Ho visto anche degli zingari felici.

In questi giorni, un disgustoso video sta rimbalzando in rete; due donne rom, sorprese a rubare rifiuti fuori da un supermercato, sono braccate e rinchiuse in una gabbia metallica da alcuni solerti lavoranti del negozio. Mentre gridano terrorizzate, sono derise e sbeffeggiate dai giovinastri che, fieri delle loro gesta, si filmano compiaciuti. Nell’ordinario squallore della vicenda, molti si sono detti sconvolti, oltre che dal comportamento osceno e chiaramente illegale degli sceriffi-fai-da-te, dai commenti inneggianti alla violenza di una pletora di leoni da tastiera che, indignati dell’affronto subito – come si permettono queste donne straniere di rubare in un supermercato italiano? – invocano per le due malcapitate, nell’ordine, lo stupro, il rogo, la morte violenta, il lavaggio con liquidi fisiologici fino alla restituzione di un colorito ariano, il respingimento rapido e indiscusso “a casa loro”, quale che sia. Ecco, a me questi comportamenti non fanno impressione, non li noto neanche più: sono la propaggine malsana di un branco di individui che vedo così distanti da me, così lontani e alieni, da non poter essere annoverati neanche nel genere umano. Sono quegli stessi che disprezzano e vituperano Bebe Vio, che scrivono oscenità ai danni della Boldrini, che utilizzano la propria rozza fantasia augurando a Selvaggia Lucarelli di essere violentata da un bonobo. Neanche il fatto che, in questo purulento ammasso di voci, si distingua quella del segretario di un partito politico, per me, fa notizia: è poco più del latrato di un cane alla catena. Mi danno più da pensare, invece, i commenti di persone come me, persone che potrei incontrare sulla mia strada: persone che, con toni civili, affermano che no, non è stato giusto rinchiudere delle donne in una gabbia per sentirne le urla di terrore, però: però stavano delinquendo, però gli zingari rubano, però, quindi, ecco, un po’ se la sono cercata. Però. È quel “però” che mi spaventa: quello di decine di persone che credono che la persona rom sia costituzionalmente portata a rubare, così come credono che la donna transessuale sia costituzionalmente portata a prostituirsi. Quelli che non vedono le circostanze, che non notano che una persona rom non ha accesso al mondo del lavoro come un italiano, che non notano il pregiudizio che ammanta, da sempre, i gruppi nomadi che hanno percorso, negli anni, l’Europa. Quelli che non si sentono di giustificare il turpe gesto di terrorizzare due donne dell’età delle loro madri, ma che pensano che avrebbero potuto, comunque, restarsene “a casa propria”, nei propri campi-ghetto, magari circondati da un muro, fuori dallo sguardo della gente perbene. Quelli che pensano che i rom siano ricchissimi e blaterano di auto di lusso e antenne paraboliche: quelli che stringono più forte la tracolla della borsa, quando un accattono rom passo loro accanto, perché sono già convinti che verranno scippati. Mi fanno paura loro: perché non vorrei, un giorno, diventare così.

Sto attraversando il periodo della mia vita più povero di letture: nessun libro mi intriga, nessuno mi soddisfa; per fortuna ho incontrato sulla mia strada L’arminuta di Donatella di Pietrantonio, ed è stata una boccata di aria fresca: molto bella la trama, molto interessante la riflessione sul sentirsi altro rispetto a chi ci circonda, molto intenso il misto di dialetto abruzzese e italiano. Un bel romanzo, come non ne leggevo da (troppo) tempo.

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