Open.

Ci sono libri con cui è amore a prima vista: li adocchi lì, sullo scaffale del supermercato, incastrati tra una confezione da tre barattoli di pelati e un pacco di farina ai cinque cereali, e subito noti il loro sguardo timido e ammiccante, quel certo non so che tra foto di copertina e titolo e numero di pagine e autore che ti fa allungare con sicurezza la mano, accomodare il nuovo amico sul seggiolino pieghevole del carrello e correre a casa in preda all’urgenza di leggere almeno qualche capitolo prima di cena. Poi ci sono i libri con cui non scatta nulla: li vedi spiaggiati accanto alla cassa dell’edicola-cartoleria, o tronfi e svettanti nella vetrina della libreria in centro, e pensi dentro di te no, uff, non fa per me, e porti via l’ennesimo giallo di Agatha Christie fresco di ristampa. Ecco, con questi libri qui, quelli non-da-amore-a-prima-vista, a volte nascono le storie migliori: quelle più meditate, più serie, più lunghe. Gomorra ha avuto questo destino: pensavo non fosse una storia adatta a me, temevo noia e raccapriccio e fastidio; poi l’ho sfogliato e mi sono innamorata: di Roberto Saviano, del suo modo di studiare e pensare e scrivere e vivere. Recentemente, qualcosa di simile è scattato tra me e Open di Andre Agassi; avevo visto moltissime volte il libro, e avevo sempre distolto lo sguardo dagli occhi acquosi da basset-hound in copertina. Lo avevo già giudicato, prima ancora di sfogliarlo: ero convinta che fosse un lungo e interminabile autoincensamento, preceduto da un piagnisteo sulla triste infanzia rovinata dal padre ossessivo. Poi, in una pausa di lettura, decisa a rompere la sequela di gialli, ché ormai il morto dell’uno me lo ritrovo tra i piedi dell’investigatore dell’altro, ho iniziato una cernita tra gli ebook annidati nel mio pc: ed ecco Open, regalo – insieme a molti altri – della Mate. Ho alzato le spalle, trasferito il testo sul kindle e mi sono accinta a leggerlo; non senza essermi promessa che se non mi piace lo mollo e basta. E invece, accidenti, che bel libro! Dolce, intenso, delicato, pieno di ritmo. Mi è piaciuto un sacco, a cominciare dal capitolo iniziale, Fine, in cui Agassi racconta un match fondamentale per la sua carriera, quello dal 2006 contro Marcos Baghdatis: e io quella partita la avevo vista, e me la ricordo, ed è stato stupendo leggere impressioni e commenti di chi la giocava: impressioni e commenti che mai, mai, avrei immaginato. Ecco, Open è tutto così: una catena di partite e tornei, di giorni lontano da casa e traversate oceaniche, un rosario di insoddisfazione e risentimento, amore e nostalgia, tenerezza e rabbia e terrore e disprezzo. Un libro potente, avvincente, davvero da leggere: una storia d’amore iniziata per caso e per questo ancor più sconvolgente. Ho sofferto con Agassi, ho stretto i denti quando era in difficoltà, ho pianto (davvero, eh) quando ha nominato il suo parrucchino, la sua paura di fallire, il suo sentirsi finito, incompreso, solo, umiliato, inutile. Ho sorriso per le sue soddisfazioni, e soprattutto ho scoperto dettagli sul tennis che non avrei conosciuto mai: e io, che amo il tennis e per anni ho tentato di non perdermi un match in tv, gli sono stata grata di avermi fatto conoscere Sampras, Connors, Chang e Nastase molto più di quanto avrei mai potuto fare.
È un gran bel libro, Open: per chi ama il tennis, ma anche per chi non ha idea di cosa sia un lob, né un ace, né un passante, né una volée di rovescio. E dire che Agassi non è mai stato il mio tennista preferito, anzi.
Nel suo libro, Agassi racconta di essere un fanatico del cibo da fast-food: e io, che lo capisco molto bene e ho sviluppato una dipendenza patologica da Mc Donald’s, mi sforzo di resistere; al limite, preparo in casa la mia versione del panino col pollo: cotoletta di pollo croccante, patatine fritte, una fetta di pane spalmata con ketchup, l’altra con maionese; e al bando i sensi di colpa, su!

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Delle librerie, dei libri al supermarket, degli ordini online.

 

Come è ovvio – per temperamento, lavoro e abitudine -, sono una lettrice accanita; va da sé che io sia anche una compratrice-di-libri compulsiva. Fino a un mese fa, la consueta passeggiata domenicale finiva necessariamente con una capatina in una edicola-libreria a cui lasciavo il mio obolo settimanale. Con protervia e tenacia, un volume ogni domenica, ho messo da parte una quantità tale di romanzi e raccolte di racconti, acquistati per i motivi più disparati – era in sconto, aveva una copertina simpatica, non sembrava spaventoso, ho sentito dir bene dell’autore, ho sentito dir male dell’autore, non ho mai sentito dire nulla dell’autore – che, leggendo alla mia consueta velocità di crociera, impiegherei circa tre anni a farli fuori tutti. Tentare di auto-impormi un calmiere non ha sortito alcun risultato: la prima e unica visita alla libreria che sorge, come una cattedrale nel deserto, nell’amena località in cui mi trovo in villeggiatura (il tono ironico è voluto), mi ha causato un violento rigurgito di senso di colpa; il bottino di due ore di permanenza in quel luogo di perdizione parla chiaro: un regalo – ancora non affidato alla legittima proprietaria, ma questi sono dettagli -, un romanzo bruttino comprato su suggerimento del libraio, un altro (non meno bruttino del primo, e dello stesso autore) ricevuto in dono dal libraio medesimo, e una raccolta di racconti, del libraio di cui sopra, che ancora non ho avuto il tempo di leggere. Sono molto lontana dal giorno in cui, con calma olimpica, riuscirò ad entrare in un negozio di libri solo per guardare. La sindrome da se non lo prendo ora non lo troverò mai più, strascico dell’infausto momento in cui volevo leggere Gomorra e sembrava che in città non ne rimanesse più neanche una copia, mi spinge a portare alla cassa tutti i volumi che possano lontanamente rientrare nel mio campo di interessi: non volesse mai il cielo che, il giorno che sentirò la necessità impellente di sfogliare Le nozze di Cadmo e Armonia, non ne riuscissi a recuperare una copia. La cura, all’apparenza semplice – non mettere più piede in una libreria, né in un’edicola o simili, per almeno qualche mese -, è inficiata dalla diabolica abitudine moderna di vendere libri al supermercato. Dato che nutrirsi è obbligatorio, e che Ife e Mosca hanno bisogno di scatolette e acqua e gallette di riso e carote, la lotta contro la tentazione, appena varcata la soglia scorrevole, di correre, carrello alla mano, al reparto scuola-ufficio-editoria, diventa una costante delle mie giornate. Per fortuna che al discount non vendono libri.
Rimanere chiusi in casa, a conti fatti, sembrerebbe l’unica scelta sensata per uscire dal tunnel dell’acquisto compulsivo; ma anche questo stratagemma ha il suo punto debole: le compere online. Subdolo e astuto, il negozio online ammicca e sorride, ti strizza l’occhio e ti evita la fatica di chiedere ai commessi dove trovare quel particolare romanzo e di trascinare volumi pesanti alla cassa; ti blandisce promettendo sconti e consegne a domicilio, e finisce per farti arrivare a casa un pacco di dimensioni allarmanti, che nasconde all’interno l’opera omnia di Maurizio De Giovanni, Joseph Hansen e Lisa Gardner. Era meglio andare in libreria, va’.

In un periodo complicato e in cui i minuti sono contati, la ricetta di un dolce semplice e consolante ci vuole: e allora, con le ultime pesche gialle, preparate un bel clafoutis. In una teglia imburrata e inzuccherata sistemate mezzo chilo di pesche mature tagliate a fettine sottili. Versate sopra una pastella preparata con tre uova, 50 grammi di zucchero, un quarto di litro di latte e 90 grammi di farina bianca. Dovrebbe cuocere una quarantina di minuti in forno a 180°, ma controllate bene in modo che non si bruci. Cospargendo la superficie con zucchero semolato e ponendo la torta sotto il grill, il dolce si caramellerà in maniera deliziosa. Provare per credere.

 

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Mi piacerebbe sapere.

 

Sto centellinando con sapiente lentezza le ultime pagine di ZeroZeroZero di Roberto Saviano, e già mi manca. L’ho atteso fremente per sette anni, da quando, riluttante e già rassegnata alla noia, mi sono lasciata convincere a leggere Gomorra e l’ho trovato straordinariamente bello. Provata dall’esperienza – Gomorra, quando finalmente avevo iniziato a cercarlo, si era dimostrato introvabile; l’ultima copia della città giaceva tra pomodori verdi e fragole coltivate in serra nel banco frigo del super all’altro capo della città – ho deciso di trotterellare, banconota da venti euro in pugno e senza il semi-labrador convalescente, fino alla cartolibreria del quartiere, il cui proprietario mi attendeva scuotendo la testa mestamente al grido di no signorina, ancora non è sbarcato in Sicilia, se ne parla lunedì. Aveva torto: domenica mattina, accorsa in una libreria spocchiosa del centro per una presentazione, sono rimasta accecata dalla visione: nero, lucido e fiammante, sistemato in simpatiche pilette accanto alla cassa, ZeroZeroZero c’era. Afferrato, pagato e ficcato in borsa con un unico fluido gesto, l’ho iniziato nel pomeriggio, e ci sono volute quasi due settimane a mandarlo giù. Sto ancora raccogliendo le briciole dell’ultimo capitolo, e mai commento fu più a caldo. ZeroZeroZero è un bellissimo libro, ma non è affatto un libro facile. Saviano sceglie di accogliere i lettori con un capitolo atroce, cruento, sgradevole ai limiti del disgusto. Racconta di animali morti, di bestiole agonizzanti, e snocciola una scena di tortura ributtante. A me, che ero rimasta affascinata dalla deliziosa descrizione del porto di Napoli con cui si apre Gomorra, ha fatto l’effetto di una pedata in faccia. Ho scagliato via il libro con violenza, spaventando il semi-labrador accucciato accanto a me, poi l’ho recuperato – il libro, non il cane, che non si era mosso dalla brandina – e letto con attenzione. È un testo faticoso, e lungo, e complesso. È un’analisi puntigliosa e scrupolosissima di tutto quello che gira intorno alla cocaina, della sostanza in sé, del suo indotto, del mercato, del consumo. Da chi la produce a chi la vende a chi ne fa uso Saviano non dimentica nessuno: scruta ed esamina, cerca di porsi domande e di trovare risposte. Conduce il lettore in una sorta di involuta, complessa paranoia: quell’uomo agitato alla guida del camion avrà sniffato coca? E il figlio dei vicini, quello che non saluta mai quando lo incontri in portineria? E quel signore in aereo che si agitava senza tregua era infastidito dai vuoti d’aria, o aveva lo stomaco pieno di ovuli e temeva che il rivestimento di uno cedesse?
ZeroZeroZero è meno scorrevole di Gomorra, meno alato, meno affascinante: ha pochi momenti di descrizione piana
, pochi inserti narrativi, è molto poco autobiografico, o semplicemente lo è in maniera meno dolente e tormentata, più fredda e arrabbiata, forse. E contiene, come uno scrigno, un capitolo dolcissimo e delicato, in cui Saviano si pone una domanda che anche io, da anni, non smetto di farmi: perché mi odiano tanto? Già, perché, a Napoli e fuori, ci sono tanti detrattori di quello che è uno scrittore dalla penna molto felice, con uno stile che ricorda il Sofri meno barocco, un giornalista scrupoloso e attento, uno degli ultimi capaci di svolgere inchieste vere, anche al prezzo della propria libertà personale? L’odio del sistema della camorra lo posso capire, il fastidio del resto dei comuni cittadini d’Italia no: e non citatemi, vi prego, le solite menate su Israele e Palestina, ché per favore, diciamo la verità, non è un argomento sensibile se non, forse, per il 10% di voi. E allora? Davvero, non ci arrivo.
Ricetta di questa settimana? Qualcosa di napole
tano, ovviamente; allora, le pizze fritte, semplicissime e ottime. Pasta di pane – si può fare in casa, ma è molto più semplice prenderla al panificio – modellata in piccoli dischi sottili, del diametro di 5 centimetri, fritta in olio profondo e condita, ancora calda, con sugo di pomodoro e formaggio grattugiato, meglio se un buon provolone gustoso. Da mangiare bollenti!

 

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Quello che (non) ho

Lunedì Roberto Saviano torna in tv. Sono davvero molto contenta – saltello sulle punte e batto le mani metre il semi-labrador mi guarda con fastidio, perso nella sua caccia alla cagnolina-in-calore che gli toglie il sonno: mi piace un bel po’, Saviano, mi piace il suo modo imbarazzato e fuori-posto di stare davanti alla telecamera, mi piace come oscilla e barcolla e si agita ed esce fuori quadro, mi piace quando sembra cercare parole e non trovarle e un attimo prima che io mi disperi le snocciola con delicata sicurezza, con calma venata di strizza da scampato pericolo. Mi piace quando si gratta la zucca, quando guarda dritto attraverso lo schermo, mi piacciono i pantaloni beige o ocra che indossa, mi piacciono le sue parole, le sue idee, la sua precisione, lo studio meticoloso degli argomenti. Mi ricorda un po’ Sofri, nel modo di scrivere, la ricerca esasperata della parola giusta che in Adriano sembra venire da sé, senza fatica o applicazione o lavoro, mentre in Saviano sembra costare sempre un po’ di più, una goccia di sudore, una manciata di secondi di terrore. Mi piace la sua cadenza e l’umiltà genuina con cui ha detto che no, se avesse saputo a cosa andava incontro non avrebbe certo scritto Gomorra, scherziamo. Mi piace la rabbia nel non voler essere vittima, nel non farsi issare su un altare, nel rifiutarsi di diventare un martire. Qualche giorno fa ho avuto modo di parlare con Giorgio Di Vita, uno scrittore, un uomo squisito e un compagno di Peppino Impastato a Radio Aut. Ho ingollato con stupore e piacere ogni sua parola, ma sono rimasta molto perplessa quando ha detto che, per lui, Peppino poteva essere paragonato a Gesù. Una similitudine tirata all’estremo, chiaro, ma, secondo me, anche poco reale: ché non sono convinta che Impastato abbia mai pensato che la sua vita sarebbe stata sacrificata per un bene più grande. Non che reputi Impastato un imprudente, ma immagino che in lui ci fosse quella scintilla di non succederà niente, me la caverò che si legge in ogni riga del Diario in Bolivia: quella che tiene in piedi ogni rivoluzionario, e non ne fa un dio a cui consacrarsi ma un esempio concreto, vivo.
So molto poco del programma che Saviano condurrà lunedì, martedì e mercoledì: solo che ci sarà quel re del buonismo che è Fazio, che sarà su La7 e che si parlerà di parole; nello specifico, di una parola che, per ognuno di noi, ha un significato speciale. Ho provato a pensarci, allora: qual è la mia parola? Ecco, forse è guinzaglio. Quando il semi-labrador è venuto ad abitare sui piedi del mio letto era un cucciolo nero malmesso e mordacchioso. Aveva una ferita sulla testa, zampette storte e una moltitudine di vermi a rosicchiargli l’intestino. Alla notizia del suo imminente arrivo ero andata in un negozio di articoli per quattrozampe e avevo messo insieme un corredo invidiabile: ciotole di plastica, una cuccia morbida con disegni di zampette bianche e blu che non ha mai usato e che è stata subito relegata a cesta dei giochi, cuscini, una lilli disney in gomma, palline ossi giocattoli di corda di svariate fogge e modelli e colori e consistenze. E poi un collare rosso con medaglietta e uno splendido guinzaglio con cui sognavo di portarlo a fare lunghe passeggiate. In realtà, sono passate intere settimane prima che lo potessi portare fuori per la prima volta: doveva essere sverminato e fare una lunga cura antibiotica prima di procedere ai vaccini. Pensavo che non avrei mai avuto occasione di usare il guinzaglio, che non avremmo mai fatto il giro del quartiere insieme, con passo regale e ben cadenzato. Molti giorni (e molte pipì nella cassetta con la lettiera) dopo siamo riusciti ad uscire, e ho avuto modo di scoprire che, tra le innumerevoli abilità della piccola peste, non era contemplata quella di camminare al passo. Il guinzaglio è diventato il suo modo di portarmi fuori, trascinandomi tra siepi di oleandro e cespugli di rosa canina, facendomi dare capocciate ai rami bassi del falso pepe e facendomi planare con leggiadria addosso ai proprietari delle cagnoline con cui aveva deciso di fidanzarsi. Col tempo, ho scoperto anche che quel guinzaglio, con moschettone standard, non era sufficiente per trattenerlo: dopo essermi trovata con l’inutile oggetto in mano e lui a due metri da me che mi guardava perplesso ho dedotto che be’, ecco, un moschettone da rocciatore con tenuta 80 kg non sarebbe stato eccessivo. Il guinzaglio è la mia mano che, come quella di un adulto responsabile, stringe la sua di bambino irrequieto; è il mio strumento per portarlo fuori, per correre al suo fianco, per vedere la sua espressione felice, per garantire la sua sicurezza, per non farlo andare troppo lontano da me. Per questo ogni sera, prima di andare a letto, l’ultima cosa che faccio è controllare il guinzaglio: perché il giorno dopo sia pronto per lui.
E la vostra parola del cuore, qual è?

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Ma chi è che dissemina di cadaveri carbonizzati i miei libri?

Ci risiamo: comincio a leggere un romanzo che sembra perfettamente normale, trama personaggi contenuti stile morale che rientrano nei miei personali canoni di leggibilità e di non-paura, e all’improvviso salta fuori un cadavere arso, un uomo torturato, una famiglia deportata; ma insomma, lo fate apposta? L’ultimo sussulto seguito da moto di disgusto è stato causato da La porta di Magda Szabò, libro che avevo comprato perché invogliata dai forza forza leggilo di persone che stimo e anche perché era in sconto, e io ero alla Feltrinelli e mi sentivo triste e c’era freddo – motivi sufficienti, per me, per comprare un libro, se non due o più. L’ho preso in mano un po’ di tempo fa ma, causa improvvido abbinamento con L’arte di correre di Murakami, dolce tenero appassionante e incentrato su un tema che amo, quello della maratona amatoriale, la lettura aveva assunto il ritmo lento e sonnacchioso di una passeggiata da domenica mattina d’autunno; ingoiato l’ultimo boccone di Murakami (e anche un po’ di lacrime, ché se non altro, fino alla fine non ho camminato è una frase stupenda), ho recuperato frau Szabò (schiacciata dai sette-otto libri che ho comprato nel frattempo, tutte le volte che mi sono sentita triste o infreddolita) e mi sono rimessa a leggere: ed ecco che, al giro di boa delle trenta pagine, mi attendevano i due cadaverini carbonizzati. Maccheccavolo, va’. Sono profondamente offesa.

Sicuramente la mia soglia del terrore è piuttosto bassa – diciamo, paragonabile a quella di un criceto cucciolo – però non è leale far così. Non ne capisco neanche il senso, di certe scivolate nel truculento. Astraendo da questo libro che non ho ancora terminato, per quale motivo molti autori prediligono il particolare orrendo, che tocca lo stomaco invece che il cuore o il cervello? E perché è così, purtroppo, anche nella normale conversazione tra conoscenti? Perché sembra necessario avvalorare le proprie opinioni con oscene descrizioni? La mia pietas per una persona morta non è accresciuta dal racconto delle tristi circostanze della sua dipartita. La mia indignazione per un gesto feroce non aumenterà conoscendo tutti i mostruosi particolari del suo svolgimento. Non è l’immonda immagine che mi fa paura: sono le motivazioni che l’hanno causata, che mi atterriscono. Non ho bisogno di dettagli. Quando in un libro mi imbatto in una scena cruda, mi chiedo che senso abbia; vuole colpire, ferire, istruire? L’autore ghignava, mentre la scriveva, o aggrottava le sopracciglia in preda al fastidio? In Gomorra, che peraltro amo, era necessaria la raccapricciante descrizione di una tortura di gruppo? Qual era la reale intenzione dell’autore? Mostrare la ferocia del sistema, o far rivoltare lo stomaco con una scena forte e abbastanza inutile, con lo stesso assurdo piacere con cui mia zia, quando ero bambina, mi raccontava istruttive storie a base di persone vittime di incendi ed esplosioni?
Forse è vero, sono troppo delicata, una specie di fanciulletta del seicento dalla svenimento (figurato) facile; forse mi precludo molti libri e film belli per paura di avere paura. Però per favore, smettetela: non abbiamo bisogno di stringere i denti e sospirare per il ribrezzo, per capire. Abbiate un po’ più di fiducia in noi lettori, plis.

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Letteratura & pomodori pelati

Continuo a ricadere nella trappola dei libri-da-supermercato. Vado settimanalmente a fare la spesa, con una lista dettagliata compilata con cura che so che rispetterò solo in parte, un elenco di biscotti per cani alle carote e doppio aroma manzo, latte scremato-ma-non-troppo, yogurt al gusto di frutti di cui non conosco la forma, maracuja passion fruit lychee, barrette ipocaloriche di riso al cacao magro che sgranocchio la mattina lamentandomi del fatto che non regalino neanche una parvenza di sazietà, e so già che inciamperò accidentalmente nello scaffale dei libri, fingerò di tirare dritto con aria indifferente, prenderò uno-due volumi in mano per valutare se e quanto mi interessano, li farò scivolare furtivamente nel carrello, mi allontanerò con espressione cinquanta per cento afflitta-cinquanta per cento soddisfatta tentando di convincermi che almeno ho risparmiato, ché sui libri del supermercato c’è lo sconto. Fino ad ora, almeno, da settembre non so.

Tra scatole di pelati in offerta e pacchi di pasta a forma di topolino aeroplano macchinina pallone da calcio ho trovato romanzi che mi sono piaciuti molto: decine di gialli di Agatha Christie, ristampati con copertine quasi-uguali e un formato comodo da leggere a letto, su un fianco e col volumetto squadernato tra cuscino e piumone; e poi Gomorra, dopo Natale introvabile nelle librerie ma ancora fieramente presente al freddo secco calcolato del super, ad inalberare le sue lame rosa tra merendine e marmellate. Ho comprato romanzi di Camilleri aspettando con pazienza che dai banconi di cartolerie e maxi edicole passassero alla proletaria postazione da grande distribu-zione, tra scaffali metallici plasticosi e ricettari di cucina siciliana stampati su brutta carta begiolina. Gli ultimi due acquisti da super sono stati Una storia semplice di Sciascia, di cui ho visto il film e che ho pescato da un mucchio di libri Adelphi sulle cui copertine campeggiava un quadretto verde adesivo con la scritta -40%, e Leielui di Andrea De Carlo, libro che avevo giurato solennemente di non comprare (mano sul cuore, sguardo fiero, semi-labrador sull’attenti): da appassionata di De Carlo, lettrice accanita e metodica, avevo notato un calo progressivo, culminato nell’atroce inutilità, banalità, monotonia e presunzione di Giro di vento, Mare delle verità e Durante, e, offesa e umiliata, avevo deciso di abbandonare la partita. Ho resistito a mesi di richiami da sirene, volumi spiaggiati accanto alla cassa dell’edicola vicino casa, poggiati di taglio tra La settimana enigmistica e l’Espresso, mollati pancia in su su tavoli e banchi di Feltrinelli e Mondadori varie, per poi crollare al richiamo dello scaffale del supermercato e della scritta 50% in inchiostro nero su giallo evidenziatore. Ho posato il volumotto goffo sul seggiolino porta-bambini del carrello, l’ho messo sul nastro semovente della cassa e poi in una busta riciclabile bianco-brutta. Ancora non l’ho letto, ma crollerò.

Tra le cose belle del giorno della spesa, c’è il lasciarsi convincere da offerte e posizioni strategiche a comprare qualcosa di pronto da mangiare; tra focacce alle olive e pane di paese già tagliato e incellophanato, formaggi dolci molli stagionati aromatizzati ai pistacchi e alle erbette, pomodori secchi e carciofini sottolio c’è di che imbastire una cena senza mettersi ai fornelli. Anche queste sono soddisfazioni.

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Libri da giorno/libri da notte

Sono sempre stata una fiera sostenitrice della promiscuità nella lettura. Penso che i libri diano il meglio di sé soprattutto se associati, abbinati o addirittura raggruppati in una tripletta, tre volumi che si alternano nella giornata fino a formare il giusto impasto di voci e storie, di punti di vista e linguaggi e sensazioni. Il bisogno di mixare testi diversi è per me naturale, logico, scontato: ci sono libri che si possono leggere di giorno, e altri che, decisamente, sono da notte. Ben pochi, e non necessariamente i miei preferiti, sono quelli che sfoglierei a qualsiasi ora, in qualunque situazione, in maniera assoluta e totalizzante: per gli altri, ho bisogno solo di individuare l’accostamento perfetto.

Ci sono libri che, fisiologicamente, sono da notte: sfido chiunque a sfogliare a mezzogiorno i gialli di Agatha Christie. Ne ho letti moltissimi, ma quasi sempre dopo le 23 – anzi, credo che l’unico che ad aver superato la prova della luce solare sia stato quel Miss Marple nei caraibi che mi ha tenuto compagnia, in treno, tra un paese e l’altro delle Cinque Terre. Gli altri hanno sempre trovato posto sul pavimento, tra il mio letto e la brandina del semi-labrador: libri da notte, non c’è altro modo per definirli. Anche i romanzi di Natalia Ginzburg, per me, sono sempre stati da notte, come quelli di Alicia Giménez-Bartlett: due delle mie scrittrici preferite, senza dubbio, ma che penso di non aver mai letto in auto o alla spiaggia o mentre mi asciugo i capelli.

La parte più gradevole dell’inizio di un nuovo libro, per me, è la scelta di quello che dividerà il tempo con lui; potrà essere un abbinamento per prossimità, per simiglianza, per comunanza di stile e di intenti, o per opposizione, antitesi, contrasto. Due libri che si sono potenziati a vicenda, per me, sono stati Gomorra e A sangue freddo; la violenza, la sopraffazione, lo studio minuzioso della banalità del male sviscerati da due uomini vicini nella capacità di scrivere con dolce, pacata, scrupolosa aderenza alla realtà. Un altro abbinamento riuscito, anche se piuttosto scontato, è stato quello tra Il buio oltre la siepe e i racconti di Truman Capote, mentre Allegro occidentale di Francesco Piccolo ha rischiarato la gelida, dolente prosa di È stato così.
Certo, non è semplice imbroccare l’accostamento giusto: I
fratelli Karamàzov, ad esempio, sono stati stroncati, oltre che dalla propria intrinseca brutale noia, dall’abbinamento con Survivor di Palahniuk, un romanzo magnetico, intenso, che ha negato loro spazio e attenzione. Rischio corso anche da Non avevo capito niente di Diego De Silva, a cui l’associazione con Il Vangelo secondo Gesù Cristo non ha giovato: linguaggi, contenuti, ritmi che non potevano collimare.

Anche in cucina esistono abbinamenti più o meno ovvi, come fragole e panna o pollo e mandorle, e altri sulla cui riuscita scommetterebbero in pochi; uno per tutti è il maiale al latte, uno dei gusti della mia infanzia. Un tocco di maiale, quello del ragù, per intenderci, fatto cuocere con un letto di cipolle, una cucchiaiata di burro e coperto di latte. A cottura ultimata va tolto e scaloppato, mentre il sugo si restringe fino a colorarsi di ocra; ci vorranno almeno tre ore, ma provate a condire i bucatini con questa salsa: sono deliziosi.

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Regalare/regalarsi

Mi piace che mi si regalino libri. Volumi usati, amati, sfogliati, squadernati e poi impacchettati o semplicemente consegnati dicendo è per te, o romanzi scelti in libreria guardando la copertina e il titolo e la bandella e il retro, pescati con due dita da uno scaffale o cercati con cura e frenesia e ansia crescente, non c’è, com’è possibile, e poi richiesti al commesso, compitando il nome con un po’ di imbarazzo, guardi, si scrive P-a-l-a-h-n-i-u-k, sì, con la h prima della n, grazie.
Mi piace regalare libri, libri che ho letto e mi sono piaciuti, o che non mi sono piaciuti ma suppongo piaceranno all’altra persona, o che non ho letto ma vorrei leggere, o che non leggerò perché già so che non mi piacerebbero e probabilmente mi farebbero paura però forse a un’altra persona no e quindi.

Ho regalato libri per i motivi più vari, perché mi andava e perché non pensavo ci fossero altre opzioni, per mandare un messaggio o per farmi vedere o per celarmi, a volte; ho regalato Gomorra a una persona piena di risposte, perché provasse, con la giusta fatica, a porsi delle domande. L’ho regalato, Gomorra, a molte altre persone, perché ne godessero come me, e sorridessero annuendo con la testa e mi mandassero un messaggino per dire è davvero bello. Ho regalato romanzi sciocchi e scanzonati e pieni di colori come parole d’amore, e libri di Bennett e Murakami a chi pensava che non esistesse nulla oltre Tolstoj. Ho regalato libri che non sono stati aperti, romanzi come moniti o consigli o coccole, storie che tenessero compagnia dopo un lutto, che facessero passare più in fretta una notte in ospedale, che non facessero dimenticare, lontano da casa, la strada del ritorno. Ho regalato, a un’amica, due volte lo stesso romanzo, ed era Sostiene Pereira e questo spiega tutto, perché è un libro che è un po’ tutto, e perché, nei due momenti in cui gliel’ho regalato, significava parti diverse di quello stesso tutto. Ho regalato libri con amore o rispetto o rabbia, li ho scagliati come pietre o adagiati vergognosamente in un angolo, ma li ho scelti sempre con cura tra mille, con calma e strategia. Ho capito che una persona non-amica-e-neanche-buona-conoscente, una di quelle che si frequentano per diplomazia, non aveva più diritto neanche a quel posto di sbieco nella mia vita quando ha detto che, insomma, abbiamo raccolto un po’ di soldi e quindi basta libri, possiamo fare un regalo davvero bello, ed è uscita con le nostre banconote avvoltolate in tasca per tornare trionfante con un brutto paio di calze a strisce che neanche l’Ape Maja avrebbe indossato senza tentennamenti. Ho rabbrividito di repulsione quando sono stata, recentemente, in libreria a comprare un regalo, e mi è stato proposto di acquistare un buono, per non perdere tempo. Eh no, cavolo, preferisco perdere tempo e sbagliare, fare gaffe e sbattere il muso sul politicamente scorretto, regalare il libro sbagliato al momento sbagliato, ma il buono proprio no, plis.

Mi piace chi regala libri, esattamente come chi cucina per qualcun altro, perché c’è uno strano modo di scoprirsi scegliendo un romanzo o preparando una cena, un modo intimo e dolce e profondo di mostrarsi, di tentare di piacere e fare piacere, di essere-per-gli-altri. Si crea una strana complicità, quando si cucina per qualcuno e si cerca il mix perfetto di quello che piace a noi e quello che immaginiamo, con buona approssimazione, possa piacere all’altro. Per anni, andando da una persona a cui pensavo di voler bene, ho portato una torta che non era niente di particolare ma agli altri sembrava piacesse, ed era piena di mandorle e nocciole e noci e io tenevo sempre in casa una scorta di frutta secca, per l’occasione. Quando scelgo un romanzo, come quando preparo l’impasto per una torta o sminuzzo le mandorle o aspergo lo stampo di farina e zucchero a velo in parti uguali per creare quel gusto caramellato e un po’ sbruciacchioso così goloso, è come se tentassi di nascondere una parte di me per dare spazio all’altro, rendendo ancora più visibile, in quel momento, proprio quello che intendevo celare; è nascondersi e mostrarsi, capire e sbagliare ed empatizzare, e mi piace tanto.

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Per quali motivi, secondo voi, vale la pena vivere?

Ognuno di noi ha passioni sfegatate, amori inspiegabili, attrazioni morbose che agli altri sembrano esagerate, folli, fuori contesto, fuori giri; c’è chi piange per un gol della sua squadra del cuore e ne parla per giorni con gli occhi che brillano, una sassata all’incrocio dei pali, ma ci credi?, e le mani a mimare la traiettoria della sfera nell’aria, c’è chi passa una notte davanti alla saracinesca di un box office per comprare i biglietti per il concerto dei Tazenda e intanto ascolta col walk-mann le canzoni e pregusta il piacere e chi si fionda all’altro capo d’Italia con uno zainetto e un I-pod e la speranza di comprare il primo numero di Sailor Moon. Ognuno di noi è fan di qualcosa, o di qualcuno. Io adoro Roberto Saviano. Impazzisco per lui. Saltello su e giù quando lo vedo in televisione, annuisco vigorosamente con la testa quando leggo un suo articolo, pretendo che chiunque mi stia accanto commenti con toni non meno che entusiastici ogni sua uscita. Mi piace, non ci posso far niente. Mi piace.

Quando è uscito Gomorra avevo preconcetti che me ne impedivano la lettura; guardavo il volumetto con la costina gialla e le lame di coltello rosa in copertina, sugli scaffali del supermercato, tra una pila di lattine di pelati e una di tonno pinne gialle, e pensavo che fosse noioso, un libro che avrei finito per leggere solo come stampa militante, ma a malincuore e storcendo la bocca, ché per me la noia è una delle dannazioni più grandi della vita. Qualche volta l’ho anche preso, Gomorra, l’ho sistemato nel carrello, sul sedile porta-bambini perché la busta con le mozzarelle 3X2 non lo bagnasse, gli ho fatto fare un giro per i corridoi ed ho finito per posarlo di nuovo, scusarmi dicendo che sì, un giorno lo comprerò, ma ora devo recuperare le lattine di manzo e pollo in gelatina per il semi-labrador e quindi. Poi sono stata in vacanza a Caserta, da una cugina che è come una zia ma più simpatica e allegra e piena di empatia, e suo marito mi ha parlato di Saviano e di camorra e di appalti e cemento, e non sembrava più noioso. Anzi. L’ho comprato, alla fine, ed ero di nuovo a Palermo, era il 5 gennaio e in libreria non si trovava più, era stato impacchettato e infiocchettato e regalato per Natale. L’ho cercato al supermercato ed una copia era ancora lì, tra tonno e pelati e spaghetti e paccheri e carta igienica multistrato profumata adatta a tutta la famiglia ed anche ai single, e l’ho letto e me ne sono innamorata. Perché Gomorra non è solo la storia triste e dura di come il sistema abbia metodicamente distrutto la Campania, l’Italia, l’economia della nazione e il senso della legalità e della giustizia, non è solo la cronaca di tutto quello che non si vuole sentire dire, le infiltrazioni camorriste al nord, i rifiuti che avvelenano l’agricoltura e i nostri piatti, i ragazzi la cui massima aspirazione è fare lo spacciatore perché dove non c’è lo Stato il parastato mette radici. Gomorra non è solo questo. È anche accorato e mesto, e soprattutto è scritto da un ragazzo che ama la parola, che ricerca e lima e smussa e cesella ogni termine, che sa che la forza di ogni sua sillaba sta anche nella dolce poesia che inietta in ogni lettera. È stupendo, leggetelo. E vi assicuro, non lo dico solo perché lo adoro, perché mi fa impazzire quando si gratta la zucca e si lecca le labbra e sembra imbarazzato e fuori posto, un ragazzino a cui la professoressa abbia chiesto di leggere il tema davanti alla classe e che ora si vergogna; un uomo che, tra i motivi per cui vale la pena di vivere, mette al primo posto la mozzarella di bufala aversana. Provate ad assaggiarla, tenete in bocca il sapore del fiato di bufala e pensate per cosa, per voi, vale davvero la pena di stare al mondo.

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