Una cucina tutta per me.

Da quando ho spostato tutte le mie cose dal punto A al punto B della città cambiando casa per la prima volta in vita mia, molto della mia vita è cambiato di conseguenza; non ho più un meticcetto biondo méchato ai piedi del letto, né la vedova di un partigiano come vicina di casa: ma ho una persona speciale che vive con me, e anche una matta come dirimpettaia. Le mie giornate hanno cambiato fisionomia, il parcheggio è diventato un reale problema, e fare le scale a piedi una scelta accessibile solo in discesa. Sono felice, piena di una consapevolezza nuova; ma soprattutto, per la prima volta nella mia vita, ho una cucina tutta mia, dove non amo che qualcun altro metta le mani. Ci sono piatti e posate che ho scelto io – sul catalogo online dell’Ikea, ovviamente -, ci sono cibi che compro io; e ci sono le pietanze che preparo io: ed è questo il guaio.

A me cucinare piace moltissimo; di solito, non mi pesa preparare pranzi e cene, o imbastire un pasto con quello che c’è in frigo – un barattolo iniziato di confettura di mele, pancetta affumicata, pomodori verdi e pane in cassetta, per esempio. Ma non ho molta fantasia, e tendo a cucinare sempre le stesse cose, soprattutto se mi sono venute decentemente le prime ventisette volte. Ad aggravare la situazione, c’è il tempo: tornando dal lavoro piuttosto tardi, tento di preparare il pranzo la sera prima, in modo che sia solo da scaldare (o da mangiare così com’è, quando non c’è molto freddo). E allora, via libera alla pasta al forno, nelle sua varianti con pomodori e mozzarella, con besciamella e prosciutto, con uovo e zucchini fritti, all’insalata di fagiolini patate carote, al pollo freddo con salsa rosa, alla pasta all’insalata, ai pomodori ripieni di riso. E poi? Sono tragicamente a corto di idee. Una zuppa con i crostini? Sì, ma, uff. Sformato di patate con funghi? Troppo lungo e noioso. Sartù di riso? Eh, ma non ho prosciutto cotto in casa. Spezzatino con piselli? Ma domani la carne sarà dura. Polpette e insalata? Mi piacciono appena cotte, poi sgrunt. Sono a corto di idee. Ho provato a dare un’occhiata in giro per il web, ma i risultati sono stati sconfortanti, o forse io ho impostato male la ricerca: ma, tra tramezzini grondanti salse e paste espresse, non ho reperito grandi soluzioni. Qualcuno ha ricette da suggerirmi? Semplici, gustose, economiche, sane: ma soprattutto, da preparare con larghissimo anticipo.

In molti libri si parla di cibo: può essere un mero pretesto o il motivo di una riflessione, un digressivo inserito senza un particolare motivo o la ragione di una svolta significativa della trama. Ogni volta che mangio cibo orientale, mi viene in mente il pranzo offerto da Midori a Watanabe in Tokyo blues (ora noto come Norwegian wood): una sfilza di piatti introvabili in un ristorante giapponese in Italia, che serve solo sushi e tempura passabilmente disgustosi. È un libro pieno di tante cose, Tokyo blues: di musica, di film, di libri, e anche di buon cibo. Lo rileggo sempre volentieri: forse è arrivato il momento di riprenderlo ancora una volta.

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Paura della paura della paura della paura (continua).

Quante esperienze mi sono preclusa, per paura di avere paura? Quanti film non ho visto, quanti panorami mozzafiato non ho contemplato, a quante gite non ho partecipato, e quanti libri non ho letto? Da quando, all’epoca appena cinquenne – bassetta, con dentini da coniglio e capelli ancora boccolosi -, costrinsi i miei genitori a gettare via una copia di Il coniglietto avventuroso, poco coscienziosamente regalatomi da una nonna più pavida di me, ho nutrito una paura cieca e insensata verso qualsiasi libro del quale non conoscessi per filo e per segno la trama. Ho tremato di paura leggendo i miei primi gialli, e ho digrignato i denti e acceso tutte le luci di casa per tutte le 182 pagine di Dieci piccoli indiani. Ho scartato a priori romanzi nei quali temevo si potesse far cenno a incendi – anche privi di danni -, violenze domestiche, incidenti mortali, sevizie o torture contro persone, animali, piante, sassi e copertoni di camion. Ho costretto chi mi stava accanto a leggere prima di me racconti e saggi, per potermi segnalare, su apposito file con sistema a punti che va da 0, ‘rischio paura trascurabile’, a 100, ‘terrore cieco’, tutti i passaggi potenzialmente pericolosi. Ho scagliato via con foga riviste e volumetti, rei di contenere un passaggio del tipo ‘Giovanni vide del fumo uscire dalla finestra’. Ho abbandonato autori che amavo, uno per tutti Haruki Murakami, perché devastata da un suo libro con annessa scena di tortura. Mi sono privata di storie e pensieri, di frasi e parole, di pomeriggi simpatici e di serate interessanti, per paura di avere paura: e adesso che vorrei leggere Cecità di Saramago, perché è uno scrittore che mi piace molto e si sa che questo libro è un capolavoro e via dicendo, un coro intorno a me scandisce il refrain ‘non leggerlo, ti spaventerà’, e io mi mangio le mani. Me le mangio perché avere paura di un libro ha ben poco senso: non posso avere paura, ad esempio, del parto della mente di Haruki Murakami, uomo unanimemente descritto come affabile e cordiale; non posso privarmi della certezza di leggere uno splendido romanzo, per la potenzialità di provare timore: e comunque, se anche Cecità mi dovesse fare paura, sarebbe davvero un dramma? E davvero una storia inventata può essere più angosciante e avvilente di I sommersi e i salvati, la cui premessa è che le vicende narrate e i meccanismi della mente descritti, per quanto aberranti e odiosi e disgustosi e osceni, siano davvero esistiti? Forse avrebbe più senso aver paura della realtà, con il suo codazzo di delusioni e dolore e ansia e incidenti e caffè versati sui jeans, che di un libro. Forse avrebbe ancor più senso non avere paura: o averne il giusto, quella punta che ti permette di evitare i pericoli e ti consiglia di lasciar perdere il proposito di correre con le forbici in mano o di rotolarti, cosparso di polline, davanti a un alveare. Forse la paura è solo una scusa, o un’abitudine mentale, o una zavorra di cui liberarsi: sta di fatto che, dopo aver ripreso in mano un romanzo di Murakami – L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, iniziato da poco -, leggerò Cecità: e se mi dovessi nascondere sotto la scrivania coprendomi la testa con le mani e oscillando ritmicamente col busto, pace, vorrà dire che me la sono cercata.

Mia madre ha inspiegabilmente scelto di diventare vegana; qualche giorno fa, indecisa su cosa offrirle, ho preparato al volo dei mini-burger vegetali: patate tagliate molto piccole (per accelerare la cottura) e bollite, schiacciate con la forchetta insieme a piselli (passati in padella con olio e sale), pangrattato e semi di finocchio. Composti i burger, li ho passati semplicemente sulla piastra calda: non sono venuti male.

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L’amore (per i libri) non ha età.

Nei giorni scorsi, una sterile e offensiva polemica ha investito il mondo della scuola; fulcro della discussione, la proposta ai ragazzi – adolescenti di un Liceo Classico di Roma – di leggere e commentare in classe il romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei, storia di una famiglia omogenitoriale. Senza entrare nel merito del discorso, su cui sono già state spese tutte le parole possibili e anche molte, molte di più, mi sono chiesta: che libri è giusto consigliare a giovani donne e uomini? È un luogo comune che i ragazzi leggano poco e male: e allora cosa dovrebbe fare un insegnante o un genitore? Indicare, esortare, elencare titoli e trame? Imporre, stuzzicare la curiosità, vietare? Limitarsi a dare il buon esempio, mostrandosi sempre con un romanzo che esce dalla tasca del paltò e disseminando la casa di volumetti di ogni genere? Ignorare il problema e regalare al proprio figlio recalcitrante un completo da rugby?

Da adolescente, ero sempre alla ricerca di bei libri da scoprire; mi annoiavo molto, guardavo poco la tv e leggevo compulsivamente. Chiedere consiglio a insegnanti o bibliotecari si è presto rivelata una pessima idea: la professoressa di italiano mi sconsigliò vivamente La casa degli spiriti, con l’ovvio risultato di farmi leggere l’intera produzione di Isabel Allende; la responsabile della biblioteca scolastica ci tenne molto a prestarmi quello che definì un romanzo piacevole e divertente: era un testo di Colette, che mi lasciò quantomeno perplessa. I miei genitori, invece, erano prodighi di suggerimenti: mio padre mi spinse a prendere, dagli scaffali di una piccola libreria, un tascabile dalla copertina rossa a ideogrammi verdi: era Tokyo blues di Haruki Murakami, all’epoca sconosciuto in Italia. Di mia madre, invece, fu l’intuizione di comprare Tsugumi di Banana Yoshimoto: entrambi nutrirono per anni la mia mania per i libri orientali, facendomi passare da Kawabata a Su Tong a Acheng a Tanizaki, con alterni risultati. Il fatto di avere molti libri in casa ha contribuito a rendermi una lettrice forte e curiosa, onnivora; andare alla Feltrinelli e poter prendere tutto quello che volevo era un premio ambitissimo.

Oggi, sui social network, moltissime persone chiedono consigli librari per i propri figli bambini e adolescenti: si lagnano della loro scarsa propensione alla lettura e della loro predilezione per Geronimo Stilton o Harry Potter; pletore di brava gente suggeriscono, allora, la lettura dei classici: come se un quindicenne tutto computer e smartphone potesse apprezzare Pattini d’argento o Rosso Malpelo. Non è impossibile, certo, ma è molto improbabile: un adolescente, in media, ha voglia di un 50% di trasgressione, un 30% di ritmo avvincente, un 20% di linguaggio adatto alla sua età, il tutto spolverato da una storia vicina al suo sentire. Piuttosto che far annoiare mortalmente un ragazzo ammannendogli qualcosa di vetusto, stantio, sideralmente lontano da lui, stupiamolo, colpiamolo, spaventiamolo, al limite: ci sarà sempre tempo per discutere con lui, spiegare, comprendere. Non che i classici siano da buttare, chiaramente: ma è più probabile che un ragazzo abituato a leggere, con un palato già affinato da libri diversi, possa apprezzare Machiavelli: ma, per cominciare, forse Ammaniti è meglio.

Tra i libri del cuore della mia adolescenza ci sono, oltre a quelli di Isabel Allende e Murakami, i romanzi di Starnone, di  di Isabella Santacroce: autori che oggi non leggo più, ma che hanno nutrito e divertito i miei quindici-sedici anni.

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Animale a chi?

Per motivi che sarebbe lungo spiegare, da un mese a questa parte mi trovo a contatto con vigorosi volontari-da-canile, animalisti estremi e fondamentalisti vegani: gente che si fregia di una “V” nel nickname e che si dichiara propensa a salvare, da una casa in fiamme, una nutria piuttosto che la zia Carmelina. Dato che la nostra frequentazione si riduce a sporadici contatti tramite social network, soprattutto a scopo ricerca di notizie di Mosca e Canepiccolo, non sono infastidita da loro più di quanto loro lo siano da me: essenzialmente, loro mi considerano una mangiacadaveri egoista e senza cuore, e io li considero degli esaltati che si sono appioppati, bisogna ammetterlo, un compito ingrato, faticoso e scomodo. Tentiamo, quindi, di mantenerci in buoni rapporti, di non pestarci i piedi e di non punzecchiarci a vicenda; in buona sostanza, io fingo di non vedere le foto di gatti scuoiati che inondano le loro bacheche, e loro ignorano la mia insana passione per il McChicken. Fino a ieri, la tecnica dell’indifferenza attiva aveva funzionato: fino a ieri, appunto, quando, sulla bacheca di un gruppo dedicato alla cura degli animali domestici, meglio se feriti, moribondi o almeno molto tristi, che scruto giornalmente in attesa di qualcuno che si proponga per adottare i due quadrupedi ringhiosetti di Ife, è stata postata la notizia che a Palermo (meglio, nel mio rione) si aggira un cinese che accalappia cani e gatti randagi per cibarsene. A parte la manifesta assurdità dell’annuncio, quello che mi ha fatto realmente paura – paura, sì – è la natura dei commenti espressi da un nugolo di persone giovani, in buona salute e non sottoposte a orribili privazioni o a condizioni di vita disagevoli, che si considerano colte, mediamente intelligenti, cristiane e di sinistra; senza preoccuparsi di controllare la veridicità del messaggio (della cui assoluta affidabilità dovevano farsi garanti le parole lo ha detto un’animalista non meglio identificata), non meno di una cinquantina di persone hanno iniziato a inveire contro i cinesi. Da bruciamoli vivi al sempreverde al rogo!, da andiamo a picchiarli con una spranga a impicchiamoli con una calappia e vediamo che dicono, è stata una grandinata di parole che trasudavano odio, rabbia, cieco furore verso degli sconosciuti. Un livore spaventoso, che mi ha portata a temere per l’incolumità della simpatica famigliola cinese che gestisce un negozio di vestiti a due passi dal luogo incriminato. Tra gli incitamenti all’odio razziale (ammazziamo tutti i cinesi, ci rubano il lavoro, rimandiamoli a casa loro), le minacce esplicite (riuniamoci sotto casa di Luigi, ognuno porti un cric) e quelle più velate (attenti che ci bloccano, scriviamo dettagli su luogo e orario in privato), è venuto fuori uno scenario degno di un film sulla notte dei cristalli. Veramente disgustoso, e reso ancor più inquietante dall’identità delle persone che scrivevano: non un gruppo di militanti di Forza nuova o di nostalgici del Reich, ma un branco di ragazzi che votano partiti di pseudo-sinistra, si nutrono di tv e cercano di darsi le ultime materie per la triennale in Scienze storiche; gente che dichiara, come se fosse una frase sensata, che gli animali sono molto meglio delle persone, come se le persone non fossero animali, come se loro non fossero persone. Agghiacciante.

A me gli animali piacciono – quasi tutti, escluso, forse, i blattoidei e le galline. Spesso li mangio: perché è nella mia cultura, perché sono gustosi, forse anche perché sono ipocrita e non mi pongo troppe domande, chissà. Mi piace molto il pollo, e ricordo ancora, leccandomi le dita, una tasca di petto di pollo mangiata a Praga, ripiena di formaggio di capra e pomodori secchi. Quanto agli animali nei libri, come dimenticare Barrabàs, il cane di Clara Del Valle, o Colomba, la gattina di Toru Watanabe?

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Stereotipi letterari.

Nei libri, come in film e serie tv, ci sono stereotipi duri a morire: ad esempio, se in un telefilm da prima serata su raiuno c’è un personaggio – di solito un tardoadolescente maschio con forte accento romano – che inalbera un sopracciglio forato da un piercing o fuma, potete stare sicuri che, entro la fine della puntata, si macchierà di qualche orribile delitto. Sulla stessa scia, è da molto tempo che noto che, nella maggior parte dei romanzi, i gay fanno solo i gay: nel senso che, mentre un personaggio eterosessuale potrà impersonare l’investigatore o l’assassino, la guardia o il ladro, il buono o il cattivo, potrà essere uno svitato un poeta un medico dal cuore d’oro o un politico corrotto, un personaggio gay sarà lì solo per fare il protagonista di una vicenda a tematica lgbt; nello specifico, se è una donna sarà coinvolta in una triste storia di incomprensioni familiari e rappresaglie da parte dei compaesani e sarà triste e malinconica, oppure rimarrà incinta e sarà confusa e perplessa ma molto felice. Se si tratta di un uomo, invece, sarà vittima di orribili vicende omofobe, o piangerà un compagno scomparso, o si ritroverà a letto con una donna senza sapere perché. Spinta dalla curiosità, ho provato a porre la domanda (“mi indicate romanzi il/la cui protagonista sia gay, ma il libro non tratti la tematica omosessuale”) in un gruppo fb pieno di appassionati di libri, che si sono cimentati con me nel cercare qualche volume che rispondesse al quesito. Al netto dei consigli non centrati – dovuti al fatto che, probabilmente, mi ero spiegata come un barbagianni rauco -, qualche titolo, soprattutto giallo, è venuto fuori. Anche a me era venuto in mente qualcosa: dal bellissimo Il bacio della donna ragno di Manuel Puig alla serie di gialli scritta da Sandra Scoppettone, dai libri di Anne Holt a quelli di Joseph Hansen. C’è pure un po’ della produzione di Rossana Campo, in realtà, e La ragazza dello Sputnik di Murakami, e Azalea Rossa di Anchee Min, o Arcobaleni di Kawabata, o anche La donna della domenica di Fruttero e Lucentini, ecco. Ce ne saranno molti altri, in realtà; ma, nella stragrande maggioranza dei casi, i personaggi gay sono funzionali solo a trattare l’argomento omosessualità: in maniera scabrosa o intimista, dolente o seria, comica o beffarda; ma, ecco, per usare un paragone che mi è stato proposto ieri, è come se i personaggi coi baffi esistessero solo nei libri sui baffi: e non si parlasse di altro che della forma di questi baffi, del loro colore e della manutenzione necessaria a mantenerli forti e lucenti. Mentre a me piacerebbe leggere di un uomo coi baffi in un libro che parli di politica, di impegno sociale o di sbarchi alieni: i baffi verranno nominati, magari, quando lui berrà del latte e se li sporcherà, ma solo in quel punto o poco oltre.
Un bel romanzo che purtroppo ricade nello stereotipo concettuale è Un uomo solo di Christopher Isherwood: ma la storia è raccontata con tanta delicatezza, con tanta dolce e misurata consapevolezza che le si perdona questo e altro.

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Di sonno, di sogni, di realtà.

Ricordate i vostri sogni, ogni mattina, al risveglio? Vi lasciano in bocca un sapore dolce e appiccicoso e rotondo e appagante come di caramella mou, o vi fanno aprire gli occhi tra i singhiozzi e i che succede di chi vi vive accanto? Siete in grado, se vi svegliate nel cuore della notte per la sete o il desiderio di far pipì, di tornare a dormire e riprendere il sogno da dove lo avevate lasciato, come se aveste infilato un indice tra le pagine per tenere il segno? Quanto è frustrante, ritrovarsi con la testa sul cuscino e gli occhi spalancati e la sensazione di non riuscire ad afferrare la coda di quel sogno che, solo una manciata di secondi fa, era vivo e scintillante, proiettato in techincolor dentro la vostra testa?
Qual è il primo sogno di cui avete memoria? È rimasta dentro di voi la bava iridescente di un sogno infantile, o un nodo duro di paura e sgomento che ha la forma di quell’incubo che vi faceva gridare ogni notte, quando andavate all’asilo? Avete sogni ricorrenti? Immaginate di cadere, volare, non poter gridare? Quante volte vi siete chiesti, al risveglio, il significato di un sogno, e quante volte siete scesi a patti con voi stessi, per ammettere che il senso era proprio quello?
I vostri animali sognano? Vi chiedete mai a cosa stiano pensando, quando agitano le zampe nel sonno, e scodinzolano e mugugnano e uggiolano? Cosa ci sarà, in quel momento, davanti a loro? Una ciotola di pappa gusto agnello e pollo con erbette, la cockerina del terzo piano, un prato puntellato di coniglietti a cui correre dietro? Quanto è deluso, il semi-labrador, quando lo sento gemere sulla brandina e lo scuoto delicatamente e lui, aperti gli occhi, non trova cagnoline smorfiose, roditori timorosi o cibi succulenti ma solo il mio viso preoccupato?

Quali sogni inseguite, ogni giorno? Sogni concreti e tangibili, robusti e sensati, come l’auto nuova, quella maglietta con scollo a barca che avete visto nella vetrina del nuovo negozio all’angolo, il posto fisso alle Poste, o sogni spumeggianti e un po’ sciocchi, una cena con un divo della tv, una passeggiata sul red carpet, un viaggio tra le stelle? Sognate di ascoltare Billie Holiday che canta o di calcare il palco del concerto del primo maggio? Vorreste la serenità per la vostra famiglia, o lasciare tutto e scappar via? Quanto pensate che siano giusti, i vostri sogni?
Quante volte i vostri sogni si sono avverati, e quante avete pensato che avreste dovuto formularli meglio? Quante volte avevate chiesto una mucca e vi siete trovati davanti un motorino? Quante volte, e quanta rabbia, vi siete chiesti perché i vostri sogni non venivano esauditi? E quante volte, quando avevate smesso di sperare, sono diventati realtà? Qual è il legame, tra i sogni e la realtà? Sono uno stimolo a crederci e lottare, o una scusante per attendere dall’alto la soluzione? In definitiva, quanto fa bene sognare?
Di sogni, in maniera più o meno metaforica, parlano molti autori a cui sono affezionata: ne parla Isabel Allende nel suo La casa degli spiriti, come anche Banana Yoshimoto, che al mondo onirico dedica grandissimo spazio. Ne parla Haruki Murakami, ne parla Andrea De Carlo in Uto; sogna spesso il commissario Montalbano, galleggiano in un’aria di sogno i personaggi terribilmente corporei e presenti di Trilogia della città di K. Infine, di incubi parla molto un fumetto che ho letto, inspiegabilmente, in adolescenza: Dylan Dog, un classico dell’horror che mi ha sottratto intere settimane di sogno, ma che ricordo con tenerezza.

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Non capisco molte cose (ma alcune più di altre)

Ci sono molte cose che non capisco: perché ci si ostini a complicare situazioni semplici e piacevoli, perché molte donne indossino pantaloni stretti alla caviglia e scarpe con tacco alto senza accorgersi dell’inevitabile effetto zampetto-di-maiale, perché gli uomini non si facciano tutti crescere la barba, che rende virili, occulta le rughe ed evita mattutine e affrettate rasature; e poi, perché il semi-labrador abbia una spiccata predilezione per la pappa dei gatti randagi e per l’acqua che ristagna nei sottovasi, perché il simpatico ex-ottuagenario si finga malato quando è sano e ragionevolmente robusto, perché tutti si lamentino della tv continuando poi a sorbirsi Le Iene ed altre amenità simili. Perché esistono i ristoranti a menu fisso, perché il carrello del super è sempre troppo profondo e per afferrare il vasetto di capperi sul fondo devo saltarci dentro o chiedere aiuto a qualcuno? Ma soprattutto, perché Watanabe si è sentito in dovere di giurare amore e fedeltà a Naoko? Solo per aver fatto l’amore con lei (‘per calmarla’, poi, afferma Murakami, frase che regolarmente mi spiazza)? E perché, in Porci con le ali, Antonia decide di lasciare Rocco, passando poi metà del libro a righiare contro di lui, che intanto frigna a più non posso? Non sembra anche a voi una decisione quantomeno pretestuosa? Forse il mio desiderio di realismo, applicato a libri telefilm film, è piuttosto fuori luogo, ma davvero non capisco.

Tra le cose che per ora mi sfuggono, c’è il fatto che molti affermino di aver letto con piacere La forza del destino di Marco Vichi. Raramente un libro mi ha amareggiato e infastidito di più. Neanche la Mazzantini, che pure non ci scherza, non è arrivata a tanto. Un giallo (?) per presunzione giuridica, in cui dall’inizio si conoscono colpevoli, movente, ogni squallido o pruriginoso dettaglio dell’efferato omicidio; un romanzo che probabilmente non è altro che il prolisso seguito dell’osannato Morte a Firenze: una quadratura del cerchio in cui, con una morale che trovo ributtante (il termine giusto penso sia ‘fascista’), il protagonista assurge al ruolo di angelo vendicatore e stermina i colpevoli tra le ovazioni dei personaggi di contorno. Il libro è noioso oltre ogni dire – il commissario Bordelli non fa altro che preparare pasti frugali, leggere davanti al camino e fare lunghe passeggiate -, ci sono episodi assurdi o inutili – e vabbe’, Vichi, abbiamo capito che ti piace ascoltarti, ma che c’entravano i racconti dei cinque uomini a tavola per il compleanno del protagonista? -, un cane appare e poi scompare senza un motivo apparente; ma soprattutto, il romanzo è privo di storia, di sviluppo, di conflitti, in sostanza, di trama: deciso a farsi giustizia da solo, Bordelli mette in atto il suo piano. Nessun errore, nessun pericolo corso, nessun rischio, neanche un briciolo di suspence. Praticamente, basta leggere le prime dieci pagine.
Ho detto spesso che criticare qualcuno, specialmente uno scrittore, può essere un atto vile e, diciamolo, stronzo: c’è molto di autobiografico in ogni libro, ci sono impegno e coraggio e determinazione e paura di fallire, e speranza e voglia di farcela. Ma in questo caso ho deciso di proseguire, in deroga ai miei principi: e non solo perché si tratta di un libro brutto, ma perché la morale del farsi giustizia da sé è quanto di più aberrante e disgustoso una società possa produrre.

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Ma chi è che dissemina di cadaveri carbonizzati i miei libri?

Ci risiamo: comincio a leggere un romanzo che sembra perfettamente normale, trama personaggi contenuti stile morale che rientrano nei miei personali canoni di leggibilità e di non-paura, e all’improvviso salta fuori un cadavere arso, un uomo torturato, una famiglia deportata; ma insomma, lo fate apposta? L’ultimo sussulto seguito da moto di disgusto è stato causato da La porta di Magda Szabò, libro che avevo comprato perché invogliata dai forza forza leggilo di persone che stimo e anche perché era in sconto, e io ero alla Feltrinelli e mi sentivo triste e c’era freddo – motivi sufficienti, per me, per comprare un libro, se non due o più. L’ho preso in mano un po’ di tempo fa ma, causa improvvido abbinamento con L’arte di correre di Murakami, dolce tenero appassionante e incentrato su un tema che amo, quello della maratona amatoriale, la lettura aveva assunto il ritmo lento e sonnacchioso di una passeggiata da domenica mattina d’autunno; ingoiato l’ultimo boccone di Murakami (e anche un po’ di lacrime, ché se non altro, fino alla fine non ho camminato è una frase stupenda), ho recuperato frau Szabò (schiacciata dai sette-otto libri che ho comprato nel frattempo, tutte le volte che mi sono sentita triste o infreddolita) e mi sono rimessa a leggere: ed ecco che, al giro di boa delle trenta pagine, mi attendevano i due cadaverini carbonizzati. Maccheccavolo, va’. Sono profondamente offesa.

Sicuramente la mia soglia del terrore è piuttosto bassa – diciamo, paragonabile a quella di un criceto cucciolo – però non è leale far così. Non ne capisco neanche il senso, di certe scivolate nel truculento. Astraendo da questo libro che non ho ancora terminato, per quale motivo molti autori prediligono il particolare orrendo, che tocca lo stomaco invece che il cuore o il cervello? E perché è così, purtroppo, anche nella normale conversazione tra conoscenti? Perché sembra necessario avvalorare le proprie opinioni con oscene descrizioni? La mia pietas per una persona morta non è accresciuta dal racconto delle tristi circostanze della sua dipartita. La mia indignazione per un gesto feroce non aumenterà conoscendo tutti i mostruosi particolari del suo svolgimento. Non è l’immonda immagine che mi fa paura: sono le motivazioni che l’hanno causata, che mi atterriscono. Non ho bisogno di dettagli. Quando in un libro mi imbatto in una scena cruda, mi chiedo che senso abbia; vuole colpire, ferire, istruire? L’autore ghignava, mentre la scriveva, o aggrottava le sopracciglia in preda al fastidio? In Gomorra, che peraltro amo, era necessaria la raccapricciante descrizione di una tortura di gruppo? Qual era la reale intenzione dell’autore? Mostrare la ferocia del sistema, o far rivoltare lo stomaco con una scena forte e abbastanza inutile, con lo stesso assurdo piacere con cui mia zia, quando ero bambina, mi raccontava istruttive storie a base di persone vittime di incendi ed esplosioni?
Forse è vero, sono troppo delicata, una specie di fanciulletta del seicento dalla svenimento (figurato) facile; forse mi precludo molti libri e film belli per paura di avere paura. Però per favore, smettetela: non abbiamo bisogno di stringere i denti e sospirare per il ribrezzo, per capire. Abbiate un po’ più di fiducia in noi lettori, plis.

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Dolceamaro e multiforme come il silenzio

Potrebbe essere l’ultimo libro sul tagliere, questo. Mi sembra di non aver mai avuto molto da dire, e oggi meno del solito. Non ho riflessioni da condividere, idee brillanti da raccontare e commentare; non ho stimoli da perseguire, notizie da stigmatizzare, polemiche da rinfocolare. Oggi c’è solo silenzio, ma non quello lieve e sudato delle passeggiate col semi-labrador, né quello concentrato ed elettrico di quando cerco le parole per scrivere un pensiero e a un tratto sono lì, come non le riuscivo a immaginare, già sulla carta senza passare da lingua occhi cervello. Non è il silenzio scuro soffice e rassicurante della notte d’estate, né quello nero fondo e gelido dell’inverno, non è quello fremente di prima-di-una-buona-notizia né quello spesso e pungente imposto in ufficio, devo scrivere un comunicato e quindi zitte, chiaro?, non è quello attento e scappa-risata da biblioteca né quello fremente e spumeggiante di quando si sta piegati dietro un divano prima di urlare buon compleanno. È un silenzio diverso, quello di oggi, è il silenzio malsano e urticante di quando si sente di non riuscire a parlare, non avere più niente da dire, o motivi per dirlo, o persone a cui dirlo. Il silenzio da mancanza di volontà e coraggio, il silenzio dei troppi ‘non vai bene’, quando a furia di sentirlo dire finisci per crederci. Il silenzio di quando non puoi più sbagliare, tre strike e sei fuori e ormai ne hai fatti mille; il silenzio di quando non vuoi neanche più provare a sbagliare, perché sai che non troverai la risposta giusta tra mille errori. Il silenzio di quando hai provato a spiegare e capire, a convincere senza forzare, a mostrare senza aggredire e ti accorgi che tanto non è servito a niente. Il silenzio di quando parlare non ha più senso, di quando le ultime mille parole sono state solo ho sbagliato, lo so, è colpa mia ma non sapevo fare altro. Perché davvero, a tutti i livelli, non so fare altro. Il silenzio delle risposte che non arrivano, delle parole negate, dei sorrisi trepidanti piegati e rimessi in tasca. Delle mail senza risposta, del lavoro a vuoto, degli sguardi da è-colpa-tua, dello sbattersi senza risultato. Dell’incertezza, dell’indecisione, dell’insicurezza, del come vuoi tu, del non prendere posizioni per paura di sbilanciarsi; del tornare a casa e dire ho sbagliato tutto, sempre, ogni giorno. Il silenzio. Non si può scrivere in silenzio.
Per ora sto leggendo un libro, uno di quelli pescati una domenica mattina in una edicola-cartoleria piena di pupazzi di Spank; è Underground di Haruki Murakami, il resoconto delle interviste fatte, a distanza di un anno, alle vittime dell’attentato al sarin nella metropolitana di Tokyo, nel 1995. La cosa che si nota di più è il silenzio, compatto e come di plexiglass, che li ha investiti e soffocati: impiegati che, seduti sui seggiolini della metro, vedevano scivolare al suolo altre persone e rimanevano muti, senza batter ciglio; persone che hanno percorso corridoi e scale mobili, attraversato vicoli e svoltato angoli senza quasi vederci, scossi dai conati, tremanti, ma che sono arrivati, senza una parola, sul posto di lavoro. Non hanno bloccato i treni, non hanno chiesto aiuto, non hanno avvertito del malessere. Avevano un forte senso del dovere, commenta Murakami. Sono stati uccisi, oltre che dal gas venefico e dalla folle mania religiosa di pochi individui, dall’abitudine al silenzio.

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