Ricordate che questo è un uomo.

Ho riletto per l’ennesima volta Se questo è un uomo. L’ho ripreso dopo aver terminato, di nuovo, I sommersi e i salvati; l’ho cercato nella libreria dei miei genitori, con un senso di allarme crescente mentre mi capitavano fra le mani smilzi volumetti sulla cucina vegana e manuali sull’applicazione del metodo Montessori nell’educazione dei meticcetti biondi méchati. L’avevo davanti agli occhi, nell’edizione in cui al testo è abbinata La tregua: un libro dalla copertina chiara che avevo comprato, ragazzina, dopo aver letto qualche stralcioprimo levi nell’antologia di scuola. Quando ormai disperavo di trovarlo, tra una copia di Cent’anni di solitudine e il dvd di una commedia di De Filippo, è saltato fuori. L’ho iniziato di nuovo, Se questo è un uomo, e ricordavo quasi tutto, l’ho letto moltissime volte. Ma, per la prima volta, mi sono commossa.

Ho pianto come una cretina, col libro in mano e le spalle scosse dai singhiozzi, la schiena poggiata al termosifone della cucina; ho pianto, ed ero stupita, perché di solito non mi succede, e perché il punto che mi ha scossa non era particolarmente drammatico, visto il tenore della storia. Era il momento in cui Primo Levi racconta che, appena arrivato nel lager, diretto alle docce con un gruppo di italiani sconvolti, tremanti, terrorizzati e assetati come lui, mentre era costretto a denudarsi, aveva sentito un uomo chiedere se dovesse togliere, insieme ai vestiti, anche il cinto per l’ernia. Un particolare insulso, a ben pensarci; quest’uomo è morto, è andato in gas, probabilmente, pochi minuti dopo aver pronunciato quelle parole. Ma a me, più che la sua morte inumana e assurda, più che la violenza sistematica e cieca, più che l’orrenda ottusa prevaricazione, l’idea del cinto per l’ernia ha dato i brividi, e tirato fuori una tristezza senza remissione, fonda, atavica: forse perché anche mio padre lo ha indossato per un po’ di tempo, forse perché quell’uomo, in una folla senza volto, è diventato una persona ai miei occhi: una persona che, prima di scontrarsi con l’atroce idiozia dell’altro, aveva una vita e degli affetti, e un lavoro e abiti e una casa, libri padelle forchette cuscini, e soffriva di mal di schiena. Una persona.

Quando si parla di Olocausto, quando se ne discute in vista della Giornata della Memoria o in occasione di qualche brutto gesto antisemita, si parla di numeri: di cumuli di corpi, di milioni di morti (milioni!), di ghetti in fiamme, di paesi scomparsi. Ma raramente si pensa alle persone che c’erano dietro: che indossavano un cinto per l’ernia, che facevano il bagnetto alla propria bambina su un carro bestiame in viaggio verso l’abisso, che avevano studiato chimica o sapevano aggiustare scarpe; erano cuochi o medici o casalinghe, erano fratelli genitori figli amici di qualcuno, erano persone. Se ci penso ho i brividi. Sono diventata una vecchia sentimentale lacrimosa.

In questi giorni, Palermo assiste a una escalation di violenza nei confronti dei senzatetto. Aggressioni bieche, che mi lasciano una rabbia cieca e un unico, inutile sollievo: pensare che a Ife tutto questo sia stato risparmiato. Cosa c’è, dietro questo orrore? Pura idiozia, fanatismo, emulazione? Crisi, economica e morale, mancanza di educazione, di maturità, di valori? Non lo so, non lo capisco, forse non voglio neanche saperlo. Ma forse, se in uno sconosciuto che dorme in mezzo a coperte e sacchetti e cartoni, si riuscisse a vedere una persona, che non mangia carne, o che beve troppo, che sorride sempre come faceva Ife o che non sorride mai come fa Bogdan, le cose sarebbero molto diverse.

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