Di Pf, degli F, del futuro e di altro ancora.

Pf non è ancora un bimbo, ma presto lo sarà: è un patatino-in-pectore, una promessa di bambinità, un futurobambino. Pf ancora non ha un nome: ma sua madre e suo padre si chiamano F, e quindi lui è Pf di diritto. Pf è un maschietto, per ora, solo per comodità e per artificio linguistico: forse sarà una Pf, chissà. Pf ancora non ha viso mani piedi, ma ho già da parte per lui un pacchettino di affetto che gli consegnerò appena lo vedrò.

Pf è il futurobambino degli F, e già per questo è fortunato: perché sua madre è una persona intelligente e dolce e sensibile, ed è amica mia, e questo non guasta, e suo padre è un uomo pratico e sicuro di sé e concreto, e anche lui è amico mio, e anche questo non guasta. Pf è il primo futurobambino di cui conosco bene i genitori: a differenza di Pagnottino, che mi è vicino solo in maniera obliqua, e di Generico, che è un piccolissimo esponente della famiglia, ma di quel lato con cui ci si vede raramente e in occasioni che sconfinano col formale, Pf nascerà in un contesto che mi è familiare, in una casa che ho visto cambiare, evolvere, nascere nella sua nuova gioiosa forma e riempirsi di lampade e poltrone verdi e grandi divani e faretti da fornello e librerie su misura; potrò immaginare Pf – posso già immaginarlo – in una stanza in cui sono entrata, alla fine di un corridoio che ho percorso; passando sotto il palazzo con la macchina, al ritorno dal lavoro, potrò guardare verso la finestra e pensare ecco, Pf dorme, o mangia o gioca o ride, a seconda dell’orario e del temperamento che avrà.
Pf avrà due genitori che conosco, a cui sono affezionata, che ho visto crescere: soprattutto sua madre, di cui gli potrò dire
me la ricordo quando aveva diciott’anni e si faceva fare i dread nel giardinetto dell’università, frase che potrà tornargli utile ogni volta che si vedrà contestare un look o un taglio di capelli non omologati. Vivrà con persone che ho visto imparare ad amarsi, diventare coppia in una calda estate palermitana in cui le casse di birra erano l’unico sedile ammesso e i gabbiani volavano un po’ troppo vicini ai capelli, e poi sposarsi e ipotizzare la presenza di un Pf e renderlo concreto, tangibile, vero.

Pf è il primo bambino la cui imminente nascita mi è stata annunciata dai genitori, e non da parenti o affini o altri, con la consegna di tacere e fare la faccia stupita quando mi fosse stato detto ufficialmente: no, dell’arrivo di Pf me l’hanno detto gli F, in una sera ancora mite di giugno, sul nostro divano rossiccio, con in mano un bicchiere di succo di mirtillo, e per l’emozione ho perso una pantofola. Lo avevamo avvertito, l’arrivo di Pf, qualche giorno prima della comunicazione: quando avevo detto alla Gio’ sai che è successo? e lei aveva risposto F aspetta un bambino? e non c’era alcun motivo di pensarlo ma in realtà era davvero così.

Pf avrà uno dei nomi che abbiamo ipotizzato una sera a cena, o forse ne avrà un altro diverso, e sarà bello e adatto a lui e gli calzerà a pennello: ma per me rimarrà Pf, il figlio degli F, il bimbopiccolo a cui auguro un cuore pieno del sole di questi giorni, e gli occhi pieni di mare e cielo azzurro e sorrisi.

La F mi ha chiesto che libro inserirò, a corredo di questo post; il sempiterno Storie di primogeniti e figli unici di Francesco Piccolo, che in questo caso mi sembra davvero adeguato.

Il libro sul tagliere si prende una settimana di pausa: lo so, laMate, sbufferai, ma.

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Domandare è lecito?

«Quando mi dicono: ti potevi vestire meglio. E io mi ero già vestito meglio».

Che adoro Francesco Piccolo si sa – da qualche giorno lo sa anche lui. Mi piace come scrive, come parla, come argomenta: mi piace soprattutto il suo modo di notare le cose e svelarle, quando erano sempre state lì ma non ci avevo mai fatto caso. Così, per confermare la teoria che quello che Piccolo scrive è qualcosa che ho vissuto, vivo o vivrò, ecco che la fatidica frase mi è stata detta: ti potevi vestire meglio. Non da mia madre, che potrebbe essere vagamente giustificata nel suo ruolo di consigliera-non-richiesta, ma da una persona con cui non sono così in confidenza da rispondere anche tu. Ho incassato e sono rimasta in silenzio: né avrei mai potuto fare altro.
Subito dopo il disappunto iniziale, è subentrata l’annosa domanda: perché alcune cose si possono dire e altre no? A me non verrebbe mai in mente di criticare apertamente una persona per il suo abbigliamento: a meno che, appunto, non si trattasse di mia madre, e anche in quel caso cercherei di essere più accomodante e malleabile. Del vestiario di amiche e colleghe non mi sono mai interessata: ma ho la certezza assoluta che, se andassi da collegamodaiola dicendo che shorts e ciabattine non mi sembrano una mise adatta all’ufficio, verrei immediatamente rintuzzata, tacciata di scortesia e maleducazione e ostracizzata. Perché, allora, altri possono dire a me che sono vestita in modo inadeguato, e devo anche tacere? Nella mia personale visione del mondo, un paio di pantaloni neri, una maglietta – nuova, carina, leggermente scollata, sagomata in vita, pulita, stirata, senza buchi o macchie di marmellata – e un paio di sneakers sono una tenuta adatta a un pomeriggio di lavoro, considerato che non presto servizio in un Pronto soccorso, nella cucina di un ristorante, su un autobus di linea o alla corte di Sua Maestà. Ma a una femminuccia si addice la gonna, o la scollatura pronunciata, o i capelli di parrucchiere: quindi devo scegliere se stare con le ginocchia al vento o farmi criticare e tacere: ché il mio irrispettoso e oltraggioso anticonformismo mi porta a non poter rispondere, se non voglio passare per una persona acida e imbruttita. È lo stesso principio per cui verrei linciata se dicessi a conoscentegrassa mangia un po’ meglio, non vedi che sei una balena?, mentre tutti possono dire alla mia bella come sei magra, mangia di più (anche nell’odiosa versione a me rivolta guarda com’è magra, falla mangiare di più, a cui non potrei mai ribattere guarda l’adipe di tuo marito, vuoi che gli venga un infarto?). Offendere le persone sovrappeso è un tabù, insultare le magre è lecito. Tingersi i capelli di rosso tiziano o nero corvino va bene, tingerli di verde è da punkabbestia. Gli osceni colpi di sole di amicafrescadipiega non possono essere criticati, i miei capelli più lunghi della media sì. Chi decide cosa è lecito dire e cosa no? Chi sceglie quali domande sono inopportune e quali vanno bene? Perché una persona grassa dovrebbe essere ferita da una frase poco gentile, e una magra dovrebbe considerare quella frase un consiglio? Lasciate in pace la mia maglietta, i miei capelli e la mia bella, una buona volta.
Incontrare Francesco Piccolo è stato bello; scoprirlo alla mano, arguto e simpatico come speravo ha completato il quadro. Gli ho chiesto di scrivermi una dedica su Storie di primogeniti e figli unici: un libro che non smetterò mai di consigliare.

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Sono pazza di Francesco Piccolo (ma lui non lo sa).

In una ideale classifica di ovvietà – mai mescolare pasta d’acciughe e crema di nocciole, non è un’idea brillante sporgersi dal balcone con un’incudine tra le mani, è molto complicato camminare sul soffitto – ce n’è una che mi calza a pennello, ed è quella secondo cui ogni libro, per essere goduto appieno, ha bisogno di approdare al momento giusto nella vita dell’aspirante lettore. Ecco, purtroppo sono contravvenuta a questa regola fondamentale, e quindi adesso sto leggendo Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo, ma ho la sensazione di starlo apprezzando molto meno di quanto meriterebbe, porcamiseria.
Ai libri di Francesco Piccolo sono molto legata; ho letto Storie di primogeniti e figli unici almeno quindici anni fa: era su uno scaffale di una libreria, solitario e triste, con la sua copertina bianca a virgole cremisi. Sono primogenita e figlia unica, e quel libro ammiccava e sorrideva e sgranava gli occhioni e mi chiedeva di tornare a casa insie
me, per favore; è stato amore a prima vista. Con la mia attitudine all’accumulo, ho cercato e trovato, negli anni, tutti i libri di Piccolo: e li ho letti più volte, con attenzione e divertimento e invidia (perché lui scrive così bene e io no, perché?). Ho amato parole e frasi, la sua lingua e il suo stile: ma soprattutto ho amato le sue idee, e la sua capacità di esprimerle con chiarezza e delicatezza, con rigore e allegria e puro piacere da volontà-di-essere-compreso. Ho aspettato con ansia l’uscita di ogni suo nuovo libro; ho piluccato Allegro occidentale rivedendoci la me titubante e in preda all’ansia prima di un viaggio, ho sorseggiato E se c’ero, dormivo col sorriso pacato da persona uscita dalla scuola da un bel po’, ho assimilato ogni riga di La separazione del maschio, che ho consigliato ad amiche e colleghe e parenti e conoscenti. Mi sono battuta perché Momenti di trascurabile felicità venisse compreso e non bollato come un puro esercizio retorico, ho strappato l’ultima copia di L’Italia spensierata dalle mani di un ignaro potenziale compratore, in una piccola snob libreria del centro. E adesso che ho tra le mani un libro nuovo di zecca, prenotato con giorni di anticipo e desiderato ardentemente, e che è forse la sua prova più organica e matura e completa, mi accorgo che lo sto trangugiando senza rallegrarmi del sapore: perché sono stanca e oberata e confusa, e avrei bisogno di leggere qualcosa di sciocco e poco impegnativo, qualcosa di coccoloso e leggero e caldo e soffice: un libro-plaid-a-scacchi, per intenderci. E invece  è un libro profondo, intenso, interessante; è un testo ibrido: in parte è una bella autobiografia sul tema della maturazione e crescita politica dell’autore, in parte è un saggio davvero illuminante sulla sinistra italiana negli ultimi quarant’anni. Dal compromesso storico al delitto Moro, dalla discesa in campo di Berlusconi allo strappo di Bertinotti, Piccolo ci racconta una storia che ognuno di noi, (e)lettore di sinistra, conosce bene, ma che, senza un punto di vista organico e lucido come questo, spesso si perde nella sua interezza. Ci sono pagine stupende: il racconto commosso della morte di Berlinguer mi ha toccata moltissimo; e la descrizione della volontà di purezza della sinistra paragonata ai ciclisti che maltrattano chi guida un’auto è davvero geniale. Mi mancano ancora poche pagine, le sto centellinando, per stanchezza e svagatezza: ma è un libro che consiglierò, e rileggerò, e gusterò come merita.

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A qualcuno piace corto

A molte persone non piacciono i racconti; a me, invece, sì. Non sempre e non tutti, è chiaro: ma c’è qualcosa di assolutamente finito e concluso, in un racconto, che in un romanzo è raro trovare. I non-amanti dei racconti li trovano, di solito, troppo brevi – il che è tautologico e ovvio – e privi di azione, e con personaggi a cui è triste affezionarsi per poche pagine. Tutto questo è vero, a volte: nel senso che alcuni racconti sono davvero troppo brevi, quasi solo idee abbozzate e collegate in serie; poveri di avvenimenti, anche: lunghe riflessioni auto-consolatorie, pensieri che si attorcigliano, monologhi in prima persona sul senso della vita, giaculatorie scritte per compiacersi e darsi pacche sulle spalle e baci in fronte. Quanto ai personaggi, è vero, può essere triste lasciarli: ma non più di quanto sia straziante vedere andar via Watanabe, o Clara Del Valle, o Atticus. I racconti sono il rifugio per gli aspiranti scrittori: sembra che sia semplice, comporne uno, perché la storia è tutta lì, sotto i tuoi occhi, e non rischi di perderti in rivoli e strade accessorie, di lasciare un personaggio in un ascensore perché hai dimenticato di tirarlo fuori, di non riuscire a recuperare il filo del discorso; quello che non è così ovvio è che è molto difficile scrivere un racconto bello: che abbia uno svolgimento, una trama, che non sia solo l’inizio di qualcosa, la mini-porzione che non sazia come in un aperitivo a buffet, un assaggio da nouvelle cousine. Devono esserci personaggi così ben strutturati da non aver bisogno che di loro si racconti la vita, ma solo il qui e ora. Deve esserci uno scopo, una motivazione: qualcosa che faccia fare il salto dal temino ben scritto, dal compitino senza errori, alla vera scrittura.
Ci sono autori che hanno dato il meglio di sé anche nei racconti: Truman Capote, ad esempio. C’è tutta la sua poetica, nel volume La forma delle cose: c’è la sua famiglia, ci sono le sue origini, c’è la sua amica Harper e tutto quello che lo ha reso lo scrittore maturo di A sangue freddo. Giustamente famosi e osannati sono i racconti di Carver: e anche se non lo amo, non posso negare che abbiano una qualità altissima, e una scrittura come una punta di diamante, tagliente dura secante e quasi cattiva, feroce. Tra gli italiani, ho adorato i racconti di Francesco Piccolo: Storie di primogeniti e figli unici è delizioso, sardonico e sbeffeggiante e amaro e caustico, a tratti geniale. Anche Domenico Starnone ha scritto bei racconti,  quelli che compongono il volume La retta via. Per ultima, una scrittrice giovane e interessante lanciata proprio dai testi brevi: Valeria Parrella. mosca più balena e Per grazia ricevuta sono ritratti vividi, sguscianti, di donne – soprattutto, ma non solo – di Napoli: con un misto di dialetto e italiano in bocca, e atteggiamenti e vestiti che abbiamo visto indossare, per strada, a molte persone.
La ricetta di oggi è quella dei fiori di zucca ripieni: mondati e provati del pistillo – se si vuole, io lo lascio -, riempiti con un pezzetto di scamorza e mezza acciuga sott’olio, passati in una pastella di uova, farina, acqua gelata e poco lievito e fritti. Una ricetta come un racconto: rapida da leggere, complessa da assaporare e digerire.

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Momenti di stupore collettivo

Arriva un momento in cui la maggioranza delle persone scopre qualcosa, e ne è stupita. Qualcosa che c’era da anni, e della cui esistenza un numero più ristretto di persone era a conoscenza, la considerava parte naturale del proprio scenario. Era lì, e a un tratto, ecco, se ne sono accorti tutti.

È stato così, per esempio, per Tokyo Blues di Haruki Murakami. È uscito nei primi anni ’90, lo pubblicava Feltrinelli; in economica aveva una copertina rossa con un disegno di ideogrammi verde, e la costina col nome in bianco. Stava sugli scaffali delle librerie e lo abbiamo comprato e letto, ci è piaciuto e ne abbiamo comprati e letti altri, ne parlavamo e facevamo confronti, mi è piaciuto più Dance Dance Dance, no La ragazza dello Sputnik è più interessante. Era un autore come tanti, apprezzato e commentato e regalato, e improvvisamente tutti lo hanno scoperto, e lo consigliavano ed indicavano, lo leggevano ed erano stupiti e si chiedevano dove fosse stato, fino ad ora. Sui nostri scaffali, ecco dov’era.

Come anche Rafa Nadal. Me lo ricordo nel 2003 o 2004, che giocava e vinceva, con i braghettoni bianchi da surf e la maglia arancione senza maniche, sudato, con la fascia bianca sulla fronte, i capelli sotto le orecchie. Clerici e Tommasi commentavano, dicevano quanto era bravo, e quanto il dritto anomalo da sinistra fosse un colpo micidiale; era lì, Nadal, zampettava sulla terra rossa e tirava racchettate ai tacchetti e si sistemava le mutande, e a un tratto era il 2005 e vinceva il Roland Garros, e tutti lì a dire quanto era forte e giovane e atletico. Ma vi assicuro, c’era già.

Ora tutti hanno scoperto Francesco Piccolo. Avevo letto Storie di primogeniti e figli unici, tanti racconti minuziosi e attenti, pieni di particolari e della sua strana cinica ironia. Aveva una copertina niente-di-che, lo avevo pescato in uno scaffale di volumetti in edizione economica; lo avevo letto e ne ero stata entusiasta, e nessuno lo conosceva né voleva farlo. Piccolo scriveva, in pochi compravamo i suoi libri, li scrutavamo con soddisfazione, con un piacere vagamente snob da setta segreta, ed inopinatamente è uscito Momenti di trascurabile felicità, e tutti leggono Piccolo e dicono quanto è bravo, e che ha fatto fino ad ora. Ha scritto, ve lo assicuro.

Anche per i cibi, a volte, è così. Mia nonna non amava la pasta sfoglia, e confezionava in casa la brisée, lavorando la farina e il burro con le lame di due coltelli per non fare scaldare il grasso. La mangiavo e dicevo che buona, e a un tratto tutti la prendono dal banco frigo e dicono che buona, e quanto è pesante, invece, la sfoglia. Ma c’era già, giuro. Ed è buona davvero. Ritagliate dei triangoli, mettete su un pezzetto di formaggio e uno di prosciutto, avvolgeteli a formare dei cornetti, spennellateli di tuorlo e spolverate di semi di sesamo. Pochi minuti in formo e sono ottimi, croccanti e gustosi.

Chissà perché, a un tratto, tutti scoprono qualcosa. Magari domani si spargerà la voce di quanto è rilassante carezzare il semi-labrador, ma stanotte le sue lappate sono solo per me.

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