Memoria.

La prossima settimana si celebrerà il Giorno della Memoria, quello in cui si ricordano le vittime della Shoah. Prima di lavorare in una casa editrice non avevo mai fatto molto caso a questa data: semplicemente, un giorno di gennaio mi accorgevo che davano in tv La vita è bella e che, a tarda notte, durante una trasmissione di approfondimento, veniva intervistato qualche sopravvissuto ai campi di concentramento. Adesso, il Giorno della Memoria è una di quelle ricorrenze che tendo a non dimenticare: date come il 9 maggio, il 19 luglio, il 23 maggio scandiscono perentoriamente l’anno. Sono ricorrenze da attendere, preparare e celebrare adeguatamente: giornate dedicate al ricordo di ciò che è stato, perché non si verifichi mai più.

Non è peregrino chiedersi, oggi, se abbia ancora un senso parlare di Shoah: in troppi siamo convinti di sapere tutto ciò che c’è da sapere. Pensiamo di aver ascoltato tutte le testimonianze mai pronunciate, di aver letto tutti i libri mai scritti, di aver visto tutte le foto e i filmati e i cinegiornali. Di aver discusso motivazioni e comportamenti, di aver scoperto efferatezze e drammi, orrori e particolari raccapriccianti. Pensiamo che non ci sia nulla di nuovo da imparare: siamo saturi di nefandezze e pronti ad archiviare tutto alla voce “passato”. Pensiamo di esserci corazzati per il futuro: non ripeteremo quello che è stato. Non giudicheremo l’altro per le sue origini o la sua religione, per il suo credo politico o le sue abitudini sessuali, per la sua morale o la sua militanza. Non imprigioneremo, tortureremo, abuseremo, spingeremo alla morte nessuno: e mentre lo pensiamo, accantoniamo l’immagine dei migranti che muoiono su un gommone in mezzo al Mediterraneo, perché mica possiamo accogliere tutti, dei detenuti pestati nelle carceri, perché sono delinquenti e lo meritano, dei ragazzini gay che si suicidano perché derisi, perché quelli sono fatti privati delle loro famiglie, dei giovani africani e asiatici pigiati nei centri di identificazione ed espulsione, perché facevano meglio a restare a casa loro. Sappiamo tutto della Shoah: ogni gesto, parola e imprecazione ci addolorano e avviliscono. Della storia attuale, invece, sappiamo ben poco: e non ci importa saperne di più.

Ho letto molti libri sulla Shoah, nella convinzione che coltivare la memoria non sia una scelta, ma una necessità imprescindibile. Molti dei testimoni dei campi di concentramento sono ormai morti o troppo anziani per continuare a parlare; senza la potenza dei loro racconti, sarà più difficile far comprendere alle nuove generazioni l’enormità del dramma; solo l’empatia potrà fare in modo che la Shoah, nel ricordo, non diventi soltanto un numero enorme di persone morte a causa della follia criminale del nazifascismo. Tra i libri che preferisco c’è I sommersi e i salvati di Primo Levi; non è solo una cronaca, più o meno accorata, del dramma della Shoah: è soprattutto una riflessione, lucida e precisa, su motivazioni e conseguenze di quella tragedia. Da leggere, in qualsiasi periodo dell’anno, da parte di chiunque.

«I “salvati” del Lager non erano i migliori, i predestinati al bene, i latori di un messaggio: quanto io avevo visto e vissuto dimostrava l’esatto contrario. Sopravvivevano di preferenza i peggiori, gli egoisti, i violenti, gli insensibili, i collaboratori della “zona grigia”, le spie. Non era una regola certa (non c’erano, né ci sono nelle cose umane, regole certe), ma era pure una regola. Mi sentivo sì innocente, ma intruppato tra i salvati, e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione, davanti agli occhi miei e degli altri. Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti.»

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In cerca di.

È da un bel po’ di tempo che sono in cerca del libro ideale. Un bel po’ di tempo, nella mia personale considerazione, equivale a una manciata di giorni, forse un po’ più di una settimana; intere serate a scorrere le costine dei libri che affollano la Billy e a spulciare le cartelle di ebook nel pc, pomeriggi a tirare su volumi in libreria e sbirciare le bandelle e rimetterli via, mattine a balzellare tra siti e gruppi facebook; un’eternità. Intanto ho letto, o meglio, riletto, uno dei miei autori del cuore; ma, dopo un’abbuffata di Primo Levi – il Primo Levi dedicato all’Olocausto, quello sperduto e desolato di Se questo è un uomo, quello vagamente sorridente e in cerca di serenità ed equilibrio di La tregua, quello lucido e offeso e accanitamente fiero di I sommersi e i salvati – ho bisogno di altro. Di qualcosa che mi prenda, che non mi faccia smoccolare vergognosamente per la tristezza e la mortificazione, che mi faccia sorridere, pensare, invidiare con violenza l’autore e sperare di potermi complimentare con lui. Del libro ideale, ecco.

Il libro ideale deve avere una storia che mi prenda; un misto tra la serie dell’amica geniale di Elena Ferrante e un giallo di Rex Stout, per intenderci. Deve avere uno stile che mi piaccia, quello asciutto e sobrio di Natalia Ginzburg, ad esempio. Deve avere personaggi che mi piacerebbe conoscere, come la Agnes Browne di Brendan O’ Carroll, come Watanabe o gli alter ego che popolano i romanzi di Nick Hornby. Deve avere la lunghezza ideale, cinque giorni, non di più né di meno, e le dimensioni ideali per stare nella mia mano mentre leggo a letto, accoccolata sul fianco sinistro. Il libro ideale esiste, devo solo trovarlo.

Lo sto cercando furiosamente, il libro ideale. Ho chiesto a chiunque mi fosse venuto in mente: al fruttivendolo (signorina, chissacciu, tutti uguali sono), al posteggiatore (ma piccioli pi’ mmia ‘unn have? Taliasse ddà, ci sunnu libri in tierra), alle mie colleghe, ad amici parenti conoscenti e un paio di sconosciuti incontrati alla fermata dell’autobus. Ho totalizzato innumerevoli consigli, dal giallo con detective gay – gradevole, forse lo continuerò – ai romanzi vincitori di premi letterari che si caratterizzano per la noia indefessa, dal classicone interminabile alla raccolta di racconti buffi e nonsense che mi fanno sentire sciocca, dalla raccolta di racconti che si finge trasgressiva al saggio sulla psicologia degli anellidi. Ho scaricato innumerevoli libri: tutti quelli che mi sono stati consigliati e molti altri, titoli visti nella vetrina della cartoleria all’angolo, orecchiati in conversazioni da social network, sbirciati tra le mani delle persone in attesa alla posta. Ne ho iniziati moltissimi, non so se ne finirò qualcuno: ma nessuno di loro, lo so già, è il libro ideale.

Io non demordo, e continuo a cercarlo; si accettano consigli: qual è, secondo voi, il libro ideale che mi aspetta?

Mi piace quando gli amici vengono a casa nostra, la sera; mi piace anche avere qualcosa da offrire: una tisana, un dolcino, una manciata di noccioline, una limonata. Sabato sera, in preda all’ispirazione, ho adattato la ricetta dei miei celebri dolcetti al riso soffiato agli ingredienti che avevo in cucina. Cioccolato sciolto su fiamma bassissima, quattro pugni di corn flakes e una cucchiaiata di nocciole tostate; il composto, disposto a cucchiaiate su carta da forno, si è raffreddato lentamente a temperatura ambiente: ne sono venuti dei piccoli croccanti, golosi e semplicissimi.

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Ricordate che questo è un uomo.

Ho riletto per l’ennesima volta Se questo è un uomo. L’ho ripreso dopo aver terminato, di nuovo, I sommersi e i salvati; l’ho cercato nella libreria dei miei genitori, con un senso di allarme crescente mentre mi capitavano fra le mani smilzi volumetti sulla cucina vegana e manuali sull’applicazione del metodo Montessori nell’educazione dei meticcetti biondi méchati. L’avevo davanti agli occhi, nell’edizione in cui al testo è abbinata La tregua: un libro dalla copertina chiara che avevo comprato, ragazzina, dopo aver letto qualche stralcioprimo levi nell’antologia di scuola. Quando ormai disperavo di trovarlo, tra una copia di Cent’anni di solitudine e il dvd di una commedia di De Filippo, è saltato fuori. L’ho iniziato di nuovo, Se questo è un uomo, e ricordavo quasi tutto, l’ho letto moltissime volte. Ma, per la prima volta, mi sono commossa.

Ho pianto come una cretina, col libro in mano e le spalle scosse dai singhiozzi, la schiena poggiata al termosifone della cucina; ho pianto, ed ero stupita, perché di solito non mi succede, e perché il punto che mi ha scossa non era particolarmente drammatico, visto il tenore della storia. Era il momento in cui Primo Levi racconta che, appena arrivato nel lager, diretto alle docce con un gruppo di italiani sconvolti, tremanti, terrorizzati e assetati come lui, mentre era costretto a denudarsi, aveva sentito un uomo chiedere se dovesse togliere, insieme ai vestiti, anche il cinto per l’ernia. Un particolare insulso, a ben pensarci; quest’uomo è morto, è andato in gas, probabilmente, pochi minuti dopo aver pronunciato quelle parole. Ma a me, più che la sua morte inumana e assurda, più che la violenza sistematica e cieca, più che l’orrenda ottusa prevaricazione, l’idea del cinto per l’ernia ha dato i brividi, e tirato fuori una tristezza senza remissione, fonda, atavica: forse perché anche mio padre lo ha indossato per un po’ di tempo, forse perché quell’uomo, in una folla senza volto, è diventato una persona ai miei occhi: una persona che, prima di scontrarsi con l’atroce idiozia dell’altro, aveva una vita e degli affetti, e un lavoro e abiti e una casa, libri padelle forchette cuscini, e soffriva di mal di schiena. Una persona.

Quando si parla di Olocausto, quando se ne discute in vista della Giornata della Memoria o in occasione di qualche brutto gesto antisemita, si parla di numeri: di cumuli di corpi, di milioni di morti (milioni!), di ghetti in fiamme, di paesi scomparsi. Ma raramente si pensa alle persone che c’erano dietro: che indossavano un cinto per l’ernia, che facevano il bagnetto alla propria bambina su un carro bestiame in viaggio verso l’abisso, che avevano studiato chimica o sapevano aggiustare scarpe; erano cuochi o medici o casalinghe, erano fratelli genitori figli amici di qualcuno, erano persone. Se ci penso ho i brividi. Sono diventata una vecchia sentimentale lacrimosa.

In questi giorni, Palermo assiste a una escalation di violenza nei confronti dei senzatetto. Aggressioni bieche, che mi lasciano una rabbia cieca e un unico, inutile sollievo: pensare che a Ife tutto questo sia stato risparmiato. Cosa c’è, dietro questo orrore? Pura idiozia, fanatismo, emulazione? Crisi, economica e morale, mancanza di educazione, di maturità, di valori? Non lo so, non lo capisco, forse non voglio neanche saperlo. Ma forse, se in uno sconosciuto che dorme in mezzo a coperte e sacchetti e cartoni, si riuscisse a vedere una persona, che non mangia carne, o che beve troppo, che sorride sempre come faceva Ife o che non sorride mai come fa Bogdan, le cose sarebbero molto diverse.

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Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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“Una volta sofferta, l’esperienza del male non si dimentica più”

Da cosa deriva il male? Perché esiste? C’è un male utile, un male necessario, un male motivato, un male sensato, o è tutto intrinsecamente inutile, orrendo, immotivato, non-necessitato, insensato? Me lo sono sempre chiesta, ma in questo periodo me lo chiedo con maggiore veemenza. Non per un motivo preciso, ma così, per caso: perché sfogliando wikipedia, saltellando in rete, sbocconcellando informazioni utili solo per risolvere il cruciverba di pagina 37 della Settimana Enigmistica mi è capitata sotto gli occhi la teoria, attribuita a Sade – ma anche ad altri, immagino – che fare il male, sottomettere il debole, essere brutali e sadici, appunto, sia la vera natura dell’uomo; e che l’empatia, l’altruismo, la protezione accordata agli indifesi sia solo un portato culturale. Che non esista un senso morale universale, e che quello che per noi è giusto, onesto, sano, etico sia sbagliato, frutto di pavidità e di un sentire religioso che ha plagiato le coscienze. Chiaramente, penso che si tratti di un’ipotesi folle, delirante, enunciata – spero – solo a scopo provocatorio; se così non fosse, ci sarebbero molti argomenti per ribattere, ma il punto non è quello. Il punto è: perché, quello che per molti è riprovevole fino a diventare, nel senso più pieno, un tabù, per altri è accettabile? Ovviamente esistono molti limiti (sociali, religiosi, culturali) che alcune società giudicano invalicabili, mentre altre non vedono neanche. Ma come si spiega che paletti morali come l’orrore per chi uccide, tortura, fa deliberatamente del male a qualcun altro sono universali, condivisi anche dagli altri animali vengano abbattuti, da singoli individui o da intere comunità? Da un punto di vista storico-politico, spiegare la Shoa o il genocidio degli Armeni, motivare la pulizia etnica perpetrata ai danni degli incolpevoli bosniaci o la violenza continua a cui sono sottoposti i palestinesi si può. Ma il singolo uomo che ha picchiato, ucciso, stuprato, torturato, perché lo ha fatto? E come ha potuto snaturarsi fino a non provare pietà, pena, empatia per un altro essere umano? Cosa c’è di più forte dell’umanità? La paura, il condizionamento mentale, la volontà di potenza, la presunzione di valere più degli altri? La malattia mentale? Ma possono mai, intere nazioni, essere in preda a una follia collettiva? Come si fa a non provare disgusto fisico, nausea vera e propria, sottoponendo qualcun altro all’orrore?
Ho cercato risposte nelle persone a cui voglio bene, e ovviamente nei libri. Sul tema della violenza inutile ha scritto e riflettuto moltissimo Primo Levi. Un suo passo è un capolavoro di lucidità, di consapevolezza, di analisi dei meccanismi psicologici: la violenza inutile serve a rendere la vittima qualcosa di meno di un essere umano, per rendere il carnefice meno colpevole. È agghiacciante, ma insufficiente; si limita a delegare la responsabilità a chi ha deciso scientemente di mettere in atto questo osceno condizionamento; e loro, i burattinai, come hanno fatto? C’è un fondo di crudeltà in ognuno di noi, che viene tenuto a bada dall’etica, dalla vita in società, dalla legge, e che in qualcuno zampilla fuori come melma da un tombino? Ci sono persone che nascono, o diventano, cattive? E come fanno a farsi seguire, e obbedire, da intere comunità? Tirando fuori il loro lato peggiore, costringendo i singoli con la forza, blandendoli e spintonandoli per la strada sbagliata? Perché i miei nonni, persone normalissime, non trovarono oscena l’esistenza dei ghetti? Cosa ne era stato, del loro senso morale? Come lo hanno recuperato? Può la guerra, o qualsiasi altra condizione di tensione estrema, mutare radicalmente l’etica di un popolo?
«Visto che li avreste uccisi tutti… che senso avevano le umiliazioni, le crudeltà?», chiede la scrittrice a Stangl, detenuto a vita nel carcere di Dusseldorf; e questi risponde: «Per condizionare quelli che dovevano eseguire materialmente le operazioni. Per rendergli possibile fare ciò che facevano». In altre parole: prima di morire, la vittima dev’essere degradata, affinché l’uccisore senta meno il peso della colpa. È una spiegazione non priva di logica, ma che grida al cielo: è l’unica utilità della violenza inutile.


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