Gli animali più intelligenti del mondo.

La nostra casa non è molto grande, ma dal primo sguardo ce ne siamo innamorate: è della misura perfetta per due persone e un criceto, è piena di luce, ogni stanza è di un colore diverso e ci sono due balconi molto grandi. Uno è esposto a sud-ovest, prende sole per l’intero pomeriggio, da maggio a settembre è impraticabile dall’alba al tramonto, ma nelle notti d’estate fa entrare una splendida brezza fresca. La primavera è la sua stagione ideale: durante il lockdown, appena le giornate hanno iniziato a scaldarsi, Ste ha preso l’abitudine di stendere un telo da mare sul pavimento e, in bikini e dopo essersi aspersa in abbondanza di protezione solare, abbronzarsi con discrezione, diventando color miele mentre il resto d’Italia manteneva un triste colorito alabastrino. L’altro balcone è abbastanza grande da contenere la nostra lavatrice, un tavolino con due sedie, una buona quantità di cianfrusaglie, sacchi di terra, pattumiere, attrezzi da giardinaggio, cassette in legno, un monopattino, un grosso canotto da spiaggia a forma di cigno e una sessantina di vasi di piante. Ci sono due grossi gelsomini – salvati da un’improvvida invasione di bruchi dal tempestivo aiuto di Alessia – e quattro pomelie che rifiutano cocciutamente di fare i fiori, ma le amiamo lo stesso. C’è il mio adorato limone, ci sono erbe aromatiche e fichi d’India e una stella di Natale gigantesca, regalo della vicinainvadente, e una vagonata di succulente di tutte le specie. E ci sono anche, purtroppo, un bel po’ di formiche.

La prima estate in questa casa, Ste ed io ci davamo pacche sulle spalle e ci guardavamo compiaciute: non c’erano zanzare né formiche né nessun animale che non fossimo noi. Non c’erano neanche le piante, però: e quando queste hanno iniziato a riempire il nostro balcone e i miei sabato mattina, hanno portato con sé qualche zanzara e un pugno di formiche, che man mano sono aumentate di numero e hanno deciso di varcare le soglie dei nostri balconi e mettere zampa in casa. Da allora, sono perennemente in lotta con loro: perché non vorrei sterminarle, ed escludo assolutamente di usare l’insetticida per paura che possa far male ad Anastasia, ma non riesco a far valere il mio diritto di legittima affittuaria della casa. Le formiche spadroneggiano, si allargano, percorrono con ostinata protervia il tavolino del salotto, mi fanno le linguacce alle spalle. Ho provato a parlare con loro, a spiegare le mie motivazioni, anche a minacciarle e a far trovare la testa di un cavallo dei Playmobil vicino alla soglia: hanno ignorato ogni tentativo di allontanamento coatto. A un tratto, mentre la mia frustrazione aumentava, l’aiuto sperato è arrivato da Facebook, sotto forma di ricordo: qualche anno fa avevo scritto un post in cui mi lamentavo delle odiose formiche, e mi erano stati proposti alcuni rimedi di provata efficacia. Ho provveduto subito, quindi, a mettere del sale grosso agli angoli delle stanze e davanti alle soglie dei balconi: e per due o tre giorni le formiche non si sono viste. Ero molto compiaciuta, mi sono vantata in ufficio e con i miei genitori e con la cassiera al supermercato e in una chat di lavoro e in salumeria del risultato ottenuto: altro che Pifferaio magico, io sì che so come allontanare gli animali molesti, se mi pagate bene caccio gli insetti anche da casa vostra. Una parte di me era quasi dispiaciuta nel vedere le formiche chiuse fuori che sbirciavano all’interno con espressione da piccola fiammiferaia nella nebbia, e quelle rimaste intrappolate in cucina non poter uscire: con fogli di carta e fazzoletti poggiati sulle montagnette di sale le ho aiutate a ricongiungersi. Alcune le ho addirittura prese in mano amorevolmente, traghettate in balcone e viste riabbracciarsi con gioia davanti alla spatifilla. Era uno scenario idilliaco.
Due giorni fa, mentre facevo il caffè, ho notato la presenza di una solitaria formica sul pavimento della cucina: Poverina, le ho detto, mi sono scordata di portarti fuori. Mentre cercavo di farla salire sul palmo della mano sinistra – e lei scappava terrorizzata sotto i piedi del tavolo – ho notato un paio delle sue sorelle che avanzavano baldanzose verso di noi. Oh, no, ho pensato: il sale sarà stato spazzato via per errore, per questo sono entrate. Invece, ecco, avevano scoperto che il sale è inoffensivo; una per volta, con calma, tastavano con le zampe anteriori il sale, si accorgevano di poterlo scalare senza problemi e lo by-passavano sorridendo.

La mia splendida dote era un bluff: le formiche non mi ascoltano; o meglio, mi ignorano, ridono di me, mi passano accanto ghignando. Penso che cederò, darò un nome a ognuna e chiederò loro di venire a vivere con noi: in fondo, dove si vive in tre si vive comodamente in tremila.

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Estate nell’Amena Località.

Da quando ho memoria, la mia famiglia trascorre l’estate in un pittoresco luogo di villeggiatura stretto tra Monte Pellegrino e Capo Gallo. Anche se gli autoctoni ne parlano come di un paese a sé stante, che nella vulgata popolare appare molto lontano da Palermo (Ant’ura me frate scinniu in Paliermu, da accompagnare con espressione del volto meravigliata e vagamente preoccupata), in realtà l’amena località non è altro che un quartiere della città: una borgata a due passi dal mare, quindi dal clima fresco e piacevole – soprattutto per chi non deve fare ogni giorno venti chilometri in auto per andare al lavoro, camminando a passo d’uomo tra bagnanti in infradito di gomma e telo da mare sulla spalla, come capitava a me negli ultimi anni di permanenza estiva lì – ma popolata quasi esclusivamente da cani ringhianti, giovani che ascoltano la musica tunz tunz a tutto volume giorno e notte, zanzare fameliche e persone bizzarre.

La prima e più marcata caratteristica del residente maschio dell’Amena Località è di non indossare mai nulla che copra torace, addome e schiena: dai sedici anni in su, gli uomini trascorrono l’intera estate con addosso soltanto calzoncini sdruciti, possibilmente di colore beige, e ciabatte in gomma con il fascione, prese a due euro al mercatino del giovedì, pescando da un grosso cassone metallico. La femmina della specie, invece, indossa vestagliette a fiori o copricostume stinti, e calza anche lei solo ciabatte, anche sotto la pioggia. Entrambi, l’uomo originario dell’Amena Località e sua moglie, solitamente non lavorano: altrimenti non si spiegherebbe come facciano a stazionare costantemente agli angoli delle strade o accanto alle fontanelle, parlottando con fare cospiratorio e rallentando il traffico, onde poi spostarsi con lentezza tra occhiate sbieche e minacce mormorate a mezza voce se sollecitati con infastiditi colpi di clacson a liberare la sede stradale. Quando lavorano, gli autoctoni dell’Amena Località lo fanno con uno snervante misto di indolenza e mancanza di senso pratico: quello che fa sì, ad esempio, che l’unico panificio che vi alberga non abbia mai pane, a nessun orario; l’ignaro acquirente si sentirà sempre rispondere È troppo presto, non l’abbiamo ancora sfornato, o È troppo tardi, finiu, poco fa trasiu una signora e s’accattò tutto. Le leggende narrano che una volta un tizio di Milano sia riuscito a centrare l’orario e acquistare una scaletta di rimacino e due sfilatini integrali, ma nessuno ne ha le prove. Capostipite dei bottegai dell’Amena Località fu un burbero vecchietto che coltivava un fazzoletto di terra e vendeva zucchine lunghe e tenerumi in una casupola all’angolo della strada; l’anziano, che non aveva merce da tenere esposta ma che usava cogliere le verdure su richiesta, la maggior parte delle volte si scocciava ad andare nel campo a prendere quanto gli veniva chiesto e rispondeva di non averne: e, dato che odiava essere importunato mentre giocava a carte sotto la lamiera ondulata che ombreggiava il tavolo da scopone, di solito si rivolgeva con tono sprezzante dicendo È venerdì e m’addumanna verdura? ‘U sabato non si mangia minestra, si mangia la pasta cu’ ‘u sucu, turnasse lunedì.

L’Amena Località ospita spesso turisti sbigottiti, che si aggirano tra i viali cercando beni di prima necessità come farmacie di turno, supermercati o posti dove acquistare un pollo arrosto; sebbene molte delle villette siano state destinare a B&B, infatti, nessuno ha pensato al fatto che i turisti possano volersi sfamare, o comprare una crema solare o un costume nuovo, o anche solo una cartolina o una penna per compilarla. Tolti un paio di costosi negozi sul lungomare, nell’Amena Località non c’è nulla: soltanto una tabaccheria e una piccola salumeria, e poi il panificio-non-panificio e un barbiere. Non c’è neanche una pizzeria che faccia servizio a domicilio: o meglio, non c’era fino all’estate scorsa. Qualche giorno fa mio padre è andato alla pizzeria della zona – l’unica, ovviamente – e ha chiesto se si fossero attrezzati per il domicilio; Sì, lo facciamo, ha risposto il cassiere: ma consegniamo solo in questa strada, e non più di quattro pizze alla volta: sa, il ragazzo si muove solo a piedi.

Negli anni, nell’Amena Località si sono succeduti garzoni di salumeria che consegnano le casse d’acqua portandole a braccia e bar che chiudono nella settimana di Ferragosto, gastronomie che a pranzo e cena tirano giù la saracinesca e fruttivendoli che ti chiedono di tornare il pomeriggio per trovare le patate bollite: e che, al tuo ritorno, comunicano che No, non le abbiamo fatte più, c’era caldo e ci scocciava. Vivere lì può comportare gravi danni al sistema nervoso o essere il perfetto tirocinio per la ricerca di una serena vita interiore: se, dopo venti minuti di fila fuori dal panificio, con mascherina regolamentare, sotto il sole a picco, si riesce a sentirsi rispondere che non c’è pane, Lei a ‘st’ ura lo cerca?, anche se è solo mezzogiorno, e a non bestemmiare in molte lingue diverse, vuol dire che si è sulla giusta strada per la santità.

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Benzina.

Ho la patente da moltissimo tempo: l’ho presa a diciotto anni compiuti da poco, esasperata dal dover dipendere da autobus poco assidui e passaggi altrui, ché il motorino i miei genitori non me lo hanno mai voluto comprare, È pericoloso, cadi e ti fai male, non è che non ci fidiamo di te, non ci fidiamo degli altri. A conti fatti, sono più gli anni della mia vita in cui mi sono spostata con la mia auto – piccola, ammaccata, con uno specchietto costantemente rotto -, di quelli in cui ancora non guidavo: ma, nonostante questo, non ho mai imparato a fare benzina al self-service. Non che non conosca il corretto meccanismo per un rifornimento rapido ed efficace: sarei perfettamente in grado di riempire da sola il serbatoio della mia macchina, se la cosa non mi terrorizzasse. Per motivi che sarebbe lungo spiegare e che risalgono all’infanzia, a un principio d’incendio in casa di mia zia e a me che venivo trascinata via da mio cugino mentre le fiamme lambivano il soffitto, vivo col terrore che, mentre si fa il pieno di benzina, la macchina esploda o vada a fuoco o.

La mia natura abitudinaria e ossessiva ha fatto sì che, negli ultimi dieci anni, io abbia fatto benzina sempre nello stesso posto: un distributore solitario e rassicurante che si trova a metà strada tra casa nostra e casa dei miei genitori. È piccolo e in parte obliato dalle piante di un vicino vivaio, c’è un grosso cartello scritto a mano che recita Aperto anche quando è chiuso, e ci sono quattro stalli per il rifornimento, due per il servito e due per il self-service. Con serena protervia, mi dirigo sempre verso uno degli stalli del self-service, presidiato da un simpatico ragazzotto tamil che si sbraccia a salutarmi ogni volta che gli passo davanti senza fermarmi e che diventa timido e silenzioso non appena mi avvicino. Consapevole della mia incapacità a fare da me, pensa lui a riempire il serbatoio: io esco dall’auto, gli porgo le chiavi e scappo in un luogo lontano e protetto, di solito dietro la colonnina per il controllo della pressione delle gomme. Quando ha finito, mi chiama con un cenno della mano: io gli porgo un euro per ringraziarlo dell’aiuto, sorrido e vado via. Va sempre così, metodo collaudato, nessuno stress, nessun intoppo. Ma.

Ma oggi lui non c’era, e io dovevo proprio fare benzina, ed ero anche un poco in ritardo, e quindi ecco, dai, ce la posso fare, è semplice. Iperventilando nella mascherina, sudando copiosamente e ripetendomi tra i denti che sarebbe andato tutto bene, mi sono avvicinata con aria circospetta a uno degli stalli del self-service – il servito era chiuso – e ho iniziato a fare la vaga, sperando nell’arrivo di qualcuno di buon cuore. Ho aperto il portabagagli, sistemato le buste della spesa che tengo conservate lì in ordine di grandezza, richiuso con cautela. Poi ho cercato con scarsi risultati di rimettere a posto il paraurti a cui sono saltati due sostegni, mi sono sporcata le mani, le ho igienizzate; mi sono accorta con sgomento di aver usato un disinfettante a base di alcol nei pressi di una pompa di benzina, rischiando di innescare un’esplosione devastante, quindi ho preso la bottiglietta d’acqua che tengo nel vano dello sportello, mi sono versata sulle mani tutto il contenuto, le ho asciugate con un fazzoletto di carta e poi pulite nuovamente con una salvietta imbevuta. Ho posato il contenitore delle salviette nella borsa e a che c’ero ho riordinato il contenuto delle tasche interne, eliminato alcuni scontrini appallottolati e raccolto le monetine e, mentre temevo l’arrivo dei condor, ho pensato di svitare il tappo della tanica di benzina. Compiuta la complicata impresa, mi sono guardata intorno con aria speranzosa e ho visto un giovane vestito da benzinaio che caracollava fuori dal gabbiotto con gli adesivi Cambio olio e Qui bevande fredde. Perfetto, ho pensato, I miei problemi sono risolti: mi soccorrerà lui, baldo giovine in tuta rossa. Ma il baldo giovine voleva solo dirmi che guardi, signora, è troppo lontana dalla pompa, così non potrà mai fare benzina. Perplessità, insicurezza, panico, rapida perdita di tutto il vantaggio acquisito: per spostare la macchina devo richiudere il serbatoio, saprò farlo? Mentre il benzinaio mi comunicava che avrei potuto avvicinare la macchina anche senza mettere il tappo, ho eseguito la complessa manovra: ritappa, manovra, stappa di nuovo. Quando ormai temevo che avrei trascorso la giornata lì, Amore mi spiace, non posso venirti a prendere, la pompa di benzina mi ha sequestrata, il giovine mi ha chiesto Preferisce che faccia io?, e io ho farfugliato qualcosa sul rispetto dei lavoratori e sul dare l’opportunità a ognuno di svolgere le sue funzioni in accordo col ruolo rivestito in società: E quindi faccia lei, grazie, come desidera. In accordo con le normative sul Covid, ho lasciato che toccasse lui la pistola per l’erogazione della benzina, ma ho preferito non dargli le chiavi della mia macchina, nessuno di noi indossava i guanti: ormai molto sicura di me, sotto lo sguardo attento del benzinaio ho richiuso ancora una volta la tanica. Complimenti, lei sembra davvero esperta, ha commentato il giovane benzinaio guardandomi mentre facevo scattare la sicura del tappo: Poche persone, sa, ricordano di chiudere la tanica con la chiave. Eh, grazie, ho risposto: Sa, faccio sempre benzina al self-service, ho fatto pratica.

Sono andata via sgommando con aria tronfia.

All’angolo della strada mi sono fermata a riprendere fiato. Molte ore dopo, mi sento ancora molto fiera di me.

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Esiste il silenzio.

La quarantena sta facendo uscire fuori il peggio di me; sono più ansiosa e asfissiante del solito, ho poca pazienza, lavoro lentamente e con scarsa attenzione, invece di dormire passo ore a guardare la gabbia di Anastasia e a dirle Anastasia Anastasiaaa finché lei si scoccia e mi morde. Sono poco lucida e molto esasperata, perdo facilmente la testa, le chiavi di casa, il dispenser di gel disinfettante per le mani, il caricabatterie del telefonino. Oscillo tra il tedio e il fatto di non aver il tempo di fare nulla, passo dieci ore al giorno al computer e altre dieci a fare videochiamate, spiegare a mia zia come fare la spesa a domicilio, ascoltare messaggi vocali e scrivere sulla chat di cazzeggio & supporto morale che al momento è una delle nostre riserve di ossigeno. In questo mix di compulsione, maluchiffare e raggia ho recuperato un’attività ricreativa che non svolgevo da anni: gli aggaddi su Facebook. Era forse dal 2009 che non mi infiammavo per le baggianate lette sui social: anche perché, lavorando come social media blabla da dieci anni, leggo ogni giorno intere lenzuolate di stupidaggini, e ormai sono abbastanza corazzata. Però.

Però, ecco, se c’è una cosa che non sopporto, che non capisco e che forse mai capirò, è il voler fare per forza ironia su tutto. Chi è stato il primo ad aver diffuso l’assurda idea che su tutto si possa ridere? Che ogni argomento meriti una battuta? Un paio di giorni fa mi sono impelagata in una assurda discussione sul fatto che fosse o meno moralmente eccepibile dare a qualcuno dell’handicappato come parola d’offesa: e ovviamente la risposta è stata che, suvvia, dobbiamo farci una risata. Ma io per ora sono poco propensa alle risate, e in generale non penso che dare a qualcuno del disabile faccia ridere, e quindi bon, avanti il prossimo. Oggi, in una discussione dedicata alla benedizione del Papa Urbi et Orbi, qualcuno ha fatto una goffa battuta sul fatto che, dopo l’Estrema unzione, ci si sentirà meglio. Ed io, che sono una persona poco ironica, non ho avuto l’istinto di farmi una risata: ma ho pensato a quando mia nonna stava molto male, e abbiamo cercato disperatamente per un intero pomeriggio un prete che le potesse somministrare l’Unzione degli infermi, ed eravamo nella Settimana Santa e il prete non è potuto venire e mio nonno gridava al telefono e poi si è messo a piangere; e sicuramente chi ha fatto quella battuta non poteva saperlo: però il punto non è questo. Il punto non è che io, che ho vissuto questa esperienza, trovo fuori luogo questa battuta: è che la battuta è fuori luogo, e dovrebbe esserlo per chiunque.

Ecco, io quelli che pensano di essere molto simpatici e arguti facendo battute su argomenti che possono collidere con la sensibilità altrui di solito li affronto alzando le spalle e dicendo vabbe’: ma ora, che sono infastidita e di pessimo umore, sono pericolosamente portata al mandare a stendere chiunque mi capiti a tiro. Però mi chiedo, al netto del mio carattere malmostoso: davvero c’è qualcuno che trova sensato fare una (brutta) battuta su disabilità, malattie e morte? E smettiamola di crearci l’alibi dell’ironia: la frase “dopo quanti video su Tik Tok sei ufficialmente handicappato?” non è ironica, è solo stupida, offensiva, aggressiva, discriminante, fascista. Non è diversa dal dare a qualcuno del neg*o o del fr*cio. È, nella migliore delle ipotesi, un modo per manifestare la propria pochezza.

Prima di parlare domandati se ciò che dirai corrisponde a verità, se non provoca male a qualcuno, se è utile, ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire”: ecco, in tempi faticosi, di quarantena, di paura, di conteggio quotidiano dei morti, forse sarebbe il caso di riflettere, prima di parlare a schiovere.

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Regole di buon vicinato, ovvero della vicinainvadente e dei vicinidistratti.

Ormai alcuni anni fa, Ste ed io siamo venute a stare in questa casa; alla firma del contratto, la simpatica vecchietta che ce l’ha affittata ci ha dato un mazzo di chiavi: Mi dispiace, ha detto, manca quella del cancelletto blindato che c’è sul pianerottolo, temo di averla persa, chiedete ai dirimpettai se ve ne prestano una per fare la copia. Con perplessità e scarsa convinzione, ma consce del fatto che non ci fosse altro modo, il pomeriggio stesso abbiamo bussato alla porta accanto alla nostra. Scalpiccii, musica in sottofondo, una voce stonata che cantava al karaoke; non ha aperto nessuno – avremmo poi imparato che è un tratto distintivo dei nostri vicinidistratti, non aprire mai. Allora, sempre più scoraggiate, abbiamo suonato il campanello della terza porta del pianerottolo: col senno di poi, sarebbe stato meglio evitare.

La tipa che ci ha aperto ha iniziato immediatamente a gridare: eravamo forse delle ladre? O, ancor peggio, degli stupratori sotto mentite spoglie femminili? Eravamo zingare, o addirittura extracomunitarie? Come poteva fidarsi di noi e darci la chiave? A poco sono serviti i nostri tentativi di mostrarle il contratto di affitto, farla parlare con la padrona di casa, indicare l’altro mazzo di chiavi che avevamo in mano (Vede, signora? È casa nostra!): per persuaderla abbiamo usato tutte le nostre doti di pazienza e carisma, un’intera gamma di facce ingenue e occhioni da Bambi e almeno quaranta minuti di suppliche. Alla fine, con la mano del Signore e un attimo prima che scoppiassi in lacrime, ha deciso di fidarsi di noi. Da quel momento, la vicina è diventata parte integrante del nostro ménage familiare.

In cinque anni di frequentazione, vicinainvadente ha bussato al nostro campanello almeno 1500 volte; mi ha telefonato – preferibilmente la mattina, quando sono in ufficio – non meno di dieci volte: e ogni volta non ha creduto al fatto che non fossi a casa, e ha continuato con insistenza a chiedermi di aprirle, per favore. Ci ha chiesto di fare di tutto: dal cancellarle i messaggi dal cellulare al chiamare il suo gestore telefonico per segnalare un guasto, dall’applicare cerotti contro il mal di schiena all’aprire un pacco di pasta particolarmente ostico. Ci ha fatto telefonare a sua madre, a suo fratello, al serrandista e all’avvocato, ha inveito contro gli altri vicini, contro i politici, contro i suoi parenti e contro il padreterno in tutte le lingue conosciute e un paio inventate sul momento. Ha avuto crisi d’ansia e attacchi di panico, e raffreddori e una volta anche la bronchite: e ogni volta ha ritenuto il nostro parere più affidabile di quello del suo medico di famiglia. Ha definito con accuratezza i raggi di azione mio e di Ste nei suoi confronti: io sono l’uomo di fatica, e vengo chiamata per sbloccare la caldaia o sistemare l’anta dell’armadietto che cigola; Ste, invece, in qualità di quasi-medico (è psicologa, che per vicinainvadente è comunque una professione medica) deve sovrintendere alla somministrazione di antibiotici e antidolorifici e viene chiamata per missioni “di concetto” come decidere se la posologia delle gocce di valeriana consigliata dal farmacista è corretta.

Usa un metodo subdolo ma efficace per evitare che, esasperate dalla terza chiamata del pomeriggio, fingiamo di non sentire il campanello: attende di vederci rientrare da fuori, acquattata dietro lo spioncino della porta, e non appena entriamo in casa ci balza al collo con le zanne in evidenza.

Durante le scorse feste ci ha regalato una grossa stella di Natale: un pensiero gradevole, immediatamente vanificato da una scena madre contro Ste che, colpevole di non poterla accompagnare a fare dei servizi, è stata accusata di essere egoista e poco propensa al supporto. Una parte di me, alla notizia del litigio, ha gioito: pensavo che ci avrebbe tenuto il muso per qualche settimana; macché: il giorno dopo mi ha chiamata per svitarle il tappo di una confezione di mascara. Neanche l’offesa ci ha potuto: siamo le sue vicine preferite, e dobbiamo onorare questo ruolo ogni giorno; che fatica, però.

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Nel 2019.

Ho letto cinquantuno libri, e almeno una metà di questi era assolutamente dimenticabile; qualcuno, invece, era piuttosto bello, e qualcun altro davvero imperdibile: Il Regno di Carrère, per esempio, mi ha lasciata senza fiato.

Ho visto millemila film, e anche in questo caso una buona metà era evitabile; l’altra metà, invece, l’avevo già vista. Sono stata al cinema meno di dieci volte, ma una di queste ho visto La paranza dei bambini, e a un solo concerto: ma era di Gazzè, e quindi valeva almeno come tre concerti normali.

Ho avuto molta paura, per persone diverse: per Mohamed, quando il camper si è incendiato e lui è rimasto senza nulla, coperte, cibo dei cani, foto e cappelli e bidoncini dell’acqua; per Ste, quando è stata male: ed è stato il mese più lungo e doloroso e stressante della mia vita, ma per fortuna è andato tutto bene; per Nando, quando è stato aggredito al parco – ma in quel caso ero anche molto arrabbiata con mio padre, e l’arrabbiatura ha in parte diluito la paura.

Sono stata parecchio triste, di quella tristezza fonda e grigia e pesante che non va via neanche con molto impegno e con una cura di abbracci extra-forti: per la Mate, prima di tutto, che è andata via ormai da quasi un anno, ma anche per la morte di Piccolo e Shiva e Marta, gli animali di Mohamed. Sono stata triste ogni volta che abbiamo lasciato Mohamed a salutarci con la mano, nel buio di un marciapiede gelido, e mi sono sentita parecchio in colpa e impotente.

Sono stata trepidante e contenta e poi dispiaciuta e poi di nuovo trepidante e ora molto molto contenta per qualcosa che riguarda la possibilità di fare delle piroette.

Sono stata stanca, moltissimo: stanca per il lavoro, soprattutto; stanca per il troppo lavoro, per la mia incapacità sul lavoro, per l’ansia con cui affronto il lavoro. Stanca di spiegare perché sono stanca, di trovare giustificazioni, di dover mascherare la stanchezza e il disagio per non doverne anche discutere.

Sono stata in ansia e mi sono sentita sola, e anche parecchio frustrata: tutte le volte che non sono stata in grado di farmi capire, ma anche tutte le volte in cui non ho ascoltato, in cui ho alzato le spalle, in cui avrei potuto sorridere e tendere una mano piuttosto che chiudermi e tacere e alzare le sopracciglia.

Sono stata felice, anche: quando ho fatto il bagno a mare e ho sentito la sferzata dell’acqua fredda e trasparente di Mondello sulla pelle calda di sole e quando Ste ed io giravamo tenendoci per mano tra le strade di Madrid; quando abbiamo mangiato il panino con l’hamburger per festeggiare il referto dell’esame istologico e quando ho visto per la prima volta la mia stupenda topolina che correva nella ruota. Quando mio nipote Ludovico mi ha presa per mano per chiedermi di giocare insieme, quando Stefano mi ha tirata per il maglione per farmi vedere i giocattoli che gli aveva portato Babbo Natale, quando abbiamo acceso le luci del nostro albero. Quando ho accompagnato Marco Damilano al palco e la gente ci fermava per i selfie e quando ho ricevuto una mail di lodi per il mio lavoro. Quando siamo state a Monte Pellegrino e abbiamo mangiato ai tavoli di legno del belvedere. Tutte le volte che Ste mi ha sorriso o mi ha stretta forte. Tutte le volte che i miei genitori sono stati bene. Tutte le volte in cui ho sentito il sole caldo sul viso. Tutte le volte in cui Nando mi è venuto incontro di corsa.

Tutte le volte in cui ho mangiato la pizza.

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Incomprensioni, ovvero quando sei arrabbiata con un amico.

Sono un po’ arrabbiata con Mohamed. Alcune settimane fa abbiamo avuto una brutta discussione e mi sono infuriata e, ecco, ce l’ho con lui; meglio, ce l’avevo con lui, perché è passato del tempo e io solitamente mi offendo e rimango delusa e ferita facilmente, ma altrettanto facilmente decido di passarci sopra: non di dimenticare, ma di stornare la rabbia e andare avanti, fosse solo per metterla in serbo per la prossima volta che mi sentirò offesa con quella persona e aggiungerò la rabbia vecchia a quella del momento, così, per buon peso.

Non è stato facile, in queste settimane, essere infuriata con lui: perché farsi negare al telefono e rifiutare le chiamate e non andare a far visita a un amico è già di per sé pesante, ma lo diventa ancora di più se quell’amico è solo, triste e in una situazione di costante pericolo e disagio. Entrano in gioco un sacco di sentimenti, in una situazione come questa; ci sono grandi dosi di senso di colpa, perché io ho una famiglia amorevole e amici che mi supportano e tre lavori stancanti ma divertenti, e una casa e una macchina e molti libri e uno zerbino su cui pulirmi le scarpe, un divano dove sdraiarmi a guardare la tv, un albero di Natale pieno di luci e palline e un tavolino su cui poggiare i piedi e un plaid in cui avvolgermi, e lui ha solo una tenda sbilenca piena di cianfrusaglie e cibo per cani e uova sode e coperte bagnate di pioggia; ci sono ansia e preoccupazioni, perché è quasi inverno, e quindi il vento, la grandine, la tenda che vola, le scarpe piene di fango, che farà Mohamed in questo momento? Si starà riparando dalle raffiche ghiacciate dietro il muro del convento? O starà vagando sotto gli alberi senza giubbotto alla ricerca di Sciagurato? C’è il bisogno di rassicurarlo, stai tranquillo Moha, andrà tutto bene, e anche di rassicurarmi: perché quando sento la voce di Mohamed, arrochita dall’influenza e dai colpi di tosse e dalle sigarette, almeno so che è vivo, che nessuno gli ha fatto del male, che la bronchite non lo ha lasciato stecchito nella tenda, e anche se sono perfettamente cosciente che le cattive notizie volano e che se gli succedesse qualcosa lo saprei immediatamente, quando penso a lui c’è in me sempre un filo di preoccupazione che corre sottotraccia, come se in qualsiasi momento la sua vita fosse in pericolo.

Sono meno arrabbiata, ecco: e quando oggi Mohamed mi ha chiamata l’ho richiamato quasi subito, anche se avevo appena finito di mangiare e dovevo ancora lavorare e poi uscire ed ero già in ritardo e. Aveva una voce terribile, Mohamed, tossicchiava e biascicava e Non preoccuparti, mi ha detto, penso di avere la febbre alta ma ce la farò anche stavolta. Ti ho chiamata per rassicurarti, ha continuato: volevo che sapessi che sto quasi bene, oggi, e io ho pensato Matri santa, chissà come stava ieri, allora, ma non gliel’ho detto. Gli ho fatto una serie di proposte secondo me ragionevoli – passare qualche notte al dormitorio, prendere dell’aspirina, coprirsi bene – che sono state scartate a priori. Abbiamo chiacchierato per qualche minuto e gli ho promesso che a breve saremmo andati a trovarlo: e lui mi ha detto Ti voglio bene, e io non gli ho risposto ma ho pensato che a questo malmostoso, scostante, presuntuoso e invadente iraniano anche io, nonostante tutto, voglio bene.

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Mi piacciono.

Le mie piante. Il profumo di gelsomini e pomelie, in estate, quando le finestre sono aperte e dal divano si sente l’odore verde dolce intensissimo. Il fatto che la pomelia rosa abbia ancora molti fiori. L’ulivo bonsai carico di olive.

La faccia di Ste quando sorride e gli occhi le diventano piccini.

Gli abbracci forti. Quando qualcuno mi abbraccia senza motivo. Pensare che dietro ogni abbraccio c’è un motivo, anche se a volte non lo so.

Quando Ste cucina per me.

Nando, quando riporta la pallina e te la lancia in grembo e poi ti guarda continuando a scodinzolare speranzoso. Nando quando corre entusiasticamente a fare le feste a qualcuno. Nando, sempre.

La voce di Ste al telefono.

Il sole, in autunno, quando la mattina è ancora caldo. Il sole, in inverno, quando non me lo aspetto.

Ste che dice Evviva!

La pizza, specie se molto calda. Il pollo arrosto con le patatine, se le patatine sono croccanti. Il burro d’arachidi, sempre. Andare a cena fuori per festeggiare qualcosa. Avere qualcosa da festeggiare.

Ste quando legge, e poi alza la testa e mi guarda.

Andare al cinema e prendere un Magnum bianco all’intervallo. Quando al cinema non c’è molta gente. Andare al Gaudium e metterci nel palchetto.

Ste che mi tiene la mano e la stringe forte.

Quando qualcuno mi manda un messaggio solo per sapere come va. Quando qualcuno mi manda un messaggio per farmi compagnia mentre sono in una sala d’attesa, o per farmi coraggio da mille chilometri di distanza. Quando qualcuno si ricorda di me.

Il profumo di Ste.

Mohamed che risponde al telefono tutto contento e mi dice E buona sera, signorina! Mohamed che si interessa delle mie cose e cerca di aiutarmi a risolverle. Mohamed che mi dice che adesso basta tristezza, è arrivato il momento di essere felici, anche se è seduto sul fondo di una tenda da campeggio con quattro gatti, molte scatolette di cibo per gatti, una marea di bottigliette d’acqua, batterie e accendini e sotto la pioggia battente.

Ste che vince sempre a Battaglia di pollici.

La pastasciutta, anche se non la mangio quasi mai. Le albicocche d’estate, le mele verdi e i carciofi e i finocci d’inverno. Il cioccolato fondente, sempre.

Ste che mi prende il viso tra le mani.

Quando esce un libro che aspettavo da molto tempo e lo compro e so che posso iniziare a leggerlo: il momento in cui non ho ancora iniziato ma sto per farlo.

Ste che dorme.

Le borsette di stoffa, soprattutto se rosse o nere.

Ste, sempre.

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Cose che ho fatto negli ultimi giorni.

Ho sentito Ste al telefono settecentocinquanta volte, la maggior parte delle quali è stata per dire Che mangiamo?, o Oggi andiamo a fare la spesa al supermercato?, o Non ti sento, mannaggiaastotelefoninodemmerda, o Sono uscita adesso dall’ufficio e sono stanca e ho fame e voglio lagnarmi un poco.

Ho sentito Mohamed al telefono tre o quattro volte, e gli ho detto per buona parte del tempo Come stai?, e Non senti freddo?, e Sono preoccupata per te, mentre lui oscillava tra il tentativo di calmarmi e la tentazione di mandarmi a cagare.

Ho sentito un pugno di amici su whatsapp, e mi sono felicitata per loro o dispiaciuta con loro o comunque ho provato ad essere partecipe, da lontano, delle loro vite, nella maniera filtrata e fredda e non-soddisfacente che la mediazione con uno schermo virtuale impone.

Ho letto quasi tutto un libro che non mi piace: ed era di mio nonno, c’è stampigliato su il timbro con cui firmava i suoi volumi, e mio padre mi ha chiesto Ne avevi parlato, col nonno, di questo libro?, e io gli ho risposto che no, non ne avevamo parlato, mio nonno lo ha letto nel 1989 e io avevo sei anni e non leggevo Bufalino, e poi ho avuto l’irrefrenabile impulso di parlarne con lui, col nonno, del libro, ché di sicuro a lui sarà piaciuto, ma invece non gliene posso parlare più e non saprò mai se davvero gli è piaciuto.

Ho mangiato moggi di insalata, campi di carote e piantagioni di finocchi, e bevuto ettolitri di caffè macchiato, e non ho preso quel cornetto con doppia nutella che vedo ogni giorno dietro il vetro del bar, e sono ingrassata comunque di un chilo, mannaggiaammè.

Ho lavorato molto, illudendomi come sempre di poter lavorare moltissimo un giorno per poi essere più libera i giorni seguenti, senza nessun apprezzabile risultato.

Ho ricevuto un complimento sul lavoro, uno di quelli pieni, cicciuti e convinti, a gola spiegata, senza se e senza ma, e non me lo aspettavo per niente e sono stata molto felice.

Sono stata a una festa dove non conoscevo nessuno se non la padrona di casa e ho chiacchierato e mangiucchiato e ridacchiato, e anche questo non me lo aspettavo, ché io di solito con gli sconosciuti sono silenziosa e noiosetta.

Ho passato una mattinata a un angolo di strada, sotto la pioggia, con un libro noioso e un pacchetto di crackers integrali e il cellulare semi-scarico, perché avevo fatto una promessa a Mohamed e stavo cercando di mantenerla, anche se poi non.

Mi sono dispiaciuta tre o quattro volte di non poter scrivere a Matelda in cerca di conforto e confronto.

Ho litigato con mia madre e chiesto scusa a mia madre a ciclo continuo circa quindici volte al giorno. Mi sono lamentata di lei con mio padre e di mio padre con lei e di entrambi con Ste, e poi mi sono scusata con tutti molte volte.

Ho spazzolato Nando, e lui mi ha porto le zampe scodinzolando; poi gli ho lanciato la pallina, e lui ha fatto baubauarf, l’ha recuperata da sotto il mobile e si è messo nella cuccia a masticarla guardandomi di sottecchi e non c’è stato verso di farmela restituire.

Ho parlato. Ho ascoltato. Ho avuto la sensazione che nessuno mi ascoltasse.

Ho cercato di restituire a uno dei miei volontari almeno un decimo di quello che lui ha fatto per me.

Ho avuto un incubo terribile. Mi sono accorta che era solo un incubo, ma mi è rimasta addosso la sensazione di fastidio per molte ore.

Ho rivisto alcuni film che amo. Ho ascoltato diciassette volte di fila la stessa canzone. Ho telefonato quattro volte in Iran. Mi sono avvilita perché non ho più Spotify. Ho scritto sciocchezze sui social a ciclo continuo.

Ho dormito troppo poco.

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Persone che non capisco.

Quelle che scelgono l’arancina accarne anziché abburro, o che ordinano il pollo arrosto con le patate al forno invece che fritte, o che, davanti a un cabaret di dolcini, preferiscono il cannolo alla cassatina.

Quelle che mi chiedono perché mi vesto così pesante anche se c’è caldo, e perché non mi taglio i capelli o non porto scarpe col tacco.

Quelle che parlano di argomenti troppo intimi o personali: come colleganuova che mi dice che ha cambiato misura della coppetta mestruale perché quella che aveva prima adesso è piccola, o come vagaconoscente che mi informa che ieri ha avuto la diarrea.

Quelle che condividono ogni attimo della propria giornata su Facebook, pasti passeggiate film abbracci col fidanzato biglietti del tram appena obliterati, e quelle che hanno il profilo blindato e si vantano di non condividere mai nulla e si comportano come spie dei servizi segreti in incognito.

Quelle che mi scrivono un lungo e circostanziato messaggio privato per chiedermi come mai le ho rimosse dalle amicizie su Facebook, non accorgendosi che il ferale misfatto è avvenuto molti mesi prima e confermando così, di fatto, la nostra non-frequentazione virtuale.

Quelle che al bar prendono il ginseng macchiato soja con zucchero di canna a parte, e che danno del tu al barista.

Quelle che chiamano la cassiera del supermercato Signorina, anche se dimostra sessantacinque anni e ha la fede al dito.

Quelle che cercano di passarmi davanti in fila al supermercato al grido di Ho lasciato il cane in macchina o Devo andare a prendere il bambino a scuola, a cui mi piacerebbe rispondere ecchissenefrega – non del cane e del bambino, sia chiaro, ma delle esigenze del tipo in fila, La prossima volta vai a far la spesa quando hai più tempo.

Quelle a cui non piace la pizza, o il paneepanelle, o l’estathè, o l’estate.

Quelle che non hanno mai letto Mafalda, o il Corriere dei piccoli.

Quelle che mi chiedono con scandalizzato stupore perché non bevo alcolici; quelle che fanno ironia sul fatto di bere molto o se ne vantano, raccontando nei dettagli banali serate etiliche che neanche in Jack Frusciante è uscito dal gruppo: soprattutto se hanno più di sedici anni.

Quelle che criticano gli altri per ciò che mangiano: e quelle – e sono moltissime, accidenti! – che imputano ai vegani di fare proselitismo sulla propria dieta, e mentre se ne lagnano fanno proselitismo sulla dieta onnivora.

Quelle che non hanno curiosità e non fanno mai domande.

Quelle che la domenica pomeriggio vanno al centro commerciale a passeggiare e si portano il cane.

Quelle a cui piace andare da Brico a scegliere tasselli e cacciaviti.

Quelle a cui non piace cucinare, o mangiare, o mangiare in compagnia, e quelle a cui non piacciono le piante.

Quelle che rispondono con scortesia immotivata, e a cui non si può rispondere con scortesia motivata per non passare a propria volta per maleducati.

Quelle che guardano con stupore o fastidio la tenda di Mohamed, la sua sedia, i vestiti stesi fuori ad asciugare.

Quelle che non ti sorridono in risposta, se tu sorridi loro.

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