Mutazioni, o dello scrittore che improvvisamente cambia stile.

Tutti noi, crescendo, cambiamo: cambiano le nostre abitudini, i gusti, le aspirazioni, le espressioni; da piccoli odiavamo i peperoni e ora sono alla base della nostra alimentazione, da adolescenti sognavamo di fare gli astronauti e ora siamo felici di affumicare prosciutti, da ragazzi ascoltavamo senza sosta i Police e ora saremmo imbarazzati ad ammettere di possedere un loro disco. Il nostro modo di parlare, negli anni, cambia: anche lo stile di uno scrittore, col tempo, si evolve. Ci sono autori che mantengono la propria cifra stilistica quasi immutata, ce ne sono altri che diventano involuti, altri ancora che si rarefanno, staccando sillabe dal foglio con rigore ascetico. Ma di solito, di uno scrittore che amiamo, siamo in grado di riconoscere la scrittura, il sapore, quel certo non so che, anche sfogliando il primo libro e l’ultimo.

L’ho detto molte volte: quando trovo un autore che mi piace, tendo a ricercare compulsivamente tutti i suoi libri, a scartabellare idealmente tra i suoi fogli, a sperare di imbattermi in una sua lista della spesa dimenticata sul fondo di una borsa. Di Andrea De Carlo ho letto tutto, fino a non poterne più: infatti le ultime uscite le ho messe da parte, per non rovinare il ricordo dei libri che ho amato a sedici anni come a venti; il suo stile non è cambiato, è solo stato vittima di una miriade di superfetazioni. Ma, sotto le frasi idiomatiche alla-De-Carlo, sotto la retorica del rapporto uomo-natura sbilanciato a favore di quest’ultima, sotto pagine e pagine e pagine di assurdi tira e molla sentimentali tra i protagonisti del libro, il nucleo è sempre quello: piacevole, godibile, leggibile.

Poi, ci sono autori che inspiegabilmente passano dallo scrivere bei libri allo scrivere assurdità: e per me l’esempio principe è Francesco Recami. Qualche anno fa – tre, quattro? non ricordo – ho pescato a caso in libreria L’errore di Platini. Ho trovato un romanzo davvero ottimo: cinico, sferzante, acuto, cattivo. Mi è piaciuto moltissimo, e mi sono subito messa alla ricerca degli altri. Il superstizioso non mi ha delusa, Il correttore di bozze mi ha confusa, Prenditi cura di me mi è sembrato il suo miglior romanzo: più completo dei precedenti, più strutturato, più lungo e articolato, ma cinico ai limiti della brutalità come gli altri; scomodo, verisimile, straniante, sbalestrante. Avevo letto, di Recami, anche un giallo: opaco, senza infamia né lode, niente-di-che: Il ragazzo che leggeva Maigret, si chiama. Attendevo con ansia una nuova uscita: e in quel momento, senza alcun motivo, uno scrittore bravo, dallo stile impeccabile, con idee e voglia di raccontarle, ha deciso di tramutarsi in uno sforna-storielle: è iniziata la saga della casa di ringhiera. Gialli-non-gialli, sciocchi e insulsi, con personaggi strampalati, privi di trama. I classici libri che sembra abbiano divertito più lo scrittore – che, compiaciuto e sornione, si frega le mani dopo averli terminati – che il lettore medio. A me, ma è solo una mia opinione, sembra un delitto; forse gli alieni hanno rapito il vero Recami, e costringono una controfigura a mandare in stampa storie senza capo né coda? Rivoglio il vecchio Recami, quello che mi spaventava e mi faceva pensare. Lo rivoglio. Per favore.

La mia battaglia contro i piatti-da-preparare-prima continua. Un’ottima soluzione è l’insalata di pollo: la mezza bestia rimasta dalla sera prima (presa in rosticceria, gustosa e consolante), spolpata e tagliata a bocconi, a cui aggiungere patate e carote bollite, mais, salsa rosa, olive verdi, insalata iceberg. Una vera goduria.

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Si fa presto a dire giallo.

 

Scrivere buoni romanzi gialli è indubbiamente difficile: si deve riuscire a trovare il giusto equilibrio tra intreccio e contesto, tra personaggi e intrigo, tra stile brillante e delitti efferati. La tendenza del giallo moderno – protagonisti non-del-mestiere che continuano a inciampare in crimini e misfatti, largo spazio alla vicenda privata di ognuno dei personaggi, poco sangue, poco ritmo, più risate che brividi, più ricette che alibi – ha contribuito a rendere molto complicato trovare buoni gialli, equilibrati, sensati, credibili. In questi giorni di post-vacanze, ho preso in mano due libri: uno è un romanzo, Panza e prisenza di Giuseppina Torregrossa, l’altro è la raccolta a dodici mani pubblicata da Sellerio in occasione del periodo natalizio, Regalo di Natale.
Del primo, sono interamente colpevole io: l’ho fatto trovare a mio padr
e sotto l’albero, convinta di stare portando a casa una specie di Camilleri in gonnella. Invece, grande delusione: il libro non è scritto male, ma ha uno stile molto classico, e soprattutto di giallo ha ben poco. Sì, è vero, si parla di un delitto: ma lo si fa tra un sospiro d’amore e l’altro, tra una riflessione sul profumo dei gelsomini e una sulla giusta consistenza del gelo di cannella, tra un rammarico della protagonista che non riesce a scegliere tra due uomini – espediente quantomai realistico e attuale, non c’è che dire – e un altro dei due bellimbusti, innamorati respinti dalla donna di cui sopra. Del morto e dell’assassino, siamo seri, importa ben poco a tutti: meno che mai a chi deve indagare, che accetta che la verità non venga fuori – anche perché, siamo chiari, l’autrice non sarebbe mai riuscita a trovare il modo di fornire indizi credibili -, vista l’atrocità di tutti i loschi figuri coinvolti. Bah.
La raccolta di racconti, invece, merita una riflessione a parte: se è difficile scrivere buoni romanzi gialli, scrivere testi gialli brevi e concentrati è quasi impo
ssibile. Applausi a scena aperta, quindi, per Alicia Giménez-Bartlett, che riesce a confezionare una storia che calza a pennello a Petra e Garzon, e soprattutto per Antonio Manzini, di cui non vedo l’ora di leggere il secondo romanzo, e per Marco Malvaldi, che è riuscito a tirarsi fuori dalle pastoie in cui si era imbrigliato, regalandoci un racconto delizioso, vivace, divertente, interessante e intelligente. Peccato per Maurizio de Giovanni: personaggio nuovo, ambientazione diversa, stile piacevole, ma una storia deboluccia e davvero poco poco gialla: al limite noir, ma proprio grigio perla, va’. Sciocco, sconclusionato e auto-celebrativo, come sempre, il pezzo scritto da Recami, che mi ha rubato il cuore con i romanzi non-gialli, e a cui consiglio spassionatamente di andare, abbandonando la trita ambientazione della casa di ringhiera, e assolutamente inutile quello di Bill James; in conclusione, più bei racconti che brutti, e quindi suvvia, compratelo.
È da molto tempo che non concludo un post con una ricetta: allora, ecco le polpette di melanzane. Sbucciate e tagliate a tocchi una bella melanzana tunisina, fatela lessare e poi schiacciatela con lo schiacciapatate; aggiungete menta, mandorle e pinoli a pezzetti, grana grattuggiato e pangrattato, fate delle polpettine, infarinatele e friggetele; servitele con una salsa preparata con yogurt greco, mela grattuggiata e un po’ di curry, farete un figurone.

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Un titolo basta?

Insegnami a pensare.
Le piccole virtù

I morti siamo noi, o forse no.
Fight club

Scappo dalla città, trovo una donna perfetta e stresso tutti per costringerli a vivere come me.
Due di due

Bambini alienati, gioielli scintillanti e molti fantasmi.
Amrita

Brutta cosa la paura.
Tutti i nostri ieri

C’è una stanza anche per me?
La casa degli spiriti

Non dimenticare la ciotola.
Il Vangelo secondo Gesù Cristo

L’assassino è morto, ovvero Del giallo sleale.
Dieci piccoli indiani

La vittima cosa indossava? Ah, un abito mandarino? Non lo avrei mai detto.
Di seta e di sangue

Non smetteremo mai di provare vergogna.
I sommersi e i salvati

Leone c’è, anche se è di spalle.
Lessico famigliare

Dal fondo del pozzo, guardando il cielo.
Lo specchio di Sarajevo

Uomini-pecora, strani hotel e gente che si chiama come fenomeni meteorologici.
Dance dance dance

Del senso di colpa, del senso di colpa mancato, del senso di colpa retroattivo.
L’errore di Platini

È possibile provare empatia per un assassino?
A sangue freddo

Non puoi davvero impiegare venti pagine per scendere un piano di scale.
Delitto e castigo

Forse il senso è proprio quello che appare.
La separazione del maschio

È inutile che tenti di nobilitarle, sono solo corna.
L’uomo che sussurrava ai cavalli

Un grosso groppo alla gola.
Il giorno dei morti

Ormai pubblicano proprio qualunque cosa.
Ma le stelle quante sono

Indossa il tuo dolore.
Seconda pelle

Col nome giusto, nel tono giusto.
Storia del nuovo cognome

Genesi di un’ossessione.
Febbre a 90°

Gli autori dei libri citati sono, in ordine sparso, Nick Hornby, Francesco Recami, Elena Ferrante, Banana Yoshimoto, Haruki Murakami, Francesco Piccolo, Isabel Allende, Andrea De Carlo, Agatha Christie, Giulia Carcasi, Maurizio de Giovanni, Nicholas Evans, Truman capote, Natalia Ginzburg, Chuck Palahniuk, Adriano Sofri, Primo Levi, José Saramago, Fëdor Dostoevskij, Qiu Xiaolong.

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Mi piace.

Ascoltare chi ha qualcosa da dire. Ascoltare il silenzio, se c’è sintonia con la persona che lo ascolta insieme a me. Ascoltare la radio in macchina, la mattina, quando c’è troppo caldo o troppo freddo per tenere i finestrini aperti. La pizza Margherita, col pomodoro buono e il fiordilatte, anche se ingurgitata in piedi, rapidamente e senza parlare, solo lavoro di mascelle e ciompciompciomp forsennato. La limonata con poco ghiaccio. Il senso di attesa di quando si inizia a leggere un libro, il senso di completezza di quando si finisce di leggerlo. Avere molti libri da leggere. Ricevere libri in regalo, soprattutto se non li ho letti e non li conosco e so già che mi piaceranno.

Tutti quelli che: dimmi se hai bisogno di qualcosa. Ricordati che io ci sono sempre. Come è andata, quella cosa che dovevi fare? Sto scendendo al bar, vuoi venire? Quel libro era proprio bello, avevi ragione. Quel libro non mi è piaciuto, parliamone. Come stai? Quando vorrai parlare dimmelo, sarò felice di ascoltarti. Ti aspetterò per tutto il tempo di cui avrai bisogno.

I Sex Pistols – che mia madre non sa chi siano, bah. I Ramones, Carmen Consoli, gli Skunk Anansie. La musica dotata di ritmo, le canzoni in cui ci siano più di tre accordi. Le canzoni in cui la musica è l’importante, e le parole vengono dopo. La pittura astratta, il surrealismo, il surrealismo astratto. Il pittore Miró, il semi-labrador Miró. Le persone che sorridono sull’autobus. Le anziane signore che chiedono con discrezione una mano per attraversare. Chi va a votare. Chi non molla, chi continua a provare, chi si ostina e ce la fa. Chi fa autocritica. Chi studia, chi si informa, chi legge, chi cerca di capire. Chi non pensa di aver già capito tutto. Chi lascia il tempo di esprimersi, chi non si limita a provocare, chi non si arrampica sugli specchi. Chi ha rispetto per la mia intelligenza. Chi ha abbastanza onestà intellettuale da ammettere un errore. Chi chiede scusa per un errore, chi non commette troppe volte lo stesso errore.

Tutti quelli che: cosa stai leggendo? Te lo presto io, quel libro. Un giorno di questi ci andiamo insieme. Non preoccuparti, non fa paura. Anche io ho paura. Ci sono qua io, così non avrai paura. Te lo dico perché ti voglio bene. Devi farti rispettare. Aspetta che ti spiego come fare. Io farei così. Andiamo al cinema?

Chi usa i social network per scambiare idee, e non solo per aggiornare l’uditorio su cosa ha mangiato/detto/indossato nell’ultima giornata. Chi sa insegnare, chi ha voglia di aiutare gli altri a imparare. Chi mi consiglia un libro. Chi mi consiglia una ricetta. Chi mi spiega come preparare una buona frolla, ché a me viene sempre male. Comprare gamberi freschi, e usare le teste per un buon fumetto, e poi preparare un riso pilaf e servirlo con i gamberi grigliati e con una salsa al limone fatta come una béchamel, ma con succo di limone e acqua al posto del latte. Chi sa cucinare. Chi ha piacere di ricevere le persone in casa propria, e prepara qualcosa da offrire per fare stare gli altri a proprio agio, e mette musica di sottofondo. Chi sa suonare uno strumento. Chi non si vanta di saperlo suonare.

Tutti quelli che: Mi fai vedere una foto del tuo cane?  Lo sai cosa ha fatto il mio cane? Ho dato un po’ di croccantini a un gatto randagio. Ho cercato un libro per te. Secondo me questo libro ti può piacere. Penso di stare bene, ormai. Sono felice, sai? Sono fiero di te.

Natalia Ginzburg, i suoi libri, la sua integrità, le sue parole, il suo stile, il suo esempio.
Marguerite Duras, le sue suggestioni, la sua lucidità. Nanni Moretti, Francesco Recami, Francesco Piccolo. Chi dice parolacce – non troppe, però. Chi non ha pensieri violenti. Chi non finge di non capire. Chi augura il buon giorno, di cuore. Chi saluta, chi si ferma a chiedere scusa se urta qualcuno; chi si ferma a vezzeggiare un cane, un gatto, un bambino.

Che ci sia un nuovo parco nel mio quartiere. Il profumo del pane. L’aroma del caffè – ma il caffè, quello no. I bonsai. Il mio bonsai, che ha trentacinque anni ma sembra un ragazzino. Il Natale.

Questo post è dedicato a una persona che mi piace molto, molto: e lo sa.

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Come comprare molti libri in un week-end e non sentirsi in colpa

È passata una settimana da Una marina di libri, e mi sembra già un evento lontanissimo, entrato nella mia piccola banale storia personale, un ricordo di quelli che ripieghi e arrotoli con attenzione e riponi sul piano di un armadio e ogni tanto tiri fuori e sorridi e pensi ma davvero ero lì?, e ti stupisci, sempre.
Sabato scorso a quest’ora zampettavo contenta per il chiostro, chiedendo agli editori se avessero bisogno di me – per cosa non è chiaro – e sbocconcellando con calcolato anticipo un panino bresaolarucolaescagliedigrana dal prezzo spropositato in attesa dell’inizio del concerto. Ero stanca – molto, ma non quanto un anno fa – contenta, sorridente, soddisfatta. È stato un bel fine settimana, intenso e movimentato, complesso, emozionante. L’ho mandato giù in un sorso, trattenendo il fiato e sperando di conservare il sapore in bocca, a lungo. È stato diverso dall’anno scorso: più consapevolezza, un pizzico di responsabilità, più tempo e cura. Ero anche più preparata: sapevo cosa aspettarmi, come far fronte agli imprevisti, cosa evitare: di restare digiuna per troppe ore di seguito, di isolarmi in qualche sperduta sala fuori mano, di perdere di vista i diciotto ragazzi che ci hanno aiutato a far funzionare la manifestazione. Ho tentato di non dimenticare nulla: ho scritto per giorni laboriosi appunti con turni e numeri di telefono che sono stata ben lieta di smarrire quando, proditoriamente avvertita che Cisco stava provando Ebano, con la chitarra che gli avevo procurato (e che ha odiato), accaldato e sudato su un palco vuoto, mi sono pre
cipitata ad ascoltare, seduta da sola in prima fila alle quattro del pomeriggio.
Sono riuscita, questa volta, anche a fare una buona scorta di libri: girando tra i cinquanta stand con metodo, appuntandomi mentalmente prezzi e titoli, contrattando e lamentandomi e rilanciando – ma uno sconto espositori non c’è? – tornando a prenderli l’ultimo giorno, contando sul fatto che, pur di non impacchettare un titolo in più, avrei avuto un be
l ribasso sul prezzo: previsione puntualmente confermata. Alla fine, ho portato via soltanto tre libri minimum fax (100 micron di Marta Baiocchi, che ho iniziato e che ricorda moltissimo Andrea De Carlo, nello stile, Per grazia ricevuta di Valeria Ferrante e Scrivere è un tic di Francesco Piccolo, libro che leggerò per ultimo perché, chiaramente, il boccone migliore), e per farmi fare un pidocchioso 15% di sconto ho dovuto penare. Dal banco bookshop ho preso Spaesamento di Giorgio Vasta, da Aìsara, giovane e bellissima casa editrice sarda, solo Il buon dio se ne frega di André Héléna, e sì che ne avrei voluti molto di più, ma. Ho preso praticamente l’opera omnia di Vittorio Lingiardi, per farne un dono spero gradito, e ho prestato il mio tesserino staff perché il 20% offerto da Round Robin diventasse un 30%. Infine, all’una di notte di domenica, mentre smontava affannosamente il tavolo, sono riuscita a spillare all’uomo che stava dietro al cavaliere con la scritta Sellerio Gli scheletri nell’armadio di Francesco Recami: a 10 euro anziché 14, perché sicuramente non sarà il migliore di Recami e perché, pur di farmi stare zitta, mi avrebbe anche regalato tutto, ecco. Infine, i vicini di stand sono passati a lasciare qualche libro in dono: Dove eravamo, omaggiato dai ragazzi di Caracò, e poi un testo di storia della Sicilia da quelli di Istituto Poligrafico Europeo, che in più mi hanno allungato anche una Costituzione, perché sai, oggi più che mai serve. Per qualche mese non comprerò altri libri, lo giuro.

Ho promesso di aggiungere una ricetta a questo post. Qualcosa che vada bene col caldo, che non richieda una lunghissima preparazione, qualcosa di gustoso e sfizioso e semplice: i tortini affumicati di melanzane, ad esempio. Grigliate delle fette di melanzana nera e delle grosse fette di pomodoro per insalata, panate degli stampini monoporzione e sistemate all’interno gli ingredienti sovrapposti e intervallati da fette di scamorza affumicata. Passate in forno per pochi minuti e servite con un pesto leggero di basilico e mandorle e con uno più saporito di pomodori secchi emulsionati con poco olio e qualche goccia di limone. Sapori d’estate.

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Cattivi pensieri di Natale

Di solito mi piacciono molto, i libri Sellerio, si sa. Amo il loro formato tascabile, dalle dimensioni perfette per la lettura a letto, su un fianco, con il pollice tra le pagine e il semi-labrador sui piedi, e molto sonno e gli occhi quasi-chiusi ma ancora una pagina; amo la carta Roma, le copertine riconoscibili e semplici, pulite, essenziali, amo quella macchia di blu scuro che producono le loro costine allineate sui miei scaffali, bassette e uniformi, discrete. Amo le scelte che compiono, da quella dei titoli e degli autori, a quella di ri-pubblicare libri a cui sono affezionata, come Il nodo e il chiodo o L’affaire Moro, con copertine diverse e misure da tasca della vestaglia e le stesse parole forti intense dentro.

Proprio per questo, quando ho preso in libreria – gesto rapido e risoluto nel timore di un ripensamento dettato da sciocchi puerili sensi di colpa e immagini auto-prodotte di pile traballanti di libri che franano dal comodino alla cuccia dell’amato quadrupede – Un Natale in giallo, ero colma di buoni auspici: sono uscita dal negozio con un sapore dolce-confortante in bocca e un sorrisetto compiaciuto sulle labbra che ha fatto in modo che il bulletto in divisa da forse del (dis)ordine private a guardia del centro commerciale mi guardasse sospettoso e pronto ad evocare metaforici tintinnii di manette; inoltre, i sette autori, Gian Mauro Costa, Carlo Flamigni, Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Ben Pastor, Santo Piazzese, Francesco Recami, mi piacciono – con sfumature che vanno dall’applauso entusiasta al mezzo sorriso volenteroso, certo. Purtroppo, le mie aspettative sono state deluse: il libro, che certo non è da buttar via, non è neanche un granché. Eccheccavolo.

Gli autori, tranne Costa e Piazzese, sembrano genericamente a disagio: come costretti a tirar fuori un raccontino giallo (che poi, nella maggior parte dei casi, giallo un paio di palle, eh) al solo scopo di inserirlo in questa raccolta. Sembra in panico, subito, Recami: e sì che è uno scrittore che amo, ma il giallo non è esattamente il suo genere, sebbene si ostini a scriverne; il suo racconto, proditoriamente inserito per primo, gira intorno al cortile della casa di ringhiera senza approdare a nulla. Alicia Giménez-Bartlett, dal canto suo, sembra troppo impegnata a spiegare chi siano Petra e Fermín e quanto odino il Natale per ipotizzare di imbastire una trama; banale, prevedibile, scontato. Piazzese, invece, tira fuori un qualcosa di gradevole, e vabbe’ che ci ha messo dieci anni per tornare a scrivere: un raccontino equilibrato e strutturato e un protagonista che, dall’ultima ‘comparsa’, sembra maturato: ha smesso di andare dietro alle gonnelle di biondine americane di nome Darline, ed è già qualcosa. Anche Costa se la cava egregiamente: il suo Enzo Baiamonte, malinconico e complesso, giganteggia per ironia e spessore sugli altri personaggi. Malvaldi sembra rifugiarsi nel dialetto e nelle solite ciance dei vecchietti del BarLume per pura mancanza di idee, e tira fuori uno svarione clamoroso proprio sulle sue amate carte da gioco; una di quelle cose che mi fanno digrignare i denti per la rabbia: è mai possibile che nessuno, un amico, un parente, non dico addirittura un editor, se ne sia accorto? Ma dai, un po’ di rispetto. Flamigni propone una storiella priva di consistenza, inutile, imbarazzante; quella di Pastor è monocorde e grigia, insapore, di una noia bianco-lattiginoso che lascia stremati.

Il mio amore per Sellerio ha subito un drastico ridimensionamento: va bene, il libro niente-di-che può capitare, ma l’impressione generale è di un escamotage commerciale un po’ troppo smaccato: la prossima volta dateci l’iban e vi mandiamo i soldi, ma evitate di ammannirci schifezze, plis.

Per correttezza, specifico che questo post nasce come re-impasto della recensione al libro che ho scritto per il sito www.temperamente.it

 

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Mali di stagione

Il semi-labrador ed io detestiamo l’estate. Lui per ragioni pratiche, sole che picchia sul pelo nero, passeggiate necessariamente più brevi causa asfalto vicino al punto di fusione per molte ore al giorno, penosa ricerca, in casa, di un angolo decentemente ventilato; io, perché non amo il mare, la ressa in spiaggia, i sandali, le cene a base di gelato, ma soprattutto l’imposizione sociale del divertimento a tutti i costi, della villeggiatura obbligatoria, della vacanza-ad-agosto a cui non si può rinunciare. Io non ho voglia, d’estate, di fare niente di più di quello che faccio durante il resto dell’anno, con l’unica variante di farlo in prendisole e infradito di gomma, con un bicchiere di the freddo iper-zuccherato e/o una granita di gelsi. Non sento la necessità di alimentare un senso di colpa già di per sé costantemente attivo solo perché non mi sto sbattendo abbastanza per distrarmi, per fare “qualcosa di diverso”, sia esso un falò sulla spiaggia, una passeggiata spacca-polpacci sotto il sole di mezzogiorno, una trasferta ad Ibiza la settimana di ferragosto.

Da quando avevo sei o sette anni trovo l’estate terribilmente noiosa; penso di essere stata l’unica bambina a piangere regolarmente l’ultimo giorno di scuola. Detesto i programmi tv patetici, la riproposizione di puntate del Medico in famiglia in cui la figlia, ormai abbondantemente in età da marito, portava il pannolino, le pubblicità di gelati condizionatori docciaschiuma che non-lavano-via-l’abbronzatura abbigliamento sportivo in lycra costumi da bagno che farebbero sembrare grassa e piena di cellulite anche Kate Moss. Non sopporto la definizione “libri da ombrellone”, e meno che mai apprezzo i suddetti, di solito gialli noiosi di scrittori scandinavi o romanzetti italiani stile Fabio Volo utili solo a chi vuole creare, su Facebook, l’ennesimo gruppo il cui amministratore si faccia chiamare Ninfa dei boschi o Lacrime nella pioggia o altre amenità di questo tipo. L’estate è lunga, calda, opprimente, interminabile. C’è bisogno di buoni libri, per superarla con pochi danni.

Esattamente un anno fa combattevo strenuamente con I fratelli Karamàzov, prima di deporre le armi e dichiararmi incapace di compiere l’impresa; ci sono voluti Truman Capote e il suo adorabile Musica per camaleonti, oltre al genio demistificatorio di Chuck Palahniuk con Survivor e Invisible monsters e all’opera omnia di Francesco Recami, che non conoscevo e che ho pescato dal banco di una libreria malmessa e disordinata ma piena di chicche che qualcuno ha avventatamente aperto quasi sulla spiaggia e dove entriamo, di solito, soltanto io e il semi-labrador, per tentare di sopravvivere ad afa, scirocco, vicini di casa con bambini strepitanti armati di tricicli e mini-scooter multicolori, folle di bagnanti in pareo a fiori che invadono le strade (senza marciapiede) in cui il quadrupede ed io tentiamo di far pipì in pace.

Una delle poche cose buone dell’estate è la frutta. Dolce, matura, sensuale, pelucchiosa. Un ricco frullato di albicocche con poco zucchero di canna e Il Vangelo secondo la scienza di Piergiorgio Odifreddi sono già un buon inizio.

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