Diciassette.

Prima di conoscerci, ci conoscevamo già. Per lei, io ero Occhi blu di metilene, un’ombra fugace, una tipina bassetta con lo sguardo incazzato da incrociare ai concerti o nei locali all’aperto, con la birra in mano e una borsa di stoffa in spalla. Per me, lei era la ragazza figa con i bermuda verdemilitare e i capelli lunghi a cui avevo chiesto, alla fine di un concerto in uno spiazzo di terra battuta, in una nuvola di polvere che mi avrebbe fatto tossire per giorni, di scattare una foto a me e un gruppo di semi-amici. Prima di conoscerci, eravamo già ritratte insieme in una foto: appoggiate al palco di Villa Lampedusa, con i Prozac+ di spalle a pochi metri da noi, mentre sorridevamo priatissime all’obiettivo, sudate e ammaccate dopo due ore a pogare, felicissime come lo si può essere solo a diciassette e ventun anni. Prima di conoscerci, io leggevo sui muri una scritta e pensavo che volevo più di ogni altra cosa conoscere la mano che l’aveva tracciata. Prima di conoscerci, lei si chiedeva che voce avesse la tipa bassa con lo sguardo truce.
Prima di conoscerci. Poi ci siamo conosciute, e ci siamo riconosciute, e abbiamo scoperto
che eravamo noi.

Ci siamo conosciute il 2 febbraio 2002; un collega di università aveva combinato l’incontro: vediamoci sabato prossimo al concerto, mi aveva detto, c’è la mia migliore amica e te la voglio presentare. C’era freddo ma non troppo, quella sera, e io ero agitata perché era una delle prima volte che guidavo di sera, avevo la patente da neanche venti giorni, ed eravamo in un centro sociale che adesso non esiste più, con un ingresso angusto dove ti mettevano un timbrino sulla mano, così potevi entrare e uscire quando volevi; c’era semibuio, e musica forte che questa non è musica è rumore e moltissime persone che ci spintonavano, ma eravamo parecchio emozionate e contente e non sapevamo cosa dire e così sorridevamo e basta. E poi, in rapida precipitevole impetuosa successione, ci sono state una festa di carnevale e un vestito da strega e uno da sciamana, e cornetti a tardissima notte e paura di sbagliare, e poi una mattina in un parco che ora è il nostro parco, e febbraio che sembrava aprile ed era caldo e dolce e morbido e avvolgente.
Non c’è stato bisogno di molte parole, perché abbiamo capito subito che eravamo noi.

Sono passati diciassette anni, da allora: e già a dirlo fa un po’ impressione, e fa impressione pensare che l’anno prossimo saranno diciotto, gli anni insieme, e la parte della mia vita in cui lei ancora non c’era – anche se in realtà c’era ma non lo sapevo – eguaglierà quella in cui lei c’è; è strano e bello e quasi non ne afferro il senso mentre lo dico: perché diciassette anni sono moltissimo, sono una intera vita insieme. E in questa intera vita ci sono stati momenti belli e bellissimi, ci sono stati giorni sereni e sole e passeggiate, bagni a mare e passeggiate lungo la Senna e il Tamigi e il Tejo e i crateri dell’Etna e le ramblas, mattine di Natale con l’albero e i regali da scartare e le lucine scintillanti, ci sono stati mazzi di fiori e cene all’indiano, abbracci inattesi e baci alla cassa del Penny, e anche una casa da scegliere e mobili con cui riempirla, e piante da annaffiare e germogli da scoprire tra le foglie e indicarci con emozione, ma ci sono stati anche momenti faticosi, e ospedali e terrore, e litigi e incomprensioni e vaffanculo e porte sbattute. Ci sono state laureee e specializzazioni, e successi e delusioni lavorative e notti al pc e molti pianti di frustrazione e stanchezza e rabbia; abbiamo riso tantissimo, e affrontato la morte di molte persone che amavamo, e anche di un cane e di una gattina e di un criceto con tre zampe. Abbiamo avuto paura, ci siamo date la mano nel buio di un cinema di periferia e nella luce della Basilica di San Pietro. Non ci siamo mai nascoste o censurate o limitate o potate, a vicenda o nei confronti di altri. Siamo state noi, pienamente, ogn giorno di questi seimila e più giorni insieme.

Ci sono state molte cose, in tutti questi anni; c’è stata vita, dentro questa vita insieme: con tutte le luci e le mezzombre e le ombre della vita. E io ne sono felice e fiera, come del mio miglior successo e della mia più grande fortuna, ogni giorno.

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Il sapore di una volta.

Ci sono cose che non hanno più il sapore di una volta. La pasta al forno, ad esempio. Quando ero piccola, la domenica si andava a pranzo dalla nonna. Si compravano i fiori gialli e i dolcini e a volte una torta, di solito con crema e fragoline, la ricotta non piaceva molto; il televisore in cucina era acceso su raiuno, a blaterare inutilmente perché tanto si mangiava in sala da pranzo, ovalizzando il tavolo e apparecchiando con cura, bambini venite a prendere la bottiglia del vino!, dove è finito il sottopentola?, nonna non è giusto che noi portiamo i piatti e Francesca no, forza, prepariamo la caffettiera così poi ce la ritroviamo pronta. Quasi sempre il nonno era in ritardo perché perdeva tempo ad aiutare il sagrestano a chiudere la chiesa, dopo la messa di mezzogiorno, Alfre’, ma che fine hai fatto, non potevi tornare presto almeno oggi? La domenica a pranzo, nella sala da pranzo della nonna, in una casa che non esiste più perché è stata venduta e ristrutturata e stravolta e ora è un enorme loft open space con vetrate senza tende e pareti bianco brillante e faretti al tetto, la domenica a pranzo a casa delle nonna, tutti stretti intorno al tavolo, tirate via i gomiti dal tavolo, bambini!, la maggior parte delle volte c’era la pasta al forno. La pasta al forno, quando ero piccola, non era uno sformato di anelletti o lasagne o qualsiasi altro piatto a base di pomodoro e carne tritata, ma era bianca, fatta con penne lisce e besciamella e prosciutto cotto e scamorza affumicata – provola affumicata, la chiamava la nonna. Aveva un sapore delicato, spesso e morbido e quasi dolce: sapeva di cura e attenzione, di ore in cucina a rigirare il cucchiaio di legno nel pentolino verde – quel cucchiaio di legno che ho portato via e che ora uso io quando faccio il risotto, – sapeva di latte e burro e grana grattuggiato e noce moscata comprati il venerdì mattina ordinandoli per telefono alla salumeria all’angolo, di una teglia rettangolare alta e pesante preparata il sabato pomeriggio e lasciata a intiepidire sul fornello spento mentre si andava alla messa delle sei del pomeriggio, un’ora per andare e tornare e vedere la funzione e magari anche confessarsi, facciamo presto, padre, devo ancora panare le cotolette per cena. Sapeva di domeniche lunghe lente interminabili, di cartoni animati visti la mattina, distesi a pancia in giù sul tappeto del salotto; sapeva di tempo che si allargava ed estendeva e stirava come un chewing-gum, di quarti d’ora che gocciolavano via, un minuto dopo l’altro, tra chiacchiere e giornali e carte da gioco, senza preoccupazioni, senza pensieri, senza ansie. Adesso la pasta al forno la faccio io, con la stessa ricetta della nonna, quella che non leggo perché tanto la so a memoria, e non peso il burro né misuro il latte, ché la besciamella è una delle poche cose che mi vengono bene a tappo; la faccio io, e il sapore è quasi uguale ma non proprio: si sentono, sotto il salato del prosciutto e l’affumicato del formaggio, la fretta e i pensieri faticosi e la preoccupazione di stare sporcando l’intera cucina e il calcolo accurato delle calorie per capire quanta ne posso mangiare, e ogni quanto, e al posto di cosa. Sa di ricordi dolorosi, di rimpianti, di una casa che non esiste più ma di cui ricordo l’odore stanza per stanza; ha un sapore simile alla pasta al forno della mia infanzia, ma non è più quello.

Molte cose non hanno più il sapore di una volta; il gelato al cioccolato sa di senso di colpa, il sabato mattina di piante da annaffiare e bucato da lavare a mano, le brioscine calde sanno di pausa in ufficio, il caffè di colazione in silenzio davanti al kindle. La pioggia sa di preoccupazione per chi è in strada, la tisana sa di coccole sul divano, di stanchezza e cura e pazienza. La domenica mattina sa di silenzio, di libri da leggere a letto, di tempo per noi. La pizza sa di lusso e relax e sabato sera, il cocco di sabbia e sole e mare. Molte cose non hanno più il sapore di una volta, e a volte è una cosa bella, a volte un po’ meno. Questo blog, ad esempio: da quando non c’è più laMate a leggerlo, ha perso buona parte del suo sapore.

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Buon compleanno, Mohamed.

Dopo giorni di patemi e frenetiche consultazioni sul web, mentre Mohamed oscillava tra lo scetticismo pessimista e l’insensata fiducia nei miei mezzi tecnologici e mi assillava con dozzine di telefonate bofonchianti e recriminanti e piagnucolanti, la famiglia di Mohamed ed io abbiamo trovato un modo per comunicare; grazie ad app di messaggistica di cui sconoscevo l’esistenza siamo riusciti a mettere a punto un sistema che comprende brevi messaggi di testo nel mio stentato inglese per prendere un appuntamento e poi una raffica di videochiamate in cui Mohamed, ciabattando avanti e indietro sul marciapiede davanti al camper, strilla in farsi allo schermo del mio smartphone.

Più o meno una volta ogni dieci giorni Mohamed mi chiama al telefono, di solito di mattina; mi chiama al telefono anche se ci siamo visti il giorno prima, perché di queste cose preferisce non parlare di persona, chissà perché. Dopo qualche minuto di convenevoli, in cui di solito si preoccupa per la mia tosse, mi incita a non prendere freddo e a non lavorare troppo e cerca di instillarmi senso di colpa, Mohamed mi comunica che vorrebbe chiamare suo padre. Solitamente ci accordiamo per il giorno dopo, e io scrivo a suo fratello in Iran e a suo nipote in Canada e cerco di trovare una fascia oraria che vada bene per entrambi, in modo da sentire tutti contestualmente. Il giorno stabilito, arrivo da lui per tempo, con il powerbank carico e un paio di cuffiette che tento senza successo di convincerlo a indossare. Arrivo da lui, dunque, e Mohamed inizia a prendere tempo; vuole bere, e poi vuole farsi un tabacco, e deve dare da mangiare ai gatti o raccontarmi una cosa importantissima di quella volta in cui era in Iraq o forse in Turchia o aspetta, no, in Germania. Non vuole chiamare dal camper, ma fuori c’è vento e rumore, e nella mia macchina sta scomodo, e se si avvicina all’angolo della strada c’è poco campo, ma dall’altra parte c’è troppa gente. Alla fine, di solito, mi stanco e chiamo io: e appare il faccione ridanciano di suo fratello Amin, e io dico Salam che è una delle dieci parole che so dire in farsi e poi gli passo Mohamed, che all’inizio si lamenta perché non era pronto ma poi, appena prende in mano il telefono, subito urla e ride tantissimo. La videochiamata dura di solito molto: un’ora almeno, con sette-otto interruzioni per la linea che cade e l’audio troppo basso, e loro ovviamente parlano in farsi, ma Mohamed vuole che io stia lì, a dieci centimetri dalla sua faccia, perché ha paura che il telefono si blocchi e gli viene il panico all’idea. Per cui io guardo lo schermo, vedo suo fratello, sua nipote, sua cognata, suo padre, anziano e provato, e non capisco una parola: e Mohamed di solito si scorda del fatto che io non capisco una parola, e tra scroscianti risate mi dà di gomito e mi dice hai sentito che ha detto Farnaz?, e io per sentire ho sentito, ma non ho capito niente. O meglio, a volte qualcosa capisco: per esempio, l’altra volta ho capito che dicevano Maria non capisce il farsi, e io ho risposto che davvero non capivo, ma l’ho detto in italiano e loro non hanno capito me. Può essere parecchio frustrante, ma anche vagamente esilarante. Ste di solito si scoccia abbastanza presto e se ne va a comprare le sigarette.

È abbastanza bizzarro e stancante, chiamare la famiglia di Mohamed, e lui di solito dopo la telefonata è di cattivo umore perché suo padre parla troppo piano e lui non lo sente e gli sembra sempre che sia lì lì per trapassare e quando vede il suo viso smagrito gli si riempiono gli occhi di lacrime, e poi perché suo fratello gli ha comunicato qualche cattiva notizia, o semplicemente gli è venuta nostaglia di casa, di loro tutti insieme, seduti in fila sul divano, che scherzano e mangiano qualcosa di buono, ma tant’è: domani è il compleanno di Mohamed, e lui mi ha chiesto di chiamare casa. Così io sarò lì alle 17:30, con Ste e una torta al cioccolato e le candeline, e poi grideremo e sghignazzeremo con i suoi parenti e io cercherò di dirgli che suo padre mi sembra che stia ancora bene, come l’altra volta, e lui non sarà affatto convinto, ma.

Buon compleanno, Mohamed: spero che il prossimo anno ti porti moltissime risate, tanto affetto che ti scaldi il cuore, giorni sereni e notti piene di stelle, e il peso dolce e struggente dei tuoi animali addosso. Tante melanzane fritte, dolciumi e sigarette, e amici e chiacchiere e ricordi e qualcuno a cui raccontare le tue storie. E serenità, e sonni tranquilli, e caffè caldi al risveglio. Che ti porti un poco della felicità che meriti.

[Il compleanno di Mohamed è stato ieri. È andato tutto bene, ma.]

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Addio, Mate.

Nel 2010, su Facebook, c’era un gruppo che si chiamava Chi mi consiglia un libro? Era, quello, un periodo in cui i social network erano usati poco, e nei gruppi non c’erano ancora decine di migliaia di persone, ma si era in pochi, e si scrivevano commenti lunghi e ragionati, si discuteva molto e si imparava a conoscersi; non c’erano gli smartphone, o se c’erano erano usati molto poco, e ci si collegava da casa, dai computer fissi, quando ce n’era la possibilità. Io non lavoravo, allora, e stavo interi pomeriggi al pc, e la maggior parte del tempo la passavo su quel gruppo: è lì che ho conosciuto i quattro quinti dei miei amici virtuali. E a partire da quelle conversazioni lì, un giorno di aprile, mi è arrivata la proposta di amicizia della Mate. Buongiorno, le ho scritto in bacheca quando ho accettato la sua richiesta. Buona notte, ha risposto lei, che si era collegata molte ore dopo il mio post. Buongiorno, ho commentato io il giorno successivo. E di nuovo Buona notte, ha scritto lei quella sera. La nostra amicizia è iniziata così, con uno scambio di saluti a orari sfalsati, come se non dovessimo riuscire a incontrarci mai.

La prima volta che la Mate mi ha scritto un messaggio privato, è stato l’ottobre successivo; voleva sapere il mio vero nome, dato che all’epoca usavo un nickname che poi mi è stato strappato brutalmente via. Abbiamo parlato di nomi, e della fatica di portarli – nomi insoliti, nomi troppo classici, nomi comunque sgraditi. In quel primo messaggio, abbiamo parlato anche di questo blog: e da allora la Mate mi ha ricordato, quasi ogni settimana, che il sabato si avvicinava, e che lei aspettava il blog, e che ci teneva, e che quindi mi sbrigassi a scriverlo. Ci siamo sentite via messaggio, da quel pomeriggio di ottobre di otto anni fa, quasi ogni giorno. Ci siamo raccontate tantissime cose, storie tristi e allegre e a volte bizzarre, storie del passato, del primo amore, dei primi lavori. Abbiamo parlato di cani, di cibo, di compagni bizzosi, di parenti che ci facevano stare male, di vacanze, di libri, di ricette, di paura, di speranza. Il 19 giugno del 2011, la Mate mi ha mandato un regalo di compleanno: da allora, quasi tutti gli anni, a metà giugno mi è arrivato un pacchetto, con l’indirizzo scritto in azzurro cielo e dentro qualcosa fatto con le sue mani, le famose manine d’oro della Mate.

A marzo del 2013, la Mate mi ha telefonato in ufficio, perché voleva sentire la mia voce dopo averla tanto immaginata, ha detto: e le ha risposto Capo, e io non ho potuto parlare a lungo, ma le ho chiesto il numero di cellulare e da allora ci siamo scritte sms e anche chiamate, a volte: come la notte che è morto Pier, e la Mate mi ha chiamato molto tardi e non ha detto nulla per alcuni minuti, e io ho capito che voleva solo compagnia e non ho detto nulla neanche io. Mi ha sognata molte volte: l’ultima è stata alcuni mesi fa, le bussavo alla porta e lei mi apriva ed era contenta; magari un giorno lo farò davvero, le avevo detto quando me lo aveva raccontato.

La Mate, io l’ho vista di persona solo per un weekend: era giugno del 2013, e Mirò era appena morto, e lei mi ha scritto e mi ha chiesto se la sua presenza avrebbe potuto lenire un po’ la mia tristezza; ed è venuta a Palermo, per Una marina di libri, nei tre giorni più caldi e soffocanti dell’anno, lei che il caldo lo soffriva molto: e ha conosciuto la Ste’, che le faceva, all’inizio, un po’ paura; e la Fra’. E poi Capo, mentre amicastorica, credo, l’ha lisciata. Ha visto la Vucciria, e insieme abbiamo mangiato e comprato le mandorle fresche al mercato. Siamo state ai Quattro canti e a piazza Pretoria, e lì la Mate ha fatto una foto, con le spalle alla scalinata della chiesa di Santa Caterina. Poi siamo state a piazza Marina, a mangiare panelle davanti al ficus secolare: e quella è la cosa che le è piaciuta di più di Palermo. Volevo presentarle Ife, ma non c’era: le ho mostrato solo qualche spezzone di città, periferia con palazzoni e centro storico bollente e scorci di mare calmo, la colonna dell’Immacolata, piazza San Domenico. È lì che ci siamo abbracciate per la prima volta, davanti al portone di Storia patria: e la piazza era accecante di luce, era il primo pomeriggio di un venerdì di quasi estate, e la Mate era seduta su una panchina e sorrideva. Ci siamo salutate la domenica sera, dopo cena, e la Vucciria era buia e vuota, ed eravamo un poco tristi, ma ci rivedremo, abbiamo detto: e invece non ci siamo riviste mai più, e sì che io e Ste’, fino a pochissimo tempo fa, ogni volta che vedevamo un posto bello o mangiavamo una cosa buona dicevamo Qua ci portiamo la Mate, e io pensavo che sarebbe venuta a vedere la Marina di libri all’Orto botanico e mi compiacevo, perché c’è sempre fresco e non avrebbe sofferto l’afa, e pensavo a come farle la caponata senza agrodolce, ché alla Mate l’aceto non piace.

La Mate è stata la prima persona a cui ho detto che ho rischiato di perdere il lavoro, alcuni mesi fa: e per molte settimane è stata solo lei, oltre alla Ste’, a saperlo. È stata la prima a cui ho scritto, nell’orribile agosto del 2015, dicendo che pensavo che non ce l’avrei fatta ad andare avanti. Per anni, quando andava in vacanza a Riccione, non poteva collegarsi a Facebook per un paio di settimane: e mi scriveva un resoconto, giorno per giorno, che poi mi mandava al rientro a casa, in modo che non mi perdessi niente delle sue giornate. Abbiamo litigato, che io ricordi, solo una volta: ma tante volte, chissà perché, ha temuto che la cancellassi dalle mie amicizie, e mi ha scritto pregando di non farlo, anche se io non ho mai avuto la tentazione di farlo, e mai lo avrei fatto. Quasi ogni giorno mi diceva Ti voglio, lo sai, vero?, e io le dicevo che sì, lo sapevo bene. Ha tenuto le dita incrociate per me per moltissimi motivi, per lavoro, salute, amore; ha voluto le foto della nostra casa, quando ancora non era la nostra casa, per aiutarmi a scegliere i mobili: e l’ha cercata su Google Maps, per capire se il palazzo le piaceva, e com’era l’esposizione, se c’era tanta luce. Mi ha mandato regali, tantissimi regali: quadretti e segnalibri e cartoline, lettere, un disegno di sua nipote, orecchini, un taccuino rosso per invitarmi a scrivere con più coraggio, “con più colori”. E poi presine e calzini, e un braccialetto col mio nome, e un gufetto di stoffa fatto a mano perché mi portasse fortuna. E tanto altro che adesso non ricordo: un cuore di legnetti, i portafoto con gli alberelli, la sua chiavetta usb piena zeppa di ebook, un libro. Ha partecipato alla mia vita, e mi ha reso partecipe della sua: dei momenti belli e buffi e divertenti, e di quelli brutti. Da sette mesi a questa parte, quasi tutti i nostri messaggi parlavano di medici, ed esami, e medicine, e paura, e pianti. Mi sono sentita impotente, e triste, e preoccupata. Ma ero convinta, con un ottimismo che non mi appartiene, che sarebbe andato tutto a posto. E invece.

E invece, la Mate non c’è più, e io sono molto, molto triste, e mi tornano in mente flash assurdi, tipo la domenica sera, alla Marina di libri, quando è stato estratto il biglietto vincitore del sorteggio, e la Mate era seduta lì, sulla sua seggiola tra il pubblico, con un biglietto in mano, e io speravo che avesse vinto proprio lei, e invece, anche quella volta, mi sbagliavo. E penso a tutte le cose che mi viene in mente di dirle, anche le più stupide, e non c’è più tempo per farlo; non c’è più tempo per mangiare insieme le panelle, per farle conoscere Nando, per farle vedere la nostra casa, e per portarla a Monreale e al santuario di Santa Rosalia come le avevo promesso. Non c’è tempo per sentire cosa pensa dell’ultimo libro di Avoledo, e se il passato di zucchine le è piaciuto. Il suo ultimo post è stato su un gruppo: chiedeva se continuare o meno a leggere un libro che non le stava piacendo. Chissà se lo ha mai finito, non ho avuto il tempo di chiederglielo. Non ci sono più gelati Delirium, passeggiate a Riccione, non c’è più nessuno che chiami demente la Olga, nessuno che mi chiami Mariù, o Piccoletta, o Bonjour, che mi invii ogni sera la buona notte in una lingua diversa, che mi dica di non scordarmi che oggi è sabato.

Non c’è più la mia amica Mate, e il mondo senza di lei è un po’ più triste.

[Per Giancarlo e Fabio, a cui invio tutto l’affetto possibile].

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Il mio 2018 (in breve).

Moltissime pizze da Peco’s, sui tavolini di plastica rossa scoloriti dal sole. Moltissime pizze di Peco’s, ma a casa. Le praline al caramello salato della cioccolateria in centro. Il caffè espresso della nuova macchinetta elettrica coi biscotti Digestive, a colazione. Il caffè macchiato con collegadelcuore, a fine mattinata. La torta pistacchio e mandorle portata dai miei genitori. Mia madre che mi prepara gli anelletti al forno, per la prima volta nella sua vita, perché sto lavorando molto e non vuole che dimagrisca ancora.

Mia madre che era morta e poi non lo era più: e il sollievo profondo e preciso e tangibile e totalizzante, e la sensazione di stare vivendo qualcosa di straordinario e inenarrabile e negato ai più. Mia madre che, una settimana dopo essere morta e poi non-morta, prepara gli gnocchi di patate. Mia madre che, un mese dopo, canta in chiesa la notte di Pasqua.

La coperta viola sul piumone. Un’altra stagione di Orange is the new black. Vedere per la prima volta I ragazzi del muretto. Un’estate non troppo calda, un autunno freddo e ventoso.

Lavorare moltissimo, e la stanchezza e la frustrazione e il senso di angoscia e mancanza di fiato che ne derivano. La paura di lavorare poco, la paura di dover lavorare troppo di nuovo. La sensazione di incomprensione quando cerco di spiegarlo a (quasi tutti) gli altri. La voglia di cambiare, la mancanza di coraggio e competenze e autostima per farlo.

Alcune amicizie che si stanno sfilacciando, per forza di cose, per incomprensioni e cattive risposte, per eccesso di autocommiserazione, perché arrivano altre priorità, perché le strade divergono, perché la si pensa in maniera troppo diversa su cose troppo importanti; perché a volte non ci si può fare niente, va così. Alcune amicizie che rimangono salde e tetragone nel tempo, nonostante i chilometri di distanza. Alcune amicizie che crescono e si nutrono di cura, di attenzione, di dolcezza, di ascolto, di messaggi vocali pieni di angoscia, di offerte di tempo e spazio mentale, di semplice vicinanza.

Stefino che ci chiama Minnine. Stefino che è contento quando andiamo a trovarlo. Stefino che fa il puzzle dei superpigiamini.

Conoscere Mohamed, con tutto il carico di responsabilità e ansia e senso di colpa che questo comporta. Provare a dargli una mano e farlo sorridere. Mohamed al telefono che dice Ehiiii, e di persona che dice Eh sì sì sì, quando finalmente si convince di qualcosa. Mohamed che mi racconta dei suoi viaggi, della vita in Iran, della sua famiglia, della guerra. I suoi racconti che finiscono sempre con qualcuno che aveva in mano una bottiglia di whisky, che lui chiama “vischi”. Mohamed che mi chiama per sapere se ho ancora la tosse. Mohamed che ride anche con le braccia ingessate e finge di darmi un pugno. Mohamed che mi dice che mi vuole bene. Mohamed che dice “Salam aleikum, baba!” al suo vecchio padre, durante una videochiamata, e si commuove. Il fratello di Mohamed che mi manda gli auguri di Natale e si sforza di scrivere in italiano. Io che sono incapace di scrivere due righe in inglese corretto, ma ormai so almeno dieci parole in farsi, e spero di impararne molte altre.

La cena di Natale con la famiglia di Ste, il pranzo dell’8 dicembre con la mia. I semi-nipotini che vogliono giocare con me. Ludovico che si siede in braccio e si mangia tutto il mio pranzo, con metodo e pazienza. Lorenzo che piange perché gli altri bambini gli rubano le caramelle, e quando gli dico una parola di rassicurazione si viene a nascondere tra le mie braccia. Le manine appiccicose di Ludovico quando mi dice Vieni e mi afferra un dito perché vuole farmi vedere la sua raccolta di macchinine. Lorenzo che mi dice di non imboccarlo, perché ormai è grande: ma me lo dice solo dopo che ho finito di darli tutta la mia fetta di torta.

Qualche film al cinema, ma meno di quanti avrei voluto. Un solo concerto, di cui avevo fisicamente e mentalmente bisogno. Cinquantatrè libri letti, di cui una buona metà con vivo piacere. Solo due gelati al bar, e uno dei due non era un granché.

Due giornate in spiaggia, belle e appaganti, piene di sole e mare limpido e crema solare; aver fatto il bagno tutte e due le volte.

LaMate che non sta bene, e chissà quando leggerà questo post, e il dispiacere grande di non saperla aiutare.

L’annuncio del matrimonio di mia cugina con un messaggio su Whatsapp. Sapere che salteremo il pride per questo.

Nando che rimane sempre il solito canegiallo, buffo e fifone, uggiolante e saltellante, desideroso solo di una energica carezza dietro le orecchie e di potermi leccare le mani.

Mio padre, che ormai tutti i bambini scambiano per Babbo Natale, e che gongola per questo. Mio padre, che sa che sono in ansia per Mohamed e mi accompagna a trovarlo.

Londra per la terza volta, più fredda e grande e complessa e attraente di quanto la ricordassi. I miei cognati che ci hanno fatto sentire a casa.

Avere perfezionato la mia tecnica nel girare la frittata con un elegante colpo di polso: sulla mia lapide voglio che sia scritto Sapeva girare la frittata con la paletta.

La mia Ste, che mi scalda i piedi e mi prepara la tisana, e mi ascolta e abbraccia e comprende. Che rimane sveglia ad aspettarmi quando finisco di lavorare molto tardi. Che è sempre pronta a perdonare, a sorridere, a dire che non fa niente. Che mi supporta e sopporta senza farmelo pesare. Che diventa sempre più brava nel suo lavoro, e mi riempie di gioia pura, un distillato assoluto di felicità, perché io avevo sempre detto che sarebbe stata bravissima, ma lei non ci credeva, e invece.

La mia Ste, che ogni giorno splende.

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Dieci (e più) buoni motivi per far sorridere laMate.

LaMate è la prima (e più assidua) lettrice di questo blog; non fosse stato per lei – nel senso, perché ho paura di lei – questo spazio non esisterebbe più da tempo. Solitamente, in vista del sabato, laMate mi pungola a partire dal martedì, con ritmo in lento continuo crescendo, una marea di messaggi e post e alert che sale costantemente: e io, che temo più di ogni altra cosa di deludere chi mi circonda, il giovedì inizio a pensare a cosa scrivere, e mi arrovello e lagno e chiedo aiuto a Ste’ e non ho idee e vaglio cinque o sei proposte diverse e le inizio e le boccio e le cancello e poi mi dispiace di averle cancellate ma ormai è fatta, e il sabato mattina mi alzo presto perché non voglio che laMate dica che sono in ritardo.

Oltre che la lettrice principale di questo blog, laMate è soprattutto una mia amica, un’ottima amica; è divertente e affettuosa e incoraggiante e presente, ha tante cose da raccontare, mi ha dato la ricetta del risotto con le zucchine e mi ha consigliato molti libri. Il primo regalo che abbiamo ricevuto per la casa nuova è stato il suo; quando mi sono bruciata le dita con un coperchio bollente, mi ha inviato una coppia di raffinate presine fatte a mano. Quando Mirò è morto, ha preso un aereo per abbracciarmi e lenire il dolore lancinante per la perdita del mio amato semi-labrador. Mi ha tenuto virtualmente la mano, la notte che ho trascorso in ospedale su una sedia accanto a mia madre che era morta e poi non era più morta. Mi ha mandato, per anni, un incipit al giorno, e per mesi un messaggio di buona notte. Vuole bene a me e Ste’ e canenando, con slancio e intensità, come pochi altri.

Adesso non sta bene e non è molto contenta; per questo, chiamo a raccolta tutti gli amici lettori di questo post: suggeriamo insieme alla Mate qualche buon motivo per sorridere.

Il Gp: che non è il Gran Premio automobilistico, ma è il marito della Mate; è alto e bello, e poi ha portato in Italia Mordillo e Holly Hobbie e per questo si è conquistato un posto di riguardo nel mio cuore.

La Olga che fa la Fracci: la Olga è la canuccia della Mate. È color pavimento in cotto, ama le mele, frigna per i formaggini e danza adorabilmente sulle punte.

Vecio: che è il fratello della Mate, è un vecchio brontolone ma, sotto strati di bestemmie e rimostranze, nasconde un cuore d’oro.

I libri di Stephen King: che a me spaventano a morte, ma alla Mate, vai a sapere perché, piacciono molto. E anche quelli di Tullio Avoledo.

Il kindle, e il guantino da kindle; quest’ultimo è un simpatico accessorio che laMate ha creato per non ghiacciarsi la mano reggi-kindle, quando legge a letto, e che io le invidio da morire.

Le canzoni di Guccini: che io trovo disperatamente tristi già dal terzo accordo, ma.

Facebook, e soprattutto gli amici di Facebook: che siamo un bel gruppo nutrito, e aspettiamo con ansia che laMate torni online.

Le panelle: e la promessa, immancabile, che appena laMate tornerà a Palermo la porteremo a mangiarne a volontà.

Verona, anche se a me non ha fatto una grande impressione.

E poi, in ordine sparso: il colore blu, la frittata (che nei miei post non può mai mancare), i nipoti, soprattutto il grande e la piccola; e poi la Olga che abbaia ai gatti, la nazionale di pallavolo, il risotto, il passato di verdure, il cioccolato. E ancora la città di New York, la cagnina azzurra di Facebook, Gino Strada, i gamberi (pochi), la primavera, le giornate di sole, leggere sul divano, il piumone, i segnalibri, gli abbracci.

Ecco, Mate, io la mia parte l’ho fatta: ora tocca a te, sorridi.

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Molti (buoni) motivi per odiare l’inverno.

Per qualche inesplicabile ragione, ogni estate mi lamento molto per il caldo: sudo, ho i crampi, devo lavare le magliette dopo mezza giornata, ingurgito ettolitri di tè freddo e palettate di gelato alla fragola e piagnucolo e chiedo ossessivamente a Ste’ come mai, durante l’inverno, mi lagni per il freddo e i disagi della stagione rigida, quando invece d’estate è tutto così scomodo e appiccicoso e semisciolto. Senza motivo apparente, come le donne che perdono memoria dei dolori del parto prima di intraprendere una nuova gravidanza, da maggio a settembre sembro dimenticare una delle linee giuda fondamentali e incontrovertibili della mia esistenza: l’odio violento, viscerale e incoercibile per il freddo.

Per sfuggire a questo bieco scherzo del destino – e per garantire a Ste’ un’estate priva di lamenti pro-freddo – ho deciso di scrivere un elenco dei motivi per cui l’inverno, per intrinseca abiezione, è paragonabile solo a chi picchia le vecchiette; dovrò rileggerlo periodicamente, dalla fine della primavera all’inizio dell’autunno.

Le mani gelate, i piedi gelati, la punta del naso gelata: anche con riscaldamenti accesi, coperte di pile sulle ginocchia, borse dell’acqua calda in grembo.

Il letto da rifare sovrapponendo scomodamente strati di piumoni e coperte.

La pioggia, le scarpe umide per l’intera mattina in ufficio, l’ombrello gocciolante appeso sul ballatoio, canenando che puzza di cane bagnato per interi quarti d’ora.

Il vento che fa volare i miei gelsomini, sradica la felce e catapulta giù dalle mensole i vasi di piante grasse. Il vento che non ci fa dormire per il rumore, anche per diverse sere di seguito.

Mohamed che, per l’umidità, ha dolori alle spalle e ai polsi e deve mettere le scarpe anche se non le sopporta, e diventa nervoso e irascibile. I cani di Mohamed, che si spaventano del vento e scappano sotto le barche tirate in secca per proteggersi dalla pioggia. La gatta Shiva, che ha la rinotracheite e tossicchia tutto il tempo.

Il buio alle cinque del pomeriggio.

Andare da Mohamed col buio e non vedere un cavolo, sul camper e intorno, e finire per pestare la coda al cane Stella.

Dover ricordare sempre di mettere cappello e guanti prima di uscire.

Impiegare molto tempo a vestirsi, la mattina, quando d’estate bastano un paio di sandali e una maglietta per andar fuori.

Lo spiffero di aria gelida che entra dalla porta del bagno e mi colpisce a tradimento mentre esco dalla doccia.

I collant sotto i jeans.

Il ragazzo della pizza a domicilio che arriva con gran ritardo, e ha le mani ghiacciate, e gli do doppia mancia perché mi sento in colpa di averlo fatto uscire con questo tempaccio.

Il raffreddore.

Dover cercare il camion delle arance in giro per il quartiere, perché sono le 19 e non abbiamo arance da spremere per cena.

Non uscire quasi mai di casa la sera, perché che dobbiamo fare, c’è troppo freddo fuori.

I temporali molto violenti in cui va via la luce.

Il ghiaccio sulle strade.

I guanti a mezze dita che mi fanno congelare i polpastrelli, quelli normali che mi impediscono i movimenti.

Guardare il meteo la mattina per sapere se e quanto pioverà.

Il giubbotto che mi ingoffa.

Entrare da Feltrinelli e sentire molto caldo e avere le guance in fiamme e poi uscire e sentire molto freddo e correre a rimettere il cappello quando ormai è troppo tardi.

(L’unica cosa buona dell’inverno è la cioccolata calda con panna, ma non la bevo da anni ormai).

[Mate, non so quando leggerai questo post, ma noi siamo tutti qui e ti aspettiamo].

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Cose che la gente non capisce (anche se a me sembrano evidenti).

Che si può tranquillamente non leggere L’amica geniale, o non vedere lo sceneggiato tv: o si possono leggere e vedere, per intero o a saltare, e apprezzarli o non apprezzarli o essere semplicemente indifferenti: ma che quello che non è necessario è parlarne costantemente sui social.

Che, superati i sette anni, di solito si è in grado di scegliere autonomamente come vestirsi: e che, se metto vestiti molto pesanti, è perché sento freddo, e quindi è inutile chiedermi molte volte di seguito se per caso non stia soffrendo il caldo: e che, se fosse così, toglierei il cappello o sbottonerei il cappotto o indosserei un maglione più leggero.

Che poche cose sono sgradevoli e deprecabili come illudere un bambino, un anziano o un senzatetto.

Che i gay possono avere figli, se lo desiderano: e che, se Ste’ e io non ne abbiamo, è perché abbiamo scelto di non averne, non perché siamo fisicamente impedite o moralmente inibite o schiave delle pressioni sociali che bollano le famiglie omogenitoriali come disfunzionali; no, è che semplicemente non ne vogliamo.

Che esistono molte donne che non desiderano avere figli: e che è inutile evocare ipotetici orologi biologici o supporre futuri pentimenti: davvero, stiamo bene così.

Che non c’è alcun motivo di rimpinzarsi di gelato a dicembre: e meno che mai di farlo nella gelateria sotto casa nostra, lasciando necessariamente legioni di auto in doppia fila.

Che l’idea che i senzatetto vivano una vita nomade e faticosa per scelta personale, svincolata da accidenti sociali, è una sciocchezza immane e un pensiero auto-assolutorio per chi non se ne vuole occupare.

Che avere il mio numero di telefono non significa potermi importunare con messaggi di lavoro la domenica sera, o il giorno di Natale, o alle 22:45 del 15 agosto: e che i social network e le app di messaggistica ci hanno aiutato a mantenere i contatti con gli amici lontani, ma hanno anche spianato la strada a legioni di rompiscatole.

Che sulla pizza Margherita si mette il basilico, e non l’origano.

Che chi lavora in casa editrice non lo fa perché spera di diventare vergognosamente ricco o straordinariamente potente, ma solitamente perché ama i libri: e che frasi tipo Non ti ho regalato un libro perché ne hai letti tanti/non sapevo cosa scegliere/basta libri!, non ti sei stufata? mi gettano nella prostrazione più profonda.

Che una cosa è l’empatia, e ben altra è il compatimento: e che non c’è cosa meno bella che essere compatiti.

Che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore è una persona cattiva. E che chi legge i messaggi e non risponde per molte ore e poi finalmente risponde e la risposta è Ok è una persona ancor più cattiva.

Che chi arriva in ritardo al cinema e fa alzare tutta la fila per raggiungere il suo posto meriterebbe severe punizioni e ammende pecuniarie molto salate.

Che ho i capelli lunghi per scelta, e non perché la mia religione me lo impone: e che sì, so che esistono i parrucchieri, e no, non ho bisogno che una persona semi-sconosciuta mi suggerisca quale taglio potrebbe donarmi.

Che, nella stessa maniera, se indosso le doc Marten’s e non il tacco 12 è perché le preferisco, e che sapere che il salumiere, il catechista o il cognato del vicino di casa le trovano brutte mi è del tutto indifferente.

Che i libri di Kent Haruf sono parecchio belli, ma anche piuttosto tristi: e che Vincoli, che sto finendo di leggere, è ben scritto (e ben tradotto) e intenso, ma spietato e privo di speranza fino al midollo.

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Mi dimentico.

Dove ho posteggiato la macchina: e ogni mattina sbircio dal balcone e poi dalla finestra delle scale, mentre accendo la caldaia e poi bagno le piante e poi avvio la lavatrice e poi aspetto l’ascensore, e quando esco dal portone inizio a trotterellare senza criterio e cercare sempre più freneticamente, pensando che l’abbiano rubata: e invece poi è lì, che mi aspetta con espressione ignara accanto alla campana del vetro.

La maggior parte dei miei impegni: e quindi ho ideato un sistema di promemoria e allarmi a crescente livello di imperiosità, bigliettini di cui inzeppo l’agenda, messaggi auto-recapitati e quaderni con gli impegni lavorativi della settimana evidenziati in tre colori diversi a seconda della priorità: ma comunque l’autolettura del gas, la telefonata alla libreria di Terni che voleva le copie del libro sui dadi da brodo e i vestiti da portare al cuciexpress me li scordo lo stesso.

Di trascrivere numeri di telefono e informazioni importanti che mi arrivano sui social network e tramite messaggio: e dato che i quattro quinti del mio lavoro avvengono su messenger e whatsapp, ché ormai nessuno manda più una sacrosanta mail, buona parte del mio tempo si spreca nel cercare di ricordare chi mi avesse mandato il numero dell’idraulico o la locandina della presentazione di Busto Arsizio, e quando, e su quale canale, e soprattutto perché.

Il colore degli occhi delle persone che conosco, o il fatto che abbiano o meno i buchi alle orecchie, o che usino borse o zaini o marsupi, o quale libro abbiano detto di voler leggere: e mi ritrovo, al momento di comprare un regalo, piena di dubbi, e mi chiedo se il foulard azzurro starà bene ad amicastorica o se la Fra’ gradirà quegli orecchini o sarà costretta ad appenderli all’albero di Natale, e finisco per sparigliare completamente e comprare una gabbia da canarini che sicuramente non hanno già, peccato che non abbiano neanche i canarini, ma hai visto mai che.

La voce delle persone che ho amato e che non ci sono più: mi rimangono un po’ delle loro parole, quelle che ho scritto o che negli anni ho ripetuto più spesso, ma la cadenza e il tono e il timbro non li trovo più e non so come recuperarli.

La trama del libro che sto leggendo, se è un periodo in cui ho poco tempo o poca attenzione o posso leggere solo la sera: e così, ogni volta, mi lambicco per interi quarti d’ora chiedendomi chi cappero sia Gabriele, per poi ricordarmi, con metaforico colpo di palmo sulla fronte, che è il vicino di casa di Rocco Schiavone.

I nomi di figli o fidanzati degli stagisti che si sono succeduti negli anni in casa editrice: e quando li incontro (e sono molto contenta di incontrarli, gli stagisti, perché ho voluto bene a ognuno di loro e perché sono una gran nostalgica e amo dire “ti ricordi quella volta che”) vorrei chiedere notizie ma mi trovo in imbarazzo e devo ricorrere a frasi vergognose del tipo “come sta il cucciolo” (cucciolo?! Dio mio, abbattetemi senza remore) o “come sta tuo marito” (anche se so bene che non sono sposati e neanche convivono), per cercare di nascondere l’oblio nella mia mente: e perché, da quella volta che ho detto “come sta Stefano” a una ragazza che aveva una bimba di nome Deborah, ho deciso di non avventurarmi più con nomi a caso.

Di comprare le arance, o la carta forno, o le uova: e ogni volta che vado al supermercato torno a casa frustrata perché so di aver scordato qualcosa, e l’unica cosa che non manca mai è un pacchetto di biscotti Digestive che sono la mia ultima mania e che temo sempre che finiscano, anche se ne abbiamo diverse scatole allineate in dispensa.

Quanto sono fortunata ad avere Ste’ nella mia vita: e mi viene in mente ogni tanto (ogni mezz’ora, ogni ora, ogni pochi minuti) e allora sono contenta, un po’ trepidante e incredula e tremebonda ma parecchio contenta.

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Mi ricordo.

memoria-come-si-creano-i-ricordiLe estati interminabili della mia infanzia: quei tre mesi che si dilatavano fino a durare anni, decenni, intere ere geologiche durante le quali dimenticavo la scuola, i compagni, la strada di casa mia, i giocattoli che avevo in città; quei tre mesi che si aprivano col mio compleanno e si chiudevano col mio onomastico: e io credevo che i miei genitori avessero fatto di proposito a scegliere per me nome e giorno di nascita in modo da farmi festeggiare in giardino e piantare le candeline sulla torta gelato e offrire agli invitati estathè invece che cocacola che non mi è mai piaciuta.

Mia nonna che si faceva il segno della croce quando mangiava un frutto per la prima volta in una stagione: e se lo faceva anche quando entrava in acqua, a mare, intingendo la punta delle dita sulla cresta della prima onda che le bagnava le ginocchia.

La prima volta che ho visto la maggior parte delle persone che conosco; di alcune, anche l’ultima.

Il mio costume di Carnevale fatto in casa da cow-girl, quando avevo forse sette o otto anni: e quanto mi sentivo a mio agio con cappello, fondine e pistole, e lo sgomento di mio padre che non sopportava che si giocasse con le armi.

I fogli di carta riciclata che mio nonno teneva in un angolo della scrivania: vecchie pagine di calendario e brutte copie battute a macchina di verbali di riunioni della sua associazione, meticolosamente tagliate fino a raggiungere un approssimativo formato A5; io che quasi ogni giorno chiedevo al nonno di darmi un foglio per disegnare, e lui acconsentiva sempre: e non mi è mai passato per la testa di prenderne uno senza chiedere, né lui mi ha mai detto che non c’era bisogno di domandargli l’autorizzazione ogni volta.

L’ascensore del palazzo dei miei nonni, con la gettoniera che già nella mia infanzia era obsoleta, e qualcuno aveva incastrato una chewing-gum masticata nella fessura per le monete.

Tutte le spiegazioni che gli adulti mi davano quando ero piccola: tutte quelle che all’epoca non ho capito, come quando mio padre mi disse che non potevo frequentare gli scout perché erano un gruppo paramilitare, e questo per me significava solo che non potevo andare in gita con i miei cugini e far roteare il fazzoletto sulla testa per motivi a me oscuri, e pensavo che in realtà il problema fosse che mia madre non sapeva cucire e quindi non avrebbe potuto attaccarmi le mostrine sulla camicia.

Gli attentati contro Falcone e Borsellino: ma proprio i boati e la colonna di fumo e le sirene che passavano e il senso di angoscia e la percezione di vulnerabilità assoluta.

Il primo libro che ho letto: era un’edizione delle favole di Esopo con illustrazioni monocromatiche e mi faceva molta paura, e pensavo che la lettura non facesse proprio per me, perché era noiosa e spaventaosa.

Mia zia che, per farci attraversare la strada, diceva “facciamo la catena umana”, perché noi eravamo tre e lei aveva solo due mani.

Mia madre che mi portava sul seggiolino della bici, quando ero davvero molto piccola.

La prima volta in cui ho fatto il bagno dagli scogli, e mi sono spaventata e non riuscivo a risalire; la prima volta in cui ho fatto un’escursione in montagna, e mi sono spaventata e non riuscivo a scendere.

Il sapore del gelato al cioccolato fatto in casa da mia nonna, e anche di quello alla stracciatella, che però mi piaceva meno; e anche il desiderio di assaggiare quello al caffè, che però a noi bambini era rigorosamente precluso.

Il senso di appagamento assoluto della prima volta in cui ho preso 10 a scuola: l’euforia leggera e persistente, l’idea di poter raggiungere qualsiasi obiettivo solo con il mio impegno.

La messa del sabato pomeriggio, da bambina, nella chiesa dove poi ho fatto la prima comunione: e mia nonna che ci faceva sedere sempre al penultimo banco, e indicava la statua della Madonna a cui aveva donato una corona da Rosario che era stata rubata; il tedio invincibile e il mio tentativo di svagarmi contando le sedie, le teste delle persone, i putti dipinti sul letto, le stelle dell’aureola della Madonna, le fermate della viacrucis.

Il sorriso di Ste’, la prima volta che l’ho vista: e tutte le volte in cui ha sorriso di nuovo in quel modo speciale.

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