Vi ricordate ancora di Sara Errani?

Mi piace moltissimo lo sport. Non ne pratico da troppo tempo, e quando lo facevo ero troppo goffa e spaventata e bassetta e non-coordinata per ottenere buoni risultati, ma lo seguo in tv con un interesse che, in alcuni casi, rasenta la maniacalità: durante i mondiali di atletica sono capace di declinare inviti per un’intera settimana per non perdermi un concorso; e sono perfettamente in grado di commuovermi alla vista delle batterie delle staffette, al pensiero che tra un paio di giorni gli ultimi passaggi di testimoni saranno il segnale che ok, basta, è finita. Posso seguire le quattro o cinque ore di una finale del Roland Garros senza battere ciglio, posso stringere i denti a ogni slancio o strappo di una competizione di sollevamento pesi, posso essere in piedi ad orari decisamente antelucani per vedere un kovacs ben eseguito. Mi piace anche il calcio – non quanto il getto del peso o il tennis o i tuffi sincronizzati o il cavallo con maniglie, certo. Ma mi piace, e seguo un bel po’ di partite in tv, e strillo e mi accaloro ed esulto spaventando il semi-labrador. Tifo per l’inter, irragionevolmente e senza un plausibile motivo, da sempre: da quando c’erano Klinsmann e Matthäus e poi Zenga e Pagliuca, e Vieri e Ronaldo e Recoba e Rambert e molti altri, più o meno indimenticabili. Tengo per l’inter ogni giorno dell’anno, con passione mista e frustrazione: perché, per quanto io possa essere attenta e allenata e concentrata, la domenica saranno loro a decidere se farmi sorridere o brontolare o dispiacere, o magari piangere o mordere le labbra in preda allo sconforto. Con l’irragionevolezza tipica del tifoso, odio con vigore tutti i calciatori che militino in altre squadre – o che abbiano giocato nell’inter e abbiano, poi, cambiato maglia. Li detesto al punto da augurare loro enormi vincite al lotto: afferrate il malloppo e andate fuori dai piedi, preferibilmente nell’altro emisfero, plis. Ho scelto di tifare per l’inter: l’ho deciso quando ero molto piccola e forse non avevo molti elementi a mia disposizione, se non il fatto che mi piacesse la maglia e che tutta la mia famiglia urlasse a squarciagola “Forza inter” durante le partite. Ma l’ho stabilito io, in scienza e coscienza, per motivi puerili o risibili ma per me validi. Per questo non capisco per quale motivo, ogni due anni, in occasioni di mondiali ed europei di calcio, dovrei tifare per l’Italia. Perché dovrei osannare giocatori come Cassano e Buffon che detesto per il resto dell’anno? E perché dovrei essere contenta se vincono gli omini con la maglietta azzurra? Solo perché sono nati anche loro in Italia? Anche Berlusconi è nato in Italia, ma non tengo per lui. I giocatori dell’inter hanno scelto – per motivi economici, o per comodità, o per attaccamento alla maglia – di giocare nella squadra della famiglia Moratti. Io ho scelto di esultare per loro. La nazionale no, non è una scelta, ma un’imposizione sociale dettata da molti motivi (spirito di appartenenza, campanilismo, desiderio di far parte di una maggioranza, voglia di stare in branco, patriottismo) che non mi piacciono: per questo mi è assolutamente indifferente. Che vinca o perda non mi tange: se non per il fatto che lunedì dovrò lavorare, e se l’Italia vincerà ci sarà confusione fino a notte inoltrata, domenica, e io avrò sonno e non potrò dormire e. Quando guardo un match di tennis, tifo per Nadal, se gioca, o per la persona che mi sembra più brava, in migliore forma fisica, più simpatica, magari. Quindi tengo, o ho tenuto, per Hewitt e Safin e Sampras e Agassi e Mano-de-piedra Gonzales e Verdasco e Nadal, e non per Starace o Volandri; ma neanche per Federer o Djokovic, eh. Mi piace la versatilità di Romina Oprandi e l’energia di Francesca Schiavone, ma la tennista più, forte, per me, era Amélie Mauresmo. Ho tifato per Juri Chechi ma non per Igor Cassina, e se alle Olimpiadi di Londra Antonietta Di Martino sarà in finale nell’alto, mi dispiace, ma spererò che vinca Ariane Friedrich. Sarò contestata per questo. Ma m’importerà ben poco.
Un libro davvero interessante che parla di calcio e delle strane alchimie per cui si finisce nella curva di uno stadio a mangiarsi le unghie per una squadra invece che per un’altra è Febbre a 90° di Nick Hornby. Di questo autore, per il quale ho preso una inopportuna e violenta sbandata, ho appena finito Come diventare buoni: splendido regalo di compleanno, una divertente riflessione su cosa significhi fare la cosa giusta.
Infine, la ricetta di oggi è qui per una promessa: laMate, che ha una canuccia che tossisce, voleva sapere come si preparano gli anelletti al forno. È una ricetta che non ho mai assaggiato: a casa mia, per pasta al forno si intendevano le penne alla bechamelle di mia nonna napoletana o le lasagne di mia nonna palermitana. Comunque, ecco qui: gli anelletti, cotti, vanno uniti a un sugo piuttosto ricco: ragù alla siciliana (soffritto classico + carne tritata di vitello e maiale, passata di pomodoro e un po’ di estratto) a cui aggiungere piselli lessi, tocchetti di melanzane fritte e pezzetti di caciocavallo. A scelta, anche prosciutto cotto e uova sode. Si compone a timballo e si fa cuocere in forno, con molto pangrattato sopra. Ideale tiepida, da mangiare in spiaggia.

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