Cos’è, per voi, la felicità?

Una settimana fa mi sono imbattuta in un post su Facebook in cui si chiedeva agli astanti se fossero felici. Io ero fuori con la mia bella: eravamo state al centro commerciale e avevamo trovato delle scarpe belle e comode a buon prezzo senza dover girare per ore tra la folla; avevamo comprato un nuovo puzzle per la nostra collezione e anche un cappotto semplice ed elegante, scovato per caso in un negozio dove non avevamo mai messo piede. Di lì a breve saremmo andate a recuperare amicacatanese, avremmo mangiato una buona pizza e ciacolato amabilmente per l’intera serata. In quel momento, mentre camminavo mano nella mano con la mia compagna, e non c’era troppo freddo e non avevo fame e mi era passato il mal di schiena, mi sentivo pienamente felice: e ho commentato quel post scrivendo, appunto, che ero felice. Sono stata praticamente l’unica.

Assodato che so di essere una persona molto fortunata – non ho particolari guai di salute, almeno che io sappia, ho una stupenda donna al mio fianco, ho pochi (molto pochi) amici a cui voglio molto bene, ho un lavoro relativamente precario ma interessante, – mi chiedo: come mai gli altri non sono felici? Scartando, ovviamente, chi ha reali preoccupazioni per la salute propria o dei propri affini, chi ha appena perso il lavoro, chi si è accidentalmente lasciato cadere una palla da bowling sul piede, mi chiedo: cosa vi manca per essere felici? O forse sto equivocando io, e quella che mi sembra felicità è solo una sorta di olimpica atarassia?

È possibile che la mia idea di felicità sia sbagliata? La felicità, alla fine, cosa è? La mancanza di sofferenza, o la pienezza di gioia? La prospettiva di una serata serena e di una buona pizza è felicità? Sono io ad avere standard troppo bassi, o è chi mi circonda ad aver alzato troppo l’asticella? È più sano essere felici ogni volta in cui non abbiamo più quel forte dolore all’alluce, o esserlo soltanto nel momento in cui vinciamo un importante premio internazionale? La felicità è una condizione che si protrae nel tempo, come il ron ron da fuoribordo di un gatto che fa le fusa sul termosifone, o un lampo che squarcia la notte come un fuoco d’artificio? Ma soprattutto, quando siamo felici, ce ne accorgiamo? O attribuiamo una felicità retrospettiva a momenti lontani nel tempo, che ricordiamo con rimpianto (e con quel pizzico di miopia che appanna i ricordi e li rende confortanti)? E sappiamo ammetterlo, quando siamo felici? O preferiamo un’aria dolente e strutta da giovane Werther post-moderno? Ci sembra banale dichiararci felici? Un tempo, era tipico degli adolescenti ostentare un atteggiamento mogio e affranto; adesso anche gli adulti si beano di sedere figuratamente su uno scoglio schiaffeggiato dalle onde, col ciuffo al vento e un’aria di dissimulato dolore, come afflitti da una costante ulcera peptica. Ma perché? O saremo diventati tutti un po’ Michele Apicella in Ecce bombo, intenti a scoprire se ci si nota di più se non andiamo alla festa, o se ci andiamo e ci mettiamo lì in un angolo? Ecco, sarà che sono vecchia, sarà che non ho aspettative abbastanza alte su me stessa, sarà che dopo periodi difficili adesso mi sembra tutto straordinariamente bello e luminoso e pieno di colori: ma io, in questo preciso istante, sono molto felice.

Avevo chiuso il 2017 lagnandomi di aver letto poco; ho iniziato il 2018, invece, leggendo un bel po’. Adesso sto finendo Souvenir, ultimo volume della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di de Giovanni. All’uscita dei primi libri dell’autore ero rimasta molto (molto!) piacevolmente colpita; poi, un po’ di ripetitività e la tendenza al “riassunto delle puntate precedenti” mi avevano raffreddata. Questo giallo non è male: lo stile è sempre interessante, la storia un pelino forzata ma ci sta. Peccato, come sempre, per tutte le pagine in cui, con grande sfoggio di patetismo, lo scrittore divaga, prendendo a pretesto il tempo atmosferico o il periodo dell’anno: ammettiamolo, sono abbastanza noiose, spezzano il ritmo della narrazione, sono identiche in tutti i libri dell’autore, non sono funzionali al testo, sembrano solo un momento di autocompiacimento, come gli interminabili assoli di chitarra ai concerti di Carmen Consoli. Vi prego, fatelo per me, basta.

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Grazie, 2016.

Il 2016 si conclude oggi. Leggo sui social – tra l’annuncio del programma di una folle nottata di bagordi e le foto di completini intimi rossi, minigonne intessute di filo d’oro, elaborati piatti in avanzato stato di preparazione e alberi di Natale psichedelici – parole di giubilo all’idea: sembra che l’anno appena trascorso sia stato sullo stomaco a molti. A me, invece, tranne che per la morte dell’ultimo nonno rimasto, è proprio piaciuto.

È stato un anno dolce, sereno, senza scossoni: un anno in cui ho apprezzato moltissimo le serate in casa, i film da vedere al pc sotto una enorme coperta di pile, le serie tv – ma accidenti, niente sarà mai più bello di Queer as folk! – e le tisane calde. Un anno pieno di hamburger e cenette a base di cibo cinese, di biscotti secchi a colazione e aperitivi davanti a un puzzle, di “amore, che buono!” davanti a pizze fatte in casa e frittate e pollanche. Un anno in cui ho ringraziato ogni giorno la mia buona stella per avermi ridato la mia compagna: bella, luminosa, sorridente, sicura, tenera, protettiva, attenta, paziente. Un anno in cui all’amore sono finalmente riuscita a coinugare la consapevolezza: dei miei limiti, delle mie insicurezze, della nostra forza insieme. Della necessità di pensare molto, parlare meno, ascoltare e riflettere e attendere, dare spazio e tempo e fiducia.

È stato un anno punteggiato di amici: in cui mi è spiaciuta la lontananza di alcune persone a cui voglio bene, che ho visto poco – ma cercando di racchiudere, in un fine settimana o in pochi giorni, tutto il mio affetto e la mia attenzione e la voglia di fare qualcosa di bello insieme – e che spero di vedere più spesso, ma che comunque tengo accanto a me, nel cuore e nei pensieri e in quel fondo di preoccupazione e apprensione che sono parte di me e che nutro come una piantina d’appartamento. Un anno in cui ho scoperto persone che conoscevo poco e che mi hanno riempita di consigli e suggerimenti e idee, in cui ho passato più tempo con altri a cui voglio bene da anni: vecchi amici, di quelli che citi a modello per gli astanti e abbracci forte forte quando li vedi, che cambiano casa, lavoro e vita rimanendo sempre quelli che erano, graziealcielo.

È stato un anno di crescita: in cui ho cercato di apprezzare quello che c’è di buono nella mia vita – genitori attenti e presenti, parenti acquisiti affettuosi ed empatici, un lavoro che mi piace, un canuccio festante – e ignorare quello che non mi è andato giù: sorridendo e pensando pace, va bene così.

Degli ultimi anni, sicuramente il 2016 è stato quello in cui ho letto meno: ma ho vissuto di più, quindi anche in questo caso va bene così. Chiudo l’anno con le ultime pagine di “Una domenica con il commissario Ricciardi” di Maurizio de Giovanni: non un romanzo ma una raccolta di quadri raccontati con dolente delicatezza e intervallati da foto d’epoche. Un libro che si legge in una manciata di mezze giornate e che forse lascia poco, ma che regala uno scorcio interessante della Napoli degli anni Trenta.

Felice anno nuovo a tutti: vi auguro che il 2017 porti a ognuno di voi la gioia che mi ha regalato il 2016.

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Del perché non mi piace il mare.

Quando ero bambina, i miei genitori lavoravano: erano medici, facevano turni di guardia pressanti, erano fuori città tre sere alla settimana. Passavo buona parte del tempo con le mie nonne: soprattutto in estate, complice una criminale organizzazione abitativa che faceva in modo che tutta la famiglia – dodici persone più o meno nervose e suscettibili e ficcanaso – si trasferisse in micro-case di villeggiatura, della metratura di una gabbia per canarini, scelleratamente collocate nello stesso isolato. Le nonne, indubbiamente simpatiche e affettuose e comprensive e accudenti ma indiscutibilmente all’antica, pensavano che non esistesse altra occupazione, per tre bambini (in seguito, ragazzini) in vacanza dalla scuola, che la spiaggia: per cui, dal 15 giugno al 15 settembre, qualunque fosse il tempo atmosferico – pioggia, diluvio, scirocco, invasione di cavallette – si andava a mare. Camminavamo a piedi, sotto il sole, all’andata e al ritorno; in mezzo c’era una mezz’ora di lagne per fare il bagno, una breve abluzione nell’acqua sempre bassa di Mondello, una rapida sosta al bar della spiaggia per un ghiacciolo al limone, una ventina di minuti al sole per scongiurare il rachitismo, un lungo passaggio alla fontana per eliminare ogni molecola di sabbia dai piedi. Mi annoiavo tremendamente.

Quando sono cresciuta, ho iniziato ad autogestire le mie mattinate estive, inciampando nell’amore per la spiaggia di amici e compagni di classe: e quindi, ancora giornate a stendere teli al sole, spalmare crema sulle spalle, zampettare in venti centimetri d’acqua, mangiare tristi panini tiepidi, giocare a carte e scuotere via la sabbia dai piedi. Sudavo copiosamente, anche mentre facevo il bagno, avevo sempre il costume umido e i capelli bagnati sulla nuca che mi garantivano un vago, costante mal di testa. Non mi abbronzavo: oscillavo tra il bianco lentigginoso e il rosso spellato per l’intera stagione estiva, qualunque fosse l’entità della protezione con cui mi aspergevo. Mi annoiavo moltissimo.

Da adulta, complici le poche ferie estive, ho iniziato a diradare le giornate di mare: di pari passo, il danno si è aggravato, perché dalla fastidiosa sabbia sono passata agli scomodissimi scogli. Non c’è un filo d’ombra, non ci sono docce per lavare via il sale dalla pelle, non c’è un posto dove comprare una bottiglietta d’acqua fresca. Non c’è una fontanella né la possibilità di stendersi senza avere un polmone perforato da una pietra aguzza e sporgente. Per immergersi bisogna indossare delle sciocche scarpe di gomma, che dovrebbero impedire buffi scivoloni; per riemergere si deve intercettare il giusto lasso di tempo tra un’onda e l’altra, graffiandosi comunque irrimediabilmente le mani. C’è molto molto caldo, la macchina si arroventa con facilità, il viaggio di ritorno verso casa è una tortura. E in più, anche adesso mi annoio senza remissione.

In questa estate dal clima incerto, sto leggendo Serenata senza nome di Maurizio de Giovanni: ammetto che mi sta annoiando un bel po’.

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Si fa presto a dire mafia.

La mia impari battaglia contro i posteggiatori, mitologiche creature metà mafioso metà sedia che affollano le strade di Palermo, continua. Due anni dopo il mio primo incontro con il cordiale padrone della piazza in cui mi ostin(av)o a parcheggiare, sono stata costretta a capitolare: lascerò l’auto a piazza Spasimo, prenderò altre strade, più lunghe e assolate, per raggiungere l’ufficio, non saluterò più la signora con lo yorkino né guarderò l’edicoletta per San Giuseppe fatta costruire dal signor Faia Giuseppe accanto al suo negozio di noccioline, non vedrò il ragazzo con il pastore tedesco anziano né il salumiere che fa entrare i piccioni in bottega perché anche loro hanno diritto a un po’ di fresco; cambierò le mie abitudini e i miei orari, conoscerò nuovi baristi e padroni di cani, imparerò a schivare pozze e buche di altri vicoli; non chiacchiererò più con le colleghe tornando a casa: a loro non è stato intimato di cambiare zona. Loro pagano, loro possono rimanere.

Qualche giorno fa, all’ennesimo battibecco con l’omuncolo alto due metri che ha tentato di strapparmi dalle mani il telefono e di impedirmi di entrare in macchina, per poi prendere a pugni il vetro gridando e minacciandomi per punirmi della mia inconcepibile insubordinazione nei suoi confronti, ho scelto la via più semplice e adatta a una persona che ha fatto della tecnica del criceto morto la sua strategia di sopravvivenza: ho cambiato strada. Ho perso, ho ceduto, ho vanificato tutti i miei sforzi: lui è ancora lì, ghignante e soddisfatto, ad emettere il suo verso abituale, buongiorno, verso chiunque passi nel raggio di centinaia di metri dal suo punto di osservazione; io non ci sono. Sarei dovuta rimanere lì, forse: come mio padre mi aveva consigliato di fare, perché qualche volta nella vita bisogna lottare per i propri diritti, e quello di passare dalla strada più agevole è un diritto fondamentale, inalienabile e anche abbastanza evidente nella sua banale necessità. Avrei dovuto minacciare di chiamare le forze dell’ordine, o forse le avrei dovute chiamare davvero: ma la mia scarsa fiducia nella loro rapidità e nel mio sangue freddo ha prevalso.

Saputo l’accaduto, qualcuno mi ha chiamata, qualcun altro mi ha scritto. Molti, moltissimi si sono indignati, ma mi hanno suggerito, più o meno larvatamente, di risolvere il problema: che ti costano cinquanta centesimi al giorno, in fondo? Magari puoi offrirgli un caffè, regalargli delle sigarette, accordarti per un fisso mensile. Non ho risposto, ovviamente: mi dispiace soltanto che questa città sia così intrisa di mentalità mafiosa da arrivare a immaginare che sia normale pagare per lasciare un’auto accanto a un marciapiede. No, mi spiace, non ci sto.

Ho iniziato da poco la lettura di “Serenata senza nome” di Maurizio de Giovanni e sto faticando non poco; la mania per lo spiegone non abbandona l’autore, che si sente costretto a raccontare tutte le vicende occorse a tutti i personaggi negli otto romanzi precedenti, con conseguente immaginabile lentezza. A una novantina di pagine dall’inizio non è successo quasi nulla: Ricciardi continua ad aggirarsi per la città con la sua aria malinconica e francamente noiosa, Maione gigioneggia con Bambinella che non risparmia mossette fatue e vocalizzi acuti, Enrica sospira, suo padre scuote il capo. Niente di nuovo.

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Cuccioli.

Sono un’appassionata di gialli, si sa: ne leggo moltissimi, alle uniche condizioni che non siano troppo truculenti né troppo lunghi, date le mie personali propensioni alla paura e alla noia. Tra gli autori contemporanei che mi piacciono di più, stretto tra Malvaldi e Manzini e Mc Call Smith e Camilleri, c’è Maurizio de Giovanni. L’ho conosciuto per caso, leggendo Il senso del dolore in una anonima edizione dalla copertina nera, venduta in edicola insieme a un quotidiano; mi è piaciuto, l’ho comprato e regalato e consigliato, ne ho parlato con molte persone, ho decantato il suo stile asciutto e insieme lirico, la sua articolata costruzione dei personaggi, il suo indagare con delicatezza l’animo umano. Ho aspettato con trepidazione l’uscita degli altri volumi della serie, ho applaudito saltellando su e giù quando è stata annunciata la nascita della collana dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone, ho letto e apprezzato anche quella. Però. Adesso sono a tre quarti di Cuccioli, e mi sento vagamente irritata.

Premetto che non c’è niente di più sciocco e irrispettoso del giudicare un libro prima di averlo finito di leggere, e magari lasciato sedimentare, e sicuramente quello che ho tra le mani è un bellissimo giallo, con un buon ritmo, una trama ben costruita, incalzante senza essere ansiogeno, dallo stile personale e riconoscibile. Però, ecco, tutte le pagine di riflessioni dal tono vagamente poetico e allusivo, che all’inizio trovavo irresistibili, adesso cominciano a darmi l’orticaria; l’impressione che mi comunicano è la stessa di quando, a un concerto, il chitarrista inizia un interminabile assolo di cui sembra molto fiero, ma che annoia a morte il pubblico. La sensazione è che l’autore si sia divertito e compiaciuto molto a scrivere quei brani: un bel po’ di più, questo è certo, di quanto stia facendo io nel leggerle. E anche il “riassunto delle puntate precedenti”, la tendenza allo spiegone che de Giovanni ha sempre avuto, sta diventando davvero esagerata: ma è così necessario ribadire, ogni volta, quale sia il ruolo, la situazione personale e familiare, l’umore tipico, l’abbigliamento, i vizi e le paure e le ansie e le manie di ognuno dei personaggi? Se Camilleri si sentisse in dovere di chiarire ogni volta chi sono Livia, Fazio e Catarella, non lo troveremmo un po’ tedioso? E tutta la storia dei suicidi-che-non-sono-suicidi non è di stucchevole falsità? Ma soprattutto, è mai possibile che il protagonista dei libri di de Giovanni sia sempre conteso tra due donne, una incarnatrice del sacro focolare domestico e l’altra del brivido della trasgressione? Ripeto, de Giovanni mi piace molto, i suoi libri ancora di più: è per questo, forse, che temo che scada nel manierismo, nel voler ripetere all’infinito se stesso, nel rischio di non saper cambiare marcia. È bello che un autore abbia una voce personale, che lo distingua e caratterizzi: il pericolo, però, è che ripeta sempre la stessa frase. Detto ciò, non posso che dire che Cuccioli è un romanzo di alta scuola: leggetelo, davvero.

Nei romanzi di de Giovanni si percepisce sempre la presenza di Napoli, la si tocca e annusa e assapora ad ogni pagina. Adesso che è quasi Natale, sogno un pranzo a base di paccheri al ragù, con la carne di maiale succosa, tenera e saporita da mangiare per secondo, ben irrorata di salsa. Una vera goduria.

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E’ (quasi) Natale.

Sono una persona tradizionalista. Mi piacciono le cene ben organizzate, con la tavola imbandita e i sottobottiglia, e gli ospiti che portano il dolce e il vino e anche un regalino per la casa, e si complimentano per quello che viene loro servito. Mi piacciono le tovaglie ben stirate, mi piace avere un giorno fisso per il bucato, mi piace avere il piano dei pasti della settimana stabilito con cura, e una cesta di vimini dove riporre i panni appena ritirati da fuori. Mi piace preparare la pasta al gratin come la faceva la nonna, dare del lei alle persone con cui non sono in confidenza, cedere il posto agli anziani sull’autobus. Mi piace il Natale.

Le feste, con il loro contorno di centritavola candele canti e cappelli da babbonatale, mi piacciono molto, ma stimolano il lato ansioso e perfezionista del mio carattere. In una situazione ideale, vorrei arrivare al 10 dicembre con i regali già impacchettati e disposti sotto l’albero, il presepe popolato di lavandaie cacciatori e treremagi, il meticcetto biondo méchato con il collare rosso ornato di rametti di pungitopo, il menu per il giorno di Natale già stabilito, il cotechino per San Silvestro stipato in dispensa; vorrei potermi godere le strade illuminate, i negozi traboccanti di persone sudate, l’atmosfera elettrica e gioiosa delle giornate che sono senza il pensiero di cosa regalare allo zio Gualtiero, con un budget limitato e solo tre ore pomeridiane di libera uscita in tutta la settimana. Un demone bizzarro si impossessa di me: vorrei, con un triplo salto carpiato, ritrovarmi all’8 gennaio, per sfuggire all’ansia delle cose che penso di dover fare; dall’altro lato, però, so che sarò mogia e sconfortata quando, la prima domenica dell’anno nuovo, incarterò con brandelli di giornali il bambinello, l’asino col basto e la pescivendola. Sbircerò le date sui fogli di carta, calcolerò sulle dita che classe frequentassi nel 1995 – la seconda media! -, rimpiangerò quei periodi in cui tutto era semplice, monodimensionale, sicuro, e il massimo motivo di preoccupazione era il compito in classe di geometria. Ma adesso, il 6 dicembre, con l’albero nuovo appena addobbato – e discretamente bello, devo ammetterlo – e un fitto programma di cose da fare – alberi parentali da montare, presepi da strutturare, pranzi a cui partecipare, regali da immaginare e poi comprare e incartare e distribuire – mi sento in preda a una vertigine: in una sorta di incubo, mi appaiono lo zio Gualtiero che brandisce un pelapatate a forma di renna, unico oggetto recuperato al supermercato il 24 dicembre a mezzogiorno, e la cugina Clotilde che si guarda intorno stupefatta perché il pacchettino per lei l’ho proprio dimenticato; la tavola, spoglia e fredda, offre solo tonno in scatola e pancarrè, e anche il meticcetto manda giù i suoi croccantini con aria svogliata. Sono nel panico.

Come ogni anno, stringerò i denti e cercherò di trovare idee gradevoli, regalini che facciano sorridere gli amici, e il tempo e l’energia per dar conto a tutti, a mia madre che ha bisogno di aiuto e compagnia e un mezzo di trasporto, al capo che desidera che tutto sia chiuso entro la fine dell’anno, a chi vuole fare acquisti con me, a chi viene da fuori e ha diritto alla sua dose di attenzione. Ci proverò, sperando che allo zio Gualtiero il pelapatate non dispiaccia.

Il libro del momento, per me, è Gelo per i Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni, autore che leggo sempre con piacere; sono circa a metà, la storia stenta un pochino a prendere quota e de Giovanni, per il mio gusto personale, pecca un minimo della sindrome del riassunto-delle-puntate-precedenti, ma sono convinta che non mi deluderà.

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Ho sempre sognato.

Una casa che sia mia, con una pianta accanto alla porta: magari uno spatifillo o un tronchetto della felicità, robusto e benevolo come quello che fu comprato alla mia nascita. Dei sandali che non mi facciano sentire male alla pianta del piede, e che mi slancino le gambe, attenuando l’effetto paperotto-in-fuga-dallo-stagno. Un disco che non mi venga mai a noia, pieno di canzoni che non mi comunichino il misto di tristezza e rimpianto di cui mi sembra che la musica sia sempre impregnata.

Di non arrossire e balbettare ogni volta che non sono sicura di qualcosa.

Di saper preparare un buon pan di Spagna, soffice e profumato e fragrante, e una accettabile crostata di frutta, con la frolla croccante e la crema delicata e soffice. Di saper cucire: anche solo un bottone, anche solo un ghirigoro a punto erba, anche solo un orlo, ché i pantaloni per me sono sempre troppo lunghi. Di saper dire la parola giusta: almeno una su dieci, o cento, o mille, che non sia sempre la meno opportuna, la più goffa o sprezzante o insulsa.

Di indossare con eleganza, almeno per una volta, un bel vestito.
Di cadere da una rampa di scale in salita, restando con un piede nel vuoto e l’altro che boccheggia nel vano tentativo di afferrare il gradino mancante. Di non riuscire a ritirarmi, la sera: di essere per strada, tra viali bui e condomini vuoti, e non essere in grado di trovare la porta di casa, né di notare familiarità tra muri e semafori e marciapiedi e spallette e guard-rail e il mio consueto paesaggio mentale.

Di avere un po’ di tempo per me.

I sapori della mia infanzia: il brodo di pollo profumato e corroborante di mia nonna, i suoi involtini di carne fatti in casa, di cui non riuscivo a comprendere la vera natura, metà bovina, metà gallinacea. Il sorriso rassicurante dell’altra nonna, la sua voce graffiante, roca, ingolata, che dice piccolotta mia, sono qui. Quei pomeriggi caldissimi ed eterni, rossinfuocati, di agosto, e quel cappellino bianco a visiera a cui tenevo tanto e che ho perso, una mattina, in barca.

Di non aver compiuto quegli sbagli che ancora adesso mi fanno formicolare le dita.

Di saper suonare uno strumento: ma non c’è stato mai verso, anche il semplice flauto delle scuole medie, stretto tra le mie grinfie, emetteva striduli suoni di aiutoaiuto. Di essere in grado di disegnare: anche solo di tratteggiare a penna una nuvola, un albero spoglio, un fiore a sette petali che non sembrino un palloncino, un omino stilizzato, un sole schiacciato tra le pagine di un libro. Di ricordare tutte le parole che leggo: o almeno qualcuna, le più belle, quelle che ho rigirato più volte tra lingua e palato e denti per essere sicura di averle impresse bene in mente.

Che il tuo viso sorridente sia la prima cosa che vedo, la mattina, ogni mattina.

Una voce che mi dice non chiederlo a tua madre, sai che lei non può. Di non riuscire a gridare, nel sonno, e sentire la voce che gorgoglia e si intasa in gola e non riesce a valicare la soglia dell’ugola. Di non poter chiamare aiuto; di non avere nessuno da chiamare in aiuto.

Di non rischiare di dimenticare il viso buono di Ife.

A questo post, incongruamente, è abbinato un libro (il bel In fondo al tuo cuore di Maurizio de Giovanni, che sto terminando adesso e che si candida per diventare uno dei miei preferiti dell’autore) e una ricetta (l’insalata di riso integrale, pomodorini, avocado e cetriolo profumata al limone servita ieri da Coky).

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In questa settimana.

Non è arrivato lo scirocco. Le colline intorno a Palermo hanno smesso di bruciare. Il bambino dei vicini ha urlato e strepitato per sessantatrè ore, con brevi intervalli per prendere fiato e recuperare un colorito meno livido. Neymar si è rotto una vertebra. La Colombia è uscita dai Mondiali.

Ho bevuto ventuno bicchieri di estathè – ventidue, se si conta anche quello che mi è scivolato dalle mani quando ne avevo sorbito solo pochi sorsi. Ho percorso in auto quattrocentocinquanta chilometri, facendo fuori un intero pieno. Ho contato, inscatolato e caricato non meno di seicento libri. Ho creato due nuove pagine Facebook, ho deciso di non gestire nessuna delle due. Ho risposto al telefono ‘no, il titolare non c’è’ almeno venti volte.

Il canile, chiuso per tosse canina, è stato interdetto per epidemia di leptospirosi. Un pitbull nero ha passato molte ore, con la museruola addosso e la schiena sanguinante, legato a un guard-rail. Ho chiamato vigili urbani e almeno tre cliniche veterinarie aperte h 24, e l’unica risposta che ho ricevuto è stata ‘se lo porti a casa sua’. Ho dormito molto meno di quanto avrei desiderato.

Ho mangiato tre pizze, dieci gelati, di cui uno fatto in casa al peperone giallo, un piatto di pasta con zuchine e pomodorini. Ho bevuto quattro volte il caffè con le colleghe. Ho mangiato cinque pacchetti di cracker al riso soffiato; ad ogni pacchetto è stato sottratto un cracker.

Ho conosciuto dal vivo un’amica ‘virtuale’. Le ho fatto vedere quanto ho di più bello: il mio amore, il mio lavoro, la mia città, le mie scarpe di tela grigie, la mia maglietta con le zebre. Ho ascoltato i suoi racconti. Ho deciso che, una volta nella vita, andrò a Mantova.

Il non-più-ottuagenario-da-mo’ ha comunicato che la moglie di un suo defunto amico gli ha rubato le cinture dei pantaloni, che il quattordici agosto sarà il suo onomastico, che da giovane era un generale di corpo d’armata e che le tre e mezzo del mattino sono l’orario ideale per un piatto di spaghetti al pomodoro. Una sola delle sue affermazioni era vera.

Ho visto la processione della Madonna delle Grazie uscire dalla Chiesa di Sant’Ignazio all’Olivella. Ho seguito la banda per un pezzetto di strada, ho battuto le mani e fatto confronti tra gli scapolari della congregazione dell’oratorio di San Filippo Neri e quelli della congregazione di Maria SS. Assunta. Ho invidiato con energia tutti i ragazzi che suonavano con aria compunta uno strumento.

Ho parlato di Ife con almeno quattro persone diverse. Bogdan mi ha sorriso tre volte. Ho chiesto inutilmente notizie di Mosca e Canepiccolo. Ho versato dieci euro per un canuccio abbandonato.

Ho finito di leggere We are family di Fabio Bartolomei. Non mi sono commossa, ma ci sono andata vicina. Ho iniziato In fondo al tuo cuore di Maurizio de Giovanni.

Ho raggiunto a piedi Monreale, dalla strada vecchia. Mi sono lamentata per il caldo e il sole in testa e il dolore ai piedi, invece di godermi la passeggiata e la compagnia. Me ne sono pentita dopo, come d’abitudine.

Ho detto almeno mille parole più del necessario. Mi sono sentita sola due volte. Ho trattato male innumerevoli volte chi non se lo meritava. Sono stata perdonata ben più di quanto fosse giusto. Mi sono sentita in colpa per un totale di ventisei ore. Mi sono sentita bene ogni volta che ho visto il suo sorriso.

Ah, per fare il gelato di peperoni basta emulsionare, col frullatore a immersione, peperoni cotti (io li avevo infornati e poi spellati) e panna da cucina. Tutto in congelatore per almeno quattro ore, mescolando molto spesso e meglio se in un contenitore di metallo. E’ ottimo con le patate bollite.

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Si fa presto a dire giallo.

 

Scrivere buoni romanzi gialli è indubbiamente difficile: si deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra intreccio e contesto, tra personaggi e intrigo, tra stile brillante e delitti efferati. La tendenza del giallo moderno – protagonisti non-del-mestiere che continuano a inciampare in crimini e misfatti, largo spazio alla vicenda privata di ognuno dei personaggi, poco sangue, poco ritmo, più risate che brividi, più ricette che alibi – ha contribuito a rendere molto complicato trovare buoni gialli, equilibrati, sensati, credibili. In questi giorni di post-vacanze, ho preso in mano due libri: uno è un romanzo, Panza e prisenza di Giuseppina Torregrossa, l’altro è la raccolta a dodici mani pubblicata da Sellerio in occasione del periodo natalizio, Regalo di Natale.
Del primo, sono interamente colpevole io: l’ho fatto trovare a mio padr
e sotto l’albero, convinta di stare portando a casa una specie di Camilleri in gonnella. Invece, grande delusione: il libro non è scritto male, ma ha uno stile molto classico, e soprattutto di giallo ha ben poco. Sì, è vero, si parla di un delitto: ma lo si fa tra un sospiro d’amore e l’altro, tra una riflessione sul profumo dei gelsomini e una sulla giusta consistenza del gelo di cannella, tra un rammarico della protagonista che non riesce a scegliere tra due uomini – espediente quantomai realistico e attuale, non c’è che dire – e un altro dei due bellimbusti, innamorati respinti dalla donna di cui sopra. Del morto e dell’assassino, siamo seri, importa ben poco a tutti: meno che mai a chi deve indagare, che accetta che la verità non venga fuori – anche perché, siamo chiari, l’autrice non sarebbe mai riuscita a trovare il modo di fornire indizi credibili -, vista l’atrocità di tutti i loschi figuri coinvolti. Bah.
La raccolta di racconti, invece, merita una riflessione a parte: se è difficile scrivere buoni romanzi gialli, scrivere testi gialli brevi e concentrati è quasi impo
ssibile. Applausi a scena aperta, quindi, per Alicia Giménez-Bartlett, che riesce a confezionare una storia che calza a pennello a Petra e Garzon, e soprattutto per Antonio Manzini, di cui non vedo l’ora di leggere il secondo romanzo, e per Marco Malvaldi, che è riuscito a tirarsi fuori dalle pastoie in cui si era imbrigliato, regalandoci un racconto delizioso, vivace, divertente, interessante e intelligente. Peccato per Maurizio de Giovanni: personaggio nuovo, ambientazione diversa, stile piacevole, ma una storia deboluccia e davvero poco poco gialla: al limite noir, ma proprio grigio perla, va’. Sciocco, sconclusionato e auto-celebrativo, come sempre, il pezzo scritto da Recami, che mi ha rubato il cuore con i romanzi non-gialli, e a cui consiglio spassionatamente di andare, abbandonando la trita ambientazione della casa di ringhiera, e assolutamente inutile quello di Bill James; in conclusione, più bei racconti che brutti, e quindi suvvia, compratelo.
È da molto tempo che non concludo un post con una ricetta: allora, ecco le polpette di melanzane. Sbucciate e tagliate a tocchi una bella melanzana tunisina, fatela lessare e poi schiacciatela con lo schiacciapatate; aggiungete menta, mandorle e pinoli a pezzetti, grana grattuggiato e pangrattato, fate delle polpettine, infarinatele e friggetele; servitele con una salsa preparata con yogurt greco, mela grattuggiata e un po’ di curry, farete un figurone.

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Goodbye 2013.

Come ogni anno, è tempo di bilanci: con immutata originalità, aspettiamo gli ultimi spiccioli di dicembre per decidere se i dodici mesi appena trascorsi avranno diritto ad essere ricordati, e quanto e perché, se sorridendo o ghignando o sbuffando o ringhiando come mastini. Come è stato il vostro 2013? Lungo, lento, noioso, stucchevole come melassa che cola in un bicchiere, o spumeggiante e profumato come un bagno di bollicine? Io non ho bisogno di calcolare variabili e di valutare parametri, giorni di lavoro fratto giorni di riposo moltiplicato per le soddisfazioni e sommato ai sorrisi ricevuti e ai regali ricambiati: il mio 2013 è stato uno degli anni peggiori che ricordi.

È stato l’anno in cui ho constatato che le fottute ironie della sorte non vanno mai in vacanza: e quindi una malattia il cui nome strafamiliare non mi aveva mai spaventata si è portata via un pezzo del mio cuore, e un altro accidente di salute mi ha ricordato che no, dolore e rabbia e frustrazione non usciranno mai dalla mia vita: mi ero rilassata troppo presto.

Il 2011 era stato un anno di sogni e speranze, il 2012 un anno stancante e complesso ma pieno di soddisfazioni e impegno. Il 2013 è stato l’anno della paura, della solitudine, della malattia, della mancanza di fiducia, del rimorso. Dei risvegli col cuore in gola, degli sguardi preoccupati dal balcone, delle notti passate ad ascoltare un respiro rotto e affannoso, del telefonino acceso sotto il cuscino, perché mai più voglio accenderlo e trovare messaggi affranti e disperati e dover pensare che mentre io dormivo è successo qualcosa di brutto. Un anno senza vacanze, senza un bagno al mare o un film al cinema, senza riposo, senza respiro: un anno vissuto a testa bassa, pedalando senza sosta, sperando di non trovarmi di fronte, per l’ennesima volta, un gregge di pecore che blocca la strada appena giro l’angolo. Un anno in cui ho letto poco e male: molti gialli di cui ricordo solo dettagli sfocati, Stoner che mi è piaciuto ma mi ha lasciato addosso una tristezza indescrivibile, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo a cui ho dedicato troppo tempo e troppo poca attenzione. E poi Storia di chi fugge e di chi resta, terzo volume della non-più-trilogia di Elena Ferrante, che mi ha lasciata un po’ fredda, e qualche piacevole scoperta: Jennifer Egan, consigliata da una collega e omaggiata a sorpresa da un gentleman feisbucchiano, Joseph Hansen, Anne Holt, il bravissimo e intenso Maurizio de Giovanni.

È stato un anno da dimenticare, ma qualcosa si è salvato: la scoperta che leggere col kindle è bellobello, un nuovo progetto in cui credere, tante sere passate a raccontare miti e leggende tenendosi per mano; molte stelle cadenti contate nel cielo di agosto, molti abbracci a un’amica venuta dal Veneto per tre giorni caldissimi e frenetici, molti baci a Ife e Mosca e Canepiccolo, la mattina. E poi un rapporto ricucito con una persona che vive lontano ma che sa essere molto vicina, un po’ di risate con le colleghe, una cena con pizza e dolcetti al cioccolato dal cuore morbido che aspettavo da troppi anni. Un’amica tornata amica, due amiche che lo sono sempre state, colleghe e capo comprensivi e dolci. E infine la consapevolezza che tutti i momenti brutti vanno via quando sento la sua voce che ride, quando vedo il suo sorriso che brilla, quando le sue mani mi carezzano il viso e mi fanno pensare che comunque, alla fine, andrà tutto bene.

Buon 2014: auguro a tutti voi che non somigli neanche un po’ al 2013.

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