Un’estate al mare.

La macchina posteggiata lontano, un po’ sghimbescia sotto un pino, così al ritorno non la troviamo troppo calda. Il mio vecchio zainetto da spiaggia, quello nero monospalla che l’Einaudi regalava vent’anni fa, e che da vent’anni contiene telo, pettine, crema solare 50+ e un ricco assortimento di elastici per capelli. L’odore dolciastro estenuato degli oleandri. La gonna jeans che aspetto di indossare da quattro anni, e adesso mi sta anche un po’ larga in vita. Depilarsi di corsa col rasoio usa-e-getta sotto la doccia, anche se i giornali femminili dicono di non farlo mai.

Le scarpe di ricambio da lasciare in auto, ché non riesco a guidare con le infradito. Arrancare per la strada con difficoltà, ché anche camminare con le infradito non mi riesce molto bene. Gli occhiali da sole che mi lasciano un segno bianco sul viso. Entrare dal varco non controllato e attraversare la battigia con le ciabatte in mano, scalciando sabbia sulle signore stese a prendere il sole fronte mare, girandosi a dire Scusi scusi ogni pochi passi.

L’odore polveroso salino vetroso della sabbia arroventata.

Il caldo, il sudore a rivoli, il sole accecante, bruciarsi i piedi mentre si corre a fare il bagno. Il freddo, il mare di cristallo cangiante, saltellare sulle punte per non bagnarsi la pancia la schiena le spalle. Tanto tempo per convincersi a tuffarsi, tra gridolini e risate e No no, è gelata!, e le persone accanto che schizzano e incitano e consigliano e sbuffano e poi perdono la pazienza e dicono Vabbe’, io sono più avanti, quando vuoi vieni.

La sensazione di refrigerio immediato nel momento in cui ci si bagna la testa.

Pupetto che sa nuotare quasi da solo, e batte i piedi e non usa braccioli e se deve sorpassare un banco di alghe non si scompone ma si limita ad allungare la mano per farsi trascinare. Pupetto che corre per la spiaggia con il costumino militare e gioca a far filare la macchina sul muretto. Pupetto con i sandali di plastica verde, Pupetto che gioca a palla con una bambina sconosciuta, Pupetto che beve il succo di frutta da un cartoccetto triangolare che non avevo mai visto.

La doccia gelata. Scegliere la seconda doccia della fila, perché la Fra’ dice che è meno violenta. I capelli bagnati nonostante li pettini e tamponi col telo per ore. Convincere la mia bella a farsi pettinare da me con la scusa che così le si asciugano meglio i capelli, ma in realtà è solo perché mi piace farlo.

Asciugarmi in piedi come facevano le mie nonne.

Spostarsi sul cemento per godere dell’omba degli alberi, schivando le pallonate dei ragazzini che giocano a calciare forte contro la cancellata.

Cercare senza successo di togliere la sabbia dai piedi prima di andar via.

Quest’estate ho fatto due bagni a mare, non succedeva dal 1997.

Quando ero giovane e volenterosa, al mare portavo Tupperware con pasta all’insalata, mozzarella, frutta tagliata, oppure pane e frittata, o sandwich al prosciutto. Adesso io e la mia bella ci accodiamo per mangiare un boccone al bar; sabato era un pezzo di rosticceria con spinaci e mozzarella, sorprendentemente buono.

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Cose che mi piacciono (summer edition).

Le piantine di jalapeño che iniziano a crescere. Il bonsai di ulivo che ha messo le gemme. Dormire ancora sopra il lenzuolo. La scatola di cornetti Algida al caramello intonsa in freezer. La prospettiva di un secondo bagno a mare.

Il sole che tramonta prima delle otto. Stefano che usa il vasino e mi chiede aiuto per rivestirsi. Mangiare un panino con la bresaola per pranzo. Gli spaghetti alla chitarra con pesce san Pietro e mollica atturrata e pesto alla trapanese, e la serenità di un giovedì sera a Terrasini.

La mia bella che ha sviluppato una dipendenza dalle parole crociate. Comprare la Settimana enigmistica ogni venerdì e fare i cruciverba che a lei non piacciono. L’avocado non troppo maturo. La biscottiera nuova, anche se non riesco a svitare bene il coperchio.

Mohamed che ha fiducia in me, dice. I suoi cani che quando mi vedono scodinzolano. Il suo viso sorridente e finto-arrabbiato quando gli ho aggiustato la radio. Pensare che domani lo andrò a trovare e lui dirà ehiiii! e sarà contento, e anche io lo sarò.

La pasta con la zucchina lunga, quando non metto troppo peperoncino. Avere imparato tre espressioni romanesche nuove leggendo una graphic novel di Zerocalcare. Capo che mi dice L’esperta sei tu. I cracker salati con lo stracchino spalmato sopra, e magari anche una fetta di prosciutto crudo.

Poter annaffiare le piante una volta ogni due giorni. Il caffè con Masha ogni mattina, e il barista che prepara i due macchiati senza bisogno di chiederli. Il sole che bagna le basole di piazza San Francesco, a mezzogiorno, e taglia in due la facciata della chiesa. La coppetta al mango della gelateria dietro l’ufficio, ma anche quella vaniglia e cioccolato e quella stracciatella e fior di latte.

Mia madre che è andata a mare tre volte e ha fatto sempre il bagno. Mio padre che è riuscito a non scottarsi le spalle. Mohamed che mi dice piano di far sedere mia madre sulla sua sdraio. La mia bella quando strizza gli occhi per il sole e socchiude le palpebre e io penso che accidenti quanto è bella.

Camminare a piedi nudi sul pavimento caldo del balcone. La gonna jeans che mi entra di nuovo. Il profumo del basilico sulle mani. Le pesche gialle, le nocepesche, i pomodorini. La pasta con la crema di melanzane, quando mi viene bene. Lo sfincione bianco, che non avevo mai assaggiato.

Andare a comprare un libro da Sellerio. Andare a comprare un libro alla Feltrinelli e ricevere in omaggio due paia di infradito. Le patatine fritte con la fonduta di formaggio. La serata delle patatine fritte con la fonduta di formaggio e della cheesecake condivisa, ma anche quella della passeggiata in via Notarbartolo o del panino da Nashville o del cibo cinese da Asia.

Ricevere messaggi da un’amica che vuole bene a Mohamed anche se non lo conosce, ma conosce la mia ansia e il mio senso di colpa e non li maltratta. Rumen che ha paura degli esami e si nasconde dietro la mia scrivania. Rumen che mi fa correggere il tema e spera che mi piaccia. Rumen che mi abbraccia e non mi lascia più, anche se è più alto di me di un’intera testa. Dire ridendo a Rumen che adesso mi deve lasciare, che devo lavorare e lui deve pranzare e.

Il profumo dei biscotti Digestive, dolce e burroso e londinese. La pizza, quando è morbida e con molto basilico. I film di Verdone. Ripetere le battute di Mario Brega fino a non poterne più. Il tè tiepido e la tisana alla menta. Lo yogurt a colazione. Trovare ancora posto per la macchina vicino all’ufficio.

Quando qualcuno mi fa un complimento inatteso. Sapere che una persona ha comprato un libro perché gliel’ho consigliato io, anzi ne ha preso addirittura due copie. Quando qualcuno sorride e gli ridono gli occhi. Tuffarsi a mare saltellando sulle punte per il freddo. La doccia gelata alla spiaggia.

Quella volta che abbiamo visto i fuochi d’artificio e pioveva un po’. Nando che mi mette le zampe sulle spalle per la gioia. Il verde lucido delle foglie quando una talea mette radici. Quando hai confidenza con qualcuno e ti prende una mano. Quel paio di jeans che le sta così bene. L’odore di aghi di pino e polvere delle strade di Mondello.

Il weekend alle porte. Poter dormire un po’ di più. Leggere a letto col kindle. Pensare che le persone che amo stanno bene.

Mancano centoquindici giorni al Natale.

 

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Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Il corpo è mio (e me lo gestisco io).

Negli ultimi mesi ho perso parecchi chili; non è successo, come mi ha chiesto qualcuno con aria intrigante e vagamente speranzosa, in conseguenza di qualche malanno fisico o mentale, ma per mia scelta: ho mangiato meno e meglio, ho ricominciato a fare movimento, ho tagliato su mille cose che mi piacevano ma che non mi facevano bene, non ultimo il mio amato Estathè che, ho scoperto, fornisce una quantità di calorie per bicchiere che mi ha lasciata senza fiato. Non l’ho fatto con particolare fatica o stress, né rivolgendomi a dietisti o a siti specializzati, e neppure mortificandomi con diete improbabili a base di zucchine bollite e aria fritta, ma solo cercando di utilizzare un po’ di buon senso e chiedendo suggerimenti a mia madre quando ne sentivo la necessità. Non l’ho fatto, soprattutto, per nessuno in particolare: ma esclusivamente per me, perché non mi sentivo a mio agio con tutti quei chili in più, perché avevo voglia di provare a sembrare più carina, perché i miei jeans preferiti mi stavano male, perché non volevo essere a disagio in spiaggia. Perché volevo mettermi alla prova e vedere se ci riuscivo, anche: vedere se sarei stata in grado di avere la giusta dose di autocontrollo e disciplina, caratteristiche che da sempre non mi appartengono, per non sgarrare al primo angolo e tornare a casa con le guance imbottite di kinderbueno tipo criceto. L’esperimento ha funzionato: e ho anche scoperto cose che non sapevo, come ad esempio che l’insalata col pollo croccante del Mc Donald’s ha pochissime calorie ed è molto gustosa, complice soprattutto una salsa Ceaser’s deliziosa, o che i sorbetti alla frutta sono freschi, delicati e non ammazzano particolarmente la linea. Ho scoperto che la ricotta vaccina ha molte meno calorie della mozzarella ma che è buonissima insieme al passato di verdure, che le spezie rendono tutto più stuzzicante e godurioso e che la zucchina lunga, che ho sempre amato, è un toccasana per l’estate. Ho scoperto anche che, se dimagrisci (o se ingrassi), gli altri si sentono in diritto di dire la loro. Qualche giorno fa, mentre lavoravo, una persona che conosco da tempo, un editore abbastanza simpatico e anche discretamente di sinistra, mi ha apostrofata con una frase che mi ha lasciata senza fiato: non dimagrire più, mi ha detto, altrimenti noi che cosa tocchiamo? Mi ha stupita moltissimo: proprio perché una frase così stupida e sessista è uscita dalla bocca di un uomo solitamente intelligente, sveglio, cordiale e rispettoso. Al di là della sgradevolezza dell’espressione in sé, è stata la dimostrazione di come chiunque pensi di avere il diritto di commentare, giudicare e contestare l’aspetto fisico di un’altra persona: a maggior ragione se il commentatore è uomo e la commentata è donna. La donna troppo magra, o troppo grassa, o troppo tatuata, o con i capelli troppo corti, è una donna che si sta ribellando al suo ruolo sociale predefinito: che non si sta impegnando per sedurre, ma sta scegliendo di piacere a sé stessa; per questo, va stigmatizzata, additata o almeno commentata. E, in generale, la persona che opera una scelta sul suo corpo è una persona che manifesta libertà: quindi va imbrigliata di corsa. La frase che mi sento ripetere più spesso, per ora, è adesso basta!, non perdere più peso!, come se avessi chiesto a qualcuno di indicarmi il numero di chili da raggiungere per apparire armoniosa alla vista altrui; questo tipo di interazione mi ricorda quando, diciottenne, ascoltavo con fastidio i commenti sul mio piercing, chiedendo cosa dovesse importare agli altri della mia faccia: e invece importa molto, assurdamente, perché un piercing, un chilo in meno, un taglio di capelli a spazzola o due ciocche verdi appaiono al mondo come un “non mi importa di ciò che pensi, io faccio quello che voglio”. Che non era il mio intento quando ho scelto di dimagrire: lo è da quando ho iniziato a ragionare.

Dopo mesi di fatica e stress, la nona edizione della fiera dell’editoria più carina del mondo si è conclusa: e io, insieme a molti ricordi e tanta stanchezza ho portato a casa un bel po’ di libri nuovi, omaggi degli editori presenti. Tra questi c’è Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura, un romanzo ambientato a Palermo che mi ispirava da mesi e che mi era stato caldamente sconsigliato da amici lettori: e avevano ragione, accidenti, perché è autocompiaciuto, noiosetto, senza trama. Per fortuna non l’ho comprato.

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No kritike, solo complimenti.

go-veganQualche giorno fa mi sono lasciata coinvolgere, me tapina, nell’ennesima inutile conversazione da social network; una persona, alla quale mi lega una ventennale e fondamentale amicizia, di quelle il cui senso ultimo risiede solo in qualche oziosa ciacola via web, inveiva in maniera scomposta contro l’alimentazione vegana, accusata di essere poco sana e sicuramente foriera di mortali patologie. Il fustigatore dei costumi alimentari altrui, dimentico di aver sostenuto con ardore e spreco di post su Facebook, per diversi mesi, la necessità di abolire qualsiasi elemento animale dalla propria dieta, pena la morte prematura tra atroci sofferenze, si sentiva chiamato, forte della sua laurea in giornalismo, ad annunciare la ferale notizia – la dieta vegana causa morte orrenda e subitanea – al mondo, per conquistarsi il sudato posto in paradiso salvando gli stolti dallo spettro di un’alimentazione scorretta. Punta nel vivo (non in quanto vegana, tendo a precisare, ma in quanto persona dotata di discernimento), mi sono lanciata, me tapina!, in una futile crociata al grido di Ciascuno mangi ciò che più gli aggrada e non tormenti il prossimo. Ne è seguita, ovviamente, un’inutile e interminabile discussione condita da pareri medici non richiesti e proposte, assolutamente rimandate al mittente, di consulti con sedicenti esperti della materia. Al netto dell’ovvia inanità della diatriba, a distanza di giorni continuo a domandarmi il perché di questa deriva normativa.

Da anni mi chiedo come mai, non solo sui social network ma anche, in maniera ancor più fastidiosa, nella vita reale, le persone si sentano in diritto di indicare, consigliare, suggerire, proporre, bachettare comportamenti e abitudini altrui. Sono stata cresciuta in una famiglia dai solidi valori: uno di questi è sempre stato quello di rompere le palle agli altri solo se strettamente necessario; per questo, non capisco davvero tutti quelli che sui social si sgolano pro o contro una dieta, o uno scrittore, o un taglio di capelli o un modello di jeans. Davvero sono convinti che a qualcuno, al di là di tutto, interessi il loro, parziale e quantomeno personale se non scarsamente condivisibile, parere su qualcosa? Di preciso, perché dovrebbe riguardarmi l’idea che un’altra persona, che non sia tutt’al più il mio medico di fiducia, pensi che il mio comportamento alimentare (o il mio peso, o il mio stato di forma fisica generale) sia inadeguato al mio stile di vita? Chi ha deciso che è moralmente ineccepibile criticare una persona per ciò che mangia, ascolta, legge, pensa? Quanto tempo sprecato e quale ipertrofia dell’ego stanno alla base di una tale volontà di censura? Con quale ardire si arriva a sentirsi in dovere di illustrare agli altri quali atteggiamenti sono migliori per loro? Quanta poca stima si dimostra di nutrire nel prossimo, quando ci si sente chiamati, senza alcun ruolo istituzionale acclarato, a indicar loro la retta via? E quale portato cattolico si nasconde alle spalle di questa sindrome-del-buon-pastore? Quando si dice a una persona, intenta a godersi una sigaretta, Stai attento che il fumo fa male, alla base c’è davvero la convinzione che quella persona non lo sappia (Davvero?! Fa male?!) o soltanto la convinzione di avere maggior continenza e autocontrollo dell’altro? O semplicemente il sadico piacere di far sentire il prossimo in difetto?

Sto leggendo un libro che illustra chiarissimamente molti di questi processi comportamentali: si chiama Fame, lo ha scritto Roxanne Gay, ed è un bel saggio che, partendo dalla premessa dell’autrice di doversi confrontare con un corpo fuori misura, taglia XXL, affronta molto bene tutti i cortocircuiti sociali che ne conseguono, dalle persone benintenzionate che la fermano per strada per consigliarle di dimagrire a chi, al supermercato, spinge il suo zelo fino a criticare quello che porta nel carrello, dagli sguardi di compatimento che le vengono costantemente rivolti a quelli grondanti disprezzo, odio, rancore.

Ps: una frase che sento dire molto spesso è che i vegani sono criticati per la loro tendenza a fare proselitismo (categoria che li accomunerebbe, nel sentire popolare, ai membri della comunità lgbt); ad oggi, a quasi trentacinque anni, nessun post-adolescente vegano mi ha mai detto cosa mangiare. Dall’altro lato, in situazioni sociali in cui ci sono vegani presenti, almeno uno dei convitati si è sentito in diritto di dirgli di cambiare dieta. Così, per chiarezza.

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Cose che mi irritano.

emotionheader25663782I gialli in cui, da una battuta a metà libro, si capisce chi è l’assassino: o anche solo chi potrebbe essere, o quale sia il movente, o dove sia stato nascosto il pugnale insanguinato, e invece l’investigatore sembra insensatamente ignaro di tutto e continua per duecento pagine buone a dire che no, questo delitto non ha evidenti ragioni e sicuramente il colpevole è il maggiordomo, quando invece il giardiniere ha di fatto confessato diversi capitoli prima e ormai si sta imbarcando su un cargo battente bandiera Liberiana.

Il freddo che ritorna dopo settimane di scirocco, quando ormai mi ero lasciata convincere ad alleggerire un po’ il mio abbigliamento standard e mettere da parte la maglietta intima di misto cachemire che ho indossato per buona parte dell’inverno.

Le uova di Pasqua esposte da molte settimane nei supermercati e che già stanno iniziando a finire, e non si trovano più quelle con la granella di nocciole e la doppia sopresa e la carta decorata a mano da incisori bengalesi e la colata di caramello salato sopra.

I negozianti che dicono “sono stanco, ho lavorato tutto il giorno” senza pensare che anche i clienti, nella maggior parte dei casi, hanno lavorato tutto il giorno, altrimenti col cavolo che potrebbero pagare la loro costosissima merce.

Le persone che abusano della propria posizione, del proprio potere, della propria illusione di autorità: come gli infermieri che danno proditoriamente del tu ai pazienti, anche se sono persone adulte e strutturate e che comprenderebbero correttamente una frase declinata al lei.

Quelli che pensano che i 5 st*lle abbiano vinto perché sono di sinistra, e alla domanda su cosa stiano proponendo di sinistra fanno i vaghi, gridano al complotto o si nascondono sotto un tavolo per paura delle scie chimiche.

Le persone che non si impegnano, soprattutto se sono giovani e si lagnano della mancanza di lavoro, di stimoli e di prospettive: e che quando offri loro stimoli, prospettive e lavoro nicchiano, si nascondono dietro il pc a giocare a ruzzle, si fingono malati facendo cof cof per telefono, annunciano di dover restare a casa per settimane per preparare un esame per l’appello di luglio 2020.

I libri noiosi o inconcludenti, specie se di autori osannati: come Tennis, tv, trigonometria, tornado di David Foster Wallace, che abbandonerò per l’ennesima volta perché ok, io ho scarsa attenzione ed eccessiva sensibilità al tedio e un palato non sopraffino e poca voglia di applicarmi, ma è una palla micidiale e sfido chiunque a dirmi, con sincerità, il contrario.

I pangoccioli che sono sempre troppo piccoli e che, al terzo morso, sono già finiti.

Bere la tisana ai semi di finocchio e prugne senza zucchero, perché in ufficio lo abbiamo finito e sembra che la mia esigenza di addolcire le bevande sia solo un eccesso di infantilismo.

Il tipo della pizza a domicilio che, due ore dopo l’orario fissato, mi dice che il ragazzo è già per strada per consegnarmela, facendo supporre che si sia smarrito e stia adesso vagando, con i cartoni in mano, nella periferia di Cinisello Balsamo.

Le donne che “tu non sei madre e non lo sai” per giustificare qualunque insensatezza, tipo affermare con vigore di riconoscere perfettamente il profilo di un feto in un’ecografia in cui la didascalia recita “femore destro”.

I padroni di cani che si mostrano scandalizzati o infastiditi quando saluto il loro cane dicendo “ciao, cane”, e mi rispondono “si chiama Asso” come se dovessi saperlo.

Nando che ringhia e spaventa le persone, e le persone che si spaventano di Nando come se fosse una bestia feroce e mordace.

Chi giudica gli altri perché troppo grassi o troppo magri e si sente in diritto di pronunciare frasi scortesi o troppo dirette con la scusa di farlo per il loro bene, chi giudica gli altri per le abitudini alimentari e ci tritura le scatole col fatto che la dieta vegana è troppo estrema e sbilanciata, mentre finisce di masticare il terzo Big Mac della giornata.

Chi visualizza e non risponde.

Oggi proverò a cucinare, per la prima volta in vita mia, il pan d’arancio: un dolce che non mi piace molto, ma a mia madre, sì, e quindi pace, vedremo cosa ne viene fuori; servono delle arance non trattate e io ne ho sottratte alcune dall’aranceto dell’Orto botanico: non ditelo a nessuno, vi raccomando.

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Siamo ciò che mangiamo?

Sono stata una neonata cicciottella; a sei mesi vestivo taglia due anni e mia madre, specializzata in malattie del ricambio e dal fisico invidiabilmente filiforme, pronosticò per me un futuro da diabetica, se la tendenza non fosse stata invertita immediatamente. Credo di essere stata la prima lattante cui fu imposta una dieta dimagrante: niente miele, niente biscotti plasmon, niente fruttoli; poca pastina, pochi formaggini e tonnellate di cibo sano preparato da mia madre tra un turno di guardia e l’altro: passati di verdure, pappe a base di riso, carne e pesce al vapore. Sono diventata una bambina tendenzialmente magretta: appassionata di ginnastica artistica mangiavo molto, nutrita con pasti da minatore dalle mie nonne, ma consumavo moltissimo, tra allenamenti in palestra e continui zampettii in casa; facevo ruote e spaccate e verticali ovunque: una volta pure nello studio del dentista, che rimase esterrefatto trovandomi a testa in giù in sala d’attesa. Crescendo (e sfasciandomi più volte i piedi) ho abbandonato l’esercizio fisico: ma non la cucina delle nonne, né l’abitudine di ingurgitare cioccolato e frutta secca dopo cena, e neppure l’amore per pizza e patatine fritte; se a sedici anni questo non si notava molto, complice anche un abbigliamento fatto solo di maglioni enormi, jeans sformati e anfibi, a trentatrè è diventato indiscutibilmente un problema. Per questo, terrorizzata dalla prospettiva di beveroni proteici e centrifugati di sedano e cetriolo, mi sono ottusamente rifiutata di vedere un dietologo; credo che su questa scelta abbia influito anche una traumatica serata con una vecchia amica che ha trascorso tre ore a raccontarmi la sua odissea per perdere qualche chilo: tra chi le chiedeva di mangiare soltanto grissini e chi le imponeva incongrue spaghettate a mezzanotte, si sentiva felice di averne trovata una che le aveva inflitto un regime a suo dire piacevole. Mi aveva mostrato il planning dei pasti per la settimana e il morale mi era sceso sotto i tacchi. Ho scelto di tentare, quindi, una specie di via di mezzo tra lo sbraco alimentare assoluto e la dieta bellica a base di zucchine grigliate senza olio né sale: non mi sarei privata di nulla (a meno che non fosse qualcosa di veramente troppo deleterio), ma avrei ridotto drasticamente le porzioni e compensato gli strappi con giornate dedicate al cibo sano, nutriente e poco calorico.

Con il sostegno della mia bella, che mangia sobriamente e non si lamenta della dieta noiosa che le propino, e con qualche aiuto dai miei genitori, che mi forniscono random cime di rapa bollite, cavoletti di Bruxelles, taccole e che per Natale mi hanno regalato una meravigliosa vaporiera, adesso le cose vanno meglio. Ho scoperto che l’insalata con poco olio va bene uguale e che come pasto da ufficio, abbinata a una mozzarellina e a un bocconcino, è comoda e abbastanza soddisfacente; il passato di verdure, che ricordavo come un incubo infantile, con zucchine e carote e un po’ di spinaci non è niente male, soprattutto con curry e curcuma a dare sapore. Un bel piatto di lenticchie coi broccoli, d’inverno, è perfetto per riprendere calore, e i carciofi crudi saziano e sono croccanti e gustosi. Perderei volentieri un altro paio di chili, ma anche così sono contenta: soprattutto, sono contenta di aver dimostrato a me stessa di essere capace di avere un minimo di costanza per raggiungere un obiettivo a cui tengo.

Anche se mangio pochi dolci, è l’ultimo fine settimana di carnevale ed è tempo di chiacchiere; al forno sono più buone che fritte, e qua le vendono guarnite di crema al pistacchio: indiscutibilmente deliziose.

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Novità in cucina.

Ci sono alimenti che vanno di moda; quando ero bambina, per l’insalata si usava solo il pomodoro-da-insalata: che era grosso, rosso-verdastro, turgido e brillante, non costoluto, con un bel picciolo; aveva un sapore deciso, estivo: sapeva di sole e del sale sulle spalle al ritorno dal mare, del giardino innaffiato col tubo di gomma bianco, delle discussioni con la nonna sulla possibilità di giocare fuori prima delle cinque e sull’assoluta necessità di non disturbare il sonno altrui, pena l’immediato taglio del pallone. Si poteva servire a fette o a pezzettini, riempire di riso e tonno e olive, o mangiare a morsi, in piedi in cucina, aspettando che la doccia fosse libera. Poi, improvvisamente, sono diventati di gran moda i pomodorini; i ciliegini prima, e i datterini molti anni dopo, hanno soppiantato i pomodori insalatari: e si trovano tutto l’anno, in barba alla stagionalità, avvolti nel coppo di carta pesante beige del fruttivendolo o in igieniche vaschette di plastica trasparente sui banconi del supermercato; addirittura, chissà come mai, i datterini sono venduti in bizzarre confezioni a forma di poliedro a base triangolare, che non chiudono mai bene e si incastrano con difficoltà in mezzo alle altre confezioni. Non si possono fare ripieni, ovviamente, e hanno sempre la buccia un po’ troppo dura e sanno spesso d’acqua, di troppo poco sole, di serra.

Nella stessa maniera, da pochi mesi a Palermo si sono diffuse le patate rosse: che fino a una manciata di settimane fa non avevo mai visto e che ora, improvvisamente, sono ovunque – e, paradossalmente, costano meno delle care vecchie patate a pasta gialla. Le ho comprate, la prima volta, colma di aspettative; ho passato diversi giorni a scegliere il modo migliore per prepararle (bollite, in purezza, in modo da evidenziare il sapore? A sformato? Fritte?), per poi scoprire che non hanno molto di differente dalle patate “nuove”; sono solo, forse, un pochino più croccanti: o semplicemente, forse ho avuto più fortuna e mi sono venute meglio del solito. Ieri sera, comunque, le ho cotte al forno (e, di nuovo, sono diventate croccanti e invitanti senza che facessi niente di particolare); abbiamo cotto un carciofo in padella e abbiamo optato per la frittata carciofi-e-patate: che è venuta buona e gustosa e invitante e. Ma che si è orribilmente sfrantumata quando ho tentato di girarla: e no, non entrerò nel girone dantesco delle frittate arrotolate o cotte solo da un lato, la mia religione me lo impedisce e darei un orribile dolore a mia madre, che da me non se lo aspetta. Abbiamo mangiato, con mio sommo sconforto (e tra ottimistici mugolii di piacere della mia bella, che oltre che bella è anche molto dolce e trangugia qualsiasi cosa le prepari, anche tagliatelle funghi e marmellata di pesche, dicendo che buono!), una frittata orribilmente rappezzata. La prossima volta, ho deciso, divido il composto in due parti e cucino una piccola frittata a testa: vincerò io la battaglia contro la lobby delle palette-da-frittata, colpevoli almeno in parte della disfatta di ieri.

La app Raiplay Radio, che mi aveva resa, per qualche giorno, una felice ascoltatrice di audiolibri, in seguito a un insensato aggiornamento ha smesso di funzionare; sono rimasta a metà con Limonov di Carrére, e dovrò finirlo leggendolo e non ascoltando la bella voce di Elio De Capitani. Lo so, non è una tragedia, ma cheppalle.

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Del cinema, del Natale, dei film natalizi.

Natale non sarà Natale senza regali” è il famosissimo incipit di Piccole donne. Per me e la mia bella, Natale è una cosa seria; abbiamo scelto e acquistato per tempo regalini per parenti e amici; li abbiamo incartati e infiocchettati (ok, ok, li ha incartati e infiocchettati lei, ché io sono negata) e disposti sotto l’albero. Abbiamo recuperato campanelle e sfere con la neve e la nostra collezione di presepi, affisso una pacchiana decorazione con un babbonatale su un ramo di abete alla porta di casa, spolverato un albero di ceramica con fiocchi e nastri che mia madre ci ha omaggiato al grido di “è troppo kitch per casa mia!” che ha trovato posto, l’albero e non mia madre, davanti allo stereo. Abbiamo anche stilato, con largo anticipo, un dettagliato elenco di film natalizi: perché per noi Natale non è Natale senza La vita è meravigliosa.

Per celebrare degnamente un periodo che amiamo, abbiamo messo a punto un calendario di film da vedere, declinati in natalizi e capodanneschi: e, dal primo dicembre al 6 gennaio, la sera non sono concessi programmi televisivi non-a-tema o film d’avventura o gialli, neanche se ce lo chiedesse Hitchcock in persona.

Dopo giorni di consultazioni, dal vivo e sui social, siamo pervenute e un elenco che sembra soddisfarci; non mancano i grandi classici: Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, Piccole donne nella versione con Liz Taylor, Natale in casa Cupiello che mi mette sempre una tristezza fonda e senza remissione. Abbiamo aggiunto qualcosa di nuovo (Un amore sotto l’albero, Love actually, La neve nel cuore, Il diario di Bridger Jones), qualche concessione al cinema d’animazione (Il canto di Natale di Topolino), un paio di digressioni (Via col vento e Angeli con la pistola, che non sono natalizi ma sono dei cult). Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di togliere dall’elenco i film che non ci piacevano (e così sono saltati Il piccolo Lord, La storia infinita e poco altro), abbiamo ricordato il cinema italiano (Baci e abbracci, che ha tutta la carica vitale dei primi film di Paolo Virzì), inserito titoli più recenti (Non buttiamoci giù, che è tratto da un libro che abbiamo amato); sono stata costretta, pena la pubblica gogna feisbucchiana, a segnare in elenco un musical (Sette spose per sette fratelli, che immagino solo come una sfilza di boscaioli in camicia grunge che zampettano e strepitano e che già so che non mi piacerà), sono riuscita a tirar via in extremis i film che mi spaventavano (Il grinch, Nightmare before Christmas). Ovviamente, uno dei primi lavori a rientrare nell’elenco è stato Parenti serpenti, che abbiamo guardato citando a memoria la maggior parte delle battute, e che credo sia uno dei film che ho visto più volte in vita mia, con una superba Marina Confalone che davvero avrebbe meritato di più dal cinema italiano.

Mentre le feste sono ormai nel vivo e la voce di Clarence mi risuona nelle orecchie (“ogni volta che una campanella suona, un angelo mette le ali”), mi chiedo se non abbiamo dimenticato qualcosa. Qualcuno ha titoli imprescindibili da consigliarci? Siamo sempre pronte a inserirli.

In un periodo in cui ho poco tempo per leggere, ho deciso di affrontare Il regno di Carrére; probabilmente non è una scelta felice: è un libro molto bello, una interessante disamina sulla religione cattolica, ma ogni pagina andrebbe meditata e affrontata da diverse angolazioni, e non trangugiata in fretta e furia. Ma tant’è: lo sto leggendo e ne vale veramente la pena.

Santa Lucia è passata da poco, con il suo strascico di arancine&acidità; ho preparato la cuccìa: alla ricotta per gli onnivori, vegana per mia madre, assemblando un budino al cacao amaro fatto con latte di riso, grano cotto e cedro candito. Ieri sera, mentre mandavo giù l’ultima cucchiata, mi chiedevo come mai la cuccìa sia impossibile da trovare in qualsiasi altro giorno dell’anno: io la mangerei volentieri anche a Pasqua.

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Chomolungma, la dea madre del mondo.

Campo base dell'EverestVivo a Palermo da quando sono nata: e amo la città, il caos, l’odore acre di inquinamento salmastro che si mescola al dolcefiorito dei miei gelsomini, il rumore delle macchine; non per niente, ho costretto la mia bella a vivere sulla circonvallazione, in un posto così rumoroso che d’estate, se apriamo le finestre, la sera, non sentiamo più la tv. Non mi piace molto il mare e ho poca familiarità con la montagna: a parte qualche settimana bianca sulle Dolomiti, da ragazzina, e un paio di gite sulle Madonie e sull’Etna, vanto la conoscenza solo di Monte Pellegrino che, nonostante l’amore tributato dalla città, non è altro che una collina bassotta e multicolore. Per questo, la mia recente passione-ossessione è del tutto fuori luogo: ma, complice la visione casuale di un film, Everest, ho sviluppato una dipendenza da tutto ciò che parla di spedizioni sull’Himalaya. Soffro di vertigini fin dall’infanzia: ho avuto difficoltà ad abituarmi alla nostra casa al settimo piano, a Monte Pellegrino non mi sono mai affacciata dal belvedere, durante le gite in montagna non riesco a guardare il paesaggio, mi sono rifiutata di salire sulla Torre Eiffel e sulla Mole Antonelliana; anche gli scivoli del parco acquatico sono proibitivi, per me: e questo non fa che aggiungere attrattiva a libri e film in cui, invece, ci sono persone che si librano a 8000 metri sul livello del mare, in condizioni di carenza di ossigeno, attaccati a una corda fissa posata magari qualche anno prima, con una insensata fiducia nelle proprie piccozze e nella benevolenza del fato, solo per il piacere di arrivare in cima. Credo che sia questo che ad attrarmi: l’assoluta inutilità pratica di tutta questa fatica, la capacità di impegnare almeno due mesi di vita per un’impresa che potrebbe fallire in qualsiasi momento, la perseverenza nella preparazione fisica e medica, la sfida alla morte, e tutto semplicemente per potersi misurare con le proprie capacità.

Prima di intraprendere la lettura di libri e articoli sull’argomento, delle scalate himalayane non sapevo nulla: adesso so pochissimo, è chiaro, ma quel poco mi spaventa ed esalta insieme, e spinge la mia mente iperrazionale a cercare un senso. Perché una persona “normale” dovrebbe mettere in atto quella che è, di fatto, una condotta ordalica in piena regola, ricevendo dagli astanti (e anche da me, che tremo di paura avviluppata nel mio piumone) lodi e complimenti? Delle persone che tentano la scalata al monte Everest (ma anche al k2, al Nanga Parbath, al Lhotse, all’Annapurna), un quarto muoiono durante l’impresa: e i loro corpi restano lì, scavalcati dagli altri scalatori che si affollano in vetta. Delle persone che raggiungono la vetta, una quantità considerevole riporta lesioni permanenti, prime tra tutte la perdita delle mani o dei piedi. Durante le fasi finali delle scalate, non è raro che persone in difficoltà vengano lasciate indietro e, di fatto, condannate a morte: una perversione dei valori abituali degna di una situazione di guerra, motivata dall’assolutà impossibilità di salvare qualcun altro senza mettere a repentaglio la propria vita. Posso, con enorme sforzo, riuscire a comprendere la volontà di affrontare i propri limiti e mettersi alla prova in maniera così violenta e priva di margine di sicurezza: ma mi stranisce come, chi affronta questi rischi, non incorra nel biasimo sociale, come succede, invece, a chiunque altro si metta in condizione di pericolo estremo senza necessità. Davvero non mi è chiaro: ma il fascino che questa natura, minacciosa e spettacolare, riveste anche su di me che sono la persona più lontana al mondo dai rischi inutili, è enorme.

Tra i libri che narrano di ascensioni sull’Himalaya, quello che più mi ha attratta è stato Aria sottile di Jon Krakauer, che racconta in prima persona la scalata all’Everest del 10 maggio 1996.

Per ora cucino molto poco: la mia bella mi vizia e mi rimpinza di piatti deliziosi. Dopo degli stupendi involtini di melenzane, è stata la volta delle crepes con ricotta, spinaci e speck; sto tramando per farle dichiarare Partimonio dell’umanità Unesco.

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