Chi ha deciso che non tocca a noi?

La domenica mattina è una delle parti della settimana che preferisco; solitamente la mia bella, dopo aver sbuffato e imprecato sottovoce per la mia lentezza nel prepararmi, mi pungola a fare una passeggiata in centro: camminiamo sottobraccio, sbirciamo qualche vetrina piena di libri, scattiamo foto in cui facciamo le smorfie, ascoltiamo un ragazzo che suona divinamente l’arpa, mangiamo qualcosa. Domenica scorsa, dopo aver zampettato al gelo per più di un’ora, abbiamo scoperto con sgomento che la nostra panineria del cuore era inspiegabilmente chiusa. Armate di ombrello e cappucci ci siamo impegnate ad affrontare un altro quarto d’ora di strada, per rifugiarci in un piccolo locale dove preparano toast gradevoli a prezzi assurdamente alti. Complice la pioggia, sedute sugli sgabelli c’eravamo solo noi. Mentre aspettavamo i nostri toast – gradevoli ma costosi, mi sembra di aver detto – è entrata una signora molto anziana, vestita decentemente, a lutto stretto, e con una borsa in mano. Era agitata, affranta: ci ha chiesto una bottiglietta d’acqua, Nessuno mi aiuta, ho fame, nessuno mi dà niente, mi date qualcosa? Non avremmo mai avuto motivo, né voglia, di negargliela: eravamo in un posto gradevole ma caro, un paio di euro in più non ci costavano molto e lei poteva essere nostra nonna; se chiedeva dei soldi era povera, o mentalmente instabile, o entrambe le cose: avrebbe avuto bisogno anche di un abbraccio, un pranzo completo e qualcuno che si prendesse cura di lei. L’acqua era proprio il minimo sindacale. Ho fatto segno alla ragazza alla cassa, impegnata a ciancicare una gomma, di dare l’acqua alla signora: che le desse anche il resto di due euro, per favore, all’arrivo dei toast avrei pagato io. Gliela ha porta con fastidio e, mentre la vecchietta si allontanava, le ha detto a brutto muso Per oggi non farti vedere più. Alle nostre facce allibite ha risposto Ma questa qua ogni giorno è qui. Abiterà in zona, allora, ho risposto io schiumando, e la mia bella, che oltre che essere bella è molto paziente, come dicevo prima, mi ha stretto con calma un ginocchio per intendere Piantala, non cominciare a litigare, non serve a niente, probabilmente lo ha detto perché gli altri clienti, di solito, si lamentano. Abbiamo mangiato i toast gradevoli ma costosi, siamo andate via: per quel che mi riguarda, non credo ci tornerò più.

Ho raccontato questa storia a un pungo di persone, e molte si sono strette nelle spalle: Che esagerazione, hanno pensato (e a volte detto), mica l’ha cacciata a pedate. Qualcuno mi ha anche risposto Ma non è che si possono dare soldi a tutti, e a me la frase è suonata molto come Non è che possiamo far entrare tutti, motto di quelli che vorrebbero chiudere le frontiere e dire Io sono nato in Italia per miei imprecisati meriti, tu sei nato in un posto sfigato per tuoi specifici demeriti, cavoli tuoi. Quando è che abbiamo iniziato a pensare che non fosse colpa nostra, se una donna che potrebbe essere nostra nonna chiede l’elemosina per strada? Quando abbiamo deciso che sono solo problemi suoi o della sua famiglia? Sarà stato quando abbiamo scelto di delegare la cura dei poveri a un fantomatico “altro”, forse; o quando abbiamo deciso che ancora oggi, nel 2017, il colore della pelle preclude alcuni mestieri: o è una mia impressione, che non ci siano maestri elementari neri, nelle scuole pubbliche? Ogni volta che alziamo le spalle, ogni volta che diciamo Non ho soldi mentre addentiamo un insulso toast da sei euro, ogni volta che cacciamo con malagrazia un venditore di rose, che ci scrolliamo dal finestrino il questuante senza neanche dirgli una parola, penso che una parte della nostra umanità vada in malora. Può anche essere vero che non si possono dare soldi, ogni giorno, a tutti (ma davvero lo è?): ma si possono dare parole, ascolto, un sorriso; si possono segnalare le situazioni a rischio a chi se ne occupa, si può anche solo dare un abbraccio. Cosa ci può succedere di male? Potremmo anche trovare un nuovo Ife sulla nostra strada.

Il toast incriminato era ripieno di prosciutto crudo, ricotta e fichi: gradevole l’idea, non troppo saporita la realizzazione, esoso il conto. In una parola, indigesto.

Read More

Non è una città da freddo.

Da due giorni a Palermo c’è molto freddo. Le temperature non superano i sei o sette gradi, i monti intorno alla città sono imbiancati, qualche intraprendente fiocco di neve ha provato a cadere sulle strade. Ha grandinato in abbondanza e la gelateria sotto casa non ha registrato il tutto esaurito per la prima volta dalla sua apertura.

Palermo non è una città adatta al freddo. Contro il caldo è ben attrezzata: quasi tutte le case hanno condizionatori e ventilatori, le finestre sono strategicamente piazzate in modo da favorire le correnti d’aria, ci sono pensiline che ombreggiano le fermate dell’autobus e il mare a due passi per dare una fugace sensazione di frescura. Il freddo, invece, ci coglie sempre impreparati: dobbiamo riporre in frigo l’insalata di riso e ingegnarci a cucinare qualcosa di caldo – la pasta e lenticchie andrà bene? O è meglio il brodo di pollo? Ma come si prepara? -, mettere in funzione la caldaia che non usavamo da quel giorno dell’inverno scorso in cui ci è venuto a trovare l’anziano nonno e non volevamo che si buscasse il raffreddore e abbiamo sudato tutti come anguille, tirare fuori dall’armadio il piumone pesante. Dobbiamo – dovremmo – ricordarci, tra un post entusiastico sulla magia della neve e uno esterrefatto sulla temperatura indicata sul cruscotto della macchina, che per strada ci sono molte persone: addirittura duecento, ecco, che stanno tentando di fronteggiare la situazione avvolgendosi in strati di coperte, stringendosi ai propri canucci e bestemmiando contro il freddo. Che verranno invitate a trasferirsi, solo per stanotte, per carità!, sotto un tetto, che sia quello del salone di una chiesa o di un dormitorio pubblico sovraffollato: e che, nella maggior parte dei casi, rifiuteranno l’offerta, perché non vogliono lasciare cani giacigli e masserizie senza custodia, a rischio che qualcuno le faccia sparire e prenda il loro posto in quel portone comodo e accogliente. Persone che, con ogni probabilità, graziealcielo, supereranno anche queste giornate, e che torneranno rapidamente ad essere ignorate, relegate a elemento di colore in una discussione sulla città e la sua pretesa capacità di dare accoglienza a chiunque o ritenute colpevoli di macchiare, con la loro presenza, i tappeti persiani che ornano il salotto buono di Palermo. Dovremmo pensarci, quando ci auguriamo che la neve continui a cadere: non avevamo detto che non avremmo lasciato indietro nessuno?

In questi primi giorni del 2017 non riesco a trovare un buon romanzo che mi tenga compagnia dal kindle – sto leggendo invece, alla vecchia maniera, I cani di Babele di Carolyn Parkhurst, suggerito dalla Mate e ricevuto per Natale da parte di amicastorica: un giallo decisamente atipico, pieno di descrizioni di vita quotidiana, delicato e coinvolgente, proprio come piace a me.

Questo post è dedicato a tutte le persone che stanno pattugliando la città per distribuire abiti pesanti, coperte e pasti caldi ai senzatetto. Se qualcuno avesse qualcosa da donare, può dirlo a me che penserò al recapito.

La foto di monte Cuccio imbiancato è opera della mia bella.

Read More

Vivere in strada (non sempre è una scelta).

A Palermo vive una lenzuolata di senzatetto; c’è chi ha la fortuna di ripararsi in un camper o in un’auto, chi si adatta a una tenda, chi ha scelto di trascorrere il suo tempo in un angolo sotto i portici o nel portone di un albergo in disuso. Alcune persone senza casa vivono insieme, in comunità grandi e stranamente strutturate dove i rapporti sono stretti e ingarbugliati e difficilmente spiegabili, fratelli cugini fidanzati compagni di lotte; altre da sole, al riparo da sguardi e parole. Qualcuno ha cani, gatti o coniglietti a fargli compagnia: bestioni ringhianti e pulciosi e ispidi e zamputi, ottimi per difendere un materasso sporco e per scaldare dei piedi intirizziti in una notte di gennaio, per lappare un viso stanco e abbaiare furiosamente a chi osa avvicinarsi al padrone addormentato. Qualcuno ha sacchetti pieni di abiti cenciosi, qualcun altro ha un passeggino o un carrello del supermercato. Qualcuno non ha proprio niente.

Di fronte al mio vecchio ufficio viveva Ife: dopo più di un anno di chiacchiere quotidiane e confidenze seduti vicini sulla coperta arancione, mi manca ancora moltissimo il suo sorriso. Adesso che Ife non c’è più e che la casa editrice si è trasferita da un’altra parte, incontro una mezza dozzina di allegri senzatetto: tutti uomini sulla quarantina abbondante, amanti delle bevute e dei loro grossi e sciocchi cagnoni sbavanti. Hanno riadattato a casa una parte di una inutile piazzetta, chiusa al traffico senza ragioni apparenti; hanno montato mensole a muro e ganci per attaccare i guinzagli, hanno portato reti e materassi, scelto di sfruttare come dispensa il davanzale di una finestra. Ci sono seggiole e cassette in legno che fungono da poltrone, posate e bottiglie e ciotole per i cani. Mi sembra se la cavino abbastanza bene: a Palermo non c’è mai troppo freddo e la gente non è mai troppo diffidente da non regalare qualcosa a chi vive in strada. Ma il punto non è questo.

Qualche giorno fa sono stata contattata da un non meglio identificato amico feisbucchiano: in virtù di una breve discussione sui social, mi chiedeva se avessi voglia di partecipare a una riunione in cui proporre delle idee per il bene dei senzatetto di Palermo. Ho accettato e, trascinandomi dietro la mia bella, incuriosita e sorridente, ho affrontato il traffico cittadino. Alle 18 eravamo già tutti intorno a un tavolo: abbiamo parlato, mangiato cibo etnico, fatto scorpacciata (ok, quello l’ho fatto solo io) di burro d’arachidi. Abbiamo riflettuto sul fatto che l’aiuto ai senzatetto non può essere appaltato esclusivamente alle associazioni di volontariato che, più o meno a pagamento, portano cibo e vestiti e (spesso) preghiere e discorsetti moralistici e benedizioni a chi vive in strada. Abbiamo redatto un documento e stiamo cercando di diffonderlo: chiediamo che i senzatetto di Palermo siano presi in carico dal Comune; che si creino dormitori e si aprano spazi in cui trovare docce, lavanderie, cure mediche e psicologiche. Che si fornisca a tutti la residenza fittizia, che si offrano i presupposti per il reinserimento nel tessuto sociale. Che si diano a tutti delle possibilità: che ognuno possa scegliere se coglierle, e in quale misura, e per quanto tempo. Poi, se qualcuno lo vorrà, potrà restare a dormire in strada, in spiaggia, nelle grotte ai piedi di Monte Pellegrino. Ma che, appunto, sia una scelta.

Sono tornata a casa dopo la riunione, e mi veniva da sorridere: perché, per un attimo, mi sembrava che Ife sorridesse di nuovo.

Read More

Qualcuno doveva aver diffamato Josef K., perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato.

Una manciata di anni fa, nei fine settimana mi piaceva andare a bere qualcosa – una limonata, un frappè, nei giorni di sballo assoluto anche un’acqua tonica con ghiaccio e limone – in un locale di periferia, a due passi da casa. Era un simil-pub-irlandese, con interni rivestiti in legno, tavoli comodi e spaziosi e panchette ben imbottite. D’estate si poteva Hotze Convalisstare fuori, non c’era molta confusione e i camerieri non assillavano per farci ordinare una consumazione al quarto d’ora, pena la tacita espulsione dopo estenuanti pressioni a base di sguardi minacciosi e desiderate altro? Molto spesso, soprattutto il venerdì, c’era un tipetto che cantava: un ragazzo nordeuropeo, palliduccio e pelato, silenzioso e poco appariscente; suonava la chitarra, a volte era in coppia con un altro giovane, e intonava pezzi che ci piacevano: canzoni dei Doors, dei R.E.M., di Simon & Garfunkel. Per un lungo periodo, il locale è rimasto aperto, ma del ragazzo non si ebbero più notizie: poi riapparve, smagrito e solitario, nelle strade del centro. Un trafiletto su un giornale locale comunicò che si trattava di un giovane senza fissa dimora, che dormiva in auto, veniva dall’Olanda, aveva avuto guai con la giustizia.

Intanto il locale aveva chiuso, e io avevo conosciuto Ife; la domenica pomeriggio Ife, Mosca e canepiccolo la trascorrevano in centro, accoccolati su un marciapiede ad ascoltare la musica. A Ife piaceva: he’s good!, mi aveva comunicato una volta, indicandomi col pollice proprio lui, il tipetto pallido che sussurrava al microfono che People are strange when you’re a stranger; mi aveva chiesto di restare con lui, almeno per un’altra canzone, ma io gli avevo detto che dovevo andare, e ancora adesso quelle parole mi strappano un pezzetto di cuore.

Oggi, sul solito giornale locale, ho letto che il ragazzo che ogni domenica, con qualche amico e un altoparlante, fa compagnia a chi si trascina indolente per negozi, è stato multato; gli hanno sequestrato gli strumenti, quelli che tiene nell’auto in cui vive insieme al suo cane. Aveva un’autorizzazione, rilasciata dal Comune, ma le nuove ordinanze prevedono che non si possano utilizzare gli amplificatori per suonare all’aperto: neanche di pomeriggio, neanche in un viale che rimbomba di voci, di Cicciuzzo torna qui altrimenti ti fazzu viriri io!, di motorini che attraversano sprezzanti le strade chiuse al traffico. In una città in cui impera il posteggio selvaggio nelle zone pedonali, in cui impiego un quarto d’ora ogni mattina a disincagliare la mia auto da tutte quelle posteggiate in doppia fila, in cui torme di parcheggiatori abusivi hanno colonizzato piazza Borsa – teoricamente zona rimozione per la sicurezza di un magistrato antimafia che abita lì -, in cui interi quartieri sono ostaggio della malavita e mai si è visto un poliziotto multare le decine di locali non autorizzati che sparano musica ad alto volume a Ballarò o alla Vucciria, l’ordine pubblico e il decoro delle strade vanno garantite a tutti i costi: ad esempio, sottraendo a un musicista la possibilità di vivere decentemente.

Sono molto arrabbiata: perché mi piaceva ascoltare il giovane olandese e la sua voce bassa e struggente, perché mi disturba molto di più chi cerca di impormi il pizzo per lasciare la macchina in mezzo a una strada, perché mi sembra che si tratti solo di ipocrisia, perché vorrei che qualcuno proponesse una colletta sui social per ricomprare chitarra e amplificatore che ora prendono la muffa in una magazzino. Perché, ogni volta che vedevo un drappello di persone riunite intorno a quel microfono, avevo l’illusione che anche Ife fosse lì.

https://www.youtube.com/watch?v=ZRAr354usf8

 

Read More

Regali.

È Natale, o almeno lo era fino a ieri; è tempo di pasti abbondanti, di campanelle tintinnanti, di candele accese, di decorazioni appese alla porta di casa. È anche tempo di auguri: e allora, ecco quello che auguro alle sette persone che leggeranno questo post.

Un paio di scarpe da trekking, comode e calde, dei morbidi guanti di pile, un berretto che copra le orecchie, e una persona speciale con cui usarli visitando un paesino di montagna, in una splendida domenica di sole, con l’aria di cristallo tagliente e tu scendi dalle stelle in filodiffusione.

Una compilation di musica trash, la notte vola e material girl e cicale e mi vendo, e un manipolo di colleghe sghignazzanti con cui ballare sbevazzando prosecco in un ufficio in penombra; un capo sorridente e indulgente, che ordina la pizza e scuote la testa perplesso mentre agita le braccia al ritmo di Gloria Gaynor.

Un cd di Pino Daniele e una madre che si commuove fino alle lacrime pensando a te bambina, quando per addormentarti ti cantava la sua canzone preferita, e non si vergogna di telefonarti singhiozzando per fartela sentire.

Un albero di Natale, piccolino e poco illuminato, ma pieno di palline dorate appese con cura, e di sogni e desideri e attenzione. Un regalo da scartare la notte del 23 dicembre, in pigiama, nel freddo pungente, e una notte intera da passare strette sotto il piumone.

Un cane gioioso e grato che salta come se avesse le molle sotto le zampe e ulula a comando; la sua coda che si agita frenetica e delicata, il suo cuoricino che straripa di felicità per ogni sguardo o coccola o parola, le sue orecchie che ballonzolano buffe mentre il muso si atteggia a canefelice.

Una tazza di camomilla molto calda, dolce zuccherosa appiccicosa, da sorseggiare in cucina, la sera tardi, con pantofole calde ai piedi e una mano che stringe la tua.

Una barba enorme e bianca che non riesce a nascondere un sorriso.

Un libro scelto con cura, pensando ai gusti di chi lo riceverà. Una carta con cui impacchettare i doni, e le mani abili e accurate di chi li ha incartati, con zelo e pazienza; la mia atavica incapacità a preparare pacchetti, anche con tutto l’impegno possibile.

Un oggetto fatto a mano da chi lo dona, con passione e fatica: anche se è una marmellata di pompelmo che forse non mangerò.

Un orsetto di cioccolato, e la sensazione di calore che mi pervade lo stomaco quando vedo gli occhi e gli zigomi e gli angoli della bocca di chi me lo ha regalato.

Molti ricordi, molte parole condivise, la capacità di non dimenticare sguardi ed espressioni di coloro a cui abbiamo voluto bene: i complimenti di Ife, i richiami delle mie nonne, lo sguardo ostinato del burbero novantenne.

Questo post è dedicato a due persone a cui voglio bene e che quest’anno hanno perso una persona cara: con un abbraccio forte.

Read More

Momenti di trascurabile infelicità (omaggio a Francesco Piccolo).

Cercare nel buio la mia tavoletta di cioccolato bianco e trovarne solo un pezzetto, meno dei quattro quadretti che rappresentano la mia dose minima della buonanotte.

Qualcuno che mi chiede perché non mi taglio i capelli, perché non mi tolgo il piercing, perché non mi vesto in maniera diversa: la sensazione tangibile di avere il diritto di rispondere in maniera sardonica e tagliente ma di non poterlo fare, per non sentirmi poi dire che sono scortese o acida o poco disponibile.

Quando ero ragazzina, e senza preavviso si usciva prima da scuola, e tutti andavano a casa e potevano iniziare a fare i compiti o leggere o guardare la tv o qualsiasi altra cosa e io invece andavo dalla nonna, e sapevo che avrei mangiato al solito orario, e fatto i compiti e rimesso piede a casa al solito orario, e l’uscita prima non mi aveva dato nessun vantaggio, non avevo ottenuto nessun bonus di tempo da gestire nella giornata.

Quando a scuola si entrava un’ora dopo, e tutti dormivano un’ora di più e io no, perché dovevo comunque uscire con mio padre al solito orario e poi farmi un grosso pezzo di strada a piedi dal suo posto di lavoro fino alla scuola, e arrivare sudata, stanca e visibilmente di cattivo umore.

Il sudore, d’estate, e le magliette che si devono lavare dopo averle indossate solo mezza giornata. Le persone che mi chiedono perché sudo così tanto.

Chiamare il tipo della pizza a domicilio e scoprire che quella sera non lavorano. Offrirsi volontaria per fare il caffè in ufficio e trovare il barattolo vuoto, e dover scegliere se saltare la pausa-caffè o scendere a comprarlo al minimarket all’angolo.

La sera dei giorni come Pasquetta o il 25 aprile, in cui si sta a casa un po’ straniti, con molto mal di testa e una strisciante sensazione di freddo alla schiena, e l’estate che incombe.

La mattina di tutti i giorni di festa, in cui ci si propone di fare molte cose divertenti o utili – monterò la casa delle bambole per i miei figli, andrò a trovare lo zio Gualtiero, sistemerò i maglioncini in ordine alfabetico di colore – e si finisce per svegliarsi tardi, fare la doccia quando è ormai ora di sedersi a tavola, smagliare le calze tirando su la zip degli stivali e dimenticare di mettersi gli orecchini.

Il fioraio che impiega molti minuti per incartare la piantina che ho scelto, e cerca con metodo un nastro del giusto punto di rosa, mentre guardo con preoccupazione l’auto precariamente posteggiata in doppia fila, l’orologio, il telefonino nella borsa, e penso che sto facendo molto tardi.

La frittata che sembra pronta per essere girata ma, appena tento di sollevarla con la paletta, si sfalda in molti pezzi impossibili da riunire.

Alzare la serranda e vedere il cielo azzurro, poi aprire la finestra e scoprire che non c’è caldo come sembrava.

Non avere avuto il tempo di mostrare a Ife le foto di Nando.

Read More

Ricordate che questo è un uomo.

Ho riletto per l’ennesima volta Se questo è un uomo. L’ho ripreso dopo aver terminato, di nuovo, I sommersi e i salvati; l’ho cercato nella libreria dei miei genitori, con un senso di allarme crescente mentre mi capitavano fra le mani smilzi volumetti sulla cucina vegana e manuali sull’applicazione del metodo Montessori nell’educazione dei meticcetti biondi méchati. L’avevo davanti agli occhi, nell’edizione in cui al testo è abbinata La tregua: un libro dalla copertina chiara che avevo comprato, ragazzina, dopo aver letto qualche stralcioprimo levi nell’antologia di scuola. Quando ormai disperavo di trovarlo, tra una copia di Cent’anni di solitudine e il dvd di una commedia di De Filippo, è saltato fuori. L’ho iniziato di nuovo, Se questo è un uomo, e ricordavo quasi tutto, l’ho letto moltissime volte. Ma, per la prima volta, mi sono commossa.

Ho pianto come una cretina, col libro in mano e le spalle scosse dai singhiozzi, la schiena poggiata al termosifone della cucina; ho pianto, ed ero stupita, perché di solito non mi succede, e perché il punto che mi ha scossa non era particolarmente drammatico, visto il tenore della storia. Era il momento in cui Primo Levi racconta che, appena arrivato nel lager, diretto alle docce con un gruppo di italiani sconvolti, tremanti, terrorizzati e assetati come lui, mentre era costretto a denudarsi, aveva sentito un uomo chiedere se dovesse togliere, insieme ai vestiti, anche il cinto per l’ernia. Un particolare insulso, a ben pensarci; quest’uomo è morto, è andato in gas, probabilmente, pochi minuti dopo aver pronunciato quelle parole. Ma a me, più che la sua morte inumana e assurda, più che la violenza sistematica e cieca, più che l’orrenda ottusa prevaricazione, l’idea del cinto per l’ernia ha dato i brividi, e tirato fuori una tristezza senza remissione, fonda, atavica: forse perché anche mio padre lo ha indossato per un po’ di tempo, forse perché quell’uomo, in una folla senza volto, è diventato una persona ai miei occhi: una persona che, prima di scontrarsi con l’atroce idiozia dell’altro, aveva una vita e degli affetti, e un lavoro e abiti e una casa, libri padelle forchette cuscini, e soffriva di mal di schiena. Una persona.

Quando si parla di Olocausto, quando se ne discute in vista della Giornata della Memoria o in occasione di qualche brutto gesto antisemita, si parla di numeri: di cumuli di corpi, di milioni di morti (milioni!), di ghetti in fiamme, di paesi scomparsi. Ma raramente si pensa alle persone che c’erano dietro: che indossavano un cinto per l’ernia, che facevano il bagnetto alla propria bambina su un carro bestiame in viaggio verso l’abisso, che avevano studiato chimica o sapevano aggiustare scarpe; erano cuochi o medici o casalinghe, erano fratelli genitori figli amici di qualcuno, erano persone. Se ci penso ho i brividi. Sono diventata una vecchia sentimentale lacrimosa.

In questi giorni, Palermo assiste a una escalation di violenza nei confronti dei senzatetto. Aggressioni bieche, che mi lasciano una rabbia cieca e un unico, inutile sollievo: pensare che a Ife tutto questo sia stato risparmiato. Cosa c’è, dietro questo orrore? Pura idiozia, fanatismo, emulazione? Crisi, economica e morale, mancanza di educazione, di maturità, di valori? Non lo so, non lo capisco, forse non voglio neanche saperlo. Ma forse, se in uno sconosciuto che dorme in mezzo a coperte e sacchetti e cartoni, si riuscisse a vedere una persona, che non mangia carne, o che beve troppo, che sorride sempre come faceva Ife o che non sorride mai come fa Bogdan, le cose sarebbero molto diverse.

Read More

Persone che mi irritano.

Chi mastica a bocca aperta, chi mi sottrae le caramelle alla frutta quando ho mal di gola, chi mi prende l’ultimo mezzo cracker dal pacchetto aperto sulla scrivania, chi non si asciuga le scarpe prima di entrare in portineria; chi fa finta di non sentire il suono del citofono per non andare a rispondere, chi ignora i messaggi sui social network – soprattutto quando vorrei solo avere notizie di Mosca e Canepiccolo, ormai reclusi in canile da più di un anno -, chi fa ticchettare i tacchi sulla mia testa a notte fonda, senza prendere in considerazione la superba comodità di un paio di pianelle.

Chi chiama per nome, nei post su Facebook, i personaggi dello spettacolo, soprattutto alla loro morte.

Chi non mi lascia lo spazio di essere chi sono: chi mi costringe all’angolo tirandomi fuori parole che non penso, chi mi spinge a mentire per giustificarmi, chi mi attribuisce pensieri violenti che non mi appartengono, chi analizza e sminuzza e discute ogni dettaglio delle mia giornata per contestarlo metodicamente.

Chi mi bussa alle 22 di venerdì sera perché non riesce ad accendere il condizionatore a casa propria.

Chi è forte con i deboli e debole con i forti: come i ragazzini che, a scuola, tiranneggiavano il professore che non riusciva a farsi rispettare, coprendolo di improperi e ridendo alle sue spalle, saltellando fuori dalla classe al suo ingresso e scambiandosi di posto per confonderlo, per poi trasformarsi in pavidi roditori dalle lunghe orecchie al cospetto della prof di greco.

Chi tenta di passarmi avanti, in fila alla cassa del supermercato, con un rapido e risolutivo colpo d’anca.

Chi improvvisamente si appassiona a una causa che fino al giorno prima non lo riguardava affatto: e di colpo si preoccupa di dare un’adeguata assistenza alle starne in migrazione, quando fino a un anno prima le avrebbe volentieri impallinate, o anche solo ignorate. Chi si sente defraudato della propria felicità e ne attribuisce la colpa agli altri: e allora manda messaggi subliminali, pronuncia frasette rabbiose tra i denti, sottolinea la propria incolpevole infelicità mettendola a confronto con la scintillante e goduriosa vita altrui.

Chi non smette un attimo di maneggiare lo smartphone, anche nel mezzo di una conversazione brillante o di un sorpasso in autostrada.

Chi considera i social network un personale palcoscenico, chi usa la propria bacheca feisbucchiana come la versione sbiadita di una tribuna politica, chi pubblica foto intime e personali – penso che vinca un premio lo scatto, usato come foto-profilo, di una donna che ha appena partorito, con tanto di mani guantate del ginecologo ancora protese sul suo ventre; chi critica i post altrui, chi commenta trasudando rabbia, chi si sente in diritto di proclamare cosa sia giusto e cosa sbagliato scrivere o pensare. Chi aspetta la Giornata della Memoria per ricordare tutti i genocidi di cui non gli importa nulla per il resto dell’anno.

Chi dimentica, chi non si indigna, chi non si preoccupa, chi non si muove. Chi tace.

Qualche anno fa ho letto Dei bambini non si sa niente di Simona Vinci; l’ho trovato violentissimo, disturbante, agghiacciante, orrendo nei contenuti, ma probabilmente un discreto libro; troppo insistito, troppo morboso, troppo spinto, ma. Ieri ho preso in mano il suo In tutti i sensi come l’amore, una raccolta di racconti che si proponeva, di nuovo, di scuotere, sconvolgere, stupire; l’ho trovata noiosa, insulsa, vuota. Che delusione: i libri non mi fanno neanche più paura.

Read More

Indignazione.

Alcuni avvenimenti fanno “più notizia” di altri, si sa; i motivi sono numerosi e, per me che non sono esperta di mezzi di comunicazione, imperscrutabili: ma mi sono sempre chiesta perché accadimenti sovrapponibili – due rapimenti, due furti, due omicidi – abbiano coperture mediatiche totalmente diverse. Un fatto si ritrova a rimbalzare tra telegiornali e quotidiani e periodici con pressante assiduità, un altro viene bisbigliato solo a pochi intimi, a pagina 42 di un giornale locale. Alcune notizie, poi, suscitano nei lettori più indignazione e scalpore di altre: la recente strage alla redazione di Charlie Hebdo è una di queste. Il fatto è gravissimo, inaudito, è chiaro: ma, dal mio parzialissimo osservatorio feisbucchiano, noto che anche persone che non si sono mai occupate di altro che dei propri pasti (che buone le mie uova al bacon!) o dei propri calzini (pronta per uscire!) si sono precipitate ad indignarsi. Come mai?

Da quando ho conosciuto Ife, sono in contatto con diverse reti di volontari che si occupano di senzatetto. Alcune mi piacciono più di altre, di quasi tutte contesto la vocazione eminentemente religiosa: ma è indubbio che ognuna delle persone che ne fanno parte, per le motivazioni più varie (e delle quali non mi importa nulla), faccia qualcosa di bello, utile e importante. Per questo motivo, spesso leggo i bollettini delle ronde notturne: per sapere se Jana ha ricevuto le salviette imbevute che chiede sempre, se Bogdan ha di nuovo problemi col cane, se Mohamed si trova bene nel furgone nuovo. Qualche giorno fa, una delle comunicazioni mi ha fatto inorridire: un senzatetto era stato aggredito, qualcuno gli aveva rubato i soldi e poi gli aveva dato fuoco. Viveva, vive ancora, sotto i portici di piazzale Ungheria: e lì, il pomeriggio, sedeva Ife, su un quadrato di cartone, con una lattina di birra ai piedi e Mosca raggomitolato accanto, Canepiccolo intento a saltare addosso ai passanti. Lì, di fronte a quei portici, Ife sorrideva e giungeva le mani nel suo speciale saluto, e si toccava il petto e mi raccomandava di non mangiare mai polpo né frutti di mare, per favore. Il mio primo pensiero è andato a lui: morto prima di conoscere la cattiveria gratuita e viscida del palermitano medio, quello che non vuole barboni nel suo salotto buono; morto pensando con terrore alle bombe irachene, senza sapere di dover temere, piuttosto, i ragazzini viziati e prepotenti delle nostre strade. Graziealcielo non c’eri, Ife. Grazie al cielo.

Poi ho pensato a Vito: che ora è di nuovo lì, con le ferite infette, inerme e terrorizzato. E ho pensato a tutti i cartelli con Io sono Charlie inalberati su Facebook, e all’indignazione facile e comprensibile e gratuita e gratificante per qualcosa che quasi nessuno, fino a ieri, conosceva. È comodo, pratico, non costa nulla: nessuno chiederà a chi li esibisce di alzarsi e andare a manifestare per i giornalisti uccisi, né di cambiare di una virgola la propria vita. Indignarsi per ciò che è lontano, altro da noi, è semplicissimo: è indignarsi per Vito che è più difficile, perché mette in moto un perverso meccanismo, quello che culmina con cosa ho fatto io per evitarlo? Dov’ero? Dov’eravamo, noi, quando i residenti della zona tuonavano contro gli immigrati che ci pisciano sotto casa? Dov’eravamo, a cosa pensavamo? E cosa possiamo fare, da domani, per non farci più cogliere impreparati? Indigniamoci per chi pretende la libertà di parola: ma anche per chi chiede solo di vivere in pace.

Sto sviluppando una dipendenza per i libri di Brendan ‘Ocarroll; in pchi giorni ho letto Agnes Browne mamma, I marmocchi di Agnes e sto finendo Agnes Browne nonna. Sono deliziosi: leggeri e quasi infantili negli eventi narrati, ma rassicuranti, pieni di spirito e allegria, semplici come fiabe e veri come romanzi di costume. Una scoperta davvero gradita.

Read More

Cose che mi annoiano.

Lavarmi i capelli. Asciugarmi i capelli. Non avere un libro da tenere sulle ginocchia mentre mi asciugo i capelli. I nodi nei capelli. Chi mi chiede per quale motivo non mi taglio i capelli. Tutti quelli che discutono di pettinature e tagli di capelli.

Dovermi giustificare per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto. Dovermi sentire in colpa per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto. Dover trovare motivazioni valide, spiegazioni comprensibili, scuse accettabili per le mie scelte, le mie decisioni, le prese di posizione, il gusto di gelato da sorbire a fine pasto.

Essere costretta a mentire. Non sentirmi capita. Chiedere scusa molte volte al giorno. Continuare a fare cose che mi costringono a chiedere scusa molte volte al giorno.

Chi mi parla mentre tento di concentrarmi su qualcosa. Chi mi costringe a tacere. Chi mi risponde male. Chi mi risponde male senza motivo. Chi mi chiede favori rognosi. Chi mi critica perché ho fatto un favore a qualcuno. Chi rifiuta di farmi un favore.

La Formula 1. Gli sport di squadra, ad eccezione della ginnastica artistica a squadre. I fumetti. I cruciverba troppo difficili o quelli in cui l’enigmista si è divertito a incrociare i nomi dei personaggi del Mahābhārata con quelli delle spezie che compongono il curry tipico del Kerala. I concerti, quando cantante e chitarrista si lanciano in apocalittici virtuosismi sogghignando e guardandosi in faccia e sembra che si stiano divertendo solo loro.

Guidare nel traffico. Nando che mi sveglia abbaiando alle sei. Non trovare al supermercato l’impasto per focaccia che desideravo tanto. Mio nonno che ripete per l’ennesima volta il racconto del suo concorso alle Ferrovie. Pensare che tra qualche anno avrò dimenticato la storia del concorso alle Ferrovie di mio nonno.

La maggior parte delle canzoni che sento alla radio. La maggior parte dei programmi televisivi. Che non sia ancora ricominciato Il ruggito del coniglio, ma che sia finito Techetechete’. I libri sciocchi, insulsi o ruffiani. La sensazione che molti libri siano stati scritti solo per far piacere all’editore. La sensazione che molti libri siano stati pubblicati solo per far piacere all’autore. La sensazione che in questi casi il lettore sia la persona meno considerata.

Il posteggiatore che mi smoccola dietro per due isolati per ottenere una moneta che non ho intenzione di dargli. Il caos del venerdì sera in centro. I gestori di locai del centro.

Sentire due persone cantare e pensare a quanto sarebbe piaciuto a Ife stare seduto al tavolo con noi.

In un periodo di letture svogliate e poco attente, sto provando a terminare Figuracce, antologia di racconti di autori italiani fighi o presunti tali. L’ho iniziato perché il primo racconto lo ha scritto Francesco Piccolo, e non è niente male. Gli altri, finora, mi hanno lasciata un po’ tiepida. Vedremo come si conclude.

 

 

Read More