Solitudine.

Qual è il momento in cui ti senti più solo?

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Ah, ok.

È quando stai male, e dici che stai male, e le persone ti rispondono Io sto peggio.

È quando non hai nessuno con cui scendere a prendere il caffè, e allora non scendi, ché un caffè in silenzio non ne vale proprio la pena.

È quando gli amici ti mandano un whatsapp per il compleanno, e quel whatsapp dice solo Auguri, buon compleanno.

È quando la conversazione telefonica più lunga e appagante delle ultime settimane è quella con un senzatetto iraniano ansiogeno e malmostoso.

È quando non hai nessuno con cui condividere una bella notizia, allora la dici al barista e lui risponde Il caffè lo vuole macchiato, giusto?

È quando non hai nessuno con cui condividere una brutta notizia, e allora lasci che cresca in silenzio dentro di te e ti devasti.

È quando a furia di non avere interlocutori smetti di parlare.

È quando ti viene un’idea bellissima su una cosa da fare, e poi pensi che ti secca farla da solo e quindi pace.

È quando dormi sotto gli alberi con un gatto sulla pancia, perché il clamore mediatico è passato e a nessuno importa più nulla di dove trascorri la notte.

È quando sono le cinque del mattino e inizia ad albeggiare e per strada non si vede nessuno.

È quando non scendi dalla macchina anche se hai trovato posto, perché non hai fretta di arrivare.

È quando cammini su una spiaggia e non si vede nessuno per molte centinaia di metri.

È quando sono le tre di pomeriggio di luglio e il condominio è vuoto.

È quando qualcuno visualizza e non risponde per molti giorni di seguito.

È quando qualcuno ti dice che farà una cosa per te e non la fa, e se glielo chiedi accampa scuse creative e comunque non la fa.

È quando ti promettono di regalarti un camper e non te lo regalano.

È quando ti dicono cosa mangiare, come vestirti, quando farti la doccia.

È quando ti dicono di non bere mentre sorseggiano una birra.

È quando alzano le spalle.

È quando hanno troppo da fare.

È quando tutti intorno a te continuano a chiedere qualcosa, e quella cosa non è mai Tu come stai?

È quando una nave affonda e qualcuno commenta Colpa loro che ci sono saliti.

È quando tutti parlano una lingua e tu non la capisci.

È quando stai leggendo un libro che non ti piace.

È quando hai molta fame e sai che avrai riunione in un bar e ti aspetti un dolcino e nessuno ti offre nulla, e torni a casa con la fame.

È quando nessuno ascolta le tue ragioni.

È quando compri un mazzo di tenerumi per cena e li cucini e vengono male e non avevi previsto un piano b.

È quando aspetti una risposta per moltissimo tempo e la persona che doveva dartela neanche se lo ricorda più.

È quando hai l’ansia e nessuno ti abbraccia.

È quando chiedi un regalo a un’amica, che non le costerebbe niente se non un po’ del suo tempo, e ti dice che lo farà e non lo fa.

È quando non sai cosa dire e passi una serata a fare smorfie a una bambina di un anno per non fare sentire agli altri il tuo silenzio.

È quando continui a pensare che magari oggi sarà diverso, e invece.

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Cose che non ho mai capito.

Perché, quando una persona muore, tutti iniziano immediatamente a pressare i congiunti stretti – mogli e figli in primis – perché si nutrano adeguatamente? Le visite di condoglianze risuonano sempre di Mangia qualcosa e Ti preparo un po’ di tè e Non puoi restare digiuna, i tavoli sono coperti di vassoi di rosticceria mignon, i vicini bussano per portare zuppiere di pasta e lenticchie; perché? Qualcuno teme davvero che i parenti del caro estinto si lascino morire subitaneamente di fame, o è solo il sottile piacere di disporre della vita altrui in un momento di debolezza? O, semplicemente, si parla di cibo perché non si sa cosa dire?

Perché Nando abbaia sempre alla signora del secondo piano, mentre ignora tutti gli altri inquilini?

Perché i fiorai impiegano sempre moltissimo tempo a fasciare con carta crespa colorata, impacchettare in cellophan, infiocchettare e riempire di nastri e cocche il mazzo di fiori che abbiamo scelto? E non è uno spreco assoluto di stagnola e plastica e carta, dato che tutti questi fiocchi e decorazioni verranno gettati via per mettere i fiori in acqua?

Perché i pizzaioli a domicilio aspettano sempre la seconda chiamata prima di far uscire il ragazzo delle consegne?

Perché le persone non hanno ancora capito che il Come va? pronunciato durante un incontro fortuito in strada o in ascensore è solo un banale convenevole a cui rispondere Bene, grazie, e lei?, e non una reale domanda a cui far seguito con dovizia di dettagli sul proprio mal di schiena, sul transito intestinale del proprio barboncino toy, sulle intemperanze del capufficio?

Perché, al panificio dietro l’ufficio, il pane è sempre non ancora sfornato o già finito?

Perché, quando si mangia fuori, le insalate costano sempre moltissimo, e in maniera sporporzionata rispetto agli altri piatti in menu, e sono quasi sempre poco curate e variamente raffazzonate? Perché un panino con hamburger, patatine, palettate di salse, colate di formaggio fuso ha solitamente un prezzo inferiore a un piatto vegetariano, che nella migliore delle ipotesi è composto da due foglie di insalata, di quella già lavata e tagliata che si compra in busta al super, qualche pomodorino, del mais e una manciata di ciliegine di mozzarella?

Perché, nella scala dei gruppi umani più odiati e bersagliati dal sarcasmo online ci sono i vegani?

Perché le commesse, quando mi mostrano un vestito che non mi piace, cercano comunque di convincermi a provarlo perché Devi vederlo addosso? Davvero pensano che un maglione di un colore che non metterei mai mi apparirà improvvisamente bellissimo solo perché l’ho addosso? Se mi mostrano dei pantaloni fluttuanti con le nappe alla caviglia e io scuoto la testa inorridita, perché mi propongono comunque di indossarlo? Pensano che prenderanno magicamente, ai miei occhi, la forma di un paio di jeans skinny?

Perché le persone, quando ti sanno in difficoltà, ti propongono un aiuto che poi non sono disposte a darti?

Perché, quando in un locale c’è una proposta di piatti vegani, sono quasi sempre pietanze complicate a base di tofu e seitan, e mai un sano e robusto panino con la panelle, o una porzione di profumata e succulenta caponata? Perché vegano significa ancora, nel campo della ristorazione palermitana, astruso e pieno di ingredienti non-di-uso-comune?

Perché ci sono persone che dispensano costantemente consigli non richiesti?

Oggi Natalia Ginzburg compirebbe 102 anni. Ancora non ho trovato una scrittrice che mi emozioni di più.

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Come fai a non vedere l’arcobaleno?

Un paio di settimane fa, un quotidiano a tiratura nazionale ha pubblicato una lunga e articolata intervista a una nota cantante; la nota cantante, che da cinque anni spiega a ogni pie’ sospinto quanto la maternità abbia cambiato in meglio la sua vita e che, ad ogni concerto dichiarazione ai giornali apparizione televisiva passeggiata al supermercato, sente la necessità incombente di nominare una fazzolettata di volte il frugolo, nel corso dell’intervista discetta dell’universo mondo: delle sue canzoni, di quelle dei suoi colleghi musicisti, del concerto-evento che ha da poco organizzato nella sua città (e a cui, mannaggiammè, sono andata), ma anche di case chiuse (?), di vaccini (???), di istruzione superiore, del Pd. Parla anche, ovviamente, di suo figlio: cinquenne a cui ha dedicato una canzone, che è stato concepito con l’inseminazione artificiale e che la nota cantante dichiara di crescere insieme alla madre, avvalendosi dell’affettuosa vicinanza di molti amici maschi, atti ad insegnare al piccolo le “cose da uomini”. E qui trova spazio la perla: “un figlio è meglio farlo con un marito ed è meglio dare a un bambino una famiglia, anche omogenitoriale, anche se io sono per la famiglia tradizionale”. Ovviamente, sui social è scoppiata la bagarre: il pubblico, vasto e variegato, della nota cantante di-cui-sopra si è diviso tra chi è rimasto stupito, confuso, ferito dalle sue parole e chi si sta arrampicando sugli specchi da settimane per tentare di trovare un senso alla frase: che, pronunciata da una persona che ha scelto di avere un figlio “in provetta” e crescerlo con la madre, è quantomeno ipocrita. Io, che tra i difetti annovero quello di non saper scindere l’artista dalla persona (o meglio, da quel poco della persona che posso leggere in un’intervista), a distanza di settimane continuo a masticare rancore. Mi chiedo (e lo continuo a chiedere alla mia bella, di solito mentre dorme, svegliandola di proposito perché sono troppo arrabbiata per aspettare il giorno dopo) come un’artista che amavo possa aver rilasciato un’intervista così zeppa di luoghi comuni da sembrare scritta al solo scopo di compiacere qualcuno; ma soprattutto, chi? Come fa una cantante a non conoscere il proprio pubblico, a non sapere che i quattro quinti di chi la ascolta proviene dal grande universo lgbt? Come fa a non rendersi conto di aver pestato un’enorme merda? Ma non ha nessuno che monitori i social, nessuno che legga la fioritura di post in cui viene giustamente tacciata di ipocrisia? Mi interessa poco di cosa faccia della sua vita, con chi scelga di fare figli, chi voglia al suo fianco per crescerli, chi decida di tenere nell’ombra: sono fatti suoi e delle persone che la circondano; ma una dichiarazione di questo tipo, in un momento storico in cui prendere posizione non è mai stato così importante, è grave, offensiva, goffa. Davvero non legge cosa scrive la sua fanbase, davvero non sente il rumore del malcontento che si è lasciata alle spalle? Ma soprattutto, a chi ha fatto bene questa intervista? Se davvero la pensa così (e una piccola parte di me ancora crede che non sia vero), come ha fatto a non avere nemmeno quel minimo di furbizia per tenerlo per sé? Ha una tale sicurezza di sé da non pensare che molte delle persone che si sono sentite offese dalle sue dichiarazioni ci penseranno due volte, prima di stare in fila cinque ore per un firma-copie o di farsi tre ore di pullman per un concerto? Davvero, in un momento in cui un ministro della repubblica dichiara che le famiglie arcobaleno non esistono, le è sembrata una dichiarazione sensata, ben fatta, tempestiva e adeguata? Le do un consiglio, così, spicciolo: investire qualche euro su un buon social media manager e un ottimo ufficio stampa: magari la prossima volta farà dichiarazioni meno discutibili. Quanto a me, ho fatto spazio su Spotify.

[questo post è un augurio di rapidissima guarigione per laMate].

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Chi sono io? E perché nessuno ha voglia di dirmelo?

Una settimana fa ho posto una domanda ai miei contatti di Facebook: una domanda formulata scompostamente, non lo nego, ma che non ha avuto (quasi) nessuna risposta nel merito. Mi chiedevo – mi chiedo, dato che, appunto, non ho avuto riscontro – cosa ci sia che non va in me: e non c’è desiderio di conforto o volontà di ricevere complimenti o autocommiserazione o captatio benevolentiæ dietro le mie parole, ma il reale tentativo di comprendere e, se possibile, cambiare. Fidanzatafiga, la splendida fanciulla che mi sopporta stoicamente da anni, oltre ad essere, appunto, figa, è anche una psicologa: e, tra le mille cose che mi ripete da sempre – tipo, non infilare la mano nel frullatore in funzione, come peraltro una volta ho fatto – c’è l’assunto che, se suscitiamo la stessa reazione in un numero abbastanza grande di persone, è difficile che sia una coincidenza, ma noi stessi ne siamo causa. Da ciò consegue che, se non ci piace come gli altri ci trattano, dobbiamo controllare di non essere circondati da acclarati stronzi: appurato ciò, c’è qualcosa nel nostro comportamento che spinge persone normalmente urbane a comportarsi come militanti di Forza (N)uova a un gay pride. Da qui la domanda: che, appunto, non cercava risposte sornione, né complimenti da parte di semi-sconosciuti, e tampoco parole di conforto o distici elegiaci da persone che non vedo né sento da svariati anni, ma che voleva essere un tentativo di vedermi dall’esterno, di capire e interpretare. Avrei desiderato (e continuo a desiderare, ma penso di dover centrare meglio i miei interlocutori) una schietta risposta del tipo “non sopporto quando fai così”, o anche “preferisco quando non fai così”: e, sia dato onore al merito, amicacatanese lo ha fatto, andando a centrare un punto su cui affliggo fidanzatafiga da intere ere geologiche.

Assodato che qualcosa, da questa esperienza, l’ho comunque imparata – Facebook non è il posto adatto per le riflessioni più personali e complesse – mi chiedo, comunque, come fare a superare il gap che ci porta a vedere noi stessi sempre e solo con i nostri occhi; in questo modo, come si fa ad avere una esatta consapevolezza di sé? Se non riceviamo un feedback dagli altri – altri di cui ci fidiamo, ovviamente – come possiamo capire se le nostre battute fanno schifo, se appariamo dei patetici sbruffoni, se facciamo una cosa che sta fortemente sullo stomaco ai tre quarti della popolazione mondiale? Chi ci dice dove sbagliamo e dove facciamo bene? E lo sguardo degli altri quanto è realmente imparziale? Vale più il commento di un amico, che ci conosce e somma, ai nostri atti, tutto il vissuto che ci ha legato, o quello di uno sconosciuto che ha un punto di vista solo parziale ma più scevro di pregiudizi? Quanto siamo fastidiosi, stancanti, piagnucolosi o irritanti quando pensiamo di essere assidui, invitanti, irresistibili? Cosa sappiamo davvero di noi, e cosa sanno gli altri di noi?

Quanti sguardi alieni ci vogliono a comporre una esatta immagine di noi stessi?

Dopo molti anni, ho deciso di riprendere in mano un libro che avevo affrontato e non portato a termine: è Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) di David Foster Wallace, un autore che avevo amato all’epoca di La ragazza con i capelli strani, una raccolta di racconti che fidanzatafiga ha odiato e che a me erano piaciuti molto, e che ho progressivamente abbandonato col tempo. Leggo lentamente e lo trovo faticoso e involuto, ma voglio tenere duro e arrivare alla fine.

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Di mamma ce n’è una sola (e non sono io).

Per evidenti ragioni di età, ultimamente sono spesso a contatto con persone che hanno avuto figli, specie se da poco. Complice un cugino scout che snocciola un bambino l’anno, qualche amica o sorella di amici o cugina di sorelle di amici, un po’ di colleghe e affini, sento pronunciare sempre più spesso commenti sui pannolini dell’Esselunga, sui più efficienti cuscini anti-soffocamento, sulle pizzerie provviste di seggiolone, sulle culle da agganciare al letto matrimoniale; prima di entrare in questo mondo pensavo che la scelta di un passeggino fosse relativamente semplice, tipo andare in un negozio, vedere qualche modello e optare per quello col miglior rapporto qualità-prezzo: e invece, tra ruote piroettanti, maniglione unico per quando hai il pargolo in braccio ma devi comunque spostare il trabiccolo, capottina anti-neve e copertina termica per le gambe, l’impresa sembra complessa e meritevole di ricerche incrociate su internet, valutazione corale di pro-e-contro, richiesta di pareri in improbabili gruppi su Facebook. Assodato che non ho e non avrò figli, queste conversazioni hanno, per me, il fascino indiscusso di qualcosa che interessa vagamente, incuriosisce senza creare ansia, diverte moderatamente. Da forte lettrice di riviste da parrucchiere – dove, peraltro, non vado da decenni, ma alle riviste sono abbonata – posso a pieno titolo inserirmi decantando le virtù della culla next-to-me, fermo restando che, non dovendone comprare una, posso sorvolare sul fatto che costi quanto un brillante di buon taglio.

I bambini, soprattutto quelli a cui sono affezionata, mi divertono abbastanza: mi piace Robert, la mascotte dell’ufficio, mi piace Stefanuccio, il figlio della Fra’, mi piacciono abbastanza anche i miei semi-nipotini Generico e Brucovico, sebbene siano in profonda crisi da vicinanza di età e sorellina in arrivo; mi piace anche Pagnottino, il nipote di amicastorica, sebbene lo abbia visto poche volte. Mi piacciono meno, invece, i discorsi che sono, spesso, corollario della presenza di una madre o un padre nei paraggi. Non mi piace molto sentirmi dire che anche io vorrò un figlio, prima o poi: soprattutto se a dirlo è qualcuno che non mi conosce bene e che non sa che la mia scelta di non avere figli è profonda, radicale e molto pensata. Non mi piace sentirmi dire – e me lo sono sentita dire – che non essendo madre non posso sapere quali sono le esigenze o i limiti di un bambino, o come si distingue un pianto da un capriccio, come se fosse esclusiva capacità di chi ha partorito comprendere un essere di meno di tredici anni. Mi infastidisce sentirmi dire che non voglio un figlio solo perché non voglio rinunciare alle mie notti di sonno: e comunque, anche se fosse, penso che sarebbero esclusivamente fatti miei. Mi dispiace, soprattutto, sentire parlare molti genitori dei propri figli come se fossero una specie di condanna; bambini che non dormono, non mangiano, non fanno i compiti e rispondono male alla maestra – di fatto, normalissimi bambini, magari solo un po’ più viziati o capricciosi di mille altri – protagonisti di racconti dell’orrore in cui madri e padri si sentono succubi della loro presenza; una persona che conosco per lavoro – e che stimo, tra l’altro, e trovo anche piuttosto simpatica – è arrivata a paragonare i suoi bambini a un ergastolo, onde poi chiedermi, qualche quarto d’ora dopo, come mai non ne desideri uno anche io; penso che sarebbe stato offensivo dirle che le sue parole sono un potente contraccettivo: mi sono limitata a rispondere che, ecco, magari prenderemo un gatto. Al di là dell’episodio, mi sono chiesta e mi chiedo spesso se avere figli sia davvero una scelta personale, o se per qualcuno non sia soltanto un’imposizione sociale abbinata a un’esigenza ormonale; e comunque, anche noi, da bambini, eravamo così invisi ai nostri genitori? Perché molti fanno figli se poi, dopo una manciata di anni, ne hanno le tasche piene? E, se tornassero indietro nel tempo, li farebbero di nuovo? È davvero così frustrante e deludente la genitorialità? Ovviamente, mi tengo le mie domande senza risposta: non sono mica una madre, io.

Ho finito da poco Limonov di Emmanuel Carrère, e ne sono rimasta folgorata; la figura, affascinante e controversa, di questo scrittore, poeta, militante politico, mi ha a tratti esasperata, a tratti divertita, a tratti profondamente commossa; ho iniziato Il libro dell’acqua, da Carrère definito il più bello tra i libri di Eduard Limonov: devo dire che mi sta stupendo.

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Pane, amore e blasfemia.

Sono in molti a crederci. Durante la messa recitano il Credo, ogni frase del quale è un insulto al buonsenso, e lo recitano nella loro lingua, che si presume capiscano. Quand’ero piccolo, la domenica mio padre mi portava in chiesa e gli dispiaceva che la messa non fosse più in latino, un po’ per passatismo, e un po’ perché, ricordo ancora le sue parole, «in latino non ci si accorgeva che scemenza fosse». Ci si può rassicurare dicendo: non ci credono. Come non credono a Babbo Natale. Fa parte di un retaggio, di abitudini secolari e belle alle quali sono attaccati. […]

Comunque, tra i fedeli, accanto a quelli che si fanno cullare dalla musica senza preoccuparsi delle parole devono esserci anche quelli che le pronunciano con convinzione, con cognizione di causa, dopo averci riflettuto. A domanda, risponderanno che loro credono veramente che duemila anni fa un ebreo è nato da una vergine, risorto tre giorni dopo essere stato crocifisso, e che tornerà per giudicare i vivi e i morti. Risponderanno che loro stessi fanno di questi eventi il centro delle loro vite.

Sì, non c’è dubbio, è strano.”

E. Carrère, Il Regno

Vengo da una famiglia cattolica; mia madre, e prima di lei mia nonna, sono state (mia madre lo è ancora) molto devote. Mia nonna ha recitato il Rosario alla B.V. di Pompei ogni giorno, dai sei anni alla morte; ci portava, me e i miei cugini, a Messa con regolarità: il sabato pomeriggio, alle 18, seduti in fila sulla penultima panca della chiesa dietro casa sua. Un po’ immusoniti e annoiati, ma vagamente rallegrati dalla prospettiva di un fine settimana senza compiti, sbirciavamo l’orologio ogni pochi minuti; era una celebrazione per vecchiette tremule e madri di famiglia che avrebbero trascorso la domenica mattina a preparare il pranzo: rapida, abbastanza indolore, senza canti o spargimento di incenso. Superata l’età delle imposizioni familiari, qualche tempo dopo la Comunione, io ho smesso drasticamente di andare in chiesa; i miei cugini, invece, sono entrati nel garrulo mondo dello scoutismo, ma questo è un discorso che non coinvolge me, ma loro, le loro famiglie e un buono psicanalista, quindi possiamo soprassedere.

Mia madre, oggi, fa parte di un coro religioso: va regolarmente alle prove, studia i canti con dedizione, ascolta registrazioni per valutare le diverse versioni della stessa melodia, ritmo accompagnamento strumentale clangore di percussioni, cascate di note zuccherose che si succedono sul pentagramma; è un coro di adulti piuttosto bravi, vengono ingaggiati per matrimoni e ordinazioni, ogni tanto si esibiscono per motivi benefici. A mia madre fare parte del coro piace, è un’attività che la rilassa e coinvolge, e che prevede un ricco apparato di esibizioni di fede: preghiere prima e dopo le prove, PadriNostri recitati tenendosi per mano, faticose prove ginniche a base di inginocchiamenti ed estensione di braccia al cielo. Lei partecipa attivamente a tutto questo fermento, e ne è contenta.

Mia madre, del resto, è un medico: è una persona che crede fermamente nell’evidenza scientifica, che analizza con attenzione e metodo i problemi per affrontarli nella maniera più accurata, che legge molto e si documenta. Quando mi sono imbattuta nel brano di Carrère che ho citato prima, non ho potuto far altro che pensare a lei; gliel’ho letto, e lei ha alzato un sopracciglio e mi ha risposto Non fare la blasfema. Ho indagato ulteriormente, deducendone che posso smettere di temere per la sua salute mentale: perché mia madre vede nella celebrazione e nei suoi rituali un simbolo, un retaggio mnemonico, il residuo verbale di un atto successo qualche centinaio di anni fa. Ho tirato un enorme sospiro di sollievo, comunicandole contestualmente che andrà all’inferno: perché, in teoria, questa fede condita di razionalità non basta: bisogna spingersi oltre.

Per esempio, secondo la dottrina cattolica, la Comunione non è simbolo, ma transustanziazione: ovvero, milioni di persone in tutto il mondo credono (o, come mia madre, dovrebbero credere ma edulcorano con la ragione) di stare davvero ingoiando, con la particola, un pezzo del corpo di una persona (persona con natura divina, va bene, ma con corpo umano) vissuta (e morta!) duemila anni fa. Con la sua spiccia modalità comunicativa, mia nonna avrebbe chiosato Mi tocca ‘o stuommac’. Ecco, questo è solo un esempio, forse il più evidente e spinto: ma, riflettendo sulle parole di Carrère, non posso fare altro che chiedermi se davvero (ma proprio davvero, non solo pro forma) milioni di persone credano a cose che contrastano con il più semplice buon senso; che davvero siano convinte non solo dell’esistenza di un essere supremo, creatore di ogni cosa – già, per me, ben oltre i limiti del fantascientifico, ma comprensibile necessità per tutti coloro che cercano un senso e una spiegazione a ciò che li turba -, ma che, ad esempio, questo essere abbia auvuto un figlio, concepito da una vergine, che è resuscitato in corpo e spirito e attende tutti (tutti!) per farli resuscitare in corpo e spirito. Davvero, non lo capisco e mi fa un po’ paura. Se una vaga idea di religione (quella che hanno tutti coloro che, alla domanda Ma sei cristiano? rispondono No ma credo in dio) posso anche vagamente concepirla – come metodo per sedare le ansie, come risposta a domande ataviche, come maniera per colmare lacune che la scienza non ha ancora avuto il tempo di appianare -, la piena aderenza ai dettami cattolici (ma, sia ben chiaro, anche delle altre religioni!) rimane per me un grande mistero.

Mi piacerebbe conoscere qualcuno con cui parlare di tutto questo, ma. E comunque il libro è davvero potente e dirompente, come quasi tutti quelli di Carrère.

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Cos’è, per voi, la felicità?

Una settimana fa mi sono imbattuta in un post su Facebook in cui si chiedeva agli astanti se fossero felici. Io ero fuori con la mia bella: eravamo state al centro commerciale e avevamo trovato delle scarpe belle e comode a buon prezzo senza dover girare per ore tra la folla; avevamo comprato un nuovo puzzle per la nostra collezione e anche un cappotto semplice ed elegante, scovato per caso in un negozio dove non avevamo mai messo piede. Di lì a breve saremmo andate a recuperare amicacatanese, avremmo mangiato una buona pizza e ciacolato amabilmente per l’intera serata. In quel momento, mentre camminavo mano nella mano con la mia compagna, e non c’era troppo freddo e non avevo fame e mi era passato il mal di schiena, mi sentivo pienamente felice: e ho commentato quel post scrivendo, appunto, che ero felice. Sono stata praticamente l’unica.

Assodato che so di essere una persona molto fortunata – non ho particolari guai di salute, almeno che io sappia, ho una stupenda donna al mio fianco, ho pochi (molto pochi) amici a cui voglio molto bene, ho un lavoro relativamente precario ma interessante, – mi chiedo: come mai gli altri non sono felici? Scartando, ovviamente, chi ha reali preoccupazioni per la salute propria o dei propri affini, chi ha appena perso il lavoro, chi si è accidentalmente lasciato cadere una palla da bowling sul piede, mi chiedo: cosa vi manca per essere felici? O forse sto equivocando io, e quella che mi sembra felicità è solo una sorta di olimpica atarassia?

È possibile che la mia idea di felicità sia sbagliata? La felicità, alla fine, cosa è? La mancanza di sofferenza, o la pienezza di gioia? La prospettiva di una serata serena e di una buona pizza è felicità? Sono io ad avere standard troppo bassi, o è chi mi circonda ad aver alzato troppo l’asticella? È più sano essere felici ogni volta in cui non abbiamo più quel forte dolore all’alluce, o esserlo soltanto nel momento in cui vinciamo un importante premio internazionale? La felicità è una condizione che si protrae nel tempo, come il ron ron da fuoribordo di un gatto che fa le fusa sul termosifone, o un lampo che squarcia la notte come un fuoco d’artificio? Ma soprattutto, quando siamo felici, ce ne accorgiamo? O attribuiamo una felicità retrospettiva a momenti lontani nel tempo, che ricordiamo con rimpianto (e con quel pizzico di miopia che appanna i ricordi e li rende confortanti)? E sappiamo ammetterlo, quando siamo felici? O preferiamo un’aria dolente e strutta da giovane Werther post-moderno? Ci sembra banale dichiararci felici? Un tempo, era tipico degli adolescenti ostentare un atteggiamento mogio e affranto; adesso anche gli adulti si beano di sedere figuratamente su uno scoglio schiaffeggiato dalle onde, col ciuffo al vento e un’aria di dissimulato dolore, come afflitti da una costante ulcera peptica. Ma perché? O saremo diventati tutti un po’ Michele Apicella in Ecce bombo, intenti a scoprire se ci si nota di più se non andiamo alla festa, o se ci andiamo e ci mettiamo lì in un angolo? Ecco, sarà che sono vecchia, sarà che non ho aspettative abbastanza alte su me stessa, sarà che dopo periodi difficili adesso mi sembra tutto straordinariamente bello e luminoso e pieno di colori: ma io, in questo preciso istante, sono molto felice.

Avevo chiuso il 2017 lagnandomi di aver letto poco; ho iniziato il 2018, invece, leggendo un bel po’. Adesso sto finendo Souvenir, ultimo volume della saga dei Bastardi di Pizzofalcone di de Giovanni. All’uscita dei primi libri dell’autore ero rimasta molto (molto!) piacevolmente colpita; poi, un po’ di ripetitività e la tendenza al “riassunto delle puntate precedenti” mi avevano raffreddata. Questo giallo non è male: lo stile è sempre interessante, la storia un pelino forzata ma ci sta. Peccato, come sempre, per tutte le pagine in cui, con grande sfoggio di patetismo, lo scrittore divaga, prendendo a pretesto il tempo atmosferico o il periodo dell’anno: ammettiamolo, sono abbastanza noiose, spezzano il ritmo della narrazione, sono identiche in tutti i libri dell’autore, non sono funzionali al testo, sembrano solo un momento di autocompiacimento, come gli interminabili assoli di chitarra ai concerti di Carmen Consoli. Vi prego, fatelo per me, basta.

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Chomolungma, la dea madre del mondo.

Campo base dell'EverestVivo a Palermo da quando sono nata: e amo la città, il caos, l’odore acre di inquinamento salmastro che si mescola al dolcefiorito dei miei gelsomini, il rumore delle macchine; non per niente, ho costretto la mia bella a vivere sulla circonvallazione, in un posto così rumoroso che d’estate, se apriamo le finestre, la sera, non sentiamo più la tv. Non mi piace molto il mare e ho poca familiarità con la montagna: a parte qualche settimana bianca sulle Dolomiti, da ragazzina, e un paio di gite sulle Madonie e sull’Etna, vanto la conoscenza solo di Monte Pellegrino che, nonostante l’amore tributato dalla città, non è altro che una collina bassotta e multicolore. Per questo, la mia recente passione-ossessione è del tutto fuori luogo: ma, complice la visione casuale di un film, Everest, ho sviluppato una dipendenza da tutto ciò che parla di spedizioni sull’Himalaya. Soffro di vertigini fin dall’infanzia: ho avuto difficoltà ad abituarmi alla nostra casa al settimo piano, a Monte Pellegrino non mi sono mai affacciata dal belvedere, durante le gite in montagna non riesco a guardare il paesaggio, mi sono rifiutata di salire sulla Torre Eiffel e sulla Mole Antonelliana; anche gli scivoli del parco acquatico sono proibitivi, per me: e questo non fa che aggiungere attrattiva a libri e film in cui, invece, ci sono persone che si librano a 8000 metri sul livello del mare, in condizioni di carenza di ossigeno, attaccati a una corda fissa posata magari qualche anno prima, con una insensata fiducia nelle proprie piccozze e nella benevolenza del fato, solo per il piacere di arrivare in cima. Credo che sia questo che ad attrarmi: l’assoluta inutilità pratica di tutta questa fatica, la capacità di impegnare almeno due mesi di vita per un’impresa che potrebbe fallire in qualsiasi momento, la perseverenza nella preparazione fisica e medica, la sfida alla morte, e tutto semplicemente per potersi misurare con le proprie capacità.

Prima di intraprendere la lettura di libri e articoli sull’argomento, delle scalate himalayane non sapevo nulla: adesso so pochissimo, è chiaro, ma quel poco mi spaventa ed esalta insieme, e spinge la mia mente iperrazionale a cercare un senso. Perché una persona “normale” dovrebbe mettere in atto quella che è, di fatto, una condotta ordalica in piena regola, ricevendo dagli astanti (e anche da me, che tremo di paura avviluppata nel mio piumone) lodi e complimenti? Delle persone che tentano la scalata al monte Everest (ma anche al k2, al Nanga Parbath, al Lhotse, all’Annapurna), un quarto muoiono durante l’impresa: e i loro corpi restano lì, scavalcati dagli altri scalatori che si affollano in vetta. Delle persone che raggiungono la vetta, una quantità considerevole riporta lesioni permanenti, prime tra tutte la perdita delle mani o dei piedi. Durante le fasi finali delle scalate, non è raro che persone in difficoltà vengano lasciate indietro e, di fatto, condannate a morte: una perversione dei valori abituali degna di una situazione di guerra, motivata dall’assolutà impossibilità di salvare qualcun altro senza mettere a repentaglio la propria vita. Posso, con enorme sforzo, riuscire a comprendere la volontà di affrontare i propri limiti e mettersi alla prova in maniera così violenta e priva di margine di sicurezza: ma mi stranisce come, chi affronta questi rischi, non incorra nel biasimo sociale, come succede, invece, a chiunque altro si metta in condizione di pericolo estremo senza necessità. Davvero non mi è chiaro: ma il fascino che questa natura, minacciosa e spettacolare, riveste anche su di me che sono la persona più lontana al mondo dai rischi inutili, è enorme.

Tra i libri che narrano di ascensioni sull’Himalaya, quello che più mi ha attratta è stato Aria sottile di Jon Krakauer, che racconta in prima persona la scalata all’Everest del 10 maggio 1996.

Per ora cucino molto poco: la mia bella mi vizia e mi rimpinza di piatti deliziosi. Dopo degli stupendi involtini di melenzane, è stata la volta delle crepes con ricotta, spinaci e speck; sto tramando per farle dichiarare Partimonio dell’umanità Unesco.

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Uccidere un usignolo.

Quando sarai grande vedrai tutti i giorni uomini bianchi che ingannano in neri; ma voglio dirti una cosa, e non dimenticarla mai: se un bianco fa una cosa simile a un nero, chiunque egli sia, per quanto sia ricco o appartenga alla migliore famiglia, quel bianco è un disgraziato”.

Come mi viene ribadito giornalmente, non sono una persona particolarmente intelligente: non ascolta musica abbastanza noiosa e, per ravvivare una solitaria e silenziosa giornata lavorativa, preferisco Gasolina alla quinta di Beethoven. Non leggo libri sufficientemente spocchiosi, non vado al cinema a vedere film in cui vengono pronunciate solo sei battute, mi rimpanzo di serie tv e rileggo sempre gli stessi romanzi. Sono troppo poco intelligente, ecco: e molte cose non le capisco, e mi piacerebbe che qualcuno me le spiegasse.

In questi giorni, mi sono ritrovata all’interno di una combinazione affascinante, una specie di gioco di scatole cinesi; dato che, nella mia scarsa prontezza intellettuale, spreco tempo a rileggere, ho deciso di affinare la perversione: adesso ascolto (e ri-ascolto, se è per questo) gli audiolibri di romanzi che ho già letto. È un piacere intellettivo enorme scoprire mille nuove sfumature impresse al testo dalla voce dell’attore: se l’attore è bravo, beninteso, ma quasi sempre lo è. Molti begli audiolibri si trovano in podcast sul sito di Ad alta voce, una trasmissione di Radio tre: ed io, che sto in macchina molto tempo e mi annoio tantissimo, ho appena finito di ascoltare Manuela Mandracchia alle prese con uno dei libri che ho amato di più: Il buio oltre la siepe di Harper Lee, nella traduzione di Amalia D’Agostino Schanzer. La scelta dell’audiolibro è risultata particolarmente azzeccata: mi sono ritrovata in uno strano e ributtante caleidoscopio in cui le frasi della scrittrice si andavano a intrecciare con la cronaca attuale. E così mentre Atticus, dall’altoparlante del mio smartphone, perorava la causa di Tom Robinson, giovane nero accusato di violenza sessuale nei confronti di una bianca, nell’Alabama degli anni Trenta, sui giornali alcuni sindaci siciliani (siciliani!) latravano contro l’arrivo di 50 (in lettere: cinquanta) ragazzini migranti in un hotel dismesso sui Nebrodi, inscenando una stomachevole scena a base di blocchi stradali. Mentre Scout e Jem e Dill discutevano del diritto a un equo processo per i neri, sempre in Sicilia (in Sicilia!) un gruppo di genitori strepitava istericamente per impedire l’accesso alla piscina a un drappello di adolescenti migranti. Mentre Bob Ewell affermava di aver chiesto all’amministrazione della contea di impedire ai neri di passare davanti alla sua proprietà, sul web una pletora di scalmanati urlava contro l’invasione della sacre terre italiche. In questo enorme garbuglio io, che non sono molto intelligente, sono più confusa della piccola Jean Louise: e mi chiedo, con reale curiosità, dove sia l’attestato che dimostri che un pezzo di Palermo è mia: altrimenti, non capisco come si possa dire che qualcun altro la sta invadendo. E mi sento ancora più disorientata quando persone che conosco se ne escono con Poverini, ma certo non possiamo accoglierli tutti. Perché, non possiamo? Cosa ce lo impedisce? Ho letto che è stato fissato un tetto massimo, per l’accoglienza dei migranti nei Comuni: ci sono addirittura delle percentuali, come se stessimo parlando della quantità di sodio nell’acqua minerale. E io continuo a non capire quale sia il problema: di cosa abbiamo paura? Quale enorme intrinseca debolezza ci porta a temere il diverso? E con quale faccia possiamo dirci umani e cacciare dei bambini da una piscina, solo perché sono neri? Non lo capisco, davvero. È come uccidere un usignolo.

https://www.youtube.com/watch?v=ceA5hkBXLxc

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Gente (fastidiosa) da social network.

Quelli che usano i social come una grande vetrina in cui esporre la propria vita per ricavarne l’imperitura invidia degli astanti: una cascata di foto di località tropicali – piedi in acqua, costumini sgargianti e occhiali da sole, un pareo a fiori sullo sfondo, orizzonti al tramonto, nei casi più gravi un grosso pesce preso all’amo -, una valanga di scatti a tematica culinaria – enormi piatti di costolette succulente tuffate in setose creme verde, gelati da coma iperglicemico, pizze con sopra una bufala intera, intesa come quadrupede con le corna -, una grandinata di frasi in cui i termini più frequenti sono meraviglioso, stupendo, entusiasmante, abbellita da una ridda di punti esclamativi e cuoricini e faccine ed emoticon incomprensibili.

Quelli che gli altri mi hanno sempre fatto del male ma io sono buono e vado per la mia strada.

Quelli che non rispondono ai post di felicitazioni per il compleanno: quelli che non elargiscono un like o un grazie o una faccina vagamente contenta ma, a fine giornata, se ne escono con un post in bacheca che dice siete tantissimiiii avete reso migliore la mia giornata, facoltativo anche un cercherò di rispondervi singolarmente a cui non crederebbe neanche il buffo cane giallo.

Quelli che lo so che mi leggi stronzo, ti pare che non lo so cosa ahi fatto?

Quelli che decidono di dedicare la propria permanenza sui social a un unico argomento, meglio se di nicchia: e quindi, eccoli ammorbare la home con post dedicati esclusivamente alla pesca di trote nei fiumi delle Svalbard, al giusto grado di cottura delle trote al forno, ai modelli più comodi di scarpe in pelle di trota.

Quelli che si infilano in ogni polemica esistente, su qualsiasi argomento, vantando infallibile conoscenza della situazione.

Quelli che vogliono farsi compiangere: che indossano foto-profilo lacrimevoli e scrivono post ad alto tasso di puntini di sospensione, citando costantemente i propri guai con aria finto-distaccata – sì, è vero, la macchina è esplosa mentre tornavo a casa dal supermercato e non ho i soldi per fare di nuovo la spesa ma va bene, ce la farò anche questa volta – cercando di suscitare compassione nel prossimo per poi fingere un superiore disinteresse.

Quelli che usano i social per provare a provarci con le amiche della fidanzata o con la fidanzata delle amiche.

Quelli che postano solo canzoni sconosciute, frasi celebri di scrittori lusitani del Trecento, particolari delle vetrate dell’abside della cattedrale ortodossa di Annapolis.

Quelli che cambiano foto profilo tre volte al giorno. Quelli che usano gli ashtag su facebook. Quelli che hanno collegato diversi account e fanno finire su facebook tutte le foto che hanno postato su instagram, con l’insopportabile codazzo di cancelletti e parolette in inglese.

Ho iniziato qualche giorno fa “La paranza dei bambini” di Roberto Saviano. Ne ho letto molto poco, mi piace già molto.

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