Chi sono io? E perché nessuno ha voglia di dirmelo?

Una settimana fa ho posto una domanda ai miei contatti di Facebook: una domanda formulata scompostamente, non lo nego, ma che non ha avuto (quasi) nessuna risposta nel merito. Mi chiedevo – mi chiedo, dato che, appunto, non ho avuto riscontro – cosa ci sia che non va in me: e non c’è desiderio di conforto o volontà di ricevere complimenti o autocommiserazione o captatio benevolentiæ dietro le mie parole, ma il reale tentativo di comprendere e, se possibile, cambiare. Fidanzatafiga, la splendida fanciulla che mi sopporta stoicamente da anni, oltre ad essere, appunto, figa, è anche una psicologa: e, tra le mille cose che mi ripete da sempre – tipo, non infilare la mano nel frullatore in funzione, come peraltro una volta ho fatto – c’è l’assunto che, se suscitiamo la stessa reazione in un numero abbastanza grande di persone, è difficile che sia una coincidenza, ma noi stessi ne siamo causa. Da ciò consegue che, se non ci piace come gli altri ci trattano, dobbiamo controllare di non essere circondati da acclarati stronzi: appurato ciò, c’è qualcosa nel nostro comportamento che spinge persone normalmente urbane a comportarsi come militanti di Forza (N)uova a un gay pride. Da qui la domanda: che, appunto, non cercava risposte sornione, né complimenti da parte di semi-sconosciuti, e tampoco parole di conforto o distici elegiaci da persone che non vedo né sento da svariati anni, ma che voleva essere un tentativo di vedermi dall’esterno, di capire e interpretare. Avrei desiderato (e continuo a desiderare, ma penso di dover centrare meglio i miei interlocutori) una schietta risposta del tipo “non sopporto quando fai così”, o anche “preferisco quando non fai così”: e, sia dato onore al merito, amicacatanese lo ha fatto, andando a centrare un punto su cui affliggo fidanzatafiga da intere ere geologiche.

Assodato che qualcosa, da questa esperienza, l’ho comunque imparata – Facebook non è il posto adatto per le riflessioni più personali e complesse – mi chiedo, comunque, come fare a superare il gap che ci porta a vedere noi stessi sempre e solo con i nostri occhi; in questo modo, come si fa ad avere una esatta consapevolezza di sé? Se non riceviamo un feedback dagli altri – altri di cui ci fidiamo, ovviamente – come possiamo capire se le nostre battute fanno schifo, se appariamo dei patetici sbruffoni, se facciamo una cosa che sta fortemente sullo stomaco ai tre quarti della popolazione mondiale? Chi ci dice dove sbagliamo e dove facciamo bene? E lo sguardo degli altri quanto è realmente imparziale? Vale più il commento di un amico, che ci conosce e somma, ai nostri atti, tutto il vissuto che ci ha legato, o quello di uno sconosciuto che ha un punto di vista solo parziale ma più scevro di pregiudizi? Quanto siamo fastidiosi, stancanti, piagnucolosi o irritanti quando pensiamo di essere assidui, invitanti, irresistibili? Cosa sappiamo davvero di noi, e cosa sanno gli altri di noi?

Quanti sguardi alieni ci vogliono a comporre una esatta immagine di noi stessi?

Dopo molti anni, ho deciso di riprendere in mano un libro che avevo affrontato e non portato a termine: è Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) di David Foster Wallace, un autore che avevo amato all’epoca di La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti che fidanzatafiga ha odiato e che a me erano piaciuti molto, e che ho progressivamente abbandonato col tempo. Leggo lentamente e lo trovo faticoso e involuto, ma voglio tenere duro e arrivare alla fine.

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Di mamma ce n’è una sola (e non sono io).

Per evidenti ragioni di età, ultimamente sono spesso a contatto con persone che hanno avuto figli, specie se da poco. Complice un cugino scout che snocciola un bambino l’anno, qualche amica o sorella di amici o cugina di sorelle di amici, un po’ di colleghe e affini, sento pronunciare sempre più spesso commenti sui pannolini dell’Esselunga, sui più efficienti cuscini anti-soffocamento, sulle pizzerie provviste di seggiolone, sulle culle da agganciare al letto matrimoniale; prima di entrare in questo mondo pensavo che la scelta di un passeggino fosse relativamente semplice, tipo andare in un negozio, vedere qualche modello e optare per quello col miglior rapporto qualità-prezzo: e invece, tra ruote piroettanti, maniglione unico per quando hai il pargolo in braccio ma devi comunque spostare il trabiccolo, capottina anti-neve e copertina termica per le gambe, l’impresa sembra complessa e meritevole di ricerche incrociate su internet, valutazione corale di pro-e-contro, richiesta di pareri in improbabili gruppi su Facebook. Assodato che non ho e non avrò figli, queste conversazioni hanno, per me, il fascino indiscusso di qualcosa che interessa vagamente, incuriosisce senza creare ansia, diverte moderatamente. Da forte lettrice di riviste da parrucchiere – dove, peraltro, non vado da decenni, ma alle riviste sono abbonata – posso a pieno titolo inserirmi decantando le virtù della culla next-to-me, fermo restando che, non dovendone comprare una, posso sorvolare sul fatto che costi quanto un brillante di buon taglio.

I bambini, soprattutto quelli a cui sono affezionata, mi divertono abbastanza: mi piace Robert, la mascotte dell’ufficio, mi piace Stefanuccio, il figlio della Fra’, mi piacciono abbastanza anche i miei semi-nipotini Generico e Brucovico, sebbene siano in profonda crisi da vicinanza di età e sorellina in arrivo; mi piace anche Pagnottino, il nipote di amicastorica, sebbene lo abbia visto poche volte. Mi piacciono meno, invece, i discorsi che sono, spesso, corollario della presenza di una madre o un padre nei paraggi. Non mi piace molto sentirmi dire che anche io vorrò un figlio, prima o poi: soprattutto se a dirlo è qualcuno che non mi conosce bene e che non sa che la mia scelta di non avere figli è profonda, radicale e molto pensata. Non mi piace sentirmi dire – e me lo sono sentita dire – che non essendo madre non posso sapere quali sono le esigenze o i limiti di un bambino, o come si distingue un pianto da un capriccio, come se fosse esclusiva capacità di chi ha partorito comprendere un essere di meno di tredici anni. Mi infastidisce sentirmi dire che non voglio un figlio solo perché non voglio rinunciare alle mie notti di sonno: e comunque, anche se fosse, penso che sarebbero esclusivamente fatti miei. Mi dispiace, soprattutto, sentire parlare molti genitori dei propri figli come se fossero una specie di condanna; bambini che non dormono, non mangiano, non fanno i compiti e rispondono male alla maestra – di fatto, normalissimi bambini, magari solo un po’ più viziati o capricciosi di mille altri – protagonisti di racconti dell’orrore in cui madri e padri si sentono succubi della loro presenza; una persona che conosco per lavoro – e che stimo, tra l’altro, e trovo anche piuttosto simpatica – è arrivata a paragonare i suoi bambini a un ergastolo, onde poi chiedermi, qualche quarto d’ora dopo, come mai non ne desideri uno anche io; penso che sarebbe stato offensivo dirle che le sue parole sono un potente contraccettivo: mi sono limitata a rispondere che, ecco, magari prenderemo un gatto. Al di là dell’episodio, mi sono chiesta e mi chiedo spesso se avere figli sia davvero una scelta personale, o se per qualcuno non sia soltanto un’imposizione sociale abbinata a un’esigenza ormonale; e comunque, anche noi, da bambini, eravamo così invisi ai nostri genitori? Perché molti fanno figli se poi, dopo una manciata di anni, ne hanno le tasche piene? E, se tornassero indietro nel tempo, li farebbero di nuovo? È davvero così frustrante e deludente la genitorialità? Ovviamente, mi tengo le mie domande senza risposta: non sono mica una madre, io.

Ho finito da poco Limonov di Emmanuel Carrère, e ne sono rimasta folgorata; la figura, affascinante e controversa, di questo scrittore, poeta, militante politico, mi ha a tratti esasperata, a tratti divertita, a tratti profondamente commossa; ho iniziato Il libro dell’acqua, da Carrère definito il più bello tra i libri di Eduard Limonov: devo dire che mi sta stupendo.

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Cos’è, per voi, la felicità?

Una settimana fa mi sono imbattuta in un post su Facebook in cui si chiedeva agli astanti se fossero felici. Io ero fuori con la mia bella: eravamo state al centro commerciale e avevamo trovato delle scarpe belle e comode a buon prezzo senza dover girare per ore tra la folla; avevamo comprato un nuovo puzzle per la nostra collezione e anche un cappotto semplice ed elegante, scovato per caso in un negozio dove non avevamo mai messo piede. Di lì a breve saremmo andate a recuperare amicacatanese, avremmo mangiato una buona pizza e ciacolato amabilmente per l’intera serata. In quel momento, mentre camminavo mano nella mano con la mia compagna, e non c’era troppo freddo e non avevo fame e mi era passato il mal di schiena, mi sentivo pienamente felice: e ho commentato quel post scrivendo, appunto, che ero felice. Sono stata praticamente l’unica.

Assodato che so di essere una persona molto fortunata – non ho particolari guai di salute, almeno che io sappia, ho una stupenda donna al mio fianco, ho pochi (molto pochi) amici a cui voglio molto bene, ho un lavoro relativamente precario ma interessante, – mi chiedo: come mai gli altri non sono felici? Scartando, ovviamente, chi ha reali preoccupazioni per la salute propria o dei propri affini, chi ha appena perso il lavoro, chi si è accidentalmente lasciato cadere una palla da bowling sul piede, mi chiedo: cosa vi manca per essere felici? O forse sto equivocando io, e quella che mi sembra felicità è solo una sorta di olimpica atarassia?

È possibile che la mia idea di felicità sia sbagliata? La felicità, alla fine, cosa è? La mancanza di sofferenza, o la pienezza di gioia? La prospettiva di una serata serena e di una buona pizza è felicità? Sono io ad avere standard troppo bassi, o è chi mi circonda ad aver alzato troppo l’asticella? È più sano essere felici ogni volta in cui non abbiamo più quel forte dolore all’alluce, o esserlo soltanto nel momento in cui vinciamo un importante premio internazionale? La felicità è una condizione che si protrae nel tempo, come il ron ron da fuoribordo di un gatto che fa le fusa sul termosifone, o un lampo che squarcia la notte come un fuoco d’artificio? Ma soprattutto, quando siamo felici, ce ne accorgiamo? O attribuiamo una felicità retrospettiva a momenti lontani nel tempo, che ricordiamo con rimpianto (e con quel pizzico di miopia che appanna i ricordi e li rende confortanti)? E sappiamo ammetterlo, quando siamo felici? O preferiamo un’aria dolente e strutta da giovane Werther post-moderno? Ci sembra banale dichiararci felici? Un tempo, era tipico degli adolescenti ostentare un atteggiamento mogio e affranto; adesso anche gli adulti si beano di sedere figuratamente su uno scoglio schiaffeggiato dalle onde, col ciuffo al vento e un’aria di dissimulato dolore, come afflitti da una costante ulcera peptica. Ma perché? O saremo diventati tutti un po’ Michele Apicella in Ecce bombo, intenti a scoprire se ci si nota di più se non andiamo alla festa, o se ci andiamo e ci mettiamo lì in un angolo? Ecco, sarà che sono vecchia, sarà che non ho aspettative abbastanza alte su me stessa, sarà che dopo periodi difficili adesso mi sembra tutto straordinariamente bello e luminoso e pieno di colori: ma io, in questo preciso istante, sono molto felice.

Avevo chiuso il 2017 lagnandomi di aver letto poco; ho iniziato il 2018, invece, leggendo un bel po’. Adesso sto finendo Souvenir, ultimo volume della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di de Giovanni. All’uscita dei primi libri dell’autore ero rimasta molto (molto!) piacevolmente colpita; poi, un po’ di ripetitività e la tendenza al “riassunto delle puntate precedenti” mi avevano raffreddata. Questo giallo non è male: lo stile è sempre interessante, la storia un pelino forzata ma ci sta. Peccato, come sempre, per tutte le pagine in cui, con grande sfoggio di patetismo, lo scrittore divaga, prendendo a pretesto il tempo atmosferico o il periodo dell’anno: ammettiamolo, sono abbastanza noiose, spezzano il ritmo della narrazione, sono identiche in tutti i libri dell’autore, non sono funzionali al testo, sembrano solo un momento di autocompiacimento, come gli interminabili assoli di chitarra ai concerti di Carmen Consoli. Vi prego, fatelo per me, basta.

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Stereotipi.

I disabili sono così forti e coraggiosi!
I disabili sono persone speciali.
I disabili sono un esempio per tutti noi.
Sei disabile? Ti stimo molto per questo.

Oddio, i gay sono così sensibili! Si vestono così bene e sanno anche ballare!
Voi gay siete più fortunati, sapete cosa aspettarvi dal/dalla vostr* partner.
Ormai essere gay è quasi una moda, un tempo non ce n’erano così tanti.
Ho tanti amici gay, però permettere loro di sposarsi mi sembra esagerato, il matrimonio è un valore.

Sei medico? Io non potrei mai farlo, soffrirei troppo.
Fare il veterinario? No, no, non posso vedere star male un animale.
Gli infermieri sono persone migliori dei medici.
Comunque ai medici interessa solo dei soldi e dei pazienti se ne fregano.

Le mamme sanno cosa è meglio per i loro figli.
Da quando sono mamma non ho più neanche il tempo di fare una doccia ma ne sono felice.
Mio marito mi aiuta, eh, ma i bambini hanno bisogno della mamma.
Una vera mamma non lavora/non esce con gli amici, una vera mamma è felice solo con suo figlio.

Gli scrittori hanno una sensibilità particolare.
Gli scrittori sono tutti ricchissimi e scrivono soltanto per i soldi.
Saviano non è un vero scrittore e poi le cose di cui parla lui si sapevano già da decenni.
Se Saviano fosse davvero stato minacciato dalla camorra a quest’ora sarebbe già morto.

Avete adottato un bambino! Siete davvero sensibili.
Avete adottato un bambino?! Oddio, sarà difficilissimo.
Avete adottato un bambino? Vabbè, ma non è la stessa cosa di un figlio vero.
Vostro figlio è adottato? Inutile illudersi, con tutto quello che ha sofferto non sarà mai felice.

Il mio cane per me è come un figlio.
Ormai le persone considerano i cani alla stregua dei figli.
I cani sono migliori delle persone.
Per certuni i cani contano più delle persone, non mi sembra giusto.

La Bibbia è un testo importante e tutti dovrebbero leggerlo.
La Bibbia esprime valori che anche i non cattolici apprezzano.
Nel Corano c’è solo violenza.
Il Vangelo è un esempio di vita per tutti.

Non capisco cosa c’entra il rispetto per le donne con termini come “ministra”.
Ormai le donne sono alla pari degli uomini, a che serve utilizzare termini particolari per designarle?
Va bene tutto, ma “ministra” e “ingegnera” non li userò mai.
Con tutti i problemi più importanti che ci sono, questa mi sembra una piccolezza.

Se una donna gira di notte in minigonna e viene aggredita, un po’ se l’è cercata.
L’uomo è predatore, si sa.
Comunque certe donne provocano.
Uno schiaffo non mi sembra così grave, non è violenza!

Non potrei mai leggere un ebook, il libro deve essere di carta!
Io senza l’odore della carta non posso leggere.
Libri e ebook non sono certo la stessa cosa.
Ascoltare un audiolibro è molto diverso da leggere un libro.

Ecco, tutte queste frasi qua sopra le odio. Non ditele davanti a me.

Ho finito di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio, letto dal supremo Omero Antonutti; ci ho trovato dentro una tristezza senza fondo, un dolore sordo e lancinante: un senso di assoluta inutilità, come se la vita, propria e altrui, diventasse priva di significato. Un romanzo maestoso, ma che mi ha lasciata con moltissime domande e poche risposte; mi piacerebbe che qualcuno avesse voglia di parlarne.

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Una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta.

Qualche giorno fa, su una pagina facebook che vanta una fanbase di dimensioni rapportabili alla popolazione di una città di medie dimensioni, una delle partecipanti a una conversazione ha avuto l’ardire di presentarsi come “architetta”. Molti hanno storto il naso: qualcuno le ha suggerito di usare l’espressione “architetto donna”, qualcun altro di servirsi direttamente del maschile per definire la sua posizione lavorativa; un paio di persone hanno anche sorriso maliziosamente: il gioco di parole era tanto ovvio quanto adatto alla ricreazione di un gruppo di brufolosi studenti di prima media, intenti a smozzicare il toast freddo portato da casa. Io mi sono limitata, come sempre, a commentare che l’espressione, in italiano, è perfettamente corretta, e a biascicare imprecazioni tra i denti per interi quarti d’ora: perché, accidenti, non se ne può più.

Non conosco nessuno che abbia difficoltà nel chiamare l’insegnante del proprio pargolo “maestra”; nessun problema neanche con “infermiera”, “bidella”, “portinaia”, “ostetrica”: ma pochissimi anni or sono una Ministra della Repubblica, per altro eletta nelle file di un partito di sinistra, dichiarava di voler essere appellata “signora Ministro”. Ma diobbuono, perché? Perché la maestra va benissimo e la ministra no? La bidella sì e l’architetta no? L’ostetrica sì e la primaria no? Perché sono mestieri prettamente “da donne”, porzioni della realtà lavorativa in cui, da tempi immemori, le donne si sono fatte strada; sono luoghi mentali in cui le donne sono riuscite a dimostrare la necessità della loro presenza: e lo hanno fatto con tale fermezza da avere una definizione chiara, grammaticalmente corretta e che rispetti il loro genere. Il resto del panorama lavorativo-istituzionale, invece, vede le donne come un accidente casuale, minoritario, indegno di essere nominato come merita: da qui le insensate soluzioni di comodo, tipo “la sindaco”, cacofonico e involuto, o “il sindaco donna”, che sembra più una battuta da avanspettacolo. E invece, ecco, un modo per definire una donna che sia stata eletta a governare un Comune c’è: ed è “la sindaca”, sic et simpliciter.

Sembra una battaglia sciocca o superflua, quella portata avanti da molti gruppi di persone (quasi tutte donne, ovviamente) per la corretta declinazione al femminile dei termini che definiscono il mestiere o la carica politica o istituzionale: ma è solo uno dei molti elementi su cui dovremmo lavorare per scardinare la mentalità maschilista che poi porta ad aberrazioni come quelle che stiamo vivendo in questi mesi, in cui le donne vittime di molestie sessuali sono colpevolizzate per non aver denunciato “quando avrebbero dovuto” e tacciate di connivenza con i molestatori, in cui una donna stuprata viene interrogata fino alla sfinimento per accertare se portasse o meno, al momento della violenza, la biancheria intima; in cui le donne guadagnano sempre meno degli uomini, a parità di ore lavorative, in cui un marito che in casa svolge qualche semplice compito diventa un uomo da ammirare perché “aiuta la moglie”; in cui le donne nelle istituzioni sono rare, come nei posti di direzione nel mercato lavorativo: e, facendo un banalissimo esempio, anche un mondo aperto e culturalmente vivace come quello editoriale vede una percentuale altissima di donne che lavorano in casa editrice: ma gli editori sono quasi tutti uomini. Dalla toponomastica (quante strade vicino casa vostra sono dedicate a donne?) alla vita di tutti i giorni, le donne ci sono, e sono fondamentali: e quindi, accidenti, definiteci come è giusto (e sintatticamente corretto) fare.
Quanto a me, di lavoro faccio la web content editor, e quindi pace.

In qusto periodo ho deciso di colmare una imperdonabile lacuna e di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio; sul sito di Ad alta voce il libro è letto da Omero Antonutti, che riesce a caricare la voce di tutta l’impazienza e il cieco dolore di Milton, della sua furiosa ricerca della verità. Il libro probabilmente non entrerà nell’emprireo dei miei preferiti, ma sicuramente merita.

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Halloween a chi?

Ci sono tradizioni e festività che, per raggiunti limiti di età, mi interessano poco; tra queste c’è Halloween. Sono troppo vecchia per cantilenare “dolcetto o scherzetto”, ovviamente: ma anche per girare per locali, di sera, con un cappello da strega e un trucco dark; la serata dello scorso 31 ottobre, per dirla tutta, giacevo sul divano di casa nostra, con un forte dolore alla schiena e una vestiglia rosa di pile, mentre la mia bella mi offriva una tazza di tisana ai semi di finocchio.
Non ho bambini a cui regalare dolciumi, non addobbo la casa nei toni dell’arancio e del nero e non preparo torte decorate con ragni e mostri; potrei dire che, in generale, non preparo torte, ma sarebbe superfluo. Halloween mi è del tutto indifferente: come i tortelli di zucca, le riviste dedicate al ricamo a mezzo punto, l’ultimo modello di iPhone, l’opinione di Adinolfi su qualsiasi argomento, i programmi televisivi pomeridiani delle reti generaliste, e naturalmente Hugh Jackman. Mi è indifferente, dicevo: quindi, non mi interessa che qualcuno lo festeggi o meno, e sono del tutto impermeabile alla paccottiglia a tema e ai post dedicati sui social (a meno che, naturalmente, non si tratti di qualche buffa foto di cuccioli di quadrupede con costumi da mago o da vampiro). Mi importa molto poco di Halloween: e non capisco come mai anche quest’anno frotte di persone a cui potrebbe e dovrebbe importare anche meno che a me si siano sentite in dovere di annunciare su Facebook che no, ecco, Halloween non è una tradizione italiana (o siciliana, o palermitana, a seconda del livello di indignazione espresso) e quindi non si deve festeggiare, pena il pubblico additamento e la noiosa lagnanza mediatica. Si è andati dai deliranti post che chiamano in causa la religione e che vedono in Halloween una sicura manifestazione satanica (e lì penso che invocare un tso non sia esagerato), con tanto di annunci di raccolte di firme per impedire alla scuola del pargolo di organizzare una sfilata di bimbi in maschera (per carnevale immagino sarà proposto un esorcismo di gruppo) ai più blandi ma non meno stucchevoli post in cui si contrappongono la tradizione “sana” della Festa dei morti siciliana a quella “malata” di Halloween, con corollario di frasi inneggianti al patrimonio etnoantropologico autoctono e di pigolio lamentoso sulle nostre radici ormai perdute. Che noia, mamma mia. Ma se ognuno potesse scegliere di festeggiare (o non festeggiare) quello che gli pare? Nella nostra cucina torreggiano un vassoio di dolcetti di martorana e una bambola di zucchero già abbondantemente smozzicata: ma sarei stata felice che qualche ragazzino del palazzo fosse venuto a bussare alla nostra porta per richiedere la sua quota di zuccheri. Gli avrei propinato, temo, dei biscotti secchi iposodici ai cereali, o un quarto di mela, o le nostre merendine della colazione, ma avrei riso e finto di spaventarmi per il suo aspetto: come mi è successo ormai una decina di anni fa, quando un drappello di bambini ha davvero suonato alla mia porta, e io ho davvero dato loro gli abbracci-del-mulino-bianco, ché non sapevo che sarebbero passati e non avevo di meglio, ed erano vestiti da zombie con tenerissimi costumi fatti in casa, ed erano davvero carini.

Sono passati quattro giorni, ormai, e la polemica su Halloween è stata ricacciata in un cassetto per essere di nuovo brandita tra un anno: ma, al di là del momentaneo fastidio per una pletora di post indignati sul nulla, mi è rimasto addosso un vago disagio: quello di notare come moltissimi tendano a dividere il mondo in “noi” e “loro”, in tradizioni nostre e tradizioni altrui, in feste da accettare e feste da rigettare, quando invece io continuo a sognare un mondo in cui ognuno, nel rispetto assoluto e tassativo del prossimo, si senta parte non di uno Stato, di una regione, di un gruppo etnico, ma del mondo.

Se penso ad Halloween, il libro che mi viene in mente immediatamente è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Dopo averlo letto diverse volte, quest’estate l’ho ascoltato in versione audiolibro (si può scaricare gratuitamente il podcast dal sito di Ad alta voce) e penso che sia un libro necessario, imprescindibile, che non si può non leggere.

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Perché nessuno pensa ai bambini?!

Nessuno pensa ai bambiniQualche giorno fa mi sono imbattuta in un post su Facebook che mi ha turbata. Una foto ritraeva una pagina di un libro illustrato, pensato per un target di ragazzini di circa otto anni; disegno e didascalia descrivevano, con delicatezza e senza particolari disturbanti, il concepimento. Il commento al post, scandalizzato oltre misura, evocava lo spettro di un attacco all’innocenza dei bambini: che dovrebbero conoscere l’educazione sessuale esclusivamente dai propri genitori (l’assunto era dettato come dogma imprescindibile) ed essere liberi (perché “è giusto”) di credere a fate e creature magiche fino a che lo desiderino. Si scomodava, addirittura, un passo evangelico (Mt 18, 6), sul cui reale significato, fuor di metafora, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Lo ammetto, tutta la storia mi ha lasciata sbigottita.

Penso che non ci sia nulla di più pericoloso del privare le persone degli strumenti per decrittare il mondo che le circonda: e penso, altresì, che i bambini siano persone, e non strane creature nane da far vivere in mondo fiabesco e irreale; e penso che il primo compito dei genitori sia fornire ai propri figli una pluralità di punti di vista tra cui trovare quello che si avvicina di più al proprio.

Penso che parlare di procreazione non sia sbagliato o traviante, se fatto con un linguaggio corretto e non fraintendibile e senza traccia di violenza o di sessismo. Penso che all’educazione sessuale vadano dedicati tempo e attenzione crescenti: perché i bambini di oggi sono gli adolescenti di domani, e mostrare che il sesso è qualcosa di giusto e naturale, inserito in un contesto sano, protetto, libero e sicuro, sia l’unico modo per farlo uscire dal tabù e renderlo non una meta ambita, da ottenere con la forza e di cui vantarsi, né un peccato di cui vergognarsi, ma uno dei mille modi con cui comunicarsi emozioni. Penso che poche cose siano realmente pericolose come spingere un bambino a ritenere di avere a che fare con un’unica autorità, sia essa un genitore, un insegnante, un libro: perché il genitore può essere un adulto abusante, l’insegnante può essere poco preparato o scorretto, il libro può diffondere concetti falsi o sbagliati; e che l’unico modo per salvaguardarsi dall’errore del singolo sia proprio quello di permettere al bambino di formarsi da fonti diverse: dalle parole dei genitori, da quelle delle altre figure di riferimento della famiglia o della cerchia di amici, dalle lezioni di maestri e professori, da libri e giornali. Penso che la scuola abbia il dovere di formare e informare su tutto: e che chiedersi con quale diritto si privino i bambini della propria ingenuità parlando di procreazione sia del tutto assurdo: allora perché non inibire anche lo studio della storia? Cosa c’è di più sconvolgente della guerra, delle violenze perpetrate su popoli oppressi, delle dittature, dei genocidi? Per coerenza, dovremmo chiedere di non parlare più delle guerre mondiali, della Shoah, del genocidio degli Armeni o di quello contro i bosniaci, o delle violenze degli europei contro gli indigeni delle Americhe. Dovremmo impedire alla scuola di parlare di morale, di religione, di attualità.

Infine, credo di non aver mai sentito niente di più sconcertante del richiamo a una presunta ingenuità primigenia dei bambini, da non corrompere con i libri e gli insegnamenti: mi ha lasciato in bocca un sapore pre-illuministico, quasi un’esaltazione del buon selvaggio, che ho trovato ripugnante e svilente per i ragazzini stessi, ridotti al rango di sciocchi.

Ma forse il mio punto di vista, traviato da un’infanzia in cui Babbo Natale ha smesso di sembrarmi reale già a tre anni e le fate (o le cicogne) non portavano i bambini, ha fatto di me quella persona atea e materialista che sono; ringrazio quotidianamente i miei genitori per questo.

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Stanchezza (ma non solo).

Dire che sono stanca è riduttivo. Forse rende di più l’idea dire che non ho il tempo per dormire, per pranzare, per fare colazione; che costringo la mia bella a cenare alle 22 e che le propino solo pizza o pollo arrosto da giorni, che la lascio sola a vedere la televisione affermando con insensata fiducia “inizia tu a vedere il film, appena posso ti raggiungo”; che non riesco mai a raggiungerla: e quando lei ha finito di vedere il film, io sono ancora al tavolo della cucina che ripeto in loop “solo un altro articolo e mi fermo, solo un altro articolo e mi fermo”. Che sono scappata come una ladra dal funerale di una persona a cui ho voluto bene: e che, mentre il prete impartiva la comunione, io sentivo lo smartphone che vibrava senza sosta in borsa. Che ieri ho ricevuto l’ultima mail a mezzanotte e venti e l’ultimo messaggio all’una e trentotto; che stamattina alle nove ero al pc, che adesso sono al pc, che stasera alle nove sarò al pc, e in mezzo avrò il tempo soltanto per mangiare e lavarmi in capelli, ché faccio concorrenza a Medusa per l’acconciatura. Che mando messaggi vocali perché mi piace farlo, ma soprattutto perché non ho tempo di scriverli: e li registro mentre sono ferma al semaforo, o mentre aspetto che il sito si aggiorni, o mentre mi lavo i denti; e che li ascolto mentre scrivo noiose pappardelle-sempre-uguali, così le cose che ascolto diventano un po’ una miscellanea con quelle che leggo rielaboro riscrivo, e viene fuori che amicastorica sostiene l’indotto di Palermo con la sua azienda specializzata in ceramica d’arte, che la Fra’ farà uno spettacolo teatrale in cui porterà il suo bambino all’asilo insieme al curatore di una mostra, che due balde giovini oggi saranno a Palermo per portare avanti il dialogo tra i popoli insieme al responsabile di un’azienda casearia madonita e a un pianista iraniano. Se non avessi un gruppo di brave e simpatiche volontarie che mi aiutano a non disperdermi (“devi programmare i post su twitter, adesso”) penso che finirei per perdere per strada buona parte del programma; ma loro, graziealcielo, ci sono, e sono entusiaste e brillanti e mi hanno promesso una gita alla spa, quando tutto questo sarà finito. Ma quando sarà finito? Alla fine del festival mancano quindici giorni, alla fine del mio lavoro chissà: perché ci saranno sempre foto da postare, e ringraziamenti da inviare, e home da aggiornare, e a Natale voi mangerete il panettone e i tortellini in brodo e io starò ancora citando la ventinovesima municipalizzata. Ma comunque, pace: il lavoro è lavoro, e quel brivido di soddisfazione che provo quando penso che migliaia di persone leggono le baggianate che metto in fila per rispettare i corretti parametri seo, ripaga (in parte) lo stress e la fatica e gli occhi pesti. Il senso di colpa verso la mia bella, quello no: ma lei, che è dolce e comprensiva e attenta, mi massaggia le spalle, mi prepara una tisana e mi aspetta sul divano, semi-addormentata e intirizzita, per passare almeno un quarto d’ora insieme prima di andare a dormire. E questo è uno dei milioni di motivi per cui penso che sia meravigliosa.

La sera vado a dormire carica di adrenalina: l’unico modo per sedarla è leggere; ho finito Pulvis et umbra di Antonio Manzini, e l’ho trovato bello e malinconico, un po’ cervellotico nella trama gialla ma comunque credibile, ma soprattutto molto, molto triste.

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Questione di fiducia.

health2Da giorni, ormai, gira su facebook un video. Si vede una ragazza di una ventina d’anni, stesa su un divano, col corpo scosso da spasmi muscolari. Il testo del post spiega che la giovane, affetta da sclerosi multipla, soffre, appunto, di forti mioclonie; fin qui, purtroppo, nulla di strano: chiunque conosca un malato di sclerosi multipla sa che i cloni esistono, che sono tipici di una determinata fase della malattia, che possono essere più o meno fastidiosi e invalidanti. Il resto del messaggio, però, ha dell’incredibile: la ragazza – o chi per lei – chiede di fare girare il video: si augura che possa finire sotto lo sguardo di un neurologo che sappia aiutarla. Leggere questo post mi ha causato una sorta di cortocircuito intellettivo: giuro, non ne capivo il senso. Nella mia mente fin troppo consequenziale e schematica, per tentare di arginare un disturbo clinico ci si rivolge al medico competente in materia, o magari al medico di famiglia per un consulto, non alla rete e alla strabiliante casualità che un medico possa vedere un video e decidere di intervenire.

Il senso di assurdità che provavo si è accentuato quando ho notato che la ragazza, oltre tutto, vive a Latina: in che cosa le è utile che io abbia visto il post e come potrebbe giovarle se io lo condividessi con i miei contatti, in maggioranza palermitani? Ho comunque provato a commentare, chiedendo come mai non ci si rivolgesse a un medico reale, piuttosto che a una ipotetica entità neurologo-che-legge-i-post-su-facebook. Qualcuno, non meglio informato di me sulle reali condizioni della ragazza e sul senso ultimo dell’intera vicenda, mi ha risposto facendo riferimento a ipotizzate condizioni economiche sfavorevoli (“non avrà i soldi per il medico”). Sono allibita due volte: come mai a nessuno – né alla ragazza, né a chi la circonda, posto che la storia sia vera, né a tutti i commentatori che hanno profferito “amen” o “condivido” – è venuto in mente di indicare, banalmente, di rivolgersi al reparto di neurologia di un qualsiasi ospedale italiano? Immagino, ma forse mi sbaglio, che una persona afflitta da una patologia così grave e progressiva abbia un neurologo di fiducia: ecco, basta rivolgersi a lui, piuttosto che cercare l’Eldorado sul web. Nella mia esperienza, piccola ma credo abbastanza rappresentativa, un qualsiasi neurologo di struttura pubblica sa come attenuare le mioclonie: perché non rivolgersi a lui?

Comprendo senza difficoltà che una persona gravemente malata e la sua famiglia possano sentirsi motivate a cercare fantasiose soluzioni sul web per scongiurare la fine o danni fisici irreparabili: ma perché farlo anche per un disturbo come questo, che nella maggior parte dei casi si attenua con una semplice terapia per bocca che qualunque neurologo è in grado di prescrivere? Cosa ci ha portato a perdere fiducia nella scienza e a sostituirla con la cieca protervia nel ricercare soluzioni alternative, quando ce ne sarebbero di semplici e di sicuro effetto? Allargando il discorso, mi chiedo come mai molti genitori preferiscano credere a mai dimostrati “danni causati dai vaccini” di cui la rete pullula, piuttosto che ad accertati benefici apportati dai vaccini, di cui esiste letteratura scientifica a iosa. Ma si sa, io sono troppo poco fantasiosa per capire.

A Palermo il tempo sta vagamente rinfrescando, e io e la mia bella abbiamo ricominciato a nutrirci “da inverno”; in questi giorni, a casa nostra va per la maggior il risotto con funghi, speck e brie. Lo speck lo inseriamo in parte all’inizio e poi in mantecatura, insieme al brie. Sarebbe più adatto al mese di gennaio in Valtellina, piuttosto che a un tiepido settembre palermitano, ma non sottilizziamo.

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Consigli per i (piccoli) lettori.

A cinque anni ero una bambina bassetta e magra, in jeans e felpa con le toppe, perennemente in lotta col cerchietto e innamorata delle mie scarpe da ginnastica col velcro. Frequentavo la prima elementare, avevo una brava maestra e un forte desiderio di imparare a leggere. I miei genitori seminavano sempre libri e riviste e opuscoli e blocchi di appunti per la casa, sul panchetto del bagno o in pile accanto al letto o sul tavolino del salotto, i nonni leggevano il giornale dalla prima parola all’ultima con puntiglio da correttori di bozze, le nonne facevano le parole crociate: anche io non vedevo l’ora di girare, seria e impettita, buffa come può esserlo solo una bambina con i codini stretti da elastici a forma di coniglietto, con un libro in mano. Non ricordo grandi difficoltà, ma neanche processi lenti e laboriosi o fantastici disvelamenti: so solo che, come per magia, tutt’a un tratto bum!, sapevo leggere. Con la premura e le buone intenzioni tipiche di genitori giovani e di sinistra, sono stata immediatamente fornita di un libro e del permesso di leggere quando volevo, a tavola e a letto e dai nonni e al mare, se mi andava. Ma.

Ancora adesso rinfaccio ai miei genitori l’insensata scelta del mio primo libro: il famoso tomo che mi venne offerto, tra lacrime di commozione e foto ricordo, era una terrificante edizione delle favole di Esopo; c’erano Il cane e la carne, La volpe e la cicogna, La rana e il bue e altre amene storielle. Le illustrazioni erano lugubri, le storie strampalate e mortifere, la trama si esauriva in un giro di parole. Il mio mondo è crollato: a che serviva leggere, se dovevo riempirmi la testa di volpi meschine, rane megalomani, cani sciocchi e cicogne parlanti? Seguirono mesi di tristezza e incomprensione: mi chiedevo a chi importasse di quegli odiosi animali e come mai i miei genitori, e i nonni e gli zii, fossero felici di passare il tempo in maniera così tediosa. Mi ha salvato la vita, ora lo so, il Corriere dei piccoli: e anche la Pimpa, e poi 365 storie, un librone che era appartenuto a mia madre e che conteneva storielle divertenti, poesiole e filastrocche, una per ogni giorno dell’anno. Qualcuna la ricordo ancora ora.

Sono stata portata in libreria, poi, e lì finalmente sono stata felice: ho scoperto le edizioni illustrate di alcuni classici e anche autori che i miei genitori non conoscevano, come Bianca Pitzorno e Christine Nöstlinger; ho iniziato, qualche anno, dopo a leggere una collana di gialli per bambini che mi terrorizzava e galvanizzava e la serie del Club delle baby-sitter che adesso cerco in ebook, in inglese, dato che qui non viene più pubblicata. Finalmente capivo come mai gli adulti fossero felici con un libro in mano: bastava trovare la storia giusta.

Adesso che passo la maggior parte del mio tempo su Facebook e che bazzico i gruppi dedicati alla lettura, per passione e per lavoro, provo un brivido quando leggo post di genitori che lamentano lo scarso amore per i libri dei propri figli; il panico mi investe, poi, quando qualcuno consiglia di stimolarli con Pattini d’argento o David Copperfield o Il gabbiano Jonathan Livingstone. Infine, quando qualcuno si lamenta della passione dei propri ragazzi per i fumetti, scappo terrorizzata scagliando al suolo lo smartphone e coprendomi le orecchie. Ma davvero c’è chi pensa di poter fare avvicinare alla lettura dei marmocchi sette-ottenni proponendo libri belli, ma dalle tematiche ormai lontane dal mondo attuale, o troppo astratte e simboliche? Chi, a sei anni, si sciroppava senza un lamento David Copperfield? Non sarebbe meglio partire con Topolino, o Geronimo Stilton, o le Favole al telefono di Rodari, o qualcosa di Roald Dahl?

Bisogna fare attenzione, l’amore per la lettura è delicato e mutevole: se viene pigiato tra le pagine di un librone troppo pesante per l’età o per il lettore, si schiaccia.

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