“Hai letto il libro? Allora non guardare il film!”

Un luogo comune recita che i film tratti dai libri siano sempre una delusione, per chi ha già letto i romanzi in questione. Grazie al cielo, non sempre è vero, o almeno credo. Infatti, sebbene sia laureata in Scienze dello Spettacolo (già, è un corso di laurea, lo giuro), non ho visto molti film; vado raramente al cinema, e la mia soglia di attenzione, davanti alla tv, arriva a stento a una puntata di Scrubs: ventiquattro minuti spazi inclusi, più o meno. Mi sono persa un sacco di cult e penso di essere l’unica italiana nata negli anni Ottanta a non aver visto Top gun. Conosco Ufficiale e gentiluomo e Pretty woman solo perché, un paio d’anni fa, mi sono imposta di guardarli  – all’ennesimo passaggio estivo su raiuno, chiaramente. E Via col vento, che mi è piaciuto molto – anche se alla fine quel Rhett mi ha molto delusa – è stato una faticosa conquista della scorsa primavera. Viste le premesse, quindi, ho avuto poche volte l’occasione di farmi contrariare dai film tratti dai libri che ho letto: semplicemente, non li ho visti. Certo, ho odiato di cuore Bille August che, nella sua versione di La casa degli spiriti, scorcia la storia limitandosi a saltare una generazione, creando un casino incomparabile. Ma, per il resto, il detto “occhio che non vede, cuore che non duole” si attaglia particolarmente alla mia esperienza. Fanno eccezione, però, due film deliziosi tratti da due libri di Nick Hornby: About a boy, versione cinematografica di Un ragazzo, e Febbre a 90°. Sono una groupie di Nick Hornby: saltello, batto le mani e mando urletti di giubilo ogni volta che mi imbatto in uno dei suoi libri. Ne ho letti molti, mi sono piaciuti un sacco. Sono leggeri, delicati, profondi, piacevolissimi. Febbre a 90° contiene la più esauriente e complessa spiegazione del fenomeno della violenza negli stadi che abbia mai letto. Mi piacciono i suoi personaggi, e l’idea di ritrovare una parte di lui nei giovani protagonisti con madre single di Un ragazzo e Tutto per una ragazza mi intenerisce molto. Mi piace la sensazione che provo, leggendo quello che scrive: quella di avere pensato molte volte qualcosa di simile, senza essere stata in grado di esprimerlo, o anche solo di vederlo con quella chiarezza. Ho apprezzato moltissimo Come diventare buoni: la sua problematicità, la mancanza di risposte precise e univoche, l’umiltà di non dare istruzioni pre-confezionate ma di porre domande ovvie, scomode, normali. Mi ha intrigato la capacità di cambiare voce che dimostra in Non buttiamoci giù, l’amara ironia di Alta fedeltà. Soprattutto, mi ha fatto impazzire leggere le raccolte di testi di Una vita da lettore, la rubrica sui libri che cura per il Believer. Chi ha il coraggio di ammettere che alcuni libri sono terribilmente noiosi, e che spesso ci ostiniamo a leggere romanzi che sappiamo che odieremo, soltanto per poterli demolire un po’, perdendo tempo e riempiendoci di astio e frustrazione? Lo adoro.
Tornando ai film, li ho guardati entrambi con una punta di perplessità: sopracciglio sollevato e aria preoccupata, attendevo il momento in cui avrei esclamato sacrilegio! Invece no, mi sono piaciuti entrambi. Penso che uno dei motivi sia che, piuttosto che cercare di traslitterare dalla pagina allo schermo, i fratelli Weitz e David Evans hanno manipolato il materiale di partenza, impastandolo e stendendolo e stirandolo e appallottolandolo fino a renderlo altro dal libro. Febbre a 90°, da saggio autobiografico, diventa una commedia piacevole e un po’ malinconica con un bravissimo Colin Firth. About a boy, invece, è stato intelligentemente traslato in avanti, dagli anni Novanta del grunge, assoluto protagonista del libro, ai Duemila. Hugh Grant è sorprendentemente credibile, e la scena tenerissima di Marcus che, per far sorridere la madre, canta Killing me softly davanti ai compagni di scuola, inventata per l’occasione, è inserita in maniera calzante. Leggete i libri, davvero, e guardate i film: non vi deluderanno.

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Fatevi i piatti vostri!

Ognuno di noi ha gusti particolari, in fatto di cibo. Ci sono persone che non sopportano l’aroma di aglio e cipolla, altre che non assaggerebbero mai un pomodoro, altre ancora che non mangiano formaggi. Esistono individui che nutrono un’idiosincrasia per il cibo crudo e altri che non sono a proprio agio nel mangiare fuori casa, c’è chi non vuole provare piatti etnici e chi ha orrore per le spezie. Infine, c’è chi del proprio modo di mangiare fa una filosofia di vita, una religione e soprattutto un pretesto per evangelizzare il mondo: si tratta quasi sempre dei veg(etari)ani.
Uno dei momenti che pavento di più, con compagnie che conosco poco, è quando si decide di fare uno spuntino e, in fila al bar dietro il vetro del banco, si additano i cibi: la voce che pronuncia ‘io non mangio il calzone al forno, sono vegetariano’ risuona nella mia mente come un segnale di pericolo. So già che inizierà un’interminabile discussione che vedrà il gruppo dei carnivori (denti affondati nel ripieno dell’arancina e sguardo godurioso) tacciato di brutalità, ipocrisia, scarso interesse per la salute del mondo, crudeltà, vigliaccheria e, per buon peso, appartenenza al pdl. Ci si dilungherà in raccapriccianti descrizioni dei mattatoi, particolareggiati resoconti di leggende metropolitane (“le aragoste gridano quando le getti in acqua!”), assurde credenze contrarie a qualsiasi buon senso (“le mestruazioni sono un sintomo di malattia, e le donne vegetariane non le hanno”) e via dicendo. Ma accidenti, perché ognuno non è libero di mangiare (o non-mangiare) quello che preferisce, senza fare proselitismo? Perché le persone che non mangiano carne sono generalmente accomunate da uno spirito di gruppo degno di una religione? Perché fare una filosofia delle proprie scelte alimentari, e soprattutto, perché sforzarsi di imporle agli altri? Perché la non-violenza contro gli animali non viene applicata anche agli uomini? Perché non ho il diritto di gustare il mio panino con le polpette in pace? Perché molte persone hanno bisogno di costruirsi un’etichetta su misura? Perché in tanti preferiscono essere ‘il vegetariano’ piuttosto che ‘Mario Rossi’? Ricordo ancora una cena di compleanno appesantita in maniera intollerabile da un amico, intelligente simpatico amabile ma in fase vegetariana, che giudicò con aria severa ogni nostro boccone. Perché tanta gente ha bisogno di avere qualcosa in cui credere, un gruppo in cui identificarsi, un branco in cui perdersi? Ho visto mille volte, su Facebook, account che alla voce ‘religione’ indicavano ‘vegetariano’; non ho mai visto nessuno scrivere ‘amo le cotolette’.
Non ho mangiato carne per quasi dieci anni: non per motivi religiosi, o convinzioni particolari o simili: solo perché mi infastidiva l’odore, e trovavo sgradevole la consistenza. Forse, semplicemente perché mi ero saturata: da bambina avevo dovuto ingollare ogni giorno la triste e insipida bistecchina di vitello che mi veniva servita a pranzo e non ne potevo più. Adesso, lentamente, sto riprendendo a mangiarla: non il vitello, di cui non mi piace il sapore, ma il maiale o il pollo, non molto spesso, sì.
La memoria legata al gusto è antica, quasi ancestrale; molti dei piatti della mia infanzia erano a base di carne. Ancora adesso, quando preparo il ragù, penso ai pranzi della domenica, alle nonne che non vedrò più, a quanto era bello stare in ginocchio sulla sedia e guardarle cucinare. Ci sono cibi che non ho più mangiato, da allora: e vorrei tanto riassaggiare quegli spiedini di carni miste panati e fritti della mia infanzia, ma ho paura che il sapore sia cambiato, o forse sono io, però.
La letteratura è piena di personaggi vegetariani; adesso me ne vengono in mente due, entrambi ragazzini: Oskar di Molto forte, incredibilmente vicino, personaggio che ho trovato stucchevole, noioso, pedante (scusa Anna!), e Marcus di Un ragazzo di Nick Hornby: tenero, spaventato, intraprendente, vero.

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