Del cinema, del Natale, dei film natalizi.

Natale non sarà Natale senza regali” è il famosissimo incipit di Piccole donne. Per me e la mia bella, Natale è una cosa seria; abbiamo scelto e acquistato per tempo regalini per parenti e amici; li abbiamo incartati e infiocchettati (ok, ok, li ha incartati e infiocchettati lei, ché io sono negata) e disposti sotto l’albero. Abbiamo recuperato campanelle e sfere con la neve e la nostra collezione di presepi, affisso una pacchiana decorazione con un babbonatale su un ramo di abete alla porta di casa, spolverato un albero di ceramica con fiocchi e nastri che mia madre ci ha omaggiato al grido di “è troppo kitch per casa mia!” che ha trovato posto, l’albero e non mia madre, davanti allo stereo. Abbiamo anche stilato, con largo anticipo, un dettagliato elenco di film natalizi: perché per noi Natale non è Natale senza La vita è meravigliosa.

Per celebrare degnamente un periodo che amiamo, abbiamo messo a punto un calendario di film da vedere, declinati in natalizi e capodanneschi: e, dal primo dicembre al 6 gennaio, la sera non sono concessi programmi televisivi non-a-tema o film d’avventura o gialli, neanche se ce lo chiedesse Hitchcock in persona.

Dopo giorni di consultazioni, dal vivo e sui social, siamo pervenute e un elenco che sembra soddisfarci; non mancano i grandi classici: Una poltrona per due, La vita è meravigliosa, Piccole donne nella versione con Liz Taylor, Natale in casa Cupiello che mi mette sempre una tristezza fonda e senza remissione. Abbiamo aggiunto qualcosa di nuovo (Un amore sotto l’albero, Love actually, La neve nel cuore, Il diario di Bridger Jones), qualche concessione al cinema d’animazione (Il canto di Natale di Topolino), un paio di digressioni (Via col vento e Angeli con la pistola, che non sono natalizi ma sono dei cult). Abbiamo dibattuto a lungo sull’opportunità di togliere dall’elenco i film che non ci piacevano (e così sono saltati Il piccolo Lord, La storia infinita e poco altro), abbiamo ricordato il cinema italiano (Baci e abbracci, che ha tutta la carica vitale dei primi film di Paolo Virzì), inserito titoli più recenti (Non buttiamoci giù, che è tratto da un libro che abbiamo amato); sono stata costretta, pena la pubblica gogna feisbucchiana, a segnare in elenco un musical (Sette spose per sette fratelli, che immagino solo come una sfilza di boscaioli in camicia grunge che zampettano e strepitano e che già so che non mi piacerà), sono riuscita a tirar via in extremis i film che mi spaventavano (Il grinch, Nightmare before Christmas). Ovviamente, uno dei primi lavori a rientrare nell’elenco è stato Parenti serpenti, che abbiamo guardato citando a memoria la maggior parte delle battute, e che credo sia uno dei film che ho visto più volte in vita mia, con una superba Marina Confalone che davvero avrebbe meritato di più dal cinema italiano.

Mentre le feste sono ormai nel vivo e la voce di Clarence mi risuona nelle orecchie (“ogni volta che una campanella suona, un angelo mette le ali”), mi chiedo se non abbiamo dimenticato qualcosa. Qualcuno ha titoli imprescindibili da consigliarci? Siamo sempre pronte a inserirli.

In un periodo in cui ho poco tempo per leggere, ho deciso di affrontare Il regno di Carrére; probabilmente non è una scelta felice: è un libro molto bello, una interessante disamina sulla religione cattolica, ma ogni pagina andrebbe meditata e affrontata da diverse angolazioni, e non trangugiata in fretta e furia. Ma tant’è: lo sto leggendo e ne vale veramente la pena.

Santa Lucia è passata da poco, con il suo strascico di arancine&acidità; ho preparato la cuccìa: alla ricotta per gli onnivori, vegana per mia madre, assemblando un budino al cacao amaro fatto con latte di riso, grano cotto e cedro candito. Ieri sera, mentre mandavo giù l’ultima cucchiata, mi chiedevo come mai la cuccìa sia impossibile da trovare in qualsiasi altro giorno dell’anno: io la mangerei volentieri anche a Pasqua.

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Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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“Hai letto il libro? Allora non guardare il film!”

Un luogo comune recita che i film tratti dai libri siano sempre una delusione, per chi ha già letto i romanzi in questione. Grazie al cielo, non sempre è vero, o almeno credo. Infatti, sebbene sia laureata in Scienze dello Spettacolo (già, è un corso di laurea, lo giuro), non ho visto molti film; vado raramente al cinema, e la mia soglia di attenzione, davanti alla tv, arriva a stento a una puntata di Scrubs: ventiquattro minuti spazi inclusi, più o meno. Mi sono persa un sacco di cult e penso di essere l’unica italiana nata negli anni Ottanta a non aver visto Top gun. Conosco Ufficiale e gentiluomo e Pretty woman solo perché, un paio d’anni fa, mi sono imposta di guardarli  – all’ennesimo passaggio estivo su raiuno, chiaramente. E Via col vento, che mi è piaciuto molto – anche se alla fine quel Rhett mi ha molto delusa – è stato una faticosa conquista della scorsa primavera. Viste le premesse, quindi, ho avuto poche volte l’occasione di farmi contrariare dai film tratti dai libri che ho letto: semplicemente, non li ho visti. Certo, ho odiato di cuore Bille August che, nella sua versione di La casa degli spiriti, scorcia la storia limitandosi a saltare una generazione, creando un casino incomparabile. Ma, per il resto, il detto “occhio che non vede, cuore che non duole” si attaglia particolarmente alla mia esperienza. Fanno eccezione, però, due film deliziosi tratti da due libri di Nick Hornby: About a boy, versione cinematografica di Un ragazzo, e Febbre a 90°. Sono una groupie di Nick Hornby: saltello, batto le mani e mando urletti di giubilo ogni volta che mi imbatto in uno dei suoi libri. Ne ho letti molti, mi sono piaciuti un sacco. Sono leggeri, delicati, profondi, piacevolissimi. Febbre a 90° contiene la più esauriente e complessa spiegazione del fenomeno della violenza negli stadi che abbia mai letto. Mi piacciono i suoi personaggi, e l’idea di ritrovare una parte di lui nei giovani protagonisti con madre single di Un ragazzo e Tutto per una ragazza mi intenerisce molto. Mi piace la sensazione che provo, leggendo quello che scrive: quella di avere pensato molte volte qualcosa di simile, senza essere stata in grado di esprimerlo, o anche solo di vederlo con quella chiarezza. Ho apprezzato moltissimo Come diventare buoni: la sua problematicità, la mancanza di risposte precise e univoche, l’umiltà di non dare istruzioni pre-confezionate ma di porre domande ovvie, scomode, normali. Mi ha intrigato la capacità di cambiare voce che dimostra in Non buttiamoci giù, l’amara ironia di Alta fedeltà. Soprattutto, mi ha fatto impazzire leggere le raccolte di testi di Una vita da lettore, la rubrica sui libri che cura per il Believer. Chi ha il coraggio di ammettere che alcuni libri sono terribilmente noiosi, e che spesso ci ostiniamo a leggere romanzi che sappiamo che odieremo, soltanto per poterli demolire un po’, perdendo tempo e riempiendoci di astio e frustrazione? Lo adoro.
Tornando ai film, li ho guardati entrambi con una punta di perplessità: sopracciglio sollevato e aria preoccupata, attendevo il momento in cui avrei esclamato sacrilegio! Invece no, mi sono piaciuti entrambi. Penso che uno dei motivi sia che, piuttosto che cercare di traslitterare dalla pagina allo schermo, i fratelli Weitz e David Evans hanno manipolato il materiale di partenza, impastandolo e stendendolo e stirandolo e appallottolandolo fino a renderlo altro dal libro. Febbre a 90°, da saggio autobiografico, diventa una commedia piacevole e un po’ malinconica con un bravissimo Colin Firth. About a boy, invece, è stato intelligentemente traslato in avanti, dagli anni Novanta del grunge, assoluto protagonista del libro, ai Duemila. Hugh Grant è sorprendentemente credibile, e la scena tenerissima di Marcus che, per far sorridere la madre, canta Killing me softly davanti ai compagni di scuola, inventata per l’occasione, è inserita in maniera calzante. Leggete i libri, davvero, e guardate i film: non vi deluderanno.

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Posso farvi una domanda? Quale?

Quali domande vale la pena porsi? Quelle che sono soddisfatte da una sola risposta, quelle che ne ammettono molte, quelle che non ne hanno nessuna? Ci sono domande utili e domande oziose? È uno spreco di tempo, fatica e sensatezza arrovellarsi su interrogativi impossibili? Cosa ho fatto per meritarti, quando avrò diritto a ricevere quello che mi spetta, perché per me deve essere tutto così complicato, sono domande che ha senso rivolgere a qualcuno, o a se stessi? Quanto può essere difficile trovare la domanda giusta? E il momento per rivolgerla, e l’interlocutore adatto? Formulare una domanda può essere più complicato e snervante del trovare una risposta? E quale delle due attività è più appagante? Ci rende più completi una domanda intrigante o una risposta esaustiva? Ma esiste davvero, per le domande vere, una risposta esaustiva, che non sia a tempo limitato, che vada bene per tutti, in ogni luogo, cultura e contesto? Ma soprattutto, chi sono, tutti?

Ha senso chiedersi la motivazione di ogni gesto? Si vivrebbe meglio, non interrogandosi sulle intenzioni? Cambierebbe qualcosa, sapere che chi ha dato una moneta a un uomo che la reclamava lo ha fatto per le ragioni sbagliate? Per sentirsi migliore, per ricevere un sorriso, per poterlo rinfacciare, per segnarlo nel suo quaderno degli attivi in vista del giorno in cui i buoni qui e i cattivi laggiù? Ma soprattutto, per chi cambierebbe qualcosa? Per l’uomo che ha ricevuto la moneta, per quello che là regalata, o per noi che, dopo aver negato la moneta, cerchiamo un pretesto per non sentirci in colpa?

C’è qualcosa di più triste e malinconico e privo-di-speranza di un film che rappresenti la chiusura del cerchio della cultura cyber-punk? Una scena di nudo non motivata può rendere meno bello un film? Può farci cambiare opinione sul regista? Quanto sollievo si può provare nell’assistere a un dibattito da cineforum e scoprire che qualcuno ha notato la nostra assenza? E quanto può essere confortevole ed esasperante in parti uguali riascoltare, nel corso del commento al film, le stesse locuzioni e gli stessi giri di frase di quando si studiava storia del cinema al secondo anno di università?

Si vergogna di più chi fa una gaffe o chi la subisce rendendosi conto che l’interlocutore non ne ha avuto consapevolezza? Cosa segna l’inizio dell’inverno, il piumone o le pantofole pesanti? Dov’è il giro di boa tra stanchezza e malumore? Qual è l’esatta distanza tra empatia e volontà autolesionista di accollarsi i dolori del mondo? Sappiamo distinguere vergogna e senso di colpa? Un bambino che guarda una bistecca e dice ‘poverina’ ha buone possibilità di stare bene al mondo, o è condannato ad essere guardato da qualcuno che aggrotta le sopracciglia? Quanta soddisfazione si prova nel pensare ‘lo avevo sempre saputo’? E lo avevamo davvero sempre saputo? E allora perché non abbiamo agito di conseguenza?

Lego a questo post, senza alcuna ragione logico-narrativa, una ricetta: solo perché è quasi Santa Lucia, e so che qualcuno alla ricetta ci tiene. La cuccìa è un dolce che si mangia esclusivamente il 13 dicembre. Il grano, dopo ventiquattro ore di ammollo, si cuoce in pentola a pressione. Raffreddato, si schiaffa in una ciotola piena di crema di ricotta (ricotta di pecora passata al mixer a immersione con lo zucchero). Zuccata a cubetti e cioccolato fondente tagliato a coltello (non le orrende gocce che si comprano pronte!) e il gioco è fatto.

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Attenzione: questo post contiene spoiler!

Come ho già detto una volta, non penso sia corretto parlare di un libro prima di averlo finito di leggere. D’altra parte, però, non penso neppure che sia onesto, da parte di chi scrive un romanzo, non avvertire i suoi lettori dei pericoli che corrono nell’approcciarlo; per questo motivo, sebbene mi manchi una sessantina abbondante di pagine per completare la lettura di Molto forte, incredibilmente vicino, ho deciso di arrogarmi il diritto di lagnarmi, scalciare, battere i piedi sul pavimento.

Una premessa, a questo punto, è doverosa: sono, per natura, estremamente portata alla paura. Mi sconvolgono molte cose che, ad altri, possono sembrare inoffensive: trailer di sciocchi telefilm per adolescenti, film dal contenuto grottesco, racconti di falò in spiaggia o di interventi chirurgici. Mi gettano nella prostrazione, nell’ordine, tutti i riferimenti a persone ferite da incendi, i resoconti di nefandezze o violenze, qualsiasi gesto aggressivo o prevaricante su cani, anziani, detenuti, persone non in condizione di potersi difendere. Per passare ad esempi pratici, potrei citare film pulp ed angoscianti come Le comiche, La maschera di ferro, Mamma, ho perso l’aereo, o il più recente La pelle che abito, che mi hanno strappato gridolini di ribrezzo e ore di sonno. Quanto ai libri, da un’edizione illustrata di Biancaneve e i sette nani in cui le perfide creaturine avevano espressioni diaboliche in poi i titoli che mi hanno spaventata ammontano a svariate decine.
Vista la situazione, ormai conscia dei miei limiti, non mi lancio mai a cuor leggero nella lettura di un romanzo; chiedo in giro, mi informo, pongo domande dettagliate (‘sei sicuro che non succeda niente, a quel cane? Non andrà mica a fuoco la cucina? Raccontami la fine, così so se lo posso comprare’). Mi fido anche del buon senso di recensori e editor, sperando che segnalino in bandella se c’è qualcosa di non adatto a bambini sotto i 36 mesi. Purtroppo, confidare in perfetti sconosciuti non è sempre una buona idea: sono troppi i libri che, spacciandosi per normali, sereni, rassicuranti romanzi, aspettano che io sia a metà, ormai immersa nella storia, gaudente e fiduciosa, per gettarmi addosso qualche dettaglio truculento, qualche descrizione raccapricciante, qualche sotto-trama inquietante: non è leale, ecco. Accetto e leggo, sebbene con molte riserve (tutte le luci accese, semi-labrador posteggiato sui piedi, torcia bottiglietta d’acqua barrette di cioccolato a portata di mano, ché per me la paura è una sorta di enorme onda di angoscia che diventa pervasiva e dominante e mi impedisce anche di alzarmi dal letto per recuperare cibarie), i libri che dimostrano dall’inizio le proprie nefande intenzioni: A sangue freddo, che ho amato in maniera viscerale, dichiara dall’inizio di non raccontare una storia d’amore; ho preso le mie contromisure, l’ho divorato, mi è piaciuto da morire. Quelli che odio, sono i libri che tendono agguati, che si spacciano per piacevoli compagni d’avventura: non ho degnato di uno sguardo per molti anni il mio amato Murakami quando, all’interno di L’uccello che girava le viti del mondo, ha inserito un’evitabilissima scena di torture. Così, sto detestando Jonathan Safran Foer: ma come diavolo gli viene in mente, in un libro sull’America post-undici settembre, di far saltare fuori una truculenta descrizione del bombardamento di Dresda? Eccheccavoloperò.

Questo post è dedicato a chi mi ha salvata da brutte esperienze libresche: da Cecità di Saramago (incendio) a Kafka sulla spiaggia di Murakami (violenza sui gatti) la lista dei libri che non leggerò si allunga.

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Per quali motivi, secondo voi, vale la pena vivere?

Ognuno di noi ha passioni sfegatate, amori inspiegabili, attrazioni morbose che agli altri sembrano esagerate, folli, fuori contesto, fuori giri; c’è chi piange per un gol della sua squadra del cuore e ne parla per giorni con gli occhi che brillano, una sassata all’incrocio dei pali, ma ci credi?, e le mani a mimare la traiettoria della sfera nell’aria, c’è chi passa una notte davanti alla saracinesca di un box office per comprare i biglietti per il concerto dei Tazenda e intanto ascolta col walk-mann le canzoni e pregusta il piacere e chi si fionda all’altro capo d’Italia con uno zainetto e un I-pod e la speranza di comprare il primo numero di Sailor Moon. Ognuno di noi è fan di qualcosa, o di qualcuno. Io adoro Roberto Saviano. Impazzisco per lui. Saltello su e giù quando lo vedo in televisione, annuisco vigorosamente con la testa quando leggo un suo articolo, pretendo che chiunque mi stia accanto commenti con toni non meno che entusiastici ogni sua uscita. Mi piace, non ci posso far niente. Mi piace.

Quando è uscito Gomorra avevo preconcetti che me ne impedivano la lettura; guardavo il volumetto con la costina gialla e le lame di coltello rosa in copertina, sugli scaffali del supermercato, tra una pila di lattine di pelati e una di tonno pinne gialle, e pensavo che fosse noioso, un libro che avrei finito per leggere solo come stampa militante, ma a malincuore e storcendo la bocca, ché per me la noia è una delle dannazioni più grandi della vita. Qualche volta l’ho anche preso, Gomorra, l’ho sistemato nel carrello, sul sedile porta-bambini perché la busta con le mozzarelle 3X2 non lo bagnasse, gli ho fatto fare un giro per i corridoi ed ho finito per posarlo di nuovo, scusarmi dicendo che sì, un giorno lo comprerò, ma ora devo recuperare le lattine di manzo e pollo in gelatina per il semi-labrador e quindi. Poi sono stata in vacanza a Caserta, da una cugina che è come una zia ma più simpatica e allegra e piena di empatia, e suo marito mi ha parlato di Saviano e di camorra e di appalti e cemento, e non sembrava più noioso. Anzi. L’ho comprato, alla fine, ed ero di nuovo a Palermo, era il 5 gennaio e in libreria non si trovava più, era stato impacchettato e infiocchettato e regalato per Natale. L’ho cercato al supermercato ed una copia era ancora lì, tra tonno e pelati e spaghetti e paccheri e carta igienica multistrato profumata adatta a tutta la famiglia ed anche ai single, e l’ho letto e me ne sono innamorata. Perché Gomorra non è solo la storia triste e dura di come il sistema abbia metodicamente distrutto la Campania, l’Italia, l’economia della nazione e il senso della legalità e della giustizia, non è solo la cronaca di tutto quello che non si vuole sentire dire, le infiltrazioni camorriste al nord, i rifiuti che avvelenano l’agricoltura e i nostri piatti, i ragazzi la cui massima aspirazione è fare lo spacciatore perché dove non c’è lo Stato il parastato mette radici. Gomorra non è solo questo. È anche accorato e mesto, e soprattutto è scritto da un ragazzo che ama la parola, che ricerca e lima e smussa e cesella ogni termine, che sa che la forza di ogni sua sillaba sta anche nella dolce poesia che inietta in ogni lettera. È stupendo, leggetelo. E vi assicuro, non lo dico solo perché lo adoro, perché mi fa impazzire quando si gratta la zucca e si lecca le labbra e sembra imbarazzato e fuori posto, un ragazzino a cui la professoressa abbia chiesto di leggere il tema davanti alla classe e che ora si vergogna; un uomo che, tra i motivi per cui vale la pena di vivere, mette al primo posto la mozzarella di bufala aversana. Provate ad assaggiarla, tenete in bocca il sapore del fiato di bufala e pensate per cosa, per voi, vale davvero la pena di stare al mondo.

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Libri cult e cocktail di gamberi

Si può voler lavorare nell’editoria e non conoscere Porci con le ali? Me lo chiedevo oggi quando, alla casa editrice dove presto gratuito servizio da stagista (suona molto Monica Lewinski, lo ammetto), in due sghignazzavamo senza ritegno pensando all’incipit del Diario sesso-politico di due adolescenti, mentre le altre, intente a ricoprire di scotch marrone gli scatoloni di volumetti da spedire al distributore, lingua tra i denti e forbici-che-non-tagliano in mano, ci guardavano con un misto 50% stupore – 50% sottile invidia. Chiaramente, non ho l’illusione che gli addetti ai lavori leggano tutto quello che si trova in libreria; non ci sarebbe il tempo materiale, ed è anche vero che se correggi limi ricostruisci proponi sponsorizzi impacchetti libri tutto il giorno, arrivato alla sera l’odore della carta ti dà la nausea. Non ho questa speranza, quindi, ma supponevo che un certo grado di conoscenza in materia fosse richiesto; una situazione del tipo va bene, non puoi averli masticati e digeriti tutti, ma almeno una infarinatura, una generica conoscenza, un viso che non prenda l’espressione a punto interrogativo se si nomina Canne al vento dovrebbero essere dovuti. Invece.

Ci sono romanzi che hanno segnato un’epoca. Non saranno i grandi classici, è ovvio, Rocco e Antonia o Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice non sono Tolstoj e Flaubert, ma Porci con le ali, come Dalla parte delle bambine, come Paura di volare, bisogna almeno averli sentiti nominare. Sono lo specchio di un modo di pensare, di una concezione dell’amore, del sesso, della libertà e della voglia di sentirsi adulti, indipendenti, sicuri di sé e del proprio ruolo nel mondo che adesso sono cambiati; è cambiata la mentalità, è cambiato il modo di volerla mettere in atto, di pretendere i propri privilegi o richiederli, di esigerli o piagnucolare perché ci mancano. Quello che era rivendicazione, orgoglio, volontà di ottenere il massimo in tutti i campi è ora rassegnazione, mancanza di risolutezza, scarsa voglia di provarci. Stanchezza. Disillusione. Si camminava per le strade a pugno chiuso, ora ci si atteggia su facebook o si mormora con fare sconsolato delle proprie sventure. Altra epoca, altri modi, altre decisioni e prese di posizione.

Porci con le ali, dei tre nominati, è il romanzo più piacevole, più allegro anche quando è mesto o scazzato o imbronciato. È un libro del 1976, e si nota, è vero; si parla di manifestazioni, di masturbazione, di sesso goffo e divertente e spaccacuore, di canne e genitori e parolacce, di incomprensioni e dolore e sorrisi. È un libro tenero e paraculo, a volte, è malizioso e ghignante e piagnucoloso, ma fa parte della storia; è come la Fiesta, il Buondì Motta, il cocktail di gamberi e il filetto in crosta: bisogna conoscerli per sentire in bocca il sapore degli anni Settanta.

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Le parole sono importanti

Che la gente sia innamorata di Facebook è un dato di fatto; persone che avevano vissuto benissimo senza sapere che il ragazzino che al catechismo sedeva all’ultimo banco ora fa l’elettrauto ad Isernia adesso non sorbiscono il caffè se la barra blu non campeggia in alto sul monitor. Tra le amenità che il social network offre, c’è la possibilità di comunicare urbi et orbi la propria situazione sentimentale e la presenza di parenti nel magma informe di amici e conoscenti. Sullo stato civile, vige il dettame di tacere la verità, soprattutto se si tratta di una banale singleanza; allora, tutti impegnati col miglior amico o, possibilità glam come non mai, tutti in coro a dichiararsi vedovi. Per quanto riguarda i rapporti di parentela, una vasta gamma di spiritosi si proclama figlia e/o genitore dei propri coetanei. Fin qui, siamo al semplice passatempo sciocco; dirsi padre del proprio compagno di banco non è più furbo di passare un pomeriggio a lanciare caccole dalla finestra, ma tant’è. Ben diverso è il caso della moltitudine che annovera gli amici (intimi, stretti, d’infanzia) tra i fratelli. Là la situazione è complessa e una discussione improvvidamente avviata sull’argomento ha rischiato di degenerare in lite (capelli tirati, tasti del pc usati come proiettili da cerbottana, il semi-labrador in assetto di guerra). È un argomento sensibile, davvero. La tesi del partito la-mia-amica-è-mia-sorella è che gli amici siano i parenti che si scelgono (da immaginare col tono di Mina che pubblicizza spaghetti), e che dichiararli ufficialmente fratelli sia un segno di affetto, un riconoscimento di amore. Fin qui, posso anche capire; non seguo, però, chi mi dice che non si tratta di una semplice affermazione di tenerezza, ma di un dato di fatto. I fratelli, nel bene o nel male, sono qualcosa di diverso dagli amici; innanzitutto, ci sono stati sempre, sia nel senso che non sono apparsi nella nostra vita quando eravamo già adulti, sia nel senso che ci sono stati in ogni momento: non potevano, a fine giornata, aprire la porta e andar via, ecco. Un fratello c’è quando hai la varicella e ti gratti e pensi che le puntine non andranno più via, o quando hai visto Jurassic park di nascosto ed ora hai paura ma non lo puoi ammettere; c’è quando hai tre anni e piangi la notte, e se ha solo pochi anni più di te probabilmente piangerà anche lui, pieno di un’angoscia sorda di cui non sa il motivo. Mangiate allo stesso tavolo, tu e tuo fratello, avete lo stesso gusto, siete stati svezzati con lo stesso sapore. Avete un linguaggio comune, e non importa quanto vi azzanniate tutto il giorno, il DNA è quello. Una sorella è quella che era lì quando è morto il nonno, era lì quando vostra madre ha avuto una crisi epilettica, era lì quando hai deciso di studiare biochimica e tuo padre non ti ha parlato per tre giorni. Ha diviso con te i pasti, ha messo lo spazzolino nel tuo stesso bicchiere, ha soffiato sulle candeline per il tuo compleanno; ha rotto la tua macchinina, ti ha nascosto un ragno finto nel panierino dell’asilo. Era lì. Deleteria, noiosa, pesante, non-d’aiuto, ma era lì. Ti ha abbracciato e confortato, ha urlato e sbattuto porte, ha diviso responsabilità o è andata via per scrollarsele di dosso. Forse il problema è che le parole non hanno più il giusto peso, i conoscenti sono amici, gli amici sono fratelli. Ma non illudiamoci, anche i migliori amici sono ben diversi dai fratelli. Chiamiamo le cose col loro nome; le parole sono importanti.

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(Buoni) propositi

Tra i buoni propositi per il prossimo anno rimane saldamente primo in classifica il continuare a coltivare il dubbio. Nella mia personale graduatoria (in ordine sparso, non assaggiare mai una pizza al mascarpone, non tentare di bloccare con gli incisivi un trapano inceppato, ripulire le zampe infangate del semi-labrador prima che faccia da sé sulle federe misto-lino e ridere per una manciata di minuti almeno una volta al giorno), l’arte del dubbio, dell’incertezza, del porsi domande mantiene anche quest’anno la prima posizione.

Non amo chi pensa di avere certezze; meno che mai, chi pensa che sia giusto elargirle in giro con atteggiamento da missionario della fede o da fustigatore dei costumi. Forse è vero, non ho più voglia di ascoltare chi alla possibilità oppone l’assoluto, chi alla scoperta, ai tentativi goffi e maldestri e malriusciti, magari falliti, oppone la granitica obbedienza ad un cieco modo di pensare. Mi piace chi tenta di spiegarsi, non chi tenta di convincermi. Mi piace chi parla con gioia e curiosità, con la golosità di scegliere e gustare ogni sillaba, non chi sputa violenza ad ogni parola annegandola in un mare di melassa, parole finto-dolci per pensieri aggressivi, stizziti, ipocritamente fermi nelle proprie posizioni. Non sopporto chi combatte ad armi impari, chi pensa di avere dalla sua il giusto, dio, il papa o l’autorità. La mia auctoritas è solo la mia morale, e posso rivederla, riassestarla a strattoni e colpetti e tocchi se non mi soddisfa, se lascia in ombra qualcosa, se mi sembra che non rispetti il mio pensiero, o quello di qualcun altro. Posso metterla in dubbio, se ne sento il bisogno. Voglio preservarmi questa possibilità.

La realtà, con le sue incomprensibili crudeltà, può essere capita, o semplicemente affrontata, solo armandosi di dubbi, esitazioni, curiosità. Preferisco dieci domande a cinque risposte. A sangue freddo è uno splendido romanzo; è scritto con uno stile maturo, pieno, variegato, è probabilmente il punto più alto della scrittura di Truman Capote; è attonita, dolente, commossa e partecipe, è la scrittura di un maestro che ha lavorato con lima e raspa per dare ad ogni parola lo spazio che merita. È un romanzo-inchiesta, che parte da un’unica, semplice domanda: da dove nasce il male? Cosa può scatenare una sorda, incomprensibile cattiveria? Quali sono le ragioni, qual è la giustizia, come si può spiegare tutto questo? Senza giustificare né rendere plausibile un evento assurdo nella sua brutalità, Capote trova una risposta alla prima domanda; una risposta ovvia, banale, semplice, se si ha il coraggio di ascoltarla.

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Sapore di libertà

Ho letto da poco una notizia che mi ha riempita di tenerezza, mi ha fatto sorridere mestamente e scuotere la testa, e pensare; in un carcere degli Stati Uniti un gruppo di padri detenuti è stato registrato mentre leggeva delle favole da far ascoltare ai bambini, la sera. Ognuno di loro ha scelto cosa raccontare ai propri figli, ha deciso come modulare la voce, su quali messaggi puntare; ha intervallato il testo con spunti e consigli, lo ha cantato o recitato, ha fatto le voci divertenti e un po’ spaventose che piacciono tanto a chi ancora va all’asilo, e si sente già grande ma nel lettino vuole almeno un orsetto, e a cena fa i capricci perché non vuole la mela, e il papà lo sa e approfitta di un punto e a capo per dire ricordati di mangiare la frutta, e non fare disperare la mamma, per favore, e dormi tranquillo che papà ti pensa, anche stasera, anche domani, sempre. Mi ha fatto sciogliere, l’idea di questi uomini stanchi e soli e arrabbiati, frustrati, rassegnati o carichi di ansia e noia e tristezza, che leggono sottovoce per accompagnare i loro bambini, per mano, tra i sogni.

Provo dolore, quando sento di un altro detenuto che, in Italia, ha pensato di farla finita. Ognuna di queste morti è un fallimento per ciascuno di noi, noi che possiamo cambiare stanza quando ci va, che possiamo scegliere cosa mangiare, quando leggere, fino a che ora dormire, noi che se pensiamo che qualcuno ci stia antipatico possiamo liberamente non frequentarlo, noi che facciamo la doccia quando ci va, che possiamo correre sul marciapiede col semi-labrador al guinzaglio, che compriamo e scartiamo e critichiamo i regali di Natale. Noi, che il problema più grosso è cosa fare a Capodanno. Noi, che abbiamo avuto la fortuna di non delinquere. Anche la volontà, certo, ma soprattutto la fortuna di non trovarci nelle condizioni di farlo. Noi, che ci sentiamo migliori perché abbiamo avuto le opportunità per provare ad esserlo.

Ogni carcere è un mondo a parte. In tutte, però, c’è un vitto regolare e un sopravvitto, una serie di vettovagliamenti che possono essere comprati allo spaccio o portati dai familiari e cucinati su fornelletti poco pratici, poco sicuri. Pranzi confezionati usando il coperchio della lattina di pelati come mezzaluna per tritare la cipolla, perché non tutti gli utensili possono entrare nelle celle; pranzi cotti su una bomboletta da campeggio, intere mezz’ore per far bollire l’acqua, e maccheroni sempre scotti, ma tant’è. Non ho una ricetta, oggi. Niente è così gustoso da sapere di libertà.

Due libri che ho amato parlano di vita dietro le sbarre. Sono particolari, interessanti, mi hanno fatto riflettere e capire qualcosa, troppo poco, certo. Sono Le prigioni degli altri di Adriano Sofri, un uomo che racconta il carcere con pudore e delicatezza, e pensa al cane che non lo riconoscerà, dopo tutto quel tempo, fuori; e Il bacio della donna ragno, di Manuel Puig, perché per evadere da una vita di violenza e sopraffazione le parole, i racconti, ma anche il sapore del dulce de leche non saranno una soluzione, ma almeno aiutano.

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