Un panino può salvarti la vita.

Nella mia affannosa ricerca di ricette adatte per pranzo e cena – semplici da preparare, non troppo costose, senza aglio o cipolla o erbe aromatiche o spezie diverse dal curry, che non sporchino irrimediabilmente la cucina né facciano troppo casino – ho trovato un insperato alleato: i panini da hamburger. Come quelle persone che, pregne di carisma e seduzione, spargono fascino su chi sta al loro fianco, i panini tondi e morbidosi e ricoperti di semi di sesamo rendono interessante anche una rondella di pomodoro.

Qualsiasi alimento, anche il meno saporito, se ficcato in un panino da hamburger e abbinato a un velo di maionese acquista un non-so-che particolare e risolve egregiamente un pasto. La prima opzione, chiaramente, è proprio l’hamburger: impastato dalle sapienti manine di mia madre, cotto in padella e servito con patate al forno (o con purè, se il tempo è poco) e dentro un panino con maionese e insalata è il pranzo del sabato in casa nostra. Anche la frittata – nelle varianti con patate, con zucchine a pezzetti o tritate, con funghi – può farcire dignitosamente un panino, e qualsiasi cosa possa essere mescolata a un impasto di uova e cotta in padella o ridotta a polpette e fritta o cucinata in forno; l’ultima scoperta salva-cena, rubacchiata da un settimanale femminile a cui sono abbonata da molti anni, è stata quella dei finti-falafel: ceci – della pregiata varietà in scatola, scolati dell’acqua di conservazione – frullati con un uovo, ricotta, parmigiano e pangrattato, e poi polpettati e rotolati allegramente nel pangrattato. Cotti in forno per pochi minuti e schiaffati in un panino con della salsa allo yogurt e menta hanno ricevuto applausi a scena aperta e sono entrati a pieno titolo nell’elenco dei piatti-tipo che preparo con una mano sola, gli occhi sullo schermo del pc e le orecchie piene di 99 posse.

Da molto tempo ho difficoltà a trovare qualcosa che mi piaccia leggere. Ho scartato in rapida successione tre o quattro gialli nordeuropei, un romanzo italiano molto esaltato e altrettanto noioso, una raccolta di racconti gialli sul tema della crisi, una silloge di scritti su una famosa editrice palermitana da poco scomparsa, un numero sproporzionato di romanzi consigliatimi sui social network e appena sfogliati. Poi, mentre ero in libreria a comprare un regalo, ho intercettato Lettera al mio giudice di Simenon; di quest’autore avevo letto solo i gialli con Maigret, gradevoli ma di una snervante monotonia, ma ricordavo che qualcuno me ne aveva parlato bene. L’ho estorto a mio padre e lo sto leggendo con reale voluttà, come non mi capitava da moltissimo tempo. C’è, in questo libro, una storia di amore e ossessione e passione e follia, sezionata con pacatezza e lucidità; mi sta ricordando, per certi versi, A sangue freddo, nella capacità di far provare empatia per un colpevole, tagliando via i giudizi e lasciando soltanto l’umanità dei sentimenti, delle emozioni, della vita.
Adesso che l’ho quasi finito e che già comincia a mancarmi, mi sono ricordata chi me ne aveva parlato: il commissario Montalbano, accidenti. Chi trova il riferimento e me lo indica – lo sto cercando invano – vince un bonus.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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A qualcuno piace corto

A molte persone non piacciono i racconti; a me, invece, sì. Non sempre e non tutti, è chiaro: ma c’è qualcosa di assolutamente finito e concluso, in un racconto, che in un romanzo è raro trovare. I non-amanti dei racconti li trovano, di solito, troppo brevi – il che è tautologico e ovvio – e privi di azione, e con personaggi a cui è triste affezionarsi per poche pagine. Tutto questo è vero, a volte: nel senso che alcuni racconti sono davvero troppo brevi, quasi solo idee abbozzate e collegate in serie; poveri di avvenimenti, anche: lunghe riflessioni auto-consolatorie, pensieri che si attorcigliano, monologhi in prima persona sul senso della vita, giaculatorie scritte per compiacersi e darsi pacche sulle spalle e baci in fronte. Quanto ai personaggi, è vero, può essere triste lasciarli: ma non più di quanto sia straziante vedere andar via Watanabe, o Clara Del Valle, o Atticus. I racconti sono il rifugio per gli aspiranti scrittori: sembra che sia semplice, comporne uno, perché la storia è tutta lì, sotto i tuoi occhi, e non rischi di perderti in rivoli e strade accessorie, di lasciare un personaggio in un ascensore perché hai dimenticato di tirarlo fuori, di non riuscire a recuperare il filo del discorso; quello che non è così ovvio è che è molto difficile scrivere un racconto bello: che abbia uno svolgimento, una trama, che non sia solo l’inizio di qualcosa, la mini-porzione che non sazia come in un aperitivo a buffet, un assaggio da nouvelle cousine. Devono esserci personaggi così ben strutturati da non aver bisogno che di loro si racconti la vita, ma solo il qui e ora. Deve esserci uno scopo, una motivazione: qualcosa che faccia fare il salto dal temino ben scritto, dal compitino senza errori, alla vera scrittura.
Ci sono autori che hanno dato il meglio di sé anche nei racconti: Truman Capote, ad esempio. C’è tutta la sua poetica, nel volume La forma delle cose: c’è la sua famiglia, ci sono le sue origini, c’è la sua amica Harper e tutto quello che lo ha reso lo scrittore maturo di A sangue freddo. Giustamente famosi e osannati sono i racconti di Carver: e anche se non lo amo, non posso negare che abbiano una qualità altissima, e una scrittura come una punta di diamante, tagliente dura secante e quasi cattiva, feroce. Tra gli italiani, ho adorato i racconti di Francesco Piccolo: Storie di primogeniti e figli unici è delizioso, sardonico e sbeffeggiante e amaro e caustico, a tratti geniale. Anche Domenico Starnone ha scritto bei racconti,  quelli che compongono il volume La retta via. Per ultima, una scrittrice giovane e interessante lanciata proprio dai testi brevi: Valeria Parrella. mosca più balena e Per grazia ricevuta sono ritratti vividi, sguscianti, di donne – soprattutto, ma non solo – di Napoli: con un misto di dialetto e italiano in bocca, e atteggiamenti e vestiti che abbiamo visto indossare, per strada, a molte persone.
La ricetta di oggi è quella dei fiori di zucca ripieni: mondati e provati del pistillo – se si vuole, io lo lascio -, riempiti con un pezzetto di scamorza e mezza acciuga sott’olio, passati in una pastella di uova, farina, acqua gelata e poco lievito e fritti. Una ricetta come un racconto: rapida da leggere, complessa da assaporare e digerire.

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E voi, di cosa avete paura?

Di invecchiare, di ingrassare, di soffrire, di morire? Dei topi, degli incendi, dei malintenzionati? Degli incidenti, delle malattie, della solitudine? Dell’amore, di crescere, di cambiare troppo o troppo poco? Di parlare in pubblico, degli animali, dei film di Dario Argento? Del vostro capo, di non avere un capo, di essere il capo? Di voi, degli altri, di un dio?

Se fosse possibile comporre una statistica delle parole che ho pronunciato più spesso nella mia vita, una di quelle con più occorrenze – tolti articoli, congiunzioni e il nome del semi-labrador – sarebbe “paura”. Frasi del tipo Ho paura, ma tu non hai paura?, non lo faccio perché ho paura che mi faccia paura – quest’ultima detta senza alcuna ironia – sono il mantra abituale delle mie giornate. Da quando ho memoria, la paura è stata una componente fondamentale della mia vita, una di quelle che mi aiutano a confermare, negli anni, la mia identità. Mi è capitato spesso di ricordare, con vecchi amici di famiglia (quelli da chiacchiera svogliata a feste noiose, per intenderci), episodi dell’infanzia il cui elemento caratteristico era che avevo fatto una piazzata perché terrorizzata da qualcosa; fuochi d’artificio per la festa di quartiere, un temporale particolarmente intenso, un film inquietante – che so, gli Aristogatti – e la giornata diventava un crescendo di tensione. L’apice di questa spirale di orrore era chiaramente il capodanno; dall’inizio di dicembre vivevo in uno stato di perenne vigilanza, e all’avvicinarsi del giorno-più-spaventoso-dell’-anno cercavo di ipotizzare soluzioni per sopravvivere al dramma. Dormivo accampata sul divano in salone (stanza meno esposta all’artiglieria nemica), tenevo le serrande a mezz’asta, ad un’altezza studiata personalmente e corretta più volte per raggiungere la massima sicurezza, immaginavo di brevettare il sistema di posizionare bacinelle d’acqua sui balconi. Una fatica indicibile. Ricordo ancora il giorno in cui ho realizzato che il capodanno 2000 sarebbe arrivato presto, e ho tentato di rassicurarmi: a diciassette anni non avrei certo avuto più paura di nulla. A quasi trent’anni, ho acquisito una nuova consapevolezza: non mi spaventano più i petardi capodanneschi, ma non ho affatto smesso di avere paura.
Adesso, le mie paure sono diverse. Nei giorni scorsi, una scossa di terremoto mi ha costretta a guardare in faccia la realtà: per quanto possa tentare di convincermi, per quanta energia possa sfruttare per rassicurare gli altri, il calare della notte mi ha avvolta in una cappa di panico. Come un roditore dei boschi, ho sorriso con calma finché il sole mi ha illuminata, per tremare di paura col buio. Ma non è questo, ormai, a spaventarmi davvero. È la sensazione di non riuscire a cambiare, di non poter realizzare i miei obiettivi, di non sapere lottare, a darmi il panico. Di restare uguale, ogni giorno, una piccola me di tredici anni nel corpo della me di quasi-trenta. Di non sapermi imporre, di non farmi capire, di agitarmi inutilmente. Di perdere quello che ho voluto e costruito e custodito, nel tentativo di ottenere altro che non avrò mai. Di perdere tempo, di essere in ritardo. Di sognare e immaginare qualcosa che non avrò mai. In confronto a questo, botti temporali incendi e film terrificanti diventano un luna-park.
Molti libri mi hanno fatto paura. Dal coniglietto avventuroso, libretto illustrato in cui una stronzissima donnola catturava il tenero roditore, ad A sangue freddo di , uno dei romanzi che ho letto con maggiore piacere e stupore e ammirazione e invidia, l’elenco sarebbe lungo e incompleto. Leggete quello di Capote, ne vale la pena. E magari a voi non farà tanta paura.

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Attenzione: questo post contiene spoiler!

Come ho già detto una volta, non penso sia corretto parlare di un libro prima di averlo finito di leggere. D’altra parte, però, non penso neppure che sia onesto, da parte di chi scrive un romanzo, non avvertire i suoi lettori dei pericoli che corrono nell’approcciarlo; per questo motivo, sebbene mi manchi una sessantina abbondante di pagine per completare la lettura di Molto forte, incredibilmente vicino, ho deciso di arrogarmi il diritto di lagnarmi, scalciare, battere i piedi sul pavimento.

Una premessa, a questo punto, è doverosa: sono, per natura, estremamente portata alla paura. Mi sconvolgono molte cose che, ad altri, possono sembrare inoffensive: trailer di sciocchi telefilm per adolescenti, film dal contenuto grottesco, racconti di falò in spiaggia o di interventi chirurgici. Mi gettano nella prostrazione, nell’ordine, tutti i riferimenti a persone ferite da incendi, i resoconti di nefandezze o violenze, qualsiasi gesto aggressivo o prevaricante su cani, anziani, detenuti, persone non in condizione di potersi difendere. Per passare ad esempi pratici, potrei citare film pulp ed angoscianti come Le comiche, La maschera di ferro, Mamma, ho perso l’aereo, o il più recente La pelle che abito, che mi hanno strappato gridolini di ribrezzo e ore di sonno. Quanto ai libri, da un’edizione illustrata di Biancaneve e i sette nani in cui le perfide creaturine avevano espressioni diaboliche in poi i titoli che mi hanno spaventata ammontano a svariate decine.
Vista la situazione, ormai conscia dei miei limiti, non mi lancio mai a cuor leggero nella lettura di un romanzo; chiedo in giro, mi informo, pongo domande dettagliate (‘sei sicuro che non succeda niente, a quel cane? Non andrà mica a fuoco la cucina? Raccontami la fine, così so se lo posso comprare’). Mi fido anche del buon senso di recensori e editor, sperando che segnalino in bandella se c’è qualcosa di non adatto a bambini sotto i 36 mesi. Purtroppo, confidare in perfetti sconosciuti non è sempre una buona idea: sono troppi i libri che, spacciandosi per normali, sereni, rassicuranti romanzi, aspettano che io sia a metà, ormai immersa nella storia, gaudente e fiduciosa, per gettarmi addosso qualche dettaglio truculento, qualche descrizione raccapricciante, qualche sotto-trama inquietante: non è leale, ecco. Accetto e leggo, sebbene con molte riserve (tutte le luci accese, semi-labrador posteggiato sui piedi, torcia bottiglietta d’acqua barrette di cioccolato a portata di mano, ché per me la paura è una sorta di enorme onda di angoscia che diventa pervasiva e dominante e mi impedisce anche di alzarmi dal letto per recuperare cibarie), i libri che dimostrano dall’inizio le proprie nefande intenzioni: A sangue freddo, che ho amato in maniera viscerale, dichiara dall’inizio di non raccontare una storia d’amore; ho preso le mie contromisure, l’ho divorato, mi è piaciuto da morire. Quelli che odio, sono i libri che tendono agguati, che si spacciano per piacevoli compagni d’avventura: non ho degnato di uno sguardo per molti anni il mio amato Murakami quando, all’interno di L’uccello che girava le viti del mondo, ha inserito un’evitabilissima scena di torture. Così, sto detestando Jonathan Safran Foer: ma come diavolo gli viene in mente, in un libro sull’America post-undici settembre, di far saltare fuori una truculenta descrizione del bombardamento di Dresda? Eccheccavoloperò.

Questo post è dedicato a chi mi ha salvata da brutte esperienze libresche: da Cecità di Saramago (incendio) a Kafka sulla spiaggia di Murakami (violenza sui gatti) la lista dei libri che non leggerò si allunga.

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Mali di stagione

Il semi-labrador ed io detestiamo l’estate. Lui per ragioni pratiche, sole che picchia sul pelo nero, passeggiate necessariamente più brevi causa asfalto vicino al punto di fusione per molte ore al giorno, penosa ricerca, in casa, di un angolo decentemente ventilato; io, perché non amo il mare, la ressa in spiaggia, i sandali, le cene a base di gelato, ma soprattutto l’imposizione sociale del divertimento a tutti i costi, della villeggiatura obbligatoria, della vacanza-ad-agosto a cui non si può rinunciare. Io non ho voglia, d’estate, di fare niente di più di quello che faccio durante il resto dell’anno, con l’unica variante di farlo in prendisole e infradito di gomma, con un bicchiere di the freddo iper-zuccherato e/o una granita di gelsi. Non sento la necessità di alimentare un senso di colpa già di per sé costantemente attivo solo perché non mi sto sbattendo abbastanza per distrarmi, per fare “qualcosa di diverso”, sia esso un falò sulla spiaggia, una passeggiata spacca-polpacci sotto il sole di mezzogiorno, una trasferta ad Ibiza la settimana di ferragosto.

Da quando avevo sei o sette anni trovo l’estate terribilmente noiosa; penso di essere stata l’unica bambina a piangere regolarmente l’ultimo giorno di scuola. Detesto i programmi tv patetici, la riproposizione di puntate del Medico in famiglia in cui la figlia, ormai abbondantemente in età da marito, portava il pannolino, le pubblicità di gelati condizionatori docciaschiuma che non-lavano-via-l’abbronzatura abbigliamento sportivo in lycra costumi da bagno che farebbero sembrare grassa e piena di cellulite anche Kate Moss. Non sopporto la definizione “libri da ombrellone”, e meno che mai apprezzo i suddetti, di solito gialli noiosi di scrittori scandinavi o romanzetti italiani stile Fabio Volo utili solo a chi vuole creare, su Facebook, l’ennesimo gruppo il cui amministratore si faccia chiamare Ninfa dei boschi o Lacrime nella pioggia o altre amenità di questo tipo. L’estate è lunga, calda, opprimente, interminabile. C’è bisogno di buoni libri, per superarla con pochi danni.

Esattamente un anno fa combattevo strenuamente con I fratelli Karamàzov, prima di deporre le armi e dichiararmi incapace di compiere l’impresa; ci sono voluti Truman Capote e il suo adorabile Musica per camaleonti, oltre al genio demistificatorio di Chuck Palahniuk con Survivor e Invisible monsters e all’opera omnia di Francesco Recami, che non conoscevo e che ho pescato dal banco di una libreria malmessa e disordinata ma piena di chicche che qualcuno ha avventatamente aperto quasi sulla spiaggia e dove entriamo, di solito, soltanto io e il semi-labrador, per tentare di sopravvivere ad afa, scirocco, vicini di casa con bambini strepitanti armati di tricicli e mini-scooter multicolori, folle di bagnanti in pareo a fiori che invadono le strade (senza marciapiede) in cui il quadrupede ed io tentiamo di far pipì in pace.

Una delle poche cose buone dell’estate è la frutta. Dolce, matura, sensuale, pelucchiosa. Un ricco frullato di albicocche con poco zucchero di canna e Il Vangelo secondo la scienza di Piergiorgio Odifreddi sono già un buon inizio.

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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Classico a chi?

Non amo i classici; ho l’insensato timore che siano noiosi, datati, non-scorrevoli, impregnati di valori che non condivido e di termini desueti, di lungaggini e descrizioni di gente che cavalca nella brughiera e principi russi e crinoline e domestiche deferenti. Non leggo i classici, e un po’ mi dispiace, come quando non assaggi un piatto dall’aspetto invitante perché pensi che non ti piacerà e gli altri lo divorano e annuiscono con la testa e dicono che buono!, davvero non ti va?, e tu dici no no e pensi che magari un’altra volta. Animata da buoni sentimenti e spirito di sacrificio, qualche mese fa ho deciso di cimentarmi nell’impresa finisci-un-classico-e-ti-sentirai-meglio. Ho ricevuto in dono una copia in due volumi dei Fratelli Karamazov e ho cercato di sfruttare il pretesto. Ho portato il libro con me ovunque andassi, l’ho associato a un romanzo da notte, ho lottato e alla fine ho dichiarato la mia sconfitta, reso l’onore delle armi e deposto il primo volume letto a metà nel cofanetto. Dopo più di un mese, chi di dovere non era ancora morto. Non avevo speranza.

Mi sono consolata pensando che, tra i classici, I Fratelli Karamàzov è uno dei meno semplici, forse, e sicuramente uno dei più lontani dai miei gusti e interessi; mentre mi davo metaforiche pacche sulle spalle dicendomi con tono da compagno di classe falso-premuroso che gongola dei tuoi insuccessi scolastici che non ero stata l’unica a soccombere alla logorrea di Alëša, ho riflettuto su quali siano, in realtà, i classici. Ho letto Platone, ma solo la piacevole Apologia di Socrate. Ho letto i tragici greci, soprattutto Sofocle. Molta Divina Commedia, l’edizione integrale dei Promessi sposi, che mi è anche piaciuta molto, piena dello spirito dolce e sorridente e sornione di Manzoni. Ho letto, in un periodo in cui ero affascinata dai libri giapponesi, molto di Tanizaki e Mishima; mi sono chiesta se si possano definire classici, in realtà, e ho optato per il sì. E Gabo, è classico? Forse anche Bukowski, ormai, lo è, anche se non credo che apprezzerebbe la definizione. E Truman Capote, il mio amato dolceombroso scandagliatore dell’anima? E Natalia Ginzburg, e Pavese, e Vittorini? E Agatha Christie e Rex Stout, per i quali nutro un’insana passione, cosa sono se non dei classici? Forse non è vero che ho letto pochi classici; forse è una definizione troppo vasta e mutevole, ed è riduttivo pensare che si riferisca solo a Guerra e pace. Mi piacerebbe sapere chi sarà un classico, tra dieci anni o trenta o cento. Se lo diventerà uno scrittore prolifico e di massa e snob ma che ho letto per anni con gusto come Andrea De Carlo, o se i nuovi classici saranno le voci che hanno urlato e sussurrato e spiegato e puntualizzato contro le dittature, come Isabel Allende e Manuel Puig. Chissà chi è un classico in pectore, e chi pensa di esserlo e non ne avrà mai la statura. Chissà quanti ne ho letti, in realtà.

Amo i classici in cucina; la pasta frolla, il pan di Spagna, il ragù vero, quello della domenica, fatto con il tocco di carne, e vino rosso e tante cipolle e la polpa di pomodoro fatta peppiare a lungo, fino a prendere il colore del palissandro scuro; questa definizione l’ha data un grande classico, sta a voi scoprire chi.

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Fenomenologia della tristezza

Parafrasando un incipit molto noto, ogni libro triste lo è a suo modo. Ci sono i libri tristi-deprimenti, quelli tristi-arrabbiati, quelli tristi-rassegnati. Alcuni mi piacciono, altri mi lasciano stremata. Per la tristezza non c’è solo una gradazione quantitativa, da triste-grigio perla a triste-antracite, ma anche un range qualitativo vario e multiforme. Non c’è una sola tristezza standard, ma un nugolo di tristezze eventuali, possibili, differenti, disparate. Disperate.

Non amo la tristezza; sono naturalmente portata alla mestizia, e per questo alla costante ricerca di un rimedio allopatico alla stessa. Niente canzoni di De Andrè, allora, con nani e zingari e puttane e gocce di smarrimento che stillano come farmaco da una flebo, niente notturni di Chopin, niente morti del cigno trasudanti melensa malinconia. Niente film con scene al rallentatore, niente pubblicità televisive con anziani che parlano al telefono con figli lontani, niente canzoni brasiliane colme di saudade, niente premiazioni sportive con atleti commossi che ascoltano gli inni nazionali. Ho bisogno dell’allegria giocosa dei Prozac+, del limpido sorriso degli Scisma, della rabbia sicura e ben diretta dei Punkreas. Non mi piace la tristezza. I libri tristi, però, sono un discorso a parte.

Ci sono romanzi che ho paura di leggere, perché temo di farmi risucchiare dalla loro sconfortata disperazione; da quando ho uso di ragione qualcuno mi ha sempre consigliato di approcciare Opinioni di un clown di Böll. Mi dispiace, ma non penso ci riuscirò mai, guardare la copertina mi fa stringere il cuore, rapportarmi con il testo potrebbe essere una ferita mortale. È una di quelle forme di tristezza che non penso di riuscire a sopportare. Anche Trilogia della città di K. è un libro triste, ma nella sua fredda, calcolata brutalità ogni lacrima è congelata, ogni dolore anestetizzato, reso acuminato come uno stiletto d’acciaio, sottile invisibile mortale. È uno dei miei libri preferiti in assoluto.

A sangue freddo di Truman Capote è rassegnato nella sua sconsolata volontà di capire fino in fondo i meccanismi perversi dell’animo umano. È triste come un prete al funerale di un parrocchiano a cui ha voluto bene, Capote, è triste per le vittime e per i carnefici, nel suo modo leggero e delicato e in-punta-di-piedi. È dolente, in ogni suo libro, Natalia Ginzburg; lo è con la determinata sicurezza di chi sa come vivere, cosa è giusto e cosa no, cosa è la vera etica laica, l’esatta misura delle cose. È triste ma mai fredda, mai disperata, mai rassegnata, solo come pensierosa e stanca, a volte. È triste Murakami, con i suoi personaggi complessi e infantili e inadatti alla vita, ma in una maniera come superficiale, come se non volesse affondare il coltello nella piaga. È triste Isabel Allende, ma è incazzata e carica e ha energia da vendere, e mi piace tanto, così.

Un buon antidoto alla tristezza è preparare qualcosa di dolce; magari un semplice cheese-cake, con la base fatta da burro e frollini sminuzzati, e la crema confezionata con un buon formaggio tenero tipo quark amalgamato con zucchero a velo e lavorato insieme alla panna, metà già montata e metà in cui sia stata sciolta della gelatina in fogli. Mettete in frigo, guarnite con frutta a volontà, mangiate senza remore, ignorando le occhiate languide del semi-labrador. Anarchy in the UK in sottofondo scioglierà quel fondo di tristezza che era rimasto. Dio salvi i Sex Pistols.

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Graditi regali

Che a me piaccia scovare libri nuovi è risaputo; per questo motivo, quando sono andata insieme al semi-labrador a far visita a mio nonno – ottantanove anni di rabbia verso chiunque sia più giovane, bello o sano di lui, praticamente il 95% della popolazione – ho apprezzato (saltelli e battiti di mani) la proposta di passare al setaccio la libreria, perché tanto questi romanzetti ora li butto via, erano di tua nonna e a me non interessano, io leggo solo riviste (mani macchiate di nicotina brandiscono minacciose settimanali patinati diretti da Sandro Mayer davanti al muso stupito del quadrupede). Allora, in ginocchio sul tappeto, un tartufo nero sotto il braccio (il semi-labrador ama sentirsi utile) ho iniziato a scartabellare fra libri orbati delle copertine, pagine staccate e perle tipo i vecchi gialli Mondadori con il gatto siamese protagonista. Ricerca faticosa ma fruttuosa: due copie dei primi lavori di Truman Capote, con la scritta printed in Italy 1959, intonsi perché reputati spinti per la pudica mente di mia nonna; una copia consunta di Il postino suona sempre due volte di James M. Cain, occultata dietro due volumi di una Enciclopedia delle Olimpiadi 1960 sfruttati per ritagliare figure da applicare alle ricerche scolastiche elaborate da noi nipoti, alle elementari. Infine, un volume privo di costa, ricoperto di logora tela verde, tenuto insieme da due giri di elastico da pacchi: Il piccolo talismano della felicità di Ada Boni. Un libro di cucina, a prima vista. Il ricettario della nonna (leggere in tono scandito da annunciatore televisivo), ecco. L’ho estratto e portato a mio nonno che, impegnato ad evitare che il semi-labrador continuasse a rosicchiare i piedi del pianoforte, ha fatto sì sì con la testa intendendo che potevo prenderlo, nessun problema. Ho riposto in borsa il bottino, riacciuffato il cane intento a divorare le nappe della trapunta, salutato l’ignaro ottuagenario e sono corsa a casa. Quello che l’anziano parente non ha capito, è che quel libro non è un mero ricettario; ne ho uno identico, a casa, non c’era ragione di portarmelo. Ma in mezzo alle pagine macchiate, alle istruzioni per il brasato, alle foto delle uova appetitose, ci sono fogli e fogli. Sono le lettere che mia nonna, napulitana trapiantata a Palermo, scambiava con sua madre; ci sono dosi e consigli, pettegolezzi e segreti di cucina, recriminazioni e raccomandazioni su come e quanto rimestare la genovese perché cuocia uniformemente. Ci sono santini della Madonna di Pompei, foto di mia madre e mia zia, bambine, con fiocchi bianchi tra i capelli e grembiulini puliti. C’è una letterina scritta a mia nonna, maestra, da una sua alunna di seconda, che si rammaricava di non essere abbastanza buona; mi ha intenerita molto – un po’ meno, vedere che mia nonna, per nulla colpita, aveva tagliato con un frego di penna il testo, per scriverci su la ricetta della gelatina di mandarino. C’è un libro nel libro, ricette partenopee, ‘o raù e la pastiera, la mia pasta frolla, ci sono i piatti della festa, le nostre torte di compleanno, il sartù di riso di Natale, la pizza di scarola. C’è la mia infanzia, la formazione del mio gusto in cucina, i sapori che mi hanno svezzata. Ti ho ringraziato del regalo, nonno, anche se non hai capito perché.

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