il pride, ormai avete tutto”, quella di chi pensa che le unioni civili possano essere abolite, o che comunque non meritino spazio nella discussione politica, perché i diritti di noi gay non sono una priorità.

È quella che non mette in pericolo la mia vita o la mia incolumità, ma che comunque mi fa vivere male.

Causa ritmi di lavoro forsennati, in questi giorni sto leggendo poco e male; ho iniziato e non ancora terminato Un’ultima stagione da esordienti di Cristiano Cavina, preso per caso solo perché l’ho trovato in forte sconto; è la storia di un gruppo di ragazzi all’ultimo anno di scuole medie, del loro amore per il calcio, delle piccole beghe tra loro, dell’amicizia che li lega. Simpatico, scorrevole ma abbastanza “vuoto”: una discreta prova stilista ma una lettura che non lascia molto.

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(P)ossessione.

Cos’è un’ossessione? Facendo una rapida ricerca, sfogliando un po’ di dizionari cartacei e dando un’occhiata sul web, appare evidente che l’ossessione sia una fissazione, nei confronti di qualcosa o di qualcuno, che varca la soglia della patologia quando porta con sé ansia e incapacità di sfuggire al pensiero persistente e invasivo, costante e assoluto, per l’oggetto della nostra attenzione. Si fa riferimento al disturbo ossessivo-compulsivo, a uno stato di disagio e prostrazione, al deterioramento dei rapporti sociali: il pensiero che si attorciglia, che di solito distingue l’uomo dal cane (ma non lo rende migliore), in questo caso diventa un viluppo di nodi impossibile da sciogliere, se non con un adeguato sostegno. Di fatto, essere vittima di un’ossessione patologica è un bel problema. Essere, invece, semplicemente monomaniacali può essere molto meno disagevole, sebbene rimanga parecchio noioso per chi ci circonda; se una persona, a cui non sono legata da particolare affetto o da anni di condivisione di tempo, esperienze e sentimenti, gorgheggia quotidianamente di sturalavandini, quanti minuti aspetterò prima di decidere di declinare il suo invito per un caffè? Ecco, tutto questo – come molti altri fenomeni, dal bullismo alla molestia verbale – è stato acuito dall’imperare dei social network, che ci portano a trascorrere intere ore della nostra giornata gomito a gomito con una pletora di semi-sconosciuti, che dovrebbero avere interessi e comportamenti simili ai nostri e la cui vicinanza dovrebbe essere uno stimolo alla nostra crescita, o semplicemente un piacevole passatempo. Recentemente, però, ho fatto caso che i tre quarti delle persone che scrivono sui social – e molto più quelle che scrivono compulsivamente, viaggiando al ritmo di un post al quarto d’ora, e questo meriterebbe un’analisi a parte – tendono a fissarsi su qualcosa e ripeterla ossessivamente, costantemente, senza avere la percezione della propria monotonia. Ma cosa si nasconde dietro questo mostrarsi costantemente di sbieco? Forse la paura di apparire persone a tutto tondo? Quando un poco-più-che-trentenne, appassionato lettore, sottolinea diverse volte al giorno il suo fastidio per uno scrittore mainstream e pubblicamente acclamato, non avendone neanche la percezione, perché lo fa? Ha forse timore di sembrare come gli altri? Vuole ribadire la sua assoluta unicità con questa affermazione? Pensa che i suoi gusti in fatto di letture lo rendano una persona migliore? Si sente così poco speciale da cercare un’unicità vicaria che lo renda diverso dal gregge? E quando una persona risponde a settantrè post diversi, in cui si parla di cultura religione cibo per cani coltivazione della canna da zucchero, seguendo esclusivamente la propria chiave di lettura, è una spia di un possibile problema o soltanto un enorme egocentrismo? Le persone che parlano solo di una cosa sono davvero appassionate solo di quella cosa, o pensano che solo quella meriti di essere condivisa con gli altri? Hanno forse vergogna dei proprio interessi, dei passatempi, di tutte le piccole manie e idiosincrasie e particolarità che fanno di ognuno di noi un essere umano unico? Molti anni fa, quando andavo all’università, notavo come i miei colleghi parlassero esclusivamente della nostra materia di studio: mai un riferimento a una canzone ascoltata in radio, a un film visto al cinema, al colore degli occhi del proprio fidanzato; una di loro arrivò a dirmi che la mia passione per la lettura era da scoraggiare, da trattare come una perdita di tempo: lei, ad esempio, anche prima di andare a dormire, leggeva solo libri che potessero esserle utili in vista degli esami. Il senso di noia che mi ha pervasa al sentire quelle parole è ancora vivo dentro di me.

Sto leggendo un libro bellissimo, uno di quelli che fanno battere il cuore a ogni parola: è La corsara di Sandra Petrignani, uno stupendo ritratto di Natalia Ginzburg, composto partendo dalla loro conoscenza personale e integrando l’analisi con la lettura di testi e con interviste ai figli e nipoti di Natalia. Non posso dire altro che questo: è davvero un delicato, dirompente capolavoro.

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No kritike, solo complimenti.

go-veganQualche giorno fa mi sono lasciata coinvolgere, me tapina, nell’ennesima inutile conversazione da social network; una persona, alla quale mi lega una ventennale e fondamentale amicizia, di quelle il cui senso ultimo risiede solo in qualche oziosa ciacola via web, inveiva in maniera scomposta contro l’alimentazione vegana, accusata di essere poco sana e sicuramente foriera di mortali patologie. Il fustigatore dei costumi alimentari altrui, dimentico di aver sostenuto con ardore e spreco di post su Facebook, per diversi mesi, la necessità di abolire qualsiasi elemento animale dalla propria dieta, pena la morte prematura tra atroci sofferenze, si sentiva chiamato, forte della sua laurea in giornalismo, ad annunciare la ferale notizia – la dieta vegana causa morte orrenda e subitanea – al mondo, per conquistarsi il sudato posto in paradiso salvando gli stolti dallo spettro di un’alimentazione scorretta. Punta nel vivo (non in quanto vegana, tendo a precisare, ma in quanto persona dotata di discernimento), mi sono lanciata, me tapina!, in una futile crociata al grido di Ciascuno mangi ciò che più gli aggrada e non tormenti il prossimo. Ne è seguita, ovviamente, un’inutile e interminabile discussione condita da pareri medici non richiesti e proposte, assolutamente rimandate al mittente, di consulti con sedicenti esperti della materia. Al netto dell’ovvia inanità della diatriba, a distanza di giorni continuo a domandarmi il perché di questa deriva normativa.

Da anni mi chiedo come mai, non solo sui social network ma anche, in maniera ancor più fastidiosa, nella vita reale, le persone si sentano in diritto di indicare, consigliare, suggerire, proporre, bachettare comportamenti e abitudini altrui. Sono stata cresciuta in una famiglia dai solidi valori: uno di questi è sempre stato quello di rompere le palle agli altri solo se strettamente necessario; per questo, non capisco davvero tutti quelli che sui social si sgolano pro o contro una dieta, o uno scrittore, o un taglio di capelli o un modello di jeans. Davvero sono convinti che a qualcuno, al di là di tutto, interessi il loro, parziale e quantomeno personale se non scarsamente condivisibile, parere su qualcosa? Di preciso, perché dovrebbe riguardarmi l’idea che un’altra persona, che non sia tutt’al più il mio medico di fiducia, pensi che il mio comportamento alimentare (o il mio peso, o il mio stato di forma fisica generale) sia inadeguato al mio stile di vita? Chi ha deciso che è moralmente ineccepibile criticare una persona per ciò che mangia, ascolta, legge, pensa? Quanto tempo sprecato e quale ipertrofia dell’ego stanno alla base di una tale volontà di censura? Con quale ardire si arriva a sentirsi in dovere di illustrare agli altri quali atteggiamenti sono migliori per loro? Quanta poca stima si dimostra di nutrire nel prossimo, quando ci si sente chiamati, senza alcun ruolo istituzionale acclarato, a indicar loro la retta via? E quale portato cattolico si nasconde alle spalle di questa sindrome-del-buon-pastore? Quando si dice a una persona, intenta a godersi una sigaretta, Stai attento che il fumo fa male, alla base c’è davvero la convinzione che quella persona non lo sappia (Davvero?! Fa male?!) o soltanto la convinzione di avere maggior continenza e autocontrollo dell’altro? O semplicemente il sadico piacere di far sentire il prossimo in difetto?

Sto leggendo un libro che illustra chiarissimamente molti di questi processi comportamentali: si chiama Fame, lo ha scritto Roxanne Gay, ed è un bel saggio che, partendo dalla premessa dell’autrice di doversi confrontare con un corpo fuori misura, taglia XXL, affronta molto bene tutti i cortocircuiti sociali che ne conseguono, dalle persone benintenzionate che la fermano per strada per consigliarle di dimagrire a chi, al supermercato, spinge il suo zelo fino a criticare quello che porta nel carrello, dagli sguardi di compatimento che le vengono costantemente rivolti a quelli grondanti disprezzo, odio, rancore.

Ps: una frase che sento dire molto spesso è che i vegani sono criticati per la loro tendenza a fare proselitismo (categoria che li accomunerebbe, nel sentire popolare, ai membri della comunità lgbt); ad oggi, a quasi trentacinque anni, nessun post-adolescente vegano mi ha mai detto cosa mangiare. Dall’altro lato, in situazioni sociali in cui ci sono vegani presenti, almeno uno dei convitati si è sentito in diritto di dirgli di cambiare dieta. Così, per chiarezza.

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“Esempio” a chi?

Una manciata di settimane fa, mia madre è stata parecchio male; è stata una cosa improvvisa, inattesa, destabilizzante e orrenda, anche se per fortuna si è conclusa rapidamente e in maniera sorprendentemente positiva. In quei giorni, molte persone del suo coro le hanno inviato messaggi, pecorelle pasquali, preghiere e libri; ovviamente, per far fronte alla mole di comunicazioni su smartphone, mezzo col quale mia madre ha meno dimestichezza che con l’islandese, sono stata convocata io: e lì, sciorinando le mie doti di copy e la mia molto invidiata capacità di scrivere coi pollici, ho dispensato decine di Grazie, anche a te, di Non dovevi disturbarti, di Speriamo di vederci presto, di No, domenica a messa non verrò. Sono stata, credo, sufficientemente gentile e cordiale: ho indossato un tono pacato e neutro, degno di una persona ricoverata ma che sta tornando a casa: preoccupata ma non troppo, dolente ma non troppo, interessata ai messaggi ma non troppo; mi sono lasciata andare a qualche citazione biblica, che col pubblico che mi era stato assegnato fa sempre grande effetto, sono stata parca di faccine che mia madre odia e che non utilizzerebbe neanche se costretta, ho evitato congiuntivi, puntievirgola e punti esclamativi.

Sono stata, dicevo, gentile con tutti: tranne che con la persona che ha avuto l’ardire di scrivere Sei un esempio per tutti noi; a quel messaggio, trasformandomi da rotondetta trentenne a mostro verde della Marvel, ho reagito con astio, virulenza ed evidente fastidio: perché non c’è niente che odi di più della gente che dice a un malato di considerarlo un esempio. Ma un esempio di cosa, buon dio?

In questi giorni, mi capita sovente di trovarmi in compagnia di una persona con un passato pesante alle spalle, una brutta storia di violenza domestica; la persona di-cui-sopra ha innumerevoli pregi ma, ai miei occhi, un grande difetto: quello di porsi sempre, in qualsiasi situazione e contesto, come una vittima. Anche con astanti che non conoscono (e non hanno motivo di conoscere) il suo passato, l’atteggiamento è sempre quello di chi ha subìto un oltraggio – ed è indubbio – e lo continua a subire ogni giorno, ogni minuto, in ogni frangente: anche quando le si rivolge la parola in maniera serena, le si chiede di fare qualcosa di assolutamente adeguato, le si offre un cioccolatino o un bicchiere d’acqua; ha scelto di ridurre la sua vita a quell’aspetto, come se fosse l’unico degno di nota, l’unico caratterizzante la sua persona. Non prova a far emergere altri lati di sé: ha scelto di ammantarsi di quel ruolo e basta. È lo stesso ragionamento di chi vede un malato come un esempio: non una persona, con una gamma multiforme di luci e ombre, passioni e idiosincrasie, amori e antipatie, hobby e passatempi e musica da ascoltare e libri preferiti e malocarattere e puzza di piedi, ma una figurina bidimensionale, esclusivamente compreso nel ruolo di malato. Lo so, ne ho parlato spesso, ma mi urta in maniera indescrivibile: mi sembra il peggior affronto che si possa fare a chi cerca di trovare, al di là della propria salute traballante, stimoli e obiettivi per vivere bene.

E comunque, la goffa e irrispettosa mittente del messaggio incriminato è stata severamente redarguita e ha ritenuto di non parlarmi più: immagino che me ne farò una ragione.

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Il privato è pubblico?

gay-flagAlcuni mesi fa un brillante giovane che conosco – da-poco-quarantenne di bell’aspetto e piuttosto simpatico e attraente – mi ha confessato con una punta di imbarazzo che il suo compagno, molto-più-che-quarantenne con un buon lavoro autonomo, solide finanze, auto aziendale e un bel po’ di chili di troppo, con cui convive da cinque anni, non è dichiarato con la propria famiglia. I suoi genitori sono anziani, mi ha spiegato: lui è il figlio minore, ha sorelle e fratelli molto più grandi, ha preferito non dire nulla. E come fate, quando vi vedete?, ho chiesto io; Non ci vediamo, ha chiosato lui, e io ho intravisto, tra le sue parole sorridenti e finto-noncuranti, la sofferenza di essersi trasferito dall’altra parte d’Italia a Palermo, lasciando un impiego avviato e due genitori affettuosi, per poi passare il pranzo di Natale a mangiare da solo frittelle di ceci e pollo tandoori e riso in bianco presi al take-away indiano, mentre il suo compagno trangugia lasagne e polpettone e cassata fingendo di vivere da solo. Ho pensato agli assurdi contorsionismi, mentali e verbali, con cui il suo compagno è riuscito a tenere i suoi (tanti) familiari lontani dal suo appartamento: Oggi c’è molto disordine, e poi la casa è fredda, e poi preferisco invitarvi a cena fuori, si mangia meglio. Mi sono chiesta quanto possa essere disagevole e scomodo mentire per un’intera vita, e quanto possa essere umiliante essere l’oggetto della menzogna; ho provato, per loro, un mix di sentimenti che ho dovuto analizzare con calma: e dentro c’erano pena per la situazione, imbarazzo per come mi è stata raccontata, dolore per la loro sofferenza, indignazione verso questa famiglia che finge di non capire e molta rabbia: sì, anche rabbia, perché un ragazzino di sedici anni che si nasconde lo comprendo, un ventenne che dipende dai genitori e non si palesa lo comprendo, un venticinquenne che non ha ancora trovato una stabilità economica e affettiva e rimane in silenzio lo comprendo, ma un quarantenne che tiene il suo compagno nascosto per anni per paura di mettere in discussione il rapporto con i suoi genitori no, non lo comprendo affatto.

Senza entrare nel merito di esigenze particolari e situazioni personali, di coming out semplici e gioiosi e di altri dolorosi, strazianti, tragici, non posso non pensare che venire allo scoperto e vivere la propria omosessualità con semplicità e chiarezza sia un atto politico di straordinaria importanza, l’unico reale modo per sconfiggere l’ombra del tabù di cui ancora è ammantata, e che vorrei un’Italia piena di persone che non temono di tenere per mano il proprio partner, di chiamare Amore la propria fidanzata, di comunicare al proprio capo che No, domani non vengo, c’è la laurea della mia compagna. Che vorrei maggiore coraggio, soprattutto da chi corre rischi limitati: come, appunto, un cinquantenne che lavora, ha una casa propria e non teme di finire sbattuto fuori nella notte, con uno zainetto pieno di vestiti e nessuna idea su dove andarsi a rifugiare; o come tutti i personaggi pubblici che preferiscono ammiccare e lasciar intendere anziché parlare chiaramente, temendo di perdere qualche fan e non pensando di starne deludendo moltissimi altri. E che non si invochi, per favore, il diritto alla privacy, che sia sul luogo di lavoro, in famiglia o sul palcoscenico: perché non si tratta di raccontare al mondo cosa si fa in camera da letto, ma con chi si sceglie di condividere la vita: e non mi pare di aver mai visto un uomo eterosessuale che non dica al proprio datore di lavoro di essere sposato, o un cantante che neghi pubblicamente di avere dei figli, o un politico che si definisca single e poi svicoli quando gli si domanda della sua vita personale. Il privato è pubblico: o meglio, deve esserlo, almeno un po’: quanto basta a non scadere nel ridicolo, a non impelagarsi in assurde impalcature verbali per celare situazioni che non hanno nulla di scabroso, a vivere con serenità la propria vita.

Ah, e vi prego, si dice “coming out”, non “outing”; almeno questo.

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Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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La notte, in ospedale.

Poche cose sono angoscianti come le notti in ospedale, quando non sei il malato ma solo la persona che lo accompagna: e non è per la scomodità di dormire su una sedia di plastica, con un giubbotto sulle gambe e una felpa troppo grande sui vestiti del lavoro e la testa appoggiata a una spondina di ferro, ma perché le ore gocciolano via lente, silenziose, immutabili; sono le due, e dopo due ore sono le due e sette, e dopo altre due ore sono le due e un quarto, e dopo un migliaio di minuti, di respiri e rantoli e lamenti e imprecazioni delle altre cinque persone della camera non sono ancora le due e mezza, e la notte si srotola davanti a te ancora intera, spessa e soffocante e abnorme, e non passa mai. Non c’è molto da fare, durante una notte in ospedale; puoi portare con te un libro, ma allora incapperai di sicuro nella squadra di infermieri che crede nel sonno come unica cura per ogni male: e quindi alle dieci è già buio pesto, e il cellulare si sta scaricando e la app “torcia” ingolla carica come pac-man con le sue pillole e il kindle è a casa sul comodino, e la luce del testaletto è troppo forte e ti addita subito come la pericolosa sovversiva che vuol tenere sveglia tutta la camerata, e allora signora scusi, per favore spenga o la rimandiamo a casa. Puoi portare il kindle, il giorno dopo, e lasciare il libro a casa: e allora, di certo, le luci saranno accese tutta la notte per poter controllare la paziente del primo letto che non si sente bene, e quindi nessuno nella stanza dormirà e ti chiederanno ogni pochi minuti un poco d’acqua, una mano per riuscire a girarsi sul fianco, il braccio per andare in bagno, e poi un cucchiaio pulito per mangiare il budino, e poi l’infermiera per chiederle se potevano davvero mangiare il budino dato che domani hanno la puntura lombare e forse dovevano stare a digiuno ma non se lo ricordano. Puoi mangiare qualcosa, di notte in ospedale: frugando nell’antina del comodino, nel buio di piombo della stanza, per trovare il pacco di brioscine portato da Fidanzatafiga: ma le brioscine sono dentro una busta che è dentro un sacchetto del supermercato che è dentro un borsone che è dentro il comodino, e tutti questi passaggi prevedono clangori di cerniere e colpi di sportello del comodino sulle gambe della sedia e crolli inconsulti di borsoni al suolo, con conseguenti rumori e persone sveglie nella stanza e signora per favore mi sistema il cuscino, e allora decidi che anche la brioscina può aspettare. In ospedale la notte segue orari diversi da quelli del resto del mondo: inizia alle nove e mezza e finisce prima delle sei del mattino, e in mezzo ci sono mille ore di angosce e pensieri, di cosa sarebbe accaduto se non fosse andata così?, di congetture e sensi di colpa e scomodità estrema e disagio, di medici che scompaiono e che riappaiono alle due per controllare letto per letto i pazienti, e svegliarli uno per uno per chiedere se stanno dormendo bene, se vogliono il sonnifero, se per caso non starebbero più comodi col piede un po’ più in là. Di lamenti flebili ma continui, di voci che gridano stentoree il nome di un figlio che non è lì, di messaggini che chiedono se va tutto bene: e no, non va affatto tutto bene, ma un messaggino di conforto è sempre gradito e ben accetto, come anche una cugina con cui non parli da mesi che ti porta una tuta – è la mia, non l’ho lavata, spero che vada bene lo stesso – e due libri totalmente fuori luogo, ma basta il pensiero, come una telefonata a cui non puoi rispondere, come un penserio silenzioso che ti raggiunge lo stesso.

In queste due notti in ospedale ho sentito la vicinanza calda e dolce di molte persone, che mi ha confortata e stretta in un abbraccio solidale. E ho pensato a tutti coloro che, per lavoro, passano notti e notti su una sedia: i badanti, mai abbastanza lodati (e pagati), che nessuno ricorda mai di ringraziare.

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