Libri da compagnia.

Che non leggo soltanto librimpegnati, librinoiosi e librifighi con cui fare bella figura alle cene si sa già. Che amo le serie televisive stupide, con intrecci romantici e sciocche sottotrame sentimentali si sa pure. E che, quando non riesco a pensare, l’unica cosa che so fare è leggere è anche questa una verità consolidata. Per questo sono entrata nel tunnel dei gialli di James Patterson delle donne del club omicidi. È successo per caso: in estate, spesso vengono abbinati libri ai giornali; io di solito leggo laRepubblica, che ogni anno propone gialli e/o noir, la maggior parte dei quali ho già letto o ho scartato in precedenza perché non mi interessavano. Ma quando, una manciata di giorni fa, è stato proposto Le testimoni del club omicidi, ho pensato di provare a leggerlo; l’ho iniziato e finito in una notte: mi ha tenuto compagnia in un momento difficile e mi ha intrigata al punto da farmi cercare su internet qualche notizia in più sull’autore: che, ho scoperto, è tra i più venduti negli Stati Uniti. Ho scoperto anche che il libro è il dodicesimo di una serie: da lì, procurarmi gli altri undici è stata solo questione di tempo.

I libri di Patterson – spesso scritti in coppia con altri, ma il nome grande in copertina è il suo, va’ a sapere perché – sono pieni di brio, di colpi di scena e di situazioni per nulla credibili. C’è una protagonista, Lindasy, tenente della omicidi di San Francisco, e ci sono le sue amiche: un medico legale, una giornalista, un procuratore distrettuale. E poi ci sono serial killer sanguinari, orridi delitti, sparatorie a mai finire, intervallate da passeggiate col cane Martha, storie d’amore più o meno durature, serate da Susie’s a bere margarita. Quel genere di libri che ti fanno invidiare i personaggi per quello che hanno: un lavoro avvincente, molti amici sempre disponibili, un cane che sa andare al passo senza guinzaglio, qualcuno che spara loro addosso senza fare troppo danno. La serie perfetta per tenere compagnia, con discrezione e assiduità: senza ridondanti descrizioni, senza la richiesta di sforzi di memoria o di fantasia, senza inghippi o cadute di ritmo. Come una fiction tv, in cui sai che comunque la protagonista riuscirà a rotolare su un fianco all’ultimo momento, schivando i colpi di pistola e riuscendo a consegnare alla giustizia il cattivo che, per qualche strano motivo, in realtà ha fatto quel che ha fatto perché ce l’aveva con lei, proprio con lei, in maniera assurdamente personale, anche se nel frattempo ha fatto fuori altre sette persone che c’entravano poco o nulla.

In Italia, per motivi a me ignoti, la serie è praticamente sconosciuta. La pubblica Longanesi e le affibbia delle copertine di insopprimibile bruttezza, che danno l’impressione dei classici libri da spiaggia o da aeroporto, da scorrere e dimenticare su una sdraio. Invece non sono niente male, davvero.

Read More

Letture-da-estate, ovvero il giallo come operazione commerciale.

Non c’è lettura più estiva di una raccolta di racconti gialli. E poi si sa, amo i libri Sellerio – nello specifico, gli ebook Sellerio -, amo i gialli, amo i racconti: era naturale accompagnare questi giorni di caldo opprimente con un ventilatore sparato in faccia, molte confezioni di succo di albicocche e Turisti in giallo.

La ricetta di casa Sellerio è sempre la stessa: prendi una manciata di autori, più o meno bravi e simpatici e sulla cresta dell’onda, aggiungi una tematica di riferimento legata al calendario o al tempo atmosferico, Natale capodanno la scuola o le vacanze, e il best-seller è fatto. Ineccepibile strategia editoriale, meglio nota come squadra che vince non si cambia: tanto, per ora, basta mettere il nome di Manzini o di Malvaldi e si vende anche l’elenco del telefono.

Intendiamoci, non è male, Turisti in giallo: è il tipicissimo libro da ombrellone, senza pretese culturali radical-chic; il difetto sta tutto nell’avere messo insieme autori diversi, con stili e abilità narrative diverse, che sbilanciano il libro facendolo passare da piacevole e godibilissimo ad assolutamente irritante nel giro di due pagine.

I racconti migliori, come è prevedibile, sono quelli di Manzini e Malvaldi: due veri gialli, con trame brevi ma sensate. Rocco Schiavone continua a lamentarsi per il freddo, il che, tre romanzi e un pugno di racconti dopo, inizia a diventare un po’ stucchevole, ma suppongo che non smetterà mai di farlo, quindi pace; la trasferta in montagna senza vecchietti al seguito, invece, fa respirare il barrista Massimo e i suoi lettori: ne viene fuori un racconto spiritoso e brillante, fuori dai soliti stereotipi e dal trito scambio di battute usuali. Il contributo di Piazzese, invece, potrebbe spingere alle lacrime i suoi lettori della prima ora: sembra scritto all’indomani di La doppia vita di M. Laurent e il sapore un po’ retrò dato dai prezzi in lire è stemperato dalla tenerezza di avere ritrovato un vecchio amico, quel Piazzese che con gli anni si è un po’ (un bel po’) perso, in grande spolvero. Alicia Giménez-Bartlett fa il suo lavoro, come sempre: un raccontino un po’ stiracchiato ma salvato dalla indubbia maestria dell’autrice e dalla caustica simpatia di Petra &co.

Un discorso a parte meritano Recami e Savatteri: e lo so, lo so, a me non andrebbero a genio neanche se scrivessero un panegirico sulle mie indubbie qualità di venditrice di cocomeri, ma insomma. Sul perché Recami, che scriveva bellissimi non-gialli, si ostini a scrivere brutti gialli, mi ha illuminata la lettura di La memoria di Elvira: però accidenti, questo racconto è, come sempre, di rara inutilità e mancanza di senso ed eleganza e mera logica. Quanto a Savatteri, l’impressione è che a lui piaccia scrivere più di quanto agli altri piaccia leggere quello che scrive: e quindi, ecco il solito racconto over-size, che di giallo ha solo il nome, pieno di riferimenti e strizzatine d’occhio e auto-pacche sulle spalle e quanto-sono-figo. Sbuff.

Sembra che il caldo non passerà molto presto: quindi, niente paste e risotti e pizze e frittate, ma via libera a un bel frullato a base di yogurt e pesche gialle: freschissimo, dissetante, pieno di sali minerali e, perché no, anche dietetico.

Read More

God bless Camilleri.

Ci sono autori che, come amori adolescenziali, rimangono sempre un po’ nel cuore. Uno di questi, per me, è Camilleri. Sono un’appassionata di gialli, di libri ambientati in Sicilia e di Sellerio: mixate i tre elementi, aggiungete una spruzzata di schiuma di mare, una manciata di capperi e una cucchiaiata abbondante di cabasisi e avrete un romanzo di Camilleri. Ne escono a frotte, almeno un paio l’anno: e io, con maniacale regolarità, li leggo, li mastico, li rileggo, li ingoio, e poi li rigurgito e li rileggo ancora, caso mai mi fosse sfuggita qualcosa.
Ai libri di Camilleri vengono mosse molte critiche, e alcune sono anche piuttosto sensate: è vero, non ha più lo smalto degli inizi, è vero, il linguaggio si è involuto molto, è vero, molte cose ritornano sempre uguali: l’incipit con Montalbano che si sveglia dopo una notte di sonno, il riferimento al tempo atmosferico e il suo disastroso effetto sull’umore del commissario, i piatti di Adelina che non sono mai meno che perfetti; e poi le donne che cascano come pere ai piedi del protagonista, Augello che non smette di inseguire le gonnelle, Fazio che ha l’acume di Archie Goodwin e il tedioso grigiore di Maigret, Catarella che sembra il personaggio malriuscito di un film demenziale; e ancora Gallo che corre con la macchina, Livia che è acida e scortese come neanche col suo peggiore nemico, Ingrid che ha la devozione senza riserve di una madre e il candore di un’adolescente che non si accorge dei compagnetti che le sbirciano il sedere. Anche l’espediente del dialetto sta diventando un po’ uno stereotipo: non c’è più un personaggio che riesca a esprimersi in italiano, nemmeno il medico legale, nemmeno il questore, nemmeno un altoatesino appena giunto in terra sicula.

Il canovaccio tende a ripetersi, è così: e forse è un po’ la pecca ontologica dei gialli, il fatto di essere imbrigliati in una trama che non dà troppo spazio ai voli pindarici, ai salti temporali e agli effetti stranianti tanto di moda del tipo i morti siamo noi. E forse è anche il bello dei gialli, questo: che ci siano dei binari da seguire, che la storia non deragli, che segua speditamente una strada, che non scivoli via in mille rivoli più o meno utili. Nel giallo tutto è, o dovrebbe essere, necessario, consequenziale, indispensabile per la soluzione del mistero: nei romanzi di Camilleri è così. C’è un vasto contorno, come succede in tutti i gialli contemporanei, ma ci sono anche ritmo, una trama intelligente, di solito poca crudeltà e poca suspense ma indizi ben dosati e spiegazioni sensate. E poi c’è il sapore della mia prima adolescenza, il ricordo di un brano utilizzato come esempio al corso di teatro a scuola, la sensazione di essere cresciuta con i personaggi, di averli visti maturare e cambiare.

Lo so, probabilmente da parte mia c’è una grossa parte di idealizzazione: magari non sono niente di più che piacevoli romanzetti, da leggere in tre giorni per poi ricominciare a cercare un librobello con cui passare qualche ora, ma spero che ci sia il tempo per trovarne in libreria ancora molti altri.

Read More

C’è una prima volta per tutto.

Mio nonno, non-più-ottuagenario ormai da un bel po’, inizia ad avere problemi con l’esame di realtà. Dopo giorni in cui chiamava chiedendosi cosa mai ci facesse in banca alle sei del mattino – era, in realtà, nella sua camera da letto – o quale fosse la parte del corpo che si stacca e si riattacca senza problemi, ieri ha comunicato che no, non aveva più intenzione di alzarsi dal letto: era stanco e scocciato, aveva mal di schiena e la sua decisione era irrevocabile. Ho impugnato le mie armi migliori – citazioni evangeliche, sorriso disarmante, gelato al cioccolato e mio padre, che il nonno teme e rispetta e ama più di qualsiasi altro – e ho affrontato l’impresa: convincerlo ad uscire di casa. Quando sono arrivata, l’anziano parente era dove aveva promesso: tra tre guanciali, con gli occhi fissi alla tv e la bocca impiastricciata di dolciumi. Indossava il pigiama, aveva la barba lunga e, prima ancora che potessi invocare la sua devozione per la Signore del Rosario di Pompei – nonno, lo sai, la Madonna ci resta male se stai a letto – stava già salmodiando nonononono. C’è voluta mezz’ora di suppliche alternate a frasi ferme e decise, ma alla fine la parola magica – mettiti i jeans! – è stata trovata. Dopo altri veni minuti e una faticosa discesa dei quattro scalini della portineria eravamo giù, sorridenti e di buon umore, pronti per il barbiere. Mentre lui veniva tosato e profumato, sono rimasta seduta su una seggiolina dall’imbottitura marrone, a guardami intorno; stupito della mia curiosità – tagliate anche i peli del naso e delle orecchie? Oooh, anche le sopracciglia?! – il barbiere mi ha chiesto se fossi mai stata in una sala da barba, in passato: e la risposta, chiaramente, è stata che no, non mi era mai capitato, grazie. Ma c’è sempre una prima volta: e quindi ho curiosato divertita tra pennelli e lamette, per la perplessità degli uomini che roteavano sulle altre sedie.
Finita la visita, il burbero vecchietto mi ha comprato un regalo anticipato per il compleanno – L’ultima scommessa di Gian Mauro Costa – e si è lasciato offrire l’ennesimo gelato: una coppetta nocciola e cioccolato che mi ha offerto, per poi richiederla indietro dopo pochi minuti, ché tanto se la portiamo a casa la possiamo mettere in freezer, no? Dopo quasi due ore in giro per il quartiere, abbiamo riaffrontato la breve rampa di scale: di nuovo a casa sua, il nonno ha recuperato il suo consueto malumore, ma ha acconsentito a regalarmi un vecchio mazzo di carte, quello delle napoletane con cui facevo i solitari, la sera, insieme alla nonna, più o meno vent’anni fa. Quando l’ho salutato, mi ha ringraziata: Maru’, sono stato contento, mi hai fatto proprio ‘nu bellu regalo. No, nonno, il bel regalo lo hai fatto tu a me: e non so se capiterà ancora di uscire insieme, e suppongo che difficilmente mi capiterà un’altra volta di andare dal barbiere, ma questo pomeriggio insieme entrerà di prepotenza nella mia personale classifica dei momenti felici.
Ho comprato, appena uscito, La piramide di fango di Andrea Camilleri: perché è un periodo in cui leggere mi costa fatica, e avevo bisogno di un libro rassicurante, che suonasse alle mie orecchie come la voce di un vecchio amico. Lo sto finendo, e non è affatto male, anzi.

Read More

Parlare di gialli (non è affatto facile).

Non sono brava a parlare in pubblico: appena l’uditorio supera le tre-quattro persone (cinque se si tratta di intimi amici o familiari al pranzo di Natale) divento rossa (coro degli astanti: sei tutta rossa!), sudo e mi impappino senza tregua; per questo, di solito cerco di evitare le situazioni lavorative in cui è necessario comunicare con più persone alla volta: svicolo, mando avanti colleghe meno inibite e più spigliate, mi focalizzo sulla discussione a due, cerco di sviare l’attenzione allacciando stringhe già ben annodate o mimetizzandomi dietro banchetti stipati di libri. Ma, quando una collega brava-e-simpatica mi ha chiesto di intervenire a un corso dedicato alla lettura e al lavoro editoriale, non ho potuto dire di no. Prima di tutto, a ingolosirmi e farmi dimenticare il nervosismo è stato il tema della discussione: oltre che di social media marketing, infatti, dovrò parlare di gialli; anche la location, poi, ha contribuito: la mia ex scuola superiore. Mi sono lasciata convincere, quindi, opponendo una debolissima resistenza: ed eccomi qui, con moltissimi libri sparsi sul tappeto e le idee molto poco chiare. Parlerò per un’ora circa, a un gruppo variegato di persone: una quindicina abbondante di iscritti ed ex-iscritti al liceo, quindi ragazzi di età compresa tra i sedici e i trentacinque anni; molti di loro hanno letto poco o nulla, sono appassionati di editoria quasi senza sapere cosa voglia dire, e desiderano lavorare in casa editrice per un ideale romantico-stereotipato: e soprattutto sono tanti, e io non li conosco, e penso che un discorso del tipo a-me-piacciono-molto-i-gialli non sia quello che si aspettano. Ecco, allora: partirò con gli elementi-base (cos’è un giallo, perché si chiama così, quali sono i primi gialli della storia, quanti tipi di gialli ci sono) per poi scendere nel dettaglio; porterò un bel po’ di libri, e proveremo a parlare di collane di gialli in Italia (e qui mi gioco il jolly: le copertine dei gialli Mondadori dagli anni Sessanta a oggi) e di case editrici che pubblicano gialli senza distinguerli dall’altra narrativa. Per finire, consegnerò a ognuno di loro una lista di romanzi gialli da leggere, o almeno da scegliere di non leggere: una serie di titoli tra classici, italiani e stranieri. Ma, se per i classici sono andata abbastanza sul sicuro (Agatha Christie, Rex Stout, Conan Doyle e Simenon si possono leggere ad ogni età), e per gli italiani ho dovuto scremare ma sono riuscita ad elencare un po’ di titoli non troppo truculenti e di tipologie abbastanza diverse (La donna della domenica, I milanesi ammazzano al sabato, La forma dell’acqua, Testimone inconsapevole, L’allieva, La briscola in cinque), per gli stranieri sono un po’ più in difficoltà: i romanzi svedesi saranno forse troppo impressionanti? Non so, ma non consiglierei a una sedicenne Assassino senza volto di Henning Mankell; via anche Stieg Larsson e, spostandoci negli Stati Uniti, la mia cara Lisa Gardner, dato che parlare di violenza sessuale sui bambini non mi sembra una buona idea. Via Anne Holt, Sandra Scoppettone e Jospeh Hansen, ché di sentir critiche sull’omosessualità dei protagonisti da parte di genitori infuriati non ne ho voglia, e au revoir anche a Jo Nesbø che, se fa paura a me, potrebbe farne anche a un nugolo di ragazzine. E Qiu Xiaolong? Mi piacerebbe introdurre un po’ di oriente, ma sapranno cosa si intende per Rivoluzione Culturale, o brancoleranno nel buio per 392 pagine? E che dire di Riti di morte di Alicia Giménez-Bartlett? Si parla di stupri, ma non posso certo consigliar loro di iniziare da un altro romanzo, né prescindere da un’autrice fondamentale per il giallo contemporaneo. Sono confusa, il tempo stringe e devo decidere in fretta. Qualcuno, per caso, conosce buoni gialli scritti da autori del Paraguay o della Nuova Zelanda?
Quando andavo a scuola, ho frequentato per un paio d’anni un corso di teatro; il corso iniziava subito dopo le lezioni, e a pranzo mangiavamo gli orribili panini del ba della scuola (o, nel mio caso, tre pacchetti di wafer al cioccolato, con buona pace della prova costume). Adesso mangerei volentieri un buon panino: condito con una maionese di avocado (polpa di avocado, poco olio e poco limone) e farcito con pomodoro verde, uova sode e formaggio olandese grattugiato. Scaldato appena appena è delizioso.

Read More

Ne vale la pena?

 

Sto finendo Delitto a Stoccolma di Liza Marklund; mi piacciono i gialli, non disprezzo i romanzi nordeuropei (anzi, quelli di Anne Holt mi piacciono un bel po’), la copertina con i cinque cerchi attraeva la mia attenzione – mi sono sempre piaciute le Olimpiadi, soprattutto quando non si svolgono nella patria dell’omofobia come quest’anno -, e poi il libro era in sconto al supermercato, incastrato tra pomodori per insalata e carta igienica quattro veli, quindi è stato abbastanza ovvio, per l’agile volumetto, svolazzare dall’espositore alla seggiolina porta-bambini del carrello all’angolo libri-da-leggere della mia scrivania. Lo sto finendo oggi, e mi sta anche piacendo: peccato che per leggerlo ci sia voluta una quantità spropositata di tempo. Il libro, infatti, inizia con una lunga – interminabile, eterna, inenarrabile, infinita – descrizione della chiamata notturna alla giornalista protagonista della serie di gialli e del suo sopralluogo sulla scena del crimine, l’esplosione di un ordigno in uno degli impianti olimpici; una descrizione in medias res, con personaggi ancora sconosciuti, zero dialoghi, un contesto poco chiaro e un florilegio di esclamazioni sulle rigide temperature della Svezia a dicembre; una descrizione, in definitiva, utile per la storia, ma assolutamente noiosa: non da sfrondare, o prolissa, o lentina, no: orribilmente noiosa. Ho seriamente rischiato di abbandonare un libro che, alla fine, non mi sta affatto dispiacendo, a causa delle prime 60 pagine; e, mentre mi spronavo ad andare avanti (perché, accidenti, avevo sentito ottimi commenti su questo romanzo, altrimenti lo avrei scagliato via con violenza al primo accenno di tedio), mi chiedevo: davvero ne vale la pena? Vale la pena di trascorrere serate noiose e addormentarsi digrignando i denti, sperando che un libro si riprenda e decida insperatamente di decollare? E, in generale, vale la pena di stringere i denti e andare avanti sperando che le cose cambino, o è meglio mandare tutto all’aria e cercare un’altra strada, quando il rischio non è solo di perdere tempo leggendo un brutto libro, ma di rimanere impantanati nell’immobilità o di mandare all’aria quello che si è costruito negli anni? Quale comportamento è più maturo, più utile, più sano, continuare a pedalare, testa bassa e piedi incollati ai pedali, o posare la bici e provare a prendere il treno? Chi lascia la strada vecchia per la nuova sa quello che lascia ma non sa quello che trova, però ci prova, intimavano i 99 posse: e allora cos’è da preferire, rimanere alla stessa scrivania in ufficio sperando di farsi notare dal capo, o tentare la fortuna e ap

 

rire una panineria vegana? Sorridere e ritentare e ingoiare rospi, o sorridere e cambiare strategia e cercare altro? Io sono una persona metodica, abitudinaria e noiosetta: ma è un pregio, o forse un difetto, affrontare la vita come la goccia che scava la pietra? Continuare a crederci e a non mollare è un atto di coraggio, o di viltà? E scompaginare le carte e p

 

rovare a cambiare è un atto di creatività, o di irresponsabilità? Forse entrambe le scelte vanno bene; forse, si può solo incrociare le dita, tenere forte per mano la persona che si ama, e sperare di non stare sbagliando tutto. Forse, lanciare una moneta può essere una buona opzione.
Di molte scelte, nella vita di tutti i giorni, non si conosce l’esito: ma di alcune sì; per esempio, in cucina, di solito, si sa cosa porterà a urla di giubilo e cosa a smorfie disgustate. Pensando alla puntata di ieri di un noto reality show di cucina, mangerei vo

 

lentieri dei fiori di zucca ripieni: e lo so, che non è stagione e che prima di agosto non troverò nulla, uff. Comunque, mondati i fiori (ma io il pistillo lo lascio, accidenti!), si posizi

 

ona all’interno un tocchetto di mozzarella vaccina e un pezzetto di acciuga; si immerge rapidamente ogni fiore in una pastella di farina gialla, acqua molto fredda, sale e un’idea di lievito e si frigge in olio bollente. Riuscita assicurata.

 

Noterella pignola (ma non potevo esimermi): ma da Marsilio nessun redattore guarda le bozze delle copertine? L’immagine scelta per Delitto a Stoccolma è quella di una pattinatrice sul ghiaccio che traccia i cinque cerchi con le lame sulla pista: peccato che le Olimpiadi a cui si allude nel testo siano quelle estive.

 

Read More

Si fa presto a dire giallo.

 

Scrivere buoni romanzi gialli è indubbiamente difficile: si deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra intreccio e contesto, tra personaggi e intrigo, tra stile brillante e delitti efferati. La tendenza del giallo moderno – protagonisti non-del-mestiere che continuano a inciampare in crimini e misfatti, largo spazio alla vicenda privata di ognuno dei personaggi, poco sangue, poco ritmo, più risate che brividi, più ricette che alibi – ha contribuito a rendere molto complicato trovare buoni gialli, equilibrati, sensati, credibili. In questi giorni di post-vacanze, ho preso in mano due libri: uno è un romanzo, Panza e prisenza di Giuseppina Torregrossa, l’altro è la raccolta a dodici mani pubblicata da Sellerio in occasione del periodo natalizio, Regalo di Natale.
Del primo, sono interamente colpevole io: l’ho fatto trovare a mio padr
e sotto l’albero, convinta di stare portando a casa una specie di Camilleri in gonnella. Invece, grande delusione: il libro non è scritto male, ma ha uno stile molto classico, e soprattutto di giallo ha ben poco. Sì, è vero, si parla di un delitto: ma lo si fa tra un sospiro d’amore e l’altro, tra una riflessione sul profumo dei gelsomini e una sulla giusta consistenza del gelo di cannella, tra un rammarico della protagonista che non riesce a scegliere tra due uomini – espediente quantomai realistico e attuale, non c’è che dire – e un altro dei due bellimbusti, innamorati respinti dalla donna di cui sopra. Del morto e dell’assassino, siamo seri, importa ben poco a tutti: meno che mai a chi deve indagare, che accetta che la verità non venga fuori – anche perché, siamo chiari, l’autrice non sarebbe mai riuscita a trovare il modo di fornire indizi credibili -, vista l’atrocità di tutti i loschi figuri coinvolti. Bah.
La raccolta di racconti, invece, merita una riflessione a parte: se è difficile scrivere buoni romanzi gialli, scrivere testi gialli brevi e concentrati è quasi impo
ssibile. Applausi a scena aperta, quindi, per Alicia Giménez-Bartlett, che riesce a confezionare una storia che calza a pennello a Petra e Garzon, e soprattutto per Antonio Manzini, di cui non vedo l’ora di leggere il secondo romanzo, e per Marco Malvaldi, che è riuscito a tirarsi fuori dalle pastoie in cui si era imbrigliato, regalandoci un racconto delizioso, vivace, divertente, interessante e intelligente. Peccato per Maurizio de Giovanni: personaggio nuovo, ambientazione diversa, stile piacevole, ma una storia deboluccia e davvero poco poco gialla: al limite noir, ma proprio grigio perla, va’. Sciocco, sconclusionato e auto-celebrativo, come sempre, il pezzo scritto da Recami, che mi ha rubato il cuore con i romanzi non-gialli, e a cui consiglio spassionatamente di andare, abbandonando la trita ambientazione della casa di ringhiera, e assolutamente inutile quello di Bill James; in conclusione, più bei racconti che brutti, e quindi suvvia, compratelo.
È da molto tempo che non concludo un post con una ricetta: allora, ecco le polpette di melanzane. Sbucciate e tagliate a tocchi una bella melanzana tunisina, fatela lessare e poi schiacciatela con lo schiacciapatate; aggiungete menta, mandorle e pinoli a pezzetti, grana grattuggiato e pangrattato, fate delle polpettine, infarinatele e friggetele; servitele con una salsa preparata con yogurt greco, mela grattuggiata e un po’ di curry, farete un figurone.

Read More

A volte serve solo il libro giusto.

Ci sono periodi più semplici di altri: momenti in cui tutto sembra a portata di mano, lo stage viene prorogato, l’auto non ha bisogno di cambiare l’olio, i vestiti dell’anno scorso non tirano in vita, il soufflé rimane gonfio e baldanzoso, e altri in cui non tutto gira bene; giorni in cui la scelta più semplice e ovvia appare minacciosa e gravida di insidie, in cui gli occhi si spalancano interi quarti d’ora prima del suono della sveglia e il cuore martella e rimettersi a dormire è un’utopia. In questi momenti, avere qualcosa da leggere è fondamentale: qualcosa che calzi a pennello, che intrighi senza suscitare ansia, che accompagni dolcemente al sonno e che faccia sorridere di desiderio durante una noiosa riunione mattutina, e pensare dai dai tra un po’ torno a casa e vedo come va a finire. Giorni verniciati di mal di testa, punteggiati di sbadigli e telefonate e bicchieri d’acqua; giorni in cui serve il libro giusto.

Il libro giusto, quando lo trovi te ne accorgi. Ha la forma giusta, quella che si adatta alla tua mano con naturalezza e si posiziona docilmente accanto al cuscino, la sera, per farti leggere su un fianco senza problemi; ha lo stile giusto, quello che suona familiare ma non stantio, che sa di coccole e ragù, di pomeriggi al sole in giardino; ha il contenuto giusto, ti punzecchia e accudisce, carezza e blandisce, non ti lascia mai sola; ha la lunghezza giusta: abbastanza breve da non spaventare, abbastanza corposo da non abbandonarti troppo presto; ha il contenuto giusto, la copertina giusta, il ritmo giusto, l’autore giusto. Il libro giusto, quando te lo trovi tra le mani sai che è lui.

Ci sono stati diversi libri giusti, nella mia vita: diversi periodi in cui ne ho avuto bisogno, del conforto del libro giusto. In un’estate interminabile e immobile, bianca accecante silenziosa, i libri di Alessandra Lavagnino mi hanno tenuto compagnia. Una granita di caffè con panna e Via dei serpenti, in particolare: non li ho mai più riletti, e ancora sanno di cicale e aghi di pino e sabbia che scricchiola sotto le scarpe. In un’altra estate, invece, di solitudine e paura e dolore lancinante, c’è stato bisogno dei gialli di Margherita Oggero: che oggi trovo scontati e banalotti, ma che quell’anno strillavano più forte del battito del mio cuore, e mi distraevano dal suo suono stridente e disperato. Anche adesso che l’estate non finisce, ho trovato i miei libri giusti: e sono i romanzi di Maurizio de Giovanni, quelli della serie dedicata al commissario Ricciardi. Sono malinconici e delicati, bisbigliano con dolcezza nelle mie orecchie per non spaventarmi, e parlano con una lingua che mi ricorda l’infanzia, la nonna e la minestra di zucca. Peccato soltanto averli finiti: e nell’attesa che ne escano di nuovi, e che il periodo di ansia si estingua, sono alla disperata ricerca di un nuovo libro giusto; ho tentato di colmare il vuoto con Blues di mezz’autunno di Santo Piazzese: ma forse, dopo undici anni di attesa, mi aspettavo qualcosa di più, o forse non è il periodo giusto, ma non riesco a seguire il filo di un lungo e contorto flashback. Mi spiace, ma per ora non è proprio il libro giusto: e dire che I delitti di via Medina-Sidonia, in un’estate di moltissimi anni fa, lo era stato.

Oltre al libro giusto, in un periodo complicato serve anche un piatto giusto: un cibo che abbracci e conforti, che sostenga e stuzzichi; magari un dolce morbido e soffice come uno zabaione ben sodo, impreziosito da una cucchiaiata di cacao e servito in coppette con biscottini leggeri e una spolverata di mandorle tritate. Fatto raffreddare in congelatore per una mezz’ora è delizioso.

Read More

Profondo giallo.

I gialli mi piacciono moltissimo. Sono gli unici libri, con poche e belle eccezioni, che assommano in sé le caratteristiche fondamentali per entrare nel mio cuore: non mi fanno paura, non mi intristiscono, non mi annoiano. Tolti gli innumerevoli giallibrutti, giallinutili e fintigialli in cui mi è capitato di imbattermi, i gialli di solito non mi deludono.
I cattivi sono cattivi, in un buon giallo, anche se la loro cattiveria è di solito solo accennata o descritta brevemente, senza particolari discese nello scabroso e nel truculento; e i buoni sono buoni, dal canto loro: non necessariamente angelici, è chiaro, magari silenziosi e un po’ musoni come il commissario Ricciardi, o spavaldi e aggressivi come il vicequestore Rocco Schiavone, con un ego smisurato come Nero Wolfe o problematici e puntigliosi come Dave Brandstetter, ma buoni: impegnati alla ricerca del colpevole, a cui magari daranno anche un pugno in faccia, perché no, tanto quello è il cattivo e quindi va bene così.
È poco faticoso, leggere un giallo: si sa subito per chi parteggiare e, tolti rari ed esasperanti casi, si sa anche come va a finire: i buoni vincono, i cattivi perdono, non ci sono snervanti finali aperti né rimandi alle prossime puntate. C’è ritmo, di solito, in un giallo: entro pochi paragrafi deve morire qualcuno, e poi non resta che impegare 250 pagine per scovare movente, occasione e arma del delitto; spiegone a beneficio del pubblico meno attento, ultimo capitolo distensivo e tutti a nanna.
Da qualche mese ho smesso di alternare gialli a non-gialli: mi sono lasciata assuefare dalla cadenza incalzante e dalla quasi-certezza di non soffocare di noia del giallo medio, e sono finita a leggere solo ed esclusivamente romanzi che parlano di delitti, efferatezze delineate con pochi rapidi tratti e investigatori dalla vita sentimentale poco soddisfacente. Presa da improvvisa bulimia, ho considerato necessario per la mia salute mentale il reperimento e l’acquisto dell’opera omnia di Maurizio de Giovanni, compreso il per nulla memorabile L’omicidio Carosino. Mi sono dannata, poi, alla ricerca della serie di romanzi scritta da Joseph Hansen, di cui in Italia sono stati tradotti solo pochi volumi, porcamiseria. Ho fatto un’indagine su quanto ci fosse, nelle librerie di città e provincia, dei libri di Anne Holt, ho chiesto in prestito gialli sconosciuti a chiunque mi sia capitato a tiro, dal ragazzo che consegna la pizza alla moglie del fruttivendolo all’angolo. Ho letto romanzi belli e meno belli, ho abbandonato dopo pochi capitoli Il fiume mortale di Anne Perry, sfinita dalla noia, ho permesso che l’assassino della vecchietta del giallo italiano si confondesse nella mia mente con lo stupratore del romanzi cinese e con il favoreggiatore di quello turco, e infine mi sono trovata tra le mani A chi vuoi bene di Lisa Gardner, e ho sorriso. Avevo comprato per caso il suo primo libro, un bel po’ di tempo fa, e lo avevo dimenticato; poi, ascoltando la lectio magistralis di un traduttore di grido, mi ero imbattuta in una pagina, che avevo percorso scoperto essere l’incipit di La vicina. Lo avevo letto con piacere, divertita anche dalla buffa casualità, e avevo aspettato da allora il suo nuovo romanzo. Adesso lo sto finendo: pieno di ritmo, avvincente, per nulla scontato, e con una detective D.D. Warren particolarmente a disagio nel nuovo ruolo di futura madre; assolutamente delizioso.

 

Read More