Esiste il silenzio.

La quarantena sta facendo uscire fuori il peggio di me; sono più ansiosa e asfissiante del solito, ho poca pazienza, lavoro lentamente e con scarsa attenzione, invece di dormire passo ore a guardare la gabbia di Anastasia e a dirle Anastasia Anastasiaaa finché lei si scoccia e mi morde. Sono poco lucida e molto esasperata, perdo facilmente la testa, le chiavi di casa, il dispenser di gel disinfettante per le mani, il caricabatterie del telefonino. Oscillo tra il tedio e il fatto di non aver il tempo di fare nulla, passo dieci ore al giorno al computer e altre dieci a fare videochiamate, spiegare a mia zia come fare la spesa a domicilio, ascoltare messaggi vocali e scrivere sulla chat di cazzeggio & supporto morale che al momento è una delle nostre riserve di ossigeno. In questo mix di compulsione, maluchiffare e raggia ho recuperato un’attività ricreativa che non svolgevo da anni: gli aggaddi su Facebook. Era forse dal 2009 che non mi infiammavo per le baggianate lette sui social: anche perché, lavorando come social media blabla da dieci anni, leggo ogni giorno intere lenzuolate di stupidaggini, e ormai sono abbastanza corazzata. Però.

Però, ecco, se c’è una cosa che non sopporto, che non capisco e che forse mai capirò, è il voler fare per forza ironia su tutto. Chi è stato il primo ad aver diffuso l’assurda idea che su tutto si possa ridere? Che ogni argomento meriti una battuta? Un paio di giorni fa mi sono impelagata in una assurda discussione sul fatto che fosse o meno moralmente eccepibile dare a qualcuno dell’handicappato come parola d’offesa: e ovviamente la risposta è stata che, suvvia, dobbiamo farci una risata. Ma io per ora sono poco propensa alle risate, e in generale non penso che dare a qualcuno del disabile faccia ridere, e quindi bon, avanti il prossimo. Oggi, in una discussione dedicata alla benedizione del Papa Urbi et Orbi, qualcuno ha fatto una goffa battuta sul fatto che, dopo l’Estrema unzione, ci si sentirà meglio. Ed io, che sono una persona poco ironica, non ho avuto l’istinto di farmi una risata: ma ho pensato a quando mia nonna stava molto male, e abbiamo cercato disperatamente per un intero pomeriggio un prete che le potesse somministrare l’Unzione degli infermi, ed eravamo nella Settimana Santa e il prete non è potuto venire e mio nonno gridava al telefono e poi si è messo a piangere; e sicuramente chi ha fatto quella battuta non poteva saperlo: però il punto non è questo. Il punto non è che io, che ho vissuto questa esperienza, trovo fuori luogo questa battuta: è che la battuta è fuori luogo, e dovrebbe esserlo per chiunque.

Ecco, io quelli che pensano di essere molto simpatici e arguti facendo battute su argomenti che possono collidere con la sensibilità altrui di solito li affronto alzando le spalle e dicendo vabbe’: ma ora, che sono infastidita e di pessimo umore, sono pericolosamente portata al mandare a stendere chiunque mi capiti a tiro. Però mi chiedo, al netto del mio carattere malmostoso: davvero c’è qualcuno che trova sensato fare una (brutta) battuta su disabilità, malattie e morte? E smettiamola di crearci l’alibi dell’ironia: la frase “dopo quanti video su Tik Tok sei ufficialmente handicappato?” non è ironica, è solo stupida, offensiva, aggressiva, discriminante, fascista. Non è diversa dal dare a qualcuno del neg*o o del fr*cio. È, nella migliore delle ipotesi, un modo per manifestare la propria pochezza.

Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire”: ecco, in tempi faticosi, di quarantena, di paura, di conteggio quotidiano dei morti, forse sarebbe il caso di riflettere, prima di parlare a schiovere.

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Regole di buon vicinato, ovvero della vicinainvadente e dei vicinidistratti.

Ormai alcuni anni fa, Ste ed io siamo venute a stare in questa casa; alla firma del contratto, la simpatica vecchietta che ce l’ha affittata ci ha dato un mazzo di chiavi: Mi dispiace, ha detto, manca quella del cancelletto blindato che c’è sul pianerottolo, temo di averla persa, chiedete ai dirimpettai se ve ne prestano una per fare la copia. Con perplessità e scarsa convinzione, ma consce del fatto che non ci fosse altro modo, il pomeriggio stesso abbiamo bussato alla porta accanto alla nostra. Scalpiccii, musica in sottofondo, una voce stonata che cantava al karaoke; non ha aperto nessuno – avremmo poi imparato che è un tratto distintivo dei nostri vicinidistratti, non aprire mai. Allora, sempre più scoraggiate, abbiamo suonato il campanello della terza porta del pianerottolo: col senno di poi, sarebbe stato meglio evitare.

La tipa che ci ha aperto ha iniziato immediatamente a gridare: eravamo forse delle ladre? O, ancor peggio, degli stupratori sotto mentite spoglie femminili? Eravamo zingare, o addirittura extracomunitarie? Come poteva fidarsi di noi e darci la chiave? A poco sono serviti i nostri tentativi di mostrarle il contratto di affitto, farla parlare con la padrona di casa, indicare l’altro mazzo di chiavi che avevamo in mano (Vede, signora? È casa nostra!): per persuaderla abbiamo usato tutte le nostre doti di pazienza e carisma, un’intera gamma di facce ingenue e occhioni da Bambi e almeno quaranta minuti di suppliche. Alla fine, con la mano del Signore e un attimo prima che scoppiassi in lacrime, ha deciso di fidarsi di noi. Da quel momento, la vicina è diventata parte integrante del nostro ménage familiare.

In cinque anni di frequentazione, vicinainvadente ha bussato al nostro campanello almeno 1500 volte; mi ha telefonato – preferibilmente la mattina, quando sono in ufficio – non meno di dieci volte: e ogni volta non ha creduto al fatto che non fossi a casa, e ha continuato con insistenza a chiedermi di aprirle, per favore. Ci ha chiesto di fare di tutto: dal cancellarle i messaggi dal cellulare al chiamare il suo gestore telefonico per segnalare un guasto, dall’applicare cerotti contro il mal di schiena all’aprire un pacco di pasta particolarmente ostico. Ci ha fatto telefonare a sua madre, a suo fratello, al serrandista e all’avvocato, ha inveito contro gli altri vicini, contro i politici, contro i suoi parenti e contro il padreterno in tutte le lingue conosciute e un paio inventate sul momento. Ha avuto crisi d’ansia e attacchi di panico, e raffreddori e una volta anche la bronchite: e ogni volta ha ritenuto il nostro parere più affidabile di quello del suo medico di famiglia. Ha definito con accuratezza i raggi di azione mio e di Ste nei suoi confronti: io sono l’uomo di fatica, e vengo chiamata per sbloccare la caldaia o sistemare l’anta dell’armadietto che cigola; Ste, invece, in qualità di quasi-medico (è psicologa, che per vicinainvadente è comunque una professione medica) deve sovrintendere alla somministrazione di antibiotici e antidolorifici e viene chiamata per missioni “di concetto” come decidere se la posologia delle gocce di valeriana consigliata dal farmacista è corretta.

Usa un metodo subdolo ma efficace per evitare che, esasperate dalla terza chiamata del pomeriggio, fingiamo di non sentire il campanello: attende di vederci rientrare da fuori, acquattata dietro lo spioncino della porta, e non appena entriamo in casa ci balza al collo con le zanne in evidenza.

Durante le scorse feste ci ha regalato una grossa stella di Natale: un pensiero gradevole, immediatamente vanificato da una scena madre contro Ste che, colpevole di non poterla accompagnare a fare dei servizi, è stata accusata di essere egoista e poco propensa al supporto. Una parte di me, alla notizia del litigio, ha gioito: pensavo che ci avrebbe tenuto il muso per qualche settimana; macché: il giorno dopo mi ha chiamata per svitarle il tappo di una confezione di mascara. Neanche l’offesa ci ha potuto: siamo le sue vicine preferite, e dobbiamo onorare questo ruolo ogni giorno; che fatica, però.

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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Incomprensioni, ovvero quando sei arrabbiata con un amico.

Sono un po’ arrabbiata con Mohamed. Alcune settimane fa abbiamo avuto una brutta discussione e mi sono infuriata e, ecco, ce l’ho con lui; meglio, ce l’avevo con lui, perché è passato del tempo e io solitamente mi offendo e rimango delusa e ferita facilmente, ma altrettanto facilmente decido di passarci sopra: non di dimenticare, ma di stornare la rabbia e andare avanti, fosse solo per metterla in serbo per la prossima volta che mi sentirò offesa con quella persona e aggiungerò la rabbia vecchia a quella del momento, così, per buon peso.

Non è stato facile, in queste settimane, essere infuriata con lui: perché farsi negare al telefono e rifiutare le chiamate e non andare a far visita a un amico è già di per sé pesante, ma lo diventa ancora di più se quell’amico è solo, triste e in una situazione di costante pericolo e disagio. Entrano in gioco un sacco di sentimenti, in una situazione come questa; ci sono grandi dosi di senso di colpa, perché io ho una famiglia amorevole e amici che mi supportano e tre lavori stancanti ma divertenti, e una casa e una macchina e molti libri e uno zerbino su cui pulirmi le scarpe, un divano dove sdraiarmi a guardare la tv, un albero di Natale pieno di luci e palline e un tavolino su cui poggiare i piedi e un plaid in cui avvolgermi, e lui ha solo una tenda sbilenca piena di cianfrusaglie e cibo per cani e uova sode e coperte bagnate di pioggia; ci sono ansia e preoccupazioni, perché è quasi inverno, e quindi il vento, la grandine, la tenda che vola, le scarpe piene di fango, che farà Mohamed in questo momento? Si starà riparando dalle raffiche ghiacciate dietro il muro del convento? O starà vagando sotto gli alberi senza giubbotto alla ricerca di Sciagurato? C’è il bisogno di rassicurarlo, stai tranquillo Moha, andrà tutto bene, e anche di rassicurarmi: perché quando sento la voce di Mohamed, arrochita dall’influenza e dai colpi di tosse e dalle sigarette, almeno so che è vivo, che nessuno gli ha fatto del male, che la bronchite non lo ha lasciato stecchito nella tenda, e anche se sono perfettamente cosciente che le cattive notizie volano e che se gli succedesse qualcosa lo saprei immediatamente, quando penso a lui c’è in me sempre un filo di preoccupazione che corre sottotraccia, come se in qualsiasi momento la sua vita fosse in pericolo.

Sono meno arrabbiata, ecco: e quando oggi Mohamed mi ha chiamata l’ho richiamato quasi subito, anche se avevo appena finito di mangiare e dovevo ancora lavorare e poi uscire ed ero già in ritardo e. Aveva una voce terribile, Mohamed, tossicchiava e biascicava e Non preoccuparti, mi ha detto, penso di avere la febbre alta ma ce la farò anche stavolta. Ti ho chiamata per rassicurarti, ha continuato: volevo che sapessi che sto quasi bene, oggi, e io ho pensato Matri santa, chissà come stava ieri, allora, ma non gliel’ho detto. Gli ho fatto una serie di proposte secondo me ragionevoli – passare qualche notte al dormitorio, prendere dell’aspirina, coprirsi bene – che sono state scartate a priori. Abbiamo chiacchierato per qualche minuto e gli ho promesso che a breve saremmo andati a trovarlo: e lui mi ha detto Ti voglio bene, e io non gli ho risposto ma ho pensato che a questo malmostoso, scostante, presuntuoso e invadente iraniano anche io, nonostante tutto, voglio bene.

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Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Persone che non capisco.

Quelle che scelgono l’arancina accarne anziché abburro, o che ordinano il pollo arrosto con le patate al forno invece che fritte, o che, davanti a un cabaret di dolcini, preferiscono il cannolo alla cassatina.

Quelle che mi chiedono perché mi vesto così pesante anche se c’è caldo, e perché non mi taglio i capelli o non porto scarpe col tacco.

Quelle che parlano di argomenti troppo intimi o personali: come colleganuova che mi dice che ha cambiato misura della coppetta mestruale perché quella che aveva prima adesso è piccola, o come vagaconoscente che mi informa che ieri ha avuto la diarrea.

Quelle che condividono ogni attimo della propria giornata su Facebook, pasti passeggiate film abbracci col fidanzato biglietti del tram appena obliterati, e quelle che hanno il profilo blindato e si vantano di non condividere mai nulla e si comportano come spie dei servizi segreti in incognito.

Quelle che mi scrivono un lungo e circostanziato messaggio privato per chiedermi come mai le ho rimosse dalle amicizie su Facebook, non accorgendosi che il ferale misfatto è avvenuto molti mesi prima e confermando così, di fatto, la nostra non-frequentazione virtuale.

Quelle che al bar prendono il ginseng macchiato soja con zucchero di canna a parte, e che danno del tu al barista.

Quelle che chiamano la cassiera del supermercato Signorina, anche se dimostra sessantacinque anni e ha la fede al dito.

Quelle che cercano di passarmi davanti in fila al supermercato al grido di Ho lasciato il cane in macchina o Devo andare a prendere il bambino a scuola, a cui mi piacerebbe rispondere ecchissenefrega – non del cane e del bambino, sia chiaro, ma delle esigenze del tipo in fila, La prossima volta vai a far la spesa quando hai più tempo.

Quelle a cui non piace la pizza, o il paneepanelle, o l’estathè, o l’estate.

Quelle che non hanno mai letto Mafalda, o il Corriere dei piccoli.

Quelle che mi chiedono con scandalizzato stupore perché non bevo alcolici; quelle che fanno ironia sul fatto di bere molto o se ne vantano, raccontando nei dettagli banali serate etiliche che neanche in Jack Frusciante è uscito dal gruppo: soprattutto se hanno più di sedici anni.

Quelle che criticano gli altri per ciò che mangiano: e quelle – e sono moltissime, accidenti! – che imputano ai vegani di fare proselitismo sulla propria dieta, e mentre se ne lagnano fanno proselitismo sulla dieta onnivora.

Quelle che non hanno curiosità e non fanno mai domande.

Quelle che la domenica pomeriggio vanno al centro commerciale a passeggiare e si portano il cane.

Quelle a cui piace andare da Brico a scegliere tasselli e cacciaviti.

Quelle a cui non piace cucinare, o mangiare, o mangiare in compagnia, e quelle a cui non piacciono le piante.

Quelle che rispondono con scortesia immotivata, e a cui non si può rispondere con scortesia motivata per non passare a propria volta per maleducati.

Quelle che guardano con stupore o fastidio la tenda di Mohamed, la sua sedia, i vestiti stesi fuori ad asciugare.

Quelle che non ti sorridono in risposta, se tu sorridi loro.

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Che sapore ha l’amore?

L’amore ha il sapore di un piatto di pasta gustoso e caldo, con verdure saltate e una grattata di pepe e un buon formaggio stagionato, preparato con un sorriso perché Volevo farti sentire coccolata; o quello di un pesto di rucola e mandorle, profumato e croccante, che condisce gli spaghetti fumanti, perché io sono nervosa e non ho fame e lei lo sa e mi vizia; è verde e scrocchiarello, l’amore.

L’amore ha il sapore di un bacio a sorpresa, mentre sono in cucina al computer e lavoro e mi mangio le unghie; arriva all’improvviso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un dolcetto al cioccolato e panna e di una torta a forma di girasole che cuoce nel forno, perché Volevo addolcirti la bocca e allora l’ho preparato; è dolce e soffice, l’amore.

L’amore ha il sapore del nostro panino della domenica, nel nostro solito locale con i camerieri malmostosi che non portano mai i tovaglioli; ha il sapore dell’insalata con salmone e mandorle e riso basmati, o del Mc Chicken mangiato di nascosto, perché una volta ogni tanto ci sta. Ha il sapore della luce calda del mattino, e di via Libertà percorsa mano nella mano, e delle passeggiate in mezzo alla folla accarezzando cani e ascoltando musicisti di strada; ha un suono melodioso, l’amore.

L’amore ha il sapore della nostra pizza del sabato sera, della birra piccola e della cocacola, e di tutto il pulviscolo di abitudini che costellano le nostre giornate; è tenero e rassicurante, l’amore.

L’amore ha il sapore della spesa ogni lunedì, e di prendere dallo scaffale quello che le piace, anche se abbiamo dimenticato di metterlo sulla lista; è pieno di premure, l’amore.

L’amore ha il sapore delle sue mani che mi tengono il viso, del suo sorriso quando sono triste, della sua voce che mi scalda e rassicura; è delicato e avvolgente, l’amore.

L’amore ha il sapore di quando vorrei dire qualcosa e non la so esprimere, e allora lei la dice per me, e dalla sua bocca ha un suono chiaro e netto e sicuro, e non sembra stupida come quando la volevo dire io; è preciso e luminoso, l’amore.

L’amore ha il sapore di un succo di frutta all’albicocca, quando lei me lo porge perché Sei stanca, amore, fai una pausa; è asprigno e fresco, l’amore.

L’amore ha il sapore dei pomeriggi passati ad aspettarmi, delle cene a orari assurdi, dell’Aspetta solo un attimo che tra poco finisco, anche se sappiamo entrambe che non sto finendo; è paziente e indulgente, l’amore.

L’amore ha il sapore della birra molto fredda bevuta a Madrid, e della patatine e delle olive, e di serate senza pensieri né orari né limiti; è salato e frizzante, l’amore.

L’amore ha il sapore di un abbraccio molto forte, che è l’unica cosa che mi salvi dall’ansia; è la miglior cura, l’amore.

L’amore ha il suo sapore, e io ogni giorno la guardo e ancora non ci credo.

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Ciò di cui ho bisogno.

Ciao, bellina!, mi ha detto Mohamed quando finalmente mi ha riconosciuta, al telefono. Ma non è che non ti ricoscevo, si è giustificato ai miei rimproveri: è che qui non si sente nulla, lo sai; e dato che lo so, che lì da lui c’è sempre rumore, i camion che passano e gli operai che sfossano e le persone che corrono e i cani e i gatti e la radiolina a tutto volume ché lui è sordo, gli ho tenuto il muso solo per qualche minuto. Dovevi dirmi, gli ho detto, come è finita oggi: alcuni suoi misteriosi amici, infatti, forse lo stanno aiutando a trovare una collocazione migliore, qualcosa che non sia un bancale su un’aiuola. Non è finita in nessun modo, mi ha risposto, però è cominciata: nel senso che ne abbiamo parlato, ma per ora è presto e non hanno trovato nulla. E allora come si fa, Moha, ho subito balbettato, ansiosa: ché qua ogni notte diluvia, ed è già settembre, e questa soluzione non arriverà mai, e si bagnano tutte le tue cose e anche tu ti bagni, come si fa, eh? Tranquilla, mi ha detto, e lo sentivo sorridere al telefono: domani, intanto, mi portano un bel telone per coprire le cose, e poi tu di pomeriggio, quando vieni, controlli e mi dici se ti sembra grande abbastanza. E per la pioggia, non temere, ho l’ombrello! Io la notte non dormo, ma sto sotto l’ombrello, ascolto Radio Radicale e va benissimo così. Ma come fanno gli altri che dormono lì vicino?, gli ho detto, hanno anche loro un ombrello? Non lo so, ha detto lui, di notte è buio e io rimango al mio posto, non mi sposto a vedere che fanno gli altri. Non dare a nessuno il tuo ombrello, ho ribattuto subito: a nessuno, hai capito?, che poi ti bagni, e sei cagionevole e vecchio – improperi bisbigliati da parte sua, non sono vecchio, ma che cazzo dici?!, parli così perché sei picciridda – e se ti viene la febbre siamo nei guai. Sì, sì, mi ha rimbeccato subito, il tono vagamente seccato, non preoccuparti, a domani. E mentre io pensavo a quanti ombrelli ho in casa – sono quattro, ma uno è rotto e uno è un ricordo e gli altri due ci servono e forse ne ho uno in macchina ma anche quello è malconcio – e a dove comprarne altri domani e se forse un k-way non potrebbe essere più comodo, ne ho uno giallo che sta tutto in una busta ed è abbastanza nuovo, devo solo controllare che non sia scucito in qualche punto, mentre pensavo a tutto questo ho pensato anche a quanto siamo diversi io e Mohamed, e che mentre io gli raccomando di non aiutare gli altri, come una madre stizzita che dice al proprio bambino di non prestare i pastelli al compagnetto di banco, lmentre io gli chiedo di rinunciare alla sua umanità e di forzare il suo carattere aperto per essere egoista e calcolatore, lui è felice e ride nella cornetta perché ha un ombrello che è nuovo e robusto e molto grande, e là sotto, seduto a gambe incrociate su una vecchia coperta militare, sta al caldo e all’asciutto e non ha problemi, perché quella è casa sua.

[In tanti, in questi quattordici mesi da cui Ste e frequentiamo Mohamed, ci hanno consigliato di smettere, di allentare: e forse il motivo per cui continuo a trascinare Ste lì una volta alla settimana non è solo il mio senso di colpa o il bisogno di controllo o di sentirmi utile, e neanche la paura che senza di me non se la cavi, ma la necessità di un’iniezione di positivà, di rispetto per gli altri, di solidarietà vera, prima di rituffarmi nel mondo volgare e gretto che mi circonda].

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Si fa presto a dire “disabile”.

Parecchi mesi or sono, una mia conoscente ha pubblicato su facebook un post che recitava pressappoco così: Cosa provate quando vedete arrivare una persona in sedia a rotelle? Sono rimasta un po’ interdetta; mentre fioccavano le risposte – ed erano quasi tutte “Stima per la sua grande forza di volontà”, “Ammirazione”, “Mi sento piccolo e insignificante”, “Penso a quanto è inutile la mia vita” – ho cercato di analizzare come mi senta, io, al cospetto di una persona in sedia a rotelle: e mi sento esattamente come al cospetto di una persona in piedi, o seduta, o sdraiata sulla spiaggia al mare. Provo stima – se si tratta di qualcuno che conosco e di cui ammiro le capacità lavorative, o le doti morali, o la bontà del suo pandispagna – o ripugnanza, affetto o sconforto, nervosismo o indifferenza o amore o rabbia, nella stessa misura in cui le provo per le persone che mi circondano (con una netta prevalenza per nervosismo e rabbia, ma per colpa della mia malmostosità e non della loro disabilità).

Alcuni giorni fa, sempre su facebook, una persona a cui voglio bene e che stimo ha pubblicato un post dedicato a Pierangelo Bertoli, cantautore che mi piace moltissimo. Si faceva riferimento al fatto che fosse in sedia a rotelle e lo si esaltava per questo, affiancandolo a Bebe Vio e Alex Zanardi: dei grandissimi davanti a cui sentirci piccoli, non per le loro indubbie capacità musicali o sportive, ma anche e soprattutto per la loro disabilità. Ne è nata una discussione che ho preferito troncare, perché so bene che la persona-di-cui-sopra aveva le migliori intenzioni del mondo, e io sono notoriamente virulenta e intollerante. Ma.

Ma sono stanca che, di un Pierangelo Bertoli, si noti la sedia a rotelle e non (o comunque, marginalmente) la voce potente, i testi incisivi, la musicalità energica e, perché no?, gli occhi azzurri. Che di una Bebe Vio, che ha elasticità, esplosività e grande capacità di leggere le strategie degli avversari, si evidenzino solo cicatrici e protesi. Così come disprezzo e detesto chi maltratta i disabili, chi li deride o riduce al rango di esseri incapaci di badare a sé stessi o di prendere decisioni per la propria vita, chi, in un locale pubblico, non rivolge la parola al disabile ma al suo accompagnatore, provo fastidio per questa visione “angelicata” dei disabili: tutte splendide persone, dotate di grande forza di volontà, da prendere a modello. Mi sembrano le due facce di una stessa medaglia: quella che riduce, comunque, il disabile a una non-persona, che non ne evidenzia pregi individuali e difetti personali, ma lo considera parte di un mucchio indistinto. Personalmente ho conosciuto disabili intolleranti, razzisti, stupidi o accidiosi, esattamente come ne ho conosciuto di interessanti, cordiali, colti o eleganti. Essenzialmente, ho conosciuto molte persone: alcune stavano su una sedia a rotelle, alcune erano cieche, altre usavano la Lis, altre ancora si servivano di un bastone; devo dire che, parlando con loro o trascorrendo del tempo insieme, non erano questi i particolari che saltavano all’occhio per primi.

A volte, basterebbe solo andare oltre le apparenze ed essere un pochino più curiosi.

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