Parlare di gialli (non è affatto facile).

Non sono brava a parlare in pubblico: appena l’uditorio supera le tre-quattro persone (cinque se si tratta di intimi amici o familiari al pranzo di Natale) divento rossa (coro degli astanti: sei tutta rossa!), sudo e mi impappino senza tregua; per questo, di solito cerco di evitare le situazioni lavorative in cui è necessario comunicare con più persone alla volta: svicolo, mando avanti colleghe meno inibite e più spigliate, mi focalizzo sulla discussione a due, cerco di sviare l’attenzione allacciando stringhe già ben annodate o mimetizzandomi dietro banchetti stipati di libri. Ma, quando una collega brava-e-simpatica mi ha chiesto di intervenire a un corso dedicato alla lettura e al lavoro editoriale, non ho potuto dire di no. Prima di tutto, a ingolosirmi e farmi dimenticare il nervosismo è stato il tema della discussione: oltre che di social media marketing, infatti, dovrò parlare di gialli; anche la location, poi, ha contribuito: la mia ex scuola superiore. Mi sono lasciata convincere, quindi, opponendo una debolissima resistenza: ed eccomi qui, con moltissimi libri sparsi sul tappeto e le idee molto poco chiare. Parlerò per un’ora circa, a un gruppo variegato di persone: una quindicina abbondante di iscritti ed ex-iscritti al liceo, quindi ragazzi di età compresa tra i sedici e i trentacinque anni; molti di loro hanno letto poco o nulla, sono appassionati di editoria quasi senza sapere cosa voglia dire, e desiderano lavorare in casa editrice per un ideale romantico-stereotipato: e soprattutto sono tanti, e io non li conosco, e penso che un discorso del tipo a-me-piacciono-molto-i-gialli non sia quello che si aspettano. Ecco, allora: partirò con gli elementi-base (cos’è un giallo, perché si chiama così, quali sono i primi gialli della storia, quanti tipi di gialli ci sono) per poi scendere nel dettaglio; porterò un bel po’ di libri, e proveremo a parlare di collane di gialli in Italia (e qui mi gioco il jolly: le copertine dei gialli Mondadori dagli anni Sessanta a oggi) e di case editrici che pubblicano gialli senza distinguerli dall’altra narrativa. Per finire, consegnerò a ognuno di loro una lista di romanzi gialli da leggere, o almeno da scegliere di non leggere: una serie di titoli tra classici, italiani e stranieri. Ma, se per i classici sono andata abbastanza sul sicuro (Agatha Christie, Rex Stout, Conan Doyle e Simenon si possono leggere ad ogni età), e per gli italiani ho dovuto scremare ma sono riuscita ad elencare un po’ di titoli non troppo truculenti e di tipologie abbastanza diverse (La donna della domenica, I milanesi ammazzano al sabato, La forma dell’acqua, Testimone inconsapevole, L’allieva, La briscola in cinque), per gli stranieri sono un po’ più in difficoltà: i romanzi svedesi saranno forse troppo impressionanti? Non so, ma non consiglierei a una sedicenne Assassino senza volto di Henning Mankell; via anche Stieg Larsson e, spostandoci negli Stati Uniti, la mia cara Lisa Gardner, dato che parlare di violenza sessuale sui bambini non mi sembra una buona idea. Via Anne Holt, Sandra Scoppettone e Jospeh Hansen, ché di sentir critiche sull’omosessualità dei protagonisti da parte di genitori infuriati non ne ho voglia, e au revoir anche a Jo Nesbø che, se fa paura a me, potrebbe farne anche a un nugolo di ragazzine. E Qiu Xiaolong? Mi piacerebbe introdurre un po’ di oriente, ma sapranno cosa si intende per Rivoluzione Culturale, o brancoleranno nel buio per 392 pagine? E che dire di Riti di morte di Alicia Giménez-Bartlett? Si parla di stupri, ma non posso certo consigliar loro di iniziare da un altro romanzo, né prescindere da un’autrice fondamentale per il giallo contemporaneo. Sono confusa, il tempo stringe e devo decidere in fretta. Qualcuno, per caso, conosce buoni gialli scritti da autori del Paraguay o della Nuova Zelanda?
Quando andavo a scuola, ho frequentato per un paio d’anni un corso di teatro; il corso iniziava subito dopo le lezioni, e a pranzo mangiavamo gli orribili panini del ba della scuola (o, nel mio caso, tre pacchetti di wafer al cioccolato, con buona pace della prova costume). Adesso mangerei volentieri un buon panino: condito con una maionese di avocado (polpa di avocado, poco olio e poco limone) e farcito con pomodoro verde, uova sode e formaggio olandese grattugiato. Scaldato appena appena è delizioso.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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C’è caldo? Davvero?

Un tempo, d’estate faceva caldo. Era abbastanza normale, e sapevamo tutti come comportarci, senza bisogno di essere istruiti da qualche abbronzatissimo commentatore televisivo; si andava a mare e si stava all’ombra, o in acqua. Si cercava di uscire di casa solo nelle prime ore del mattino o nel tardo pomeriggio, si beveva molto, si mangiava poco, ci si vestiva con abiti leggeri e freschi, si sorbivano gelati, si succhiavano ghiaccioli. Ogni tanto c’erano giornate di scirocco: si apriva la porta di casa e una vampata calda colpiva il viso, il cielo era beigiolino e sulle auto si formavano depositi di sabbia. Dopo un paio di giorni si tornava al banale caldo estivo, logico, consueto, atteso. Niente di strano, nulla da eccepire. Adesso sembra che questa ovvia considerazione – d’estate c’è caldo – non basti: e allora via con bolle di calore e anticicloni sub-sahariani dai nomi di personaggi della Divina Commedia. In attesa di Ciacco, Pier delle Vigne e Brunetto Latini, la maggior parte dei siciliani trascorre le torride giornate estive intenta in una salutare attività: cucinare cibi che richiedano una lunga e faticosa cottura. Tra caponate e bottiglie di salsa di pomodoro per l’inverno, non c’è molto da scialare; se sia più gradevole e salubre friggere chili di melanzane o far peppiare litri di sugo di pomodoro mentre fuori la temperatura supera abbondantemente i 30 gradi è una scelta individuale. Personalmente, mi riproporrò di non cedere e poi mi ritroverò puntualmente ad arriminare grosse pentole odorose di basilico, in bilico tra il piacere di scottarmi la lunga con la salsa appena passata e la disperazione di grondare sudore in una piccola cucina stipata di bottiglie da riempire. Per la caponata, la ricetta è semplice e d’effetto. Prendete una grossa melanzana, tagliatela a dadini, metteteli a spurgare con del sale su un colapasta, coperti. Asciugateli con un canovaccio pulito e – qui viene il bello – friggeteli in olio profondo, pochi per volta. A parte fate bollire olive verdi snocciolate e tagliate, una grossa cipolla bianca affettata grossolanamente, una manciata di capperi dissalati, un gambo di sedano. Quando sono cotti, fateli scolare e poi versateli in un tegame dove aggiungerete la salsa di pomodoro e le melanzane. Fate cuocere per un quarto d’ora, inserite l’agrodolce (un bicchiere di aceto bianco e pari quantità di zucchero, regolate a gusto), fate incorporare bene e servite freddo. E che i commensali vi ringrazino, dopo la fatica che avete fatto.
Preparare la salsa di pomodoro per l’inverno – ‘i buttigghie – è un’attività complicata che richiede giorni di intenso lavoro. Prima di tutto, bisogna trovare un fruttivendolo di fiducia e commissionargli almeno una cassa di pomodoro – riccio, si dice qui – di ottima qualità; e poi basilico e cipolle bianche in proporzione. Poi si deve pulire e spiricuddare l’intero carico di pomodori, che andranno cotti, tagliati a metà o a quarti, insieme alle cipolle a grossi pezzi e al basilico; secondo una nota trasmissione televisiva di raiuno con la conduttrice simile a una angelo di Melozzo da Forlì, il basilico cotto è velenoso: se fosse vero, la popolazione palermitana sarebbe stata sterminata da secoli. Intanto le bottiglie – da birra, meglio se di vetro marrone, ben pulite – vanno sterilizzate in forno o al sole. A cottura ultimata, la salsa va passata, fatta restringere e poi imbottigliata. Le bottiglie, tappate con apposito apparecchio e tappi a corona, vanno fatte raffreddare, molto lentamente, sotto una coperta. Sarete sfiniti dalla stanchezza, la cucina sarà un luogo disastrato, ma potrete sentire il profumo dell’estate per tutto l’anno: la fatica sarà pienamente ripagata.
Una tipica lettura da estate sono i gialli. In questi giorni sono stremata dal tentativo di portare a termine Di seta e di sangue di Qiu Xialong: 400 lentissime pagine ambientate nella Cina odierna; un interessante spaccato di una realtà che conosciamo molto poco, ma, dopo 100 pagine di ripetizione ossessiva dello stesso concetto, sono pronta ad abbandonarlo su una panchina.
Il post di oggi è dedicato a una canuccia color pavimento in cotto, che per ora non sta bene, ma presto lo farà.

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