Stereotipi.

I disabili sono così forti e coraggiosi!
I disabili sono persone speciali.
I disabili sono un esempio per tutti noi.
Sei disabile? Ti stimo molto per questo.

Oddio, i gay sono così sensibili! Si vestono così bene e sanno anche ballare!
Voi gay siete più fortunati, sapete cosa aspettarvi dal/dalla vostr* partner.
Ormai essere gay è quasi una moda, un tempo non ce n’erano così tanti.
Ho tanti amici gay, però permettere loro di sposarsi mi sembra esagerato, il matrimonio è un valore.

Sei medico? Io non potrei mai farlo, soffrirei troppo.
Fare il veterinario? No, no, non posso vedere star male un animale.
Gli infermieri sono persone migliori dei medici.
Comunque ai medici interessa solo dei soldi e dei pazienti se ne fregano.

Le mamme sanno cosa è meglio per i loro figli.
Da quando sono mamma non ho più neanche il tempo di fare una doccia ma ne sono felice.
Mio marito mi aiuta, eh, ma i bambini hanno bisogno della mamma.
Una vera mamma non lavora/non esce con gli amici, una vera mamma è felice solo con suo figlio.

Gli scrittori hanno una sensibilità particolare.
Gli scrittori sono tutti ricchissimi e scrivono soltanto per i soldi.
Saviano non è un vero scrittore e poi le cose di cui parla lui si sapevano già da decenni.
Se Saviano fosse davvero stato minacciato dalla camorra a quest’ora sarebbe già morto.

Avete adottato un bambino! Siete davvero sensibili.
Avete adottato un bambino?! Oddio, sarà difficilissimo.
Avete adottato un bambino? Vabbè, ma non è la stessa cosa di un figlio vero.
Vostro figlio è adottato? Inutile illudersi, con tutto quello che ha sofferto non sarà mai felice.

Il mio cane per me è come un figlio.
Ormai le persone considerano i cani alla stregua dei figli.
I cani sono migliori delle persone.
Per certuni i cani contano più delle persone, non mi sembra giusto.

La Bibbia è un testo importante e tutti dovrebbero leggerlo.
La Bibbia esprime valori che anche i non cattolici apprezzano.
Nel Corano c’è solo violenza.
Il Vangelo è un esempio di vita per tutti.

Non capisco cosa c’entra il rispetto per le donne con termini come “ministra”.
Ormai le donne sono alla pari degli uomini, a che serve utilizzare termini particolari per designarle?
Va bene tutto, ma “ministra” e “ingegnera” non li userò mai.
Con tutti i problemi più importanti che ci sono, questa mi sembra una piccolezza.

Se una donna gira di notte in minigonna e viene aggredita, un po’ se l’è cercata.
L’uomo è predatore, si sa.
Comunque certe donne provocano.
Uno schiaffo non mi sembra così grave, non è violenza!

Non potrei mai leggere un ebook, il libro deve essere di carta!
Io senza l’odore della carta non posso leggere.
Libri e ebook non sono certo la stessa cosa.
Ascoltare un audiolibro è molto diverso da leggere un libro.

Ecco, tutte queste frasi qua sopra le odio. Non ditele davanti a me.

Ho finito di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio, letto dal supremo Omero Antonutti; ci ho trovato dentro una tristezza senza fondo, un dolore sordo e lancinante: un senso di assoluta inutilità, come se la vita, propria e altrui, diventasse priva di significato. Un romanzo maestoso, ma che mi ha lasciata con moltissime domande e poche risposte; mi piacerebbe che qualcuno avesse voglia di parlarne.

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Una donna senza un uomo è come un pesce senza bicicletta.

Qualche giorno fa, su una pagina facebook che vanta una fanbase di dimensioni rapportabili alla popolazione di una città di medie dimensioni, una delle partecipanti a una conversazione ha avuto l’ardire di presentarsi come “architetta”. Molti hanno storto il naso: qualcuno le ha suggerito di usare l’espressione “architetto donna”, qualcun altro di servirsi direttamente del maschile per definire la sua posizione lavorativa; un paio di persone hanno anche sorriso maliziosamente: il gioco di parole era tanto ovvio quanto adatto alla ricreazione di un gruppo di brufolosi studenti di prima media, intenti a smozzicare il toast freddo portato da casa. Io mi sono limitata, come sempre, a commentare che l’espressione, in italiano, è perfettamente corretta, e a biascicare imprecazioni tra i denti per interi quarti d’ora: perché, accidenti, non se ne può più.

Non conosco nessuno che abbia difficoltà nel chiamare l’insegnante del proprio pargolo “maestra”; nessun problema neanche con “infermiera”, “bidella”, “portinaia”, “ostetrica”: ma pochissimi anni or sono una Ministra della Repubblica, per altro eletta nelle file di un partito di sinistra, dichiarava di voler essere appellata “signora Ministro”. Ma diobbuono, perché? Perché la maestra va benissimo e la ministra no? La bidella sì e l’architetta no? L’ostetrica sì e la primaria no? Perché sono mestieri prettamente “da donne”, porzioni della realtà lavorativa in cui, da tempi immemori, le donne si sono fatte strada; sono luoghi mentali in cui le donne sono riuscite a dimostrare la necessità della loro presenza: e lo hanno fatto con tale fermezza da avere una definizione chiara, grammaticalmente corretta e che rispetti il loro genere. Il resto del panorama lavorativo-istituzionale, invece, vede le donne come un accidente casuale, minoritario, indegno di essere nominato come merita: da qui le insensate soluzioni di comodo, tipo “la sindaco”, cacofonico e involuto, o “il sindaco donna”, che sembra più una battuta da avanspettacolo. E invece, ecco, un modo per definire una donna che sia stata eletta a governare un Comune c’è: ed è “la sindaca”, sic et simpliciter.

Sembra una battaglia sciocca o superflua, quella portata avanti da molti gruppi di persone (quasi tutte donne, ovviamente) per la corretta declinazione al femminile dei termini che definiscono il mestiere o la carica politica o istituzionale: ma è solo uno dei molti elementi su cui dovremmo lavorare per scardinare la mentalità maschilista che poi porta ad aberrazioni come quelle che stiamo vivendo in questi mesi, in cui le donne vittime di molestie sessuali sono colpevolizzate per non aver denunciato “quando avrebbero dovuto” e tacciate di connivenza con i molestatori, in cui una donna stuprata viene interrogata fino alla sfinimento per accertare se portasse o meno, al momento della violenza, la biancheria intima; in cui le donne guadagnano sempre meno degli uomini, a parità di ore lavorative, in cui un marito che in casa svolge qualche semplice compito diventa un uomo da ammirare perché “aiuta la moglie”; in cui le donne nelle istituzioni sono rare, come nei posti di direzione nel mercato lavorativo: e, facendo un banalissimo esempio, anche un mondo aperto e culturalmente vivace come quello editoriale vede una percentuale altissima di donne che lavorano in casa editrice: ma gli editori sono quasi tutti uomini. Dalla toponomastica (quante strade vicino casa vostra sono dedicate a donne?) alla vita di tutti i giorni, le donne ci sono, e sono fondamentali: e quindi, accidenti, definiteci come è giusto (e sintatticamente corretto) fare.
Quanto a me, di lavoro faccio la web content editor, e quindi pace.

In qusto periodo ho deciso di colmare una imperdonabile lacuna e di ascoltare l’audiolibro di Una questione privata di Beppe Fenoglio; sul sito di Ad alta voce il libro è letto da Omero Antonutti, che riesce a caricare la voce di tutta l’impazienza e il cieco dolore di Milton, della sua furiosa ricerca della verità. Il libro probabilmente non entrerà nell’emprireo dei miei preferiti, ma sicuramente merita.

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Halloween a chi?

Ci sono tradizioni e festività che, per raggiunti limiti di età, mi interessano poco; tra queste c’è Halloween. Sono troppo vecchia per cantilenare “dolcetto o scherzetto”, ovviamente: ma anche per girare per locali, di sera, con un cappello da strega e un trucco dark; la serata dello scorso 31 ottobre, per dirla tutta, giacevo sul divano di casa nostra, con un forte dolore alla schiena e una vestiglia rosa di pile, mentre la mia bella mi offriva una tazza di tisana ai semi di finocchio.
Non ho bambini a cui regalare dolciumi, non addobbo la casa nei toni dell’arancio e del nero e non preparo torte decorate con ragni e mostri; potrei dire che, in generale, non preparo torte, ma sarebbe superfluo. Halloween mi è del tutto indifferente: come i tortelli di zucca, le riviste dedicate al ricamo a mezzo punto, l’ultimo modello di iPhone, l’opinione di Adinolfi su qualsiasi argomento, i programmi televisivi pomeridiani delle reti generaliste, e naturalmente Hugh Jackman. Mi è indifferente, dicevo: quindi, non mi interessa che qualcuno lo festeggi o meno, e sono del tutto impermeabile alla paccottiglia a tema e ai post dedicati sui social (a meno che, naturalmente, non si tratti di qualche buffa foto di cuccioli di quadrupede con costumi da mago o da vampiro). Mi importa molto poco di Halloween: e non capisco come mai anche quest’anno frotte di persone a cui potrebbe e dovrebbe importare anche meno che a me si siano sentite in dovere di annunciare su Facebook che no, ecco, Halloween non è una tradizione italiana (o siciliana, o palermitana, a seconda del livello di indignazione espresso) e quindi non si deve festeggiare, pena il pubblico additamento e la noiosa lagnanza mediatica. Si è andati dai deliranti post che chiamano in causa la religione e che vedono in Halloween una sicura manifestazione satanica (e lì penso che invocare un tso non sia esagerato), con tanto di annunci di raccolte di firme per impedire alla scuola del pargolo di organizzare una sfilata di bimbi in maschera (per carnevale immagino sarà proposto un esorcismo di gruppo) ai più blandi ma non meno stucchevoli post in cui si contrappongono la tradizione “sana” della Festa dei morti siciliana a quella “malata” di Halloween, con corollario di frasi inneggianti al patrimonio etnoantropologico autoctono e di pigolio lamentoso sulle nostre radici ormai perdute. Che noia, mamma mia. Ma se ognuno potesse scegliere di festeggiare (o non festeggiare) quello che gli pare? Nella nostra cucina torreggiano un vassoio di dolcetti di martorana e una bambola di zucchero già abbondantemente smozzicata: ma sarei stata felice che qualche ragazzino del palazzo fosse venuto a bussare alla nostra porta per richiedere la sua quota di zuccheri. Gli avrei propinato, temo, dei biscotti secchi iposodici ai cereali, o un quarto di mela, o le nostre merendine della colazione, ma avrei riso e finto di spaventarmi per il suo aspetto: come mi è successo ormai una decina di anni fa, quando un drappello di bambini ha davvero suonato alla mia porta, e io ho davvero dato loro gli abbracci-del-mulino-bianco, ché non sapevo che sarebbero passati e non avevo di meglio, ed erano vestiti da zombie con tenerissimi costumi fatti in casa, ed erano davvero carini.

Sono passati quattro giorni, ormai, e la polemica su Halloween è stata ricacciata in un cassetto per essere di nuovo brandita tra un anno: ma, al di là del momentaneo fastidio per una pletora di post indignati sul nulla, mi è rimasto addosso un vago disagio: quello di notare come moltissimi tendano a dividere il mondo in “noi” e “loro”, in tradizioni nostre e tradizioni altrui, in feste da accettare e feste da rigettare, quando invece io continuo a sognare un mondo in cui ognuno, nel rispetto assoluto e tassativo del prossimo, si senta parte non di uno Stato, di una regione, di un gruppo etnico, ma del mondo.

Se penso ad Halloween, il libro che mi viene in mente immediatamente è Il buio oltre la siepe di Harper Lee. Dopo averlo letto diverse volte, quest’estate l’ho ascoltato in versione audiolibro (si può scaricare gratuitamente il podcast dal sito di Ad alta voce) e penso che sia un libro necessario, imprescindibile, che non si può non leggere.

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Perché nessuno pensa ai bambini?!

Nessuno pensa ai bambiniQualche giorno fa mi sono imbattuta in un post su Facebook che mi ha turbata. Una foto ritraeva una pagina di un libro illustrato, pensato per un target di ragazzini di circa otto anni; disegno e didascalia descrivevano, con delicatezza e senza particolari disturbanti, il concepimento. Il commento al post, scandalizzato oltre misura, evocava lo spettro di un attacco all’innocenza dei bambini: che dovrebbero conoscere l’educazione sessuale esclusivamente dai propri genitori (l’assunto era dettato come dogma imprescindibile) ed essere liberi (perché “è giusto”) di credere a fate e creature magiche fino a che lo desiderino. Si scomodava, addirittura, un passo evangelico (Mt 18, 6), sul cui reale significato, fuor di metafora, sono stati versati fiumi d’inchiostro. Lo ammetto, tutta la storia mi ha lasciata sbigottita.

Penso che non ci sia nulla di più pericoloso del privare le persone degli strumenti per decrittare il mondo che le circonda: e penso, altresì, che i bambini siano persone, e non strane creature nane da far vivere in mondo fiabesco e irreale; e penso che il primo compito dei genitori sia fornire ai propri figli una pluralità di punti di vista tra cui trovare quello che si avvicina di più al proprio.

Penso che parlare di procreazione non sia sbagliato o traviante, se fatto con un linguaggio corretto e non fraintendibile e senza traccia di violenza o di sessismo. Penso che all’educazione sessuale vadano dedicati tempo e attenzione crescenti: perché i bambini di oggi sono gli adolescenti di domani, e mostrare che il sesso è qualcosa di giusto e naturale, inserito in un contesto sano, protetto, libero e sicuro, sia l’unico modo per farlo uscire dal tabù e renderlo non una meta ambita, da ottenere con la forza e di cui vantarsi, né un peccato di cui vergognarsi, ma uno dei mille modi con cui comunicarsi emozioni. Penso che poche cose siano realmente pericolose come spingere un bambino a ritenere di avere a che fare con un’unica autorità, sia essa un genitore, un insegnante, un libro: perché il genitore può essere un adulto abusante, l’insegnante può essere poco preparato o scorretto, il libro può diffondere concetti falsi o sbagliati; e che l’unico modo per salvaguardarsi dall’errore del singolo sia proprio quello di permettere al bambino di formarsi da fonti diverse: dalle parole dei genitori, da quelle delle altre figure di riferimento della famiglia o della cerchia di amici, dalle lezioni di maestri e professori, da libri e giornali. Penso che la scuola abbia il dovere di formare e informare su tutto: e che chiedersi con quale diritto si privino i bambini della propria ingenuità parlando di procreazione sia del tutto assurdo: allora perché non inibire anche lo studio della storia? Cosa c’è di più sconvolgente della guerra, delle violenze perpetrate su popoli oppressi, delle dittature, dei genocidi? Per coerenza, dovremmo chiedere di non parlare più delle guerre mondiali, della Shoah, del genocidio degli Armeni o di quello contro i bosniaci, o delle violenze degli europei contro gli indigeni delle Americhe. Dovremmo impedire alla scuola di parlare di morale, di religione, di attualità.

Infine, credo di non aver mai sentito niente di più sconcertante del richiamo a una presunta ingenuità primigenia dei bambini, da non corrompere con i libri e gli insegnamenti: mi ha lasciato in bocca un sapore pre-illuministico, quasi un’esaltazione del buon selvaggio, che ho trovato ripugnante e svilente per i ragazzini stessi, ridotti al rango di sciocchi.

Ma forse il mio punto di vista, traviato da un’infanzia in cui Babbo Natale ha smesso di sembrarmi reale già a tre anni e le fate (o le cicogne) non portavano i bambini, ha fatto di me quella persona atea e materialista che sono; ringrazio quotidianamente i miei genitori per questo.

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Stanchezza (ma non solo).

Dire che sono stanca è riduttivo. Forse rende di più l’idea dire che non ho il tempo per dormire, per pranzare, per fare colazione; che costringo la mia bella a cenare alle 22 e che le propino solo pizza o pollo arrosto da giorni, che la lascio sola a vedere la televisione affermando con insensata fiducia “inizia tu a vedere il film, appena posso ti raggiungo”; che non riesco mai a raggiungerla: e quando lei ha finito di vedere il film, io sono ancora al tavolo della cucina che ripeto in loop “solo un altro articolo e mi fermo, solo un altro articolo e mi fermo”. Che sono scappata come una ladra dal funerale di una persona a cui ho voluto bene: e che, mentre il prete impartiva la comunione, io sentivo lo smartphone che vibrava senza sosta in borsa. Che ieri ho ricevuto l’ultima mail a mezzanotte e venti e l’ultimo messaggio all’una e trentotto; che stamattina alle nove ero al pc, che adesso sono al pc, che stasera alle nove sarò al pc, e in mezzo avrò il tempo soltanto per mangiare e lavarmi in capelli, ché faccio concorrenza a Medusa per l’acconciatura. Che mando messaggi vocali perché mi piace farlo, ma soprattutto perché non ho tempo di scriverli: e li registro mentre sono ferma al semaforo, o mentre aspetto che il sito si aggiorni, o mentre mi lavo i denti; e che li ascolto mentre scrivo noiose pappardelle-sempre-uguali, così le cose che ascolto diventano un po’ una miscellanea con quelle che leggo rielaboro riscrivo, e viene fuori che amicastorica sostiene l’indotto di Palermo con la sua azienda specializzata in ceramica d’arte, che la Fra’ farà uno spettacolo teatrale in cui porterà il suo bambino all’asilo insieme al curatore di una mostra, che due balde giovini oggi saranno a Palermo per portare avanti il dialogo tra i popoli insieme al responsabile di un’azienda casearia madonita e a un pianista iraniano. Se non avessi un gruppo di brave e simpatiche volontarie che mi aiutano a non disperdermi (“devi programmare i post su twitter, adesso”) penso che finirei per perdere per strada buona parte del programma; ma loro, graziealcielo, ci sono, e sono entusiaste e brillanti e mi hanno promesso una gita alla spa, quando tutto questo sarà finito. Ma quando sarà finito? Alla fine del festival mancano quindici giorni, alla fine del mio lavoro chissà: perché ci saranno sempre foto da postare, e ringraziamenti da inviare, e home da aggiornare, e a Natale voi mangerete il panettone e i tortellini in brodo e io starò ancora citando la ventinovesima municipalizzata. Ma comunque, pace: il lavoro è lavoro, e quel brivido di soddisfazione che provo quando penso che migliaia di persone leggono le baggianate che metto in fila per rispettare i corretti parametri seo, ripaga (in parte) lo stress e la fatica e gli occhi pesti. Il senso di colpa verso la mia bella, quello no: ma lei, che è dolce e comprensiva e attenta, mi massaggia le spalle, mi prepara una tisana e mi aspetta sul divano, semi-addormentata e intirizzita, per passare almeno un quarto d’ora insieme prima di andare a dormire. E questo è uno dei milioni di motivi per cui penso che sia meravigliosa.

La sera vado a dormire carica di adrenalina: l’unico modo per sedarla è leggere; ho finito Pulvis et umbra di Antonio Manzini, e l’ho trovato bello e malinconico, un po’ cervellotico nella trama gialla ma comunque credibile, ma soprattutto molto, molto triste.

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Questione di fiducia.

health2Da giorni, ormai, gira su facebook un video. Si vede una ragazza di una ventina d’anni, stesa su un divano, col corpo scosso da spasmi muscolari. Il testo del post spiega che la giovane, affetta da sclerosi multipla, soffre, appunto, di forti mioclonie; fin qui, purtroppo, nulla di strano: chiunque conosca un malato di sclerosi multipla sa che i cloni esistono, che sono tipici di una determinata fase della malattia, che possono essere più o meno fastidiosi e invalidanti. Il resto del messaggio, però, ha dell’incredibile: la ragazza – o chi per lei – chiede di fare girare il video: si augura che possa finire sotto lo sguardo di un neurologo che sappia aiutarla. Leggere questo post mi ha causato una sorta di cortocircuito intellettivo: giuro, non ne capivo il senso. Nella mia mente fin troppo consequenziale e schematica, per tentare di arginare un disturbo clinico ci si rivolge al medico competente in materia, o magari al medico di famiglia per un consulto, non alla rete e alla strabiliante casualità che un medico possa vedere un video e decidere di intervenire.

Il senso di assurdità che provavo si è accentuato quando ho notato che la ragazza, oltre tutto, vive a Latina: in che cosa le è utile che io abbia visto il post e come potrebbe giovarle se io lo condividessi con i miei contatti, in maggioranza palermitani? Ho comunque provato a commentare, chiedendo come mai non ci si rivolgesse a un medico reale, piuttosto che a una ipotetica entità neurologo-che-legge-i-post-su-facebook. Qualcuno, non meglio informato di me sulle reali condizioni della ragazza e sul senso ultimo dell’intera vicenda, mi ha risposto facendo riferimento a ipotizzate condizioni economiche sfavorevoli (“non avrà i soldi per il medico”). Sono allibita due volte: come mai a nessuno – né alla ragazza, né a chi la circonda, posto che la storia sia vera, né a tutti i commentatori che hanno profferito “amen” o “condivido” – è venuto in mente di indicare, banalmente, di rivolgersi al reparto di neurologia di un qualsiasi ospedale italiano? Immagino, ma forse mi sbaglio, che una persona afflitta da una patologia così grave e progressiva abbia un neurologo di fiducia: ecco, basta rivolgersi a lui, piuttosto che cercare l’Eldorado sul web. Nella mia esperienza, piccola ma credo abbastanza rappresentativa, un qualsiasi neurologo di struttura pubblica sa come attenuare le mioclonie: perché non rivolgersi a lui?

Comprendo senza difficoltà che una persona gravemente malata e la sua famiglia possano sentirsi motivate a cercare fantasiose soluzioni sul web per scongiurare la fine o danni fisici irreparabili: ma perché farlo anche per un disturbo come questo, che nella maggior parte dei casi si attenua con una semplice terapia per bocca che qualunque neurologo è in grado di prescrivere? Cosa ci ha portato a perdere fiducia nella scienza e a sostituirla con la cieca protervia nel ricercare soluzioni alternative, quando ce ne sarebbero di semplici e di sicuro effetto? Allargando il discorso, mi chiedo come mai molti genitori preferiscano credere a mai dimostrati “danni causati dai vaccini” di cui la rete pullula, piuttosto che ad accertati benefici apportati dai vaccini, di cui esiste letteratura scientifica a iosa. Ma si sa, io sono troppo poco fantasiosa per capire.

A Palermo il tempo sta vagamente rinfrescando, e io e la mia bella abbiamo ricominciato a nutrirci “da inverno”; in questi giorni, a casa nostra va per la maggior il risotto con funghi, speck e brie. Lo speck lo inseriamo in parte all’inizio e poi in mantecatura, insieme al brie. Sarebbe più adatto al mese di gennaio in Valtellina, piuttosto che a un tiepido settembre palermitano, ma non sottilizziamo.

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Consigli per i (piccoli) lettori.

A cinque anni ero una bambina bassetta e magra, in jeans e felpa con le toppe, perennemente in lotta col cerchietto e innamorata delle mie scarpe da ginnastica col velcro. Frequentavo la prima elementare, avevo una brava maestra e un forte desiderio di imparare a leggere. I miei genitori seminavano sempre libri e riviste e opuscoli e blocchi di appunti per la casa, sul panchetto del bagno o in pile accanto al letto o sul tavolino del salotto, i nonni leggevano il giornale dalla prima parola all’ultima con puntiglio da correttori di bozze, le nonne facevano le parole crociate: anche io non vedevo l’ora di girare, seria e impettita, buffa come può esserlo solo una bambina con i codini stretti da elastici a forma di coniglietto, con un libro in mano. Non ricordo grandi difficoltà, ma neanche processi lenti e laboriosi o fantastici disvelamenti: so solo che, come per magia, tutt’a un tratto bum!, sapevo leggere. Con la premura e le buone intenzioni tipiche di genitori giovani e di sinistra, sono stata immediatamente fornita di un libro e del permesso di leggere quando volevo, a tavola e a letto e dai nonni e al mare, se mi andava. Ma.

Ancora adesso rinfaccio ai miei genitori l’insensata scelta del mio primo libro: il famoso tomo che mi venne offerto, tra lacrime di commozione e foto ricordo, era una terrificante edizione delle favole di Esopo; c’erano Il cane e la carne, La volpe e la cicogna, La rana e il bue e altre amene storielle. Le illustrazioni erano lugubri, le storie strampalate e mortifere, la trama si esauriva in un giro di parole. Il mio mondo è crollato: a che serviva leggere, se dovevo riempirmi la testa di volpi meschine, rane megalomani, cani sciocchi e cicogne parlanti? Seguirono mesi di tristezza e incomprensione: mi chiedevo a chi importasse di quegli odiosi animali e come mai i miei genitori, e i nonni e gli zii, fossero felici di passare il tempo in maniera così tediosa. Mi ha salvato la vita, ora lo so, il Corriere dei piccoli: e anche la Pimpa, e poi 365 storie, un librone che era appartenuto a mia madre e che conteneva storielle divertenti, poesiole e filastrocche, una per ogni giorno dell’anno. Qualcuna la ricordo ancora ora.

Sono stata portata in libreria, poi, e lì finalmente sono stata felice: ho scoperto le edizioni illustrate di alcuni classici e anche autori che i miei genitori non conoscevano, come Bianca Pitzorno e Christine Nöstlinger; ho iniziato, qualche anno, dopo a leggere una collana di gialli per bambini che mi terrorizzava e galvanizzava e la serie del Club delle baby-sitter che adesso cerco in ebook, in inglese, dato che qui non viene più pubblicata. Finalmente capivo come mai gli adulti fossero felici con un libro in mano: bastava trovare la storia giusta.

Adesso che passo la maggior parte del mio tempo su Facebook e che bazzico i gruppi dedicati alla lettura, per passione e per lavoro, provo un brivido quando leggo post di genitori che lamentano lo scarso amore per i libri dei propri figli; il panico mi investe, poi, quando qualcuno consiglia di stimolarli con Pattini d’argento o David Copperfield o Il gabbiano Jonathan Livingstone. Infine, quando qualcuno si lamenta della passione dei propri ragazzi per i fumetti, scappo terrorizzata scagliando al suolo lo smartphone e coprendomi le orecchie. Ma davvero c’è chi pensa di poter fare avvicinare alla lettura dei marmocchi sette-ottenni proponendo libri belli, ma dalle tematiche ormai lontane dal mondo attuale, o troppo astratte e simboliche? Chi, a sei anni, si sciroppava senza un lamento David Copperfield? Non sarebbe meglio partire con Topolino, o Geronimo Stilton, o le Favole al telefono di Rodari, o qualcosa di Roald Dahl?

Bisogna fare attenzione, l’amore per la lettura è delicato e mutevole: se viene pigiato tra le pagine di un librone troppo pesante per l’età o per il lettore, si schiaccia.

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Quando un’amica sta male (far edition).

Quando un’amica sta male, puoi – devi – provare a fare qualcosa per lei. Puoi andarla a trovare, in ospedale o a casa o nella villetta al mare; puoi portarle una torta o dei fiori o i biscotti che le piacciono, o una fetta di pizza se preferisce il salato, o le ultime foto del caneNando da guardare insieme ridacchiando, perché il caneNando, quando vuole, sa essere molto divertente; puoi anche portarle in visita il caneNando in persona – in cane, cioè – se sai che ne ha voglia: perché il caneNando è simpatico e di compagnia e sa riportare la pallina come nessun altro, e niente solleva il morale come un cane giallo che ti poggia sui piedi una pallina gialla tutta insalivata.
Quando un’amica sta male puoi abbracciarla molto forte, o tenerle la mano, o anche solo guardarla in faccia mentre ti parla, o camminare accanto a lei. Quando l’amica che sta male abita lontano, invece, è tutta un’altra storia.

Quando l’amica che sta male e abita lontano ha un malessere limitato nel tempo, come una gamba rotta o una caviglia slogata o una forte influenza o la rosolia, puoi telefonarle per tenerle compagnia; puoi mandarle un libro o consigliargliene uno, puoi suggerirle serie tv da vedere per ammazzare qualche mezz’ora; se sei molto brava puoi anche confezionare una torta da spedirle, insieme a un video con le prodezze del caneNando. Puoi provare ad essere presente e vicina e assidua anche da lontano, sfruttando la tecnologia e la fantasia e le opzioni di Poste Italiane e la conoscenza personale del caneNando.

Poi, ci sono i casi in cui l’amica che sta male e abita lontano ha una malattia stronza: una di quelle da cui si guarisce, ma che nell’attesa ti fa pensare che no, non guarirò mai. Una di quelle che ti tolgono il sorriso e l’energia, che ti fanno piangere e dormire e ciondolare, che ti fanno sentire come se non fossi più tu. Una di quelle che ti spossessano di te, ti fanno fare e dire cose che poi gli altri dimenticheranno ma tu no; una di quelle che, senza sintomi evidenti e fasciature rigide e flebo e stampelle ti prostrano e stremano.
Ecco, in quei casi io non so cosa fare: perché delle serie tv, dei libri e delle torte l’amica lontana non se ne fa nulla, e neanche dei video di caneNando, per quanto possano essere (e lo siano) assolutamente adorabili. In quel caso, l’unica strategia che conosco – e che non so se serva, ma davvero
non me ne vengono in mente altre – è l’abbraccio, la presenza silezionsa e costante, il tempo speso insieme. Ma l’amica lontana è per definizione lontana, e allora abbracci e silenzi e tempo vanno a farsi benedire.

In casi come questo, in cui so – perché LO SO, ne sono sicura senza alcun margine di dubbio – che le cose si sistemeranno, l’unica cosa che so fare è mandare qualche messaggio, ché il telefono temo possa essere solo un fastidio per chi non ha voglia di parlare, e poi aspettare e dare il tempo a medici e medicine di agire. In questi momenti, in cui qualcuno tra amici e familiari non capisce la vera e profonda sofferenza che l’amica sta provando e pensa che sia solo un po’ triste, ma che ci vuoi fare, è fatta così, in questi momenti qui io so solo consigliare un libro, La ragazza sbagliata di Giampaolo Simi, per esempio, che è molto bello e le potrebbe piacere e in ebook si trova, e scrivere un post. Questo. Tanto lo so che presto tutto andrà a posto.

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Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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Ho visto anche degli zingari felici.

In questi giorni, un disgustoso video sta rimbalzando in rete; due donne rom, sorprese a rubare rifiuti fuori da un supermercato, sono braccate e rinchiuse in una gabbia metallica da alcuni solerti lavoranti del negozio. Mentre gridano terrorizzate, sono derise e sbeffeggiate dai giovinastri che, fieri delle loro gesta, si filmano compiaciuti. Nell’ordinario squallore della vicenda, molti si sono detti sconvolti, oltre che dal comportamento osceno e chiaramente illegale degli sceriffi-fai-da-te, dai commenti inneggianti alla violenza di una pletora di leoni da tastiera che, indignati dell’affronto subito – come si permettono queste donne straniere di rubare in un supermercato italiano? – invocano per le due malcapitate, nell’ordine, lo stupro, il rogo, la morte violenta, il lavaggio con liquidi fisiologici fino alla restituzione di un colorito ariano, il respingimento rapido e indiscusso “a casa loro”, quale che sia. Ecco, a me questi comportamenti non fanno impressione, non li noto neanche più: sono la propaggine malsana di un branco di individui che vedo così distanti da me, così lontani e alieni, da non poter essere annoverati neanche nel genere umano. Sono quegli stessi che disprezzano e vituperano Bebe Vio, che scrivono oscenità ai danni della Boldrini, che utilizzano la propria rozza fantasia augurando a Selvaggia Lucarelli di essere violentata da un bonobo. Neanche il fatto che, in questo purulento ammasso di voci, si distingua quella del segretario di un partito politico, per me, fa notizia: è poco più del latrato di un cane alla catena. Mi danno più da pensare, invece, i commenti di persone come me, persone che potrei incontrare sulla mia strada: persone che, con toni civili, affermano che no, non è stato giusto rinchiudere delle donne in una gabbia per sentirne le urla di terrore, però: però stavano delinquendo, però gli zingari rubano, però, quindi, ecco, un po’ se la sono cercata. Però. È quel “però” che mi spaventa: quello di decine di persone che credono che la persona rom sia costituzionalmente portata a rubare, così come credono che la donna transessuale sia costituzionalmente portata a prostituirsi. Quelli che non vedono le circostanze, che non notano che una persona rom non ha accesso al mondo del lavoro come un italiano, che non notano il pregiudizio che ammanta, da sempre, i gruppi nomadi che hanno percorso, negli anni, l’Europa. Quelli che non si sentono di giustificare il turpe gesto di terrorizzare due donne dell’età delle loro madri, ma che pensano che avrebbero potuto, comunque, restarsene “a casa propria”, nei propri campi-ghetto, magari circondati da un muro, fuori dallo sguardo della gente perbene. Quelli che pensano che i rom siano ricchissimi e blaterano di auto di lusso e antenne paraboliche: quelli che stringono più forte la tracolla della borsa, quando un accattono rom passo loro accanto, perché sono già convinti che verranno scippati. Mi fanno paura loro: perché non vorrei, un giorno, diventare così.

Sto attraversando il periodo della mia vita più povero di letture: nessun libro mi intriga, nessuno mi soddisfa; per fortuna ho incontrato sulla mia strada L’arminuta di Donatella di Pietrantonio, ed è stata una boccata di aria fresca: molto bella la trama, molto interessante la riflessione sul sentirsi altro rispetto a chi ci circonda, molto intenso il misto di dialetto abruzzese e italiano. Un bel romanzo, come non ne leggevo da (troppo) tempo.

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