Novità in cucina.

Ci sono alimenti che vanno di moda; quando ero bambina, per l’insalata si usava solo il pomodoro-da-insalata: che era grosso, rosso-verdastro, turgido e brillante, non costoluto, con un bel picciolo; aveva un sapore deciso, estivo: sapeva di sole e del sale sulle spalle al ritorno dal mare, del giardino innaffiato col tubo di gomma bianco, delle discussioni con la nonna sulla possibilità di giocare fuori prima delle cinque e sull’assoluta necessità di non disturbare il sonno altrui, pena l’immediato taglio del pallone. Si poteva servire a fette o a pezzettini, riempire di riso e tonno e olive, o mangiare a morsi, in piedi in cucina, aspettando che la doccia fosse libera. Poi, improvvisamente, sono diventati di gran moda i pomodorini; i ciliegini prima, e i datterini molti anni dopo, hanno soppiantato i pomodori insalatari: e si trovano tutto l’anno, in barba alla stagionalità, avvolti nel coppo di carta pesante beige del fruttivendolo o in igieniche vaschette di plastica trasparente sui banconi del supermercato; addirittura, chissà come mai, i datterini sono venduti in bizzarre confezioni a forma di poliedro a base triangolare, che non chiudono mai bene e si incastrano con difficoltà in mezzo alle altre confezioni. Non si possono fare ripieni, ovviamente, e hanno sempre la buccia un po’ troppo dura e sanno spesso d’acqua, di troppo poco sole, di serra.

Nella stessa maniera, da pochi mesi a Palermo si sono diffuse le patate rosse: che fino a una manciata di settimane fa non avevo mai visto e che ora, improvvisamente, sono ovunque – e, paradossalmente, costano meno delle care vecchie patate a pasta gialla. Le ho comprate, la prima volta, colma di aspettative; ho passato diversi giorni a scegliere il modo migliore per prepararle (bollite, in purezza, in modo da evidenziare il sapore? A sformato? Fritte?), per poi scoprire che non hanno molto di differente dalle patate “nuove”; sono solo, forse, un pochino più croccanti: o semplicemente, forse ho avuto più fortuna e mi sono venute meglio del solito. Ieri sera, comunque, le ho cotte al forno (e, di nuovo, sono diventate croccanti e invitanti senza che facessi niente di particolare); abbiamo cotto un carciofo in padella e abbiamo optato per la frittata carciofi-e-patate: che è venuta buona e gustosa e invitante e. Ma che si è orribilmente sfrantumata quando ho tentato di girarla: e no, non entrerò nel girone dantesco delle frittate arrotolate o cotte solo da un lato, la mia religione me lo impedisce e darei un orribile dolore a mia madre, che da me non se lo aspetta. Abbiamo mangiato, con mio sommo sconforto (e tra ottimistici mugolii di piacere della mia bella, che oltre che bella è anche molto dolce e trangugia qualsiasi cosa le prepari, anche tagliatelle funghi e marmellata di pesche, dicendo che buono!), una frittata orribilmente rappezzata. La prossima volta, ho deciso, divido il composto in due parti e cucino una piccola frittata a testa: vincerò io la battaglia contro la lobby delle palette-da-frittata, colpevoli almeno in parte della disfatta di ieri.

La app Raiplay Radio, che mi aveva resa, per qualche giorno, una felice ascoltatrice di audiolibri, in seguito a un insensato aggiornamento ha smesso di funzionare; sono rimasta a metà con Limonov di Carrére, e dovrò finirlo leggendolo e non ascoltando la bella voce di Elio De Capitani. Lo so, non è una tragedia, ma cheppalle.

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Del cinema, del Natale, dei film natalizi.

Natale non sarà Natale senza regali” è il famosissimo incipit di Piccole donne. Per me e la mia bella, Natale è una cosa seria; abbiamo scelto e acquistato per tempo regalini per parenti e amici; li abbiamo incartati e infiocchettati (ok, ok, li ha incartati e infiocchettati lei, ché io sono negata) e disposti sotto l’albero. Abbiamo recuperato campanelle e sfere con la neve e la nostra collezione di presepi, affisso una pacchiana decorazione con un babbonatale su un ramo di abete alla porta di casa, spolverato un albero di ceramica con fiocchi e nastri che mia madre ci ha omaggiato al grido di “è troppo kitch per casa mia!” che ha trovato posto, l’albero e non mia madre, davanti allo stereo. Abbiamo anche stilato, con largo anticipo, un dettagliato elenco di film natalizi: perché per noi Natale non è Natale senza La vita è meravigliosa.

Per celebrare degnamente un periodo che amiamo, abbiamo messo a punto un calendario di film da vedere, declinati in natalizi e capodanneschi: e, dal primo dicembre al 6 gennaio, la sera non sono concessi programmi televisivi non-a-tema o film d’avventura o gialli, neanche se ce lo chiedesse Hitchcock in persona.

Dopo giorni di consultazioni, dal vivo e sui social, siamo pervenute e un elenco che sembra soddisfarci; non mancano i grandi classici: Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, Piccole donne nella versione con Liz Taylor, Natale in casa Cupiello che mi mette sempre una tristezza fonda e senza remissione. Abbiamo aggiunto qualcosa di nuovo (Un amore sotto l’albero, Love actually, La neve nel cuore, Il diario di Bridger Jones), qualche concessione al cinema d’animazione (Il canto di Natale di Topolino), un paio di digressioni (Via col vento e Angeli con la pistola, che non sono natalizi ma sono dei cult). Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di togliere dall’elenco i film che non ci piacevano (e così sono saltati Il piccolo Lord, La storia infinita e poco altro), abbiamo ricordato il cinema italiano (Baci e abbracci, che ha tutta la carica vitale dei primi film di Paolo Virzì), inserito titoli più recenti (Non buttiamoci giù, che è tratto da un libro che abbiamo amato); sono stata costretta, pena la pubblica gogna feisbucchiana, a segnare in elenco un musical (Sette spose per sette fratelli, che immagino solo come una sfilza di boscaioli in camicia grunge che zampettano e strepitano e che già so che non mi piacerà), sono riuscita a tirar via in extremis i film che mi spaventavano (Il grinch, Nightmare before Christmas). Ovviamente, uno dei primi lavori a rientrare nell’elenco è stato Parenti serpenti, che abbiamo guardato citando a memoria la maggior parte delle battute, e che credo sia uno dei film che ho visto più volte in vita mia, con una superba Marina Confalone che davvero avrebbe meritato di più dal cinema italiano.

Mentre le feste sono ormai nel vivo e la voce di Clarence mi risuona nelle orecchie (“ogni volta che una campanella suona, un angelo mette le ali”), mi chiedo se non abbiamo dimenticato qualcosa. Qualcuno ha titoli imprescindibili da consigliarci? Siamo sempre pronte a inserirli.

In un periodo in cui ho poco tempo per leggere, ho deciso di affrontare Il regno di Carrére; probabilmente non è una scelta felice: è un libro molto bello, una interessante disamina sulla religione cattolica, ma ogni pagina andrebbe meditata e affrontata da diverse angolazioni, e non trangugiata in fretta e furia. Ma tant’è: lo sto leggendo e ne vale veramente la pena.

Santa Lucia è passata da poco, con il suo strascico di arancine&acidità; ho preparato la cuccìa: alla ricotta per gli onnivori, vegana per mia madre, assemblando un budino al cacao amaro fatto con latte di riso, grano cotto e cedro candito. Ieri sera, mentre mandavo giù l’ultima cucchiata, mi chiedevo come mai la cuccìa sia impossibile da trovare in qualsiasi altro giorno dell’anno: io la mangerei volentieri anche a Pasqua.

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Chomolungma, la dea madre del mondo.

Campo base dell'EverestVivo a Palermo da quando sono nata: e amo la città, il caos, l’odore acre di inquinamento salmastro che si mescola al dolcefiorito dei miei gelsomini, il rumore delle macchine; non per niente, ho costretto la mia bella a vivere sulla circonvallazione, in un posto così rumoroso che d’estate, se apriamo le finestre, la sera, non sentiamo più la tv. Non mi piace molto il mare e ho poca familiarità con la montagna: a parte qualche settimana bianca sulle Dolomiti, da ragazzina, e un paio di gite sulle Madonie e sull’Etna, vanto la conoscenza solo di Monte Pellegrino che, nonostante l’amore tributato dalla città, non è altro che una collina bassotta e multicolore. Per questo, la mia recente passione-ossessione è del tutto fuori luogo: ma, complice la visione casuale di un film, Everest, ho sviluppato una dipendenza da tutto ciò che parla di spedizioni sull’Himalaya. Soffro di vertigini fin dall’infanzia: ho avuto difficoltà ad abituarmi alla nostra casa al settimo piano, a Monte Pellegrino non mi sono mai affacciata dal belvedere, durante le gite in montagna non riesco a guardare il paesaggio, mi sono rifiutata di salire sulla Torre Eiffel e sulla Mole Antonelliana; anche gli scivoli del parco acquatico sono proibitivi, per me: e questo non fa che aggiungere attrattiva a libri e film in cui, invece, ci sono persone che si librano a 8000 metri sul livello del mare, in condizioni di carenza di ossigeno, attaccati a una corda fissa posata magari qualche anno prima, con una insensata fiducia nelle proprie piccozze e nella benevolenza del fato, solo per il piacere di arrivare in cima. Credo che sia questo che ad attrarmi: l’assoluta inutilità pratica di tutta questa fatica, la capacità di impegnare almeno due mesi di vita per un’impresa che potrebbe fallire in qualsiasi momento, la perseverenza nella preparazione fisica e medica, la sfida alla morte, e tutto semplicemente per potersi misurare con le proprie capacità.

Prima di intraprendere la lettura di libri e articoli sull’argomento, delle scalate himalayane non sapevo nulla: adesso so pochissimo, è chiaro, ma quel poco mi spaventa ed esalta insieme, e spinge la mia mente iperrazionale a cercare un senso. Perché una persona “normale” dovrebbe mettere in atto quella che è, di fatto, una condotta ordalica in piena regola, ricevendo dagli astanti (e anche da me, che tremo di paura avviluppata nel mio piumone) lodi e complimenti? Delle persone che tentano la scalata al monte Everest (ma anche al k2, al Nanga Parbath, al Lhotse, all’Annapurna), un quarto muoiono durante l’impresa: e i loro corpi restano lì, scavalcati dagli altri scalatori che si affollano in vetta. Delle persone che raggiungono la vetta, una quantità considerevole riporta lesioni permanenti, prime tra tutte la perdita delle mani o dei piedi. Durante le fasi finali delle scalate, non è raro che persone in difficoltà vengano lasciate indietro e, di fatto, condannate a morte: una perversione dei valori abituali degna di una situazione di guerra, motivata dall’assolutà impossibilità di salvare qualcun altro senza mettere a repentaglio la propria vita. Posso, con enorme sforzo, riuscire a comprendere la volontà di affrontare i propri limiti e mettersi alla prova in maniera così violenta e priva di margine di sicurezza: ma mi stranisce come, chi affronta questi rischi, non incorra nel biasimo sociale, come succede, invece, a chiunque altro si metta in condizione di pericolo estremo senza necessità. Davvero non mi è chiaro: ma il fascino che questa natura, minacciosa e spettacolare, riveste anche su di me che sono la persona più lontana al mondo dai rischi inutili, è enorme.

Tra i libri che narrano di ascensioni sull’Himalaya, quello che più mi ha attratta è stato Aria sottile di Jon Krakauer, che racconta in prima persona la scalata all’Everest del 10 maggio 1996.

Per ora cucino molto poco: la mia bella mi vizia e mi rimpinza di piatti deliziosi. Dopo degli stupendi involtini di melenzane, è stata la volta delle crepes con ricotta, spinaci e speck; sto tramando per farle dichiarare Partimonio dell’umanità Unesco.

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Cose che mi fanno stare bene.

Un semi-collega, che conosco da poco e che ho cazziato più volte, che mi sveglia di sabato mattina con un messaggio: Buongiorno, ciuridda.

Un capo che mi stringe una spalla e mi dice Grazie, e così ripaga due mesi di lavoro matto e disperatissimo, vacanze semi-rovinate e nessun bagno a mare in un’intera estate.

Un altro capo che mi chiede Cos’hai, a me puoi dirlo, stai parlando con un amico, e che quando glielo spiego annuisce e mi dice Hai ragione, ti capisco, e so che pensa che davvero ho ragione e davvero mi capisce.

Un collega che mi chiama per sfogarsi e mi dice Lo sai, mi sfogo solo con te, per me sei una sorella, e anche se non ho mai capito questo considerare fratelli e sorelle gli amici sono contenta, perché io fratelli non ne ho e nessuno mi aveva mai detto che mi considerava una sorella.

Il bambino-da-ufficio con cui passiamo i giovedì mattina che non mi odia anche se non gli ho comprato il gelato: e mi continua a dare i bacini e si siede in braccio e mi chiede di fare cavalluccio.

La mia bella che riceve lodi per il suo lavoro: e io, che aspetto questo momento di giusto riconoscimento delle sue capacità da quando la conosco, che non riesco a smettere di gongolare.

I baci del buffo cane giallo, invadenti e appiccicosi e travolgenti.

Una pizza con una cognata venuta da lontano, e tutta la distanza di un’Europa in mezzo che si restringe: e una fazzolettata di consigli, sul lavoro ma non solo, che so che dovrei provare a seguire.

Una serata con amicastorica, ormai saldamente parte del profondonord, e la consapevolezza che a volte la lontananza è solo un fatto di chilometri.

La mia bella che sorride: e quando lo fa, sorride con occhi bocca naso e guance, e io ogni volta mi innamoro un poco di più.

La mia bella e amicacatanese che suonano il banjo – che forse non era un banjo – mentre lavoro: e le loro note e quelle dei Modenza city ramblers che si intrecciano provocandomi un sordo mal di testa e una sensazione vicina alla felicità.

Un messaggino sorridente da Riccione.

Un pomeriggio al parco con Pupetto: che ormai parla, corre, gioca e mi porge la manina per scendere le scale.

L’abbraccio morbido e caldococcoloso della trapunta.

Una collega a cui chiedo di consigliarmi un libro imperdibile e che mi presta Lourdes di Rosa Matteucci, fugando con un’alzata di spalle i miei dubbi (Mi annoierò? Sarà troppo pesante?): e ha ragione, perché è davvero un bel romanzo, barocco e dallo stile ampolloso e ridondante fino al grottesco, comico e insieme disturbante, intimo e drammaticamente vero.

Preparare per cena, come ripiego, una vellutata di carote e zucchine: e restare stupefatta dalla sua insperata commestibilità.

Il profilo della mia bella che dorme, e io che mi sento felice e fortunata più di quanto fosse ragionevole sognare.

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Questione di fiducia.

health2Da giorni, ormai, gira su facebook un video. Si vede una ragazza di una ventina d’anni, stesa su un divano, col corpo scosso da spasmi muscolari. Il testo del post spiega che la giovane, affetta da sclerosi multipla, soffre, appunto, di forti mioclonie; fin qui, purtroppo, nulla di strano: chiunque conosca un malato di sclerosi multipla sa che i cloni esistono, che sono tipici di una determinata fase della malattia, che possono essere più o meno fastidiosi e invalidanti. Il resto del messaggio, però, ha dell’incredibile: la ragazza – o chi per lei – chiede di fare girare il video: si augura che possa finire sotto lo sguardo di un neurologo che sappia aiutarla. Leggere questo post mi ha causato una sorta di cortocircuito intellettivo: giuro, non ne capivo il senso. Nella mia mente fin troppo consequenziale e schematica, per tentare di arginare un disturbo clinico ci si rivolge al medico competente in materia, o magari al medico di famiglia per un consulto, non alla rete e alla strabiliante casualità che un medico possa vedere un video e decidere di intervenire.

Il senso di assurdità che provavo si è accentuato quando ho notato che la ragazza, oltre tutto, vive a Latina: in che cosa le è utile che io abbia visto il post e come potrebbe giovarle se io lo condividessi con i miei contatti, in maggioranza palermitani? Ho comunque provato a commentare, chiedendo come mai non ci si rivolgesse a un medico reale, piuttosto che a una ipotetica entità neurologo-che-legge-i-post-su-facebook. Qualcuno, non meglio informato di me sulle reali condizioni della ragazza e sul senso ultimo dell’intera vicenda, mi ha risposto facendo riferimento a ipotizzate condizioni economiche sfavorevoli (“non avrà i soldi per il medico”). Sono allibita due volte: come mai a nessuno – né alla ragazza, né a chi la circonda, posto che la storia sia vera, né a tutti i commentatori che hanno profferito “amen” o “condivido” – è venuto in mente di indicare, banalmente, di rivolgersi al reparto di neurologia di un qualsiasi ospedale italiano? Immagino, ma forse mi sbaglio, che una persona afflitta da una patologia così grave e progressiva abbia un neurologo di fiducia: ecco, basta rivolgersi a lui, piuttosto che cercare l’Eldorado sul web. Nella mia esperienza, piccola ma credo abbastanza rappresentativa, un qualsiasi neurologo di struttura pubblica sa come attenuare le mioclonie: perché non rivolgersi a lui?

Comprendo senza difficoltà che una persona gravemente malata e la sua famiglia possano sentirsi motivate a cercare fantasiose soluzioni sul web per scongiurare la fine o danni fisici irreparabili: ma perché farlo anche per un disturbo come questo, che nella maggior parte dei casi si attenua con una semplice terapia per bocca che qualunque neurologo è in grado di prescrivere? Cosa ci ha portato a perdere fiducia nella scienza e a sostituirla con la cieca protervia nel ricercare soluzioni alternative, quando ce ne sarebbero di semplici e di sicuro effetto? Allargando il discorso, mi chiedo come mai molti genitori preferiscano credere a mai dimostrati “danni causati dai vaccini” di cui la rete pullula, piuttosto che ad accertati benefici apportati dai vaccini, di cui esiste letteratura scientifica a iosa. Ma si sa, io sono troppo poco fantasiosa per capire.

A Palermo il tempo sta vagamente rinfrescando, e io e la mia bella abbiamo ricominciato a nutrirci “da inverno”; in questi giorni, a casa nostra va per la maggior il risotto con funghi, speck e brie. Lo speck lo inseriamo in parte all’inizio e poi in mantecatura, insieme al brie. Sarebbe più adatto al mese di gennaio in Valtellina, piuttosto che a un tiepido settembre palermitano, ma non sottilizziamo.

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Iniziano a cadere le foglie (o forse no), ma io mi preparo.

Finalmente, dopo un agosto inverosimilmente caldo e durato non meno di quarantasette giorni, l’estate sembra agli sgoccioli. Ho riposto nel nostro enorme armadio a muro i costumi mai indossati e i ventilatori che ci hanno permesso di mantenere una temperatura domestica compatibile con la vita e ieri per cena ho preparato un risotto funghi, speck e brie degno di un rifugio alpino. È il momento di tirare le somme, recuperare calzini e sciarpette dal cassetto in alto del comò e redigere una lista di pro e contro dell’autunno ormai prossimo.

Non c’è afa: sudo meno e non ho l’aria stropicciata già alle 8:30 del mattino.
Sudo comunque moltissimo e il vento mi spettina, così sembro appena tirata fuori dall’asciugatrice.

Ogni tanto piove e posso annaffiare le piante con meno assiduità.
Le mie piante sono viziate e, se non le annaffio quotidianamente, mi guardano dalla finestra facendo la faccia della piccola fiammiferaia.

CaneNando soffre meno il caldo ed è più attivo e abbaiante.
CaneNando, proditoriamente lavato e profumato e cotonato e acconciato, riuscirà a rotolarsi e tingersi di una calda sfumatura di marrone alla prima pozzanghera che incontrerà.

A letto non soffro più il caldo.
A letto soffro già il freddo, ho i piedi ghiacciati e il lenzuolo mi sembra una misera protezione, aiuto, possiamo mettere il piumone?

(Quasi) tutti sono tornati a lavoro: non trovo più negozi o paninerie chiuse, alla pompa di benzina è tornato l’omino salvavita, al supermercato hanno aperto una seconda cassa.
(Quasi) tutti sono tornati dalla villeggiatura e non trovo più posto per la macchina, se non a prezzo di giri interminabili, strisciante nervosismo, parcheggi con le ruote sul marciapiede.

La citronella sta sostituendo le foglie bruciacchiate dal sole con altre verdi e profumate.
Il basilico ha già l’aria sconsolata e il colorito triste di un bambino milanese in inverno.

Posso rimettere i jeans e le sneakers.
Mi mancano i pantaloni leggeri e fluttuanti, i sandali, la comodità di vestirmi in tre gesti.

A tutti stanno sparendo i segni dell’abbronzatura, così quasi nessuno mi chiede più “come mai sei così bianca?”.
Si vedono ancora i segni biancastri delle maniche sulle mie spalle palliducce e l’aria da camionista anemica non è mai andata via.

Posso riprendere a ingozzarmi di cioccolato senza sensi di colpa, fingendo di credere alla scusa che “lo faccio per resistere ai rigori del gelato”.
Ci sono ancora in freezer degli avanzi di gelato che dovremo comunque far fuori.

Natale si avvicina e forse otterrò di addobbare l’albero entro il fine settimana.
Mancano ancora molte settimane alle prossime ferie.

Ho appena iniziato Pulvis et umbra, il nuovo giallo di Antonio Manzini con Rocco Schiavone protagonista. È, come sempre, scritto con mestiere e godibile: il mio timore, però, è che i personaggi rischino un po’ di fossilizzarsi e diventare ripetitivi e bidimensionali. Mi auguro di sbagliarmi.

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Un pupetto per amico.

Pupetto, lo dice il nome stesso, è un bimbopiccolo: un soldo di cacio di un anno e poco più, figlio della Fra’ e di Fra’, che non sono la stessa persona ma due persone diverse col nome uguale. Pupetto, io non lo vedevo da un bel po’: da quando, alcuni mesi fa, lui e i due Fra’ erano tornati per qualche giorno a Palermo dal loro tedioso esilio nelle fredde terre del nord. Era, quella volta, scosso e confuso: un cucciolo di meno di un anno che aveva cambiato scenario di riferimento troppe volte nei suoi pochi mesi di vita. Era lacrimoso e poco incline al gioco: e la mia scarsa dimestichezza con i cuccioli bipedi non lo aveva aiutato a sentirsi più a suo agio. Lo avevo visto, ancor prima, a settembre, quando a Palermo c’era ancora molto caldo e lui indossava tutine sbracciate: si era svegliato di soprassalto in una casa che non conosceva – casa nostra – e non aveva affatto amato il pinguino fermaporte che gli avevo mostrato per indurlo a un sorriso.

Adesso, Pupetto è di nuovo un fanciullo del sud: e, forte dei suoi quattordici mesi di vita, è un ragazzino simpatico e brillante. Ha una serie di indubbi pregi: primo tra tutti, è un bambino incline alla gioia. Non urla, non lancia giocattoli a scopo offensivo, non piange per interi quarti d’ora, non è rinchiuso in un ostinato egocentrismo come la maggior parte dei mocciosi di quell’età; gli sono bastati pochi minuti per riprendere confidenza: è passato da lanciami-quella-pallina a lasciare che gli porgessi un biscotto – che si è guardato ben dal mangiare, contribuendo anche lui alla permanenza del mio strato di adipe. Abile suonatore di tastierine elettroniche, ballerino degno di un posto alla Scala, mi ha rincorsa correndo gattoni, ha dimostrato interesse per il mio orologio, ha cercato di guardare le foto di canenando sul telefonino. Quando gli ho chiesto il permesso per mordergli una guanciotta, ha scosso subito la testa con una punta di terrore negli occhietti luminosi. E poi ha fatto una cosa che non credevo che un nanetto come lui fosse in grado di concepire: mi ha fatto una carezza su una guancia; è stato un gesto, sicuramente mutuato dalla tenerezza della Fra’ per lui, che ho trovato struggente e buffo allo stesso tempo. È, pupetto, un bambino straordinariamente interattivo: e io, che mi intendo più di astrofisica che di bambini, non sapevo che a quest’età lo fossero: e sono rimasta molto stupita nel constatare che frasi come “Pupetto, vieni!” hanno un reale riscontro nello spazio – Pupetto, davvero, viene verso di te quando lo chiami. È anche, Pupetto, estremamente carino: e, bisogna dirlo, estremamente somigliante alla Fra’: quasi un piccolo Fra’, morbidoso e spupazzabile.

I Fra’ sono tornati da poco in Sicilia, e io ne sono stata molto contenta: e non solo per loro, che sono simpatici e divertenti e, ma soprattutto per Pupetto, che potrò sbirciare mentre cresce e diventa sempre più sereno, fiducioso e sicuro di sé.

In questi giorni di intenso lavoro, mangio spesso in ufficio: e riuscire a imbastire un pasto decente e non troppo calorico che possa essere portato da casa senza rischio di rovesciamento di condimenti non è semplicissimo; accantonata l’idea di orzo e cavoletti di bruxelles, la prossima volta tenterò l’accoppiata tra frittata di zucchine al forno e fettine di provola affumicata; aggiungendo un bocconcino di pane di rimacinato senza sesamo dovrebbe andar bene.

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Tradizioni.

Sono una persona pigra e golosa: lo scellerato mix di indolenza e ingordigia è responsabile del mio fisico da omino michelin, del poco entusiasmo con cui accetto inviti in spiaggia o a bordo piscina e della scarsa propensione a tacchi alti, vestitini corti, abbigliamento femminile; l’infausta combinazione fa anche in modo che, nel mio personale empireo, sieda chi cucina per me: la mia bella che mi fa trovare i goduriosi fagottini di sfoglia per cena, amicastorica che mi manda, con una settimana di anticipo, le foto di panini e formaggio cheddar per una deliziosa cenetta a base di hamburger, i miei genitori che preparano la lasagna di carnevale, avendo cura di cucinarne due porzioni in più che te le surgeli e un giorno che sei stanca le trovi già pronte.

La lasagna di carnevale è un piatto napoletano, uno di quelli che appartengono da sempre alla storia della mia famiglia: uno di quelli che non so cucinare perché le nonne, ormai avanti negli anni, avevano smesso di prepararli quando ero ancora preadolescente, ripiegando su piatti-da-domenica meno elaborati e appariscenti ma comunque gustosi – pastealsugo, pizzediscarola, spiedini e lacerti e crostate alla marmellata. Nella lasagna di carnevale – nella versione che si fa a casa mia, dato che, come tutti i piatti della tradizione, è soggetta a numerose e bislacche varianti – si mettono ricotta di pecora, scamorza affumicata, ragù di salsiccia e polpettine fritte. E la pasta, ovviamente: che i miei genitori hanno tirato a mattarello, ché con quella secca non viene nello stesso modo. Si cuoce il ragù, quindi: e si sgrana la salsiccia, in modo che si senta ma non sia preponderante, con il suo aroma di finocchio ingranato; intanto, si confezionano con la carne tritata delle polpettine piccole come olive, si friggono e si tengono da parte. Si tira la pasta, si fa scottare in acqua bollente e si inizia a conzare il ruoto: ragù, pasta, ricotta, polpettine, scamorza, ragù e via dicendo; si finisce con ragù e una spolverata di parmigiano grattugiato. Infine, per il senso di colpa, si eseguono svariate serie di addominali e si pedala sulla cyclette per molte ore: ma ne è valsa la pena, ammettiamolo.

Mentre mi lagnavo per le letture fiacche di questo periodo, mi sono imbattuta in due libri molto belli: L’arminuta, che stavo leggendo già sabato scorso, di una superba Donatella Di Pietrantonio, padrona del suo stile e perfettamente a suo agio nel triplo carpio tra dialetto e italiano, e Le nostre anime di notte di Kent Haruf, autore molto pompato (a ragione) in queste ultime settimane; un romanzo pulito, schietto, nitido, che racconta una storia di affetto che ha dell’universale. Bello, bello, bello.

Ah, dimenticavo: chi mette le uova sode nelle lasagne, nella mia particolare scala di valori, è solo un gradino più in alto di chi mette il parmigiano sugli spaghetti alle vongole.

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Quando ero piccola.

Quando ero piccola non soffrivo il caldo. D’estate sopportavo lunghe giornate di mare senza battere ciglio (e senza ombrellone); ero in grado di rimanere in spiaggia fino a sera, senza mettere creme solari né trangugiare ghiaccioli. Mangiavo un calzone fritto per merenda, costruivo castelli di sabbia sulla riva e tornavo a casa a piedi, sotto il sole, ciabattando e dandomi colpi di zainetto con i cugini. Adesso, dopo una mezz’ora in spiaggia, all’ombra di uno scoglio, con i piedi in acqua e le spalle coperte dal telo di spugna, completamente immersa nella protezione 50+, inizio a smaniare e chiedere con insistenza di tornare a casa, per favore.

Quando ero piccola, neanche il freddo mi dava fastidio. Ho iniziato a portare sciarpe, d’inverno, quando andavo alle superiori, e berretti di lana, in città, non prima dei venticinque anni. Passavo i sabati a piazza Politeama, con il vento, la pioggia, la grandine; un paio di volte ha anche nevicato. Adesso, anche a marzo, non metto il naso fuori di casa se non ho una maglietta a maniche lunghe di microfibra sotto maglione e piumino e porto i calzettoni invernali fino al giorno di Pasquetta, quando li tolgo più per vergogna che per reale necessità.

Quando ero piccola mi svegliavo presto senza battere ciglio. Alle 6:45 ero già in piedi e un’ora dopo ero già a scuola; alle dieci del mattino avevo già vissuto un caleidoscopio di esperienze: bisticci, interrogazioni, versioni di greco, pettegolezzi e scherzi e cancellini sbattuti sul banco. Adesso alle dieci sono in ufficio, imploro qualcuno di fare il caffè, sbadiglio e mi lamento perché ho sonno, e non è ora di fare riunione, è ancora presto, accidenti.

Quando ero piccola, ero in grado di passare un pomeriggio a studiare senza distrarmi; alle superiori, il venerdì avevamo sette ore di lezione, con sette materie diverse: e il giovedì pomeriggio riuscivo a prepararmi in ognuna di queste, trovando anche il tempo per una lunga telefonata ad amicastorica, la lettura di una cinquantina di pagine di qualche libro di De Carlo, una passeggiata a piedi di una mezz’ora, magari anche una gita alla pista di pattinaggio. Adesso, quando sono a casa a lavorare, mi distraggo ogni pochi minuti, mi lagno senza sosta, ho mal di testa e fame e noia, mi alzo per prendere un poco di tè, ci ripenso e verso il tè nel lavandino, ci ripenso un’altra volta e lo preparo di nuovo.

Quando ero piccola leggevo moltissimo. Avevo sempre un libro sulla scrivania e intervallavo lo studio con lunghi quarti d’ora di immersione nel romanzo: andavo in apnea a scoprire gli sviluppi della storia tra Misia e Livio e poi riemergevo e traducevo un’altra manciata di versi di Medea. Adesso leggo poco e male, svogliatamente, alternando cartaceo e digitale con un metodo che mi sembrava funzionasse e invece no. Impiego un mese per finire un romanzo di duecento pagine, e quando leggo l’ultima non ricordo più cosa era successo molti capitoli più indietro, e ci resto male.

Quando ero piccola ero in grado di mangiare un’intera tavoletta di cioccolato dopo pranzo e di trascorrere sei ore a vedere telefilm. Ah, ok, questo lo riesco a fare benissimo anche adesso.

Dato laMate sostiene che non scrivo mai ricette, eccone una di un piatto che mi è stato insegnato a una collega brava, simpatica e che cucina molto bene; è una ricetta semplice, economica e soprattutto veloce, ché io e la mia bella non amiamo stare molte ore in cucina. Bisogna pulire e affettare finemente due carciofi (meglio, due domestiche); saltarli in padella con olio e sale e aggiungere della passata di pomodoro e poca acqua di cottura della pasta. Mentre gli spaghetti cuociono, l’intingolo si restingerà: è il momento di saltare tutto insieme e aggiungere il parmigiano grattuggiato. Ero scettica: è ottimo.

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Chi ha deciso che non tocca a noi?

La domenica mattina è una delle parti della settimana che preferisco; solitamente la mia bella, dopo aver sbuffato e imprecato sottovoce per la mia lentezza nel prepararmi, mi pungola a fare una passeggiata in centro: camminiamo sottobraccio, sbirciamo qualche vetrina piena di libri, scattiamo foto in cui facciamo le smorfie, ascoltiamo un ragazzo che suona divinamente l’arpa, mangiamo qualcosa. Domenica scorsa, dopo aver zampettato al gelo per più di un’ora, abbiamo scoperto con sgomento che la nostra panineria del cuore era inspiegabilmente chiusa. Armate di ombrello e cappucci ci siamo impegnate ad affrontare un altro quarto d’ora di strada, per rifugiarci in un piccolo locale dove preparano toast gradevoli a prezzi assurdamente alti. Complice la pioggia, sedute sugli sgabelli c’eravamo solo noi. Mentre aspettavamo i nostri toast – gradevoli ma costosi, mi sembra di aver detto – è entrata una signora molto anziana, vestita decentemente, a lutto stretto, e con una borsa in mano. Era agitata, affranta: ci ha chiesto una bottiglietta d’acqua, Nessuno mi aiuta, ho fame, nessuno mi dà niente, mi date qualcosa? Non avremmo mai avuto motivo, né voglia, di negargliela: eravamo in un posto gradevole ma caro, un paio di euro in più non ci costavano molto e lei poteva essere nostra nonna; se chiedeva dei soldi era povera, o mentalmente instabile, o entrambe le cose: avrebbe avuto bisogno anche di un abbraccio, un pranzo completo e qualcuno che si prendesse cura di lei. L’acqua era proprio il minimo sindacale. Ho fatto segno alla ragazza alla cassa, impegnata a ciancicare una gomma, di dare l’acqua alla signora: che le desse anche il resto di due euro, per favore, all’arrivo dei toast avrei pagato io. Gliela ha porta con fastidio e, mentre la vecchietta si allontanava, le ha detto a brutto muso Per oggi non farti vedere più. Alle nostre facce allibite ha risposto Ma questa qua ogni giorno è qui. Abiterà in zona, allora, ho risposto io schiumando, e la mia bella, che oltre che essere bella è molto paziente, come dicevo prima, mi ha stretto con calma un ginocchio per intendere Piantala, non cominciare a litigare, non serve a niente, probabilmente lo ha detto perché gli altri clienti, di solito, si lamentano. Abbiamo mangiato i toast gradevoli ma costosi, siamo andate via: per quel che mi riguarda, non credo ci tornerò più.

Ho raccontato questa storia a un pungo di persone, e molte si sono strette nelle spalle: Che esagerazione, hanno pensato (e a volte detto), mica l’ha cacciata a pedate. Qualcuno mi ha anche risposto Ma non è che si possono dare soldi a tutti, e a me la frase è suonata molto come Non è che possiamo far entrare tutti, motto di quelli che vorrebbero chiudere le frontiere e dire Io sono nato in Italia per miei imprecisati meriti, tu sei nato in un posto sfigato per tuoi specifici demeriti, cavoli tuoi. Quando è che abbiamo iniziato a pensare che non fosse colpa nostra, se una donna che potrebbe essere nostra nonna chiede l’elemosina per strada? Quando abbiamo deciso che sono solo problemi suoi o della sua famiglia? Sarà stato quando abbiamo scelto di delegare la cura dei poveri a un fantomatico “altro”, forse; o quando abbiamo deciso che ancora oggi, nel 2017, il colore della pelle preclude alcuni mestieri: o è una mia impressione, che non ci siano maestri elementari neri, nelle scuole pubbliche? Ogni volta che alziamo le spalle, ogni volta che diciamo Non ho soldi mentre addentiamo un insulso toast da sei euro, ogni volta che cacciamo con malagrazia un venditore di rose, che ci scrolliamo dal finestrino il questuante senza neanche dirgli una parola, penso che una parte della nostra umanità vada in malora. Può anche essere vero che non si possono dare soldi, ogni giorno, a tutti (ma davvero lo è?): ma si possono dare parole, ascolto, un sorriso; si possono segnalare le situazioni a rischio a chi se ne occupa, si può anche solo dare un abbraccio. Cosa ci può succedere di male? Potremmo anche trovare un nuovo Ife sulla nostra strada.

Il toast incriminato era ripieno di prosciutto crudo, ricotta e fichi: gradevole l’idea, non troppo saporita la realizzazione, esoso il conto. In una parola, indigesto.

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