Cose che mi sono piaciute (visitando Londra per la terza volta).

Tate BritainI pennuti che affollano i parchi: soprattutto quelli che si aggirano, tronfi e starnazzanti e sculettanti, per St. James’s Park, pronti ad aprire il becco per ingollare i bocconi di pane che le persone lanciano in acqua, a spiccare brevi voli sul pelo dell’acqua, ad ergersi sulle zampe per battere velocemente le ali, con un’aria minacciosa vagamente ridicola.

Le carte topografiche del rione, con l’indicazione You are here, imbullonate a ogni angolo di strada, nel centro della città: così numerose e dettagliate e didascaliche da risultare quasi fastidiose; le persone che, intente a vederti percorrere con l’indice una di queste carte, si fermano spontaneamente e ti chiedono What are you searching for?, e ti spiegano il percorso o ti accompagnano fino all’incrocio, ché tanto da là Go straight on e sei arrivato.

La pioggia continua, persistente, instancabile, così sottile e lieve che anche tirar su il cappuccio sembra un’esagerazione; l’aria gelida e cristallina che si va intiepidendo nel corso della giornata; la sensazione di essere in autunno, e la breve vertigine che si prova ogni volta che affiora la consapevolezza che no, è quasi ferragosto.

Gli scoiattoli che zampettano e avanzano a balzelloni, impassibili, sotto gli alberi, per nulla infastiditi dalla presenza umana: e, anzi, si lasciano corrompere facilmente con naccioline e anacardi e spingono il loro zelo fino a mangiare dalle mani degli esultanti benefattori.

La constatazione che il fatto che in Inghilterra si mangi male è un falso mito: ma il fish&chips è bollente e buonissimo e fragrante, e le colazioni a base di yogurt, frutta, miele e muesli sono quanto di più godurioso si immagini, e gli innumerevoli negozi che vendono panini, sandwich e insalate e frutta e frullati già pronti, esposti in enormi banchi-frigo, sono in grado di generare immediata dipendenza.

Visitare Cambridge, che è una cittadina universitaria arcinota, ma io non c’ero mai andata e non sapevo che fosse in gran parte cinque-seicentesca e per questo parecchio suggestiva, che sorgesse su un fiume navigabile e che avesse un pub sul fiume in cui prendere una birra o una spremuta d’arancia con il sole in faccia (e la speranza di qualche lentiggine in più).

I canali di Londra, che non conoscevo, e che sono molto curati e sicuri, pieni di gente in bicicletta e persone a passeggio coi cani e battelli ormeggiati e case-barca con le tendine alle finestre: e un delizioso pub su uno dei canali, a Islinghton, dove abbiamo mangiato e bevuto e passato una bellissima (ultima) serata).

I gatti che sonnecchiano fuori dai giardini, sui marciapiedi dei quartieri residenziali, e che, sussiegosi e alteri, accettano carezze dagli sconosciuti.

Il cibo giapponese, che è diverso da quello che si mangia in Italia, ma sembra, a me che non sono mai stata in Giappone, più gustoso e fantasioso e autentico e speziato, più giapponese-giapponese e meno giapponese-da-cartolina, e uno strano ristorante giapponese di Camden Town, dove abbiamo assaggiato moltissimi tipi di sushi e di maiale e di noodles, gestito da un’intera famiglia che si alternva aai tavoli e in cucina e che alle 10 ci ha comunicato che dovevamo andar via, loro stavano chiudendo, ma noi eravamo già pieni oltre il limite della capienza e siamo rotolati via in silenzio.

Il quartiere di Finsbury Park, dove le vie sono ampie e pulite, c’è silenzio e serenità, e una diffusa sensazione di sicurezza; dove le strade principali hanno negozi di parrucche multicolori e strepitosi fruttivendoli zeppi di frutta e ortaggi e verdure che non conoscevo, e ristorantini etnici e pub in cui vedere la partita; dove la domenica si incontrano moltissimi tifosi dell’Arsenal, con la maglia rosso-bianca e l’espressione delusa, ma non truce e battagliera come mi aspettavo.

E poi, in ordine sparso, la pulizia delle strade, i segnali di Keep right sulle scale mobili, che sono un po’ fastidiosi nel loro tono didascalico ma mi evitano il terrore di essere urtata da qualcuno che corre verso la banchina, la suprema comodità di usare il bancomat ovunque, la metropolitana che passa ogni minuto e quindi se la perdi pace, non fa nulla; i musei gratuiti in cui rifugiarsi quando piove, i pedalò sul laghetto di Hyde Park, il panino con pollo e verdure grigliate, i cani sempre al guinzaglio; lo sfarzo di Harrod’s con le albiocche a 50 £ al chilo, la confusione e un’aria di vaga finzione al mercato coperto di Covent Garden, la vista dal piano di sopra, in autobus; la voglia di tornarci.

L’essere state accolte con dolce sollecitudine, con consigli e indicazioni e percorsi da fare a piedi, con tessere della metropolitana e taxi notturni, con cene succulente e affetto; la sensazione di essere in famiglia, a casa.

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Il privato è pubblico?

gay-flagAlcuni mesi fa un brillante giovane che conosco – da-poco-quarantenne di bell’aspetto e piuttosto simpatico e attraente – mi ha confessato con una punta di imbarazzo che il suo compagno, molto-più-che-quarantenne con un buon lavoro autonomo, solide finanze, auto aziendale e un bel po’ di chili di troppo, con cui convive da cinque anni, non è dichiarato con la propria famiglia. I suoi genitori sono anziani, mi ha spiegato: lui è il figlio minore, ha sorelle e fratelli molto più grandi, ha preferito non dire nulla. E come fate, quando vi vedete?, ho chiesto io; Non ci vediamo, ha chiosato lui, e io ho intravisto, tra le sue parole sorridenti e finto-noncuranti, la sofferenza di essersi trasferito dall’altra parte d’Italia a Palermo, lasciando un impiego avviato e due genitori affettuosi, per poi passare il pranzo di Natale a mangiare da solo frittelle di ceci e pollo tandoori e riso in bianco presi al take-away indiano, mentre il suo compagno trangugia lasagne e polpettone e cassata fingendo di vivere da solo. Ho pensato agli assurdi contorsionismi, mentali e verbali, con cui il suo compagno è riuscito a tenere i suoi (tanti) familiari lontani dal suo appartamento: Oggi c’è molto disordine, e poi la casa è fredda, e poi preferisco invitarvi a cena fuori, si mangia meglio. Mi sono chiesta quanto possa essere disagevole e scomodo mentire per un’intera vita, e quanto possa essere umiliante essere l’oggetto della menzogna; ho provato, per loro, un mix di sentimenti che ho dovuto analizzare con calma: e dentro c’erano pena per la situazione, imbarazzo per come mi è stata raccontata, dolore per la loro sofferenza, indignazione verso questa famiglia che finge di non capire e molta rabbia: sì, anche rabbia, perché un ragazzino di sedici anni che si nasconde lo comprendo, un ventenne che dipende dai genitori e non si palesa lo comprendo, un venticinquenne che non ha ancora trovato una stabilità economica e affettiva e rimane in silenzio lo comprendo, ma un quarantenne che tiene il suo compagno nascosto per anni per paura di mettere in discussione il rapporto con i suoi genitori no, non lo comprendo affatto.

Senza entrare nel merito di esigenze particolari e situazioni personali, di coming out semplici e gioiosi e di altri dolorosi, strazianti, tragici, non posso non pensare che venire allo scoperto e vivere la propria omosessualità con semplicità e chiarezza sia un atto politico di straordinaria importanza, l’unico reale modo per sconfiggere l’ombra del tabù di cui ancora è ammantata, e che vorrei un’Italia piena di persone che non temono di tenere per mano il proprio partner, di chiamare Amore la propria fidanzata, di comunicare al proprio capo che No, domani non vengo, c’è la laurea della mia compagna. Che vorrei maggiore coraggio, soprattutto da chi corre rischi limitati: come, appunto, un cinquantenne che lavora, ha una casa propria e non teme di finire sbattuto fuori nella notte, con uno zainetto pieno di vestiti e nessuna idea su dove andarsi a rifugiare; o come tutti i personaggi pubblici che preferiscono ammiccare e lasciar intendere anziché parlare chiaramente, temendo di perdere qualche fan e non pensando di starne deludendo moltissimi altri. E che non si invochi, per favore, il diritto alla privacy, che sia sul luogo di lavoro, in famiglia o sul palcoscenico: perché non si tratta di raccontare al mondo cosa si fa in camera da letto, ma con chi si sceglie di condividere la vita: e non mi pare di aver mai visto un uomo eterosessuale che non dica al proprio datore di lavoro di essere sposato, o un cantante che neghi pubblicamente di avere dei figli, o un politico che si definisca single e poi svicoli quando gli si domanda della sua vita personale. Il privato è pubblico: o meglio, deve esserlo, almeno un po’: quanto basta a non scadere nel ridicolo, a non impelagarsi in assurde impalcature verbali per celare situazioni che non hanno nulla di scabroso, a vivere con serenità la propria vita.

Ah, e vi prego, si dice “coming out”, non “outing”; almeno questo.

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Complimenti a noi.

Sono una persona tradizionalista, si sa: mi piace fare l’albero di Natale, mi piacciono i bambini ben educati e gli adulti cortesi e rispettosi, che salutano quando arrivano e quando vanno via e non alzano la voce per sovrastare gli altri, non si tolgono le scarpe sotto il tavolo al ristorante e non danno del tu al cameriere o al cassiere del supermercato, specialmente se è, il cameriere o il cassiere, un uomo di mezza età, stempiato e probabilmente nonno; se mi invitano a un pranzo non mi siedo prima della padrona di casa, se busso a una porta aspetto che mi si dica “avanti”, se ho sonno cerco di non sbadigliare sonoramente in faccia a chi mi circonda. Sono tradizionalista, dicevo: e quindi mi piace molto festeggiare il giorno in cui io e la mia bella ci siamo scelte. Mi piace ricordare quel periodo, quando febbraio improvvisamente era diventato primavera, e c’era caldo – oddio, non proprio caldo, diciamo molto tepore – e andavamo a passeggiare in spiaggia nel pomeriggio, e poi io studiavo di sera fino a tardi ed ero molto contenta. In quel periodo stavo dando i primi esami all’università, e mi sembrava di avere davanti un mondo pieno di possibilità e occasioni, e tra queste possibilità e occasioni non c’erano quelle che poi ho realmente avuto, ma ce n’erano altre che mi sembravano parecchio attraenti; ero magretta e portavo i capelli sciolti, avevo preso da poco la patente e mi sembrava che non sarei mai potuta essere più felice di così: e invece poi ho scoperto che potevo essere molto, molto più felice.

La maggior parte dei miei coetanei esibisce un palese fastidio per gli anniversari: non ricordano quando cada il proprio; non ipotizzano nemmeno di scambiarsi regali o fiori col proprio partner; al limite, possono cogliere l’occasione per andare a mangiare qualcosa fuori. Non sanno cosa si perdono: perché un anniversario, a parte l’evidente e non trascurabile retroscena mangereccio, è un momento di enorme gratificazione: quello in cui pensi che, se l’altra persona ti si carica da tutto quel tempo, evidentemente qualcosa di buono in te c’è; che sia l’allegria nell’affrontare i piccoli impirugghi quotidiani o la capacità di preparare buoni dolci, che sia la resistenza alla noia o l’abilità nel reinventarsi, che sia l’arte di sorridere di fronte a un piccolo guaio o la forza nel sostenere l’altro quando il guaio è molto grosso, c’è un lato del tuo carattere che l’altro ama più di quanto provi fastidio per tutti gli altri: quelli che ti fanno essere scorbutico al mattino, silenzioso e insofferente al pomeriggio, aggressivo quando sei stanco, sprezzante quando hai paura. È il momento in cui ti dici che vai bene così come sei: e che sì, è vero, potresti impegnarti di più nel non lasciare calzini sozzi in giro e nel rispondere senza sarcasmo a una domanda che ti è già stata posta mille volte: ma, per oggi, pace: vai bene così e basta.

Quando sentono che io e la mia bella stiamo insieme da tanto, di solito le persone ci dicono che siamo fortunate: ed è vero, accidenti, lo siamo: perché ci siamo trovate, e ci siamo trovate in un momento in cui entrambe eravamo abbastanza mature e consapevoli per iniziare una storia; ma siamo anche state molto brave: perché siamo riuscite a crescere insieme, a tenerci strette quando i problemi erano molti e grossi, a non prevaricarci troppo, a fare ognuna un passo verso l’altra per camminare insieme. A diventare come i nostri due gelsomini: che si abbracciano e si fanno omrba a vicenda quando il sole è troppo forte, ma che restano comunque sé stessi, ognuno col suo speciale, dolcissimo profumo.
Buon anniversario, amore.
Dato che la app di RaiPlay radio funziona di nuovo, sto ascoltando la bravissima Anna Bonaiuto che legge Caro Michele di Natalia Ginzburg; lo avevo letto molti anni fa e lo ricordavo poco, ma ha la bellezza semplice e pulita e struggente della sua scrittura, al servizio di una storia in cui c’è tanto amore, ma è così ridondante e confuso e silenzioso e gridato da diventare un grosso nodo di non-amore.

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Go vegan!, ovvero di chi giudica per partito preso.

Non sono vegana. Non sono mai stata neanche vegetariana, se è per questo: per moltissimo tempo non ho mangiato carne, ma per una mera questione di gusto – probabilmente ero satura da un’infanzia scandita dalle tristissime fettine di vitello che venivano ammannite quotidianamente a qualsiasi bambino nato negli anni Ottanta. Mangio tutto, più o meno: con scarsa predilezione per qualcuni alimenti e reale avversione per pochissimi altri, con gusto e spesso eccessiva, imbarazzante voracità. Non sono vegana, affatto: ma mia madre lo è, per mille ragioni che sarebbe futile spiegare, e dato che so per certo che mia madre non è stupida, mi sono sinceramente stancata di sentir dire, sui social come anche nella vita reale, che tutti i vegani sono stupidi.

Dal mio punto di vista, i vegani sono persone che, per ragioni che possono o meno essere condivise, hanno fatto una scelta alimentare diversa da quella della gran parte degli altri. Che lo facciano per amore degli animali, per odio verso i vegetali, per motivi di salute o per farsi notare, saranno pure fatti loro: ma, così come è politicamente scorretto dire a una persona sovrappeso che è grassa ma nessuno trova niente di strano nel dire di una donna snella che dovrebbe ingrassare un poco – con corollario di benevole espressioni del tipo ‘è uno scheletro vestito’ o ‘le ossa si danno ai cani’ – adesso va di moda sparare a zero contro i vegani: e quindi sono tutti degli sciocchi, o degli esaltati, o dei nazisti. Ecco, io le generalizzazioni le odio: conosco vagonate di gay poco sensibili, di donne sgraziate e moleste, di persone di sinistra dalla mentalità gretta e settaria e di vegani intelligenti. Basta guardarsi intorno, magari facendo una chiacchierata e non limitandosi a o uno scambio di battute sul web: pensateci, potreste scoprire tante nuove sfumature, in un mondo che vi appare noiosamente monocromatico.

Qualche giorno fa, per Santa Lucia, mi sono vantata – non troppo a ragione, forse – su facebook di aver confezionato un’ottima versione vegana della cuccìa. I commenti non sono stati lusinghieri. In realtà, avevo semplicemente sostituito il latte vaccino della crema di cioccolato con latte vegetale: e questo perché sono intollerante al lattosio dalla nascita, e perché così anche mia madre avrebbe potuto mangiare il dolce. Non è necessario essere vegani – e quindi, nell’accezione collettiva, un po’ cretini – per mangiare vegano: a ben pensarci lo faccio molto spesso, e anche la mia compagna lo fa, quando ceniamo con un’insalata di patate bollite, fagiolini, pomodori e mais, o quando mangiamo la pasta con le lenticchie, o quando la domenica a pranzo optiamo per un panino con panelle e crocchè; e non penso che questo abbia ucciso qualcuno dei miei residui neuroni. Né, soprattutto, penso che questo dovrebbe riguardare chi mi circonda: il vecchio adagio di mia nonna del fatto che sia cattiva educazione guardare nel piatto degli altri dovrebbe tornare a far scuola.

Ho finito da poco “Carne mia” di Roberto Alajmo, e accidenti, che bel libro! La storia c’è ed è molto ben raccontata, e il finale è decisamente da brividi. Leggetelo, davvero.

Per concludere, è abbastanza ridicolo che mi trovi a dover scrivere un post in difesa dei vegani proprio oggi che proporrò alle mie amiche di andare a mangiare un buon hamburger (per me, con gorgonzola, spinaci crudi e confettura di ciliegie). Ma tant’è.

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Cose che vanno di moda.

Le camicie di flanella a scacchi, di cui non si sentiva affatto la nostalgia. Le maglie invernali con l’ombelico in evidenza, che hanno funestato la mia adolescenza. I tagli di capelli asimettrici, quelli per cui andrebbe comminata una multa salata a Emma Marrone. Il look metrosexual per gli adolescenti maschi.

La parola “resilienza”.

I libri “La ragazza del treno”, “La verità sul caso Harry Quebert”, “Io prima di te”. Giudicare male chi ha letto “La ragazza del treno”, “La verità sul caso Harry Quebert”, “Io prima di te”.

Le battute sull’incipiente stagione invernale parafrasando “Il trono di spade”.

Il cibo senza glutine. Il cibo senza olio di palma. Le farine “di grani antichi”. Prendere la pizza con farina di Tumminia anche se è pesantissima.

Dichiarare di votare No al referendum. Citare Renzi in qualsiasi conversazione da social network. Dirsi contrari alle trivelle “nei nostri mari” – anzi, no, questa era di moda qualche mese fa.

Essere a favore della Ztl. Citare, a questo proposito, le “altre città europee” che si giovano da decenni di ampie e ben servite Ztl. Lodare il tram ma non averlo mai preso.

La serie televisiva “The young pope”.

Affermare con piglio deciso di aver letto tutti i libri di Hatty Potter già molti anni addietro. Non esitare a litigare per stabilire chi, tra due contendenti, ha letto la serie prima dell’altro.

Il gelato di pistacchio di colore marroncino smunto.

I nomi Sofia, Lorenzo, Martina, Daniel, Samuel, Matthias.

Asserire di non guardare mai la tv: anzi, di non averla proprio; anzi, di averle dato fuoco su una pubblica piazza. Inserirsi in ogni conversazione su un programma televisivo con un punto di vista strettamente documentato sugli ultimi episodi.

Far dormire i bambini nel lettone fino alla maggiore età. Allattarli fino alla maggiore età. Permettere che usino ciucci e pannolini fino alla maggiore età. Lamentarsi che gli italiani sono bamboccioni e nel resto del mondo a sedici anni si è già fuori di casa.

Dire di voler andare a stare a Berlino o a Londra.

Credere di smascherare evidenti truffe o di evidenziare palesi prese in giro perpetrate ai danni degli “altri”, servendosi di siti internet che affermano di comunicare verità celate dalla stampa.

Leggere le graphic novel, meglio se di Zerocalcare.

Citare con grande zelo e aria contrita noiosi brani di Erri de Luca.

Scrivere che Trump è pessimo però, ecco, non è che la Clinton fosse molto meglio.

Mangiare pasta integrale dall’indubbio sapore di paglia e torba. Coltivare erbe aromatiche sul balcone di casa. Rifiutare l’insalata di riso ma non aver remore nei confronti di quella di orzo.

Negare di aver letto “Cinquanta sfumature di grigio” ma avere un’opinione precisa su Mr. Grey.

Condurre una vita all’insegna della noncuranza nei confronti della religione e poi sposarsi in chiesa e battezzare i propri figli.

Dire che non si va ai funerali perché sono troppo tristi.

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Due o tre cose che ho imparato tornando a Roma quattordici anni dopo.

Che Roma è molto molto più grande e faticosa e dispersiva di quanto ricordassi, piena di strade lunghissime e piazze enormi e slarghi immensi, e che pensare “arrivo in due minuti, basta qualche fermata di metropolitana” è un’utopia nutrita di assurdo e insensato ottimismo.

Che a Roma, d’estate, c’è davvero caldo: un caldo fondo e senza remissione, che non scema neanche la sera, avvolgente e appiccicoso, imbibito d’umidità, che fa sudare e regala un mal di testa sordo e costante: niente a che fare con lo scirocco siciliano, bollente e asciutto e prepotente e mutevole, pronto ad andar via dopo poche ore.

Che a Roma è facile imbattersi in qualcosa di meraviglioso senza averne avuto l’intenzione: basta seguire un vicolo, ascoltare uno sciabordio vivace di piedi nell’acqua, svoltare un angolo e trovarsi di fronte alla Fontana di Trevi, candida e imponente e brulicante di turisti intenti a lanciare monetine.

Che (quasi) tutto, a Roma, è imponente, grandioso, ridondante: l’Altare della Patria, apparso anche questo per caso davanti ai nostri occhi, il Colosseo, piazzato di sghimbescio all’uscita della metro come un’apparizione, ma anche i centri commerciali, i treni, i viali, i boccali di birra e le bruschette col patè di olive.

Che la pasta cacio e pepe è molto buona, gustosa e sana: e che il desiderio di mangiarne subito un altro piatto e l’ovvia certezza di non poterlo fare sono il perfetto contrappasso al piacere di trangugiarne una porzione robusta.

Che alloggiare per qualche giorno in un quartiere periferico e popolare ha una serie di vantaggi: nei pressi del b&b si trovano posti dove sgranocchiare qualcosa e mandar giù un aperitivo a prezzi decenti, la zona è sicura e tranquilla a tutte le ore, la sera si incontrano le signore del rione che, accomodate su panchine di pietra, fanno l’uncinetto in compagnia. Si può riempire la bottiglietta d’acqua alla fontana facendo la fila dietro a due signori con un setter e beccarsi anche una bella lappata dal cane.

Che un viaggio a Roma è più bello se ci sono degli amici che ti danno indicazioni e ti invitano a cena e ti portano in un locale dove puoi scegliere tra 100 panini (100 panini!) che costano un euro ciascuno; amici che ti suggeriscono posti da vedere e ti aiutano a tenerti ai margini della folla, ad assaggiare i pangoccioli fatti in casa a tarda sera, a girare per Trastevere con agilità e passo scattante. Che ti fanno sentire a casa tua anche se sei lontana da casa.

Che Campo de’ Fiori è uno dei luoghi più affascinanti della città, col fratacchione torvo e scocciato al centro e tanti locali da birra e patatine intorno, ma che pensare di mangiare qualcosa lì è da folli e che qualcuno dovrebbe suggerire ai camerieri dei ristoranti una tecnica di abbordaggio meno aggressiva, perché apostrofare chiunque passi nel giro di molti metri dal proprio ingresso con urla e gesti delle mani per invitarli a entrare è sgradevole e controproducente.

Che Roma è stupenda, e che andarci con una persona stupenda è davvero il massimo.

Per ammortizzare le molte ore di ritardo del volo di ritorno ho acquistato Una madre lo sa di Concita De Gregori: libro banalotto e assolutamente dimenticabile, adatto solo a trascorrere qualche ora in aeroporto.

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Promesse d’estate.

I maglioncini di lana leggera, soffici e scollati, da sostituire in fretta con quelli di cotone, freddi al tatto e asciutti, essenziali. I calzettoni a righe multicolore, verde viola arancio rosso. Il giubbotto jeans, che desidero da quando avevo cinque anni e che non ho mai avuto. La giacca di pelle, che mi ricorda uno dei momenti più dolci ed emozionanti della mia vita. Le sciarpette svolazzanti, le maglie multistrato, le sneakers di tela, gli occhiali da sole. I primi sandali.

Il gelato, coppetta brioche cono, i gusti alla frutta delicati e freschi o quelli alla crema, intensi e materici e stancanti, pesanti; la copertura con colata di cioccolata calda, confettini pastiglie colorate codette e cereali da prima colazione, gli sbuffi di panna montata. I panini con la panelle mangiati al volo in tavolini al sole, gli aperitivi all’aperto, le cene per strada o in terrazza, le scampagnate, le grigliate all’aperto. L’insalata di pasta, la caprese, gli ultimi carciofi, i primi fagiolini.

Le passeggiate in riva al mare. Le giornate che si allungano, si stirano e spiegano e stiracchiano, come in uno stretching da dopo-palestra. Il cielo chiaro anche alle sette di sera. Lo scirocco, le macchine sporche di sabbia rossastra, il vento afoso e rombante che entra in casa, la sensazione del sole caldo sulla pelle. Il pizzicorio alla pancia e alle punte delle dita, gli insetti che sbattono ostinatamente contro i vetri, i cani che zampettano al parco.

Le interrogazioni di metà quadrimestre, la ricerca dei libri per gli esami estivi, gli statini in bianco impilati sui tavoli, il calendario di Una marina di libri che prende forma, si gonfia di nomi e date e presentazioni da incastrare e ricombinare, un domino di nomi titoli accademici titoli onorifici titoli e sottotitoli di saggi romanzi raccolte di racconti in continuo riassestamento. I biglietti in vendita per i concerti dell’estate, i voli low-cost da iniziare a studiare per i cinque giorni di vacanza ad aogsto.

I negozi che esibiscono canottiere e costumi da bagno, bikini esotici e boxer aderenti, visiere fluorescerenti, teli da mare in tutte le gradazioni del blu, ciabattine di gomma infradito, cuffie e maschere e pinne. Lo stand della protezione solare, accanto alle casse del supermercato. Le scatole di cornetti e mottarelli nel banco surgelati, le vaschette di sorbetti alla fragola accanto alle buste di spinaci surgelati.

I ragazzi che saltano la scuola e si sdraiano sul prato di piazza Magione, la testa sullo zaino gonfio di libri, il naso che si imperla di lentiggini, l’autobus per Mondello che straripa di adolescenti in fuga dall’assemblea d’istituto.

A Palermo è primavera.

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Regali.

È Natale, o almeno lo era fino a ieri; è tempo di pasti abbondanti, di campanelle tintinnanti, di candele accese, di decorazioni appese alla porta di casa. È anche tempo di auguri: e allora, ecco quello che auguro alle sette persone che leggeranno questo post.

Un paio di scarpe da trekking, comode e calde, dei morbidi guanti di pile, un berretto che copra le orecchie, e una persona speciale con cui usarli visitando un paesino di montagna, in una splendida domenica di sole, con l’aria di cristallo tagliente e tu scendi dalle stelle in filodiffusione.

Una compilation di musica trash, la notte vola e material girl e cicale e mi vendo, e un manipolo di colleghe sghignazzanti con cui ballare sbevazzando prosecco in un ufficio in penombra; un capo sorridente e indulgente, che ordina la pizza e scuote la testa perplesso mentre agita le braccia al ritmo di Gloria Gaynor.

Un cd di Pino Daniele e una madre che si commuove fino alle lacrime pensando a te bambina, quando per addormentarti ti cantava la sua canzone preferita, e non si vergogna di telefonarti singhiozzando per fartela sentire.

Un albero di Natale, piccolino e poco illuminato, ma pieno di palline dorate appese con cura, e di sogni e desideri e attenzione. Un regalo da scartare la notte del 23 dicembre, in pigiama, nel freddo pungente, e una notte intera da passare strette sotto il piumone.

Un cane gioioso e grato che salta come se avesse le molle sotto le zampe e ulula a comando; la sua coda che si agita frenetica e delicata, il suo cuoricino che straripa di felicità per ogni sguardo o coccola o parola, le sue orecchie che ballonzolano buffe mentre il muso si atteggia a canefelice.

Una tazza di camomilla molto calda, dolce zuccherosa appiccicosa, da sorseggiare in cucina, la sera tardi, con pantofole calde ai piedi e una mano che stringe la tua.

Una barba enorme e bianca che non riesce a nascondere un sorriso.

Un libro scelto con cura, pensando ai gusti di chi lo riceverà. Una carta con cui impacchettare i doni, e le mani abili e accurate di chi li ha incartati, con zelo e pazienza; la mia atavica incapacità a preparare pacchetti, anche con tutto l’impegno possibile.

Un oggetto fatto a mano da chi lo dona, con passione e fatica: anche se è una marmellata di pompelmo che forse non mangerò.

Un orsetto di cioccolato, e la sensazione di calore che mi pervade lo stomaco quando vedo gli occhi e gli zigomi e gli angoli della bocca di chi me lo ha regalato.

Molti ricordi, molte parole condivise, la capacità di non dimenticare sguardi ed espressioni di coloro a cui abbiamo voluto bene: i complimenti di Ife, i richiami delle mie nonne, lo sguardo ostinato del burbero novantenne.

Questo post è dedicato a due persone a cui voglio bene e che quest’anno hanno perso una persona cara: con un abbraccio forte.

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Peppino è vivo (noi un po’ meno).

Il 9 maggio 1978, la mafia uccideva Peppino Impastato. Quanto ero bambina, a scuola, si parlava molto di mafia: ricordo cartelloni realizzati in classe con brutte immagini di polpi sui cui tentacoli la maestra ci faceva allineare parole come sopraffazione, droga, violenza, omicidi. Era, la mia maestra, una donna all’antica: ci faceva eseguire semplici esercizi di ginnastica in classe, per prevenire la scoliosi, ci faceva cantare canzoncine a tema – natalizio, pasquale, per la festa della mamma -, ci faceva disegnare paesini di montagna e abbellire il quaderno di aritmetica con agghiaccianti cornicette; era una donna di paese, verace e sanguigna, una chioccia grassoccia che ancora adesso, quando se lo ricorda, mi telefona per il compleanno. Ci teneva, la maestra, a inculcarci dei valori: si imbestialiva se qualcuno, per scherzo, chiamava parmigiano il partigiano della canzone, e ci parlava spesso di mafia. Ma di Peppino Impastato non ci ha parlato mai. Ho conosciuto la sua storia, come molti altri, da “grande”: alle superiori, quando è uscito I cento passi. A nessuno era venuto in mente, fino a quel momento, di nominarlo in mia presenza.
Quando ho iniziato a lavorare alla casa editrice piccolamacarina, ho scoperto moltissime cose su Impastato; ho conosciuto Salvo Vitale – quello vero, non quello con la faccia di Claudio Gioè – e Giorgio Di Vita, due dei compagni di Radio Aut. Ho sentito parlare di un Peppino diverso, militante comunista, fratello maggiore per molti dei ragazzi di Cinisi, timido e riservato, balbuziente, testardo, solitario. Dall’immagine – utile, fondamentale, ma un po’ schiacciante – del film, sono passata a una persona a tutto tondo. E oggi, il 9 maggio, ci rimango un po’ male se qualcuno, siciliano come me, abbastanza adulto da aver avuto il tempo di documentarsi, scrive Peppino chi? in risposta a un post. Anche i morti di mafia sono di serie a o di serie b.
Ci rimango forse ancora peggio, però, quando vedo la figura di Peppino strumentalizzata; quando diventa solo il motivo, appunto, di un post retorico su Facebook. Quando, del suo esempio, facciamo a meno. Adesso, gridare che la mafia è una montagna di merda è facile, quasi scontato: e non dà fastidio a nessun mafioso, ne sono certa. Quello che potremmo, e dovremmo, fare, è cominciare dalle piccole cose: negando al posteggiatore il pizzo quotidiano, ad esempio, senza nasconderci dietro la scusa che si tratta solo di qualche moneta, che anche lui deve campare, che se ci rompe lo specchietto è un guaio; non frequentando locali abusivi, di quelli, tanto alla moda, pieni di ragazzotti seduti sulle casse di birra, in cui lo scontrino è una chimera e gli alcolici costano due lire e la polizia si spaventa ad avvicinarsi; non comprando droga – neanche un innocuo pezzetto di fumo -, perché sono tutti soldi che vanno in tasca al mafioso della zona; non chiedendo raccomandazioni, non accettando lavori in cambio di voti, non lavorando in nero. Non è facile, ovviamente: ma lo è ancora di più riuscire a convincersi di stare facendo la cosa giusta, quando sappiamo che non è così.
Peppino vive: lo fa ogni volta che ci opponiamo, senza isterismi ma con naturalezza e serenità, alla mafia.
Svincolata dal post, una ricetta al volo: melanzana messa a cuocere, tagliata a grossi pezzi, in forno, con solo un po’ di sale. Cotta e privata della buccia, si frulla con olio, grana grattuggiato, una bella manciata di basilico o di maggiorana. Con la crema si condisce la pasta, insieme a pomodorini tagliati a quarti. Semplice, economica, rapida, silenziosa e ottima. Da provare.

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Si fa presto a dire genitori.

Non sono madre, con ogni probabilità non lo sarò mai: ho fatto altre scelte, seguito altre strade, provato altre esperienze; non c’è stato e non ci sarà posto per la maternità: semplicemente, è stata scalzata via e inserita nei cassetti con tutti gli altri avrei potuto, avrei potuto studiare medicina, avrei potuto continuare a fare atletica, avrei potuto stringere la mano a Paolo Rossi, avrei potuto essere felice. Non sarò mai un genitore, ma sono una figlia, e in questi giorni mi sono imbattuta in una domanda, articolata su facebook al solo scopo di suscitare qualche sciocca polemica, su quale sia il ruolo di una madre, e quale quello di un padre, nella vita dei figli: quale il compito di ognuno dei due, quali le funzioni da svolgere per affiggersi la spilla di vero padre 100%. Non lo so, non ne ho idea: a parte l’ovvio accenno alle incombenze pratiche, pannolini pappe biberon compiti da correggere lacrime da asciugare zainetti da preparare segreti da custodire, che ognuno dei due dovrebbe svolgere con uguale solerzia, non so cosa debba dire fare o pensare un genitore. Una cosa la so, però: so come riconoscere un vero genitore, in mezzo alle orde di persone che hanno figli.
Un genitore è quello che, per terra in un lago di sangue, con una guancia squarciata e lo zigomo fratturato dall’impatto con la lancia acuminata di un cancello, ti chiama con voce calma dicendo non ti impressionare, non è successo niente.
Un genitore è quello che corre a comprarti un barattolo nuovo di maionese, alle sette di sabato sera, perché ha saputo che il tuo si è rotto e domani e Pasqua e non potrai comprarne un altro.
Un genitore è quello che, con un piede ingessato, una malattia invalidante e un cane uggiolante tra i piedi, ti confeziona uno sformato di patate per evitarti di cucinare quando sei stanca.
Un genitore è quello che ti ha aiutato a fare il trasloco che ti allontanava da lui, e ha trasportato valigie e scatole di libri e buste piene di candele e carabattole varie sotto la pioggia scrosciante, anche se si sentiva spezzare il cuore.
Un genitore è quello che ti ha aiutato a montare i mobili della tua nuova casa, ti ha accompagnato a comprare grattugie e fruste a mano, ti ha regalato coltelli in fibra di carbonio e in cambio non ha voluto altro che vederti sorridere.
Un genitore è quello che accetta le tue intemperanze e i tuoi malumori con rassegnata bonarietà, aspetta che ti passi e ti tratta come se non fosse successo niente.
Un genitore è quello che non ti chiede la ragione dei tuoi sbagli, ma cerca di limitare i danni facendosene carico.
Un genitore è quello che risponde non ti preoccupare, non fa niente anche se gli hai appena detto che non andrai a trovare come eravate d’accordo perché ti hanno invitato a un aperitivo dopo il lavoro.
Un genitore è quello che afferra la borsa degli attrezzi e ti viene a riparare la maniglia divelta, anche se sono le tre di sabato pomeriggio e quella maniglia è la settima volta che si rompe.
Un genitore è quello che fa la spesa e casualmente prende sempre una bottiglia di olio in più o un pacco di assorbenti o una confezione del tuo formaggio preferito, e te li fa trovare senza una parola.
Un genitore è quello che ti chiede di accompagnarlo a comprare un regalo in libreria e ne approfitta per farti scivolare in tasca quel libro a cui tenevi.
Un genitore è quella persona che ti ama, senza se e senza ma, anche se lo hai svegliato tre volte nel corso della notte per i primi due anni della tua vita, hai preteso che ti correggesse le versioni di greco e che ti lasciasse all’angolo della strada quando ti accompagnava a scuola.
Spero che anche voi, come me, abbiate dei genitori, e che anche voi vi ricordiate, come dovrei fare io, di amarli, rispettarli e stimarli almeno un decimo di quanto meriterebbero.

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